--Sì sì--saltò a dire Lucilla battendo i suoi piedini con un movimento
d'impazienza.--Farò la Penelope.
--Non ischerzare, Lucilla, te ne scongiuro. La vita è seria....
--Eh me ne accorgo. Vuoi vedermi triste, ingrugnata....
--No, Lucilla, voglio veder sempre il tuo bel sorriso, ma non il folle
sorriso di chi non cura il domani, bensì il sorriso pensoso di chi si
apparecchia a combattere e non trema perchè è a fianco della persona
da cui è amato e che ama.... Me ne vado adesso.... Il babbo mi
aspetta.
Si avvicinò al tavolino su cui aveva deposto il cappello, e l'occhio
gli cadde sulle due circolari che il signor Benedetto aveva lasciate
lì aperte.
--Il signor Benedetto non farà mica causa comune coi nostri
avversari,--disse Roberto.
--Oh no--rispose vivamente la signora Giulia.
--Voterà con noi?
A questo punto la signora Dal Bono non potè dissimulare il suo
imbarazzo.
--Ma.... credo.... spero.... sai.... mio marito è timido.... nel primo
momento dichiarò che voleva restar neutrale.
--Ah!... neutrale--ripetè Roberto con un amaro sorriso.--Pazienza....
Buon giorno, signora Giulia.... Addio, Lucilla.
La ragazza lo accompagnò sino all'uscio della scala, quantunque sua
madre la chiamasse ripetutamente--Lucilla, Lucilla!
--Se tu non avessi quegli slanci da Don Chisciotte--ella susurrò
all'orecchio del giovine--le cose prenderebbero una piega molto
migliore.... Io m'impegnerei di far fare a modo mio il babbo e la
mamma, e ricco o spiantato, tu mi sposeresti entro l'anno....
--No, Lucilla, è impossibile....
--Vedi, sei tu che non vuoi.... Sei tu a cui non importa niente di me.
--Non m'importa di te?... Oh come sei ingiusta!
Roberto cinse col braccio lo svelto corpicino della fanciulla. Ella
arrovesciò la testa con un dolce abbandono, fissò negli occhi di lui i
suoi occhi neri, grandi, pieni di fuoco, e mostrò due labbretti di
rosa che parevano dire--baciatemi.
Sono inviti a cui non si risponde di no, e Roberto non mancò di fare
il debito suo. Gipsy, che aveva raggiunto la sua padroncina, scosse in
aria d'approvazione i sonagli che le pendevano al collo.
--Lucilla! Lucilla!--chiamò di nuovo la signora Giulia, avanzandosi
nell'andito.
I due giovani si separarono in fretta.
IV.
Il giorno solenne dell'assemblea generale non tardò ad arrivare.
Quella mattina la signora Federica si alzò piena di fiducia. Suo
marito avrebbe senza dubbio sgominato gli avversari come tante altre
volte, e tutta questa burrasca si sarebbe risolta in nulla. Le cose
avrebbero ben presto ripreso il loro andamento normale, e la salute di
Mariano, un po' scossa dalle agitazioni degli ultimi tempi, si sarebbe
rimessa con due o tre mesi di riposo in un luogo di cura sui laghi.
Era ben giusto che Mariano chiedesse due o tre mesi di riposo, era ben
naturale che la Società glieli accordasse.
L'ottimismo della signora Federica non era diviso nè dal cavaliere
Mariano, nè da Roberto, i quali sapevano come stessero le faccende, e
come fossero falliti i tentativi di accomodamento tra il Consiglio di
amministrazione e i gruppi ostili. Ci sarebbe stata battaglia, e la
sconfitta era certa. Roberto tremava per suo padre. Il medico non gli
aveva dissimulato che la tensione d'animo in cui si trovava il
cavalier Mariano gli era fatale e poteva precipitare la crisi. Ma come
rimediarvi? Il cavaliere era uno di quegli uomini pronti a morire
piuttosto di ritirarsi il giorno della battaglia.
Un paio d'ore prima dell'adunanza, uno tra i membri del Consiglio
d'amministrazione, ch'era anche amico personale suo, si recò da lui
per sottoporgli un'ultima proposta dei dissidenti. I suoi colleghi,
egli soggiunse, non volevano esercitare alcuna pressione sul suo
animo, nè sciogliersi dalla solidarietà che avevano con lui; pesasse
il pro e il contro del partito che gli era offerto, e ch'era il
seguente. Gli avversari parevano disposti a recedere da ogni voto di
biasimo, purchè l'Arconti domandasse addirittura un congedo di un anno
per motivi di salute, e consentisse quindi a non ingerirsi per un anno
negli affari della Società. In questo periodo di tempo si sarebbe
veduto di combinar le cose in modo di comune soddisfazione.
Roberto, ch'era presente al colloquio, e teneva gli occhi fissi su suo
padre, il cui volto andava avvampando di collera, disse in tono
supplichevole:
--Non agitarti, babbo, riflettici con calma; ti si offre un anno di
riposo, e quest'anno di riposo può conservarti alla tua famiglia, può
arrestare, può vincere la tua malattia....
Il signor Mariano scattò come una molla.--Un anno di riposo! Oh prima
che finisca l'anno, il riposo, e un ben più lungo riposo, sarà venuto
da sè.
--Babbo, non dirlo--interruppe Roberto.
--Si vuol la mia dimissione. Si vuole ch'io ceda il campo senza
battaglia. Ebbene, no, assolutamente no. Se si vuole la mia dimissione
forzata, si venga a intimarmela, se si spera d'avere la mia dimissione
spontanea, la si avrà, ma non oggi.... Quando avrò messo a nudo queste
cabale, questi intrighi, queste coalizioni indecenti, quando avrò
difeso la mia opera di quindici anni, allora mi dimetterò....
Vergognati, Roberto, del tuo falso amor filiale. Chi ama davvero,
rispetta, e tu devi rispettare e voler rispettata la dignità di tuo
padre. Ma non intendi che si direbbe: Arconti ha capito che bisognava
metter tutto in tacere, non far pubblicità, accomodarsi alla meglio? E
allora s'inventerebbero le favole più assurde, le calunnie più
odiose....
--No, Arconti, no,--interruppe il consigliere ch'era venuto a far la
proposta--io vi garantisco che l'assemblea voterebbe oggi stesso un
ordine del giorno tale da porre la vostra fama al coperto....
--Sogni, apparenze. Gli ordini del giorno dell'assemblea non
potrebbero toglier l'impressione che farebbe il veder che io non
difendo la mia amministrazione accusata, e che lascio il mio posto nel
giorno del pericolo. È inutile insistere. Fossi moribondo, fossi
agonizzante, oggi mi farei portare all'adunanza e brucerei la mia
ultima cartuccia.
Il colloquio fu troncato così. Il cavalier Mariano, rimasto solo con
suo figlio, misurò per qualche tempo in lungo e in largo il suo studio
a passi concitati; poi guardò l'orologio e disse a Roberto:--Andiamo,
mi accompagnerai alla seduta. Animo, giovinotto, alla tua età dovrebbe
piacere l'odor della polvere.... A proposito, la Direzione delle
Meridionali mi scrive offrendomi un posto per te sulla linea
Taranto-Reggio.... È molto lontano.... Ne parleremo dopo desinare.
--Andar via adesso?... Lasciarti! Oh no....
--Forse hai ragione--soggiunse il signor Mariano, tentennando
tristamente il capo.--Mi dorrebbe troppo che tu non ci fossi
quando.... Basta.... Passiamo a salutare tua madre....
La faccia seria di suo marito e di suo figlio non bastarono a scuoter
la fede della signora Arconti. Per lei quella era una giornata di
pieno trionfo, ed ella rimproverava gravemente Roberto della sua
pusillanimità!
--Povera donna!--sospirò il cavalier Mariano, allontanandosi a braccio
del giovine.--Lasciamole le sue illusioni.... È il suo carattere.... È
vero che in tanti anni dacchè siamo marito e moglie non ha mai dovuto
misurarsi con le avversità.
Da molto tempo la sala delle adunanze generali dell'-Unione- non s'era
vista così affollata. Come avviene sempre in simili casi, molti fra i
presenti non erano azionisti di fatto, ma rappresentavano un certo
numero d'azioni inscritte in loro favore per la circostanza. E questi
signori non sapevano nemmeno di che si trattasse; sapevano soltanto
ch'erano lì per votare in un dato modo.
Due giovinotti di primo pelo, adocchiatisi da due lati della sala, si
mossero incontro e si strinsero cordialmente la mano.
--Anche tu qui?--disse uno d'essi che portava l'occhialino inforcato
al naso.
--Anch'io. Rappresento dieci azioni della casa Baggelli,--rispose
l'altro, che aveva un soprabito color cannella.
--E io rappresento Larice. Ma non sono il solo. Quello lì ha tante
azioni che, se non le ripartisce fra parecchie persone nei giorni
dell'assemblea generale, non può mai esercitare l'influenza che gli
spetta.
--Dunque siamo dell'opposizione tutti e due. Tutti e due cospiratori,
come nell'-Ernani. Ad Augusta.-
---Per Augusta-.
--Abbasso la camorra! Abbasso il Consiglio!
--Abbasso il Direttore sopratutto!
--Conti di prender la parola?
--Io? Mi meraviglio. Son qui per votare l'ordine del giorno
dell'opposizione. E tu?
--Tal quale. Zitto come un pesce. Le chiacchiere son chiacchiere; i
voti son quelli che valgono. C'era stato qualche tentativo di accordo,
ma andò fallito.
--Battaglia all'ultimo sangue, allora.
--All'ultimo sangue.
Quand'entrò il Consiglio d'amministrazione, i capannelli ch'erano
sparsi nella sala si sciolsero e tutti gli occhi si fissarono sul
Direttore, al quale si sapeva che il Consiglio aveva deferito
l'incarico di sostenere la lotta.
Nell'aspetto egli era molto diverso dagli anni precedenti. La sua
maestosa persona si era alquanto incurvata, le sue guancie erano
pallide e floscie. Solo gli occhi conservavano l'antico splendore,
l'antica energia.
Il Presidente scosse il campanello, dichiarò aperta la seduta, e diede
la parola al Direttore per la lettura della sua relazione.
Le relazioni che l'Arconti soleva presentare ogni anno all'assemblea
generale dell'-Unione- erano modelli di perspicuità e di efficacia. Lo
stile degli affari che gl'Italiani conoscono così poco vi era
maneggiato maestrevolmente. Questa volta però il cavalier Mariano
aveva superato sè stesso. Non era soltanto una lucida illustrazione
delle cifre del bilancio, una classificazione ordinata e precisa delle
varie operazioni della Società; era anche una difesa anticipata degli
appunti che si facevano al Consiglio. Le cause dei poco brillanti
risultati dell'anno erano scrutate con rara diligenza e finezza, ed
erano poi egregiamente lumeggiate le speranze dell'avvenire, di
quell'avvenire, diceva la relazione, che non appartiene ai
pusillanimi, ma ai perseveranti e agli audaci. Onde nulla di più
improvvido, si concludeva, che cedere allo scoraggiamento e alimentare
i dubbi degli altri cominciando a dubitar di sè stessi.
La lettura di questo importante documento venne accolta con favore da
un terzo dell'assemblea, e con un silenzio glaciale dagli altri due
terzi.
L'opposizione cominciò a far capolino timidamente nella relazione dei
censori. In mezzo a molti elogi c'era pure qualche osservazione
critica, c'era il sommesso desiderio di un indirizzo più cauto da
darsi agli affari.
Le idee dei censori servirono d'addentellato agli avversari
dell'amministrazione per ismascherare le loro batterie. Le
osservazioni critiche divennero biasimi aperti, i desideri sommessi
presero un tono insistente, imperioso. I dubbi, non sulla realtà
materiale delle cifre del bilancio, ma sulla esattezza di alcuni
apprezzamenti, vennero formulati nel modo più esplicito, e si svolse
l'ordine del giorno già prenunciato circa la nomina di un'apposita
commissione avente lo scopo di riveder questo bilancio.
Il Presidente del Consiglio d'amministrazione combattè del suo meglio
una siffatta proposta, che aveva il carattere di un voto di sfiducia,
e dichiarò che, ov'essa fosse stata accolta dall'assemblea, nè egli,
nè alcuno de' suoi colleghi avrebbe potuto rimanere al suo posto.
Altri consiglieri parlarono nello stesso senso, e anche dal grembo
degli azionisti sorsero voci più o meno autorevoli contro un ordine
del giorno che avrebbe portato una crisi. Finalmente si levò l'oratore
più formidabile del Consiglio.
Molti fra i più eloquenti uomini politici avrebbero invidiato la
facondia, la lucidezza, l'efficacia del suo linguaggio. Le cose
ch'egli aveva già esposto mirabilmente nella sua relazione, scolpite
ora con una parola plastica e viva, acquistavano l'aria di verità
indiscutibili. E la sua voce e il suo gesto s'animavano di mano in
mano ch'egli procedeva nel suo discorso, e a sentirlo e a vederlo in
quel momento non si avrebbe detto che una malattia terribile gli
logorava le viscere e gli scavava il terreno sotto i piedi. Quand'egli
sedette, scoppiò un applauso fragoroso, a cui presero parte anche
alcuni fra i suoi più accaniti oppositori.
--Bravo!--esclamò il giovinotto dall'occhialino---Voilà ce qui
s'appelle parler.-
Il suo amico dal soprabito color cannella, che gli era seduto vicino,
lo tirò per la falda del vestito.--Applaudi?
--Sicuro. Io sono un uomo indipendente.
--E il voto?
--Ah! il voto è un'altra faccenda. Voto per conto di Baggelli, ma
applaudo per conto mio.
Il cavaliere Arconti aveva fatto il suo ultimo sforzo. Ormai il suo
corpo era esausto ed egli non sarebbe stato in grado di replicare se
alcuno avesse ripreso la parola. Per buona ventura gli avversari
avevano ancora minor desiderio di misurarsi con lui. Il primo firmato
sotto l'ordine del giorno che formava il perno della battaglia si
limitò a dire che le ragioni svolte con tanta eloquenza dal Direttore
non erano bastate a smuovere dal proposito di un'inchiesta sul
bilancio nè lui, nè i suoi amici; che però una simile inchiesta non
doveva esser presa per ciò che non era. Non si dubitava menomamente
della lealtà dei preposti all'-Unione-, ma si trattava di mettersi
d'accordo sulla valutazione di alcuni enti, valutazione che influiva
sui risultati finali del bilancio.
Il cavalier Fionda, un azionista che aveva l'abitudine di parlare in
ogni assemblea e che gli altri avevano l'abitudine di non ascoltar
mai, fece anche questa volta il suo discorsetto, fra segni generali
d'impazienza. E sì ch'egli era convinto che le sue idee avrebbero
conciliato tutto e tutti!
--Ai voti! Ai voti!--si cominciò a gridar da più parti.
Si venne ai voti, e l'opposizione trionfò con una notevole
maggioranza.
Allora il Presidente annunziò che tutto il Consiglio dava la sua
dimissione, ed espresse il parere che convenisse rimettere a una
prossima seduta la nomina del Consiglio nuovo e la discussione degli
altri oggetti che figuravano all'ordine del giorno. I dimissionari
consentivano a rimaner in carica sino a questa nuova seduta.
Dopo una grande battaglia, una tregua è accettata volentieri da ogni
parte, e la mozione del Presidente fu accolta con plauso universale. I
vincitori sentivano anch'essi il bisogno di concertarsi prima di
andare avanti. D'accordo nell'idea di modificare l'indirizzo della
Società e di correggere qualche partita del bilancio, non erano
parimente d'accordo sulla via da tenersi poi. Alcuni avrebbero voluto
andar sino al fondo e cambiare dal primo all'ultimo i membri del
Consiglio d'Amministrazione; altri invece si sarebbero contentati di
molto meno, sia per riguardi personali, sia pel timore che un
rivolgimento troppo radicale potesse nuocere, anzichè giovare al
credito dell'-Unione-.
Sciolta l'adunanza, durò ancora per qualche tempo una straordinaria
agitazione nella sala, nei corridoi, per le scale. Chi si rallegrava e
chi si doleva dell'esito della giornata, chi si limitava a esprimere i
propri dubbi, chi si riscaldava anche con quelli che dividevano il suo
parere, e chi dava ragione successivamente a tutti gl'interlocutori.
Il signor Mariano s'era ritirato nella stanza della Presidenza ed era
cinto da un gruppo di consiglieri e d'azionisti che s'erano trattenuti
per conferir con lui sulla linea di condotta da seguirsi, ma ora
parevano più che altro turbati dal suo aspetto sofferente e
accasciato. La lotta gli aveva fatto trovare per un istante il vigore
della salute; adesso la malattia aveva ripreso il disopra. Si sforzava
di mostrarsi calmo, ma era pallidissimo, respirava a fatica, e non
poteva discorrere che interrottamente. Roberto, che gli era vicino,
andava rasciugandogli il sudore dalla fronte, lo aiutava a slacciarsi
il nodo della cravatta e sbottonarsi il panciotto, e gli sussurrava
all'orecchio.--Vuoi far venire un medico?--Ma il cavalier Mariano
rispondeva di no, e di lì a un quarto d'ora si mosse appoggiato al
braccio del figlio. Le gambe lo reggevano appena, e gli occorsero
alcuni minuti per discendere sino nel cortile ove c'era il legno ad
aspettarlo.--È un uomo morto--si bisbigliava sommessamente intorno a
lui. Il portinajo, che gli voleva un gran bene, ajutandolo a salire in
carrozza, stentava a trattener le lagrime. E quando il legno fu uscito
dal portone, egli si ritirò nel suo stanzino e si mise a piangere
ripetendo alla sua famiglia:--Il cuore me lo dice. Il cavalier Mariano
non passerà più questa soglia.
Intanto l'infermo, si può ben chiamarlo così, era giunto a casa, ove
la signora Federica ne attendeva il ritorno trionfale. A vederlo
invece in quello stato, ella comprese che la faccenda non era andata
secondo la sua aspettazione, e cominciò a tempestare di domande il
figliuolo e a inveire contro gli azionisti.
--Non parliamo adesso degli azionisti--le disse Roberto.--Il peggio si
è che il babbo sta male davvero.
--Male! Male!--replicò la signora Federica.--Sarà una cosa
passeggera.... effetto della commozione....
--Oh pur troppo, mamma, è inutile illuderci. La condizione di mio
padre è gravissima.
Mentre la signora Federica voleva a ogni costo ingannar sè medesima,
il cavalier Mariano s'era fatto condur nella sua camera e s'era
sdraiato su una poltrona.
Il dottor Rebaldi, che non tardò ad arrivare, fu vittima anche lui
d'una sfuriata della signora Federica. Perchè le aveva taciuta la
verità? Perchè non aveva impedito a Mariano di andare a una seduta
tumultuosa, ov'era naturale ch'egli si sarebbe agitato fuor di misura!
Ella avrebbe ben saputo impedirglielo, se ne fosse stata avvertita in
tempo. Ma a lei, ch'era la sola persona che avesse influenza sopra
Mariano, s'era voluto tener segreta ogni cosa. Benissimo! E s'era
invece parlato con Roberto, un ragazzo impressionabile, nervoso, che
dava sempre ragione a suo padre.
Ci sono al mondo persone così pienamente irresponsabili di quello che
dicono che il discuter con loro è tempo perduto. E il dottor Rebaldi
agì da uomo savio, non curandosi di ribattere le contumelie della
signora Federica, nè di ricordarle che altra volta ella lo aveva
fieramente investito perchè egli s'era permesso di alludere alla
malattia del cavaliere. Allora ella non voleva ammettere che una
malattia grave ci fosse; adesso accusava gli altri di non averle detto
che c'era.
Il buon medico rispose alla signora Federica che forse ella aveva
ragione, ma che bisognava preoccuparsi del presente e non del passato,
che adesso l'essenziale pel signor Mariano era la calma e ch'era
quindi necessario di evitare tutto ciò che potesse turbarlo.
E la signora Federica, che non era punto cattiva, si lasciò
persuadere; ma ell'era di quelle donne che non istanno ferme sopra un
pensiero quindici minuti di seguito. Povere creature senza equilibrio,
proprio come navi senza zavorra! Finchè battono le loro ali di
farfalla, tanto e tanto possono passare. Ma se si provano a chetarsi,
è inutile, non ci riescono. Così la signora Federica oscillava dai
parossismi della disperazione ai sogni dorati dell'ottimismo. La
mattina si strappava i capelli, e la sera faceva piani per l'avvenire,
come se il signor Mariano fosse già in convalescenza. La mattina
diceva che Roberto era freddo, perchè non dava la testa nelle pareti;
la sera diceva ch'era esaltato perchè non sapeva divider le sue rosee
speranze. E come parlava con suo figlio, così parlava con suo marito.
Ora gli si gettava ai piedi protestando che non potrebbe vivere senza
di lui, scongiurandolo di perdonarle le sue frivolezze, ora, a ogni
sosta insignificante della malattia, sedeva vicino alla sua poltrona
e, dopo avergli annunziato con aria trionfante che ormai non c'era più
nulla da temere, gli discorreva in tono carezzevole d'una nuova
-toilette-.
Il cavalier Mariano aveva una singolare indulgenza per le puerilità di
sua moglie. Era lui che calmava le impazienze di Roberto, e al medico,
il quale voleva allontanar di camera la signora Federica, come quella
che non riusciva che a far confusione, ripeteva sempre:--Lasciala
stare. Poveretta! È il suo carattere. Non c'è rimedio.
Pure, in mezzo a queste continue prove d'affetto e di tolleranza, gli
sfuggiva di tratto in tratto qualche parola che mostrava com'egli
comprendesse che donne simili alla signora Federica non sono le
migliori compagne della vita.--La moglie--gli scappava detto qualche
volta con suo figlio--dovrebb'esser la confidente di tutti i nostri
pensieri, dovrebbe saper divider tutte le nostre angustie, saperci dar
coraggio in tutte le nostre incertezze. Non bisognerebbe mai amare una
donna soltanto perchè è bella e non è cattiva.
Il signor Mariano aveva realmente amato la signora Federica perch'era
bella, ed egli moriva adesso col presentimento che Roberto
commetterebbe il medesimo errore con Lucilla.
V.
Era una giornata d'ottobre. Il cielo era bigio, scendeva
un'acqueruggiola fina fina, e i pochi passanti (chè metà della
popolazione di Milano si trovava in campagna) avevano un'aria scura ed
uggita.
In casa Arconti la costernazione si dipingeva su tutti i volti. Il
cavalier Mariano era proprio agli estremi. Il dottor Rebaldi gli
teneva tra le dita il polso che s'indeboliva sempre più. Roberto,
curvo sulla sponda opposta del letto, copriva di baci e di lagrime
l'altra mano che penzolava fuor dalle coltri, fredda e già molle del
sudor della morte. La signora Federica, in preda a convulsioni
nervose, aveva dovuto esser trasportata nell'angolo opposto
dell'appartamento, ed era assistita dalla Giulia Dal Bono e da altre
pietose conoscenti. Nella stanza attigua a quella del moribondo si
trovavano raccolti alcuni vecchi amici, ora guardando in silenzio le
goccie di pioggia che colavano lungo le vetrate, ora porgendo
l'orecchio ai menomi rumori che venivano dalla camera vicina.
--Non parlerà più? Non si sveglierà più?--disse Roberto.
--Forse sì--rispose il Rebaldi, che teneva gli occhi fissi
nell'infermo.
Infatti, sul mezzogiorno, il cavalier Mariano si scosse, sollevò
faticosamente le palpebre, e riconobbe le due persone che erano chine
sopra di lui.--Addio, Rebaldi--egli balbettò con voce fioca--grazie
delle tue cure.... Addio, Roberto, figliuolo mio.... E la mamma?
--Vuoi che la faccia venire?
--No, Roberto.... Mi par confusamente di ricordarmi che l'abbian
portata di là, e han fatto bene.... soffriva troppo.... Abbi pazienza
con lei, Roberto. Ella è buona e ti ama.... e fu una buona compagna
per me.... oh sì.... si adatterà anche alle nuove condizioni della
famiglia.... Roberto, frugherai ne' miei cassetti per veder se ci
siano altre carte che appartengono all'-Unione-.... Se ce ne sono, le
porterai all'ufficio.... Ah! soffoco.... Passami il tuo braccio qui
sotto la testa.... così.... Dunque sii forte, Roberto.... non
lasciarti spezzare dalla sventura.... Ora che non hai più da
assistermi, potrai cercarti sul serio un impiego. Riscrivi a quelli
che ci furon larghi delle loro promesse.... facile generosità.... E
non farti una famiglia finchè tu non sia in grado di mantenerla....
Non è bello viver sulla dote della moglie.
--Oh! E puoi credermi capace di una tale bassezza?
Vi furono alcuni istanti di silenzio.
Il dottor Rebaldi, che s'era tirato un poco in disparte, si avvicinò.
--Non ancora--disse il signor Mariano. E soggiunse rivoltosi di nuovo
a suo figlio:--Povero Roberto! S'io fossi vissuto alcuni anni di più,
o se fossi stato meno imprevidente, che avvenire poteva essere il
tuo!... Con tanto ingegno, con tanta cultura!... Le lotte della
politica, i trionfi del Parlamento, chi sa che cosa ti avrebbe
aspettato!... E l'ambizione più santa dei padri è che i loro figliuoli
salgano ov'essi non hanno potuto salire, ottengano ciò ch'essi non
hanno potuto ottenere.... E invece....
--Oh babbo--interruppe il giovane--tu non sai che male mi faccia a
sentirti a parlare così.... tu mi lasci ciò che vale più della fortuna
di un Rothchild; mi lasci l'esempio della tua vita, della tua energia,
della tua probità.... Fin ch'io respiri, ti benedirò sempre, tu il
migliore, tu l'ottimo dei padri....
--Grazie--bisbigliò il signor Mariano--grazie, figliuol mio.
E lasciò cader la testa sui guanciali. A un cenno di Roberto, il
medico si chinò sul moribondo.
--La lucerna si spegne--disse con un filo di voce l'Arconti,
riconoscendo il dottore.
La sua pupilla si dilatò straordinariamente come se volesse arrestare
le ultime immagini della vita; un fremito gli corse tutte le membra;
la mano che Roberto teneva stretta nella sua si contrasse ed irrigidì.
Successe una breve agonia, e poi la morte.
Non si durò poca fatica a trascinar via Roberto, che s'era gettato
bocconi sul letto del defunto e non voleva staccarsene. Alla fine egli
si lasciò condur da sua madre, la quale capì che cosa significava
quella venuta e si abbandonò senza freno alla sua disperazione. Ma,
come accade nei caratteri deboli e malati, il suo dolore prendeva le
forme più stravaganti ed assurde, e a' suoi lamenti ella mesceva
ingiuste accuse contro gli altri. L'infermità di suo marito era stata
trascurata perchè non s'era voluto dir niente a lei. Se la si fosse
avvertita in tempo, ella avrebbe ben saputo evitar la catastrofe. Un
po' di svago, un po' di riposo avrebbe vinto appieno la malattia.
Invece Mariano s'era ammazzato a forza di lavoro, e la seduta pubblica
del maggio gli aveva dato l'ultimo crollo. Bisognava tener
responsabile l'-Unione- della disgrazia.... Già a questo proposito
ella aveva -le sue idee-, da cui non si doveva sperar di rimoverla.
Poi, s'interrompeva per battere i piedi, per prendersi la testa fra le
mani e strapparsi i capelli, e gridava ch'ella era la più disgraziata
delle donne, che in casa nessuno aveva tenuto conto di lei, nemmeno
Mariano, che il meglio ch'ella poteva fare era di morire, e via di
questo tono.
Quando Roberto s'avvide che nè le sue parole, nè le sue carezze
potevano calmare sua madre, egli cedette al bisogno irresistibile che
provava di rimaner solo, e andò a chiudersi nella sua camera da
studio. Avrebbe veduto volontieri, oh quanto! una persona, ma quella
persona non c'era. La signora Dal Bono non aveva stimato opportuno di
condur Lucilla ad assistere ad una così dolorosa tragedia, nè si
poteva darle torto.
Seduto su una poltrona, coi gomiti appuntati sulle ginocchia, con la
faccia nascosta tra le mani, il giovine rimase a lungo come
trasognato. Le lagrime gli si erano rasciugate sul ciglio, non
piangeva più, non pensava nemmeno; vedeva passarsi confusamente
davanti agli occhi le terribili immagini degli ultimi giorni, vedeva
il suo babbo adorato steso senza moto sul letto, ma credeva ancora di
vaneggiare, credeva che non fosse il suo babbo. Da mesi e mesi la
catastrofe era prevista, era ritenuta inevitabile, eppure, in quel
dormiveglia dello spirito, Roberto non sapeva ancora capacitarsi
ch'essa avesse colpito la sua casa. Curioso stato dell'animo, nel
quale si ha la coscenza dei fatti avvenuti, ma si presume ch'essi
siano avvenuti ad altri che a noi.
Alla lunga Roberto si risentì dal suo torpore, si guardò intorno, e si
alzò da sedere. Che brividi aveva per l'ossa! Si avvicinò alla
finestra. La pioggia batteva sui vetri; non uno squarcio azzurro nel
cielo; per quanto la pupilla si protendeva lontano era una sola
nuvola, grigia, uniforme, ampia come la volta del firmamento. Roberto
si mosse di nuovo e diè un'occhiata alle sue biblioteche. I suoi
libri, i suoi cari amici, la cui schiera era cresciuta con lui, essi
che avevano alimentato il suo pensiero, che avevano svegliato la sua
immaginazione, erano lì raccolti in bell'ordine, legati quasi tutti in
marocchino col titolo in oro sul dorso, a ricordargli un tempo finito
per sempre, il tempo dei cari studi, degli ozi fecondi,
dell'agiatezza. Molti tra quei libri glieli aveva regalati suo padre,
o nel giorno della sua festa, o al capo d'anno, o dopo gli esami, o in
altra ricorrenza qualsiasi, chè già al signor Mariano non mancavano
mai pretesti per far regali, E con che gusto eran scelti! C'era il
meglio di cinque letterature, la latina, l'italiana, la francese, la
tedesca, l'inglese. Poi c'erano i volumi comprati da lui, spendendo
buona parte della mesata che suo padre aveva cominciato a passargli
quando aveva compiuto i dodici anni e che gli aveva a grado a grado
aumentata col passar del tempo. Egli non aveva da pensare che a' suoi
minuti piaceri e a provvedersi i suoi testi di scuola. S'era quindi
formato una buona biblioteca scientifica, che poteva essergli preziosa
anche in avvenire.
Ah, la sua camera da studio! Quante ore liete vi aveva passate! Come
in essa tutto gli rammentava la sua infanzia gioconda, la sua
adolescenza felice e cinta d'affetto! Quando i suoi condiscepoli
venivano a visitarlo--oh!--essi dicevano--il tuo non è uno studio, è
una reggia.--Quei mobili così di buon gusto, quel parafuoco che la sua
mamma gli aveva ricamato, quel tagliacarte d'avorio, dono di Lucilla,
quei gingilli sparpagliati sulla consolle, quelle stampe appese alle
pareti, quel ricco album di fotografie, tutto insomma rivelava
un'esistenza confortata dagli agi e dalla tenerezza domestica. Poi i
cassetti della sua scrivania chiudevano altri tesori. In uno v'erano i
suoi versi, poichè il suo ingegno aveva pari disposizione per le
lettere e per le scienze, e i suoi versi, senz'essere capolavori,
erano spontanei, affettuosi; in un altro c'era una cartella co' suoi
disegni; progetti di fabbriche con le relative piante, cogli spaccati
e coi vari dettagli decorativi; più basso si trovavano i suoi
quaderni, i suoi calcoli algebrici, le sue formule, tutti i ricordi
insomma della scuola.
Ah, la sua camera da studio! Com'ella si rallegrava quando Lucilla vi
faceva una rapida apparizione col pretesto di veder una nuova
litografia, di prender un libro, oppure, senza tanti preamboli, per
salutarvi il suo amico. Vi restava per tutta la giornata come un
torpore di sole, come un profumo di fiori. Ma non era soltanto la
venuta di Lucilla che vi era cara e desiderata. Spesso il signor
Mariano entrava nel santuario di suo figlio, e vi si tratteneva per un
paio d'ore a fumare e a discorrer di mille cose. Pareva impossibile
come in mezzo a tante faccende il signor Mariano conservasse una
freschezza di fantasia da disgradarne un giovine che si affaccia alla
soglia dell'esistenza, come sapesse tenersi a giorno di tutte le
novità scientifiche e letterarie, come in tutti gli argomenti
riuscisse a essere un colto e amabile parlatore. I condiscepoli di
Roberto non s'infastidivano della sua presenza, non ammutolivano
davanti a lui, ma rimanevano stupefatti di tante cognizioni e di tanta
festività.
Ma ormai questa camera da studio non aveva più pregio pel nostro
giovine. Essa apparteneva al passato, apparteneva al periodo felice
della sua vita, a quel periodo che la morte di suo padre chiudeva per
sempre.
E in ogni modo, fino a quando avrebbe potuto rimanervi? Gli era pur
forza romper gl'indugi, rinunciare agli agi, gettarsi a capo fitto
nella lotta. Forse suo padre s'apponeva al vero rimproverandosi di
averlo avvezzato troppo bene. Oh! d'ora in poi non avrebbe camminato
sui soffici tappeti, non avrebbe potuto adagiarsi nelle poltrone a
molle e fumare il sigaro contemplando gli stucchi del soffitto. Chi sa
quale sarebbe stata la sua prima tappa nel viaggio faticoso? Anche
rimanendo in Milano (ed egli contava di andarsene per sottrarsi alla
tentazione di continuar nelle vecchie abitudini), anche rimanendo in
Milano gli sarebbe stato indispensabile cambiar casa, e questo era
anzi uno dei primi provvedimenti a cui egli doveva persuadere sua
madre.
Roberto non si dissimulava le infinite difficoltà che lo aspettavano
al varco, ma egli non era accasciato sotto il peso di queste; sentiva
in sè una fibra virile più atta a spezzar gli ostacoli che disposta a
lasciarsi spezzare. Ciò che l'opprimeva era il peso del suo dolore. Oh
il suo povero babbo! Il suo povero babbo!
I tristi uffici che la morte impone nelle case da lei visitate non
consentirono a Roberto di perdersi in troppo lunghe meditazioni.
Alcuni amici suoi e amici del defunto si erano offerti di alleggerirlo
di molte cure strazianti: egli li ringraziò, ma volle far quasi tutto
da sè. Scrisse di suo pugno gli avvisi mortuari, diede egli stesso
tutte le istruzioni pei funerali. Sua madre, in un momento di calma,
l'aveva fatto chiamare, aveva voluto veder l'avviso che le era parso
troppo semplice, e con la frivolezza vanitosa ch'era una delle sue
caratteristiche, gli aveva detto:--Bada di far le cose per bene. I
funerali del tuo povero padre devono esser splendidi.... Bisogna che
tutta Milano si accorga dell'uomo che ha perduto.... E che vi siano
necrologie su tutti i giornali.
A questo punto s'era messa a piangere.... Poi aveva imposto a Roberto
di spedir gli inviti a parecchie famiglie dell'aristocrazia con cui
ella era in qualche relazione.--Non siamo da meno di loro.... E voglio
saper esattamente chi sarà venuto e chi no.... per regolarmi in
avvenire.
La signora Federica parlava sempre dell'avvenire come s'esso avesse
potuto esser uguale al passato, come se non ci fosse per lei la
necessità di cambiar radicalmente il suo sistema di vita.
Comunque sia, il desiderio della signora Federica circa allo splendore
del servizio funebre fu pienamente esaudito, non tanto pel lusso della
cerimonia, quanto pel concorso delle pubbliche rappresentanze e dei
cittadini. Il cavaliere Arconti poteva aver avuto i suoi difetti,
poteva aver abusato alquanto della sua influenza nell'-Unione- per
trascinare la Società a qualche impresa un po' arrischiata e non
conforme appieno all'indole dello Statuto, ma le sue qualità eminenti
d'ingegno e di cuore, ma i sacrifizi da lui fatti in ogni tempo per la
sua patria gli avevano creato numerose simpatie e avevano reso
generale il compianto per la sua fine immatura. Vecchi commilitoni del
48, antichi conoscenti perduti di vista da un pezzo, Associazioni
operaie che noveravano il cavaliere Mariano fra i membri onorari,
avevano voluto far atto di presenza intorno alla sua bara, insieme
agli amici più intimi, alle rappresentanze del Municipio e della
Camera di Commercio, ai consiglieri, agli impiegati e a molti
azionisti dell'-Unione-, accorsi, malgrado le recenti vicende, a
rendere un estremo omaggio al già onnipossente direttore della
società. Nè erano mancate le carrozze dell'aristocrazia, il cui
intervento stava tanto a cuore alla signora Federica. E in mezzo al
dolore sincero ch'ella provava, quand'ella ebbe la relazione del
funerale, quando seppe che il carro mortuario era stato seguito
dall'equipaggio di casa X e di casa Y, quando lesse le numerose
necrologie comparse nei principali fogli della città, non potè a meno
di prender un'aria di trionfo e di esclamare:--Oh gli Arconti sono
qualche cosa in Milano!--indi la signora Federica ebbe un'-idea-, una
delle sue solite idee. Bisognava ordinare al Vela la statua di
Mariano. Non era possibile che Mariano non avesse un monumento, mentre
lo avevano tanti asini e tanti farabutti.
VI.
Erano giorni ben tristi per Roberto. Tutte le difficoltà della sua
nuova situazione gli si affollavano addosso imperiose e gli toglievano
quasi il respiro. In primo luogo, non era piccola noia per lui il
dover combattere le -idee- strampalate che nascevano come funghi nel
cervello balzano della signora Federica. Sappiamo che le era venuto il
ghiribizzo del monumento; poi s'era fitta in capo che si avesse da far
causa all'-Unione-; finalmente una mattina era entrata per tempissimo
in camera di suo figlio a suggerirgli un'operazione sui fondi turchi.
Un amico d'una sua amica aveva guadagnato una bella sommetta in una
speculazione simile, ed ella non capiva perchè Roberto non dovesse
tentar la fortuna. -Chi non risica non rosica-,--ella soggiungeva
sentenziosamente. Il giovane cercava alla meglio di persuader sua
madre a lasciarlo cheto, ma non vi riusciva che a mezzo. Poichè,
sebbene la signora Federica non rimanesse a lungo sopra un pensiero,
appena le era passata una fantasia gliene veniva un'altra, e la sua
mente era un'instancabile officina di fuochi artificiali.
Comunque sia, questa non era che una delle tante brighe di Roberto.
Quantunque egli avesse consentito a farsi aiutare da qualche amico in
alcuni uffici di minor conto, come scambio di biglietti,
ringraziamenti ai giornalisti, ecc. ecc., c'erano lettere a cui doveva
rispondere egli stesso, c'erano visite ch'egli non poteva ommettere,
nè poteva delegare ad altri. E ciò gli lasciava pochissimo agio di
occuparsi delle cose più serie, vale a dire di cercar l'impiego che
gli era tanto necessario. Aveva scritto alla direzione delle Ferrovie
meridionali per sentire se fosse ancora disponibile il posto che gli
era stato offerto mesi addietro in Calabria, ma quel posto non c'era
più; era stato dato da tre mesi a uno dei sessant'otto postulanti che
s'erano presentati. E da ogni parte gli si rispondeva che bisognava
aver pazienza, che il paese attraversava un periodo di crisi, che
tutte le aziende pubbliche e private rigurgitavano di personale, che
in ogni modo si sarebbe veduto, si sarebbe cercato; era giovine tanto,
l'avvenire era per lui. Parole, sempre parole, nulla più che
parole--egli osservava malinconicamente.
Una mattina, reduce da alcune faccende, egli trovò nel suo studio uno
de' più servizievoli amici suoi, il giovane ingegnere Giorgio Leoni,
il quale stava scrivendo gli indirizzi su alcune buste che contenevano
delle carte da visita. Oh--disse Roberto--guardando uno di quegli
indirizzi.--Selmi aveva mandato il biglietto?
--Sì, eccolo qua.
Roberto lesse: -Odoardo Selmi, miniera di Valduria in Romagna-. Indi
soggiunse, rivolgendosi al suo amico.
--Lo sapevi che egli aveva quest'impiego?
--Io no. Da quando ha finito il Politecnico, e lo ha finito un anno
prima di noi, io non ne avevo più saputo novella.
--A ogni modo, fu una cortesia il ricordarsi di me in questa
circostanza. Gli si era mandata la partecipazione?
--No....
--Avrà letto qualche necrologia sui giornali.
--Povero Selmi--soggiunse Leoni--era un ottimo diavolaccio, leale,
affettuoso, ma non era un'aquila, nè aveva una grande istruzione.
--Era paziente, attivo.... Non so se avesse famiglia....
--I genitori eran morti.... Deve aver avuto una sorella minore. Forse
si sarà maritata.... La nominava spesso.
--Ebbene, intanto egli ha un impiego.
--Sì, in una miniera. Bel gusto! C'è da morire di malinconia.
--Chi sa?
Roberto si allontanò dall'amico e andò verso la sua scrivania, ove
s'immerse nell'esame di alcune carte. Ormai egli possedeva tutti gli
elementi necessari per farsi un'idea esatta della situazione economica
della famiglia. I conti non s'eran fatti aspettare; appena morto il
cavalier Mariano, i vari creditori s'erano affrettati a mandar le loro
polizze; dal canto loro, i nuovi preposti all'-Unione-, non avevano
perduto troppo tempo. Avevano trasmesso a Roberto una copia della
partita del defunto Direttore, partita che, per i prelevamenti fatti
nell'anno, si saldava con un piccolo -deficit-, anche accettando il
bilancio quale era stato presentato all'Assemblea generale e tenendo
conto del dividendo sulle dieci azioni del cav. Mariano. Tuttavia la
Società dichiarava non solo di rinunciare al ricupero del suo credito,
ma altresì di assegnare alla vedova del benemerito Direttore per una
volta tanto la somma di dieci mila lire. Quantunque fosse una
soluzione men disastrosa di quello che si poteva attendere con gli
umori che spiravano nella Società, la signora Federica montò sulle
furie, disse che diecimila lire erano un insulto, che dovevano essere
almeno quarantamila, e che bisognava assolutamente far lite, nè si
lasciò convincere del contrario dalle ragioni di Roberto. Bensì le
venne in soccorso anche questa volta la sua insanabile leggerezza, che
di lì a brevissimo tempo le fece volger ad altro il pensiero.
--Insomma--ella chiese un giorno a suo figlio--si può saper
positivamente quello che ci resta, pagati tutti i debiti?
Roberto l'aveva detto altre volte, ma non ebbe nessuna difficoltà di
ripeterlo.
--Le diecimila lire dell'indennità--egli rispose--possiamo ritenerle
assorbite dalle vecchie passività e dalle spese straordinarie di
questi mesi; ci restano ancora le tue ventimila lire di dote investite
in rendita, le dieci azioni dell'-Unione- che appartenevano al babbo,
cioè altre diecimila lire, le cinque azioni mie, le cinque tue,
diecimila lire anche queste. Sono quarantamila lire da potersi
realizzare a nostro piacere. Poi c'è l'impianto della casa, poi ci
sono le tue gioie, che importeranno anch'esse qualche migliaio di
lire....
--Non curiamoci delle gioie--interruppe la signora Federica.--Hai
detto che c'è una quarantina di mila lire realizzabili quando si
voglia?
--Sì. Ebbene?
--Ebbene--continuò la signora Federica--quarantamila lire sono un
discreto capitale.
Roberto, che sapeva come in casa sua si fossero spese fino alla morte
di suo padre circa trentamila lire all'anno, non potè a meno di
sorridere.--Ti pare?--egli disse.
--Sicuro, non già per viverci sopra senza far nulla....
--In nome del cielo!--esclamò il giovine, cui non pareva vero di
sentir dalla bocca di sua madre una cosa ragionevole.
--Un discreto capitale--proseguì la signora Federica--per farlo
girare, per metterlo in commercio.
--In commercio? E chi dovrebbe metterlo in commercio?
--Oh bella! Tu stesso!... Vedi, Roberto, tu hai poca fede nel tuo
ingegno.... E sì che l'ingegno non ti manca.... Ti manca
l'iniziativa.... Capisco le tue obbiezioni alla proposta di far affari
di Borsa.... Quelli lì han rovinato molta gente.... Ma il commercio è
tutt'altra cosa.... E adesso anche i giornali dicono che ci sarà da
guadagnare un bel gruzzolo di moneta nei grani.... Guarda piuttosto,
guarda co' tuoi occhi.
Si tolse di tasca un numero d'un giornale, e segnò a suo figlio un
articolo che cominciava con queste parole: «Tutto sorride quest'anno
ai negozianti di cereali. La corrente dell'aumento è pronunziatissima,
e non si fermerà così presto.»
--Cara mammina--disse Roberto, restituendo il giornale piegato alla
signora Federica--quando ti persuaderai che di queste faccende me
n'intendo un pochino più di te.... e che nemmeno i tuoi grani fanno al
caso nostro?
--Il presuntuoso? Se ne intende?... Con quella pratica di mondo che
ha! Non sa che criticar tutto, e non suggerisce nulla, e così si
lascerà venir l'acqua alla gola.
Era uno strano modo d'invertire le parti, e Roberto si lasciò scappare
un punto ammirativo, che la signora Federica rilevò alquanto stizzita.
--Già; e tu, che ridi sempre delle mie idee, potresti farmi sapere un
po' quali sono le tue?
--Oh mi spiccio in due parole. Col primo del mese si cambia casa, si
smette la carrozza, si licenzia la servitù, ad eccezione d'una
persona....
--Questo vuoi fare?--proruppe scandalizzata la signora Federica.
--Sì, cara mamma--egli soggiunse, prendendole le mani nelle sue--e tu
mi aiuterai, perchè sei buona, e non puoi volere che il tuo Roberto
finisca coll'andare in prigione per debiti....
Ma la signora Federica non volle sentir altro. Si svincolò da suo
figlio, e uscì dalla stanza gridando ch'era vittima della peggiore di
tutte le tirannie.
Nondimeno, la sua resistenza si spuntava contro la volontà calma, ma
inflessibile, di Roberto. Prima che si compisse il termine stabilito,
egli aveva già posto ad effetto la massima parte dei suo programma. Lo
splendido appartamento in via Monte Napoleone era stato mutato in un
quartierino modestissimo in una delle nuove strade della città, la
servitù s'era ridotta ad una persona, la carrozza era scomparsa,
quantunque la signora Federica avesse dichiarato eroicamente che,
piuttosto d'uscire a piedi, ella sarebbe rimasta in casa tutta la
vita. Inoltre Roberto aveva provveduto in modo che sua madre non
potesse disporre senza il suo consentimento della modesta sostanza che
l'era rimasta. Ch'ella vivesse con la sola rendita non era possibile;
però il capitale non doveva essere toccato che a poco per volta.
Presto o tardi, Roberto sarebbe stato in grado di colmare il disavanzo
co' suoi guadagni.
Del matrimonio non si parlava più che come di cosa remota. Il giovine
Arconti sapeva che, prima d'acquistar il diritto di favellarne, egli
doveva vincere ben altre battaglie che quelle combattute sinora. Ma
egli vedeva spesso Lucilla, perchè le Dal Bono venivano sovente dalla
signora Federica, e perch'egli si recava qualche volta a casa loro.
Queste visite infastidivano il signor Benedetto, che ne rimproverava
le sue donne; ma non osava proibirle direttamente a Roberto. Il
temperamento focoso degli Arconti sbigottiva il valorosissimo uomo, il
quale, durante la malattia del signor Mariano, s'era fitto in capo di
avere anche lui un'affezione al cuore, e temeva che tutto potesse
esacerbarla.
La signora Federica andava pazza per Lucilla, che le dava ragione in
molte delle sue lagnanze contro il suo figliuolo, e specialmente in
quella relativa alla carrozza.
--Roberto è un esagerato--diceva la ragazza con la sua frase
preferita.--La carrozza non è una cosa di lusso. Chi c'è in Milano che
stia senza carrozza?--Indi rivolgendosi a Gipsy, che l'accompagnava
quasi sempre, soggiungeva sentenziosamente:--Ah Gipsy, questi uomini
son proprio tutti d'uno stampo.... Su, bella, ritta, sulle due zampe
di dietro.... così.... Brava, Gipsy, brava!
E la spensierata fanciulla batteva le mani alle prodezze ammirabili
della sua cagnetta.
Roberto vedeva tutto con gli occhi di innamorato, e si sforzava di
persuadersi che il tempo avrebbe dato a Lucilla la serietà che le
mancava. Ch'ella gli volesse bene era certo, ed egli gliene voleva
tanto!
Qualche volta egli riusciva ad aver un colloquio a quattr'occhi con lei,
e usava della sua eloquenza, che non era poca, per convincerla ch'egli
non poteva agir diversamente da quello che agiva.--Credilo--egli le
diceva--è anche nell'interesse del nostro matrimonio che tengo questa
via. Vedendomi assestato, economo, previdente, tuo padre avrà minor
difficoltà a consentire alle nostre nozze, quando, ottenuta una buona
posizione, io gli farò la domanda formale della tua mano.
--Sì, sì--rispondeva Lucilla, tentennando il capo--sarà verissimo che
tutte le strade conducono a Roma, ma quella che hai scelta è la più
lunga.... Con un po' di audacia....
--Oh! le ubbie della mamma....
--Ubbie fin che vuoi, ma intanto la famosa posizione che stai sempre
aspettando non si vede....
--Si vedrà.
--Ci sposeremo a ottant'anni. Nella cronaca dei giornali cittadini del
secolo venturo si leggerà: -Oggi si è celebrato davanti al Sindaco il
matrimonio di due venerabili....-
--Zitto--interruppe Roberto, e le mise la mano sulla bocca.--Dimmi
piuttosto, se in questo frattempo....
--In quale frattempo? Da oggi al 1920? Al 1930 forse?
--Bambina! Se nei tre o quattro anni ch'io impiegherò a conquistare il
mio posto nel mondo, ti si presenterà qualche gran signore...
--E mi chiederà in moglie?
--Sì.
--Risponderò: signore, scusi tanto, ma sono impegnata. Come a una
festa quando vi domandano una polka che si deve ballare con un altro.
--Non far queste similitudini....
--Oh l'uomo grave! Non permette scherzi....
--Se verrà qualche marchese, qualche conte con le sue nove palle sul
biglietto da visita?...
--Lo manderò pei fatti suoi....
--Non ti lusinga dunque una gran ricchezza, un bello stemma di
nobiltà?...
--E torni sempre a battere lo stesso chiodo. T'ho detto di no.... Mi
basta esser -madama-....
--Perchè -madama-?
--Via, -signora-, la -signora- Arconti. Va bene?
--Oh va tanto bene.
E il colloquio finiva con un bacio scoccato da Roberto sulle floride
guancie della sua fanciulla.
Pure l'Arconti aveva i suoi momenti di scoraggiamento. Promesse
d'impieghi futuri ne aveva in gran quantità, ma le promesse non si
cambiavano in fatti, ed egli, assestate ormai alla meglio le cose
domestiche, sentiva di non poter restare in ozio. Avrebbe avuto i suoi
libri, i suoi studi; ma era inutile. Guai a lui se cedeva alle
lusinghe d'una vita puramente intellettuale!
Un giorno, mentre rovistava alcune carte, il suo sguardo tornò a
cadere sopra un biglietto da visita che aveva già attirato la sua
attenzione---Odoardo Selmi, miniera di Valduria, in Romagna.---Aveva
scritto a tanta gente; perchè non poteva scrivere anche a questo
vecchio condiscepolo che s'era ricordato di lui? Se ci fosse
un'occupazione alla miniera?
Non potè a meno di riflettere che sarebbe stata un'occupazione poco
allegra, per lui sopratutto, avvezzo alla vita di Milano, ma scacciò
subito da sè questa pensiero. O che aveva il diritto di cercare
un'occupazione allegra? Qualunque fosse, pur che onesta, doveva esser
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