--Odoardo--ella esclamò ad un tratto, prendendogli tutte e due le mani--Odoardo, tu mi inganni, tu mi nascondi il vero. Se le cose fossero come tu dici, non saresti così turbato... Ci dev'esser di peggio, di peggio assai... No, Roberto non t'ha scritto, Roberto non t'ha mandato nessun'ambasciata; la disgrazia della quale tu parli ha colpito lui, lui solo forse... Odoardo esitava. Ella gli gettò le braccia al collo, e con voce strozzata dal terrore, soggiunse:--Dimmi tutta la verità. È morto? --No, Maria, no.... almeno lo spero... anzi può darsi ch'egli sia rimasto illeso.... --Come? Illeso?... Ma allora?... Chi è che ha mandato a chiamarti? Cosa t'han detto? Odoardo le riferì confusamente quello che sapeva, nè certo il racconto era tale da acquetare le apprensioni di sua sorella. Ella sentiva venirsi meno, e vi fu un istante in cui credette di non poter più reggersi in piedi. Ma la forza della volontà vinse in lei la debolezza fisica.--Non c'è un minuto da perdere--ella disse.--Andiamo. --Tu, Maria?--esclamò Odoardo, stupito della risoluzione annunciata in questa parola.--Che vuoi far tu? --Aiutarti a salvarlo--ella rispose con impeto. E soggiunse con accento supplichevole:--Non puoi lasciarmi morire d'inquietudine qui.... Andiamo. E s'avviava. --Aspetta. Già non si parte finchè non abbian preparata una pompa da portare a Rignano... Cosa dirà la gente a veder te, una ragazza?... --Dirà che c'era una creatura umana da sottrarre alla morte, e che non ho voluto restar inoperosa neppur io. --Maria, Maria, come lo ami! --Ebbene, è vero, lo amo--singhiozzò la fanciulla abbandonando la testa sull'òmero di Odoardo.--Ma anche se non lo amassi, vorrei oggi seguirti. Quantunque vinto a mezzo, il Selmi tentò un'altra obbiezione. --Riflettici ancora, Maria...--Io spero che riusciremo.... Ma se non riuscissimo... se dovessimo arrivare troppo tardi... saresti abbastanza forte da resistere a questa scossa? --Sì, sì, Odoardo.... Lo sai che sono forte... Sono preparata a tutto, fuori che ad aspettare qui. Visto ch'ell'era irremovibile nel suo proponimento, egli la baciò in fronte e disse--Poichè lo vuoi proprio, andiamo. Di lì a poco, Odoardo e Maria lasciarono Valduria insieme a una dozzina d'uomini scelti fra i più robusti, fra i più intelligenti, fra i più agguerriti contro i pericoli della vita sotterranea. Del resto, tutti i lavoranti della miniera avrebbero voluto dividere i rischi e gli onori della spedizione, giacchè l'ingegnere Arconti era amato e stimato da tutti, e la notizia giunta da Rignano aveva singolarmente commosso tutti gli animi. Nel partire. Maria sentì cento voci intorno a lei che dicevano:--Lo salvino, Lo salvino--e vide dipinta su cento faccie un'ansietà schietta e profonda. E nessuno mostrava maraviglia ch'ella accompagnasse il fratello, e nessuno dubitava che la sua presenza sul luogo del disastro potesse essere un imbarazzo. Si sapeva già che cuor d'eroina battesse in quel corpo esile. E si sapeva anche ch'ella amava Roberto, perchè i segreti del cuore sono i più difficili a custodirsi. -Corinna- osservava con ragione che -les âmes passionnées se trahissent de mille manières et ce que l'on contient toujours est bien faible-. La strada da Valduria a Rignano era ripida e imbrecciata di ghiaia grossa, e non la si percorreva ordinariamente in vettura. Bensì, per trasportare lo zolfo della miniera, si soleva far uso di carri massicci tirati da buoi o da muli. Su due muli erano appunto montati l'ingegnere Selmi e sua sorella; gli altri venivano dietro, parte a piedi, parte in un baroccio, sul quale era caricata una pompa. Si andava avanti in silenzio con la maggior celerità concessa dal terreno inuguale e dall'erto pendio che bisognava salire. Le poche case sparse qua e là lungo la strada erano quasi tutte abitate da famiglie di minatori, nelle quali il triste fatto di Rignano destava una simpatia dolorosa, come un avvertimento di ciò che poteva accadere un giorno ai loro cari. Ritte sulla soglia, o affacciate alla finestra, o appoggiate alla ringhiera della rustica scala di legno, le donne accompagnavano la comitiva coi loro voti e con le loro benedizioni, mentre i bambini guardavano attoniti Maria, che scuoteva impaziente le briglie sul collo della sua cavalcatura e non trovava per essi l'usato sorriso. Giù nella valle intanto, fuori del raggio della miniera, nulla turbava l'andamento ordinario della vita. E l'eco portava in alto le allegre canzoni dei mietitori e le voci dei mandriani che richiamavano la gregge dispersa, e il tintinnio dei sonagli appesi al collo degli armenti. La strada saliva, saliva, bianca, luminosa, nuotante nel sole. Maria ne aveva gli occhi abbarbagliati. Ella affogava in un mare di luce.... E Roberto? XXIX. La calma ch'era subentrata nell'animo di Roberto al primo scoppio di dolore e di rabbia non durò che pochi istanti. Egli si levò da sedere, e si mise a girare a passi concitati per la sua cella combattuto di nuovo fra il sentimento della realtà e la speranza d'essere vittima di un'allucinazione. Si avvicinò al lume, e guardò l'orologio. Era fermo. L'urto della caduta ne aveva sconquassato la macchina, e la lancetta s'era arrestata alle 7 e 35, cioè all'ora precisa in cui era successa la catastrofe. Roberto n'ebbe un triste presagio, come se qualcheduno gli avesse detto: Alle 7 e 35 il tempo ha cessato di scorrer per te, ed è cominciata l'eternità. Era orribile, era orribile. Per quanto egli tendesse l'orecchio, nessun rumore gli veniva dal di fuori, nemmeno quello dell'acqua, che forse aveva ormai riempito senza contrasto tutta la galleria e che principiava già a penetrare in sottilissimi rigagnoli nella sua carcere. Misurati solo dall'angoscia, i minuti gli parevano eterni; c'erano momenti in cui avrebbe creduto d'esser chiuso lì dentro da più giorni, se il veder che la lampada ardeva ancora non lo avesse persuaso del contrario. Essa ardeva ancora, e gli consentiva di mirar la sua ombra profilarsi sulle tetre pareti del suo sepolcro, e di contar le venature del sasso, e di penetrar con lo sguardo nei solchi profondi che il martello dei minatori vi aveva scavato in altri tempi. Ma a poco a poco la fiamma cominciò ad oscillare; s'illanguidì gradatamente, ora più debole si rianimò a un tratto, e si spense. Per qualche secondo lo stoppino continuò a mandare una luce rossastra, ora più intensa, simile a quella d'un carbone acceso che si avvivi col fiato; poi anche quella luce finì in uno scoppiettìo di scintille, e le tenebre avvolsero il povero prigioniero. Gli venne un dubbio; era proprio il lume che s'era spento, o erano i suoi occhi che non vedevano più? Aveva in tasca una scatola di fiammiferi; tentò di accenderne uno, poi un altro, poi un terzo, ma non vi riuscì in causa dell'umidità che s'era infiltrata ne' suoi vestiti. Però, a ognuno di quei tentativi, il fosforo lasciava sul dorso della scatola una striscia azzurrognola, che rompeva l'oscurità. Roberto ristette dalle inutili prove. E invero, che gl'importava persuadersi che i suoi occhi ci vedevano ancora, se il sole non doveva venir più a visitarli? Gli astri brillano invano pel cieco, ma per chi è circondato d'ombre profonde non vale l'esser veggente. Si accosciò in un angolo cercando di non pensare, di assopirsi, di uccidere in sè, prima che la vita, il sentimento della vita. Gravi sofferenze fisiche non ne aveva; aveva un peso alla testa, aveva un languore allo stomaco, ma nulla d'acuto, nulla d'intollerabile; segno che non si trovava da un pezzo laggiù. Oh se avesse potuto dormire, se avesse potuto passar da un sonno ad un altro! Dicono che agli orientali non sia difficile conseguire questa immobilità rassegnata, questo annichilamento dell'essere. Ma gli sforzi che Roberto faceva per sopprimere le sue facoltà parevano invece aguzzarle. Non distratto ormai da nessun oggetto esteriore, si ripiegava con una sensibilità più squisita su sè medesimo, numerava le pulsazioni del suo cuore, scendeva nella sua anima. Gli alti e solenni pensieri della morte gli si affacciavano alla mente. Il -to be or not to be- di Amleto gli risonava all'orecchio. Era giunto dunque a quel limitare tremendo che nessuno ha mai varcato due volte? Stava per trovare l'incognita di quel problema che affatica gl'intelletti più poderosi e che, col chiudersi della vita, si risolve da sè anche al povero ilota? Poche ore ancora, e tutto sarebbe finito... o tutto ricomincierebbe da capo. Roberto Arconti era figlio del suo secolo e del suo paese. La questione religiosa non aveva mai assorbito il suo spirito; però la sua anima era troppo elevata da appagarsi d'un indifferentismo volgare. Aveva avuto nella sua giovinezza i suoi periodi di lotte, d'ansietà cupe e profonde; se non s'era acquetato nella fede, era perchè non aveva potuto credere. Gli pareva che le varie teologie avessero rimpicciolito il concetto grandioso della potenza regolatrice dell'universo; non sapeva piegar le ginocchia davanti a questo Dio che gli uomini hanno creato a immagine loro, prestandogli i loro odi e le loro passioni, facendone lo strumento delle loro vendette e della loro libidine di dominio. Alle affermazioni dogmatiche di tutte le chiese gli piaceva contrapporre il procedimento cauto ed onesto della scienza che muove alla ricerca del vero, non d'altro, sollecita che d'accrescere il patrimonio dello spirito umano. Eppure.... eppure la scienza stessa lasciava in lui un vuoto, che non poteva colmarsi; essa non gli spiegava ogni cosa. Era costretto a riconoscere ch'essa non bastava nè sempre, nè a tutti; che pei deboli, che pegli umili essa non chiudeva in sè la virtù redentrice d'una speranza immortale, che per nessuno essa offriva sufficiente compenso alle ingiustizie del mondo. Ciò non lo aveva indotto ad accettare dottrine che gli ripugnavano, ma lo aveva reso nemico d'ogni specie d'intolleranza, e aveva fatto del suo scetticismo pensoso una cosa ben dissimile dalla negazione provocante e sguajata. Nè adesso, all'avvicinarsi dell'ora suprema, mutava tenore. Era stato sincero e non voleva per viltà mentire a sè medesimo. Se un tribunale incomprensibile, misterioso, aspetta al varco gli estinti, egli poteva affrontarlo impavido, certo della rettitudine de' suoi atti e delle sue intenzioni. Il male, gli era lecito dirlo senza jattanza, egli non lo aveva fatto mai, forse aveva fatto del bene, aveva ubbidito a quella legge di simpatia che ci affratella con gli altri uomini e ch'è certo la prima fra tutte le religioni, la più vera e divina. Così da queste escursioni oltretomba il suo spirito si ritraeva piuttosto rinfrancato che sbigottito. Sentiva che non avrebbe temuto la morte se non avesse amato la vita. Sì; aveva creduto d'odiare la vita, ma s'era ingannato. L'amava perch'era giovine, perchè il sangue gli correva rapido nelle vene, perchè aveva intatte le forze del corpo e dell'intelletto, perchè malgrado dei recenti disinganni, il futuro aveva pur sempre qualche attrattiva per lui. Ebbe un altro accesso di disperazione. Gridò ancora, tese ancora l'orecchio. Nulla, nulla. Non aveva più nozione del tempo; sapeva che la lampada poteva aver durato due o tre ore: ma quante n'eran passate dopo ch'essa era spenta? Possibile che nessuno si curasse di lui, che non si tentasse nemmeno di soccorrerlo? Oh se ci fosse stato Odoardo Selmi! Ma Odoardo Selmi non c'era; egli si trovava in mezzo a gente poco meno ch'estranea. Pensò a quelli che gli erano più cari; pensò a sua madre, a cui la natural leggerezza dell'indole non avrebbe in questo caso bastato a temperare un'angoscia mortale; a sua madre, ch'egli lasciava, non povera affatto, ma priva di quegli agi che erano per lei una necessità, e, ciò ch'era peggio, priva di quei consigli che le erano indispensabili per regolarsi nella vita. Sventuratissima donna! Poche settimane addietro, egli l'aveva vista ancora giovine, ancora vigorosa, ancora piena d'illusioni. Che crollo darebbero adesso le sue illusioni, la sua gioventù, il suo vigore! E Lucilla? Egli non era più il suo amante, il suo promesso sposo, ma si poteva per questo distruggere il passato? Nel sentirsi dire: Roberto è morto! quante memorie dovevano svegliarsi nell'anima della leggiadra fanciulla!... Oh! Ella aveva appena diciotto anni; era bella e felice, era corteggiata, avrebbe presto dimenticato! Un'altra immagine si presentava allo spirito di Roberto, e gli empiva l'animo di commozione e gli occhi di lagrime. Nella dolce sembianza di donna evocata dalla sua fantasia era dipinto un dolore diverso, ma non meno profondo di quello ch'egli si raffigurava in sua madre, uno di quei dolori che non cercano e non ammettono conforti, ma inaridiscono le fonti stesse dell'esistenza. Nessuno, nessuno lo aveva amato come Maria! E dover morire senza lasciarle un addio, senza stringerle la mano, senza dirle che se non l'aveva ricambiata di pari amore, le aveva pur voluto tanto bene, tanto bene da non saper più in che differisse dall'amore una tenerezza sì grande!... Oh se fosse uscito di là! Si alzò ancora una volta, e si mise a brancolare nel buio. Ma camminava con fatica, sia perchè l'acqua infiltratasi da varie parti aveva reso il terreno fradicio e molle, sia perchè le gambe stentavano a reggerlo. Aveva un gelo nell'ossa; solo la testa gli ardeva come se fosse tra le vampe d'una fornace. Era già tormentato dalla fame, ma più che la fame, lo divorava la sete. Nè poteva estinguerla, nè poteva raccogliere nessuna delle goccie che, a lunghi intervalli, cadevano dalla vôlta e andavano a mescolarsi alla densa e ributtante poltiglia che gli stava ai piedi. Ormai ogni minuto gli aggiungeva uno spasimo nuovo; erano contrazioni violente, erano impeti subitanei che gli mettevano addosso un bisogno irresistibile di franger qualcosa coi denti. Nel maciullare il fazzoletto, si morse per inavvertenza la mano, e la ritrasse inorridito, parendogli, che, se ne fosse spillata una sola goccia di sangue, una selvaggia voluttà d'antropofago si sarebbe impadronita di lui. Ormai anche nel suo cervello c'era una confusione orribile; la sua ragione si smarriva; urli disperati gli prorompevano dal petto, simili piuttosto a ruggito di belva che a voce umana. Ma in quel caos della mente, in quel naufragio della coscienza sornuotava un pensiero, il pensiero cioè ch'egli poteva, volendo, accorciare i suoi patimenti... Ebbene? Non aveva già sofferto abbastanza? Afferrò il revolver e lo avvicinò alle tempie. Il freddo dell'acciaio brunito gli recò un leggero sollievo, ed egli appoggiò per qualche secondo la fronte sulla canna a cui stava per chiedere un riposo più lungo. Era però sul punto di troncare gl'indugi e premere il grilletto, quando gli ferì l'orecchio un mormorio vago, lontano. Forse era un'illusione dei sensi, una delle tante allucinazioni che precedono l'agonia. Forse era una nuova frana, forse era il romore dell'acqua che s'era aperta un'altra strada. Si mise in ascolto cercando di calmarsi, di raccoglier le poche forze che gli rimanevano, di raccapezzar le sue idee. E quel romore continuava, nè Roberto sapeva spiegarsi che fosse; pur non pareva strepito d'acqua che irrompe o di terra che si scoscende; era, per dir così, un romore fatto di romori diversi. Il povero sepolto vivo, che ormai non poteva più reggersi in piedi, si trascinò carponi dalla parte ond'esso veniva, e, appoggiato l'orecchio al suolo, stette lì immobile, trattenendo il respiro, comprimendo con una mano il cuore che minacciava di scoppiargli nel petto. In questa posizione, le onde sonore gli arrivavano più distinte, avvicinandosi e allontanandosi con alterna vicenda, facendo con le loro vibrazioni traballare il terreno. Non riusciva ancora ad afferrare bene quei suoni, non avrebbe ancora saputo dar loro un nome; aveva acquistato però la certezza che qualche cosa si moveva al di là della sua prigione, e gli era lecito indurne che non era abbandonato, dimenticato del tutto. Col rinascere della speranza riebbe un po' di vigore, si rizzò con mezza la persona puntellandosi ai gomiti, e con quanto fiato gli restava invocò ripetutamente soccorso. Poi ricadde esausto. Vi furono alcuni istanti di silenzio profondo, spaventoso, durante i quali Roberto credette di aver sognato; ma il silenzio non tardò ad esser rotto da un romore nuovo, che somigliava a quello di più voci confuse in una voce sola. Si era dunque sentito il suo grido, si era dunque risposto al suo appello? Si sapeva dunque non di andar alla ricerca d'un cadavere, ma alla liberazione d'un vivo? Vivo? Non c'era una amara ironia in questa parola e in questo pensiero? Era ben sicuro di esser vivo al giungere de' suoi salvatori? Era sicuro che la morte non li avrebbe preceduti? Alla gioia della prima impressione succedette in lui un accasciamento profondo. Che giova al naufrago di veder la spiaggia se non ha lena per arrivarvi? Lo sforzo fatto in un momento di esaltazione l'aveva lasciato sfinito. Le sue pene, per poco sospese, s'erano rinnovate con maggiore intensità, la sua intelligenza, rischiarata da un raggio improvviso, era di nuovo ravvolta d'ombre. Egli giaceva inerte al suolo con la testa e col corpo nel fango, inzuppato d'una melma infetta e nauseabonda. Non riusciva più a connettere due idee; le cose anche più vicine gli facevano l'effetto di pallide reminiscenze. Il suo stato era un sopore doloroso, in cui egli smarriva a tratti ogni consapevolezza di sè. C'era lì una persona che soffriva fuor di misura, ma egli non avrebbe potuto dire chi fosse quella persona; un respiro affannoso e grave gli suonava all'orecchio, ma egli non capiva di chi fosse quel respiro. Si ricordava d'aver assistito a un tremendo disastro. Una galleria era crollata e -qualcheduno- era rimasto dietro, le rovine.... Un lume aveva illuminato per breve tempo l'oscura prigione, e s'era spento; -qualcheduno- aveva patito la fame.... Si ricordava d'un'arma ch'era stata afferrata, poi gettata in un canto, si ricordava di rumori esterni, di voci lontane che avevano rotto il silenzio di quella tomba, che vi avevano portato il conforto d'una speranza ineffabile... Dopo d'allora, che cos'era avvenuto? Perchè quella speranza non mandava più la sua luce? Eppure quei rumori non erano svaniti, anzi lo scuotevano di quando in quando dal suo dormiveglia, gli eccheggiavano nel capo com'entro le pareti di una camera vuota, ma il significato gliene sfuggiva. Solo una voce interna gli ripeteva: troppo tardi! troppo tardi! I lavori di salvamento continuavano da due giorni con un'attività febbrile. Principiati un po' alla cieca prima dell'arrivo di Odoardo Selmi, erano stati ripresi con maggior vigore dacchè egli ne aveva assunto la direzione. L'idea di sottrarre il suo amico a una morte crudele s'egli viveva ancora, o di render gli estremi uffici al suo corpo s'egli era già stato sepolto sotto le macerie, affinava il suo ingegno, centuplicava le sue forze e il suo coraggio. Maria non aveva voluto staccarsi da lui. Confusa coi minatori, con le sottane rimboccate, immersa nell'acqua fin sopra il ginocchio, dimentica di tutto fuor che del suo amore e di ciò ch'ella giudicava il suo dovere, l'esile fanciulla partecipava alle fatiche e ai pericoli dell'impresa. Ella sentiva che non sarebbe sopravvissuta ad un insuccesso. Ma non si lamentava, ma non spendeva vane parole a stimolar l'energia degli altri. La sua presenza colà ed il suo esempio valevano più d'ogni eccitamento. Chi si sarebbe stancato finchè non si stancava lei, chi avrebbe disperato finch'ella non disperava? Del resto era in tutti un ardore uguale. Bisogna dirlo ad onore di questa povera natura umana; ci sono momenti nei quali in ogni anima, anche nella più pigra, si sprigiona la scintilla del bene, scatta la molla del sacrifizio e dell'abnegazione. Le difficoltà da superare erano di due specie. Conveniva prima liberar la galleria dall'acqua che l'aveva resa impraticabile affatto; conveniva poscia aprirsi un passaggio attraverso una frana dello spessore di parecchi metri. A più riprese parve d'esser giunti a buon porto, a più riprese tutto fu rimesso in questione. L'acqua scacciata da una parte tornava dall'altra parte, e quando alla fine essa fu ridotta a un livello abbastanza basso da permetter d'avanzarsi e di cominciare ad adoperar le vanghe, si corse per ben due volte il pericolo di rimaner sepolti sotto un nuovo avvallamento di terra. Onde la necessità di batter ritirata e di rimettersi all'opera. Allorchè la voce di Roberto riuscì a farsi sentire al di là della barriera che lo separava dai vivi, nell'animo dei più era, non già scemata la risoluzione di combattere, ma scossa la fede di vincere. Quel grido, a cui si rispose con un urrà strepitoso, trionfò d'ogni stanchezza e d'ogni dubbio.--Lo sapevo che lo avremmo salvato--disse Maria, padroneggiando a fatica la violenta emozione che le toglieva il respiro. Si guadagnava terreno a oncia a oncia lavorando con lena raddoppiata, in quegli atteggiamenti disagiati ch'erano concessi dall'angustia dello spazio, in mezzo a un'aria densa, che rendeva debole e incerta la luce delle lampade. Ma già la meta era vicina. Potevano restar da scavarsi due o tre metri al più, e Odoardo Selmi moderava l'ardore dei minatori per non mettere a repentaglio con una soverchia precipitazione i risultati ottenuti. Quella galleria improvvisata gli pareva un miracolo; gli pareva che un nonnulla dovesse farla crollare. A ogni modo, non era da illudersi; essa non avrebbe durato che pochi giorni, poche ore forse. Non importa; pur che durasse finchè Roberto era salvo. Una nuova preoccupazione s'era impadronita degli animi ed era dipinta sui volti. Perchè Roberto non aveva ripetuto il suo grido di soccorso? Perchè, chiamato a nome, non aveva risposto?... Se quel grido fosse stato il suo ultimo grido? Maria leggeva negli occhi di tutti quel sentimento di terrore che le labbra non osavano esprimere. Ma non voleva dubitare della Provvidenza. Diceva fra sè:--Sarà forse spossato, come sono spossata io. Infatti la stanchezza la soverchiava. Già due volte, seduta sopra una motta di terra, aveva suo malgrado abbassate le palpebre e lasciata cader la testa sul petto. Ora però era ben desta. Il momento decisivo era giunto; ancora pochi colpi di zappa, e poi ogni dubbio sarebbe stato rimosso. L'ansietà rallentava i palpiti di tutti i cuori. Odoardo tentò di allontanar sua sorella. Ma ella gli si strinse addosso e gli susurrò:--Se mi movessi di qui, sento che non soppravviverei un minuto. La sua voce era un soffio. Lo notò ella stessa, soggiungendo:--Anche la voce di lui sarà così... È per questo che non risponde. Aveva le pupille fisse ad un punto; tremava da capo a piedi. --Ecco--gridarono i due minatori che smovevano la terra, mentre gli altri erano occupati a puntellare la vôlta. S'era aperto un breve spiraglio, non tale però che una persona potesse passarvi. L'ingegnere Selmi si cacciò avanti chiamando--Roberto, Roberto! Nessuna risposta, nessun gemito, nessun movimento. Si ricominciò a lavorare in silenzio con l'animo pieno di tristi presentimenti. Quando il foro fu abbastanza largo, Odoardo vi avvicinò la lampada e tentò di perlustrar con lo sguardo la buja caverna. Ma non se ne vedeva che una piccolissima parte, ed egli non riuscì a discerner nulla. La breccia fu ampliata di nuovo e il Selmi entrò seguìto da alcuni minatori. Roberto giaceva supino, bruttato di fango, con le guancie livide e smunte, coi capelli arruffati, più simile a un cadavere che ad un corpo in cui s'agiti ancora la vita. Inginocchiato accanto all'amico, Odoardo Selmi cercava invano di sorprendergli in viso un moto, una contrazione. Una mano gli si posò lieve lieve sulla spalla. Era Maria, penetrata lì dentro senza che alcuno osasse di opporsele. --Lascia che provi io--ella disse con dolcezza. Si chinò su Roberto, e gli accostò l'orecchio al cuore. I minatori le si stringevano intorno; le loro lampade illuminavano in modo fantastico la scena pietosa. Qualcheduno bisbigliò:--È morto! Ella alzò fieramente la testa--Non è morto; il suo cuore batte; lo salveremo. XXX. Poche ore dopo, Roberto Arconti era già fuori di pericolo, ajutato dalla sua tempra vigorosa e da quella segreta virtù rinnovatrice che c'è nella giovinezza. Maria, seduta accanto al suo letto, il pallido viso raggiante d'una gioia ineffabile, gli misurava con savia parsimonia il cibo e la bevanda, temendo a ragione che ogni abuso potesse nuocere al suo stomaco indebolito da un digiuno di quasi tre giorni. E come il cibo e la bevanda, così ella misurava al suo convalescente la luce, la quale non entrava nella cameretta che da uno spiraglio dell'imposte socchiuse. Per un certo tempo lo spirito di Roberto non seguì che lentamente il ridestarsi delle forze fisiche. Quando si rivolgeva indietro col pensiero, c'era un punto in cui si smarriva. Ricordava benissimo l'orrore provato vedendosi chiuso in una specie di sepoltura, ricordava la prima parte del suo supplizio, i primi patimenti sofferti; poi non aveva più che la reminiscenza confusa d'un infinito malessere. Come fosse stato salvato, chi lo avesse collocato in quel letto egli non lo sapeva, nè sapeva perchè Maria fosse lì al suo fianco, perchè Odoardo Selmi facesse ogni tanto una fuggevole apparizione sulla soglia. Maria non aveva voluto rispondere alle sue domande; s'era accontentata di dirgli che non c'era fretta, che avrebbe appagato più tardi la sua curiosità, che pel momento era necessario ch'egli stesse in riposo senza parlare e senza far parlare gli altri. A poco a poco però gli accadeva quel che accade a chi, dal piano, vede sorger il sole sulla cima d'un monte avvolto di nebbia. Prima c'era un fitto velo che non lasciava discerner nulla, che non lasciava nemmeno sospettare la presenza della montagna, poi quel velo si squarcia in un punto, poi in un altro; qua appare una macchia d'alberi, là una casetta bianca, più in su una striscia di neve, finchè alla lunga la nebbia si dissolve tutta, e i contorni del monte si disegnano netti sull'azzurro del cielo. Così quel che c'era di sconnesso, d'oscuro nelle idee di Roberto andava via via riordinandosi e prendendo forma e colore per effetto della memoria che si risvegliava, o per le induzioni d'un facile raziocinio. Egli capiva ormai perchè Odoardo e Maria gli fossero vicini, e il cuore gli diceva ch'era debitore a loro della sua salvezza. Quando questo concetto fu ben chiaro nella sua mente, egli afferrò con impeto la mano di Maria, e la portò alle labbra. E poich'ella, agitata, sorpresa, voleva ritirarla:--Ebbene--egli le disse con un filo di voce--se non mi lascia la mano, trasgredirò i suoi ordini e parlerò. Ella non opponeva più resistenza. In quella stretta c'era tanta dolcezza da compensarla di ciò ch'ell'aveva sofferto in passato, di ciò ch'ella avrebbe sofferto in avvenire. Non per lui solo; anche per lei era meglio che Roberto tacesse. Le sue parole, per quanto piene d'affetto, non potevano che richiamarla alla realtà delle cose. Invece ella sognava e voleva continuar a sognare. Pur se le fosse stato concesso di vedere ciò che si passava in quel momento nell'animo di Roberto, la realtà non l'avrebbe atterrita, ma le sarebbe anzi parsa più bella dei sogni. Non era, no, una sterile pietà, non era una volgare riconoscenza; era un'ammirazione profonda per la donna che univa a modi così semplici e schietti tanta copia di virtù e d'eroismo, era un acuto rimorso di non averle reso giustizia, era una brama impaziente di riparare ai torti che le aveva fatti. Non sapeva intendere come avesse potuto preferirle Lucilla, come a questa frivola giovinetta avesse potuto dare un impero tale sopra di lui che, anche dopo averle scritta la lettera di congedo, non gli riusciva di evocarne l'immagine senza un turbamento indescrivibile. Cessando di regnare, ella aveva però conservato abbastanza potere da impedir che altri regnasse in sua vece. Ma ora l'idolo era infranto, ora la sua catena era finalmente spezzata. La stessa avvenenza di Lucilla gli pareva fredda e scolorita: era una bellezza di statua, e la statua non aveva più un'anima dacchè egli non le prestava la propria. Noi non sapremo mai per quanta parte l'aspetto delle cose vedute dipenda dagli occhi con cui le vediamo. Roberto Arconti si riaffacciava libero alla vita, e la libertà gli era tanto più cara quanto migliore era l'uso che poteva farne. A chi offrirla se non alla vereconda fanciulla, il cui amore intenso e discreto aveva vegliato su lui sin dal primo giorno ch'egli era giunto a Valduria? Ed egli aveva creduto di non amarla perchè il suo affetto per essa non era una fiamma divoratrice, non era una febbre dei sensi come la passione che l'aveva acceso per Lucilla? Ma s'ingannava. L'amore veste forme diverse, e il più violento non è sempre il più vero. Così i mari più tempestosi non sono i più profondi. E l'amore in ciò che ha di più gentile e soave si rivelava a Roberto mentr'egli teneva stretta la mano di Maria e figgeva lo sguardo nel viso di lei, che non osava alzar gli occhi per tema di veder fuggire la sua felicità. Un raggio di sole entrò nella stanza e andò a posarsi, tremolando, sul soffitto. Maria si scosse e fece atto d'alzarsi. --Dove va?--chiese Roberto. --Vado a chiuder meglio le imposte, ella rispose. --No--ripigliò il giovine, sollevandosi alquanto sui gomiti--non ce n'è bisogno.... Ormai non sono più tanto debole... Posso guardare il sole... e, se ne persuada, posso anche parlare. Rimanga qui. Devo dirle una cosa. --Una cosa a me?--susurrò Maria con voce strozzata dalla commozione. In quel punto si aperse l'uscio. Era Odoardo. --Oh bravo!--egli esclamò, vedendo Roberto a sedere sul letto.--Così mi piace. E soggiunse ridendo:--Il medico te l'ha permesso? Maria gli diede sulla voce.--Zitto! Che strepito fai! --Eccola, la dottoressa. In questi paesi dove i dottori veri non si possono avere quando si vuole, le donne fanno il mestiere di contrabbando. Mia sorella poi... --Odoardo--disse l'Arconti, troncandogli a mezzo la frase--tua sorella non mi ha ancora spiegato come siate qui voialtri e che parte abbiate preso alla mia salvezza. Ma già me l'immagino senza che nessuno me lo spieghi... Fàtti più vicino, Odoardo, ch'io ti dia un bacio..... Così... Questo bacio val più di tutti i ringraziamenti... E adesso--egli continuò--dobbiamo discorrere d'un'altra faccenda. --Un momento--replicò Odoardo.--Il procaccino ha portato or ora due lettere per te. Roberto le prese, e ne guardò la soprascritta. La prima che gli cadde sott'occhio era di sua madre. --Povera mamma!--egli disse.--Credo che domani sarò in grado di scriverle. Speriamo ch'ella non abbia saputo nulla... A spedirle un telegramma si farebbe peggio... Mise da parte quella lettera e fermò la sua attenzione sull'altra. Ma appena n'ebbe vista la calligrafia, gli sfuggì un piccolo grido. --Cosa c'è?--gridarono spaventati Odoardo e Maria. --Nulla--disse Roberto ricomponendosi subito.--O piuttosto è passato.--Indi ripigliò coi tono serio che s'addice ad un argomento grave:--Prima ch'io apra quella lettera, Odoardo e Maria, amici miei, rispondete a una mia domanda. Tu, Odoardo, mi accordi la mano di tua sorella, e lei, Maria, consente ad esser mia moglie? --Se ti accordo la mano di mia sorella?--proruppe Odoardo fuor di sè dalla gioja.--E puoi chiederlo? E puoi chiedere a Maria se consente ad esser tua moglie? Ma non sai come ti ama? --Io so unicamente--osservò con tristezza Roberto--ch'ella non ha ancora risposto alla mia interrogazione. Infatti Maria si nascondeva con le mani la faccia e piangeva in silenzio. --Maria, Maria--esclamò Odoardo stupito. --Perchè taci? Lo amavi tanto! Non lo ami più? --Se lo amo?--ella disse giungendo le palme e scoprendo il viso inondato di lagrime.--Se lo amo? Chi può amarlo al pari di me? Esser sua sposa sarebbe più che la felicità, sarebbe un paradiso in terra. --E quand'è così?--interruppe Roberto che pendeva dal labbro della giovinetta. --Ma egli non mi prenderebbe che per compassione--proseguì Maria rivolgendosi a suo fratello.--Egli ha un'altra donna nel cuore. --Come puoi dir questo?--gridò Roberto.--Tu sai pure, Maria (vedi, ti do già del -tu-), tu sai che fra me e l'-altra donna- è finita ogni cosa. Maria si alzò e gettò le braccia al collo di Odoardo.--Sì, egli le ha scritto restituendole la sua libertà e riprendendo la propria, ma una lettera di lei può cambiar tutto. E quella lettera è là, è arrivata or ora, ed egli vuol essersi impegnato prima di aprirla, perchè dopo potrebbe non sentirsi più la forza di disporre di sè. --È questa la cagione della tua esitanza?--esclamò Roberto afferrando la lettera, mentre Odoardo doveva confessare a sè stesso che il discorso di Maria gli riusciva piuttosto oscuro, e brontolava fra sè:--Questo è voler tormentarsi apposta. Ma come mai mia sorella ha capito di chi sia quella lettera? --È vero--continuò l'Arconti.--Questo foglio viene da Lucilla.... Ed è la prima volta ch'essa mi scrive dacchè son qui... Tutt'al più s'era contentata di mandarmi finora qualche riga sotto le lettere di mia madre. Io non so ciò ch'essa mi dirà, e, facendo la mia proposta prima di saperlo, io non credevo che tu interpretassi così male il mio pensiero, o Maria. Non era, no, per tagliarmi la ritirata, per mettermi al coperto da ogni possibile debolezza; era anzi per dimostrarti che la mia risoluzione non dipende da altri che da me, ch'io non agisco sotto l'influenza d'un dispetto, ch'io non ti domando di esser mia moglie unicamente perchè quella che amavo un tempo non può esserlo più... Tu supponi che Lucilla mi scriva per fare ammenda della sua leggerezza. Vedrai che si tratterà invece di ben altra cosa... Ma qualunque sia il contenuto di questa lettera, esso non può mutare l'animo mio. Ormai amo te, amo te sola, e di te sola voglio far la mia donna, la compagna della mia vita... Non ti basta ancora? --Oh fratello mio, s'egli m'ingannasse, s'egli dovesse pentirsi, io ne morrei--balbettò Maria senza sollevar la testa dalla spalla d'Odoardo. --In verità--disse questi--non riesco ad intenderti. Roberto non può parlar più chiaro di così... Perchè vuoi che t'inganni? Perchè vuoi che si penta? Non deve parergli vero d'essersi liberato da quella civetta. --Odoardo!--esclamò Maria in tono di rimprovero. --Oh lascia un po' che spifferi la mia opinione anch'io. Quella signorina Lucilla è una civetta e chi la sposerà starà fresco. --Non auguriamo disgrazie a nessuno--gridò Roberto, che in questo intervallo aveva aperto e scorso rapidamente la lettera.--Dopo aver gettato sopra di me la responsabilità della nostra rottura, Lucilla mi annunzia ch'è fidanzata al marchesino Moschi. Chi fosse disceso in quel momento nel cuore dell'ingegnere Arconti avrebbe forse potuto trovarvi un po' d'amarezza, perchè noi siamo fatti in maniera che una certa dose di vanità non ci lascia mai, e anche quando vogliamo troncar ogni relazione con una persona, ci dispiace che questa persona ci si rassegni troppo facilmente. Comunque sia, quest'annunzio troncò gli ultimi dubbi di Maria. Scioltasi dall'amplesso di suo fratello, ella si lasciò cadere a' piedi del letto di Roberto, e fissando nel giovine i suoi occhi pieni di tanta luce di pensiero e di tanta fiamma d'affetto, gli disse con accento ineffabile:--Adesso sono contenta. Adesso son proprio -tua-. Egli si chinò sopra di lei, e le cinse il collo con ambe le braccia. --O mia salvatrice, o mio angelo, quanto bene ti voglio! --Sia ringraziato il cielo!--esclamò Odoardo.--Se c'è un matrimonio che debba esser felice, è il vostro. Perchè, dà retta a me, Roberto, una ragazza simile a Maria non la trovi a girar mezzo mondo. --Lo so, lo so. --Che sciocchezze dici, Odoardo! --Adesso ne dico una più grossa ancora. Il mio maggior dispiacere è quello d'esser tuo fratello. --Oh questo poi..... --Sì, perchè altrimenti t'avrei sposata io. --Pazzo che sei! --Ora che siamo intesi--ripigliò Roberto--mi racconterete un po' come vi sia giunta la notizia della mia disgrazia, e come siate arrivati a salvar questo povero sepolto vivo. --Mi vien freddo al solo pensarci--rispose Maria.--Parla tu, Odoardo. Il Selmi cominciò allora un racconto che, in parte, non sarebbe per noi che una ripetizione di cose già dette, in parte, non diletterebbe punto i lettori. XXXI. Prima che passassero due mesi, si celebrarono in Valduria le nozze fra Roberto e Maria. La signora Federica non vi assisteva. Quando suo figlio, rispondendo alla lettera in cui ella gli partecipava con l'animo straziato il matrimonio di Lucilla col marchesino Moschi, le annunziò alla sua volta che aveva deciso di sposar Maria Selmi, la buona donna montò su tutte le furie. Nè valse a calmarla il racconto fattole da Roberto del pericolo corso e della parte che Maria aveva avuto nella sua salvezza. Senza dubbio, pensava la signora Federica, quell'artificiosa ragazza lo fece cadere in una trappola per aver poi il merito di tirarnelo fuori. Sotto quest'impressione la signora Federica scrisse un'epistola di sei facciate, ch'era un miracolo di logica. Ella gli diceva che questo avvenimento era inaudito ed imprevedibile, quantunque pur troppo ell'avrebbe scommesso che l'andava a finir così, visto che Roberto discorreva molto di dignità, ma non ne aveva punto. Una -mésalliance- simile! Un Arconti, che avrebbe potuto aspirare a una nobile, sposare una -contadina-! Un Arconti, che avrebbe potuto sedere sullo scanno dei ministri, seppellirsi in una zolfatara! E prendere una risoluzione di questa fatta senza consultare la madre! E sì ch'ella aveva un'-idea-, e contava di potergli offrire di giorno in giorno una splendida posizione in Milano, e più tardi forse, chi sa? anche il matrimonio con una ricca ereditiera. A questo punto, la signora Federica passava, con un rapido movimento oratorio, a lamentarsi delle sue miserie, che ormai sarebbero state tali da muovere a compassione le pietre. Se suo figlio, ch'era uno spiantato, si ammogliava con una spiantata, senza dubbio egli le avrebbe soppressa o diminuita la pensione. E in questo caso che le restava? La sua piccolissima dote col cui interesse ella non poteva certo vivere, e del cui capitale ella non poteva disporre a suo talento. Le si lasciasse almeno consumar questa; già ella non aveva da campar molti anni; e poi, alla peggio, non le sarebbe mancato un posto al Pio Luogo Trivulzio, in qualche altro Istituto di Carità, ov'ella sarebbe apparsa a tutti come accusatrice d'un figlio snaturato. Dopo un sì bello squarcio d'eloquenza la signora Federica dava alcuni particolari sulle prodezze del suo pappagallo. Roberto non mostrò questa lettera a Maria, che ne avrebbe avuto molto dolore; ma si affrettò a calmare le inquietudini di sua madre circa all'-indigenza- che la minacciava. Egli l'assicurò che pel momento tanto egli quanto Maria avrebbero vissuto benissimo senza diminuire d'un soldo ciò che la signora Federica riceveva ogni mese; che se in futuro fossero cresciute le gravezze, era sperabile che crescessero anche i profitti; che, in ogni modo, la sua mamma poteva venir sempre ad abitar con loro, e poteva esser certa di trovar la più affettuosa, la più cordiale accoglienza. E Maria aveva insistito perchè quest'offerta fosse fatta alla signora Federica anche in nome di lei. In quanto a Roberto, egli era sicuro che sua madre non sarebbe venuta a viver in quei luoghi per tutto l'oro del mondo, e in cuor suo non desiderava che ci venisse, certo com'era che ci si sarebbe trovata male e avrebbe fatto star male anche gli altri. Comunque sia, nel corso di questa corrispondenza gli spiriti bollenti della signora Federica si calmarono alquanto, ed ella spinse la sua magnanimità fino al punto di manifestare a suo figlio una nuova luminosissima idea. Egli doveva, appena sposato, abbandonare il suo impiego, e trasportarsi con la moglie a Milano, alla ricerca d'un'occupazione degna d'un Arconti. Ella intanto si sarebbe incaricata di dirozzare la nuora, e in tre mesi prometteva di ridurla una signora di garbo, simile a lei. E poichè Roberto rispose con uno dei suoi soliti rifiuti, la signora Federica si lagnò molto della sua incorreggibile caparbietà, e dichiarò che alle nozze non ci verrebbe assolutamente, tanto più che quelli non eran paesi dove una persona civile potesse passar la notte. Nondimeno volle mandare il suo regalo a Maria, e le spedì infatti alcuni gingilli di qualche valore che non potevano servirle a nulla. Il banchetto nuziale fu dato all'osteria di Valduria sotto la direzione di Odoardo Selmi, e con l'intervento di tutti i notabili del luogo e di tutti i soprastanti delle due miniere di Valduria e Rignano. All'ora dei brindisi e dopo che l'eloquenza degli altri si fu sfogata appieno, Roberto Arconti si levò anch'egli a ringraziare degli augurî che gli erano rivolti, e pronunziò un bel discorsetto, concludendo all'incirca così:--Qualcheduno di voi mi fece un merito speciale perchè, nato fra gli agi, seppi adattarmi a un'esistenza di fatiche e di privazioni. È vero, pochi anni fa io non m'aspettavo sicuramente di dover finire in una miniera. Ero ricco, ero elegante, amavo tutti i piaceri della società. Però in fondo del cuore, mi risuonava sempre una frase di mio padre, una frase ch'egli, sorto da modeste origini, illustrò con l'esempio: -La vita non ha pregio che nella lotta-. Prima o poi, in una forma o nell'altra, in questa lotta ci sarei entrato. La fortuna, volgendomisi contro, mi costrinse a spiegare più presto il mio spirito battagliero. Non mi dolgo nè della cosa, nè del modo. Affrontar le forze della natura, governarle, raffermar sovr'esse il dominio dell'uomo non esige minore ardimento che slanciarsi nei vortici della speculazione o nelle gare della politica. E l'anima si conserva più incorrotta, e la vittoria non ha rimorsi, e la sconfitta non ha vergogna. Io son dunque lieto d'esser con voi a combattere queste battaglie, a sfidar questi pericoli d'ogni giorno. Nè mi curo della gloria, ch'è facile premio a tante altre specie d'operosità. La mia unica ambizione si è che in queste valli, su questi monti, di cui noi ricerchiamo l'intime viscere, si possa dire un tempo, ricordando il mio nome: Fu coraggioso, fu attivo, fu onesto, e insegnò, praticandola, la religione del lavoro e del dovere.-- Entusiastici applausi accolsero le parole dell'ingegnere. Solo Maria, quand'egli sedette, gli susurrò all'orecchio:--Cattivo, la vita non ha dunque altro di bello che la lotta? Egli sorrise,--No, Maria, ha di bello anche l'amore... Vuoi che lo dica ad alta voce? --Oh no, mi basta che tu lo pensi. Nè ormai Maria può dubitar più che Roberto lo pensi davvero. I due giovani vivono felici in una piccola e linda casetta posta sulla cima d'un colle che domina altri poggi minori e consente di abbracciar con lo sguardo un'ampia distesa di valli. Al di là dei poggi, al di là della pianura, quando l'aria è limpida, l'occhio si spinge fino all'Adriatico e, ajutato dal cannocchiale, discerne le candide vele dei bastimenti e la striscia di fumo che i piroscafi lasciano dietro di sè. Dalla parte opposta, verso Occidente, sorgono erti e severi i monti dell'Appennino. La miniera ha sempre i suoi rischi e le sue tribolazioni. La natura è spesso ribelle, gli uomini son rozzi e violenti, pronti alle minaccie, pronti alle offese. Ma l'ingegnere Arconti continua a esercitar sulle cose e sugli uomini quell'impero che un forte ingegno, una volontà risoluta, e un rigido senso della giustizia sogliono dare a chi li possiede. Maria è a Rignano quel ch'era a Valduria, l'angiolo tutelare dei deboli e degli afflitti. Quante collere ella riesce a disarmare con la sua parola, su quante piaghe ella sparge un balsamo col suo sorriso! Quand'è sola, ella ha le sue ore angosciose, in cui la mente le si popola di tristi memorie e di tristi presagi. Però l'arrivo di Roberto basta a dissipare le nuvole che le si sono addensate sulla fronte, e, allorchè nella sera, spicciate l'ultime faccende, egli viene a sedersi vicino a lei nella cameretta ov'ella lavora, ella sente che non cambierebbe il suo stato con una regina. Di quella cameretta i due sposi hanno fatto un nido tranquillo, ove non giungono le cure della giornata. Prima d'entrarvi, Roberto lascia i suoi vestiti da minatore; se i lavoranti vengono a cercarlo mentr'egli è là, essi devono fermarsi sulla soglia. Tutto il resto della casa tradisce le occupazioni del padrone; quello stanzino potrebbe far credere di trovarsi, in una città, presso qualche famiglia borghese. Maria vi ha collocato le migliori suppellettili, i libri di Roberto, l'album di fotografie, l'elegante servizio da thè che M.^r Black ha spedito da Londra, i gingilli che la signora Federica ha mandato in dono da Milano. E quasi ogni sera Maria prepara il thè con le sue mani, e Roberto si mette a sfogliare uno dei volumi che gli ricordano la sua prima giovinezza, e legge ad alta voce qualche poesia d'uno o d'altro autore favorito. Passandogli un braccio intorno al collo, Maria sta intenta ad ascoltarlo, e le sue guancie s'imporporano, e i suoi occhi s'illuminano, e l'espressione del suo viso mostra chiaramente che non le sfugge nulla di ciò ch'è bello, di ciò ch'è nobile, di ciò ch'è gentile. --Come volan via presto queste ore!--ella esclama talvolta. E soggiunge maliziosamente:--Eppure non son ore di lotta! --No, son ore di pace, rese più care dalle ore tempestose che le han precedute. Credi forse che le gusteremmo così senza le fatiche e le inquietudini della giornata? --Già, tu vuoi aver sempre ragione--dice Maria, sorridendo. Indi a voce più bassa:--E di -lui- ci sarà proprio bisogno di farne un minatore? Chi è -lui-? -Lui- è un personaggio misterioso, del quale si discorre da qualche tempo con grande interesse come d'un viaggiatore che deve arrivare e che prenderà il nome di Mariano. È vero che -lui- potrebbe benissimo esser -lei-, e lasciar tutti con un palmo di naso, ma i conti fatti servirebbero per un'altra volta. -Quod differtur non aufertur.- --Non sarà necessario di farne un minatore--risponde con gravità Roberto--ma sarà necessario, a ogni modo, di farne un uomo che affronti coraggiosamente le difficoltà della vita. --Anche lui nella lotta, dunque? --Anche lui. FINE. 1 - - - - , 2 - - , , . 3 , . . . ' 4 , . . . , ' , 5 ' ' ; 6 , . . . 7 8 . , 9 , : - - . ? 10 11 - - , , . . . . . . . ' 12 . . . . 13 14 - - ? ? . . . ? . . . ? 15 ' ? 16 17 , 18 . 19 , 20 . 21 . - - ' - - . - - . 22 23 - - , ? - - , 24 . - - ? 25 26 - - - - . 27 : - - ' 28 . . . . . 29 30 ' . 31 32 - - . 33 . . . , ? . . . 34 35 - - ' , 36 . 37 38 - - , , ! 39 40 - - , , - - 41 ' . - - , 42 . 43 44 , ' . 45 46 - - , . . . - - . . . . 47 . . . . . . 48 ? 49 50 - - , , . . . . . . . , 51 . 52 53 ' ' , 54 - - , . 55 56 , 57 ' , , 58 . , 59 60 , ' 61 , 62 . 63 64 . : - - 65 , - - ' 66 . ' 67 , 68 . 69 ' . ' 70 , . 71 - - - 72 ' 73 - . 74 75 76 , . , 77 , 78 . 79 ' ; , 80 , , . 81 82 83 ' . 84 85 , 86 , 87 . , 88 , , 89 90 , , 91 92 ' . , 93 , ' . ' 94 95 , 96 . 97 98 , , , , . 99 . . . . . 100 ? 101 102 103 104 105 . 106 107 108 ' ' 109 . , 110 111 ' 112 ' . , ' . . 113 ' , 114 ' , ' 115 . ' , 116 : , 117 ' . , . 118 119 ' , 120 , ' , 121 122 . 123 124 ' , ; ' 125 ' , 126 127 . , 128 , 129 , 130 . 131 ; ' 132 , , . 133 , 134 , ' 135 ; , 136 . ; 137 ' , 138 ? ; 139 , , , 140 ' ' ' . , 141 , 142 , ' . 143 144 . , ' 145 , 146 ? , 147 ' ' . 148 149 , , 150 , , . 151 ; , 152 , ' , ' ; 153 . , 154 ! 155 156 157 , ' . 158 159 . , 160 , 161 , . 162 . - 163 - ' . 164 ? 165 ' ' 166 , , 167 ? , . . . 168 . 169 170 . 171 ; 172 ' 173 . , 174 ' ; ' , 175 . 176 177 ' ; 178 , 179 , 180 . 181 182 , ' , 183 ' . . . . . 184 , ; 185 . ' 186 , ; , 187 ' , 188 189 . 190 , ' ' , 191 192 . , ' ' 193 , . 194 . , , 195 , , 196 ' . , 197 , , 198 , 199 ' 200 , . 201 . 202 . 203 204 ; ' , ' . ' 205 ' , , 206 ' , 207 , 208 . 209 210 . , 211 ' . , . 212 213 ; 214 : ' ' 215 ? , 216 ? ! 217 ' ; 218 ' . 219 220 ; , 221 ' 222 ' ; , ' , 223 , 224 , , ' , 225 . ! 226 , ' , 227 , ' . 228 , , ! 229 230 ? , , 231 ? : 232 ! ' 233 ! . . . ! ; 234 , , ! 235 236 ' , 237 ' . 238 , 239 ' , 240 , 241 ' . , 242 ! , 243 , ' , 244 , 245 ' ! . . . 246 ! 247 248 , . 249 , ' 250 , 251 . ' ; 252 ' . , 253 , . , 254 , , 255 256 . 257 ; , 258 259 . , 260 , , , , 261 , ' 262 . ' 263 ; ; 264 , 265 . , 266 , ' , , 267 . . . ? 268 ? 269 270 . ' 271 , 272 273 . 274 275 ' , 276 ' , . 277 ' , 278 ' . , ' 279 ' ' . 280 , , 281 . , 282 ; ' 283 ; , , 284 . , 285 , ' , , 286 ' , , , 287 288 . , 289 , , 290 . 291 , ; 292 293 , , 294 . ' 295 , , 296 . 297 . , , 298 ; 299 , 300 . , 301 ? 302 ' , ' ? ? 303 ' ? 304 ' ? 305 ? 306 307 308 . 309 ? ' 310 . , , ' 311 , , 312 , ' . 313 , ' 314 . ; 315 ' . 316 , 317 . ' 318 , ; 319 ' , 320 . ' 321 . - - 322 , . . . . 323 ' , ' ; - - 324 . . . . ' ' ' , 325 , , 326 , 327 ' . . . ' , ' ? 328 ? 329 , 330 , ' 331 , . 332 : ! ! 333 334 ' 335 . ' ' 336 , 337 . ' 338 ' , 339 ' , 340 , . 341 . , 342 , ' , 343 ' , 344 ' ' . 345 . 346 , ' 347 . 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