--Odoardo--ella esclamò ad un tratto, prendendogli tutte e due le
mani--Odoardo, tu mi inganni, tu mi nascondi il vero. Se le cose
fossero come tu dici, non saresti così turbato... Ci dev'esser di
peggio, di peggio assai... No, Roberto non t'ha scritto, Roberto non
t'ha mandato nessun'ambasciata; la disgrazia della quale tu parli ha
colpito lui, lui solo forse...
Odoardo esitava. Ella gli gettò le braccia al collo, e con voce
strozzata dal terrore, soggiunse:--Dimmi tutta la verità. È morto?
--No, Maria, no.... almeno lo spero... anzi può darsi ch'egli sia
rimasto illeso....
--Come? Illeso?... Ma allora?... Chi è che ha mandato a chiamarti?
Cosa t'han detto?
Odoardo le riferì confusamente quello che sapeva, nè certo il racconto
era tale da acquetare le apprensioni di sua sorella. Ella sentiva
venirsi meno, e vi fu un istante in cui credette di non poter più
reggersi in piedi. Ma la forza della volontà vinse in lei la debolezza
fisica.--Non c'è un minuto da perdere--ella disse.--Andiamo.
--Tu, Maria?--esclamò Odoardo, stupito della risoluzione annunciata in
questa parola.--Che vuoi far tu?
--Aiutarti a salvarlo--ella rispose con impeto. E soggiunse con
accento supplichevole:--Non puoi lasciarmi morire d'inquietudine
qui.... Andiamo.
E s'avviava.
--Aspetta. Già non si parte finchè non abbian preparata una pompa da
portare a Rignano... Cosa dirà la gente a veder te, una ragazza?...
--Dirà che c'era una creatura umana da sottrarre alla morte, e che non
ho voluto restar inoperosa neppur io.
--Maria, Maria, come lo ami!
--Ebbene, è vero, lo amo--singhiozzò la fanciulla abbandonando la
testa sull'òmero di Odoardo.--Ma anche se non lo amassi, vorrei oggi
seguirti.
Quantunque vinto a mezzo, il Selmi tentò un'altra obbiezione.
--Riflettici ancora, Maria...--Io spero che riusciremo.... Ma se non
riuscissimo... se dovessimo arrivare troppo tardi... saresti
abbastanza forte da resistere a questa scossa?
--Sì, sì, Odoardo.... Lo sai che sono forte... Sono preparata a tutto,
fuori che ad aspettare qui.
Visto ch'ell'era irremovibile nel suo proponimento, egli la baciò in
fronte e disse--Poichè lo vuoi proprio, andiamo.
Di lì a poco, Odoardo e Maria lasciarono Valduria insieme a una
dozzina d'uomini scelti fra i più robusti, fra i più intelligenti, fra
i più agguerriti contro i pericoli della vita sotterranea. Del resto,
tutti i lavoranti della miniera avrebbero voluto dividere i rischi e
gli onori della spedizione, giacchè l'ingegnere Arconti era amato e
stimato da tutti, e la notizia giunta da Rignano aveva singolarmente
commosso tutti gli animi.
Nel partire. Maria sentì cento voci intorno a lei che dicevano:--Lo
salvino, Lo salvino--e vide dipinta su cento faccie un'ansietà
schietta e profonda. E nessuno mostrava maraviglia ch'ella
accompagnasse il fratello, e nessuno dubitava che la sua presenza sul
luogo del disastro potesse essere un imbarazzo. Si sapeva già che cuor
d'eroina battesse in quel corpo esile. E si sapeva anche ch'ella amava
Roberto, perchè i segreti del cuore sono i più difficili a custodirsi.
-Corinna- osservava con ragione che -les âmes passionnées se
trahissent de mille manières et ce que l'on contient toujours est bien
faible-.
La strada da Valduria a Rignano era ripida e imbrecciata di ghiaia
grossa, e non la si percorreva ordinariamente in vettura. Bensì, per
trasportare lo zolfo della miniera, si soleva far uso di carri
massicci tirati da buoi o da muli. Su due muli erano appunto montati
l'ingegnere Selmi e sua sorella; gli altri venivano dietro, parte a
piedi, parte in un baroccio, sul quale era caricata una pompa.
Si andava avanti in silenzio con la maggior celerità concessa dal
terreno inuguale e dall'erto pendio che bisognava salire. Le poche
case sparse qua e là lungo la strada erano quasi tutte abitate da
famiglie di minatori, nelle quali il triste fatto di Rignano destava
una simpatia dolorosa, come un avvertimento di ciò che poteva accadere
un giorno ai loro cari. Ritte sulla soglia, o affacciate alla
finestra, o appoggiate alla ringhiera della rustica scala di legno, le
donne accompagnavano la comitiva coi loro voti e con le loro
benedizioni, mentre i bambini guardavano attoniti Maria, che scuoteva
impaziente le briglie sul collo della sua cavalcatura e non trovava
per essi l'usato sorriso. Giù nella valle intanto, fuori del raggio
della miniera, nulla turbava l'andamento ordinario della vita. E l'eco
portava in alto le allegre canzoni dei mietitori e le voci dei
mandriani che richiamavano la gregge dispersa, e il tintinnio dei
sonagli appesi al collo degli armenti.
La strada saliva, saliva, bianca, luminosa, nuotante nel sole. Maria
ne aveva gli occhi abbarbagliati. Ella affogava in un mare di luce....
E Roberto?
XXIX.
La calma ch'era subentrata nell'animo di Roberto al primo scoppio di
dolore e di rabbia non durò che pochi istanti. Egli si levò da sedere,
e si mise a girare a passi concitati per la sua cella combattuto di
nuovo fra il sentimento della realtà e la speranza d'essere vittima di
un'allucinazione. Si avvicinò al lume, e guardò l'orologio. Era fermo.
L'urto della caduta ne aveva sconquassato la macchina, e la lancetta
s'era arrestata alle 7 e 35, cioè all'ora precisa in cui era successa
la catastrofe. Roberto n'ebbe un triste presagio, come se qualcheduno
gli avesse detto: Alle 7 e 35 il tempo ha cessato di scorrer per te,
ed è cominciata l'eternità. Era orribile, era orribile.
Per quanto egli tendesse l'orecchio, nessun rumore gli veniva dal di
fuori, nemmeno quello dell'acqua, che forse aveva ormai riempito senza
contrasto tutta la galleria e che principiava già a penetrare in
sottilissimi rigagnoli nella sua carcere.
Misurati solo dall'angoscia, i minuti gli parevano eterni; c'erano
momenti in cui avrebbe creduto d'esser chiuso lì dentro da più giorni,
se il veder che la lampada ardeva ancora non lo avesse persuaso del
contrario. Essa ardeva ancora, e gli consentiva di mirar la sua ombra
profilarsi sulle tetre pareti del suo sepolcro, e di contar le
venature del sasso, e di penetrar con lo sguardo nei solchi profondi
che il martello dei minatori vi aveva scavato in altri tempi. Ma a
poco a poco la fiamma cominciò ad oscillare; s'illanguidì
gradatamente, ora più debole si rianimò a un tratto, e si spense. Per
qualche secondo lo stoppino continuò a mandare una luce rossastra, ora
più intensa, simile a quella d'un carbone acceso che si avvivi col
fiato; poi anche quella luce finì in uno scoppiettìo di scintille, e
le tenebre avvolsero il povero prigioniero. Gli venne un dubbio; era
proprio il lume che s'era spento, o erano i suoi occhi che non
vedevano più? Aveva in tasca una scatola di fiammiferi; tentò di
accenderne uno, poi un altro, poi un terzo, ma non vi riuscì in causa
dell'umidità che s'era infiltrata ne' suoi vestiti. Però, a ognuno di
quei tentativi, il fosforo lasciava sul dorso della scatola una
striscia azzurrognola, che rompeva l'oscurità.
Roberto ristette dalle inutili prove. E invero, che gl'importava
persuadersi che i suoi occhi ci vedevano ancora, se il sole non doveva
venir più a visitarli? Gli astri brillano invano pel cieco, ma per chi
è circondato d'ombre profonde non vale l'esser veggente.
Si accosciò in un angolo cercando di non pensare, di assopirsi, di
uccidere in sè, prima che la vita, il sentimento della vita. Gravi
sofferenze fisiche non ne aveva; aveva un peso alla testa, aveva un
languore allo stomaco, ma nulla d'acuto, nulla d'intollerabile; segno
che non si trovava da un pezzo laggiù. Oh se avesse potuto dormire, se
avesse potuto passar da un sonno ad un altro!
Dicono che agli orientali non sia difficile conseguire questa
immobilità rassegnata, questo annichilamento dell'essere. Ma gli
sforzi che Roberto faceva per sopprimere le sue facoltà parevano
invece aguzzarle. Non distratto ormai da nessun oggetto esteriore, si
ripiegava con una sensibilità più squisita su sè medesimo, numerava le
pulsazioni del suo cuore, scendeva nella sua anima. Gli alti e solenni
pensieri della morte gli si affacciavano alla mente. Il -to be or not
to be- di Amleto gli risonava all'orecchio. Era giunto dunque a quel
limitare tremendo che nessuno ha mai varcato due volte? Stava per
trovare l'incognita di quel problema che affatica gl'intelletti più
poderosi e che, col chiudersi della vita, si risolve da sè anche al
povero ilota? Poche ore ancora, e tutto sarebbe finito... o tutto
ricomincierebbe da capo.
Roberto Arconti era figlio del suo secolo e del suo paese. La
questione religiosa non aveva mai assorbito il suo spirito; però la
sua anima era troppo elevata da appagarsi d'un indifferentismo
volgare. Aveva avuto nella sua giovinezza i suoi periodi di lotte,
d'ansietà cupe e profonde; se non s'era acquetato nella fede, era
perchè non aveva potuto credere. Gli pareva che le varie teologie
avessero rimpicciolito il concetto grandioso della potenza regolatrice
dell'universo; non sapeva piegar le ginocchia davanti a questo Dio che
gli uomini hanno creato a immagine loro, prestandogli i loro odi e le
loro passioni, facendone lo strumento delle loro vendette e della loro
libidine di dominio. Alle affermazioni dogmatiche di tutte le chiese
gli piaceva contrapporre il procedimento cauto ed onesto della scienza
che muove alla ricerca del vero, non d'altro, sollecita che
d'accrescere il patrimonio dello spirito umano. Eppure.... eppure la
scienza stessa lasciava in lui un vuoto, che non poteva colmarsi; essa
non gli spiegava ogni cosa. Era costretto a riconoscere ch'essa non
bastava nè sempre, nè a tutti; che pei deboli, che pegli umili essa
non chiudeva in sè la virtù redentrice d'una speranza immortale, che
per nessuno essa offriva sufficiente compenso alle ingiustizie del
mondo. Ciò non lo aveva indotto ad accettare dottrine che gli
ripugnavano, ma lo aveva reso nemico d'ogni specie d'intolleranza, e
aveva fatto del suo scetticismo pensoso una cosa ben dissimile dalla
negazione provocante e sguajata. Nè adesso, all'avvicinarsi dell'ora
suprema, mutava tenore. Era stato sincero e non voleva per viltà
mentire a sè medesimo. Se un tribunale incomprensibile, misterioso,
aspetta al varco gli estinti, egli poteva affrontarlo impavido, certo
della rettitudine de' suoi atti e delle sue intenzioni. Il male, gli
era lecito dirlo senza jattanza, egli non lo aveva fatto mai, forse
aveva fatto del bene, aveva ubbidito a quella legge di simpatia che ci
affratella con gli altri uomini e ch'è certo la prima fra tutte le
religioni, la più vera e divina. Così da queste escursioni oltretomba
il suo spirito si ritraeva piuttosto rinfrancato che sbigottito.
Sentiva che non avrebbe temuto la morte se non avesse amato la vita.
Sì; aveva creduto d'odiare la vita, ma s'era ingannato. L'amava
perch'era giovine, perchè il sangue gli correva rapido nelle vene,
perchè aveva intatte le forze del corpo e dell'intelletto, perchè
malgrado dei recenti disinganni, il futuro aveva pur sempre qualche
attrattiva per lui.
Ebbe un altro accesso di disperazione. Gridò ancora, tese ancora
l'orecchio. Nulla, nulla.
Non aveva più nozione del tempo; sapeva che la lampada poteva aver
durato due o tre ore: ma quante n'eran passate dopo ch'essa era
spenta? Possibile che nessuno si curasse di lui, che non si tentasse
nemmeno di soccorrerlo? Oh se ci fosse stato Odoardo Selmi! Ma Odoardo
Selmi non c'era; egli si trovava in mezzo a gente poco meno
ch'estranea.
Pensò a quelli che gli erano più cari; pensò a sua madre, a cui la
natural leggerezza dell'indole non avrebbe in questo caso bastato a
temperare un'angoscia mortale; a sua madre, ch'egli lasciava, non
povera affatto, ma priva di quegli agi che erano per lei una
necessità, e, ciò ch'era peggio, priva di quei consigli che le erano
indispensabili per regolarsi nella vita. Sventuratissima donna! Poche
settimane addietro, egli l'aveva vista ancora giovine, ancora
vigorosa, ancora piena d'illusioni. Che crollo darebbero adesso le sue
illusioni, la sua gioventù, il suo vigore!
E Lucilla? Egli non era più il suo amante, il suo promesso sposo, ma
si poteva per questo distruggere il passato? Nel sentirsi dire:
Roberto è morto! quante memorie dovevano svegliarsi nell'anima della
leggiadra fanciulla!... Oh! Ella aveva appena diciotto anni; era bella
e felice, era corteggiata, avrebbe presto dimenticato!
Un'altra immagine si presentava allo spirito di Roberto, e gli empiva
l'animo di commozione e gli occhi di lagrime. Nella dolce sembianza di
donna evocata dalla sua fantasia era dipinto un dolore diverso, ma non
meno profondo di quello ch'egli si raffigurava in sua madre, uno di
quei dolori che non cercano e non ammettono conforti, ma inaridiscono
le fonti stesse dell'esistenza. Nessuno, nessuno lo aveva amato come
Maria! E dover morire senza lasciarle un addio, senza stringerle la
mano, senza dirle che se non l'aveva ricambiata di pari amore, le
aveva pur voluto tanto bene, tanto bene da non saper più in che
differisse dall'amore una tenerezza sì grande!... Oh se fosse uscito
di là!
Si alzò ancora una volta, e si mise a brancolare nel buio. Ma
camminava con fatica, sia perchè l'acqua infiltratasi da varie parti
aveva reso il terreno fradicio e molle, sia perchè le gambe stentavano
a reggerlo. Aveva un gelo nell'ossa; solo la testa gli ardeva come se
fosse tra le vampe d'una fornace. Era già tormentato dalla fame, ma
più che la fame, lo divorava la sete. Nè poteva estinguerla, nè poteva
raccogliere nessuna delle goccie che, a lunghi intervalli, cadevano
dalla vôlta e andavano a mescolarsi alla densa e ributtante poltiglia
che gli stava ai piedi. Ormai ogni minuto gli aggiungeva uno spasimo
nuovo; erano contrazioni violente, erano impeti subitanei che gli
mettevano addosso un bisogno irresistibile di franger qualcosa coi
denti. Nel maciullare il fazzoletto, si morse per inavvertenza la
mano, e la ritrasse inorridito, parendogli, che, se ne fosse spillata
una sola goccia di sangue, una selvaggia voluttà d'antropofago si
sarebbe impadronita di lui. Ormai anche nel suo cervello c'era una
confusione orribile; la sua ragione si smarriva; urli disperati gli
prorompevano dal petto, simili piuttosto a ruggito di belva che a voce
umana. Ma in quel caos della mente, in quel naufragio della coscienza
sornuotava un pensiero, il pensiero cioè ch'egli poteva, volendo,
accorciare i suoi patimenti... Ebbene? Non aveva già sofferto
abbastanza?
Afferrò il revolver e lo avvicinò alle tempie. Il freddo dell'acciaio
brunito gli recò un leggero sollievo, ed egli appoggiò per qualche
secondo la fronte sulla canna a cui stava per chiedere un riposo più
lungo.
Era però sul punto di troncare gl'indugi e premere il grilletto,
quando gli ferì l'orecchio un mormorio vago, lontano. Forse era
un'illusione dei sensi, una delle tante allucinazioni che precedono
l'agonia. Forse era una nuova frana, forse era il romore dell'acqua
che s'era aperta un'altra strada. Si mise in ascolto cercando di
calmarsi, di raccoglier le poche forze che gli rimanevano, di
raccapezzar le sue idee. E quel romore continuava, nè Roberto sapeva
spiegarsi che fosse; pur non pareva strepito d'acqua che irrompe o di
terra che si scoscende; era, per dir così, un romore fatto di romori
diversi. Il povero sepolto vivo, che ormai non poteva più reggersi in
piedi, si trascinò carponi dalla parte ond'esso veniva, e, appoggiato
l'orecchio al suolo, stette lì immobile, trattenendo il respiro,
comprimendo con una mano il cuore che minacciava di scoppiargli nel
petto. In questa posizione, le onde sonore gli arrivavano più
distinte, avvicinandosi e allontanandosi con alterna vicenda, facendo
con le loro vibrazioni traballare il terreno. Non riusciva ancora ad
afferrare bene quei suoni, non avrebbe ancora saputo dar loro un nome;
aveva acquistato però la certezza che qualche cosa si moveva al di là
della sua prigione, e gli era lecito indurne che non era abbandonato,
dimenticato del tutto. Col rinascere della speranza riebbe un po' di
vigore, si rizzò con mezza la persona puntellandosi ai gomiti, e con
quanto fiato gli restava invocò ripetutamente soccorso. Poi ricadde
esausto. Vi furono alcuni istanti di silenzio profondo, spaventoso,
durante i quali Roberto credette di aver sognato; ma il silenzio non
tardò ad esser rotto da un romore nuovo, che somigliava a quello di
più voci confuse in una voce sola. Si era dunque sentito il suo grido,
si era dunque risposto al suo appello? Si sapeva dunque non di andar
alla ricerca d'un cadavere, ma alla liberazione d'un vivo? Vivo? Non
c'era una amara ironia in questa parola e in questo pensiero? Era ben
sicuro di esser vivo al giungere de' suoi salvatori? Era sicuro che la
morte non li avrebbe preceduti?
Alla gioia della prima impressione succedette in lui un accasciamento
profondo. Che giova al naufrago di veder la spiaggia se non ha lena
per arrivarvi? Lo sforzo fatto in un momento di esaltazione l'aveva
lasciato sfinito. Le sue pene, per poco sospese, s'erano rinnovate con
maggiore intensità, la sua intelligenza, rischiarata da un raggio
improvviso, era di nuovo ravvolta d'ombre. Egli giaceva inerte al
suolo con la testa e col corpo nel fango, inzuppato d'una melma
infetta e nauseabonda. Non riusciva più a connettere due idee; le cose
anche più vicine gli facevano l'effetto di pallide reminiscenze. Il
suo stato era un sopore doloroso, in cui egli smarriva a tratti ogni
consapevolezza di sè. C'era lì una persona che soffriva fuor di
misura, ma egli non avrebbe potuto dire chi fosse quella persona; un
respiro affannoso e grave gli suonava all'orecchio, ma egli non capiva
di chi fosse quel respiro. Si ricordava d'aver assistito a un tremendo
disastro. Una galleria era crollata e -qualcheduno- era rimasto
dietro, le rovine.... Un lume aveva illuminato per breve tempo
l'oscura prigione, e s'era spento; -qualcheduno- aveva patito la
fame.... Si ricordava d'un'arma ch'era stata afferrata, poi gettata in
un canto, si ricordava di rumori esterni, di voci lontane che avevano
rotto il silenzio di quella tomba, che vi avevano portato il conforto
d'una speranza ineffabile... Dopo d'allora, che cos'era avvenuto?
Perchè quella speranza non mandava più la sua luce? Eppure quei rumori
non erano svaniti, anzi lo scuotevano di quando in quando dal suo
dormiveglia, gli eccheggiavano nel capo com'entro le pareti di una
camera vuota, ma il significato gliene sfuggiva. Solo una voce interna
gli ripeteva: troppo tardi! troppo tardi!
I lavori di salvamento continuavano da due giorni con un'attività
febbrile. Principiati un po' alla cieca prima dell'arrivo di Odoardo
Selmi, erano stati ripresi con maggior vigore dacchè egli ne aveva
assunto la direzione. L'idea di sottrarre il suo amico a una morte
crudele s'egli viveva ancora, o di render gli estremi uffici al suo
corpo s'egli era già stato sepolto sotto le macerie, affinava il suo
ingegno, centuplicava le sue forze e il suo coraggio. Maria non aveva
voluto staccarsi da lui. Confusa coi minatori, con le sottane
rimboccate, immersa nell'acqua fin sopra il ginocchio, dimentica di
tutto fuor che del suo amore e di ciò ch'ella giudicava il suo dovere,
l'esile fanciulla partecipava alle fatiche e ai pericoli dell'impresa.
Ella sentiva che non sarebbe sopravvissuta ad un insuccesso. Ma non si
lamentava, ma non spendeva vane parole a stimolar l'energia degli
altri. La sua presenza colà ed il suo esempio valevano più d'ogni
eccitamento. Chi si sarebbe stancato finchè non si stancava lei, chi
avrebbe disperato finch'ella non disperava? Del resto era in tutti un
ardore uguale. Bisogna dirlo ad onore di questa povera natura umana;
ci sono momenti nei quali in ogni anima, anche nella più pigra, si
sprigiona la scintilla del bene, scatta la molla del sacrifizio e
dell'abnegazione.
Le difficoltà da superare erano di due specie. Conveniva prima liberar
la galleria dall'acqua che l'aveva resa impraticabile affatto;
conveniva poscia aprirsi un passaggio attraverso una frana dello
spessore di parecchi metri. A più riprese parve d'esser giunti a buon
porto, a più riprese tutto fu rimesso in questione. L'acqua scacciata
da una parte tornava dall'altra parte, e quando alla fine essa fu
ridotta a un livello abbastanza basso da permetter d'avanzarsi e di
cominciare ad adoperar le vanghe, si corse per ben due volte il
pericolo di rimaner sepolti sotto un nuovo avvallamento di terra. Onde
la necessità di batter ritirata e di rimettersi all'opera.
Allorchè la voce di Roberto riuscì a farsi sentire al di là della
barriera che lo separava dai vivi, nell'animo dei più era, non già
scemata la risoluzione di combattere, ma scossa la fede di vincere.
Quel grido, a cui si rispose con un urrà strepitoso, trionfò d'ogni
stanchezza e d'ogni dubbio.--Lo sapevo che lo avremmo salvato--disse
Maria, padroneggiando a fatica la violenta emozione che le toglieva il
respiro.
Si guadagnava terreno a oncia a oncia lavorando con lena raddoppiata,
in quegli atteggiamenti disagiati ch'erano concessi dall'angustia
dello spazio, in mezzo a un'aria densa, che rendeva debole e incerta
la luce delle lampade.
Ma già la meta era vicina. Potevano restar da scavarsi due o tre metri
al più, e Odoardo Selmi moderava l'ardore dei minatori per non mettere
a repentaglio con una soverchia precipitazione i risultati ottenuti.
Quella galleria improvvisata gli pareva un miracolo; gli pareva che un
nonnulla dovesse farla crollare. A ogni modo, non era da illudersi;
essa non avrebbe durato che pochi giorni, poche ore forse. Non
importa; pur che durasse finchè Roberto era salvo.
Una nuova preoccupazione s'era impadronita degli animi ed era dipinta
sui volti. Perchè Roberto non aveva ripetuto il suo grido di soccorso?
Perchè, chiamato a nome, non aveva risposto?... Se quel grido fosse
stato il suo ultimo grido?
Maria leggeva negli occhi di tutti quel sentimento di terrore che le
labbra non osavano esprimere. Ma non voleva dubitare della
Provvidenza. Diceva fra sè:--Sarà forse spossato, come sono spossata
io.
Infatti la stanchezza la soverchiava. Già due volte, seduta sopra una
motta di terra, aveva suo malgrado abbassate le palpebre e lasciata
cader la testa sul petto.
Ora però era ben desta. Il momento decisivo era giunto; ancora pochi
colpi di zappa, e poi ogni dubbio sarebbe stato rimosso. L'ansietà
rallentava i palpiti di tutti i cuori.
Odoardo tentò di allontanar sua sorella. Ma ella gli si strinse
addosso e gli susurrò:--Se mi movessi di qui, sento che non
soppravviverei un minuto.
La sua voce era un soffio. Lo notò ella stessa, soggiungendo:--Anche
la voce di lui sarà così... È per questo che non risponde.
Aveva le pupille fisse ad un punto; tremava da capo a piedi.
--Ecco--gridarono i due minatori che smovevano la terra, mentre gli
altri erano occupati a puntellare la vôlta.
S'era aperto un breve spiraglio, non tale però che una persona potesse
passarvi.
L'ingegnere Selmi si cacciò avanti chiamando--Roberto, Roberto!
Nessuna risposta, nessun gemito, nessun movimento.
Si ricominciò a lavorare in silenzio con l'animo pieno di tristi
presentimenti.
Quando il foro fu abbastanza largo, Odoardo vi avvicinò la lampada e
tentò di perlustrar con lo sguardo la buja caverna. Ma non se ne
vedeva che una piccolissima parte, ed egli non riuscì a discerner
nulla.
La breccia fu ampliata di nuovo e il Selmi entrò seguìto da alcuni
minatori.
Roberto giaceva supino, bruttato di fango, con le guancie livide e
smunte, coi capelli arruffati, più simile a un cadavere che ad un
corpo in cui s'agiti ancora la vita.
Inginocchiato accanto all'amico, Odoardo Selmi cercava invano di
sorprendergli in viso un moto, una contrazione.
Una mano gli si posò lieve lieve sulla spalla. Era Maria, penetrata lì
dentro senza che alcuno osasse di opporsele.
--Lascia che provi io--ella disse con dolcezza.
Si chinò su Roberto, e gli accostò l'orecchio al cuore. I minatori le
si stringevano intorno; le loro lampade illuminavano in modo
fantastico la scena pietosa.
Qualcheduno bisbigliò:--È morto!
Ella alzò fieramente la testa--Non è morto; il suo cuore batte; lo
salveremo.
XXX.
Poche ore dopo, Roberto Arconti era già fuori di pericolo, ajutato
dalla sua tempra vigorosa e da quella segreta virtù rinnovatrice che
c'è nella giovinezza. Maria, seduta accanto al suo letto, il pallido
viso raggiante d'una gioia ineffabile, gli misurava con savia
parsimonia il cibo e la bevanda, temendo a ragione che ogni abuso
potesse nuocere al suo stomaco indebolito da un digiuno di quasi tre
giorni. E come il cibo e la bevanda, così ella misurava al suo
convalescente la luce, la quale non entrava nella cameretta che da uno
spiraglio dell'imposte socchiuse.
Per un certo tempo lo spirito di Roberto non seguì che lentamente il
ridestarsi delle forze fisiche. Quando si rivolgeva indietro col
pensiero, c'era un punto in cui si smarriva. Ricordava benissimo
l'orrore provato vedendosi chiuso in una specie di sepoltura,
ricordava la prima parte del suo supplizio, i primi patimenti
sofferti; poi non aveva più che la reminiscenza confusa d'un infinito
malessere. Come fosse stato salvato, chi lo avesse collocato in quel
letto egli non lo sapeva, nè sapeva perchè Maria fosse lì al suo
fianco, perchè Odoardo Selmi facesse ogni tanto una fuggevole
apparizione sulla soglia. Maria non aveva voluto rispondere alle sue
domande; s'era accontentata di dirgli che non c'era fretta, che
avrebbe appagato più tardi la sua curiosità, che pel momento era
necessario ch'egli stesse in riposo senza parlare e senza far parlare
gli altri.
A poco a poco però gli accadeva quel che accade a chi, dal piano, vede
sorger il sole sulla cima d'un monte avvolto di nebbia. Prima c'era un
fitto velo che non lasciava discerner nulla, che non lasciava nemmeno
sospettare la presenza della montagna, poi quel velo si squarcia in un
punto, poi in un altro; qua appare una macchia d'alberi, là una
casetta bianca, più in su una striscia di neve, finchè alla lunga la
nebbia si dissolve tutta, e i contorni del monte si disegnano netti
sull'azzurro del cielo.
Così quel che c'era di sconnesso, d'oscuro nelle idee di Roberto
andava via via riordinandosi e prendendo forma e colore per effetto
della memoria che si risvegliava, o per le induzioni d'un facile
raziocinio. Egli capiva ormai perchè Odoardo e Maria gli fossero
vicini, e il cuore gli diceva ch'era debitore a loro della sua
salvezza.
Quando questo concetto fu ben chiaro nella sua mente, egli afferrò con
impeto la mano di Maria, e la portò alle labbra. E poich'ella,
agitata, sorpresa, voleva ritirarla:--Ebbene--egli le disse con un
filo di voce--se non mi lascia la mano, trasgredirò i suoi ordini e
parlerò.
Ella non opponeva più resistenza. In quella stretta c'era tanta
dolcezza da compensarla di ciò ch'ell'aveva sofferto in passato, di
ciò ch'ella avrebbe sofferto in avvenire. Non per lui solo; anche per
lei era meglio che Roberto tacesse. Le sue parole, per quanto piene
d'affetto, non potevano che richiamarla alla realtà delle cose. Invece
ella sognava e voleva continuar a sognare.
Pur se le fosse stato concesso di vedere ciò che si passava in quel
momento nell'animo di Roberto, la realtà non l'avrebbe atterrita, ma
le sarebbe anzi parsa più bella dei sogni. Non era, no, una sterile
pietà, non era una volgare riconoscenza; era un'ammirazione profonda
per la donna che univa a modi così semplici e schietti tanta copia di
virtù e d'eroismo, era un acuto rimorso di non averle reso giustizia,
era una brama impaziente di riparare ai torti che le aveva fatti. Non
sapeva intendere come avesse potuto preferirle Lucilla, come a questa
frivola giovinetta avesse potuto dare un impero tale sopra di lui che,
anche dopo averle scritta la lettera di congedo, non gli riusciva di
evocarne l'immagine senza un turbamento indescrivibile. Cessando di
regnare, ella aveva però conservato abbastanza potere da impedir che
altri regnasse in sua vece. Ma ora l'idolo era infranto, ora la sua
catena era finalmente spezzata. La stessa avvenenza di Lucilla gli
pareva fredda e scolorita: era una bellezza di statua, e la statua non
aveva più un'anima dacchè egli non le prestava la propria. Noi non
sapremo mai per quanta parte l'aspetto delle cose vedute dipenda dagli
occhi con cui le vediamo.
Roberto Arconti si riaffacciava libero alla vita, e la libertà gli era
tanto più cara quanto migliore era l'uso che poteva farne. A chi
offrirla se non alla vereconda fanciulla, il cui amore intenso e
discreto aveva vegliato su lui sin dal primo giorno ch'egli era giunto
a Valduria? Ed egli aveva creduto di non amarla perchè il suo affetto
per essa non era una fiamma divoratrice, non era una febbre dei sensi
come la passione che l'aveva acceso per Lucilla? Ma s'ingannava.
L'amore veste forme diverse, e il più violento non è sempre il più
vero. Così i mari più tempestosi non sono i più profondi.
E l'amore in ciò che ha di più gentile e soave si rivelava a Roberto
mentr'egli teneva stretta la mano di Maria e figgeva lo sguardo nel
viso di lei, che non osava alzar gli occhi per tema di veder fuggire
la sua felicità.
Un raggio di sole entrò nella stanza e andò a posarsi, tremolando, sul
soffitto. Maria si scosse e fece atto d'alzarsi.
--Dove va?--chiese Roberto.
--Vado a chiuder meglio le imposte, ella rispose.
--No--ripigliò il giovine, sollevandosi alquanto sui gomiti--non ce
n'è bisogno.... Ormai non sono più tanto debole... Posso guardare il
sole... e, se ne persuada, posso anche parlare. Rimanga qui. Devo
dirle una cosa.
--Una cosa a me?--susurrò Maria con voce strozzata dalla commozione.
In quel punto si aperse l'uscio. Era Odoardo.
--Oh bravo!--egli esclamò, vedendo Roberto a sedere sul letto.--Così
mi piace.
E soggiunse ridendo:--Il medico te l'ha permesso?
Maria gli diede sulla voce.--Zitto! Che strepito fai!
--Eccola, la dottoressa. In questi paesi dove i dottori veri non si
possono avere quando si vuole, le donne fanno il mestiere di
contrabbando. Mia sorella poi...
--Odoardo--disse l'Arconti, troncandogli a mezzo la frase--tua sorella
non mi ha ancora spiegato come siate qui voialtri e che parte abbiate
preso alla mia salvezza. Ma già me l'immagino senza che nessuno me lo
spieghi... Fàtti più vicino, Odoardo, ch'io ti dia un bacio.....
Così... Questo bacio val più di tutti i ringraziamenti... E
adesso--egli continuò--dobbiamo discorrere d'un'altra faccenda.
--Un momento--replicò Odoardo.--Il procaccino ha portato or ora due
lettere per te.
Roberto le prese, e ne guardò la soprascritta. La prima che gli cadde
sott'occhio era di sua madre.
--Povera mamma!--egli disse.--Credo che domani sarò in grado di
scriverle. Speriamo ch'ella non abbia saputo nulla... A spedirle un
telegramma si farebbe peggio...
Mise da parte quella lettera e fermò la sua attenzione sull'altra. Ma
appena n'ebbe vista la calligrafia, gli sfuggì un piccolo grido.
--Cosa c'è?--gridarono spaventati Odoardo e Maria.
--Nulla--disse Roberto ricomponendosi subito.--O piuttosto è
passato.--Indi ripigliò coi tono serio che s'addice ad un argomento
grave:--Prima ch'io apra quella lettera, Odoardo e Maria, amici miei,
rispondete a una mia domanda. Tu, Odoardo, mi accordi la mano di tua
sorella, e lei, Maria, consente ad esser mia moglie?
--Se ti accordo la mano di mia sorella?--proruppe Odoardo fuor di sè
dalla gioja.--E puoi chiederlo? E puoi chiedere a Maria se consente ad
esser tua moglie? Ma non sai come ti ama?
--Io so unicamente--osservò con tristezza Roberto--ch'ella non ha
ancora risposto alla mia interrogazione.
Infatti Maria si nascondeva con le mani la faccia e piangeva in
silenzio.
--Maria, Maria--esclamò Odoardo stupito.
--Perchè taci? Lo amavi tanto! Non lo ami più?
--Se lo amo?--ella disse giungendo le palme e scoprendo il viso
inondato di lagrime.--Se lo amo? Chi può amarlo al pari di me? Esser
sua sposa sarebbe più che la felicità, sarebbe un paradiso in terra.
--E quand'è così?--interruppe Roberto che pendeva dal labbro della
giovinetta.
--Ma egli non mi prenderebbe che per compassione--proseguì Maria
rivolgendosi a suo fratello.--Egli ha un'altra donna nel cuore.
--Come puoi dir questo?--gridò Roberto.--Tu sai pure, Maria (vedi, ti
do già del -tu-), tu sai che fra me e l'-altra donna- è finita ogni
cosa.
Maria si alzò e gettò le braccia al collo di Odoardo.--Sì, egli le ha
scritto restituendole la sua libertà e riprendendo la propria, ma una
lettera di lei può cambiar tutto. E quella lettera è là, è arrivata or
ora, ed egli vuol essersi impegnato prima di aprirla, perchè dopo
potrebbe non sentirsi più la forza di disporre di sè.
--È questa la cagione della tua esitanza?--esclamò Roberto afferrando
la lettera, mentre Odoardo doveva confessare a sè stesso che il
discorso di Maria gli riusciva piuttosto oscuro, e brontolava fra
sè:--Questo è voler tormentarsi apposta. Ma come mai mia sorella ha
capito di chi sia quella lettera?
--È vero--continuò l'Arconti.--Questo foglio viene da Lucilla.... Ed è
la prima volta ch'essa mi scrive dacchè son qui... Tutt'al più s'era
contentata di mandarmi finora qualche riga sotto le lettere di mia
madre. Io non so ciò ch'essa mi dirà, e, facendo la mia proposta prima
di saperlo, io non credevo che tu interpretassi così male il mio
pensiero, o Maria. Non era, no, per tagliarmi la ritirata, per
mettermi al coperto da ogni possibile debolezza; era anzi per
dimostrarti che la mia risoluzione non dipende da altri che da me,
ch'io non agisco sotto l'influenza d'un dispetto, ch'io non ti domando
di esser mia moglie unicamente perchè quella che amavo un tempo non
può esserlo più... Tu supponi che Lucilla mi scriva per fare ammenda
della sua leggerezza. Vedrai che si tratterà invece di ben altra
cosa... Ma qualunque sia il contenuto di questa lettera, esso non può
mutare l'animo mio. Ormai amo te, amo te sola, e di te sola voglio far
la mia donna, la compagna della mia vita... Non ti basta ancora?
--Oh fratello mio, s'egli m'ingannasse, s'egli dovesse pentirsi, io ne
morrei--balbettò Maria senza sollevar la testa dalla spalla d'Odoardo.
--In verità--disse questi--non riesco ad intenderti. Roberto non può
parlar più chiaro di così... Perchè vuoi che t'inganni? Perchè vuoi
che si penta? Non deve parergli vero d'essersi liberato da quella
civetta.
--Odoardo!--esclamò Maria in tono di rimprovero.
--Oh lascia un po' che spifferi la mia opinione anch'io. Quella
signorina Lucilla è una civetta e chi la sposerà starà fresco.
--Non auguriamo disgrazie a nessuno--gridò Roberto, che in questo
intervallo aveva aperto e scorso rapidamente la lettera.--Dopo aver
gettato sopra di me la responsabilità della nostra rottura, Lucilla mi
annunzia ch'è fidanzata al marchesino Moschi.
Chi fosse disceso in quel momento nel cuore dell'ingegnere Arconti
avrebbe forse potuto trovarvi un po' d'amarezza, perchè noi siamo
fatti in maniera che una certa dose di vanità non ci lascia mai, e
anche quando vogliamo troncar ogni relazione con una persona, ci
dispiace che questa persona ci si rassegni troppo facilmente.
Comunque sia, quest'annunzio troncò gli ultimi dubbi di Maria.
Scioltasi dall'amplesso di suo fratello, ella si lasciò cadere a'
piedi del letto di Roberto, e fissando nel giovine i suoi occhi pieni
di tanta luce di pensiero e di tanta fiamma d'affetto, gli disse con
accento ineffabile:--Adesso sono contenta. Adesso son proprio -tua-.
Egli si chinò sopra di lei, e le cinse il collo con ambe le braccia.
--O mia salvatrice, o mio angelo, quanto bene ti voglio!
--Sia ringraziato il cielo!--esclamò Odoardo.--Se c'è un matrimonio
che debba esser felice, è il vostro. Perchè, dà retta a me, Roberto,
una ragazza simile a Maria non la trovi a girar mezzo mondo.
--Lo so, lo so.
--Che sciocchezze dici, Odoardo!
--Adesso ne dico una più grossa ancora. Il mio maggior dispiacere è
quello d'esser tuo fratello.
--Oh questo poi.....
--Sì, perchè altrimenti t'avrei sposata io.
--Pazzo che sei!
--Ora che siamo intesi--ripigliò Roberto--mi racconterete un po' come
vi sia giunta la notizia della mia disgrazia, e come siate arrivati a
salvar questo povero sepolto vivo.
--Mi vien freddo al solo pensarci--rispose Maria.--Parla tu, Odoardo.
Il Selmi cominciò allora un racconto che, in parte, non sarebbe per
noi che una ripetizione di cose già dette, in parte, non diletterebbe
punto i lettori.
XXXI.
Prima che passassero due mesi, si celebrarono in Valduria le nozze fra
Roberto e Maria.
La signora Federica non vi assisteva. Quando suo figlio, rispondendo
alla lettera in cui ella gli partecipava con l'animo straziato il
matrimonio di Lucilla col marchesino Moschi, le annunziò alla sua
volta che aveva deciso di sposar Maria Selmi, la buona donna montò su
tutte le furie. Nè valse a calmarla il racconto fattole da Roberto del
pericolo corso e della parte che Maria aveva avuto nella sua salvezza.
Senza dubbio, pensava la signora Federica, quell'artificiosa ragazza
lo fece cadere in una trappola per aver poi il merito di tirarnelo
fuori. Sotto quest'impressione la signora Federica scrisse un'epistola
di sei facciate, ch'era un miracolo di logica. Ella gli diceva che
questo avvenimento era inaudito ed imprevedibile, quantunque pur
troppo ell'avrebbe scommesso che l'andava a finir così, visto che
Roberto discorreva molto di dignità, ma non ne aveva punto. Una
-mésalliance- simile! Un Arconti, che avrebbe potuto aspirare a una
nobile, sposare una -contadina-! Un Arconti, che avrebbe potuto sedere
sullo scanno dei ministri, seppellirsi in una zolfatara! E prendere
una risoluzione di questa fatta senza consultare la madre! E sì
ch'ella aveva un'-idea-, e contava di potergli offrire di giorno in
giorno una splendida posizione in Milano, e più tardi forse, chi sa?
anche il matrimonio con una ricca ereditiera. A questo punto, la
signora Federica passava, con un rapido movimento oratorio, a
lamentarsi delle sue miserie, che ormai sarebbero state tali da
muovere a compassione le pietre. Se suo figlio, ch'era uno spiantato,
si ammogliava con una spiantata, senza dubbio egli le avrebbe
soppressa o diminuita la pensione. E in questo caso che le restava? La
sua piccolissima dote col cui interesse ella non poteva certo vivere,
e del cui capitale ella non poteva disporre a suo talento. Le si
lasciasse almeno consumar questa; già ella non aveva da campar molti
anni; e poi, alla peggio, non le sarebbe mancato un posto al Pio Luogo
Trivulzio, in qualche altro Istituto di Carità, ov'ella sarebbe
apparsa a tutti come accusatrice d'un figlio snaturato. Dopo un sì
bello squarcio d'eloquenza la signora Federica dava alcuni particolari
sulle prodezze del suo pappagallo.
Roberto non mostrò questa lettera a Maria, che ne avrebbe avuto molto
dolore; ma si affrettò a calmare le inquietudini di sua madre circa
all'-indigenza- che la minacciava. Egli l'assicurò che pel momento
tanto egli quanto Maria avrebbero vissuto benissimo senza diminuire
d'un soldo ciò che la signora Federica riceveva ogni mese; che se in
futuro fossero cresciute le gravezze, era sperabile che crescessero
anche i profitti; che, in ogni modo, la sua mamma poteva venir sempre
ad abitar con loro, e poteva esser certa di trovar la più affettuosa,
la più cordiale accoglienza. E Maria aveva insistito perchè
quest'offerta fosse fatta alla signora Federica anche in nome di lei.
In quanto a Roberto, egli era sicuro che sua madre non sarebbe venuta
a viver in quei luoghi per tutto l'oro del mondo, e in cuor suo non
desiderava che ci venisse, certo com'era che ci si sarebbe trovata
male e avrebbe fatto star male anche gli altri.
Comunque sia, nel corso di questa corrispondenza gli spiriti bollenti
della signora Federica si calmarono alquanto, ed ella spinse la sua
magnanimità fino al punto di manifestare a suo figlio una nuova
luminosissima idea. Egli doveva, appena sposato, abbandonare il suo
impiego, e trasportarsi con la moglie a Milano, alla ricerca
d'un'occupazione degna d'un Arconti. Ella intanto si sarebbe
incaricata di dirozzare la nuora, e in tre mesi prometteva di ridurla
una signora di garbo, simile a lei.
E poichè Roberto rispose con uno dei suoi soliti rifiuti, la signora
Federica si lagnò molto della sua incorreggibile caparbietà, e
dichiarò che alle nozze non ci verrebbe assolutamente, tanto più che
quelli non eran paesi dove una persona civile potesse passar la notte.
Nondimeno volle mandare il suo regalo a Maria, e le spedì infatti
alcuni gingilli di qualche valore che non potevano servirle a nulla.
Il banchetto nuziale fu dato all'osteria di Valduria sotto la
direzione di Odoardo Selmi, e con l'intervento di tutti i notabili del
luogo e di tutti i soprastanti delle due miniere di Valduria e
Rignano. All'ora dei brindisi e dopo che l'eloquenza degli altri si fu
sfogata appieno, Roberto Arconti si levò anch'egli a ringraziare degli
augurî che gli erano rivolti, e pronunziò un bel discorsetto,
concludendo all'incirca così:--Qualcheduno di voi mi fece un merito
speciale perchè, nato fra gli agi, seppi adattarmi a un'esistenza di
fatiche e di privazioni. È vero, pochi anni fa io non m'aspettavo
sicuramente di dover finire in una miniera. Ero ricco, ero elegante,
amavo tutti i piaceri della società. Però in fondo del cuore, mi
risuonava sempre una frase di mio padre, una frase ch'egli, sorto da
modeste origini, illustrò con l'esempio: -La vita non ha pregio che
nella lotta-. Prima o poi, in una forma o nell'altra, in questa lotta
ci sarei entrato. La fortuna, volgendomisi contro, mi costrinse a
spiegare più presto il mio spirito battagliero. Non mi dolgo nè della
cosa, nè del modo. Affrontar le forze della natura, governarle,
raffermar sovr'esse il dominio dell'uomo non esige minore ardimento
che slanciarsi nei vortici della speculazione o nelle gare della
politica. E l'anima si conserva più incorrotta, e la vittoria non ha
rimorsi, e la sconfitta non ha vergogna. Io son dunque lieto d'esser
con voi a combattere queste battaglie, a sfidar questi pericoli d'ogni
giorno. Nè mi curo della gloria, ch'è facile premio a tante altre
specie d'operosità. La mia unica ambizione si è che in queste valli,
su questi monti, di cui noi ricerchiamo l'intime viscere, si possa
dire un tempo, ricordando il mio nome: Fu coraggioso, fu attivo, fu
onesto, e insegnò, praticandola, la religione del lavoro e del
dovere.--
Entusiastici applausi accolsero le parole dell'ingegnere. Solo Maria,
quand'egli sedette, gli susurrò all'orecchio:--Cattivo, la vita non ha
dunque altro di bello che la lotta?
Egli sorrise,--No, Maria, ha di bello anche l'amore... Vuoi che lo
dica ad alta voce?
--Oh no, mi basta che tu lo pensi.
Nè ormai Maria può dubitar più che Roberto lo pensi davvero. I due
giovani vivono felici in una piccola e linda casetta posta sulla cima
d'un colle che domina altri poggi minori e consente di abbracciar con
lo sguardo un'ampia distesa di valli. Al di là dei poggi, al di là
della pianura, quando l'aria è limpida, l'occhio si spinge fino
all'Adriatico e, ajutato dal cannocchiale, discerne le candide vele
dei bastimenti e la striscia di fumo che i piroscafi lasciano dietro
di sè. Dalla parte opposta, verso Occidente, sorgono erti e severi i
monti dell'Appennino.
La miniera ha sempre i suoi rischi e le sue tribolazioni. La natura è
spesso ribelle, gli uomini son rozzi e violenti, pronti alle minaccie,
pronti alle offese. Ma l'ingegnere Arconti continua a esercitar sulle
cose e sugli uomini quell'impero che un forte ingegno, una volontà
risoluta, e un rigido senso della giustizia sogliono dare a chi li
possiede. Maria è a Rignano quel ch'era a Valduria, l'angiolo tutelare
dei deboli e degli afflitti. Quante collere ella riesce a disarmare
con la sua parola, su quante piaghe ella sparge un balsamo col suo
sorriso!
Quand'è sola, ella ha le sue ore angosciose, in cui la mente le si
popola di tristi memorie e di tristi presagi. Però l'arrivo di Roberto
basta a dissipare le nuvole che le si sono addensate sulla fronte, e,
allorchè nella sera, spicciate l'ultime faccende, egli viene a sedersi
vicino a lei nella cameretta ov'ella lavora, ella sente che non
cambierebbe il suo stato con una regina.
Di quella cameretta i due sposi hanno fatto un nido tranquillo, ove
non giungono le cure della giornata. Prima d'entrarvi, Roberto lascia
i suoi vestiti da minatore; se i lavoranti vengono a cercarlo
mentr'egli è là, essi devono fermarsi sulla soglia. Tutto il resto
della casa tradisce le occupazioni del padrone; quello stanzino
potrebbe far credere di trovarsi, in una città, presso qualche
famiglia borghese. Maria vi ha collocato le migliori suppellettili, i
libri di Roberto, l'album di fotografie, l'elegante servizio da thè
che M.^r Black ha spedito da Londra, i gingilli che la signora
Federica ha mandato in dono da Milano.
E quasi ogni sera Maria prepara il thè con le sue mani, e Roberto si
mette a sfogliare uno dei volumi che gli ricordano la sua prima
giovinezza, e legge ad alta voce qualche poesia d'uno o d'altro autore
favorito. Passandogli un braccio intorno al collo, Maria sta intenta
ad ascoltarlo, e le sue guancie s'imporporano, e i suoi occhi
s'illuminano, e l'espressione del suo viso mostra chiaramente che non
le sfugge nulla di ciò ch'è bello, di ciò ch'è nobile, di ciò ch'è
gentile.
--Come volan via presto queste ore!--ella esclama talvolta. E
soggiunge maliziosamente:--Eppure non son ore di lotta!
--No, son ore di pace, rese più care dalle ore tempestose che le han
precedute. Credi forse che le gusteremmo così senza le fatiche e le
inquietudini della giornata?
--Già, tu vuoi aver sempre ragione--dice Maria, sorridendo. Indi a
voce più bassa:--E di -lui- ci sarà proprio bisogno di farne un
minatore?
Chi è -lui-? -Lui- è un personaggio misterioso, del quale si discorre
da qualche tempo con grande interesse come d'un viaggiatore che deve
arrivare e che prenderà il nome di Mariano. È vero che -lui- potrebbe
benissimo esser -lei-, e lasciar tutti con un palmo di naso, ma i
conti fatti servirebbero per un'altra volta. -Quod differtur non
aufertur.-
--Non sarà necessario di farne un minatore--risponde con gravità
Roberto--ma sarà necessario, a ogni modo, di farne un uomo che
affronti coraggiosamente le difficoltà della vita.
--Anche lui nella lotta, dunque?
--Anche lui.
FINE.
1
-
-
-
-
,
2
-
-
,
,
.
3
,
.
.
.
'
4
,
.
.
.
,
'
,
5
'
'
;
6
,
.
.
.
7
8
.
,
9
,
:
-
-
.
?
10
11
-
-
,
,
.
.
.
.
.
.
.
'
12
.
.
.
.
13
14
-
-
?
?
.
.
.
?
.
.
.
?
15
'
?
16
17
,
18
.
19
,
20
.
21
.
-
-
'
-
-
.
-
-
.
22
23
-
-
,
?
-
-
,
24
.
-
-
?
25
26
-
-
-
-
.
27
:
-
-
'
28
.
.
.
.
.
29
30
'
.
31
32
-
-
.
33
.
.
.
,
?
.
.
.
34
35
-
-
'
,
36
.
37
38
-
-
,
,
!
39
40
-
-
,
,
-
-
41
'
.
-
-
,
42
.
43
44
,
'
.
45
46
-
-
,
.
.
.
-
-
.
.
.
.
47
.
.
.
.
.
.
48
?
49
50
-
-
,
,
.
.
.
.
.
.
.
,
51
.
52
53
'
'
,
54
-
-
,
.
55
56
,
57
'
,
,
58
.
,
59
60
,
'
61
,
62
.
63
64
.
:
-
-
65
,
-
-
'
66
.
'
67
,
68
.
69
'
.
'
70
,
.
71
-
-
-
72
'
73
-
.
74
75
76
,
.
,
77
,
78
.
79
'
;
,
80
,
,
.
81
82
83
'
.
84
85
,
86
,
87
.
,
88
,
,
89
90
,
,
91
92
'
.
,
93
,
'
.
'
94
95
,
96
.
97
98
,
,
,
,
.
99
.
.
.
.
.
100
?
101
102
103
104
105
.
106
107
108
'
'
109
.
,
110
111
'
112
'
.
,
'
.
.
113
'
,
114
'
,
'
115
.
'
,
116
:
,
117
'
.
,
.
118
119
'
,
120
,
'
,
121
122
.
123
124
'
,
;
'
125
'
,
126
127
.
,
128
,
129
,
130
.
131
;
'
132
,
,
.
133
,
134
,
'
135
;
,
136
.
;
137
'
,
138
?
;
139
,
,
,
140
'
'
'
.
,
141
,
142
,
'
.
143
144
.
,
'
145
,
146
?
,
147
'
'
.
148
149
,
,
150
,
,
.
151
;
,
152
,
'
,
'
;
153
.
,
154
!
155
156
157
,
'
.
158
159
.
,
160
,
161
,
.
162
.
-
163
-
'
.
164
?
165
'
'
166
,
,
167
?
,
.
.
.
168
.
169
170
.
171
;
172
'
173
.
,
174
'
;
'
,
175
.
176
177
'
;
178
,
179
,
180
.
181
182
,
'
,
183
'
.
.
.
.
.
184
,
;
185
.
'
186
,
;
,
187
'
,
188
189
.
190
,
'
'
,
191
192
.
,
'
'
193
,
.
194
.
,
,
195
,
,
196
'
.
,
197
,
,
198
,
199
'
200
,
.
201
.
202
.
203
204
;
'
,
'
.
'
205
'
,
,
206
'
,
207
,
208
.
209
210
.
,
211
'
.
,
.
212
213
;
214
:
'
'
215
?
,
216
?
!
217
'
;
218
'
.
219
220
;
,
221
'
222
'
;
,
'
,
223
,
224
,
,
'
,
225
.
!
226
,
'
,
227
,
'
.
228
,
,
!
229
230
?
,
,
231
?
:
232
!
'
233
!
.
.
.
!
;
234
,
,
!
235
236
'
,
237
'
.
238
,
239
'
,
240
,
241
'
.
,
242
!
,
243
,
'
,
244
,
245
'
!
.
.
.
246
!
247
248
,
.
249
,
'
250
,
251
.
'
;
252
'
.
,
253
,
.
,
254
,
,
255
256
.
257
;
,
258
259
.
,
260
,
,
,
,
261
,
'
262
.
'
263
;
;
264
,
265
.
,
266
,
'
,
,
267
.
.
.
?
268
?
269
270
.
'
271
,
272
273
.
274
275
'
,
276
'
,
.
277
'
,
278
'
.
,
'
279
'
'
.
280
,
,
281
.
,
282
;
'
283
;
,
,
284
.
,
285
,
'
,
,
286
'
,
,
,
287
288
.
,
289
,
,
290
.
291
,
;
292
293
,
,
294
.
'
295
,
,
296
.
297
.
,
,
298
;
299
,
300
.
,
301
?
302
'
,
'
?
?
303
'
?
304
'
?
305
?
306
307
308
.
309
?
'
310
.
,
,
'
311
,
,
312
,
'
.
313
,
'
314
.
;
315
'
.
316
,
317
.
'
318
,
;
319
'
,
320
.
'
321
.
-
-
322
,
.
.
.
.
323
'
,
'
;
-
-
324
.
.
.
.
'
'
'
,
325
,
,
326
,
327
'
.
.
.
'
,
'
?
328
?
329
,
330
,
'
331
,
.
332
:
!
!
333
334
'
335
.
'
'
336
,
337
.
'
338
'
,
339
'
,
340
,
.
341
.
,
342
,
'
,
343
'
,
344
'
'
.
345
.
346
,
'
347
.
'
348
.
,
349
'
?
350
.
;
351
,
,
352
,
353
'
.
354
355
.
356
'
'
;
357
358
.
'
359
,
.
'
360
'
,
361
'
362
,
363
.
364
'
.
365
366
367
,
'
,
368
,
.
369
,
,
'
370
'
.
-
-
-
-
371
,
372
.
373
374
,
375
'
'
376
,
'
,
377
.
378
379
.
380
,
'
381
.
382
;
383
.
,
;
384
,
.
385
;
.
386
387
'
388
.
?
389
,
,
?
.
.
.
390
?
391
392
393
.
394
.
:
-
-
,
395
.
396
397
.
,
398
,
399
.
400
401
.
;
402
,
.
'
403
.
404
405
.
406
:
-
-
,
407
.
408
409
.
,
:
-
-
410
.
.
.
.
411
412
;
.
413
414
-
-
-
-
,
415
.
416
417
'
,
418
.
419
420
'
-
-
,
!
421
422
,
,
.
423
424
'
425
.
426
427
,
428
.
429
,
430
.
431
432
433
.
434
435
,
,
436
,
,
437
'
.
438
439
'
,
440
,
.
441
442
.
,
443
.
444
445
-
-
-
-
.
446
447
,
'
.
448
;
449
.
450
451
:
-
-
!
452
453
-
-
;
;
454
.
455
456
457
458
459
.
460
461
462
,
,
463
464
'
.
,
,
465
'
,
466
,
467
468
.
,
469
,
470
'
.
471
472
473
.
474
,
'
.
475
'
,
476
,
477
;
'
478
.
,
479
,
480
,
481
.
482
;
'
'
,
483
,
484
'
485
.
486
487
,
,
488
'
.
'
489
,
490
,
491
,
;
'
,
492
,
,
493
,
494
'
.
495
496
'
,
'
497
498
,
'
499
.
500
,
'
501
.
502
503
,
504
,
.
'
,
505
,
,
:
-
-
-
-
506
-
-
,
507
.
508
509
.
'
510
'
'
,
511
'
.
;
512
.
,
513
'
,
.
514
.
515
516
517
'
,
'
,
518
.
,
,
519
,
;
'
520
521
'
,
,
522
.
523
,
524
,
525
,
526
'
.
527
,
528
.
'
,
529
.
530
:
,
531
'
.
532
'
533
.
534
535
,
536
'
.
537
,
538
'
539
?
540
,
541
'
?
'
.
542
'
,
543
.
.
544
545
'
546
'
547
,
548
.
549
550
,
,
551
.
'
.
552
553
-
-
?
-
-
.
554
555
-
-
,
.
556
557
-
-
-
-
,
-
-
558
'
.
.
.
.
.
.
.
559
.
.
.
,
,
.
.
560
.
561
562
-
-
?
-
-
.
563
564
'
.
.
565
566
-
-
!
-
-
,
.
-
-
567
.
568
569
:
-
-
'
?
570
571
.
-
-
!
!
572
573
-
-
,
.
574
,
575
.
.
.
.
576
577
-
-
-
-
'
,
-
-
578
579
.
'
580
.
.
.
,
,
'
.
.
.
.
.
581
.
.
.
.
.
.
582
-
-
-
-
'
'
.
583
584
-
-
-
-
.
-
-
585
.
586
587
,
.
588
'
.
589
590
-
-
!
-
-
.
-
-
591
.
'
.
.
.
592
.
.
.
593
594
'
.
595
'
,
.
596
597
-
-
'
?
-
-
.
598
599
-
-
-
-
.
-
-
600
.
-
-
'
601
:
-
-
'
,
,
,
602
.
,
,
603
,
,
,
?
604
605
-
-
?
-
-
606
.
-
-
?
607
?
?
608
609
-
-
-
-
-
-
'
610
.
611
612
613
.
614
615
-
-
,
-
-
.
616
617
-
-
?
!
?
618
619
-
-
?
-
-
620
.
-
-
?
?
621
,
.
622
623
-
-
'
?
-
-
624
.
625
626
-
-
-
-
627
.
-
-
'
.
628
629
-
-
?
-
-
.
-
-
,
(
,
630
-
-
)
,
'
-
-
631
.
632
633
.
-
-
,
634
,
635
.
,
636
,
,
637
.
638
639
-
-
?
-
-
640
,
641
,
642
:
-
-
.
643
?
644
645
-
-
-
-
'
.
-
-
.
.
.
.
646
'
.
.
.
'
'
647
648
.
'
,
,
649
,
650
,
.
,
,
,
651
;
652
,
653
'
'
'
,
'
654
655
.
.
.
656
.
657
.
.
.
,
658
'
.
,
,
659
,
.
.
.
?
660
661
-
-
,
'
'
,
'
,
662
-
-
'
.
663
664
-
-
-
-
-
-
.
665
.
.
.
'
?
666
?
'
667
.
668
669
-
-
!
-
-
.
670
671
-
-
'
'
.
672
.
673
674
-
-
-
-
,
675
.
-
-
676
,
677
'
.
678
679
'
680
'
'
,
681
,
682
,
683
.
684
685
,
'
.
686
'
,
'
687
,
688
'
,
689
:
-
-
.
-
-
.
690
691
,
.
692
693
-
-
,
,
!
694
695
-
-
!
-
-
.
-
-
'
696
,
.
,
,
,
697
.
698
699
-
-
,
.
700
701
-
-
,
!
702
703
-
-
.
704
'
.
705
706
-
-
.
.
.
.
.
707
708
-
-
,
'
.
709
710
-
-
!
711
712
-
-
-
-
-
-
'
713
,
714
.
715
716
-
-
-
-
.
-
-
,
.
717
718
,
,
719
,
,
720
.
721
722
723
724
725
.
726
727
728
,
729
.
730
731
.
,
732
'
733
,
734
,
735
.
736
.
737
,
,
'
738
739
.
'
'
740
,
'
.
741
,
742
'
'
,
743
,
.
744
-
-
!
,
745
,
-
-
!
,
746
,
!
747
!
748
'
'
-
-
,
749
,
,
?
750
.
,
751
,
,
752
,
753
.
,
'
,
754
,
755
.
?
756
,
757
.
758
;
759
;
,
,
760
,
,
'
761
'
.
762
'
763
.
764
765
,
766
;
767
'
-
-
.
'
768
769
'
;
770
,
771
;
,
,
772
,
,
773
.
774
'
.
775
,
776
'
,
777
,
'
778
.
779
780
,
781
,
782
783
.
,
,
784
,
,
785
'
'
'
.
786
,
787
,
.
788
789
,
790
,
791
,
792
.
793
,
794
.
795
796
'
797
,
'
798
799
.
'
'
800
,
'
801
,
,
802
'
:
-
-
803
,
,
'
804
.
,
'
805
.
,
,
806
.
,
807
,
'
,
808
,
'
:
-
809
-
.
,
'
,
810
.
,
,
811
.
812
,
.
,
,
813
'
'
814
815
.
'
,
816
,
.
'
817
,
'
818
.
,
'
819
'
.
,
820
,
'
,
821
,
:
,
,
822
,
,
,
823
.
-
-
824
825
'
.
,
826
'
,
'
:
-
-
,
827
?
828
829
,
-
-
,
,
'
.
.
.
830
?
831
832
-
-
,
.
833
834
.
835
836
'
837
'
.
,
838
,
'
,
'
839
'
,
,
840
841
.
,
,
842
'
.
843
844
.
845
,
,
,
846
.
'
847
'
,
848
,
849
.
'
,
'
850
.
851
,
852
!
853
854
'
,
,
855
.
'
856
,
,
857
,
'
,
858
'
,
859
.
860
861
,
862
.
'
,
863
;
864
'
,
.
865
;
866
,
,
867
.
,
868
,
'
,
'
869
.
,
870
.
871
872
,
873
874
,
'
'
875
.
,
876
,
'
,
877
'
,
'
878
'
,
'
,
'
879
.
880
881
-
-
!
-
-
.
882
:
-
-
!
883
884
-
-
,
,
885
.
886
?
887
888
-
-
,
-
-
,
.
889
:
-
-
-
-
890
?
891
892
-
-
?
-
-
,
893
'
894
.
-
-
895
-
-
,
,
896
'
.
-
897
.
-
898
899
-
-
-
-
900
-
-
,
,
901
.
902
903
-
-
,
?
904
905
-
-
.
906
907
908
.
909