Trentino- (che fu poi sciolto dal Governo) e nell'elezioni del 1874 gli avanzati mi contrapposero al deputato governativo uscente.... Fu un bel fiasco. -- Non hai più ritentato la prova? -- No; alle elezioni successive anche il nostro partito si divise in due; la maggioranza appoggiò un candidato che non era nè carne nè pesce e che riuscì.... -- Sei radicale, tu, sei intransigente -- notò Cervara con un'ilarità forzata. -- Radicale? Intransigente?... Ho le mie idee, sbagliate forse.... le idee che avevo da giovine.... che avevamo tutti allora.... Ah, l'Italia che sognavamo era molto più bella di quella che ci avete data. Il Ministro allargò le braccia. -- I sogni, caro mio, son sempre più belli della realtà.... Guai a esigere troppo! -- Guai anche a contentarsi di troppo poco! -- ribattè pronto Varesio. -- Ma se ci mettessimo a discutere non la finiremmo più.... Già, secondo i vari Prefetti nella nostra Provincia, io sono una testa esaltata. -- Sei in attrito coi Prefetti? -- chiese Cervara. E si agitava sul sedile come persona che ha fatto una cattiva digestione. -- Son loro che s'adombrano peggio dei cavalli -- rispose Varesio. -- Questo qui meno male, ma i suoi predecessori!... Ce n'era uno che mi mandava a chiamare ogni momento per avvertirmi ch'ero io -responsabile dell'ordine pubblico-.... Stupido!... Nel 1875, quando l'Imperatore d'Austria fu a Venezia, io ebbi il divieto d'andarvi.... Ero guardato a vista.... Una specie di domicilio coatto.... Che miserie! Parve a Sua Eccellenza che i doveri dell'ufficio gl'imponessero di prender le difese dei funzionari malmenati così. -- Eh, non lo nego, i Prefetti peccano qualche volta per eccesso di zelo.... Ma bisogna mettersi nei loro panni.... Se succedono inconvenienti, son loro i capri espiatorii.... Con questo però sei in buoni termini, mi dicevi.... -- Non sono in termini nè buoni nè cattivi.... dicevo soltanto ch'è meno noioso.... In fondo, credo che abbia sul conto mio l'opinione che avevano gli altri.... Interrogalo.... Cervara fece una spallucciata. Importava molto interrogarlo ormai! Come se gli leggesse nell'anima, Varesio soggiunse: -- Guarda che disgrazie possono capitare a un Ministro del Regno d'Italia!... Di aver nella sua carrozza un individuo ch'è in mala vista delle autorità.... Non le consultate, al Ministero, le informazioni segrete? -- Canzonatore! -- disse Cervara, tanto per dir qualche cosa. -- Il curioso si è -- seguitò l'altro -- che non sono in odore di santità nemmeno presso il mio partito. I giovani mi considerano un oggetto da museo, buono da portare in processione nei giorni di parata, quando si aduna un comizio, quando si appende una corona alla statua di Garibaldi, salvo a rimetterlo in vetrina a cerimonia finita.... Consolati che oggi non ti sei compromesso tu solo; mi son compromesso anch'io; i miei rivali mi accuseranno di aver patteggiato col potere e si serviranno dell'accusa per cercar di prendere il mio posto.... Si accomodino!... Il posto presto o tardi è necessario lasciarlo.... Resta sempre il fatto che sono un -reduce- autentico, io.... E nelle miserie e nelle bassezze presenti quest'è un gran conforto. La voce di Varesio s'era animata; i suoi occhi lampeggiavano come se vi si riflettesse d'improvviso la luce dell'epiche pugne a cui egli aveva partecipato. Il Ministro, nel quale non s'era interamente irrugginita la molla del patriottismo, gli strinse la mano in silenzio. Ma subito dopo, essendo la carrozza sboccata su un ponte, uscì in un -oh- lungo e giocondo, e disse: -- È il ponte di San Matteo questo? -- Sì. Non largo ma gonfiato dalla pioggia, il fiume aveva in quel punto un aspetto assai pittoresco. Da una parte le vecchie case diroccate scendevano a piombo nell'acqua, proiettandovi mobili ombre che la corrente pareva voler trascinare con sè; dall'altra la sponda digradava con leggero pendìo, e sul greto ove cresceva tra i sassi qualche tisico arbusto le lavandaie tendevano le funi per asciugarvi i panni bagnati. Tendevano le funi e cantavano, e le loro voci squillanti si mescevano alla voce cupa del fiume che incalzava rapido e inquieto, biancheggiando qua e là d'una spuma sottile come una trina e perdendosi lontano tra i pioppi ed i salici. Il sole, vittorioso, rischiarava la scena. -- Qui nulla è cambiato dai nostri tempi -- disse Cervara. E, di nuovo, la gaia visione del passato aveva dissipato le ombre dalla sua fronte. L'amico sorrise. -- Son cambiate le lavandaie. -- Che non ce ne sia neanche una di quelle che ci erano allora? -- Laggiù no. Non lo vedi? Son tutte giovani. Subito dopo il ponte, Varesio si sporse dal finestrino e chiamò il fiaccheraio. -- Sarebbe la prima strada a destra, ma puoi fermarti qui. -- E voltandosi verso il Ministro: -- Ora scendo. È inutile che ti faccia venir più in là. -- Non eravamo intesi che ti avrei accompagnato fino a casa? -- Se pioveva.... Non piove.... E poi se avessi una casa mia, se potessi dirti di salirvi almeno per un minuto, sarebbe un'altra faccenda.... Ma non ho casa, non ho che una camera ammobigliata.... Sono tornato scapolo.... Ferma, fiaccheraio, ferma. -- Sei irremovibile? -- Sì, abbi pazienza. -- Allora chi sa quando ci si rivede, perchè io parto domani e ho impegni per stasera e per domattina.... All'albergo non mi troveresti solo. -- E sarei un pesce fuor d'acqua.... No, no, salutiamoci adesso. Si baciarono sulle due guancie; indi Varesio saltò giù dal fiacre, fece ancora un cenno d'addio con la mano, e s'allontanò frettoloso. -- Se vieni a Roma.... se t'occorre qualcosa -- gli gridò dietro il Ministro. E pensava, egli avvezzo a vivere in mezzo ai sollecitatori: -- Non m'ha chiesto nulla. E nemmen io gli ho offerto nulla. Che potevo offrirgli? -- Dove desidera Sua Eccellenza? Era il cocchiere che, immobile e a capo scoperto davanti allo sportello, attendeva gli ordini. Cervara si scosse. -- Alla -Croce di Savoia.- Per la via più breve. Quella sera a teatro il commendatore Prefetto, visitando il Ministro nel suo palco, fece una discreta allusione all'incontro di lui con Varesio. -- Siamo stati all'Università insieme -- spiegò Sua Eccellenza. -- Oh un onest'uomo -- soggiunse il Prefetto. -- Un po' esaltato.... Alla testa di tutte le dimostrazioni.... -- Proprio io non sapevo niente di tutto ciò -- disse Cervara ridendo. -- Me l'immaginavo.... Del resto, lo ripeto, un onest'uomo. Ma la sera stessa un corrispondente di giornali, compreso dell'alta dignità del suo ufficio, telegrafava a Roma e a Parigi: -Il Ministro Cervara ebbe oggi intimi colloqui con l'avvocato Varesio, presidente della Società dei reduci e del Circolo Istria e Trentino. La cosa fece molta impressione avvalorando la voce già corsa sulla evoluzione politica del Gabinetto.- Ne venne di conseguenza che, appena giunto alla capitale, Cervara ebbe un'amorevole tiratina d'orecchi dal Presidente del Consiglio. -- Sì, sì, sono bazzecole, e il corrispondente è un asino che vuol darsi importanza.... Ma noi dobbiamo andar coi piedi di piombo.... Son troppi quelli che aspirano a raccogliere la nostra successione.... E, vede, fin che si tratta di prometter ferrovie, decorazioni, sussidi, eccetera, poco male.... Son ferri del mestiere; se si può si mantiene; se no, si ha sempre la scappatoia di dire che gli eventi sono mutati.... L'essenziale è non sbilanciarsi con gli avversari.... Più rude assai fu il collega del Tesoro. -- Io ho bisogno che la Rendita aumenti e lei co' suoi -colloqui intimi- me la fa ribassare. JOLIE I. -- Eccomi, -- disse il dottore Cadeo, avvicinandosi all'ufficiale sanitario che gli sussurrò qualche parola all'orecchio. Il dottore fece un segno affermativo col capo e soggiunse a voce bassa ma percettibile: -- Anzi è quello che desidero. Indi riprese il suo posto dietro la poltrona ove Clara Falerno sedeva, col busto alquanto proteso in avanti, con le mani scarne piantate sulle ginocchia a guisa d'artigli, pallida come uno spettro, misteriosa come una sfinge. Da una settimana Clara Falerno non si moveva da quella camera. Per cinque giorni e cinque notti, senza chiuder mai occhio, senza prender nulla fuor che il necessario per non morire d'inanizione, ell'aveva vegliato la sua piccola e leggiadrissima Olga, malata di difterite; successa poi la catastrofe al mattino del sesto giorno, non c'era stato verso di toglierla di là. Avevano un bel ripeterle su tutti i toni ch'ella doveva pensare agli altri suoi figliuoli, che doveva pensare al marito lontano, alla madre vecchia; ella replicava con una calma che metteva spavento che gli altri suoi figliuoli stavano bene, erano dalla nonna, giuocavano forse, ridevano, che suo marito e sua madre non avevano bisogno di lei.... Nessuno aveva bisogno di lei, tranne la sua Olga. E Clara, vietando agli estranei di toccar la piccina, l'aveva col solo aiuto della Silvia, la cameriera, lavata, vestita, adorna come per una festa, composta nella cassa di zinco, con le manine in croce, coi lunghi capelli biondi fluenti sul petto. Nè il pianto, il pianto che lenisce le angosce supreme, aveva bagnato il suo ciglio, nè un gemito era salito al suo labbro nell'ora terribile dei funerali. Solo la si era vista accostare rapidamente la destra al cuore, come se dentro di lei qualche cosa si fosse spezzata. Mentre la cameriera singhiozzava con la testa appoggiata al muro, ella, la madre, ritta ed immobile, seguiva con lo sguardo la bara portata via di contrabbando nel silenzio pauroso della notte. Passava la bara per le stanze vuote, rischiarate appena qua e là da un mozzicone di candela, impregnate dall'odore acuto delle disinfezioni; scendeva le scale deserte, era caricata in silenzio sulla barca nera, si dileguava nel canale tenebroso. Nessuno era venuto a salutare la fanciulla che partiva per l'ultimo viaggio, nessuna delle compagne di giochi deponeva un fiore sul feretro.... Fin da quando si era saputo che la Olga aveva la difterite, la casa Falerno era stata posta al bando. I conoscenti, gli amici, pur compiangendo sinceramente la bella bambina e la madre che l'adorava, si limitavano a mandare a prender notizie alla porta di strada, ordinando al domestico di non salire. Altri le notizie le facevano chiedere alla signora Pino, la nonna della piccola inferma, e i più solleciti e più curiosi cercavano di parlar con la vecchia signora e di aver da lei maggiori particolari. Ma nemmen la signora Pino aveva varcato la soglia dei Falerno dopo il primo giorno della malattia. Nel consegnarle i due fratellini dell'Olga, Clara le aveva detto: -- Va, va, custodiscili, salvali, e non venir qui, e non passar per questa strada, fin ch'io non ti chiami. E respingendo brutalmente i bimbi che volevano un bacio: -- No, no, -- ell'aveva soggiunto. -- Con la nonna subito, con la nonna. Insieme con Clara, oltre a due persone di servizio, non era rimasto che il cognato. Ci era rimasto di malavoglia, per riguardo del mondo, giacchè fra le molte paure del signor Giovanni Falerno, giudice al tribunale civile e correzionale, c'era anche quella dell'opinione pubblica; e l'opinione pubblica l'avrebbe condannato senza pietà, s'egli, che viveva in famiglia, se la fosse svignata proprio in quell'occasione. Però, in ossequio al sequestro fiduciario posto dal Municipio, il signor Giovanni, durante la malattia della nipote, non aveva mai messo piede nelle camere di Clara, e aveva passato il tempo a far suffumigi e lavacri antisettici. Anzi egli esalava un tal puzzo d'acido fenico che una mattina il presidente gli aveva detto: -- Caro Falerno, lei appesta il Tribunale. Le accordo io una licenza straordinaria, e se occorrerà le manderò da lavorare a casa. Morta la bimba, il dottore Cadeo, pensoso più ch'altro dello stato di Clara, era ricorso al degno magistrato come al parente più vicino di cui si potesse disporre. -- Si muova anche lei.... Mi aiuti a scuoter quella povera signora.... Eserciti la sua influenza.... La persuada a coricarsi. Il giudice aveva sollevato degli scrupoli di legalità. -- Come si fa?... Quelle camere sono ancora sotto sequestro. Se ci vado e poi esco di casa, manco a un impegno morale.... D'altra parte, non posso mica restar prigioniero.... Ho già trascurato troppo l'ufficio.... Senza dire del pericolo.... non per me.... ma per le molte persone con cui mi trovo in contatto. Il dottore s'era impazientito. -- Eh, non tiri fuori questi cavilli.... La responsabilità verso il Municipio l'assumo io.... E, in quanto al rimanente, le prometto di disinfettarla per modo che nessun microbo avrà il coraggio di appiccicarsele addosso. Messo alle strette, il signor Giovanni aveva finito col lasciarsi rimorchiare, e stando alle calcagna del medico dava qualche capatina da sua cognata. Ma volendo pur sfogarsi con qualcheduno se la prendeva in cuor suo col fratello lontano. -- Quando si abbraccia una carriera che costringe a peregrinazioni continue, si rinunzia al matrimonio. Non è lecito aver moglie e figliuoli per far poi a scaricabarile e gettarne la cura sulle spalle ai parenti.... Perchè, non dico, sarà certo un gran colpo per mio fratello il ricevere allo Zanzibar la notizia della morte della sua bambina; ma intanto -lui- comanda la sua corvetta, lui vede nuovi paesi, ha mille distrazioni, non compirà il suo giro che fra un anno o due, e al ritorno, dopo tanto tempo, il peggio sarà passato.... Le maggiori tribolazioni le hanno quelli che sono sul posto, e che, via, avrebbero diritto alla loro quiete.... Sicuro, anche Cadeo, povero diavolo, da sette giorni trascura la sua clientela per esser qui a tutte le ore.... Ma Cadeo è medico e tra gli uffici della sua professione c'è pur quello di sacrificarsi in casi eccezionali.... E poi i medici hanno l'abitudine di vivere in mezzo alle disgrazie; hanno l'autorità, hanno il linguaggio adattato alle circostanze.... bellissime cose ch'io non ho.... nemmeno con mia cognata. E, invero, Clara Falerno, donna di spirito, moglie d'un uomo pieno di fuoco, d'energia, di coraggio, non aveva mai mostrato un'eccessiva deferenza pel cognato pusillanime ed egoista, nè s'era mai rivolta a lui per consiglio, durante le frequenti assenze di suo marito. Piuttosto, alquanto sarcastica per sua natura, ella si divertiva spesso a farlo bersaglio de' suoi motti pungenti. Ora Clara non badava nè a lui, nè a Cadeo. Di fronte alle loro esortazioni e alle loro preghiere, ella s'irrigidiva in una resistenza che solo la forza brutale avrebbe potuto vincere; e il medico prudente esitava ad usare la forza. -- Verrò da me.... più tardi, -- ella diceva aggrappandosi stretta ai bracciali della poltrona e parlando di preferenza al dottore. -- Lo so, non c'è più niente, non posso far niente, ma mi trovo bene qui.... E prendo anche di tratto in tratto una tazza di brodo.... Domandi alla Silvia, dottore.... Non abbia paura ch'io mi ammali. E sul volto emaciato appariva l'ombra d'un sorriso. Ah, che male faceva quel sorriso a vederlo! Il giudice tirava Cadeo per la falda del vestito. -- Ha inteso? Dice che verrà da sè. È meglio aver pazienza ed andarsene.... Non si fa che inasprirla. Ma Clara non aveva mantenuto la sua promessa, e poche ore dopo il funerale, il medico era tornato alla carica. -- Senta, signora Clara, presto capiteranno quelli dell'uffizio d'igiene.... Sa.... Nei casi di malattie contagiose, gli oggetti, le masserizie che hanno appartenuto alle persone colpite dal morbo devono esser disinfettati o distrutti.... Bisognerà sgombrare questa camera.... -- E perchè non potranno incominciare in presenza mia? -- interruppe Clara. -- Come? -- esclamò Cadeo. -- Strapperanno le tende, porteranno via i mobili, ed ella vorrebbe esser presente? Ella alzò la faccia sparuta e disse lenta e grave, sottolineando ogni parola: -- Iersera hanno portato via qualche cosa di più prezioso dei mobili, e io ero presente, e sono stata forte. -- Tanto forte.... troppo forte, -- ribattè il dottore. -- Non la voglio così.... Voglio vederla piangere. Con una logica inesorabile, Clara rispose: -- Se non piango in questa camera...! E le sue pupille vitree guardavano intente il lettino vuoto. Ma la frase ch'ell'aveva pronunciata fu pel medico come un raggio improvviso di luce. -Se non piango in questa camera!- Ella stessa invocava dunque le lacrime e sentiva che fuori di là, le sarebbe stato ancor più difficile spargerne! Ed egli (oh, il fine psicologo!) egli che una crisi di lacrime reputava necessaria, indispensabile alla ragione, alla vita della sua cliente, egli insisteva per allontanarla! II. Autorizzato dalle parole del dottore, l'ufficiale sanitario sollevò la pesante portiera di drappo, dietro alla quale, in un angolo della stanza, erano raccolti i giocattoli della bambina. Clara trasalì; le sue dita ceree, affilate parvero affondarsi nelle carni attraverso la stoffa del vestito. Cadeo rimase impassibile. Ma il signor Giovanni ch'era in fondo alla camera, sgattaiolò silenziosamente. O perchè lo avevano chiamato? Che ci faceva lì? A lui certe cose stringevano il cuore. Uno dopo l'altro, con un'ostentazione crudele i giocattoli passavano dalle mani dell'ufficiale sanitario in quelle d'un inserviente che li riponeva in un sacco di tela incatramata. A Clara nulla sfuggiva. Ecco il cerchio che l'Olga (erano appena otto giorni dall'ultima volta) si divertiva a far correre lungo i viali del Giardino Pubblico. Correva il cerchio saltellando sulla ghiaia minuta, e la fanciulla, più vaga e leggera d'una farfalla, correva e saltellava con esso. La seguiva a breve distanza la madre, e la gente guardava con simpatia quella madre ancor giovine e bella, quella bimba vispa, fresca e gentile.... Ecco la palla di gomma che co' suoi sbalzi capricciosi aveva rovesciato tanti ninnoli, rotto tanti vetri, colpito o sfiorato tante teste, provocato tante lotte incruenti fra l'Olga e i fratelli minori.... Da qualche tempo però la palla era scema dell'antica baldanza, non brillava de' suoi colori vivaci, non aveva la sua irrequietezza febbrile e nervosa; e Olga sollecitava sempre la mamma a comprargliene una di nuova. -- Te la comprerò, caro tesoro. Ecco la linda cucinetta, ecco i piattini di stagno ove Olga apparecchiava e serviva i pasti frugali a -Jolie....- poca farina impastata con l'acqua.... Ed ecco -Jolie....- Un lieve fremito scosse le membra di Clara allorch'ella vide -Jolie;- le sue palpebre vibrarono, i suoi denti stridettero. Le pareva ieri. Suo marito doveva partir la sera per Roma affine di conferire col Ministro prima d'imbarcarsi alla Spezia. Ella era uscita con lui e con l'Olga. Erano entrati in una bottega di giocattoli, avevano preso una scatola di cubi per Mario, una mezza dozzina di soldatini infrangibili per Giorgetto che mostrava istinti belligeri; all'Olga avevano lasciato scegliere una bambola di suo gusto. Ed ella, fra varie, aveva scelto questa, e l'aveva battezzata subito per -Jolie-, ch'era il nome d'un'altra già posseduta da lei e finita tragicamente nell'autunno, in campagna, sotto le ruote d'un carro. Co' suoi capelli di stoppa, il suo nasino schiacciato, il suo sorriso stupido, la nuova -Jolie- non era il tipo della bellezza greca; pur non mancava di pregi; poteva star ritta, seduta, in ginocchio, moveva gli occhi, diceva, premendole una molla nel ventre, -mamma- e -papà;- inspirava insomma quella fiducia che sogliono inspirar le persone sane di corpo e sane anche, se non raffinate, intellettualmente. -- La terrai con cura? La conserverai sin ch'io torni? -- aveva chiesto il babbo all'Olga. E l'Olga aveva promesso di sì. A Clara, che rammentava la vita breve delle puppattole precedenti, la promessa era sembrata assai temeraria; pure era un fatto che, in otto mesi -Jolie- non aveva sofferto troppe avarie. Una piccola echimosi alla testa per una caduta accidentale, una slogatura ad un braccio, una paralisi all'articolazione d'una gamba, una frattura interna che rendeva tardo e difficile il funzionamento della molla, quest'era tutto. -Jolie- non si reggeva più nè in piedi, nè seduta, nè in ginocchio, -Jolie- non moveva più gli occhi, non diceva più che in modo confuso -mamma- e -papà;- ma del resto -Jolie- godeva buona salute e manteneva inalterato il sorriso ch'è indizio d'umore sereno e pacifico. Olga l'amava con passione. La mattina il suo primo pensiero era quello di domandarle se aveva dormito bene: poi c'era la -toilette- che si rinnovava più volte nella giornata, giacchè -Jolie- possedeva un ricco corredo estivo e invernale; poi la colazione, le visite, il desinare, la cena; infine, la sera, l'Olga non si coricava se non aveva spogliata e messa a letto la bambola coprendola di panni gravi o leggeri a seconda della stagione. Nella mente della fanciulla -Jolie- doveva essere associata alle gioie e ai dispiaceri della famiglia; portava gli auguri nei dì onomastici e natalizi, si rallegrava del parto felice della gattina di casa, si doleva del mal di denti della cameriera, univa i propri saluti a quelli che l'Olga inviava al babbo.... E se il babbo, nelle sue lettere, dimenticava di corrispondere all'atto cortese, l'Olga se ne risentiva come di offesa fatta a sè stessa e cercava di consolarne la sua favorita. Che più? Durante la sua malattia, nei brevi intervalli tra due accessi di febbre, l'Olga voleva -Jolie- sul suo letto, le parlava con la sua voce fioca, le chiedeva scusa se non s'occupava di lei come il solito, le prometteva di risarcirla, dopo guarita, della sua forzata trascuranza. E qualche ora prima di morire, scotendosi un istante dal suo sopore letargico, ell'aveva balbettato: -- -Jolie- ha freddo. Tutto ciò ricordava la madre mentre -Jolie- spariva nell'ampio sacco, insieme al cerchio, alla palla di gomma, ai piattini di stagno; ricordava tutto ciò e le pareva che dal fondo del sacco la chiamassero: -- Mamma! -- e le pareva di riudir le parole: -- -Jolie- ha freddo. Ella si voltò verso Cadeo quasi per interceder grazia. -- Dottore, anche la bambola?... -- È necessario, cara signora. Clara si coperse il viso con le mani. -- Dio mio, Dio mio! E pure, a poco a poco, il suo dolore muto, concentrato, pietrificato si rammolliva, si scioglieva in un'immensa pietà di sè stessa e degli altri.... del marito, dei figliuoli, della madre, della casa.... la casa ove Olga non c'era più. Ancora il suo ciglio era asciutto, ma ella sentiva le lacrime salire, come la terra sente l'acque profonde cercanti un'uscita. Salivano le lacrime, le facevano gruppo alla gola, s'annunciavano con un singulto spasmodico, prorompevano infine calde, impetuose, abbondanti. -- Signora Clara, -- sussurrò con dolcezza il dottore Cadeo. Ella non rispose; gli prese la mano e gliela strinse forte. -- È persuasa adesso di venire? -- egli continuò. Docilmente ella si lasciò condur via dal medico e dalla Silvia. -- E dov'è andato a ficcarsi il signor Giovanni? -- non potè a meno di domandare il dottore. -- Il signor Giovanni? -- disse la cameriera. -- Credo stia facendo dei suffumigi. -- Coniglio! L'ISOLA FORTUNATA (FANTASIA) I. Ora, nella bella isola, gemma dell'Oceano, un dì avvenne questo. Quanti, o nella città popolosa sorgente ad anfiteatro sul mare, o nei villaggi e nei casolari dispersi per la campagna, vegliavano accanto a un infermo, videro, miracolo nuovo, le piaghe richiudersi, la febbre svanire, le forze riprendere, e sulle guancie terree, da cui parevano fuggire il sangue e la vita, tornar via via i rosei colori della salute. In pochi giorni i malati più gravi lasciavano il loro letto di dolore; un'arcana virtù benefica della natura strappava alla morte coloro che la scienza s'era dichiarata impotente a salvare. Nè fu una breve sosta nel corso ordinario delle leggi che governano il mondo; non solo gli ultimi guariti non ricadevano, ma nessun altro ammalava, nessun altro moriva. Era quindi ben giusto che, trascorse più settimane dal dì memorabile in cui s'era prima manifestato il prodigio, fossero rese alla Divinità solenni azioni di grazie. Non l'angusto ricinto d'un tempio che non sarebbe bastato alla folla degli accorrenti, ma un'immensa spianata, che con leggero declivio ascendeva dal mare sino alle falde d'un colle, raccolse, al compier del terzo mese, l'intera popolazione esultante. Presiedevano i consoli: musici e poeti erano sacerdoti del nobilissimo rito in cui nè colò dagli altari sangue di vittime, nè salì dai turiboli fumo d'incenso; ma da liberi petti salivano i canti e da mani innocenti si spargevano i fiori. Senonchè, la parte più toccante della cerimonia era la sfilata di quelli che tre mesi addietro si consideravano irremissibilmente perduti e che la sorte benigna aveva restituito all'umano consorzio. Aprivano la marcia i bambini che di lontano, da posti speciali ed eminenti, le madri covavano con occhi pieni di lacrime. Poverette! Ricordavano gli spasimi atroci durati per giorni che sembravano secoli; le veglie affannose presso le cune spiando ogni moto dei cari visi emaciati, invocando una parola, un sorriso dalle labbra immobili, esangui; ricordavano, oimè, il gesto sfiduciato del medico che aveva esaurito tutti gli espedienti dell'arte sua; ricordavano la pietà crudele degli amici, dei congiunti, favellanti di calma, di rassegnazione ai voleri di Dio. Vane ciancie di mentecatti! Può una madre rassegnarsi ai voleri d'un Dio che le strappi dal petto la sua creatura? Ora che hai stornato il colpo tremendo, ora le madri t'adorano, Dio di bontà e di clemenza! E voi, fanciulli, su cui la morte aveva steso le nere ali, e che oggi fissate gli occhi baldanzosi nel sole, sciogliete inni al Signore, offritegli il profumo delle vostre anime immacolate! Così dicevano le madri, e i bambini vestiti di bianco cantavano sfogliando rose lungo la via. Dopo di loro veniva il manipolo degli adulti, uomini e donne, atteggiati a una gioia più composta e severa. Come rami divelti che scendono il corso d'un fiume essi s'eran sentiti portare verso la foce ignota e paurosa, avevano letto la propria sentenza nelle faccie contraffatte dei loro cari, e adesso, in mezzo alla festa comune, fra i plausi e i sorrisi che li accompagnavano, la lugubre visione si riaffacciava di tratto in tratto ai loro occhi, faceva correre un brivido nelle loro vene. Pur le loro voci gravi si mescevano al coro delle voci infantili e si spandevano piene e sonore nell'aria. Ma il canto dell'ultimo drappello, il drappello dei vecchi, era appena un murmure sommesso. Il miracolo li aveva, sì, arrestati sull'orlo della tomba, ma non aveva ridato loro l'energia della gioventù. Ben piccola parte dell'antico vigore era tornata nelle loro membra infiacchite; di poco s'erano drizzate le loro persone curve; di poco s'era avvantaggiata la tardità dei loro movimenti. Ed essi procedevano a passi cauti e misurati, tenendosi per mano, ora chinando le pupille al suolo, ora girandole attonite. Invero molti parevano riafferrarsi cupidi alla vita e goderne con soddisfazione puramente animale; ma sulla fronte di alcuni si leggevano altri pensieri. Forse già assuefatti all'idea della tomba si dolevano del riposo negato dopo tanti travagli; forse li vinceva il segreto terrore d'una vecchiezza lunga e fredda come le notti del polo; forse li assaliva il rimpianto delle persone dilette, trapassate anni addietro, quando l'isola non era sottratta alla legge universale della morte. Oh perchè non attendere, anime care? Se voi foste ancora del mondo, quanto più dolce sarebbe il mondo ai superstiti! Tuttavia, le faccie più scure dovevano illuminarsi almeno un istante nel contagio dell'entusiasmo, del delirio che invadeva la folla. E il delirio, e l'entusiasmo si manifestavano con maggior veemenza al passaggio dei fanciulli e al passaggio dei vecchi, come se l'istinto del popolo volesse associare ne' suoi trasporti d'affetto queste due debolezze. Giunto al sommo della spianata ove s'ergeva, addossato alla collina verde e fiorita, il palco dei consoli, il coro delle voci cessò; il corteggio si dispose in semicerchio: i vecchi nel mezzo, proprio di fronte alla loggia, a destra gli adulti, a sinistra i bambini. L'immenso padiglione del cielo azzurro si spiegava sul capo delle moltitudini, il sole fra nuvole d'oro calava dietro le alture, una tepida brezza strappava atomi odorosi alle piante e increspava la superficie del mare stendentesi in giro a perdita d'occhio; dal folto dei boschetti uscivano concenti invisibili. Anche i concenti tacquero a un tratto, e per qualche secondo non si udì che il fremito represso della folla aspettante, simile al fruscìo d'un campo di spighe agitate dal vento; poi l'anziano dei consoli pronunziò un breve saluto e invitò uno che gli sedeva a fianco a parlare. Era questi un uomo nella pienezza della virilità; bello come un Dio, portava il marchio del genio sull'ampia, nobile fronte e negli occhi glauchi e profondi di cui non si sarebbe potuto dire se più luce ricevevano dal di fuori o più ne spargevano intorno a sè. Il Poeta; non altrimenti lo chiamavano da anni; egli la voce, egli la coscienza dell'Isola, ne aveva eternato le mille bellezze, ne aveva cantato le albe di rosa e i tramonti di fuoco, aveva, piccolo Virgilio sconosciuto al mondo, nobilitato col ritmo armonioso i lavori del suolo e le fatiche del mare, aveva dato fiori alle cune e alle tombe. Oggi egli sciolse un inno alla vita e alla salute. Alla vita ch'è luce, ch'è amore; alla salute ch'è forza, ch'è gioia e felice equilibrio del corpo e dello spirito. Evocò con parola fatidica le maraviglie dell'avvenire, paragonò la tarda e vana esperienza delle generazioni fuggitive con quella che si sarebbe d'ora innanzi accumulata sugli uomini, liberi dall'incubo della malattia e della morte. Pensate, egli disse, pensate quali prodigi potranno compiersi in un paese ove insieme coi nuovi savi, insieme coi nuovi genî rimarranno gli antichi, ove non sarà muta nessuna voce, non sarà spenta nessuna fiaccola del passato. E conchiuse che poichè i Numi favorivano così gli abitatori dell'isola, all'isola stessa si dovesse mutare il nome e chiamarla l'-Isola fortunata.- Un'immensa acclamazione mostrò come il Poeta si fosse reso interprete del sentimento comune, e da migliaia e migliaia di petti irruppe un grido formidabile: -- Sì, sì, l'-Isola fortunata!- Allora, dalla schiera dei fanciulli appartenenti al cortèo, uscì, alta e diritta come uno stelo, una bambina, vaga angioletta dal dolce viso ridente, dai riccioli biondi che le cingevan le tempie d'una gloria di sole. Corse sulle labbra un nome: -Risorta.- L'appellavano così da tre mesi, da quando la madre, credutala estinta, stava per tagliarle una ciocca di capelli, ed ella, piuttosto risuscitata che guarita, sollevò le palpebre e disse con accento ineffabile: -- Mamma. Non sconcertata dagli applausi, si avviava ella adesso, svelta e graziosa, al palco dei consoli, reggendo con le piccole mani una corona d'alloro che l'Isola destinava al Poeta. Egli scese a incontrarla, e piegata verso di lei la maestosa persona lasciò che le mani delicate gli posassero il serto sul capo. Solo in quel momento un leggero tremito agitò le membra gentili della fanciulla, e un vivo incarnato le si diffuse sulle guancie pallide, e gli occhi limpidi si chinarono quasi abbagliati dal fulgore di quegli altri occhi che li scrutavano. Anch'egli, il Poeta, era in preda a uno strano turbamento. Nella bambina d'oggi egli indovinava la donna di domani, e la donna gli sembrava più bella, più affascinante di tutte quelle ch'erano apparse fino allora sul suo cammino. -- Quanti anni hai? -- egli chiese. -- Sette. Egli la congedò con un bacio paterno. Risorta si mosse per tornar dai compagni che l'attendevano; ma dopo pochi passi si voltò indietro e sorrise. Con la precocità femminile ella sapeva bene che il suo sguardo avrebbe trovato per via lo sguardo del Poeta. -- Ha trent'anni meno di me! -- egli sospirava. Pur lo soccorse un altro pensiero: -- Che cosa sono trent'anni per una vita che non ha limiti?... Mi raggiungerà. Finita la cerimonia, la folla giuliva si disperse all'ombra discreta del crepuscolo, e chi si ritirò alle sue case, e chi errò tra i boschetti di mirti e d'aranci, e chi scese sul lido a raccoglier conchiglie, e chi salì al prossimo poggio del -Belvedere,- che nelle notti d'estate era il ritrovo preferito della popolazione. Intanto s'erano accesi fuochi su tutte le alture, e il navigante che passava lontano vedeva sorger da un punto del mare come un vapore luminoso che andava via via fondendosi con l'azzurro del firmamento. II. E, per un buon tratto di tempo, i dissidenti, se c'erano, non osarono alzare la voce. Si trattava d'eredi scornati, di mogli e mariti già ben disposti a una prossima vedovanza, di generi e nuore che avevano creduto imminente la dipartita della suocera da questa valle di lacrime, di emuli a cui aveva sorriso l'idea della scomparsa d'un antagonista pericoloso, di subalterni che s'erano tenuti sicuri di occupare in breve il posto d'un superiore infermo o decrepito. Era un po' duro dover rassegnarsi adesso allo -statu quo....- Ma era altrettanto difficile manifestare in modo troppo aperto i propri sentimenti. Del resto, ad alcuni interessi offesi dal nuovo stato di cose s'era provveduto con lodevole sollecitudine. Lo stipendio ai custodi del cimitero era mantenuto nella sua integrità. Non dovevano accoglierne i visitatori, mostrare ai posteri remoti il monumento più eloquente del passato? Ai membri della rispettabile corporazione dei becchini si assegnò una pensione per un certo numero d'anni, e così pure si fece in favore di quanti altri traevano il loro sostentamento dagli uffici prestati ai defunti. Vi fu un principio d'agitazione tra i medici e i farmacisti, e non mancarono le proposte di concedere anche ad essi un'indennità; ma prevalse il savio consiglio di soprassedere. In fin dei conti, non era detto che non avesse ad esservi più bisogno di farmacisti e di medici; e, a ogni modo, l'istruzione ond'essi erano forniti doveva metterli in grado di rendersi utili in mille guise e di guadagnarsi da vivere. E in fatti a pochi di loro occorse mutar professione. Se pegli uomini (non pegli animali inferiori) era abolita la morte, se non si sviluppavano più malattie gravi, rimanevano tuttavia molte piccole indisposizioni, vere o sognate, per le quali si richiedevano consulti e ricette, giacchè non era vinta l'irrequietezza propria della natura umana, e, non essendovi motivi seri di angustia, i motivi lievi bastavano a tener agitati gli animi. Era soprattutto, in uomini e donne, una febbre, una smania di voler prolungare la giovinezza, uno sgomento di ogni sintomo che accennasse al declinar delle forze, all'ottundersi delle sensazioni, e il medico affilava le armi per frenar l'azione corroditrice del tempo, e lo speziale vegliava sulle sue storte per distillarne le essenze vitali. Non è a credersi la quantità degli elisir che con nomi diversi erano offerti all'avidità insaziata del pubblico. L'ultimo doveva esser sempre l'infallibile, conservatore miracoloso di tutte le facoltà del corpo e dello spirito. Ma c'era il guaio che, non temendosi più della morte, si usava e abusava dei veleni ai quali era tolta la virtù di uccidere, non quella di nuocere; onde i frequenti disturbi gastrici, e l'emicranie, e gli squilibri psichici, e le malinconie profonde, ostinate, e talora una strana impazienza di mutar soggiorno e abitudini. Però i medici esitavano a suggerir questo rimedio che poteva esser peggiore del male. Sulle prime, gli scienziati dell'Isola s'erano divisi in due campi circa alla soluzione di un grave problema. Gli uni, appartenenti alla scuola sperimentale, sostenevano che l'immunità contro la morte derivasse da virtù particolari del luogo e valesse soltanto per quelli che vi abitavano, e fin che vi abitavano; gli altri, capitanati dal presidente dell'Accademia di filosofia -aprioristica,- pur consentendo nell'attribuire alla terra ed all'aria meriti speciali, affermavano il privilegio dell'immortalità esser concesso a tutti i nati dell'Isola, dovunque pur esulassero. Corsero fiumi d'eloquenza in favore delle due tesi contraddittorie, e i dotti si scagliarono a vicenda le garbate contumelie che sono la salsa piccante delle loro polemiche. Comunque sia, il presidente dell'Accademia -aprioristica- mostrò nel modo più luminoso d'esser convinto delle sue idee, e, seguendo una volta tanto il metodo sperimentale, s'imbarcò sopra una nave diretta a un porto lontano del continente. Non appena arrivato, fu ripreso da un'antica malattia cardiaca, di cui, nella coscienza della propria invulnerabilità, non si curò più che tanto. E così, ripetendo -non pereo,- passò agli eterni riposi. Allora non ci fu più dubbio quale delle due tesi fosse la giusta; restava solo a vedersi fin dove si estendesse quella che avrebbe potuto chiamarsi la zona di salute. E in breve l'esperienza dimostrò ch'essa non oltrepassava un raggio di circa sei miglia tutto intorno all'Isola; entro questi confini non solo non allignavano i germi mortiferi, e l'abituale placidezza del mare e la qualità della spiaggia nè irta di scogli nè sparsa d'insidie escludevano la possibilità di naufragi, ma gli stessi casi fortuiti si risolvevano in nulla. Se per lo sfasciarsi d'una barca, o per altro accidente, un uomo, pur non sapendo nuotare, cadeva in acqua, l'acqua medesima lo riportava illeso alla riva. Di là dalle sei miglia la natura riprendeva i suoi diritti. Onde l'allontanarsi troppo dall'Isola era singolare atto d'audacia, e chi a ciò s'induceva o per ragion di negozi, o per vaghezza di novità, o per la giovanile baldanza che fa correre incontro ai pericoli, era accompagnato alla partenza dai trepidi voti della madre, della sposa, dei figli, e salutato al ritorno come guerriero reduce dal campo di battaglia. Intanto era corsa sui venti la fama dell'Isola fortunata, e vi affluivano i pellegrini da remote contrade. Venivano i sani per meglio goder della vita, venivano i malati per ricuperar la salute, quali col proposito di fermarvi addirittura la loro dimora, quali per tastare il terreno, per verificar da sè stessi l'incredibil prodigio. Accolti festosamente in principio, destarono poi, di mano in mano che l'immigrazione cresceva, inquietudini e timori. I profeti di sventura ammonivano: “Badate! Quest'invasione forestiera finirà col soverchiarci, con lo sconvolgere le nostre abitudini, col corrompere i nostri costumi, coll'alterare la nostra lingua. Provvedete prima che sia troppo tardi„. Perplessi, esitanti, i consoli riunirono gli anziani e i savi dell'Isola, e fra questi il Poeta, sposatosi da poco con la sedicenne Risorta. Disse il Poeta: “O che vorremmo chiuderci in un gretto egoismo? E se gli Dei hanno estirpato dal nostro suolo la pianta malefica della morte, rifiuteremmo agli stranieri di fruire d'una così grande benedizione? Sì certo; un'era nuova è cominciata per noi; dobbiamo mostrarcene degni, dobbiamo accettare i mutamenti inevitabili, e veder di trarne profitto. Apriamo le braccia ai fratelli che accorrono ai nostri lidi, offriamo un campo propizio alla loro operosità, scendiamo con essi in nobile gara per tutto ciò ch'è buono, alto e gentile. Sia veramente la nostra Isola un faro che illumina e attrae; irradii da sè uno splendore che sia conforto e promessa ai derelitti del mondo!„ Chi applaudì, chi mormorò, chi tentennò il capo dubbioso; ma a far prevalere l'opinione del Poeta potè, più della sua parola eloquente, l'osservazione semplice e bonaria d'un umile cittadino: “E con che mezzi li respingeremmo, gli stranieri?„ Quest'era la verità. I miti e patriarcali abitanti, alieni dalle risse e dal sangue, non sarebbero stati in grado, neppur volendo, di custodire l'integrità della loro Isola. Se parte degl'immigranti arrivavano alla spicciolata su leggieri navigli, altri vi giungevano in massa, col sorriso sul labbro ma con la spada al fianco, come offrenti a scelta la pace o la guerra. E fu pace. I coloni giuravano ubbidienza alle leggi, rispetto alle donne, partecipazione ai tributi; avendone in cambio dono di terreni da coltivare o da fabbricarvi e libertà piena di esercitare le loro industrie e di adorare Iddio a loro modo. Senonchè, la pace ufficiale non impediva le contese private, che, un tempo sì rare nell'Isola, divenivano a mano a mano più frequenti ed acerbe. Ma quantunque un selvaggio furore armasse le destre (che gli stranieri avevano appreso l'uso dell'armi anche agl'indigeni) e le punte affilate cercassero i cuori, nessun colpo riusciva mortale. Il sangue si stagnava, le piaghe rimarginavano; gli avversari, stupiti di vivere, si separavano con occhi lampeggianti d'un odio infinito come l'eternità. Ogni tanto accadeva una cosa tragica. Con un tacito accordo, due nemici irreconciliabili staccavano in silenzio una barca dal lido, e a forza di remi e di vele si spingevano lontano nel mare, oltre la zona privilegiata.... Talora ritornava uno solo dei due; talora non ritornava nessuno; sballottata dai flutti la barca vuota veniva a investir sulla spiaggia. III. Mezzo secolo era trascorso dal giorno memorabile del solenne rendimento di grazie agli Dei, e l'Isola non pareva più quella. La città s'era estesa lungo il lido e sul dorso della collina, altri villaggi s'erano aggiunti agli antichi, e nelle valli appartate e sulle cime solitarie giungeva il fremito della vita. Benchè non vi fosse ormai angolo di terra, per quanto sterile e ingrata, che non sentisse l'aratro, e i pescatori, sfidando il pericolo, solcassero una larga tratta di mare, l'agricoltura e la pesca non erano più l'uniche fonti da cui la popolazione traesse il sostentamento. La necessità aveva aguzzato gli ingegni e fatto fiorire l'industrie e i commerci; la materia prima si trasformava in cento opifici; da cento cantieri uscivano navi superbe che alimentavan gli scambi; e, come se non bastasse il lavoro alla luce del sole, uomini, donne, fanciulli, armati di picconi, scendevano nelle misteriose profondità della terra per strapparne i tesori. Pur l'Isola aveva perduto la sua poesia e la sua gentilezza; le native virtù della popolazione erano scomparse con lo sparir della morte; ogni vincolo era allentato; ogni affetto illanguidito; perfino l'amor materno, libero dall'ansie che lo fanno trepidar sulle cune, era diventato arido e freddo. E leggi e costumi avevano subito un'alterazione profonda, poichè l'accumularsi delle generazioni non permetteva di lasciar sussistere gli antichi rapporti giuridici e modificava radicalmente tutti i criteri morali. Così, non venendo la morte a sciogliere la dipendenza dei figli dai genitori, era, a una certa età, imposta l'abdicazione di questi in favore di quelli; cedevano la potestà, cedevano gli averi, restavano, ospiti tollerati, nella famiglia. Pei matrimoni s'era ricorso a un altro espediente, e visto che la prospettiva di stare insieme sino alla fine del mondo metteva una grande inquietudine in corpo a mogli e a mariti, il patto nuziale aveva assunto carattere temporaneo; le unioni si contraevano per un quarto di secolo, salvo a rinnovarle di mutuo accordo, come le Società anonime. Purtroppo nemmen ciò bastava ad appagare le impazienze penetrate nel sangue, e là ove un giorno era sacro il rispetto del talamo succedevano scandali a scandali. Anche la più bella coppia dell'Isola s'era divisa dopo vent'anni; la splendida Risorta, nel pieno fulgore della sua giovinezza, aveva abbandonato il declinante Poeta. Ed egli, ferito nel suo amore, deluso ne' suoi ideali, viveva ormai solo e sdegnoso sulla vetta erma d'un colle dicendo al cielo e al mare lontano i canti che gli uomini non intendevano più. Ma grave sopra ogni problema incombeva sull'Isola il problema economico. Le ricchezze, frutto della raddoppiata attività, s'erano concentrate in mano di pochi e non davano la felicità nemmeno a quei pochi, travagliati perpetuamente dalla cura gelosa di conservarle e dalla cupidigia febbrile di accrescerle: gli altri, pur faticando l'intera giornata, campavano a stento. Indi furti, rapine e sommosse; indi piene di gente rissosa le strade, piene di prigionieri le carceri. E le angustie dell'oggi erano un nulla in paragone ai terrori del domani. Quest'Isola, ove non moriva nessuno e ov'erano continue le nascite, come sarebbe bastata a capire, a nutrire i suoi abitanti? Ecco il pensiero che occupava assiduo le menti, ecco la domanda che saliva senza tregua alle labbra. Nè il quesito era agitato con la calma di chi considera in modo obbiettivo un avvenire che non lo tocca; qui i casi dell'avvenire toccavano tutti; qui tutti dovevano chiedere a sè medesimi ciò che, in un tempo non molto lontano, sarebbe accaduto di loro. Nelle piazze, nei privati ritrovi, nei Consigli dei governanti si discutevano strane, stupefacenti proposte. D'impedire l'immigrazione non si parlava più; era cosa fatta. Il provvedimento da cui gl'indigeni avevano rifuggito era stato preso dagli stessi immigranti contro gl'immigranti nuovi; solo in via eccezionale ed assoggettandosi a gravissimi balzelli era ormai permesso di fissar la propria dimora nell'Isola; le invasioni si respingevano a mano armata e si respingevano con fortuna; perchè fra le molte trasformazioni dell'Isola era notevole questa: che vi si erano sviluppate le virtù militari e un piccolo esercito custodiva la costa e un piccolo naviglio vigilava gli approdi. Ma ben altro occorreva per arrestare l'addensarsi minaccioso della popolazione. E chi invocava leggi che frenassero i matrimoni, e chi pretendeva fissare il numero massimo dei figliuoli per ogni famiglia; e chi suggeriva la soppressione dei bimbi illegittimi gettandoli in mare là ove il mare veramente ingoiava la sua preda, e chi voleva, pei delinquenti, sostituito l'esilio al carcere, e chi l'esilio chiedeva per quanti o dall'età o dalle condizioni fisiche fossero resi inetti al lavoro. Triste a dirsi, il feroce proposito non era balenato prima alla mente di uomini sciolti da ogni legame domestico; anzi i primi a manifestarlo, i più caldi a sostenerlo erano quelli che, quand'esso fosse stato accolto, avrebbero visto disertata la casa da congiunti un tempo carissimi. “Perchè,„ dicevano aspramente costoro, “perchè devono i pochi faticar per i molti? Perchè il frutto de' nostri sudori, già scarso a noi, alle mogli, alla prole, deve andar diviso coi bisavoli e coi trisavoli?„ E le donne, pur sì pietose, aizzavano i mariti, e i bimbi erano educati a guardar con occhio ostile le lunghe, squallide schiere dei vecchi gialli, magri, stecchiti, sfilanti silenziosamente per le vie, o immobili al sole, le mani scarne intrecciate sul pomo dei nodosi bastoni, le pupille fisse nello spazio in atto di muta interrogazione. Pareva dicessero: “Che giova vivere?„ Nondimeno, solo pochissimi osavan morire. Anticipando volontari l'esilio che pendeva sul capo di tutti, quei pochissimi sparivano nella notte, senza che neppur le famiglie si curassero di sapere ove erano andati. Ma i più si ribellavano contro il destino che li minacciava. Benchè la terra natale fosse loro divenuta nemica, si tenevano stretti alla terra natale; benchè la vita fosse sì dura, s'aggrappavano disperatamente alla vita. E, appunto in quel cinquantesimo anno, quando l'Isola fortunata avrebbe dovuto celebrare il suo giubileo; ed era invece maggiore la eccitazione degli animi, maggiore il fermento contro i -parassiti,- alcuni tra gli anziani si volsero supplichevoli per aiuto al Poeta, come a colui che forse poteva stornar la procella. “Non questo„, egli rispose sconfidato. “Sono un superstite come voi, sopravvivo alla mia gloria, sopravvivo al mio genio. Una cosa posso e devo: dividere la vostra sorte„. E seguì gli amici, ahi quanto diverso anch'egli da quello d'un tempo! Egli s'avvicinava al novantesimo anno; era entrato nel grigio crepuscolo che, ai limiti estremi di quella che noi chiamiamo vecchiezza, avvolgeva nell'Isola uomini e donne. La bella, ampia fronte, già eretta verso le stelle, si piegava oggi come sotto un peso invisibile; nei lunghi capelli inanellati, nella lunga barba fluente brillavano con nitore metallico numerosi fili d'argento, un'ombra di malinconia appannava gli occhi sfavillanti e profondi, e in tutta la persona era un'aria di stanchezza, un languore diffuso che contrastava con l'antica baldanza. Tuttavia, per combattere l'ultima lotta, egli trovò ancora una volta gli accenti che scuotono e trascinano con una forza che nessun ragionamento non ha. A che ripetere le sue parole? Divise dal suono, dal gesto, dal ritmo, sarebbero come fiori avvizziti, pallida immagine di ciò che furono. I coetanei bevevano avidamente l'ineffabile armonia che li richiamava agli anni felici; i giovani, invano riluttanti, subivano il fascino d'un'arte primitiva ed ingenua. Molte ciglia che ignoravan le lacrime s'inumidirono, molti cuori induriti furono vinti da un impeto di tenerezza, e nella universale commozione la legge, ormai pronta, che decretava gli esigli fu lacerata. Ma il Poeta sentiva che il suo trionfo era effimero. Gli risonavano nell'orecchio due frasi mormorate dietro di lui nella folla, senza passione, senz'astio, con una tristezza pacata che ne raddoppiava il significato: “Ciò che non si è fatto oggi dovrà farsi domani„. “Costui parla come -quando sì moriva-„. Meditando le gravi parole, egli ritornava al suo eremo. “Rimani con noi„, gli avevan detto gli amici. Egli non aveva voluto. Non solo desiderava evitare ogni possibile incontro con la sua bella infedele; ma troppo gli stringeva il cuore il mutato aspetto della città ch'egli ricordava tranquilla e gioconda in riva al suo mare, impregnata di fragranze e circonfusa di luce. Ora le case, non bastevoli alla popolazione sempre crescente, salivano ad altezze vertiginose; il fumo delle officine velava i raggi del sole e l'azzurro del cielo; le strade immerse nell'ombra erano intronate dal frastuono dei carri, dallo scalpitìo delle bestie, dalle grida irose degli uomini; scomparsi i giardini che un tempo cingevano le abitazioni private; scomparsi i viali, i boschetti già brulicanti d'una folla gaia e felice; appena qua e là un esile arbusto protendeva i rami stecchiti dal muro di qualche buio cortile, in atto di naufrago che implori disperatamente soccorso. All'aperto, all'aperto! Sulla cima aerea ove ancora battagliavano liberi i venti, e lo sguardo spaziava nell'orizzonte, e gli uccelli, improvvidi del domani e paghi di lor vita breve, passavano a stormi cantando. Il Poeta era già fuori dell'abitato quando una donna velata gli sbarrò il cammino. -- O mio Poeta, -- ella esclamò, sollevando il velo, -- mi riconosci? Egli fece un passo indietro. -- Risorta! -- Sì, sono Risorta, la tua Risorta. Ero laggiù tra quelli che ti ascoltavano estatici, volevo uscir dalla folla, gettarmi a' tuoi piedi, e non n'ebbi il coraggio.... Troppo t'offesi.... Potrai tu perdonarmi? A un gesto affermativo di lui ella gli cinse il collo con le candide braccia, e gli sussurrò piano e soave: -- Ti amo ancora; vuoi riavermi a compagna? Egli si svincolò dolcemente; avvolse d'uno sguardo pieno d'indulgenza e di tenerezza la donna non più giovine ma sempre bellissima, le sorprese negli occhi la fiamma divoratrice della voluttà, e rispose: -- Non oggi, più tardi. Risorta chinò il capo sospirando. -- Ah, tu non mi ami. - ( ) ' 1 . . . . 2 . 3 4 - - ? 5 6 - - ; 7 ; 8 . . . . 9 10 - - , , - - ' 11 . 12 13 - - ? ? . . . , . . . . 14 . . . . . . . . , ' 15 . 16 17 . - - , , 18 . . . . ! 19 20 - - ! - - . - - 21 . . . . , 22 , . 23 24 - - ? - - . 25 . 26 27 - - ' - - . - - 28 , ! . . . 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