Trentino- (che fu poi sciolto dal Governo) e nell'elezioni del 1874 gli
avanzati mi contrapposero al deputato governativo uscente.... Fu un bel
fiasco.
-- Non hai più ritentato la prova?
-- No; alle elezioni successive anche il nostro partito si divise in
due; la maggioranza appoggiò un candidato che non era nè carne nè pesce
e che riuscì....
-- Sei radicale, tu, sei intransigente -- notò Cervara con un'ilarità
forzata.
-- Radicale? Intransigente?... Ho le mie idee, sbagliate forse.... le
idee che avevo da giovine.... che avevamo tutti allora.... Ah, l'Italia
che sognavamo era molto più bella di quella che ci avete data.
Il Ministro allargò le braccia. -- I sogni, caro mio, son sempre più
belli della realtà.... Guai a esigere troppo!
-- Guai anche a contentarsi di troppo poco! -- ribattè pronto Varesio. --
Ma se ci mettessimo a discutere non la finiremmo più.... Già, secondo
i vari Prefetti nella nostra Provincia, io sono una testa esaltata.
-- Sei in attrito coi Prefetti? -- chiese Cervara. E si agitava sul
sedile come persona che ha fatto una cattiva digestione.
-- Son loro che s'adombrano peggio dei cavalli -- rispose Varesio. --
Questo qui meno male, ma i suoi predecessori!... Ce n'era uno che mi
mandava a chiamare ogni momento per avvertirmi ch'ero io -responsabile
dell'ordine pubblico-.... Stupido!... Nel 1875, quando l'Imperatore
d'Austria fu a Venezia, io ebbi il divieto d'andarvi.... Ero guardato
a vista.... Una specie di domicilio coatto.... Che miserie!
Parve a Sua Eccellenza che i doveri dell'ufficio gl'imponessero di
prender le difese dei funzionari malmenati così.
-- Eh, non lo nego, i Prefetti peccano qualche volta per eccesso
di zelo.... Ma bisogna mettersi nei loro panni.... Se succedono
inconvenienti, son loro i capri espiatorii.... Con questo però sei in
buoni termini, mi dicevi....
-- Non sono in termini nè buoni nè cattivi.... dicevo soltanto ch'è
meno noioso.... In fondo, credo che abbia sul conto mio l'opinione che
avevano gli altri.... Interrogalo....
Cervara fece una spallucciata. Importava molto interrogarlo ormai!
Come se gli leggesse nell'anima, Varesio soggiunse:
-- Guarda che disgrazie possono capitare a un Ministro del Regno
d'Italia!... Di aver nella sua carrozza un individuo ch'è in mala vista
delle autorità.... Non le consultate, al Ministero, le informazioni
segrete?
-- Canzonatore! -- disse Cervara, tanto per dir qualche cosa.
-- Il curioso si è -- seguitò l'altro -- che non sono in odore di santità
nemmeno presso il mio partito. I giovani mi considerano un oggetto
da museo, buono da portare in processione nei giorni di parata,
quando si aduna un comizio, quando si appende una corona alla statua
di Garibaldi, salvo a rimetterlo in vetrina a cerimonia finita....
Consolati che oggi non ti sei compromesso tu solo; mi son compromesso
anch'io; i miei rivali mi accuseranno di aver patteggiato col potere
e si serviranno dell'accusa per cercar di prendere il mio posto.... Si
accomodino!... Il posto presto o tardi è necessario lasciarlo.... Resta
sempre il fatto che sono un -reduce- autentico, io.... E nelle miserie
e nelle bassezze presenti quest'è un gran conforto.
La voce di Varesio s'era animata; i suoi occhi lampeggiavano come se vi
si riflettesse d'improvviso la luce dell'epiche pugne a cui egli aveva
partecipato.
Il Ministro, nel quale non s'era interamente irrugginita la molla del
patriottismo, gli strinse la mano in silenzio. Ma subito dopo, essendo
la carrozza sboccata su un ponte, uscì in un -oh- lungo e giocondo, e
disse:
-- È il ponte di San Matteo questo?
-- Sì.
Non largo ma gonfiato dalla pioggia, il fiume aveva in quel punto
un aspetto assai pittoresco. Da una parte le vecchie case diroccate
scendevano a piombo nell'acqua, proiettandovi mobili ombre che la
corrente pareva voler trascinare con sè; dall'altra la sponda digradava
con leggero pendìo, e sul greto ove cresceva tra i sassi qualche
tisico arbusto le lavandaie tendevano le funi per asciugarvi i panni
bagnati. Tendevano le funi e cantavano, e le loro voci squillanti si
mescevano alla voce cupa del fiume che incalzava rapido e inquieto,
biancheggiando qua e là d'una spuma sottile come una trina e perdendosi
lontano tra i pioppi ed i salici. Il sole, vittorioso, rischiarava la
scena.
-- Qui nulla è cambiato dai nostri tempi -- disse Cervara. E, di nuovo,
la gaia visione del passato aveva dissipato le ombre dalla sua fronte.
L'amico sorrise. -- Son cambiate le lavandaie.
-- Che non ce ne sia neanche una di quelle che ci erano allora?
-- Laggiù no. Non lo vedi? Son tutte giovani.
Subito dopo il ponte, Varesio si sporse dal finestrino e chiamò il
fiaccheraio.
-- Sarebbe la prima strada a destra, ma puoi fermarti qui. -- E
voltandosi verso il Ministro:
-- Ora scendo. È inutile che ti faccia venir più in là.
-- Non eravamo intesi che ti avrei accompagnato fino a casa?
-- Se pioveva.... Non piove.... E poi se avessi una casa mia, se potessi
dirti di salirvi almeno per un minuto, sarebbe un'altra faccenda....
Ma non ho casa, non ho che una camera ammobigliata.... Sono tornato
scapolo.... Ferma, fiaccheraio, ferma.
-- Sei irremovibile?
-- Sì, abbi pazienza.
-- Allora chi sa quando ci si rivede, perchè io parto domani e ho
impegni per stasera e per domattina.... All'albergo non mi troveresti
solo.
-- E sarei un pesce fuor d'acqua.... No, no, salutiamoci adesso.
Si baciarono sulle due guancie; indi Varesio saltò giù dal fiacre, fece
ancora un cenno d'addio con la mano, e s'allontanò frettoloso.
-- Se vieni a Roma.... se t'occorre qualcosa -- gli gridò dietro il
Ministro. E pensava, egli avvezzo a vivere in mezzo ai sollecitatori:
-- Non m'ha chiesto nulla. E nemmen io gli ho offerto nulla. Che potevo
offrirgli?
-- Dove desidera Sua Eccellenza?
Era il cocchiere che, immobile e a capo scoperto davanti allo
sportello, attendeva gli ordini.
Cervara si scosse. -- Alla -Croce di Savoia.- Per la via più breve.
Quella sera a teatro il commendatore Prefetto, visitando il Ministro
nel suo palco, fece una discreta allusione all'incontro di lui con
Varesio.
-- Siamo stati all'Università insieme -- spiegò Sua Eccellenza.
-- Oh un onest'uomo -- soggiunse il Prefetto. -- Un po' esaltato.... Alla
testa di tutte le dimostrazioni....
-- Proprio io non sapevo niente di tutto ciò -- disse Cervara ridendo.
-- Me l'immaginavo.... Del resto, lo ripeto, un onest'uomo.
Ma la sera stessa un corrispondente di giornali, compreso dell'alta
dignità del suo ufficio, telegrafava a Roma e a Parigi:
-Il Ministro Cervara ebbe oggi intimi colloqui con l'avvocato Varesio,
presidente della Società dei reduci e del Circolo Istria e Trentino.
La cosa fece molta impressione avvalorando la voce già corsa sulla
evoluzione politica del Gabinetto.-
Ne venne di conseguenza che, appena giunto alla capitale, Cervara ebbe
un'amorevole tiratina d'orecchi dal Presidente del Consiglio.
-- Sì, sì, sono bazzecole, e il corrispondente è un asino che vuol
darsi importanza.... Ma noi dobbiamo andar coi piedi di piombo.... Son
troppi quelli che aspirano a raccogliere la nostra successione....
E, vede, fin che si tratta di prometter ferrovie, decorazioni,
sussidi, eccetera, poco male.... Son ferri del mestiere; se si può si
mantiene; se no, si ha sempre la scappatoia di dire che gli eventi sono
mutati.... L'essenziale è non sbilanciarsi con gli avversari....
Più rude assai fu il collega del Tesoro. -- Io ho bisogno che la Rendita
aumenti e lei co' suoi -colloqui intimi- me la fa ribassare.
JOLIE
I.
-- Eccomi, -- disse il dottore Cadeo, avvicinandosi all'ufficiale
sanitario che gli sussurrò qualche parola all'orecchio.
Il dottore fece un segno affermativo col capo e soggiunse a voce bassa
ma percettibile: -- Anzi è quello che desidero.
Indi riprese il suo posto dietro la poltrona ove Clara Falerno sedeva,
col busto alquanto proteso in avanti, con le mani scarne piantate sulle
ginocchia a guisa d'artigli, pallida come uno spettro, misteriosa come
una sfinge.
Da una settimana Clara Falerno non si moveva da quella camera. Per
cinque giorni e cinque notti, senza chiuder mai occhio, senza prender
nulla fuor che il necessario per non morire d'inanizione, ell'aveva
vegliato la sua piccola e leggiadrissima Olga, malata di difterite;
successa poi la catastrofe al mattino del sesto giorno, non c'era stato
verso di toglierla di là.
Avevano un bel ripeterle su tutti i toni ch'ella doveva pensare agli
altri suoi figliuoli, che doveva pensare al marito lontano, alla madre
vecchia; ella replicava con una calma che metteva spavento che gli
altri suoi figliuoli stavano bene, erano dalla nonna, giuocavano forse,
ridevano, che suo marito e sua madre non avevano bisogno di lei....
Nessuno aveva bisogno di lei, tranne la sua Olga.
E Clara, vietando agli estranei di toccar la piccina, l'aveva col solo
aiuto della Silvia, la cameriera, lavata, vestita, adorna come per
una festa, composta nella cassa di zinco, con le manine in croce, coi
lunghi capelli biondi fluenti sul petto.
Nè il pianto, il pianto che lenisce le angosce supreme, aveva bagnato
il suo ciglio, nè un gemito era salito al suo labbro nell'ora terribile
dei funerali. Solo la si era vista accostare rapidamente la destra al
cuore, come se dentro di lei qualche cosa si fosse spezzata. Mentre
la cameriera singhiozzava con la testa appoggiata al muro, ella, la
madre, ritta ed immobile, seguiva con lo sguardo la bara portata via
di contrabbando nel silenzio pauroso della notte. Passava la bara
per le stanze vuote, rischiarate appena qua e là da un mozzicone di
candela, impregnate dall'odore acuto delle disinfezioni; scendeva le
scale deserte, era caricata in silenzio sulla barca nera, si dileguava
nel canale tenebroso. Nessuno era venuto a salutare la fanciulla che
partiva per l'ultimo viaggio, nessuna delle compagne di giochi deponeva
un fiore sul feretro....
Fin da quando si era saputo che la Olga aveva la difterite, la
casa Falerno era stata posta al bando. I conoscenti, gli amici, pur
compiangendo sinceramente la bella bambina e la madre che l'adorava, si
limitavano a mandare a prender notizie alla porta di strada, ordinando
al domestico di non salire. Altri le notizie le facevano chiedere alla
signora Pino, la nonna della piccola inferma, e i più solleciti e più
curiosi cercavano di parlar con la vecchia signora e di aver da lei
maggiori particolari.
Ma nemmen la signora Pino aveva varcato la soglia dei Falerno dopo
il primo giorno della malattia. Nel consegnarle i due fratellini
dell'Olga, Clara le aveva detto: -- Va, va, custodiscili, salvali, e non
venir qui, e non passar per questa strada, fin ch'io non ti chiami.
E respingendo brutalmente i bimbi che volevano un bacio: -- No, no, --
ell'aveva soggiunto. -- Con la nonna subito, con la nonna.
Insieme con Clara, oltre a due persone di servizio, non era rimasto
che il cognato. Ci era rimasto di malavoglia, per riguardo del mondo,
giacchè fra le molte paure del signor Giovanni Falerno, giudice al
tribunale civile e correzionale, c'era anche quella dell'opinione
pubblica; e l'opinione pubblica l'avrebbe condannato senza pietà,
s'egli, che viveva in famiglia, se la fosse svignata proprio in
quell'occasione. Però, in ossequio al sequestro fiduciario posto
dal Municipio, il signor Giovanni, durante la malattia della nipote,
non aveva mai messo piede nelle camere di Clara, e aveva passato il
tempo a far suffumigi e lavacri antisettici. Anzi egli esalava un tal
puzzo d'acido fenico che una mattina il presidente gli aveva detto:
-- Caro Falerno, lei appesta il Tribunale. Le accordo io una licenza
straordinaria, e se occorrerà le manderò da lavorare a casa.
Morta la bimba, il dottore Cadeo, pensoso più ch'altro dello stato di
Clara, era ricorso al degno magistrato come al parente più vicino di
cui si potesse disporre.
-- Si muova anche lei.... Mi aiuti a scuoter quella povera signora....
Eserciti la sua influenza.... La persuada a coricarsi.
Il giudice aveva sollevato degli scrupoli di legalità.
-- Come si fa?... Quelle camere sono ancora sotto sequestro. Se
ci vado e poi esco di casa, manco a un impegno morale.... D'altra
parte, non posso mica restar prigioniero.... Ho già trascurato troppo
l'ufficio.... Senza dire del pericolo.... non per me.... ma per le
molte persone con cui mi trovo in contatto.
Il dottore s'era impazientito. -- Eh, non tiri fuori questi cavilli....
La responsabilità verso il Municipio l'assumo io.... E, in quanto al
rimanente, le prometto di disinfettarla per modo che nessun microbo
avrà il coraggio di appiccicarsele addosso.
Messo alle strette, il signor Giovanni aveva finito col lasciarsi
rimorchiare, e stando alle calcagna del medico dava qualche capatina da
sua cognata. Ma volendo pur sfogarsi con qualcheduno se la prendeva in
cuor suo col fratello lontano.
-- Quando si abbraccia una carriera che costringe a peregrinazioni
continue, si rinunzia al matrimonio. Non è lecito aver moglie e
figliuoli per far poi a scaricabarile e gettarne la cura sulle spalle
ai parenti.... Perchè, non dico, sarà certo un gran colpo per mio
fratello il ricevere allo Zanzibar la notizia della morte della sua
bambina; ma intanto -lui- comanda la sua corvetta, lui vede nuovi
paesi, ha mille distrazioni, non compirà il suo giro che fra un anno
o due, e al ritorno, dopo tanto tempo, il peggio sarà passato....
Le maggiori tribolazioni le hanno quelli che sono sul posto, e che,
via, avrebbero diritto alla loro quiete.... Sicuro, anche Cadeo,
povero diavolo, da sette giorni trascura la sua clientela per esser
qui a tutte le ore.... Ma Cadeo è medico e tra gli uffici della sua
professione c'è pur quello di sacrificarsi in casi eccezionali....
E poi i medici hanno l'abitudine di vivere in mezzo alle disgrazie;
hanno l'autorità, hanno il linguaggio adattato alle circostanze....
bellissime cose ch'io non ho.... nemmeno con mia cognata.
E, invero, Clara Falerno, donna di spirito, moglie d'un uomo pieno di
fuoco, d'energia, di coraggio, non aveva mai mostrato un'eccessiva
deferenza pel cognato pusillanime ed egoista, nè s'era mai rivolta
a lui per consiglio, durante le frequenti assenze di suo marito.
Piuttosto, alquanto sarcastica per sua natura, ella si divertiva spesso
a farlo bersaglio de' suoi motti pungenti.
Ora Clara non badava nè a lui, nè a Cadeo. Di fronte alle loro
esortazioni e alle loro preghiere, ella s'irrigidiva in una resistenza
che solo la forza brutale avrebbe potuto vincere; e il medico prudente
esitava ad usare la forza.
-- Verrò da me.... più tardi, -- ella diceva aggrappandosi stretta ai
bracciali della poltrona e parlando di preferenza al dottore. -- Lo so,
non c'è più niente, non posso far niente, ma mi trovo bene qui.... E
prendo anche di tratto in tratto una tazza di brodo.... Domandi alla
Silvia, dottore.... Non abbia paura ch'io mi ammali.
E sul volto emaciato appariva l'ombra d'un sorriso. Ah, che male faceva
quel sorriso a vederlo!
Il giudice tirava Cadeo per la falda del vestito.
-- Ha inteso? Dice che verrà da sè. È meglio aver pazienza ed
andarsene.... Non si fa che inasprirla.
Ma Clara non aveva mantenuto la sua promessa, e poche ore dopo il
funerale, il medico era tornato alla carica.
-- Senta, signora Clara, presto capiteranno quelli dell'uffizio
d'igiene.... Sa.... Nei casi di malattie contagiose, gli oggetti,
le masserizie che hanno appartenuto alle persone colpite dal morbo
devono esser disinfettati o distrutti.... Bisognerà sgombrare questa
camera....
-- E perchè non potranno incominciare in presenza mia? -- interruppe
Clara.
-- Come? -- esclamò Cadeo. -- Strapperanno le tende, porteranno via i
mobili, ed ella vorrebbe esser presente?
Ella alzò la faccia sparuta e disse lenta e grave, sottolineando ogni
parola:
-- Iersera hanno portato via qualche cosa di più prezioso dei mobili, e
io ero presente, e sono stata forte.
-- Tanto forte.... troppo forte, -- ribattè il dottore. -- Non la voglio
così.... Voglio vederla piangere.
Con una logica inesorabile, Clara rispose:
-- Se non piango in questa camera...!
E le sue pupille vitree guardavano intente il lettino vuoto.
Ma la frase ch'ell'aveva pronunciata fu pel medico come un raggio
improvviso di luce. -Se non piango in questa camera!- Ella stessa
invocava dunque le lacrime e sentiva che fuori di là, le sarebbe stato
ancor più difficile spargerne! Ed egli (oh, il fine psicologo!) egli
che una crisi di lacrime reputava necessaria, indispensabile alla
ragione, alla vita della sua cliente, egli insisteva per allontanarla!
II.
Autorizzato dalle parole del dottore, l'ufficiale sanitario sollevò
la pesante portiera di drappo, dietro alla quale, in un angolo della
stanza, erano raccolti i giocattoli della bambina.
Clara trasalì; le sue dita ceree, affilate parvero affondarsi nelle
carni attraverso la stoffa del vestito.
Cadeo rimase impassibile. Ma il signor Giovanni ch'era in fondo alla
camera, sgattaiolò silenziosamente. O perchè lo avevano chiamato? Che
ci faceva lì? A lui certe cose stringevano il cuore.
Uno dopo l'altro, con un'ostentazione crudele i giocattoli passavano
dalle mani dell'ufficiale sanitario in quelle d'un inserviente che li
riponeva in un sacco di tela incatramata. A Clara nulla sfuggiva.
Ecco il cerchio che l'Olga (erano appena otto giorni dall'ultima volta)
si divertiva a far correre lungo i viali del Giardino Pubblico. Correva
il cerchio saltellando sulla ghiaia minuta, e la fanciulla, più vaga
e leggera d'una farfalla, correva e saltellava con esso. La seguiva a
breve distanza la madre, e la gente guardava con simpatia quella madre
ancor giovine e bella, quella bimba vispa, fresca e gentile....
Ecco la palla di gomma che co' suoi sbalzi capricciosi aveva rovesciato
tanti ninnoli, rotto tanti vetri, colpito o sfiorato tante teste,
provocato tante lotte incruenti fra l'Olga e i fratelli minori....
Da qualche tempo però la palla era scema dell'antica baldanza, non
brillava de' suoi colori vivaci, non aveva la sua irrequietezza
febbrile e nervosa; e Olga sollecitava sempre la mamma a comprargliene
una di nuova. -- Te la comprerò, caro tesoro.
Ecco la linda cucinetta, ecco i piattini di stagno ove Olga
apparecchiava e serviva i pasti frugali a -Jolie....- poca farina
impastata con l'acqua....
Ed ecco -Jolie....-
Un lieve fremito scosse le membra di Clara allorch'ella vide -Jolie;-
le sue palpebre vibrarono, i suoi denti stridettero.
Le pareva ieri. Suo marito doveva partir la sera per Roma affine di
conferire col Ministro prima d'imbarcarsi alla Spezia. Ella era uscita
con lui e con l'Olga. Erano entrati in una bottega di giocattoli,
avevano preso una scatola di cubi per Mario, una mezza dozzina di
soldatini infrangibili per Giorgetto che mostrava istinti belligeri;
all'Olga avevano lasciato scegliere una bambola di suo gusto. Ed
ella, fra varie, aveva scelto questa, e l'aveva battezzata subito
per -Jolie-, ch'era il nome d'un'altra già posseduta da lei e finita
tragicamente nell'autunno, in campagna, sotto le ruote d'un carro.
Co' suoi capelli di stoppa, il suo nasino schiacciato, il suo sorriso
stupido, la nuova -Jolie- non era il tipo della bellezza greca; pur
non mancava di pregi; poteva star ritta, seduta, in ginocchio, moveva
gli occhi, diceva, premendole una molla nel ventre, -mamma- e -papà;-
inspirava insomma quella fiducia che sogliono inspirar le persone sane
di corpo e sane anche, se non raffinate, intellettualmente.
-- La terrai con cura? La conserverai sin ch'io torni? -- aveva chiesto
il babbo all'Olga.
E l'Olga aveva promesso di sì.
A Clara, che rammentava la vita breve delle puppattole precedenti, la
promessa era sembrata assai temeraria; pure era un fatto che, in otto
mesi -Jolie- non aveva sofferto troppe avarie. Una piccola echimosi
alla testa per una caduta accidentale, una slogatura ad un braccio,
una paralisi all'articolazione d'una gamba, una frattura interna che
rendeva tardo e difficile il funzionamento della molla, quest'era
tutto. -Jolie- non si reggeva più nè in piedi, nè seduta, nè in
ginocchio, -Jolie- non moveva più gli occhi, non diceva più che in modo
confuso -mamma- e -papà;- ma del resto -Jolie- godeva buona salute e
manteneva inalterato il sorriso ch'è indizio d'umore sereno e pacifico.
Olga l'amava con passione. La mattina il suo primo pensiero era quello
di domandarle se aveva dormito bene: poi c'era la -toilette- che si
rinnovava più volte nella giornata, giacchè -Jolie- possedeva un ricco
corredo estivo e invernale; poi la colazione, le visite, il desinare,
la cena; infine, la sera, l'Olga non si coricava se non aveva spogliata
e messa a letto la bambola coprendola di panni gravi o leggeri a
seconda della stagione. Nella mente della fanciulla -Jolie- doveva
essere associata alle gioie e ai dispiaceri della famiglia; portava gli
auguri nei dì onomastici e natalizi, si rallegrava del parto felice
della gattina di casa, si doleva del mal di denti della cameriera,
univa i propri saluti a quelli che l'Olga inviava al babbo.... E se
il babbo, nelle sue lettere, dimenticava di corrispondere all'atto
cortese, l'Olga se ne risentiva come di offesa fatta a sè stessa e
cercava di consolarne la sua favorita.
Che più? Durante la sua malattia, nei brevi intervalli tra due accessi
di febbre, l'Olga voleva -Jolie- sul suo letto, le parlava con la
sua voce fioca, le chiedeva scusa se non s'occupava di lei come il
solito, le prometteva di risarcirla, dopo guarita, della sua forzata
trascuranza. E qualche ora prima di morire, scotendosi un istante dal
suo sopore letargico, ell'aveva balbettato: -- -Jolie- ha freddo.
Tutto ciò ricordava la madre mentre -Jolie- spariva nell'ampio sacco,
insieme al cerchio, alla palla di gomma, ai piattini di stagno;
ricordava tutto ciò e le pareva che dal fondo del sacco la chiamassero:
-- Mamma! -- e le pareva di riudir le parole: -- -Jolie- ha freddo.
Ella si voltò verso Cadeo quasi per interceder grazia. -- Dottore, anche
la bambola?...
-- È necessario, cara signora.
Clara si coperse il viso con le mani. -- Dio mio, Dio mio!
E pure, a poco a poco, il suo dolore muto, concentrato, pietrificato
si rammolliva, si scioglieva in un'immensa pietà di sè stessa e degli
altri.... del marito, dei figliuoli, della madre, della casa.... la
casa ove Olga non c'era più.
Ancora il suo ciglio era asciutto, ma ella sentiva le lacrime salire,
come la terra sente l'acque profonde cercanti un'uscita. Salivano le
lacrime, le facevano gruppo alla gola, s'annunciavano con un singulto
spasmodico, prorompevano infine calde, impetuose, abbondanti.
-- Signora Clara, -- sussurrò con dolcezza il dottore Cadeo.
Ella non rispose; gli prese la mano e gliela strinse forte.
-- È persuasa adesso di venire? -- egli continuò.
Docilmente ella si lasciò condur via dal medico e dalla Silvia.
-- E dov'è andato a ficcarsi il signor Giovanni? -- non potè a meno di
domandare il dottore.
-- Il signor Giovanni? -- disse la cameriera. -- Credo stia facendo dei
suffumigi.
-- Coniglio!
L'ISOLA FORTUNATA (FANTASIA)
I.
Ora, nella bella isola, gemma dell'Oceano, un dì avvenne questo.
Quanti, o nella città popolosa sorgente ad anfiteatro sul mare, o nei
villaggi e nei casolari dispersi per la campagna, vegliavano accanto
a un infermo, videro, miracolo nuovo, le piaghe richiudersi, la febbre
svanire, le forze riprendere, e sulle guancie terree, da cui parevano
fuggire il sangue e la vita, tornar via via i rosei colori della
salute. In pochi giorni i malati più gravi lasciavano il loro letto
di dolore; un'arcana virtù benefica della natura strappava alla morte
coloro che la scienza s'era dichiarata impotente a salvare.
Nè fu una breve sosta nel corso ordinario delle leggi che governano
il mondo; non solo gli ultimi guariti non ricadevano, ma nessun altro
ammalava, nessun altro moriva. Era quindi ben giusto che, trascorse più
settimane dal dì memorabile in cui s'era prima manifestato il prodigio,
fossero rese alla Divinità solenni azioni di grazie.
Non l'angusto ricinto d'un tempio che non sarebbe bastato alla folla
degli accorrenti, ma un'immensa spianata, che con leggero declivio
ascendeva dal mare sino alle falde d'un colle, raccolse, al compier del
terzo mese, l'intera popolazione esultante. Presiedevano i consoli:
musici e poeti erano sacerdoti del nobilissimo rito in cui nè colò
dagli altari sangue di vittime, nè salì dai turiboli fumo d'incenso;
ma da liberi petti salivano i canti e da mani innocenti si spargevano
i fiori.
Senonchè, la parte più toccante della cerimonia era la sfilata di
quelli che tre mesi addietro si consideravano irremissibilmente perduti
e che la sorte benigna aveva restituito all'umano consorzio. Aprivano
la marcia i bambini che di lontano, da posti speciali ed eminenti,
le madri covavano con occhi pieni di lacrime. Poverette! Ricordavano
gli spasimi atroci durati per giorni che sembravano secoli; le veglie
affannose presso le cune spiando ogni moto dei cari visi emaciati,
invocando una parola, un sorriso dalle labbra immobili, esangui;
ricordavano, oimè, il gesto sfiduciato del medico che aveva esaurito
tutti gli espedienti dell'arte sua; ricordavano la pietà crudele degli
amici, dei congiunti, favellanti di calma, di rassegnazione ai voleri
di Dio. Vane ciancie di mentecatti! Può una madre rassegnarsi ai voleri
d'un Dio che le strappi dal petto la sua creatura? Ora che hai stornato
il colpo tremendo, ora le madri t'adorano, Dio di bontà e di clemenza!
E voi, fanciulli, su cui la morte aveva steso le nere ali, e che oggi
fissate gli occhi baldanzosi nel sole, sciogliete inni al Signore,
offritegli il profumo delle vostre anime immacolate!
Così dicevano le madri, e i bambini vestiti di bianco cantavano
sfogliando rose lungo la via.
Dopo di loro veniva il manipolo degli adulti, uomini e donne,
atteggiati a una gioia più composta e severa. Come rami divelti che
scendono il corso d'un fiume essi s'eran sentiti portare verso la
foce ignota e paurosa, avevano letto la propria sentenza nelle faccie
contraffatte dei loro cari, e adesso, in mezzo alla festa comune,
fra i plausi e i sorrisi che li accompagnavano, la lugubre visione
si riaffacciava di tratto in tratto ai loro occhi, faceva correre un
brivido nelle loro vene. Pur le loro voci gravi si mescevano al coro
delle voci infantili e si spandevano piene e sonore nell'aria.
Ma il canto dell'ultimo drappello, il drappello dei vecchi, era appena
un murmure sommesso. Il miracolo li aveva, sì, arrestati sull'orlo
della tomba, ma non aveva ridato loro l'energia della gioventù.
Ben piccola parte dell'antico vigore era tornata nelle loro membra
infiacchite; di poco s'erano drizzate le loro persone curve; di poco
s'era avvantaggiata la tardità dei loro movimenti. Ed essi procedevano
a passi cauti e misurati, tenendosi per mano, ora chinando le pupille
al suolo, ora girandole attonite. Invero molti parevano riafferrarsi
cupidi alla vita e goderne con soddisfazione puramente animale;
ma sulla fronte di alcuni si leggevano altri pensieri. Forse già
assuefatti all'idea della tomba si dolevano del riposo negato dopo
tanti travagli; forse li vinceva il segreto terrore d'una vecchiezza
lunga e fredda come le notti del polo; forse li assaliva il rimpianto
delle persone dilette, trapassate anni addietro, quando l'isola non era
sottratta alla legge universale della morte. Oh perchè non attendere,
anime care? Se voi foste ancora del mondo, quanto più dolce sarebbe il
mondo ai superstiti!
Tuttavia, le faccie più scure dovevano illuminarsi almeno un istante
nel contagio dell'entusiasmo, del delirio che invadeva la folla. E
il delirio, e l'entusiasmo si manifestavano con maggior veemenza al
passaggio dei fanciulli e al passaggio dei vecchi, come se l'istinto
del popolo volesse associare ne' suoi trasporti d'affetto queste due
debolezze.
Giunto al sommo della spianata ove s'ergeva, addossato alla collina
verde e fiorita, il palco dei consoli, il coro delle voci cessò; il
corteggio si dispose in semicerchio: i vecchi nel mezzo, proprio
di fronte alla loggia, a destra gli adulti, a sinistra i bambini.
L'immenso padiglione del cielo azzurro si spiegava sul capo delle
moltitudini, il sole fra nuvole d'oro calava dietro le alture, una
tepida brezza strappava atomi odorosi alle piante e increspava la
superficie del mare stendentesi in giro a perdita d'occhio; dal folto
dei boschetti uscivano concenti invisibili.
Anche i concenti tacquero a un tratto, e per qualche secondo non si
udì che il fremito represso della folla aspettante, simile al fruscìo
d'un campo di spighe agitate dal vento; poi l'anziano dei consoli
pronunziò un breve saluto e invitò uno che gli sedeva a fianco a
parlare. Era questi un uomo nella pienezza della virilità; bello come
un Dio, portava il marchio del genio sull'ampia, nobile fronte e negli
occhi glauchi e profondi di cui non si sarebbe potuto dire se più luce
ricevevano dal di fuori o più ne spargevano intorno a sè. Il Poeta;
non altrimenti lo chiamavano da anni; egli la voce, egli la coscienza
dell'Isola, ne aveva eternato le mille bellezze, ne aveva cantato le
albe di rosa e i tramonti di fuoco, aveva, piccolo Virgilio sconosciuto
al mondo, nobilitato col ritmo armonioso i lavori del suolo e le
fatiche del mare, aveva dato fiori alle cune e alle tombe.
Oggi egli sciolse un inno alla vita e alla salute. Alla vita ch'è luce,
ch'è amore; alla salute ch'è forza, ch'è gioia e felice equilibrio
del corpo e dello spirito. Evocò con parola fatidica le maraviglie
dell'avvenire, paragonò la tarda e vana esperienza delle generazioni
fuggitive con quella che si sarebbe d'ora innanzi accumulata sugli
uomini, liberi dall'incubo della malattia e della morte. Pensate, egli
disse, pensate quali prodigi potranno compiersi in un paese ove insieme
coi nuovi savi, insieme coi nuovi genî rimarranno gli antichi, ove non
sarà muta nessuna voce, non sarà spenta nessuna fiaccola del passato. E
conchiuse che poichè i Numi favorivano così gli abitatori dell'isola,
all'isola stessa si dovesse mutare il nome e chiamarla l'-Isola
fortunata.-
Un'immensa acclamazione mostrò come il Poeta si fosse reso interprete
del sentimento comune, e da migliaia e migliaia di petti irruppe un
grido formidabile: -- Sì, sì, l'-Isola fortunata!-
Allora, dalla schiera dei fanciulli appartenenti al cortèo, uscì, alta
e diritta come uno stelo, una bambina, vaga angioletta dal dolce viso
ridente, dai riccioli biondi che le cingevan le tempie d'una gloria di
sole. Corse sulle labbra un nome: -Risorta.-
L'appellavano così da tre mesi, da quando la madre, credutala estinta,
stava per tagliarle una ciocca di capelli, ed ella, piuttosto
risuscitata che guarita, sollevò le palpebre e disse con accento
ineffabile: -- Mamma.
Non sconcertata dagli applausi, si avviava ella adesso, svelta e
graziosa, al palco dei consoli, reggendo con le piccole mani una corona
d'alloro che l'Isola destinava al Poeta. Egli scese a incontrarla, e
piegata verso di lei la maestosa persona lasciò che le mani delicate
gli posassero il serto sul capo. Solo in quel momento un leggero
tremito agitò le membra gentili della fanciulla, e un vivo incarnato
le si diffuse sulle guancie pallide, e gli occhi limpidi si chinarono
quasi abbagliati dal fulgore di quegli altri occhi che li scrutavano.
Anch'egli, il Poeta, era in preda a uno strano turbamento. Nella
bambina d'oggi egli indovinava la donna di domani, e la donna gli
sembrava più bella, più affascinante di tutte quelle ch'erano apparse
fino allora sul suo cammino.
-- Quanti anni hai? -- egli chiese.
-- Sette.
Egli la congedò con un bacio paterno.
Risorta si mosse per tornar dai compagni che l'attendevano; ma dopo
pochi passi si voltò indietro e sorrise. Con la precocità femminile
ella sapeva bene che il suo sguardo avrebbe trovato per via lo sguardo
del Poeta.
-- Ha trent'anni meno di me! -- egli sospirava. Pur lo soccorse un altro
pensiero: -- Che cosa sono trent'anni per una vita che non ha limiti?...
Mi raggiungerà.
Finita la cerimonia, la folla giuliva si disperse all'ombra discreta
del crepuscolo, e chi si ritirò alle sue case, e chi errò tra i
boschetti di mirti e d'aranci, e chi scese sul lido a raccoglier
conchiglie, e chi salì al prossimo poggio del -Belvedere,- che nelle
notti d'estate era il ritrovo preferito della popolazione. Intanto
s'erano accesi fuochi su tutte le alture, e il navigante che passava
lontano vedeva sorger da un punto del mare come un vapore luminoso che
andava via via fondendosi con l'azzurro del firmamento.
II.
E, per un buon tratto di tempo, i dissidenti, se c'erano, non osarono
alzare la voce. Si trattava d'eredi scornati, di mogli e mariti già
ben disposti a una prossima vedovanza, di generi e nuore che avevano
creduto imminente la dipartita della suocera da questa valle di
lacrime, di emuli a cui aveva sorriso l'idea della scomparsa d'un
antagonista pericoloso, di subalterni che s'erano tenuti sicuri di
occupare in breve il posto d'un superiore infermo o decrepito. Era
un po' duro dover rassegnarsi adesso allo -statu quo....- Ma era
altrettanto difficile manifestare in modo troppo aperto i propri
sentimenti.
Del resto, ad alcuni interessi offesi dal nuovo stato di cose s'era
provveduto con lodevole sollecitudine. Lo stipendio ai custodi del
cimitero era mantenuto nella sua integrità. Non dovevano accoglierne
i visitatori, mostrare ai posteri remoti il monumento più eloquente
del passato? Ai membri della rispettabile corporazione dei becchini si
assegnò una pensione per un certo numero d'anni, e così pure si fece
in favore di quanti altri traevano il loro sostentamento dagli uffici
prestati ai defunti. Vi fu un principio d'agitazione tra i medici e
i farmacisti, e non mancarono le proposte di concedere anche ad essi
un'indennità; ma prevalse il savio consiglio di soprassedere. In fin
dei conti, non era detto che non avesse ad esservi più bisogno di
farmacisti e di medici; e, a ogni modo, l'istruzione ond'essi erano
forniti doveva metterli in grado di rendersi utili in mille guise e
di guadagnarsi da vivere. E in fatti a pochi di loro occorse mutar
professione. Se pegli uomini (non pegli animali inferiori) era abolita
la morte, se non si sviluppavano più malattie gravi, rimanevano
tuttavia molte piccole indisposizioni, vere o sognate, per le quali si
richiedevano consulti e ricette, giacchè non era vinta l'irrequietezza
propria della natura umana, e, non essendovi motivi seri di angustia,
i motivi lievi bastavano a tener agitati gli animi. Era soprattutto,
in uomini e donne, una febbre, una smania di voler prolungare la
giovinezza, uno sgomento di ogni sintomo che accennasse al declinar
delle forze, all'ottundersi delle sensazioni, e il medico affilava
le armi per frenar l'azione corroditrice del tempo, e lo speziale
vegliava sulle sue storte per distillarne le essenze vitali. Non è a
credersi la quantità degli elisir che con nomi diversi erano offerti
all'avidità insaziata del pubblico. L'ultimo doveva esser sempre
l'infallibile, conservatore miracoloso di tutte le facoltà del corpo e
dello spirito. Ma c'era il guaio che, non temendosi più della morte, si
usava e abusava dei veleni ai quali era tolta la virtù di uccidere, non
quella di nuocere; onde i frequenti disturbi gastrici, e l'emicranie,
e gli squilibri psichici, e le malinconie profonde, ostinate, e talora
una strana impazienza di mutar soggiorno e abitudini. Però i medici
esitavano a suggerir questo rimedio che poteva esser peggiore del
male. Sulle prime, gli scienziati dell'Isola s'erano divisi in due
campi circa alla soluzione di un grave problema. Gli uni, appartenenti
alla scuola sperimentale, sostenevano che l'immunità contro la morte
derivasse da virtù particolari del luogo e valesse soltanto per quelli
che vi abitavano, e fin che vi abitavano; gli altri, capitanati dal
presidente dell'Accademia di filosofia -aprioristica,- pur consentendo
nell'attribuire alla terra ed all'aria meriti speciali, affermavano il
privilegio dell'immortalità esser concesso a tutti i nati dell'Isola,
dovunque pur esulassero. Corsero fiumi d'eloquenza in favore delle
due tesi contraddittorie, e i dotti si scagliarono a vicenda le
garbate contumelie che sono la salsa piccante delle loro polemiche.
Comunque sia, il presidente dell'Accademia -aprioristica- mostrò nel
modo più luminoso d'esser convinto delle sue idee, e, seguendo una
volta tanto il metodo sperimentale, s'imbarcò sopra una nave diretta
a un porto lontano del continente. Non appena arrivato, fu ripreso da
un'antica malattia cardiaca, di cui, nella coscienza della propria
invulnerabilità, non si curò più che tanto. E così, ripetendo -non
pereo,- passò agli eterni riposi.
Allora non ci fu più dubbio quale delle due tesi fosse la giusta;
restava solo a vedersi fin dove si estendesse quella che avrebbe
potuto chiamarsi la zona di salute. E in breve l'esperienza dimostrò
ch'essa non oltrepassava un raggio di circa sei miglia tutto intorno
all'Isola; entro questi confini non solo non allignavano i germi
mortiferi, e l'abituale placidezza del mare e la qualità della spiaggia
nè irta di scogli nè sparsa d'insidie escludevano la possibilità di
naufragi, ma gli stessi casi fortuiti si risolvevano in nulla. Se per
lo sfasciarsi d'una barca, o per altro accidente, un uomo, pur non
sapendo nuotare, cadeva in acqua, l'acqua medesima lo riportava illeso
alla riva. Di là dalle sei miglia la natura riprendeva i suoi diritti.
Onde l'allontanarsi troppo dall'Isola era singolare atto d'audacia, e
chi a ciò s'induceva o per ragion di negozi, o per vaghezza di novità,
o per la giovanile baldanza che fa correre incontro ai pericoli, era
accompagnato alla partenza dai trepidi voti della madre, della sposa,
dei figli, e salutato al ritorno come guerriero reduce dal campo di
battaglia.
Intanto era corsa sui venti la fama dell'Isola fortunata, e vi
affluivano i pellegrini da remote contrade. Venivano i sani per meglio
goder della vita, venivano i malati per ricuperar la salute, quali col
proposito di fermarvi addirittura la loro dimora, quali per tastare il
terreno, per verificar da sè stessi l'incredibil prodigio.
Accolti festosamente in principio, destarono poi, di mano in mano
che l'immigrazione cresceva, inquietudini e timori. I profeti di
sventura ammonivano: “Badate! Quest'invasione forestiera finirà col
soverchiarci, con lo sconvolgere le nostre abitudini, col corrompere
i nostri costumi, coll'alterare la nostra lingua. Provvedete prima che
sia troppo tardi„.
Perplessi, esitanti, i consoli riunirono gli anziani e i savi
dell'Isola, e fra questi il Poeta, sposatosi da poco con la sedicenne
Risorta. Disse il Poeta: “O che vorremmo chiuderci in un gretto
egoismo? E se gli Dei hanno estirpato dal nostro suolo la pianta
malefica della morte, rifiuteremmo agli stranieri di fruire d'una
così grande benedizione? Sì certo; un'era nuova è cominciata per
noi; dobbiamo mostrarcene degni, dobbiamo accettare i mutamenti
inevitabili, e veder di trarne profitto. Apriamo le braccia ai fratelli
che accorrono ai nostri lidi, offriamo un campo propizio alla loro
operosità, scendiamo con essi in nobile gara per tutto ciò ch'è buono,
alto e gentile. Sia veramente la nostra Isola un faro che illumina
e attrae; irradii da sè uno splendore che sia conforto e promessa ai
derelitti del mondo!„
Chi applaudì, chi mormorò, chi tentennò il capo dubbioso; ma a far
prevalere l'opinione del Poeta potè, più della sua parola eloquente,
l'osservazione semplice e bonaria d'un umile cittadino: “E con che
mezzi li respingeremmo, gli stranieri?„
Quest'era la verità. I miti e patriarcali abitanti, alieni dalle
risse e dal sangue, non sarebbero stati in grado, neppur volendo,
di custodire l'integrità della loro Isola. Se parte degl'immigranti
arrivavano alla spicciolata su leggieri navigli, altri vi giungevano in
massa, col sorriso sul labbro ma con la spada al fianco, come offrenti
a scelta la pace o la guerra.
E fu pace. I coloni giuravano ubbidienza alle leggi, rispetto alle
donne, partecipazione ai tributi; avendone in cambio dono di terreni
da coltivare o da fabbricarvi e libertà piena di esercitare le loro
industrie e di adorare Iddio a loro modo. Senonchè, la pace ufficiale
non impediva le contese private, che, un tempo sì rare nell'Isola,
divenivano a mano a mano più frequenti ed acerbe. Ma quantunque un
selvaggio furore armasse le destre (che gli stranieri avevano appreso
l'uso dell'armi anche agl'indigeni) e le punte affilate cercassero
i cuori, nessun colpo riusciva mortale. Il sangue si stagnava, le
piaghe rimarginavano; gli avversari, stupiti di vivere, si separavano
con occhi lampeggianti d'un odio infinito come l'eternità. Ogni
tanto accadeva una cosa tragica. Con un tacito accordo, due nemici
irreconciliabili staccavano in silenzio una barca dal lido, e a
forza di remi e di vele si spingevano lontano nel mare, oltre la
zona privilegiata.... Talora ritornava uno solo dei due; talora non
ritornava nessuno; sballottata dai flutti la barca vuota veniva a
investir sulla spiaggia.
III.
Mezzo secolo era trascorso dal giorno memorabile del solenne rendimento
di grazie agli Dei, e l'Isola non pareva più quella. La città s'era
estesa lungo il lido e sul dorso della collina, altri villaggi s'erano
aggiunti agli antichi, e nelle valli appartate e sulle cime solitarie
giungeva il fremito della vita. Benchè non vi fosse ormai angolo di
terra, per quanto sterile e ingrata, che non sentisse l'aratro, e
i pescatori, sfidando il pericolo, solcassero una larga tratta di
mare, l'agricoltura e la pesca non erano più l'uniche fonti da cui la
popolazione traesse il sostentamento. La necessità aveva aguzzato gli
ingegni e fatto fiorire l'industrie e i commerci; la materia prima si
trasformava in cento opifici; da cento cantieri uscivano navi superbe
che alimentavan gli scambi; e, come se non bastasse il lavoro alla luce
del sole, uomini, donne, fanciulli, armati di picconi, scendevano nelle
misteriose profondità della terra per strapparne i tesori.
Pur l'Isola aveva perduto la sua poesia e la sua gentilezza; le native
virtù della popolazione erano scomparse con lo sparir della morte;
ogni vincolo era allentato; ogni affetto illanguidito; perfino l'amor
materno, libero dall'ansie che lo fanno trepidar sulle cune, era
diventato arido e freddo.
E leggi e costumi avevano subito un'alterazione profonda, poichè
l'accumularsi delle generazioni non permetteva di lasciar sussistere
gli antichi rapporti giuridici e modificava radicalmente tutti i
criteri morali.
Così, non venendo la morte a sciogliere la dipendenza dei figli dai
genitori, era, a una certa età, imposta l'abdicazione di questi in
favore di quelli; cedevano la potestà, cedevano gli averi, restavano,
ospiti tollerati, nella famiglia.
Pei matrimoni s'era ricorso a un altro espediente, e visto che la
prospettiva di stare insieme sino alla fine del mondo metteva una
grande inquietudine in corpo a mogli e a mariti, il patto nuziale aveva
assunto carattere temporaneo; le unioni si contraevano per un quarto di
secolo, salvo a rinnovarle di mutuo accordo, come le Società anonime.
Purtroppo nemmen ciò bastava ad appagare le impazienze penetrate nel
sangue, e là ove un giorno era sacro il rispetto del talamo succedevano
scandali a scandali. Anche la più bella coppia dell'Isola s'era divisa
dopo vent'anni; la splendida Risorta, nel pieno fulgore della sua
giovinezza, aveva abbandonato il declinante Poeta. Ed egli, ferito nel
suo amore, deluso ne' suoi ideali, viveva ormai solo e sdegnoso sulla
vetta erma d'un colle dicendo al cielo e al mare lontano i canti che
gli uomini non intendevano più.
Ma grave sopra ogni problema incombeva sull'Isola il problema
economico. Le ricchezze, frutto della raddoppiata attività, s'erano
concentrate in mano di pochi e non davano la felicità nemmeno a quei
pochi, travagliati perpetuamente dalla cura gelosa di conservarle
e dalla cupidigia febbrile di accrescerle: gli altri, pur faticando
l'intera giornata, campavano a stento. Indi furti, rapine e sommosse;
indi piene di gente rissosa le strade, piene di prigionieri le carceri.
E le angustie dell'oggi erano un nulla in paragone ai terrori del
domani. Quest'Isola, ove non moriva nessuno e ov'erano continue le
nascite, come sarebbe bastata a capire, a nutrire i suoi abitanti?
Ecco il pensiero che occupava assiduo le menti, ecco la domanda che
saliva senza tregua alle labbra. Nè il quesito era agitato con la
calma di chi considera in modo obbiettivo un avvenire che non lo
tocca; qui i casi dell'avvenire toccavano tutti; qui tutti dovevano
chiedere a sè medesimi ciò che, in un tempo non molto lontano, sarebbe
accaduto di loro. Nelle piazze, nei privati ritrovi, nei Consigli dei
governanti si discutevano strane, stupefacenti proposte. D'impedire
l'immigrazione non si parlava più; era cosa fatta. Il provvedimento
da cui gl'indigeni avevano rifuggito era stato preso dagli stessi
immigranti contro gl'immigranti nuovi; solo in via eccezionale ed
assoggettandosi a gravissimi balzelli era ormai permesso di fissar la
propria dimora nell'Isola; le invasioni si respingevano a mano armata
e si respingevano con fortuna; perchè fra le molte trasformazioni
dell'Isola era notevole questa: che vi si erano sviluppate le virtù
militari e un piccolo esercito custodiva la costa e un piccolo naviglio
vigilava gli approdi. Ma ben altro occorreva per arrestare l'addensarsi
minaccioso della popolazione. E chi invocava leggi che frenassero i
matrimoni, e chi pretendeva fissare il numero massimo dei figliuoli per
ogni famiglia; e chi suggeriva la soppressione dei bimbi illegittimi
gettandoli in mare là ove il mare veramente ingoiava la sua preda, e
chi voleva, pei delinquenti, sostituito l'esilio al carcere, e chi
l'esilio chiedeva per quanti o dall'età o dalle condizioni fisiche
fossero resi inetti al lavoro. Triste a dirsi, il feroce proposito
non era balenato prima alla mente di uomini sciolti da ogni legame
domestico; anzi i primi a manifestarlo, i più caldi a sostenerlo erano
quelli che, quand'esso fosse stato accolto, avrebbero visto disertata
la casa da congiunti un tempo carissimi. “Perchè,„ dicevano aspramente
costoro, “perchè devono i pochi faticar per i molti? Perchè il frutto
de' nostri sudori, già scarso a noi, alle mogli, alla prole, deve
andar diviso coi bisavoli e coi trisavoli?„ E le donne, pur sì pietose,
aizzavano i mariti, e i bimbi erano educati a guardar con occhio ostile
le lunghe, squallide schiere dei vecchi gialli, magri, stecchiti,
sfilanti silenziosamente per le vie, o immobili al sole, le mani scarne
intrecciate sul pomo dei nodosi bastoni, le pupille fisse nello spazio
in atto di muta interrogazione. Pareva dicessero: “Che giova vivere?„
Nondimeno, solo pochissimi osavan morire. Anticipando volontari
l'esilio che pendeva sul capo di tutti, quei pochissimi sparivano nella
notte, senza che neppur le famiglie si curassero di sapere ove erano
andati. Ma i più si ribellavano contro il destino che li minacciava.
Benchè la terra natale fosse loro divenuta nemica, si tenevano stretti
alla terra natale; benchè la vita fosse sì dura, s'aggrappavano
disperatamente alla vita.
E, appunto in quel cinquantesimo anno, quando l'Isola fortunata avrebbe
dovuto celebrare il suo giubileo; ed era invece maggiore la eccitazione
degli animi, maggiore il fermento contro i -parassiti,- alcuni tra
gli anziani si volsero supplichevoli per aiuto al Poeta, come a colui
che forse poteva stornar la procella. “Non questo„, egli rispose
sconfidato. “Sono un superstite come voi, sopravvivo alla mia gloria,
sopravvivo al mio genio. Una cosa posso e devo: dividere la vostra
sorte„.
E seguì gli amici, ahi quanto diverso anch'egli da quello d'un
tempo! Egli s'avvicinava al novantesimo anno; era entrato nel grigio
crepuscolo che, ai limiti estremi di quella che noi chiamiamo
vecchiezza, avvolgeva nell'Isola uomini e donne. La bella, ampia
fronte, già eretta verso le stelle, si piegava oggi come sotto un peso
invisibile; nei lunghi capelli inanellati, nella lunga barba fluente
brillavano con nitore metallico numerosi fili d'argento, un'ombra di
malinconia appannava gli occhi sfavillanti e profondi, e in tutta la
persona era un'aria di stanchezza, un languore diffuso che contrastava
con l'antica baldanza.
Tuttavia, per combattere l'ultima lotta, egli trovò ancora una
volta gli accenti che scuotono e trascinano con una forza che nessun
ragionamento non ha. A che ripetere le sue parole? Divise dal suono,
dal gesto, dal ritmo, sarebbero come fiori avvizziti, pallida immagine
di ciò che furono. I coetanei bevevano avidamente l'ineffabile armonia
che li richiamava agli anni felici; i giovani, invano riluttanti,
subivano il fascino d'un'arte primitiva ed ingenua. Molte ciglia che
ignoravan le lacrime s'inumidirono, molti cuori induriti furono vinti
da un impeto di tenerezza, e nella universale commozione la legge,
ormai pronta, che decretava gli esigli fu lacerata.
Ma il Poeta sentiva che il suo trionfo era effimero. Gli risonavano
nell'orecchio due frasi mormorate dietro di lui nella folla, senza
passione, senz'astio, con una tristezza pacata che ne raddoppiava il
significato: “Ciò che non si è fatto oggi dovrà farsi domani„. “Costui
parla come -quando sì moriva-„.
Meditando le gravi parole, egli ritornava al suo eremo. “Rimani con
noi„, gli avevan detto gli amici. Egli non aveva voluto. Non solo
desiderava evitare ogni possibile incontro con la sua bella infedele;
ma troppo gli stringeva il cuore il mutato aspetto della città ch'egli
ricordava tranquilla e gioconda in riva al suo mare, impregnata
di fragranze e circonfusa di luce. Ora le case, non bastevoli alla
popolazione sempre crescente, salivano ad altezze vertiginose; il
fumo delle officine velava i raggi del sole e l'azzurro del cielo;
le strade immerse nell'ombra erano intronate dal frastuono dei carri,
dallo scalpitìo delle bestie, dalle grida irose degli uomini; scomparsi
i giardini che un tempo cingevano le abitazioni private; scomparsi i
viali, i boschetti già brulicanti d'una folla gaia e felice; appena qua
e là un esile arbusto protendeva i rami stecchiti dal muro di qualche
buio cortile, in atto di naufrago che implori disperatamente soccorso.
All'aperto, all'aperto! Sulla cima aerea ove ancora battagliavano
liberi i venti, e lo sguardo spaziava nell'orizzonte, e gli uccelli,
improvvidi del domani e paghi di lor vita breve, passavano a stormi
cantando.
Il Poeta era già fuori dell'abitato quando una donna velata gli sbarrò
il cammino.
-- O mio Poeta, -- ella esclamò, sollevando il velo, -- mi riconosci?
Egli fece un passo indietro. -- Risorta!
-- Sì, sono Risorta, la tua Risorta. Ero laggiù tra quelli che ti
ascoltavano estatici, volevo uscir dalla folla, gettarmi a' tuoi piedi,
e non n'ebbi il coraggio.... Troppo t'offesi.... Potrai tu perdonarmi?
A un gesto affermativo di lui ella gli cinse il collo con le candide
braccia, e gli sussurrò piano e soave:
-- Ti amo ancora; vuoi riavermi a compagna?
Egli si svincolò dolcemente; avvolse d'uno sguardo pieno d'indulgenza e
di tenerezza la donna non più giovine ma sempre bellissima, le sorprese
negli occhi la fiamma divoratrice della voluttà, e rispose: -- Non oggi,
più tardi.
Risorta chinò il capo sospirando. -- Ah, tu non mi ami.
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