è con loro in una gita sui laghi.... Già io non ho maschi: prevedo
che lascierò a lui la direzione dell'Istituto.... Una volta le cose
avviate, non ci son difficoltà, e anche la croce di cavaliere, se il
ministro non mi manca di parola, mio genero l'avrà più presto che non
l'abbia avuta io.... Così va il mondo....
-- E nipotini ne ha? -- chiese il signor Nestore.
Il signor direttore allargò le braccia. -- -Crescite et
multiplicamini-.... Ho dieci nipotine.... È la viziatura materna....
Nella mia famiglia non nascono che femmine.... Per fortuna che c'è
sempre il Collegio.
-- Beato lei! -- esclamarono i conjugi Ariani. Ma nella loro fisonomia
appariva un profondo sconforto. Il metodo del signor direttore non
aveva applicazione pratica per essi. Nè il Collegio-convitto Flaminî,
nè alcun altro Convitto del mondo poteva ormai fabbricare un marito per
la loro Tilde.
Anche sulla fronte del cavaliere s'era stesa una nube. Egli aveva la
vaga coscienza d'aver parlato troppo, e guardava con aria di rimprovero
la boccia vuota, come se avesse colpa lei d'esser stata bevuta.
A un tratto la signora Veronica tese l'orecchio e disse: -- Mi par di
sentire la voce della signora Rosa.
Il signor direttore arrossì, raccolse in fretta gli occhiali e se
li accomodò sul naso, sforzandosi di riassumere l'aspetto grave e
cattedratico che piaceva a sua moglie.
COSCIENZE AGITATE
I.
Posto sul pendio d'un'amena collina che monti più alti difendono dai
venti di settentrione, ricco d'acque sorgive che abbeverano tutto
l'anno le belle praterie circostanti, il paese di Sant'Angelo dei
Pastori godeva sino a poco tempo addietro la fama invidiabile d'esser
uno dei luoghi d'Italia ove le malattie sono più rare ed è minore
la mortalità. Non è quindi da maravigliarsi che il vecchio albergo
ed il nuovo fossero ogni autunno pieni di forestieri e che vi si
fabbricassero ville e -chalets- a cui non mancavano mai gl'inquilini.
Nè Sant'Angelo dei Pastori si vantava soltanto del suo clima, della sua
posizione, delle sue acque e della sua salubrità; esso andava superbo
altresì del suo segretario municipale, signor Geronimi, che sostituiva
il sindaco sempre assente, del suo parroco don Prospero, affabile,
gioviale, gran giuocatore di bocce, e del suo farmacista Saverio
Dorini, detto -il Mago-.
Anzi, per esser sinceri, il signor Dorini era tenuto anche in maggior
conto del segretario e del parroco. La sua farmacia all'insegna del
-Leone- e della -Giraffa- alla quale la gente veniva a provvedersi di
medicinali da quindici, da venti miglia di distanza, era considerata
una gloria locale. E quella farmacia non poteva scindersi dalla persona
del suo proprietario e conduttore, che l'aveva portata a così alta
riputazione con la sua opera sagace e indefessa.
I confratelli invidiosi schizzavano veleno contro il signor Saverio,
mettevano in canzonatura il suo soprabito scuro che gli scendeva fino
alle calcagna ed era chiuso fino al collo, le sue scarpe di panno, il
suo berretto di velluto col fiocco di seta, la sua faccia macilenta e
legnosa ove brillavano due occhietti che parevano fatti col succhiello;
e, quasi ciò non bastasse, malignavano sulla sua aria di mistero, sulla
sua vita solitaria, sul suo gatto Masaniello dal pelo nerissimo, dagli
occhi lucenti come due monete d'oro, gettavano sospetti sulla sincerità
dei suoi prodotti farmaceutici, cercavano nuocergli presso i contadini
ignoranti chiamandolo -il Mago-. E l'epiteto aveva fatto fortuna; ma,
volutogli dare dai rivali con un significato ingiurioso, era rimasto
aggiunto al suo nome come un titolo nobiliare per merito de' suoi
compaesani. Un mago sì, un mago benefico che aveva saputo arricchire
giovando agli altri, che non si concedeva riposo nè di giorno nè
di notte, e che attendendo quasi solo ai suoi negozi non aveva mai
commesso una svista.
Del loro affetto per questa fenice dei farmacisti, gli abitanti di
Sant'Angelo dei Pastori diedero una prova solenne tre anni or sono,
quand'egli, ridotto in fin di vita da una fiera malattia, superò
insperatamente la prova. Vi fu allora persino chi propose di erigergli
addirittura un piccolo ricordo marmoreo, come fece la Repubblica
di Venezia al doge Francesco Morosini, -adhuc viventi-. L'idea fu
abbandonata per desiderio espresso del modesto signor Dorini che ne
aveva avuto sentore, ma intanto s'era potuta raccogliere in cinque
giorni la somma di undici lire e venticinque centesimi, erogate subito
in opere di pubblica beneficenza.
II.
È però un caso singolare. Appunto da circa tre anni, le cose di
Sant'Angelo dei Pastori non vanno più come una volta. Il paese, sfido
io, non ha mutato nè situazione, nè clima, e le sue acque continuano
a scorrere limpide, pure, abbondanti; il signor Geronimi è sempre il
-factotum- del Comune, gli stessi due medici si dividono la clientela,
don Prospero regge sempre la parrocchia, il signor Saverio Dorini,
detto -il Mago,- siede sempre dietro il banco della sua farmacia sulla
cui insegna dipinta a nuovo il fiero leone dalla lunga criniera e la
mite giraffa dal lunghissimo collo seguitano a guardarsi in patetico.
E, fino a ieri, il gatto Masaniello, tacito e grave, compiva le solite
evoluzioni fra i boccali e sugli orli delle scansie, o si accosciava
sulla soglia in atteggiamento di Sfinge.
Ma il signor Geronimi, uomo versato negli studi statistici, ha notato
un piccolo aumento nella media della mortalità a Sant'Angelo dei
Pastori, e questo fatto unito ad un altro che cade sotto gli occhi
di tutti desta le sue ansietà patriottiche. L'altro fatto è questo:
il farmacista ed il parroco hanno cambiato umore e abitudini. Sarà
discutibile se abbiano cambiato in meglio od in peggio; il cambiamento
è sicuro. Il signor Dorini, il quale prima d'ammalarsi non andava in
chiesa che nelle feste solenni, adesso mostra uno straordinario fervor
religioso e si confessa ogni mese. Bisogna dire però che la fede non
gli dia la pace dell'animo, perchè è turbato, inquieto, come se un
pensiero molesto lo crucci. Nè passa più due o tre ore ogni notte
chiuso nel suo laboratorio con l'unica compagnia del suo gatto; lo si
vede invece, in quell'ore, girar solo nell'orto, con la testa china
sul petto e le mani dietro la schiena, lasciando che Masaniello, privo
delle usate occupazioni, si dedichi sfacciatamente al libertinaggio,
corra sui tetti, penetri nelle case altrui e spaventi le oneste
famiglie col miagolio petulante e il luccicar delle gialle pupille. Don
Prospero, dal canto suo, già così gaio e socievole, sfugge le allegre
brigate, gioca di rado alle boccie, ed è sovente nervoso e irascibile,
sopratutto dopo i suoi colloqui spirituali con l'amico Saverio. E sì
che per un ministro del Signore non dovrebb'esser piccola soddisfazione
l'aver ricondotto all'ovile una pecorella smarrita.
Povero don Prospero! Non vorremmo calunniare un degno ecclesiastico,
ma abbiamo forti ragioni per credere ch'egli dica spesso in cuor suo:
-- Benedetto uomo quel Saverio! Dal momento ch'egli era giunto sulla
soglia del Paradiso, che ghiribizzo gli è saltato di far frontindietro
e di rimanere in questo brutto mondacccio ove rischia di compromettere
di nuovo la salute dell'anima sua?
Ah, il giorno della confessione di Saverio Dorini (della prima) era
stato un dì memorabile pel parroco di Sant'Angelo dei Pastori. Con zelo
d'apostolo egli era accorso al letto del moribondo, con mansuetudine
di santo ne aveva ascoltato le rivelazioni inattese, con gaudio di
sincero credente ne aveva accolto il pentimento e gli aveva concessa
l'assoluzione. Quindi ai curiosi che affollati intorno alla farmacia
tentavano strappargli qualche indiscrezione egli s'era contentato di
dire: -- Fa una gran bella morte.... Una morte da vero cristiano.
-- Non poteva essere altrimenti, -- qualcheduno aveva soggiunto. -- Dopo
una così bella vita!
Senza rispondere, don Prospero s'era ritirato frettolosamente in
canonica, ove alla serva Cesira che lo tempestava di domande aveva
ripetuto l'identica dichiarazione: -- Fa una gran bella morte.
Ma la sera, tornando dal -Mago,- l'aveva trovato in condizioni molto
migliori; la mattina il medico era venuto in persona ad annunziargli,
che, secondo lui, il signor Saverio era fuori di pericolo.
-- Diamine, diamine! -- aveva borbottato fra i denti il buon prete.
III.
Tutti i particolari di quella confessione erano stampati in caratteri
indelebili nella memoria di don Prospero a cominciar dalla fuga
precipitosa del gatto Masaniello che, sguisciando dalla camera del
malato in un accesso di folle terrore, gli si era impigliato nella
tonaca e fra le gambe. C'erano momenti in cui egli sarebbe stato in
grado di ripetere parola per parola le cose dettegli dal farmacista, e
di aggiungervi l'esclamazioni che la sorpresa gli aveva strappato dal
labbro, le interruzioni, l'esortazioni che aveva fatto. Gli bastava
chiuder gli occhi per rievocare la scena.
Ecco, dopo liberatosi la coscienza di alcuni peccatucci minori,
il signor Saverio si alzava faticosamente sul gomito, e tirando un
sospirone principiava: -- Ella sa, caro don Prospero, di quanta stima io
godessi come farmacista....
A cui egli, il sacerdote: -- Stima meritatissima, figliuolo. Ma non
conviene esaltarsi.
-- Eh si tratta di ben altro che di esaltarsi.... Se su cento medicinali
esistenti nel mio laboratorio ce n'eran dieci di genuini è già
molto.... L'olio di ricino, la cassia in canna, la polpa di tamarindo,
non dico.... Ma il resto! Pillole, acque minerali....
Qui a don Prospero era scappata una frase di cui egli si pentiva
amaramente, come di quella che tradiva una preoccupazione affatto
personale: -- Anche le acque minerali!
Don Prospero faceva ogni estate la cura delle acque di San Pellegrino.
-- Le acque minerali sopratutto, -- continuava l'infermo.... Però in modo
da non recar danno alla salute....
-- Meno male.... Avanti, avanti, figliuolo.
-- Ah, da questo lato non ho rimorsi.... Delle disgrazie non ne son
successe per causa mia.... Forse col mio sistema se ne sono evitate....
Si ricorda, don Prospero, quel giovine tedesco che anni sono, mentr'io
ero fuori di paese, era riuscito a procurarsi dal mio garzone una
fortissima dose di laudano ch'egli ingoiò tutta d'un colpo credendo di
morire? Invece egli se la cavò con una dormita di ventiquattr'ore....
Mi son sempre servito di sostanze innocue.... Per i medicamenti
liquidi, dell'acqua del mio pozzo, ch'è la migliore del paese.... Avevo
un buon assortimento di bottiglie, di etichette, di tappi e facevo da
me tutto il lavoro.... Per esempio da una bottiglia d'acqua di Vichy
ne venivano tre.... Per le polveri, per le pillole, c'era la farina
finissima, la gomma arabica....
A questo punto il signor Saverio s'era sentito mancar le forze e aveva
lasciato ricader la testa sul capezzale.
-- Basta, figliuolo, basta, -- aveva detto don Prospero. -- Non vi
affaticate, non vi agitate.... Senza dubbio il peccato è grande.
Avete ingannato la buona fede del pubblico.... vi siete arricchito
illecitamente.
-- Ho fatto molte carità, -- sussurrò il farmacista con un filo di voce.
-- Non sono carità buone quelle che si fanno coi danari carpiti agli
altri.... A ogni modo, voi riconoscete il vostro torto?.
Il malato accennò di sì col capo.
-- La misericordia di Dio è infinita e non manca mai a chi si pente con
sincerità ed effusione di cuore. Vi pentite, figliuolo?
-- Sì, sì.
Docile, ubbidiente, il signor Saverio, col poco fiato che gli
rimaneva, compì il suo atto di contrizione, ripetè con fervore le
preghiere recitate dal sacerdote, promise, se il cielo gli accordava
ancora qualche anno di vita (non lo sperava, ma al Signore nulla è
impossibile) promise di condurre d'allora innanzi la farmacia secondo
le norme della più rigorosa onestà, di frequentare le funzioni di
chiesa, di osservare il magro e i digiuni, di ristaurare a sue spese
il campanile e di andare nel settembre in pellegrinaggio alla Madonna
di Monte Balestro. Tutte cose che spiegavano l'affermazione enfatica di
don Prospero: -- Fa una gran bella morte.
IV.
Appena guarito, il signor Saverio Dorini portò al parroco un acconto
della somma necessaria pei lavori del campanile, vi aggiunse un'offerta
per i poveri, e s'intrattenne lungamente di soggetti religiosi,
mostrando tutto lo zelo d'un neofita.
-- Bravo, bravo, figliuolo, -- diceva don Prospero. -- Mi avete dato una
delle maggiori consolazioni della mia vita.... Ma intendiamoci, veh....
Voi dovete mantenere il vostro impegno circa alla farmacia.... Non più
sotterfugi, non più falsificazioni.... Prodotti genuini, e nient'altro.
-- Si figuri, don Prospero.... E poi non verrò da lei ogni mese?.... Non
le racconterò tutto.... in confessione?
-- Anche fuori di confessione.... quando volete.... nel mio orto, a tu
per tu, con un buon bicchiere di vino davanti.
-- No, no, son temi delicati.... E mi raccomando, per carità.... Di
quello che ha saputo....
-- Mi meraviglio! -- interruppe don Prospero, scandalizzato del dubbio
ingiurioso.
Pei primi tempi le cose andarono a gonfie vele, e il farmacista
ebbe persino l'eroismo di distruggere con le sue mani alcuni vecchi
medicinali adulterati per non cedere alla tentazione di rimetterli in
vendita.
-- È proprio un sant'uomo, -- pensò don Prospero il giorno in cui
ricevette questa confidenza sbalorditiva.
Era anche l'opinione delle donnicciuole del paese, le quali, quando
videro -il Mago- accompagnarsi a loro per andare a piedi, secondo il
voto ch'egli aveva fatto, in pellegrinaggio alla Madonna di Monte
Balestro, ruppero in esclamazioni ammirative e vollero una per una
baciargli il lembo del vestito.
Naturalmente, fra gli -spiriti forti,- vi furono scrollatine di spalle
e allusioni sarcastiche. E ch'erano ostentazioni bell'e buone, e che i
farmacisti devono attendere al loro mestiere e non fare i collitorti,
e che certo il signor Saverio aveva dei gran peccati sull'anima se
provava il bisogno di bazzicare tanto in chiesa.
E c'erano gl'indiscreti che tastavano il parroco. -- Ah, don Prospero,
chi sa che orrori avrà sentito da quel signor Saverio! Se potesse
parlare!
-- Zitti là, scomunicati! Quel Saverio è un sant'uomo.
Don Prospero diceva così, forse convinto, forse no.
E presto il -sant'uomo- cominciò a dargli non poche tribolazioni.
Veniva al confessionale, s'accusava di parziali ricadute negli antichi
errori. Rispettava i medicamenti solidi; gli accadeva talvolta, per
distrazione, di -allungare- i liquidi.
-- In nome di Dio benedetto! -- esclamava il sacerdote. -- Non torniamo da
capo.
-- Che vuole? Con tutte quelle bottiglie, quelle etichette, quei tappi
che mi son rimasti in magazzino, con quel pozzo eccellente che ho sotto
le mani, è uno scongiuro....
-- E voi distruggete le vostre bottiglie, le vostre etichette, i vostri
tappi.... Avete pur fatto qualcosa di simile in passato.
-- Delle scatole di pillole, delle cartoline di polveri son presto
distrutte.... Ma quella roba voluminosa....
-- Vendetela quella roba.... o regalatela.
-- Oh sì.... Sarebbe il modo di svegliare i sospetti.
-- Chiudete il pozzo allora.
-- E per gli usi domestici?
-- C'è tanta acqua in paese.
-- No, don Prospero, le giuro che d'ora in poi starò in guardia.
M'imponga che penitenza crede, ma mi assolva per oggi.... Vedrà, vedrà.
Don Prospero si lasciava commovere, imponeva la penitenza e rimandava
assolto il peccatore.
Una volta però egli fu irremovibile. -Il Mago- aveva avuto l'impudenza
di proporgli una specie di compromesso. Avrebbe limitate le sue
manipolazioni a certe acque, astenendosi scrupolosamente dal toccar le
altre.... quelle di San Pellegrino, per esempio.
L'onesto sacerdote scattò. -- Ma questo è un ricatto. E avete il
coraggio di tenermi un discorso di questa specie, in confessione?
Profanatore! Via, via subito.
E poichè il signor Saverio s'indugiava, biascicava delle scuse, don
Prospero lo piantò in asso.
La lezione servì, e successe un periodo nel quale il nostro farmacista
non sgarrò d'un punto.
-- Nessuna miscela, nessuna sofisticazione? -- chiedeva il parroco.
-- Nessuna.
-- Proprio?
-- Che il Signore mi punisca qui all'istante se dico una bugia.
-- Bravo, amico mio. Perseverate.
Ma una mattina, dopo che nella settimana c'erano stati due funerali in
paese, Dorini si presentò turbatissimo al suo confessore. -- Caro don
Prospero, io ho una gran paura che volendo far il bene noi facciamo il
male.
-- Cosa c'è? Che fisime son queste? Spiegatevi.
-- Ha visto di quei poveri Giorgetti e Silanda?
-- Son morti, pur troppo.... Me ne dispiace perch'erano due buoni
diavoli, due padri di famiglia.... Meno male che avevano qualche po'
di terra e i figliuoli non restan nella miseria.... Insomma, -pulvis
sumus-.
-- Ebbene, avevano l'identica malattia e son stati curati con
gl'identici rimedi, arsenico e noce vomica, che quattr'anni fa si
son somministrati al gastaldo del conte Ferro e a Gigi Bonai, il
maniscalco, i quali son guariti tutti e due e adesso stanno meglio di
noi.
-- Oh bella, si sa, con la stessa malattia, con la stessa cura chi
guarisce e chi no.
-- Sissignore; però, quattr'anni fa, quei veleni, perchè sono veleni,
uscivano in ben altra forma dalla mia farmacia. Un bambino avrebbe
potuto prenderne qualunque dose senz'accorgersene. Ora sono genuini, e
ammazzano.
-- Ammazzano, ammazzano? I medici sapranno il loro mestiere.
-- Sarà: per me son convinto che s'io non cambiavo sistema quei due
disgraziati campavano.
-- Che vorreste concludere?
-- Niente. Lei fa il suo dovere a ordinarmi quello che mi ordina, io
faccio il mio a ubbidirle. Ma roviniamo il paese. Anche iersera, in
farmacia, il segretario Geronimi e il dottor Cianchi dicevano che la
salute pubblica è peggiorata, che i forestieri cominciano ad essere in
sospetto e che da due autunni si notano delle diserzioni.
V.
Don Prospero rimase con questa spina nel cuore. Gli pareva assurdo,
gli pareva immorale il pensare che la maggior lealtà d'un farmacista
dovesse aver per effetto un peggioramento nella salute pubblica;
tuttavia, se in qualche punto Dorini avesse ragione, se l'abuso dei
rimedi fosse fatale e se il render innocui questi rimedi fosse un
correttivo della mala tendenza dei medici a esagerare nelle ricette?
Un gran problema. A ogni modo, poteva egli permettere, tollerare le
frodi? Al penitente che si accusava d'ingannare la propria clientela
poteva egli dire -- Continuate? -- Poteva cader nell'agguato che forse
Dorini gli tendeva, e, con le sue compiacenze, legittimar dei guadagni
illeciti?
E il guaio si era che quel furbo del -Mago- non si lasciava sfuggir una
sillaba sull'argomento fuori di confessione, e imponeva quindi a don
Prospero il più scrupoloso segreto, sotto pena di sacrilegio.
Si tirava avanti così. Con l'usata regolarità Saverio Dorini veniva
a fare il suo atto di contrizione ed era rimandato ora assolto ora
no, perchè se il farmacista aveva abbandonato le falsificazioni su
larga scala, ricascava ogni tanto nelle piccole. Comunque sia, egli
accettava con mansuetudine le penitenze che gli erano inflitte, ma
di tratto in tratto tornava volentieri sulla sua teoria di medicinali
-semplificati,- e citava casi, anche recenti, di malati gravi ch'eran
guariti prendendo poco più che dell'acqua fresca o della farina
schietta mentre credevano di prendere o l'antipirina, o il calomelano,
o l'aconito, o qualche pasticcio simile.
Un giorno don Prospero commise un'insigne debolezza.
-- Sentite un po', caro Saverio. Con quelle che chiamate semplificazioni
voi otterrete una gran riduzione sul costo....
-- Oh Dio, non dico di no.
-- E vendete ai prezzi degli altri?
-- È necessario, per non rovinare il mestiere.
-- Ecco, se tutto quello che risparmiate, fino all'ultimo soldo, lo
deste ai poveri, chi sa ch'io non fossi più corrivo?
Ma Dorini protestò. Del danaro in carità ne spendeva già molto; non
poteva esporsi al rischio di passare per dissipatore e di perdere il
credito di cui ogni industriale ha bisogno.
Il rifiuto del farmacista fu una fortuna per don Prospero che s'era
accorto immediatamente di aver messo il piede in fallo e sarebbe stato
in un bell'impiccio se -il Mago- avesse accondisceso a stringere il
contratto. Anzi, riflettendoci, egli temette d'esser caduto in peccato
mortale pel solo fatto della proposta.
E a pranzo non toccò quasi cibo, tanto aveva la coscienza angustiata.
La serva Cesira, che da un pezzo lo vedeva così diverso da quello d'un
tempo, uscì allora in queste gravi parole:
-- Lo so io che cosa c'è di guasto in paese.
-- Eh? -- fece il parroco.
-- C'è il diavolo, -- affermò la donna con serietà imperturbabile.
Don Prospero trasalì. Era figlio di contadini, e nonostante il suo
naturale buon senso non era mai riuscito a liberarsi interamente dai
pregiudizi ereditari.
Pur volle fare il disinvolto. -- Sciocchezze!
-- C'è il diavolo, -- ripetè la serva. -- E son parecchi anni che c'è.
-- Finiamola! -- disse don Prospero nella vaga apprensione di sentir
accusar il suo penitente Dorini. E soggiunse ironico: -- Son parecchi
anni che c'è, e aspettate adesso ad avvisarmene?
Con l'ostinazione delle sue pari, la femmina riprese: -- Finchè -il
Mago- se lo teneva con sè la notte, fin che lavoravano insieme, non
dava disturbo a nessuno, e forse la farmacia andava meglio. Ora -il
Mago- è rientrato in grazia di Dio e quello si sbizzarrisce a spese dei
cristiani.
Il parroco era in preda a un indistinto malessere. -Quello?- chi era
-quello?- Chi era il misterioso collaboratore di Dorini?
-- Alle corte, spiegatevi. Chi è questo signor diavolo?
-- Come non se lo immagina? È il gatto Masaniello che anche questa notte
è venuto nel nostro orto a rubare una gallina.
Don Prospero avrebbe voluto ridere, ma non poteva. Senza dubbio
erano minchionerie; nondimeno egli si ricordava di certe storie udite
nell'infanzia, secondo le quali il demonio non isdegnava di vestir la
forma di qualche animale domestico per sorprendere la buona fede delle
famiglie.
-- Provi a esorcizzarlo, -- suggerì la Cesira.
-- Un gatto?
La serva si meravigliò dell'obbiezione. Nel suo villaggio, da bimba,
ell'aveva visto esorcizzare una capra.
-- Basta, -- disse don Prospero, alzandosi in piedi. -- Tronchiamo questo
discorso. -- La Cesira uscì proferendo minaccie incomprensibili.
Dopo una notte insonne, don Prospero prese una risoluzione energica
e partì all'alba pel capoluogo ove chiese ed ottenne un'udienza dal
vescovo della diocesi. Allorchè, ventiquattr'ore più tardi, egli
rientrava in canonica meditando su gli aurei consigli del venerabile
prelato, gli si affacciò sulla soglia la Cesira, nell'atteggiamento
di Giuditta reduce dal campo nemico. Anch'ella aveva ucciso il suo
Oloferne, e ne teneva la spoglia esanime, sospesa.... per la coda.
-- Masaniello! -- esclamò il parroco.
-- Gli ho teso un laccio e l'ho strozzato, -- disse la donna con
magniloquente brevità.
Indi, gettando la fredda salma lungi da sè, fornì ulteriori
schiarimenti. -- Voleva mordermi, ma io con un segno di croce e una
tiratina di spago l'ho ridotto all'impotenza.... E son più convinta che
mai ch'era il diavolo.... Vedrà, vedrà se adesso tutto quanto non si
rimette a posto.
La Cesira era così sfolgorante d'orgoglio per l'azione eroica compiuta
(aveva strozzato il diavolo, nientemeno!), si mostrava così sicura
dei risultati finali della sua magnanima impresa che don Prospero
rimase senza parola. Non osò nè lodarla nè rimproverarla; le invidiò
la sua fede; si sforzò di credere che l'eccidio del gatto Masaniello,
bestia scontrosa e antipatica, potesse, secondo la frase della serva,
rimetter -tutto quanto a posto-. Monsignor vescovo, forbito oratore,
gli aveva ben detto, pur dianzi, che le vie della Provvidenza sono
imperscrutabili.
Ma la Cesira, che non comprendeva il riserbo del suo padrone,
raccolse da terra la sua vittima e si ritirò sdegnosamente in cucina,
borbottando: -- Oh, gli uomini!
NELLE VACANZE DI SUA ECCELLENZA
Sua Eccellenza l'onorevole Tito Cervara, sfuggendo per miracolo
alla vigilanza dei subalterni ossequiosi, degli amici zelanti, dei
sollecitatori molesti, s'era fatto condurre in vettura chiusa di piazza
al principio del viale d'ippocastani, fuori d'una delle porte della
cittadina universitaria ove trent'anni addietro egli aveva compito i
suoi studi e ove adesso era andato a passare i due ultimi giorni delle
sue vacanze ministeriali. Vacanze così per dire, giacchè in meno di tre
settimane Sua Eccellenza aveva dovuto pronunziare un paio di discorsi
politici, assistere a sette banchetti e rispondere ad altrettanti
brindisi, accordare ventiquattro colloqui, intervenire a sei
cerimonie inaugurali, accettare dieci presidenze onorarie, promettere
duecentocinquanta chilometri di ferrovia, trenta croci di cavaliere,
nove ufficialati e cinque commende. Forse il pensiero di questi impegni
assunti troppo leggermente gli toglieva di gustare, com'egli aveva
sperato, la passeggiata solitaria lungo il bel viale pieno per lui di
tanti ricordi della giovinezza.
Quante volte, nelle limpide mattine d'estate, all'avvicinarsi degli
esami, egli era venuto qui insieme con uno o due condiscepoli a
ripassare i suoi quaderni; quante volte c'era tornato al crepuscolo
in compagnia degli amici ilari e rumorosi, cantando gaie canzoni,
recitando poesie, disturbando colle grida e col chiasso i pacifici
borghesi usciti a prendere il fresco a piedi o in carrozza! E anche
nella quiete silenziosa delle sere senza luna egli aveva sovente
percorso quel viale a fianco di qualche facile bellezza che nè chiedeva
nè offriva perennità d'affetto, ma in quello sbocciar della vita lo
attirava col fascino e con le insidie dell'eterno femminino.
Erano passati trent'anni da allora; gl'ippocastani erano sempre
gli stessi; trent'autunni li avevano sfrondati, trenta primavere
li avevano rivestiti di nuove foglie senza scemar vigore alla loro
robusta vecchiezza; ma quelli che trent'anni addietro s'eran riposati
alla loro ombra, avevano inciso le proprie iniziali sul loro tronco,
avevano raccolto il frutto selvatico caduto dai loro rami, dov'erano
adesso?.. L'antico studente diventato ministro poteva ben ripetere col
personaggio della -Sonnambula-
Cari luoghi, io vi trovai,
Ma quei dì non trovo più.
Due carri di fieno tirati da buoi procedevano lentamente verso la
città; in senso opposto venivano una timonella e due biciclette, una
delle quali, non avendo altra strada libera, invase il sentiero dei
pedoni e rasentò le gambe di Sua Eccellenza, che piegò istintivamente
a sinistra, verso una panca di pietra ove stava seduto un uomo di età
matura con un giornale in mano. L'uomo, d'aspetto civile, indossava
un vestito di lana color pepe e sale, aveva un cappello a cencio sotto
cui spuntavano i riccioli d'una chioma brizzolata, e teneva stretto fra
le ginocchia un ombrellone blù, da parroco di campagna. Al movimento
fatto da Cervara per scansarsi dalla bicicletta, egli alzò gli occhi,
si turbò, e, come seccato dell'incontro, tornò a sprofondarsi nel suo
giornale.
Ma anche gli occhi del Ministro s'eran fissati sul lettore solitario,
ne avevano in un lampo scrutato la fisonomia e correndo a ritroso del
tempo avevano rievocato l'immagine d'un giovine di ventidue o ventitrè
anni, bello della persona, mediocre d'ingegno, gentile d'animo, ardito,
entusiasta, un misto di poeta e di sognatore.
E dalla bocca, quasi inconsapevole, di Sua Eccellenza uscì un nome: --
Varesio!
Ecco, quantunque gl'intrighi della politica, la caccia agli onori,
l'abitudine del potere non avessero interamente guastato il cuore a
Tito Cervara, è da scommettere che, in condizioni ordinarie, egli, pure
imbattendosi in Varesio, non avrebbe fatto un passo verso il vecchio
camerata, il quale mostrava in modo manifesto di voler schivarlo.
Sarebbe accaduto a lui quello che, pur troppo, accade in generale a noi
tutti, allorchè queste larve d'un passato remoto sorgono d'improvviso
in mezzo alla nostra vita febbrile e spesso affaccendata in minuzie.
Pensando alla seduta ove siamo attesi, al caffè che siamo avvezzi a
sorseggiare, alla visita che ci siamo impegnati a fare in quell'ora,
noi siamo lieti se ci riesce di sgattaiolar via inavvertiti, o di
cavarcela con un cenno del capo o un -buon dì- frettoloso.
Ma Sua Eccellenza era in speciali disposizioni d'animo; il suo camerata
gli appariva in un momento nel quale tutto l'esser suo era attirato
da una forza irresistibile verso la giovinezza, verso gli anni di
bagordi e di studi, e nella sua bella voce baritonale c'era un calore
comunicativo quand'egli si fermò sui due piedi e ripetè il nome
pronunziato pur dianzi: -- Varesio!
Poichè ormai non c'era più scampo, costui si levò da sedere, rosso,
confuso e si portò la mano al cappello.
-- Bando alle cerimonie, -- disse Cervara arrestandogli il braccio. -- Mi
riconosci?
-- Sfido io a non conoscere il signor Ministro, -- balbettò Varesio.
-- Per amor del cielo, lascia stare il -signore- e il -Ministro-.
Qui non sono che Cervara, Tito Cervara, il tuo condiscepolo
d'Università.... Via, dammi un bacio.
L'altro, sebben riluttante, cedette; quindi, abbozzato un sorriso,
esclamò: -- Quanti anni!
-- È meglio non contarli.
Però Varesio fece un calcolo mentale e soggiunse: -- Sicuro, dacchè
abbiamo preso la laurea insieme ne son corsi trenta.
-- Ci siamo visti ancora.
-- Sì, a Milano dopo la guerra.
-- Indossavi la camicia rossa, avevi combattuto valorosamente, e come
t'ho invidiato in quei giorni, io ch'ero dovuto rimanere a casa!...
Circostanze....
-- È sempre un quarto di secolo che non ci si vede, o almeno che non ci
si parla, -- osservò Varesio.
-- Giuro ch'io non t'ho visto.
-- È naturale; gli uomini illustri non vedono gli uomini oscuri, ma
questi possono veder quelli.
-- Smetti l'ironia. Perchè non mi hai cercato?
-- Scusa, -- replicò Varesio, -- in ogni caso eri tu che dovevi cercar me.
Cervara fece un gesto di meraviglia. Non era abituato a sentirsi
parlare con tanta libertà.
-- S'intende, -- continuò l'amico. -- Tu fosti presto un personaggio
d'alto affare; cercandoti, avrei fatto credere che volevo implorar
grazie e favori.
-- Sempre orgoglioso, -- notò il Ministro. -- Ciò non toglie che tu abbia
ragione; dovevo cercarti io.... Cosa vuoi? Non è che non si ricordi;
gli è che noi uomini politici siamo trascinati in una baraonda. A ogni
modo, ti dò la mia parola d'onore ch'io ignoravo che tu fossi stabilito
qui.... Da studente avevi la tua cameretta, come me, e nelle vacanze
andavi in famiglia.
-- Sì, -- rispose Varesio, -- andavo in campagna.... a una trentina di
chilometri.... Siamo rustica progenie.... Quando son rimasto solo, ho
venduto quel po' di terra che avevo e mi son fatto cittadino.
-- Sei solo?
-- Solo.
-- Non hai preso moglie?
-- Son vedovo.
-- Da un pezzo?
-- Da quindici anni.
-- Oh poveretto!... E figliuoli?
-- Ne avevo due, e son morti bambini.
Varesio scosse la testa e disse al Ministro che lo commiserava: -- Vedi
bene, non vivo, sopravvivo.... Basta.... E tu sei sempre scapolo?
-- Sì, e me ne pento.
-- Avresti tempo ancora.
-- Ah nemmen per idea.... È troppo tardi.
-- Non c'è dubbio, se si trattasse di sposare una giovinetta, --
principiò Varesio. Ma s'interruppe per guardar in alto; stette pochi
secondi col braccio teso, col dorso della mano vôlto all'insù, e
soggiunse: -- Piove.... Non hai ombrello?
-- Io no.
-- Vieni sotto il mio.... Alla barriera troverai un fiacre.
-- Ma io ce l'ho il fiacre.... L'ho lasciato appunto laggiù, alla
barriera.
-- Hai un fiacre come un semplice borghese?
-- Sì, e grazie al cielo il cocchiere non mi ha conosciuto.
-- Allora t'accompagno fin là.
Varesio aperse un ombrellone grande così da poter riparare un'intera
famiglia, e disse con una risata che pareva l'eco di giorni lontani:
-- Questo baldacchino non s'immaginava di dover protegger dall'acqua un
Ministro del Regno d'Italia.
-- Ma neppur noi, -- riprese Cervara, -- ci immaginavamo venti minuti
fa di trovarci qui, proprio qui, ove si veniva la mattina con le
litografie del diritto romano e la sera con le crestaie della città.
S'avviarono a braccetto, sotto la pioggia, ravvicinati un istante da
quella visione del passato che colmava l'abisso ond'erano divisi i loro
destini.
Infervorato a discorrere, il Ministro non si accorgeva nè
dell'avanzarsi d'una vettura sullo stradone, nè dei segni che gli
faceva il cocchiere.
Se ne accorse Varesio e ne avvertì il compagno: -- Bada, fa dei segni a
te.
-- Chi?
-- Quel fiaccheraio.... È il tuo?
-- È vero, è il mio. Gli avevo ordinato d'aspettarmi.
Il legno si fermò, e il cocchiere, scendendo da cassetta disse a
Cervara che, vista la pioggia, aveva creduto opportuno di venirgli
incontro.
-- Avete fatto bene, -- disse Sua Eccellenza. E rivoltosi a Varesio: --
Ora t'offro io l'ospitalità nella mia vettura. Dove vai?
-- Non vado. Resto.
-- Con questo diluvio?
-- Sotto gli alberi si è sempre riparati a bastanza.... E poi è un
acquazzone che passa.... Quando sarà cessato, andrò a casa.
-- Insomma, t'accompagno io a casa. Dà il tuo indirizzo.... su, su.
Ma Varesio si schermiva ancora. -- Sto al capo opposto della città.
-- Ragione di più, -- ribattè il Ministro. E con amichevole violenza
forzò Varesio a montare.
Il vetturale fece un gesto per chiedere: Dove? Sua Eccellenza accennò
a Varesio.
-- Domandate al signore.
L'interrogato si decise a indicare il nome di una strada, scusandosi
che fosse proprio agli antipodi.
-- Gran che! -- esclamò il Ministro. -- Non siamo nè a Londra, nè a
Parigi. -- Il cocchiere montò in serpe e sferzò il cavallo.
Alla barriera vi fu una sosta. Una guardia daziaria si accostò allo
sportello. -- Niente di da....?
Ma non finì la parola, tale fu lo sgomento che lo colse trovandosi
faccia a faccia con Sua Eccellenza.
Ritto sotto la pioggia, con la mano destra al berrétto in atto
di saluto militare: -- Avanti, avanti, -- disse al fiaccheraio. E
nello stesso tempo gli slanciava un'occhiata fulminea. O non poteva
avvisarlo, quell'imbecille?
-- Addio incognito, -- notò, scherzando, Varesio.
Indispettito, il Ministro si rincantucciò nell'angolo del fiacre.
Ma lì veniva a cercarlo, attraverso il vetro circolare del finestrino
centrale, lo sguardo inquieto del cocchiere che non aveva ancora capito
qual personaggio avesse in carrozza. Era, sia detto a sua scusa,
un vecchio misantropo che si mescolava poco ai suoi colleghi, e non
frequentava le bettole e non leggeva i giornali.
-- E ora questo balordo che si volta ogni momento ci farà ribaltare, --
borbottò Cervara.
-- Speriamo di no.
-- Speriamolo, -- ripetè laconicamente il Ministro. E riprese: -- Ah,
se non dovessi partir domani per Roma vorrei che andassimo un giorno
insieme in tutti quei posti ove andavamo da studenti, al Caffè
-Narciso-, per esempio. C'è sempre?
-- Ha cambiato nome. È Caffè -Caprera-.
-- Ecco perchè non mi raccapezzavo. E l'osteria -Al doppio litro-, fuori
di Porta Merlata, c'è?
-- C'è.
-- Continua ad attirar gli studenti?
-- Meno d'una volta, ma ci vanno.
-- Ti ricordi delle cene che si facevano in compagnia allegra? Ti
ricordi che tavolate? Pagherei tanto a sapere come han finito quei
commensali, maschi e femmine.... Tu li hai presenti tutti?
-- Non tutti. Parecchi.
-- Racconta, racconta.
-- Alcuni son morti. Francini a Bezzecca, nel 66....
-- Sì, poveretto.... Che bel giovine era!
-- E buono. Anche Degalli e Rispolo e Marcucci....
-- Aspetta. Degalli era un piccolo, biondo?...
-- Appunto.
-- Aveva il padre magistrato?
-- Sì.... Era entrato nella magistratura anche lui, e morì pretore in
Sardegna.... Roba vecchia ormai!
-- E gli altri due che hai nominato? Rispolo e Marcucci, mi pare.... È
curioso, non riesco a farmeli venire in mente.
-- Come? Nemmeno Rispolo, il nostro baritono, che ci assordava con quel
suo: -Sì vendetta, tremenda vendetta?-
-- Ah, quello era?... Quello con due grandi baffi che molti di noi
gl'invidiavano? L'immagine della salute e della forza?... Morto?
-- Dopo aver fatto cento mestieri: il cantante, l'impiegato, l'agente
teatrale, il faccendiere.... Anzi, in seguito ad affari un po' loschi,
era dovuto emigrare agli Stati Uniti, ove lasciò la pelle in uno
scontro ferroviario, tre o quattr'anni or sono.
-- Che fine tragica!... E Marcucci, chi era Marcucci?
-- Un romantico magro, allampanato, che quando aveva bevuto un bicchiere
di troppo piangeva a calde lacrime, e parlava in francese, e voleva
abbracciar tutti.... Non diventava una fiera che se gli toccavano la
sua Luisa.... A proposito, la Luisa era una delle ragazze che qualche
volta venivano a cena con noi.... Era molto bellina; alta, snella,
coi riccioli bruni.... Lavorava di guanti, pel negozio Gragno, sotto i
portici.
-- Sì, sì.... Ne ho una reminiscenza confusa....
-- Ebbene; Marcucci, non riuscendo a liberarsene, la sposò.... Poi si
son divisi, si son riuniti, si son tornati a dividere, e finalmente son
morti a due mesi d'intervallo.
-- Dio, che cimitero! -- interruppe Cervara. -- Passiamo ai vivi.
-- Oh, -- ripigliò Varesio, -- non credere che ci sia molto da dire....
Intanto, da te in fuori, nessuno è salito in auge.
-- Per carità, tira via.... Son di quei gusti che si pagano salati.
Varesio continuò. -- Staglieno e Vischi fanno gli avvocati a Milano,
Ludovisio è sostituto procuratore generale in Romagna.
-- Passerà presto in cassazione, -- notò il Ministro. -- Credo che il
decreto sia già sottoposto alla firma di Sua Maestà.
-- Ecco che sul conto di questo sei più informato di me, -- osservò
l'amico. -- E Fedrighi che tempesta mezzo mondo con domande di sussidi,
è impossibile che non t'abbia mai preso di mira.
-- Figurati. Ricevevo una sua lettera ogni quindici giorni. A Roma
un anno fa ho dovuto metterlo alla porta. Egli se ne vendicò con un
libello inserito in una gazzettaccia di provincia.... Quel Fedrighi
chi avrebbe creduto che fosse disceso così basso?... Se c'era uno a cui
fosse lecito pronosticare un avvenire brillante, era lui.... Aveva una
facoltà d'assimilazione maravigliosa.
-- Sono i suoi vizi che l'hanno ridotto a quel punto.
Varesio menzionò altri condiscepoli che a lui pure erano sfuggiti di
vista e dei quali ignorava che cosa facessero e dove fossero. Ma dietro
a questi s'agitava, assai più numerosa, nella memoria sua e in quella
di Cervara, una turba anonima; fantasmi vaporosi che per un istante
accennavano a emerger nella luce, a pigliar forma e colore, e che
ripiombavano poi nelle tenebre.
-- Ah! -- pensava il Ministro. -- È pur triste la vita! Si è passata
insieme la giovinezza ricca di entusiasmi e di fede, affratellati nella
più dolce e gaja intimità, seduti sullo stesso banco alla scuola,
alla stessa tavola alla trattoria; si è partecipato alle stesse
solennità, battendo le palme nel medesimo applauso, alzando le voci
nel medesimo grido; ed ecco che, appena il portone universitario si è
chiuso l'ultima volta dietro di noi, è come se un turbine c'investa e
disperda. Pochi anni bastano a renderci o nemici, o estranei, o, peggio
ancora, ignoti gli uni agli altri; ignoti così che il labbro non riesce
nemmeno a formare il nome di molti fra i camerati d'un tempo.... E che
cosa si sa anche di quelli di cui pur si trovan le traccie?
A questo punto Sua Eccellenza dovette riconoscere ch'egli ne sapeva
pochissimo di Varesio, il quale, tranne che del suo matrimonio e della
sua vedovanza, non aveva finora detto nulla dei fatti suoi.
E rivolgendoglisi con sollecitudine non ostentata,
-- Lasciamo in pace gli altri -- disse. -- Narrami di te.... Ho sentito le
tue disgrazie domestiche, ma pel rimanente come va? Di che ti occupi?
Eserciti l'avvocatura?
-- Sono inscritto nell'album, ma non esercito. Tutt'al più dò dei
consulti gratis ai poveri diavoli che non sarebbero in grado di pagar
la specifica.
-- Sei ricco dunque.... o almeno agiato?
-- Ho una piccola rendita sufficiente ai miei bisogni.... O che c'è?
La carrozza s'era fermata per un intoppo. Varesio sporse la testa fuori
del finestrino, e Cervara, istintivamente, fece lo stesso dalla sua
parte.
Due o tre giovinotti che uscivano da una bottega di liquorista
esclamarono: -- Oh, il Ministro!
Cervara si tirò indietro rapidamente, ma già l'esclamazione era stata
intesa, e molti curiosi s'avvicinavano alla vettura e s'alzavano in
punta di piedi per veder dentro. Non pioveva quasi più; un raggio di
sole uscente dai nuvoli metteva una nota allegra sugli ombrelli lucidi
e sulle pozze d'acqua della strada.
-- Il Ministro in compagnia dell'avvocato Varesio! -- disse qualcheduno
con accento di meraviglia.
Altri si toccarono rispettosamente il cappello. Un ministro! Non si sa
mai.
Sua Eccellenza era sulle spine. -- Non si potrebbe prendere una via
traversa?
-- Credo che qui sia difficile voltarsi -- rispose Varesio. E urlò al
fiaccheraio: -- Si va o non si va?
-- Or ora -- disse questi più confuso che mai dopo che aveva saputo di
portare un'Eccellenza. -- Appena quel baroccio là si sarà avanzato di
pochi metri passeremo anche noi.... Ecco.... finalmente....
Menò una buona frustata al cavallo e sguisciò tra il baroccio e il
marciapiede. Indi, con un coraggio che gli cresceva di mano in mano che
andava allontanandosi, diede dei somari e dei tangheri ai barocciai che
non s'erano affrettati a lasciargli posto.
Varesio intanto seguiva il suo pensiero. -- Vorrei sentire i commenti
che fanno quei bellimbusti per averci visti insieme.
-- Non lo si sa in paese ch'eravamo condiscepoli?
-- Lo saprà forse uno su cento.
Senza voler confessarlo a sè stesso, il Ministro cominciava a trovarsi
a disagio. Temeva di aver mancato della circospezione necessaria a un
uomo politico, insistendo per far montare Varesio nella sua vettura.
In fin dei conti, chi era adesso Varesio? Che gente frequentava? Che
posizione aveva?
E cedendo alla sua curiosità inquieta, Cervara ripigliò:
-- Sicchè, dopo aver preso parte alla guerra d'indipendenza, non hai più
voluto ingerirti nella vita pubblica?
Varesio atteggiò il labbro a un sorrisetto enigmatico.
-- Cioè.... cioè.... Sono stato persino candidato alla deputazione.
-- Davvero?... Quando?
-- Oh.... -in illo tempore-.... Ero.... sono anche adesso del resto....
Presidente della Società dei Reduci, dell'Associazione democratica
-Giuseppe Garibaldi,- della -Dante Alighieri,- del Circolo -Istria e
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