IV.
Michele Albissola salì portando in collo Carlino che gli si era
avviticchiato e non voleva lasciarlo. Soltanto quando fu in salotto,
il bimbo consentì a esser deposto per terra. Allora Michele ribaciò
la moglie e la suocera, ringraziando quest'ultima d'aver lasciato
la campagna per far compagnia alla Virginia in quei giorni critici;
strinse cordialmente la mano alla signora Dorelli e ringraziò lei pure
dell'amicizia dimostratagli; poi si rivolse con affabilità alla Luisa,
a Giovanni, alla cuoca che gli presentavano i loro omaggi. -- Grazie,
grazie.... Siete sfuggiti alle -riduzioni d'organico- voi altri.... E
la Maria -- (era la cuoca) -- ha avuto una promozione? E che ce n'è del
nostro maestoso Giuseppe?
-- È a Torino, dai conti Soana, -- disse la cuoca.
-- Cospetto! Una casa aristocratica.... E li sapete fare quei pasticcini
che faceva lui?
-- M'ingegno.
-- Brava. Intanto domani vi metto alla prova. Avremo a pranzo il mio
avvocato, l'onorevole Maggesi.... E insieme con lui tutti questi
signori che vedete qui.
Erano, oltre a quelli di casa, i coniugi Dorelli, Malerotti, Dal Torso
e un quarto, l'ingegnere Verganti, ch'era stato anch'egli fra gli
accompagnatori di Albissola.
Qualcheduno cercò schermirsi.
-- Oh, non accetto scuse, -- ribattè Michele. -- Ho proprio bisogno di
passar un pajo d'ore con le persone che mi si son mantenute fedeli nei
tempi tristi.... E sarà un gran piacere anche per la Virginia.... Non
è vero?
Il vero era che l'idea di questo banchetto contrastava al programma
di economia, di riserbo che la Virginia Albissola avrebbe voluto
far adottare a suo marito. Tuttavia, interrogata così a bruciapelo,
davanti agl'invitati, alcuni dei quali le erano carissimi, ella dovette
dissimulare il suo pensiero. E balbettò: -- Sì, certo.... un gran
piacere.... per gli amici.... in confidenza.... Pur che l'avvocato
Maggesi, che conosco poco, non ci metta in soggezione.
-- Lui? -- esclamò Michele. -- Quando ha svestito la toga è l'uomo più
alla mano di questo mondo.... Piacevole, allegro, ricco d'aneddoti....
me ne appello a Gustavo che s'è trovato spesso con lui.
-- Sì, sì, -- disse Gustavo Albissola, -- non ha alcun sussiego.
-- E dobbiamo pur usargli qualche cortesia, -- soggiunse il cavaliere. --
Dopo quello splendore di difesa!
La Virginia chinò il capo rassegnata. Nè gli altri insistettero nelle
loro obbiezioni.
-- Dunque siamo intesi, -- ripigliò Albissola. -- Domani alle sette, l'ora
di una volta.
-- Sta bene. E adesso buona notte....
-- Che fretta avete?... La tavola è apparecchiata. Volete bere un
bicchiere di vino con me?
-- No, grazie.
Tutti sentivano la convenienza di ritirarsi, di lasciar Michele solo
con la famiglia.
E s'accommiatarono in massa, con nuovi baci, e strette di mano, e
congratulazioni.
-- Oh, eccoci in libertà, -- esclamò Michele quando gli ospiti furono
usciti. -- Una gran bella cosa essere in casa propria.... dopo un
anno....
-- Adesso metteranno in prigione quei cattivi, -- disse Carlino che non
s'era mai staccato dal suo papà.
-- Quali cattivi? -- chiese ridendo il cavaliere.
-- Quelli che ti hanno fatto del male....
-- Zitto, zitto.... che non son discorsi da bimbi, questi.... A
proposito, e la Olga e Giorgetto dormono?
-- Son rimasti alzati fino alle otto, -- rispose la Virginia. -- Ma
cascavano dal sonno.... Non vai a vederli?
-- Or ora.... dopo lo spuntino....
La signora Clara si mosse per andar a sollecitare la cuoca, ma intanto
Giovanni entrò con la zuppiera fumante.
-- Oh, prendiamo i nostri posti, i soliti posti -- disse Albissola
spiegando il tovagliuolo. -- Qua, Carlino.... Virginia, qua.... Là,
Gustavo.... E lei, mamma, non siede?
-- Si, sì, sediamo tutti.... Ma io ho pranzato.
-- E anch'io, diamine! E con grande appetito.
La Virginia fece un segno di maraviglia.
-- In primo luogo, -- soggiunse Michele, -- dalla piega che la faccenda
aveva preso, io mi tenevo sicuro dell'esito. E poi, lo confesso, ho
sempre mangiato di gusto, persino nel grosso della burrasca.
-- Ha uno stomaco di ferro, -- osservò Gustavo, natura subalterna,
avvezzo ad ammirare per ogni lato il fratello maggiore.
-- Per questo sì. Digerirei i sassi.... Virginia, una tazza di brodo?...
Un sorso di vino?
La signora Clara si unì al genero per indur la figliuola ad accettar
qualche cosa. -- Sei quasi a digiuno.... Ti farà male.... Sforzati....
-- Non posso.
-- Quella creatura vive d'aria, -- osservò la madre.
-- Infatti è pallidissima, -- disse il marito.
-- Sono stanca.... Passerà.
-- È l'orgasmo di questi giorni, -- ripigliò la signora Clara. -- Anche
Carlino lo troverai giù di cera.... Anche lui è nervoso.
-- Oh, io adesso sto benissimo, -- saltò su il fanciullo. -- E se mi dai
un altro dito di quel Bordeaux...?
-- Con l'acqua, mi raccomando.
Michele si voltò verso la moglie. -- La cantina sarà quasi vuota?
-- Siamo alle ultime bottiglie.
-- La riforniremo....
-- Oh, non c'è furia!... Non avremo mica corte bandita, spero....
E la voce della Virginia tremava.
-- Corte bandita!.. No certo.... Ma non per questo ci chiuderemo in
un eremo a far penitenza.... Sii sincera, t'è dispiaciuto ch'io abbia
invitato per domani gli amici?...
-- No, non dico questo.... Ma è per la massima.... Non possiamo scialar
come prima.
Albissola si strinse nelle spalle. -- Non s'è mai scialato.... Si
spendeva in relazione alla nostra rendita, alla nostra posizione
sociale.... Se poi è capitata una crisi, pazienza!... Ora,
naturalmente, non siamo più quelli d'una volta.... Ma torneremo....
oh se torneremo!... -Post fata resurgunt-... Non son uomo da
accontentarmi d'un posto subalterno, io.... Lo so bene che c'è della
gente che vorrebbe vedermi umiliato, avvilito, che a questo patto
m'accorderebbe forse il suo patrocinio.... Poveri sciocchi! Avranno un
bell'aspettare.... Se non ho perduto la mia salute, la mia energia, il
mio buonumore in questi dodici mesi, si figurino se mi lascio abbattere
ora che son padrone di me, nel pieno possesso di tutte le mie forze
e di tutta la mia intelligenza.... Ma non aver paura, Virginia.... Si
può esser audaci e prudenti nel medesimo tempo, e tu non avrai più da
passare quello che hai passato.... Via, via, non malinconie oggi....
E non bisticciamoci la prima sera che stiamo insieme dopo tante
tribolazioni.
Alzandosi in piedi, Michele sfiorò con una carezza la guancia della
moglie che arrossì e ritrasse il viso istintivamente. Egli sorrise.
Indi, voltatosi verso Carlino che ormai stentava a tener aperti gli
occhi, soggiunse: -- Adesso poi, Carlino, va a letto.
Il fanciullo uscì dal suo dormiveglia con un sobbalzo. -- Ma io non ho
sonno.
-- Carlino va a letto con il suo babbo.... -- seguitò Albissola.
-- Allora sì, allora sì, -- gridò il figliuolo battendo le mani.
-- Cioè, -- corresse il padre, -- il suo babbo l'accompagna, lo aiuta a
svestirsi, lo mette sotto le coperte.... Così do un bacio a Giorgetto
e alla Olga, senza svegliarli....
-- Io ti mostrerò domani quelle carte, -- disse Gustavo al fratello.
-- No, tu vieni con me dai bimbi.... Dopo, andremo insieme nello
studio....
-- Ma, Michele! -- esclamò la Virginia. -- Va piuttosto a riposare.
-- Eh, con Gustavo ci spicciamo in meno di mezz'ora.
-- La tua camera è pronta.
-- E qual'è la mia camera?
-- Oh bella! La tua camera è.... la tua camera.... Di là....
E la Virginia indicò l'uscio a sinistra.
-- Ma non l'occupava la mamma?
-- L'occupavo, -- rispose la signora Clara, -- perchè la Virginia non
fosse sola nell'appartamento.... Tu sei tornato e io risalgo al secondo
piano.
Il cavaliere protestò vivamente. -- Nemmen per sogno.... Fin che ci fa
l'onore di restar con noi non voglio che si scomodi. Per questa sera
domanderò ospitalità a mia moglie.
-- Oh Michele! -- disse la Virginia mal dissimulando la sua ripugnanza a
secondare il desiderio di suo marito. -- Ormai è preparato tutto; ormai
la roba della mamma è stata portata su.... Dovrei far metter sossopra
di nuovo ogni cosa.... a quest'ora.... E anche per la mamma sarebbe un
disagio.... Non è vero?
-- Per me, veramente, dormir su o giù sarebbe lo stesso; -- rispose la
signora Clara. -- Ma non hai bisogno di dar nessun ordine.... Io vado
nella camera al secondo piano.... e Michele farà quello che gli piacerà
meglio.
-- La senti? -- soggiunse Albissola. -- Siamo intesi allora?
-- Ma no.... Giacchè la tua camera è disponibile.... E la mia è così
piccola!...
Michele si mise a ridere.
-- Ci si stava pure una volta!
Egli aveva un capriccio, e i capricci si aguzzano con le ripulse. Tirò
in disparte la Virginia, le cinse amorevolmente la vita, e sussurrò:
-- Sei stanca, sei nervosa.... Non m'attendere alzata.... Va intanto a
coricarti.... Io verrò più tardi, verrò in punta di piedi.
Non le lasciò tempo di replicare e si voltò verso Carlino che s'era
abbandonato sopra una sedia, con la testa rovesciata sulla spalliera.
Gustavo, che s'era chinato sul nipotino, disse piano:
-- Dorme.
-- Non lo svegliate; -- ammonì la nonna. -- Prendetelo in collo com'è....
Vengo su anch'io.
Mentre Michele prendeva il bimbo fra le sue braccia robuste, la
Virginia slanciava un'occhiata supplichevole a sua madre.
La signora Clara le si avvicinò e la baciò teneramente sulle due
guancie:
-- Felice notte, tesoro mio.
-- Resta ancora! -- implorò la figliuola.
-- Ts! -- fece la signora Clara posandole una mano sulla bocca. E, a
mezza voce, con accento grave e solenne, soggiunse: -- Sei -sua- moglie
e devi essere una buona moglie.
-- Mamma! -- chiamò Michele. -- Viene?
-- Eccomi.
-- Felice notte, Virginia.
-- Arrivederci, Virginia.
Gustavo precedeva con una candela accesa.
V.
La Virginia aveva licenziato la Luisa, e sola nella sua camera, seduta
davanti allo specchio, faceva la sua -toilette- da notte. Due volte
s'era alzata per dare il chiavistello all'uscio, due volte s'era
rimessa a sedere senza porre ad effetto il suo proponimento. Aveva
sempre nell'orecchio le parole di sua madre: -- Sei -sua- moglie e devi
essere una buona moglie.
Credeva di sognare. Già da quasi tre anni, dalla nascita di Giorgetto,
una separazione di fatto era avvenuta tra lei e suo marito. Era
avvenuta quietamente, tacitamente, senza spiegazioni reciproche.
Michele era rimasto nella camera occupata durante il puerperio di
lei, ecco tutto. E ora, dopo quel ch'era successo, egli le ridomandava
l'ospitalità, e sua madre, anzichè difenderla, non sapeva dirle se non
questo: -- Sei -sua- moglie e devi essere una buona moglie.
Macchinalmente ella riappuntava alla meglio i lunghi capelli castani
che l'erano caduti, sciolti, giù per le spalle, e guardava distratta
la sua immagine nello specchio. Com'era pallida e smunta, come anche il
suo sorriso (si sforzava di sorridere) era impregnato di tristezza! Non
aveva che trentadue anni, ma l'ultimo aveva contato per dieci, e oggi
ella ne mostrava quaranta.
Rivolò col pensiero al passato, quand'era fanciulla, e cento vagheggini
le svolazzavano intorno, attratti dalla vivacità del suo spirito non
meno che dalla leggiadria del suo volto. Il mondo le pareva così bello
allora, le pareva così ricco di promesse l'avvenire. Poi s'era sposata,
con un uomo scelto, voluto da lei, nonostante le obbiezioni di suo
padre, a cui Michele Albissola non andava a genio. Ella invece non
trovava il più piccolo neo nel suo preferito. Lui piacente d'aspetto,
lui figlio e nipote di patrioti, lui esuberante di vita, d'ingegno,
d'attività. Fu sua, fu per qualche tempo pienamente felice. Non a
lungo però. Le prime nubi del suo matrimonio erano state nuvolette
di gelosia. Michele si distraeva.... Oh come le sarebbe stato facile
pagarlo di ugual moneta! Ella sdegnò questa forma di vendetta. Amava
sempre suo marito, e un fondo ereditario d'onestà la salvava dai
capricci passeggeri. Vi furono lacrime e singhiozzi, vi furono scene
coniugali a cui tennero dietro i pentimenti e le paci. Quindi, o
Michele Albissola salvasse meglio le apparenze, o in lei fosse minore
la suscettività, o le cure materne l'assorbissero tutta, fatto si è che
queste ragioni di dissidio andarono attenuandosi. Subentrarono altre,
e sotto certi rispetti, assai più gravi inquietudini. Michele s'era
slanciato a corpo morto negli affari; in breve era divenuto ricco e
influente. Ambizioso per sua natura, egli, appena i mezzi cresciuti
glielo permisero, portò addirittura una rivoluzione nella casa già
modesta e tranquilla. Riammobigliato a nuovo il quartiere, aumentate
le relazioni, sostituiti i banchetti e le veglie ufficiali ai desinari
in famiglia e ai ricevimenti di pochi amici. E palco a teatro, e
carrozza e cavalli, e -toilettes- sfarzose per la moglie, e vestiti
eleganti pei bimbi che dovevano essere i primi dovunque andassero. Ella
predicava contro l'eccesso delle spese, contro la smania di ricevere
e di cacciarsi da per tutto; raccomandava l'economia, la previdenza,
necessarie specialmente quando vi son figliuoli. Erano parole al vento.
Suo marito le rispondeva che sapeva fare i suoi conti e proporzionare
le spese ai guadagni, e che, del resto, metteva da parte ogni anno
alcune migliaia di lire. Fors'era vero, ma ciò non bastava a quetare
le apprensioni di lei. Ella rimuginava sempre nella mente una frase
sfuggita a suo padre. -- Le fortune accumulate troppo presto mi fanno
venire la pelle d'oca. -- Era stato un logorarsi continuo. Ogni successo
finanziario di suo marito era per lei, anzichè una gioia, un dolore.
A qual prezzo era ottenuto? Avvezza a mettere in cima a ogni cosa
la probità, ella non reggeva all'idea che l'uomo ond'ella portava
il nome potesse arricchire con mezzi illeciti. Con l'intelligenza
aguzzata dal sospetto ne studiava gli atti, i gesti, le parole, lo
scopriva leggero, privo di scrupoli negli affari, amabilmente cinico.
E l'amore se ne andava come un liquido che svapora, e ne prendeva il
posto una freddezza invincibile, una ripugnanza crescente verso colui
che l'era stato sì caro. A sviarla per poco da questi pensieri era
sopraggiunto un gran lutto domestico. Il suo babbo era morto dopo
una settimana di malattia. Non erano trascorsi sei mesi, ella non
s'era rimessa dal colpo tremendo quando cominciò a sentir discorrere
di crisi, dei ribassi di valori, di fallimenti. Ogni giorno vedeva
Michele più preoccupato, più chiuso in sè stesso. Ella, nonostante il
raffreddamento dei loro rapporti, avrebbe voluto strappargli qualche
confidenza, esser richiesta di consiglio, d'aiuto. Egli le rispondeva,
sorridendo, che le donne non s'intendono d'affari. S'ella si dichiarava
pronta a rinunziare a questa cosa od a quella, se proponeva di ridur le
spese, egli scrollava le spalle. Erano inezie. Si sarebbero risparmiate
poche migliaia di lire e si sarebbe perduto il credito. E diceva che
non c'era da sgomentarsi, che il ciclone sarebbe passato. Lottava,
lottava con un'energia alla quale sua moglie non poteva negare un
tributo d'ammirazione. Invano. La catastrofe scoppiò terribile, quale
la Virginia, nell'ore di maggior pessimismo, non si sarebbe aspettata.
Più assai che una catastrofe economica era una catastrofe morale. Non
la minacciava la miseria, perchè la sua dote era salva; la minacciava
molto di peggio, la minacciava il disonore. Michele Albissola e altri
pezzi grossi del mondo della finanza, amministratori d'un potente
Istituto di credito, erano imputati di abusi, di malversazioni, di
violazioni di Statuto, di complicità con ragionieri e cassieri, e
venivano tutti arrestati e tradotti dinanzi alle Assise. Sulle prime la
Virginia aveva sperato che l'arresto fosse un errore, che il processo,
se si faceva, provasse luminosamente la falsità delle imputazioni.
Nelle sue visite al marito, in carcere, sotto gli occhi d'estranei,
ella sentiva che sarebbe uscita consolata se Michele le avesse detto
con alterezza: -- Sono innocente! -- Non glielo diceva, non osava
dirglielo; esprimeva bensì, appena seppe che la causa era deferita ai
giurati, una fiducia grande d'essere assolto. Non capiva, con tutto il
suo ingegno, che, condannato e innocente, sua moglie gli avrebbe reso
il suo affetto e la sua stima; assolto e colpevole, ella si sarebbe
ancor più alienata da lui.
E quel dibattimento, quel dibattimento interminabile, che supplizio era
stato per la Virginia! E la difesa, la splendida difesa di Maggesi,
il suo commensale di domani, che umiliazione anche quella! Il grande
avvocato non era riuscito a scalzare il solido edifizio dell'accusa;
aveva tirato in campo l'ambiente, le tentazioni, le malattie del
secolo, tutte le scuse dei cuori pervertiti e delle coscienze
corrotte.... E i giurati, forse corrotti e pervertiti essi pure,
avevano assolto....
A questo punto un vivo rossore si diffuse sul viso pallido della
Virginia. -- Avresti preferito che l'avessero condannato? -- le chiedeva,
in tuono di rimprovero, una voce interna. Ed ella rammentava che
in quei mesi di atroce martirio c'erano stati momenti in cui, con
freddo egoismo, ella s'era acconciata all'idea della condanna di
Michele, della temporanea disparizione di lui dalla famiglia, e non
solo senza terrore ma quasi con una compiacenza segreta s'era vista
sola al governo della casa, sola all'educazione de' suoi tre bimbi.
Avrebbe preso un quartierino ristretto, modesto, avrebbe tenuto una o
due persone di servizio al più, sarebbe vissuta lontana dai chiassi,
lontana dalla società. La Olga e Giorgetto, così piccini ancora,
sarebbero cresciuti a modo suo, e lo stesso Carlino avrebbe finito col
subire la sua influenza.... Come aveva cacciato da sè questi tristi
pensieri, come s'era vergognata di averli avuti!... E negli ultimi
giorni, come aveva invocato a qualunque costo quell'assoluzione che pur
le pareva priva d'ogni valore morale!
Ebbene, Michele era libero; e quando Dorelli era venuto ad annunziarle
il verdetto, una gran gioia le aveva inondata l'anima, un impulso
spontaneo l'aveva spinta incontro al suo sposo, al padre de' suoi
figliuoli. Perchè quella gioia era passata così presto? Perchè quel
risveglio d'affezione era durato così poco? Perchè la riassaliva un
vago sgomento della vita che stava per ricominciare con l'unico uomo
ch'ell'avesse amato? Perchè la minacciata intimità coniugale le destava
una ripulsione invincibile? Perchè l'ammonizione materna: -devi essere
una buona moglie,- le sonava come un'amara ironia?
Una buona moglie! Non bastava per esser tale ch'ella non disgiungesse
la sua sorte da quella del marito, che fosse risoluta ad affrontare
con lui le prove che il destino poteva ancora serbarle, a offrirgli i
suoi consigli se li chiedeva, il suo danaro se ne aveva bisogno; non
bastava che avesse perdonato e dimenticato? Era proprio necessario che
consentisse a esser uno stromento di piacere, che immolasse rassegnata
il suo pudore e la sua dignità?
Ma se la sua bellezza era tramontata, se la sua gioventù era sfiorita
(e lo specchio glielo diceva senza cerimonie) che cosa Michele trovava
in lei d'attraente?... Le labbra della Virginia si contrassero come per
una nausea profonda, ed ella si coperse la faccia con le mani. Quel che
trovava?... Trovava una donna.... dopo un anno.... e prima di poter
trovarne altre più belle e più giovani.... Domani egli non avrebbe
avuto che l'imbarazzo della scelta.... Per lei dunque era sufficiente
difendersi sino a domani.
E di nuovo fece un movimento per chiudere a chiave l'uscio della sua
camera, e di nuovo ricadde sulla sedia, paralizzata, convulsa. Aveva
ella il diritto, ella, la moglie, di fornire una scusa al libertinaggio
di suo marito? Respingendolo, mortificandolo oggi con una di quelle
ferite all'amor proprio e alla vanità che sono le più difficili
a cicatrizzare, non rinunciava ella forse a esercitar ogni azione
benefica sopra di lui, non iniziava in famiglia un periodo di rancori,
di bizze, di dispetti reciproci? E il dissidio crescente fra i genitori
che conseguenze avrebbe avuto per la prole? Già Carlino, con la sua
intelligenza precoce, aveva notato da tempo la freddezza esistente fra
suo padre e sua madre, e, doloroso a dirsi, ma vero, teneva pel babbo!
Chi assicurava la Virginia che, più tardi, non accadesse lo stesso
anche della Olga e di Giorgetto, e che, se succedeva uno strappo fra
lei e Michele, ella non si vedesse schierati contro tutti e tre i suoi
figliuoli?
Ella trasalì sentendo nell'anticamera un suono di passi guardinghi e di
voci sommesse. Era Michele che parlava col fratello. Si cacciò sotto le
coperte, spense il lume, e premendo sul guanciale gli occhi e la bocca
divorò le sue lacrime.
ALLO STABILIMENTO IDROTERAPICO
PER VIA.
-- Ah lei va al nostro stabilimento di....? -- mi disse un cittadino del
capoluogo vedendomi montare in carrozza.
-- Appunto.
-- Cura ordinata dal medico?
-- No. Me la sono ordinata da me. Penso che di questa stagione un po'
d'acqua fresca non nuoce.
Il mio interlocutore fece una smorfia come a dire: -- Che gusti! -- poi
soggiunse: -- È la prima volta?
-- La primissima.
-- Ed è solo?
-- Come vede.
-- Ma lassù troverà qualche conoscente?
-- Eh, forse sì e forse no.
-- Buona fortuna allora, -- conchiuse l'ottimo signore salutandomi con la
mano e avvolgendomi in uno sguardo pieno di commiserazione.
Son venuto a sapere più tardi che gli abitanti della regione, pur
andando orgogliosi di quella fonte d'acqua viva e purissima che porta
loro ogni anno parecchie centinaia di ospiti, guardano questi ospiti
con mal celato sospetto. Essi non sanno intendere come mai delle
persone a modo che possono viver libere a casa loro vadano a chiudersi
per tre o quattro settimane in una specie di carcere, ove tutto si
regola a suon di campanello, in base a norme fisse, ove occorre alzarsi
alle cinque del mattino e mettersi a letto alle dieci della sera, ove
una mancanza alla disciplina vi espone ai rabbuffi del direttore, e,
in caso di recidiva, persino allo sfratto. Onde chi si accinge alla
cura per suggerimento del medico dev'essere un malato grave; chi vi si
assoggetta per suo capriccio dev'essere un matto.... Matti effettivi,
o matti dilettanti, ecco la conclusione a cui la gente pratica arriva.
E, per natural conseguenza, lo stabilimento idroterapico di.... non
sarebbe che una succursale del manicomio.
Intanto la vettura ha percorso un buon tratto di strada nè brutta nè
bella, e il cocchiere mi assicura che fra un quarto d'ora saremo alla
meta.
-- Ehi, ehi, cocchiere, di dove vengono questi originali?
-- Vengono proprio dallo stabilimento. Hanno fatto la doccia e adesso
fanno la reazione.
Tipi curiosi in verità. Pallidi, torvi, a testa bassa, soli per lo
più e taciturni anche se sono in due, scendono a passi concitati giù
per la china e paiono assorti in così gravi pensieri che nessun fatto
esteriore giunge a turbarli. Anche a me balena un istante l'idea: Che
sian matti?
L'ARRIVO.
La strada che saliva a zig zag intorno al monte si spiana ad un
tratto. Eccoci giunti. Il rotabile corre sopra un piazzale alla cui
destra sorgono tre corpi di fabbrica a uno e a due piani, alla cui
sinistra verdeggia un viale di platani. Sotto il viale uomini e signore
passeggiano o seggono in crocchio. Mi sembra udir pronunziato il mio
nome, mi sembra che qualcuno agiti le braccia verso di me in segno
di saluto. Ma il veicolo tira innanzi e non s'arresta che dinanzi a
una porta ove il proprietario dello stabilimento accorre sollecito ed
ossequioso, mi aiuta a scendere, mi dice di lasciar a lui la cura dei
bagagli e m'affida a una vispa servetta.
Seguo la mia guida su per una piccola scala di legno, assumo da
lei qualche informazione essenziale, ed entro nella stanza che mi è
destinata. Proprio una cella, coi muri bianchi e il pavimento di legno,
col letto di ferro, un tavolino zoppo, un cassettone piccolissimo,
uno specchio chiazzato di macchie, un lavamano, un canterale, un
cappellinaio, e due o tre sedie malferme. Lagnarsi è impossibile. Non
c'è di meglio. Uno degli usci dà nell'andito, l'altro metterebbe in
comunicazione con la camera attigua, ma è chiuso a chiave.
-- È occupata quella camera? -- io domando.
-- Sissignore.
-- E non resta libera per adesso?
-- Ah nossignore. Il forestiero è qui da poco.
-- E da questa parte?
-- Da questa parte non c'è nulla. Il signore ha la fortuna d'aver la
camera in angolo.
Meno male; sarò spiato da una parte sola. Poichè attraverso le pareti
sottilissime d'uno di questi alberghi non ci sono segreti, e l'orecchio
meno acuto sorprende ogni suono intimo e fuggevole. Il vicino entra, il
vicino esce, il vicino apre un cassetto, il vicino si lava la faccia,
si soffia il naso, si raschia la gola, sospira, il vicino.... Basta,
non approfondiamo le indagini.
-- Comanda altro? -- chiede la rustica Colombina.
-- Nient'altro. Buon giorno, cara.
Dopo un po' di -toilette- mi accingo a discendere, e nel dar un'ultima
occhiata all'ingiro m'accorgo d'una tabella appesa accanto al letto,
come un'immagine sacra. Una tabella, del resto, molto pratica e savia,
ove sono indicati l'orario della cura e quello dei pasti, i prezzi
giornalieri della camera, del vitto e gli accessori, tra cui la visita
medica obbligatoria all'arrivo. Sommato tutto quanto, è un conto
salato. Pazienza!
L'AMICO.
Oh gioia insperata! Quelle due braccia che s'agitavano festosamente al
mio arrivo appartenevano ad un amico, ad un carissimo amico. Chi è? Non
lo so, almeno fin ch'egli non me lo abbia detto; so ch'egli aspettava
con impazienza ch'io uscissi di camera, so che mi corre incontro e che
mi esprime il suo piacere infinito di vedermi.
-- Grazie, grazie.... Ma con chi ho l'onore....?
-- Come? Non mi ravvisa?
-- Ecco.... la fisonomia mi è nota.... Ma il nome.... al momento....
-- Già, in città ci si urta coi gomiti migliaia di volte senz'aver
l'occasione di parlar insieme.
E l'espansivo uomo m'informa del suo nome e cognome, della sua
professione, del suo domicilio, delle sue condizioni domestiche,
eccetera, eccetera.... M'incontra quasi ogni mattina nella tale strada,
presso il tal ponte; egli va al suo ufficio, io probabilmente andrò
alla mia scuola;.... perchè egli sa benissimo ch'io occupo una cattedra
al nostro Istituto superiore.... anzi il nipote d'un cugino di suo
cognato, anni addietro, era stato mio studente.... E come parlava di
me!... Tutti, del resto, ne parlano bene.... Io sono una di quelle
persone (così dice almeno il mio affabile interlocutore) sul conto
delle quali non c'è alcun disparere.... Perciò egli era tanto lieto di
mettersi a mia disposizione.... Ero nuovo del sito?
-- Ma.... sì....
Egli invece ci veniva già da due anni, per sua moglie.... me l'avrebbe
fatta conoscere.... e aveva ormai pratica dei luoghi, relazione intima
con le persone.... A proposito, non avevo ancora visto il dottore dello
stabilimento?... Era laggiù poco prima insieme col bagnajuolo.... Ah,
eccolo....
Il dottore si presenta da sè; è un bell'uomo, di modi schietti,
simpatici. Atteggia il labbro a un risolino scorgendo il mio compagno
che si profonde in saluti ed inchini, e dice con una certa benevolenza
ironica: -- Il signor Peretti è il nostro -factotum.-
Il signor Peretti ringrazia; poi, côlto da una subitanea inspirazione,
si rivolge a me, e soggiunge: -- Vado a vedere che posto le han dato a
tavola.
E fila via come una saetta.
-- Bell'originale! -- dico io, -- seguendolo con lo sguardo.
-- Un buon diavolo, -- risponde il medico, -- di quelli che hanno la mania
di prestar servigi a tutti.
-- Un seccatore, però.
-- In fondo è innocuo.... Non abbia paura.... Lei è l'ultimo arrivato,
e aspettiamo ancora tanta gente....
-- Ah.... capisco.
Il signor Peretti ritorna dalla sua missione diplomatica, e mi annunzia
misteriosamente che il mio posto è di fronte alla porta laterale a
sinistra vicino alla famiglia Cirieri di Asti. Egli avrebbe voluto
farmi collocare accanto a lui, ma gli spostamenti son sempre difficili,
promuovono delle lagnanze, delle discussioni.... A meno che non
intervenga il dottore....
-- No, per carità, -- esclamo spaventato. -- Nessun privilegio. È sempre
meglio assoggettarsi alla sorte comune.
-- Ho dato anche un'occhiata al -menu-, -- ripiglia il signor Peretti. --
Abbiamo pasta di cappellini col pomodoro.... E per secondo piatto....
Ma l'arrivo d'un -landau- frena sul labbro del signor Peretti questa
importantissima confidenza. -- I Martinoni! -- egli grida con entusiasmo.
E agitando il cappello si slancia verso la carrozza.
Il dottore passa confidenzialmente il suo braccio sotto il mio. -- Ella
ha perduto l'amico.
Din, din, din. È il primo annunzio del pranzo. Alla seconda
scampanellata andremo a tavola.
IL PRANZO.
Per abbracciar con un colpo d'occhio la posizione non c'è quanto l'ora
dei pasti che raccoglie nell'ampia sala da pranzo, senza differenza
di condizione sociale, di sesso, di età, tutti gli ospiti dello
Stabilimento. Certo che per chi sia avvezzo alla mensa casalinga
è, in principio, una gran confusione. Fra il correre affannoso dei
camerieri, l'acciottolìo delle stoviglie, il tintinnare delle posate,
il gorgogliare di tante voci diverse, alte, fioche, gravi, acute,
che si confondono in un suono simile a quello che fa il mare lontano,
ci si sente presi da una specie di vertigine, e si osa appena alzare
gli occhi dal piatto e guardare la doppia fila dei commensali seduti
intorno alla lunga tavola a ferro di cavallo che s'allunga e s'accorcia
secondo il bisogno. Però questa impressione quasi di sgomento non dura
un pezzo, e dopo poche cucchiaiate di minestra si è come usciti di
minorità.
-- Che ne dice di questa minestra? -- mi domanda uno de' miei vicini
Cirieri, quello che pare il capo della famiglia. -- Ed è sempre così....
O sa di fumo o non sa di niente.
Ma un signore dirimpetto che seppi poi essere un negoziante di oggetti
di -cautchouc- è molto meno calmo.
-- Una porcheria, una vera porcheria.... Una cucina da cani.... Sentirà
poi a cena.... Sentirà....
E lo schizzinoso uomo tronca la frase con un gesto d'orrore.
Il bello si è che con un'intonazione più o meno tragica, più o
meno feroce lo stesso discorso si fa da un capo all'altro della
tavola. Gli arrabbiati, gl'idrofobi addirittura sono quelli che a
casa loro pranzano molto peggio, e che appunto per questo vogliono
lasciar credere di aver il palato esercitato a tutte le delicatezze
gastronomiche; ma anche le persone per bene a cui l'educazione vieta
certe escandescenze, anche le persone serie che in condizioni ordinarie
s'accorgono appena di quello che mangiano, qui diventano d'una
suscettibilità estrema e fanno eco ai citrulli. Le lagnanze principiate
alla minestra si ripetono al lesso, si esacerbano al secondo piatto e
si mantengono inalterate al dolce e alle frutta.
Son giuste? Ecco, a dirle ingiuste affatto si avrebbe torto.
Il proprietario dello stabilimento somiglia a quei direttori di
Collegi-convitti che danno poco da mangiare ai ragazzi per risparmiar
loro le indigestioni. Anch'egli, il proprietario, ubbidisce a un alto
concetto igienico. Non deve, non può, non vuole paralizzar con una
cucina succulenta gli effetti benefici della cura. Eppoi se ne appella
al medico. Non è forse lui che proibisce le droghe, il formaggio, gli
eccitanti di qualunque specie?
Il dottore risponde di sì. Tuttavia, preso a tu per tu, egli non osa
affermare che per la salute dei curanti sia necessario che la minestra
sappia di bruciato, che la bistecca non si lasci tagliare, che il dolce
sia crudo e le frutta siano acide.
C'è piuttosto un argomento psicologico da addurre a favore dello -statu
quo-. In uno stabilimento di questa natura il lagnarsi della cucina
è cosa di prammatica, è un modo di passare il tempo. Se lo stesso
Brillat-Savarin approntasse di sua mano le salse più ghiotte, tanto e
tanto si sentirebbe ogni giorno un coro di maledizioni. Ciò posto, val
meglio non darsi troppi pensieri e cercare nell'economia dell'azienda
un compenso alle critiche acerbe dei signori bagnanti.
Comunque sia, il pranzo è finito, e mettendomi accanto alla porta
mi vedo sfilar dinanzi la lunga schiera dei commensali. È una folla
variopinta e diversa. Signore eleganti che nel vestito, nello sguardo,
nell'andatura rivelano il desiderio e l'abitudine di piacere; donne
di casa che non fanno nessuna concessione alla società, e dopo aver
subìto per forza il supplizio della mensa comune si tirano in un canto
insieme con la famiglia; uomini serii, emaciati, venuti per la cura
e non altro che per la cura, ogni momento alla ricerca d'un consulto
medico; zerbinotti allegri in traccia di distrazioni; bimbi malaticci
e bimbi fiorenti; insomma una lanterna magica nella quale con un
po' di pazienza spiccheranno alcune figure caratteristiche. Per oggi
bisogna contentarsi delle linee generali. Passa anche il -mio amico-
e mi saluta, ma è in compagnia dei Martinoni e deve rimandare a più
tardi l'onore di presentarmi a sua moglie. Il dottore aveva ragione;
l'-amico- è meno pericoloso di quello che si sarebbe creduto. Ho invece
la grata sorpresa di trovar qualche vecchio conoscente che, a tavola,
non avevo ravvisato; scambio qualche stretta di mano, qualche parola,
faccio in buona compagnia una passeggiata di mezz'ora sino a un punto
da cui si gode una bellissima vista. Il senso pauroso d'isolamento da
cui ero stato colto all'arrivo va attenuandosi a grado a grado.
NELL'INGRANAGGIO.
E fino dal secondo giorno son preso nell'ingranaggio. Ho ricevuto
all'alba la visita del dottore, sono stato, per pura formalità,
interrogato, auscultato e palpato, e poichè sembra ch'io abbia
i visceri sani sono promosso ai corsi superiori senza bisogno di
passar pei corsi preparatori. Mi spiego. I novizi non vengono ammessi
immediatamente agli onori della doccia; devono prima pigliarsi in santa
pace l'impacco, la spugnatura e che so io.... Ai provetti la doccia,
la tinozza, la piscina. Partecipo anch'io ai sacri riti. Mi alzo per
tempissimo, bevo un bicchier d'acqua fresca alla fonte, cammino su e
giù a passo di bersagliere davanti allo Stabilimento per la cosidetta
-preazione- in attesa della campana che chiami i fedeli a raccolta e
del campanello che annunzi con due squilli il turno del secondo gruppo
a cui appartengo. Giunto l'istante fatale, mi chiudo nel camerino, mi
riduco nelle condizioni d'una statua greca, meno la bellezza, ed entro
nel misterioso recinto ove il pontefice massimo circondato dai minori
officianti, ritto sopra una piattaforma, con la destra su un manubrio
mi dà alcuni ordini secchi, precisi, e quando io son collocato nella
posizione voluta con la faccia rivolta al muro e con le due mani su
una spranga d'ottone, mi scarica addosso le sue artiglierie acquee
accompagnando l'atto feroce con altri comandi e suggerimenti laconici.
-- -Bassa la testa-. -- -Fregarsi il petto e le gambe-. -- -Voltarsi-.
-- -Ancora-. -- -Basta-. Ed eccomi avviluppato in un bianco lenzuolo,
ricondotto nel mio camerino, fregato e strigliato come un asino,
aiutato a vestirmi in gran furia, e slanciato fuori a somiglianza d'un
proiettile che deve compire la sua parabola.... Su per sentieri erti e
sassosi, giù per la strada postale o per viottoli angusti fra campi e
prati senza indugiarmi nè a guardare una prospettiva, nè a raccogliere
un fiore sinchè le membra intirizzite non siano invase da un tepore
benefico. Allora, sicuro dell'avvenuta -reazione-, penso con più calma
al ritorno e allo spuntino che m'aspetta, due ova e una tazza di latte.
Non è propriamente un pasto in comune; la tavola è apparecchiata dalle
sette alle otto; pur di non lasciar passare questo limite si viene
quando si vuole. I ritardatari stanno a digiuno fino al tocco. Ma
già, nel termine prescritto vengono tutti. Vengono alla spicciolata,
ansanti, trafelati dalla corsa, le signore in abiti dimessi, per lo più
coi capelli chiusi in una rete. I discorsi che si sentono sono pieni
di varietà. -- Ha fatto una buona -reazione?- -- Fa due o tre doccie
al giorno? -- Ah due sole.... La terza è troppo molesta. -- A me no
davvero.... Quando si è in ballo bisogna ballare. -- S'intende, ma con
una certa moderazione. -- No, no, o la cura sul serio, o niente.
Perchè anche quassù, come da per tutto, abbiamo i fanatici e gli
scettici. I primi con la loro aria solenne, compunta, sacerdotale, non
ammettono scherzi, non aprono la bocca che per esaltare i miracoli
dell'idroterapia. Sono per solito i veterani dello Stabilimento, vi
capitano da cinque, da dieci, da quindici anni, e citano sè stessi
come esempi parlanti dell'efficacia della cura, che, del resto, essi
seguono anche a domicilio, senza interruzione. A sentirli discorrere
non si riesce a figurarseli che in istato adamitico, sotto la doccia.
E l'immagine non è mica sempre attraente. Gli scettici, che il cielo
li benedica, sono affabili, disinvolti, e ridono volentieri del culto,
dei sacerdoti e dei fedeli. In quanto a loro, son qui perchè di luglio
preferiscono il monte al piano, l'acqua fresca all'acqua calda.
Senonchè il tipo originale per eccellenza è un certo conte Ortigli
(lo chiamo così) il quale essendo, in fatto di cure, più ancora che
scettico, miscredente, si sottopone a tutte quante a vicenda.
-- Caro signore, -- egli mi dice un giorno fra una doccia e l'altra,
dandomi un colpettino sulla spalla, -- questa delle cure è una camicia
di Nesso. Una volta che la si è indossata non la si depone più.
Naturalmente la prima cura fa male. Se ne tenta una seconda. La seconda
forse mitiga le conseguenze della prima ma produce essa pure i suoi
effetti sinistri, ond'è indispensabile provarne una terza e poi una
quarta e una quinta, fin che, scusi la parola, si crepa. Io andavo
soggetto a un po' di calore alla pelle; il medico mi ordina i bagni
salsi e mi spedisce a Venezia. Anzichè guarire divento un mascherone
e rimango tale per cinque o sei mesi. Consulto un nuovo Esculapio. --
Vada nel prossimo giugno a Levico a far la cura arsenicale. -- Vado;
in principio mi scuoio; dopo sto meglio e sembro ristabilito nel mio
incomodo. Ma mi rovino gli intestini al segno che l'anno appresso
il dottore mi manda nientemeno che a Carlsbad. Un luogo amenissimo.
Migliaia e migliaia di persone che per quattro settimane consecutive
si purgano. Oh gl'intestini son ripuliti per bene, non c'è che dire,
ma a cura finita stento a reggermi in piedi e son bianco e sottile
come un fantasma. -- Bisogna rintonarsi in montagna, -- sentenzia il
mio archiatro. E io salgo a Saint-Moritz, trovo in agosto due gradi
sopra zero, mi sforzo a far delle passeggiate di parecchi chilometri
e ripiglio lena e colore. Ma ci guadagno una bronchite fastidiosa e
insistente. -- Roba da nulla, -- dichiarano i medici (ne ho interrogati
tre), -- roba da nulla; i polmoni sono in istato perfetto; non c'è
che un'eccessiva sensibilità alla cute, e a questa si rimedia con
l'idroterapia. Ed eccomi qui, caro signore, eccomi qui con un principio
di dolori artritici....
-- Eh via....
-- Non ischerzo. Sento delle fitte alle giunture e prevedo che
quest'inverno sarò inchiodato a letto e che nell'estate ventura andrò
ad Abano o a Monsummano a sudare tra i vapori come un dannato e a
ravvoltarmi nel fango come un maiale....
-- Ma allora.... -- incominciai.
-- Perdoni se la pianto così, -- interruppe il conte. -- A momenti
suona la campana, io ho il primo turno, e devo far quindici minuti di
-preazione-. Arrivederla.
SODDISFAZIONI MORALI, PICCOLE NOIE, ARRIVI, PARTENZE.
C'è da inorgoglire. Un'eco della mia fama letteraria è giunta fino
quassù. Credo abbia contribuito a ciò lo zelo del mio carissimo amico
Peretti, il quale, sebbene abbia frenato gli slanci del suo cuore
espansivo, mi dimostra una considerazione superiore a' miei meriti.
È certo che si sa ch'io sono -quello che scrive-. Il proprietario
mi fa degli inchini profondi sperando un articolo di elogio; qualche
signora spinge la degnazione fino a volere ch'io le sia presentato.
In complesso mi sembra che nessuno abbia letto i miei libri, ma,
viceversa, tutte desiderano di leggerli, e pensano al modo di
procurarseli. L'idea luminosa che il modo più semplice di procurarsi
un libro sia quello di comperarlo non entra quasi mai nel cervello
degl'Italiani. Le signore specialmente, così pronte a gettare il danaro
in fronzoli vani e gingilli inutili, diventano, a questo proposito,
modelli di economia domestica. -- Un libro? Che cosa se ne fa dopo
averlo letto? -- Una delle mie ammiratrici mi domanda il titolo del mio
ultimo romanzo. Glielo dico. -- Ah, ella esclama, quanto pagherei ad
averlo! -- Sarei tentato di risponderle che le basterebbe pagar quattro
lire, ma taccio per prudenza. La signora resta un poco soprappensiero,
poi soggiunge: -- Al mio ritorno pregherò mio fratello di farselo
prestare dal Club. Al Club lo avranno? -- Ma! -- replico io in tuono
dubitativo.
Nessuno mi leva dalla mente che la signora mi giudica un somaro
perchè non le offro io stesso un esemplare del romanzo con le sue due
righe di dedica. Un'altra ha trovato una maniera singolarissima di
lusingare il mio amor proprio. Convien notare ch'ella si è portata
seco un marmocchio di undici mesi, slattato appena, il quale non fa la
doccia, ma la fa fare, tepida, a chi lo prende in collo senza le debite
precauzioni. Or bene, questa mamma fortunata tiene, me presente, al
suo bambino dei lunghi sproloqui per eccitarlo a diventare una brava
persona come me, a scrivere, quando sarà grande, dei libri come li
scrivo io. E si capisce ch'ella non dubita nemmeno ch'egli li scriverà
molto meglio, tanta è l'intelligenza ch'egli spiega alla sua tenera
età, tanto il criterio ch'egli dimostra in ogni atto della sua vita.
Del rimanente, questo è il più piccolo ma non il più nocivo tra i
fanciulli che si trovano nello Stabilimento. I più nocivi sono quelli
tra gli otto e i dodici anni, sia che strepitino e s'accapiglino
insieme, sia che si caccino fra le gambe degli adulti, sia che si
esercitino nella divina arte di Euterpe (maniera difficile per dire
la musica) sedendo due o tre ore di fila al pianoforte della sala, o
portando nei boschetti del giardino i loro strumenti insidiosi, flauto,
violino, clarinetto, eccetera, eccetera. Vittor Hugo augurava a' suoi
cari di non veder mai
..... -la ruche sans abeilles-
-La maison sans enfants!-
Pensiero alto e gentile. Pur che le api restino nell'alveare e i
fanciulli nella casa.
-- E pettegolezzi, e galanterie, e scandali non ce ne sono?... mi
chiederà qualcheduno. Di scandali non so; certo che i pettegolezzi e
le galanterie non mancano. E qui, con questa vita tutta -preazioni,-
docce e -reazioni,- i pettegolezzi e le galanterie sono un piacevole
diversivo. Ma che sugo c'è a rammentarli? Chi non se li immagina? Non
son sempre le medesime cose? Le tali e tali guardano in cagnesco le
tali altre o per gelosia di bellezza, o per gelosia di -toilette-,
o per bizze e dispetto dei figliuoli, o per un saluto freddo, o per
un biglietto da visita non ricambiato subito, o per la naturale e
insanabile antipatia di classe; la signora X va troppo spesso col
signor Z, la signora K si dilegua dopo cena col signor Y, la signora
Tre Stelle in assenza del marito si fa custodire da un cugino che non
è cugino, il dotto e grave professore Asterisco dell'Università di....
sospira ai piedi della elegantissima marchesa W che si ride di lui;
le due coppie A e B hanno eseguito d'accordo uno dei movimenti della
quadriglia: -changez de dame et de place-. E così all'infinito. Tutte
le cronache dei luoghi di cura si rassomigliano.
E si rassomigliano anche per la grande importanza data a ogni arrivo
e ad ogni partenza. Chi si aspetta oggi? O, meglio ancora, chi verrà
inaspettato? E allo spuntare d'un -landau- i curiosi sporgono il capo
dalla finestra o scendono nel piazzale. -- Chi è? Chi è? -- Non manca
mai qualche signor Peretti a saperlo addirittura o a correr subito ad
informarsene.
Le partenze ordinariamente si conoscono uno o più giorni prima e basta
la notizia per promuovere mille lamentazioni finte o sincere. -- Come?
-- Vogliono (o vuol) già partire? -- Così presto! -- Che peccato!
Poi la mattina compare la carrozza vuota coi non focosi bucefali.
Camerieri e bagnaiuoli ronzano intorno per le mancie; il capo della
famiglia (s'è una famiglia che se ne va) invigila perchè sien messi
a posto i bauli, gli scialli, le cappelliere, gli ombrelli, donne e
fanciulli scendono alla spicciolata, in abito da viaggio, con aria
contrita, scambiano con gli amici baci e strette di mano. -- Presto,
presto, -- dice il marito e babbo, guardando l'orologio. -- Su, su. --
Ci siamo? -- Sì, pronti.... Il cocchiere monta a cassetto, scuote le
briglie sul collo ai cavalli, e via. -- Buon viaggio, buon viaggio.
Arrivederci.... -- Si agitano i cappelli, si sventolano i fazzoletti fin
che il veicolo abbia svoltata la strada.
Un individuo che parta solo fa meno chiasso. Ecco, oggi per esempio, ci
ha lasciato tacitamente il conte Ortigli, il quale, essendo misantropo
per sua natura, non aveva destate molte simpatie. Io, per altro, non
posso lagnarmene perch'egli mi trattò sempre con rara cordialità e mi
diede oggi stesso una prova della sua deferenza. -- Ha il mio indirizzo?
egli mi chiese nell'accommiatarsi. Mi farà un vero piacere scrivendomi
a suo tempo se nell'estate prossima va ad Abano od a Monsummano. Dove
andrà Lei andrò io.
-- Grazie, -- replicai. -- Ma io non vorrei andare in nessuno di questi
due posti.
-- Preferisce Battaglia?
-- Nemmeno.
-- Oh scusi! -- egli riprese infastidito. -- Crede forse ch'io ci vada
per elezione? Crede che di mio gusto sarei venuto qui, che sarei andato
a Levico, a Carlsbad, a St. Moritz? Si ricordi la mia teoria. Le cure
sono come le ciliegie. Una tira l'altra. -Dura lex, sed lex-. Dopo la
cura dell'acqua fredda, l'artrite, dopo l'artrite, la cura termale. Si
rassegni....
Era inutile combattere quest'idea fissa. Mi contentai di ridere.
-- Riderà bene chi riderà l'ultimo, -- soggiunse il conte a modo di
conclusione, mentre la timonella s'allontanava.
-- Crepi l'astrologo! -- dissi fra me. -- Tuttavia, non lo nego, l'accento
solenne di Ortigli mi fece una certa impressione. Se i suoi pronostici
si avverassero?... Eh, in tal caso, vi spedirei nell'agosto prossimo
una corrispondenza da Monsummano o da Battaglia o da Abano.
NELLA NEBBIA
Nell'ottobre 1882 -- cominciò l'architetto Marino Sala -- essendo a
Parigi in tre amici, l'ingegnere Giorgio Bussoli, il povero Battista de
Giacomi, il pittore, ed io, ci venne il ghiribizzo di dare una capatina
a Londra. Ci si andava, come suol dirsi, con la testa nel sacco; senza
conoscere affatto la città, senz'avere una lettera di raccomandazione,
senza sapere una parola d'inglese. Ma erano giovani, e pei giovani le
difficoltà non esistono.
Senonchè, appena giunti nella grande metropoli, quasi in omaggio al
proverbio -paese che vai, usanza che trovi,- ci si cacciò addosso
un potentissimo -spleen.- A Parigi avevamo lasciato un bel sole;
arrivavamo a Londra con la nebbia; a Parigi, bene o male, ci facevamo
intendere; a Londra, tranne con un cameriere dell'albergo che
balbettava un po' di francese, ci conveniva aiutarci a forza di mimica.
E accadeva una cosa singolare. De Giacomi, che, ignorando anche il
francese, a Parigi non s'impicciava in nulla e si rimetteva interamente
a noi, a Londra era d'un'estrema loquacità, e se aveva qualche
informazione da chiedere, fermava la prima persona che gli si parasse
davanti e le rivolgeva il discorso in pretto veneziano. Quest'era
il lato comico della situazione; perchè, naturalmente, l'interrogato
restava con la bocca aperta, e Bussoli ed io ridevamo facendo andar
in bestia l'amico, il quale si sfogava a dir vituperi a quella gente
barbara che non capiva il dialetto di Carlo Goldoni e di Giacinto
Gallina. Povero de Giacomi! Fuori della sua arte egli era una specie di
sordo-muto; ma la sua arte come la sapeva! E che nome si sarebbe fatto
se fosse vissuto più a lungo!
Basta; una sera noi c'eravamo allontanati molto imprudentemente dal
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