-- Addio, -- diss'ella, tirando l'uscio dietro a sè. Sentiva d'esser stata senza pietà, ma c'era in lei una reazione contro la debolezza di prima. Dopo aver rinunciato a vendicarsi dei due veri colpevoli, ella infieriva contro quegli il cui delitto era forse men grave. Tale è spesso la giustizia del mondo. . . . . . . . La gondola che doveva portare alla stazione Lidia e la figliuola era sul punto di staccarsi dalla -riva-. -- No che il nonno non dorme. Perchè mi avevi detto che dorme?... -- gridò a un tratto Valentina, scotendo forte il braccio della madre. -- È là il nonno, alla finestra della sua camera, e ci saluta e mi manda dei baci.... Buondì, nonno, buondì. E rossa, animata in viso, la bimba ricambiava con la mano i baci che Ernesto Landi continuava a mandarle. Quindi, con un moto d'impazienza: -- Mamma, guarda in su, dunque.... Saluta anche tu. Lidia non potè a meno di alzare gli occhi e di fare un cenno col capo. -- Buondì, nonno; -- seguitava a gridar Valentina, mentre la gondola s'allontanava, e dalla -riva- piovevano i -buon viaggio, signora, buon viaggio, signorina,- della servitù. -- Buondì, nonno.... Vieni a trovarci a San Vigilio, vieni col babbo.... -- Basta, ora, Valentina.... Chetati; -- ammonì Lidia. -- Povero nonno!... Resta così solo.... E quant'è commosso!... Pare che pianga.... Non può nemmeno parlare.... Ecco, adesso sventola il fazzoletto.... Buondì, nonno! E Valentina agitava ella pure il suo fazzolettino bianco di batista, ove Lidia aveva ricamato un bel V. La gondola svoltò in un altro canale, la casa disparve. -- Mamma, -- chiese Valentina, -- che cosa ti ha fatto il nonno che sei in collera con lui? Lidia non rispose, tirò a sè la figliuola e se la strinse al petto singhiozzando. -- Mamma, mamma, -- proruppe angosciosamente la fanciulla, -- cos'hai? Cos'è avvenuto da ieri in qua? -- Niente, caro tesoro.... Nuvole che passano. La barca usciva nel Canalazzo, entrava nel sole. Lidia si rasciugò gli occhi, li fissò nella luce, li fissò, pieni di tenerezza, in Valentina. Ridiscendeva a poco a poco la calma nel suo cuore sbattuto dalle tempeste, vi ritornavano la speranza e la fede. Chi sa? Forse tutto non era perduto; forse la mano innocente di Valentina poteva riedificare ciò che la mano impura di Natalìa aveva infranto. DUE FUNERALI Ero da due giorni a Milano per una mia faccenda e mi disponevo a ripartire la sera quando mi giunse questo telegramma da Venezia: -Preghiamovi caldamente rappresentare domani nostro Istituto funerali commendatore Baggi. Spendete circa 100 lire in una corona.- Il dispaccio era firmato dal Presidente della Banca Adriatica, persona amicissima mia, ed era spedito evidentemente in nome di tutto il Consiglio d'amministrazione. Anche con la Banca ero in qualche rapporto e sapevo che, parecchi anni addietro, in momenti difficili, l'appoggio del commendatore Baggi le era stato prezioso. Non potevo quindi rispondere con un rifiuto, sebbene, in quanto a me, non avessi mai visto il defunto. Ordinai la corona, comperai un cappello a cilindro e un paio di guanti neri, e la mattina dopo, alle 9 precise, ero in via Brera, N. 48, dove il commendatore occupava un elegante quartierino del primo piano. Il carro funebre di prima classe era fermo davanti alla porta, attraendo lo sguardo dei passanti invano allontanati da due uscieri municipali in gran tenuta; lungo il muro andavano via via schierandosi le varie rappresentanze con le loro bandiere; altra gente era raccolta nell'androne e nel cortile; gli amici, i conoscenti, le persone di maggior riguardo erano pregati di salire. Due giovinotti in lutto strettissimo, due nipoti, l'uno grasso e l'altro magro, tutti e due con un viso da eredi, facevano con grande compitezza gli onori di casa. Allorchè mi presentai ad essi, ringraziarono con effusione me e la Banca delle dimostrazioni di simpatia fatte al caro estinto e mi pregarono di tener uno dei cordoni. Balbettai le condoglianze di rigore, insieme con le solite domande insulse sul genere, sulla durata della malattia, ecc., ecc. -- Ma! -- rispose il nipote grasso con un sospiro. -- Il povero zio aveva avuto l'-influenza- in gennaio e non s'era mai rimesso.... Però usciva, attendeva agli affari. Alla fine di marzo i medici scopersero un'-angina pectoris,- e in tre settimane....... -- A sessant'anni appena! -- notò un signore calvo che si rasciugava i sudori. -- È una gran perdita per la -piazza!- -- soggiunse un altro. -- Un colpo d'occhio, uno spirito d'iniziativa! -- disse un terzo. I nipoti, chiamati dai loro uffici, uscirono dalla stanza nella quale s'erano raccolti a poco a poco tutti i pezzi grossi della finanza milanese. Sentivo intorno a me come un odor di milioni. E sentivo anche discorrere a bassa voce dei corsi della rendita, del -riporto fine corrente,- dei cambi, dell'aggio dell'oro, dell'Assemblea della Banca Generale e del Credito Mobiliare, della politica finanziaria del Ministero, e via via. Del morto non si discorreva più. Doveva esser vero quel che mi era stato detto; che, com'egli non aveva una famiglia sua, così non aveva amici intimi; aveva, in gioventù, atteso a' suoi piaceri; aveva atteso nella maturità alle sue speculazioni; corretto, ossequente alla legge, osservantissimo dei suoi impegni, ma in complesso un fior d'egoista. Si udì un bisbiglio di preci nell'andito, un bagliore di faci passò attraverso il vano dell'uscio aperto; poi tutta la gente ch'era pigiata nel salotto si mosse e cominciò la discesa giù per la scala. Fu un gran sollievo il trovarsi all'aria aperta. Il nipote grasso che aveva preso a volermi bene oltre a' miei meriti, mi accompagnò fino al carro; un impiegato delle pompe funebri mi assegnò il mio posto alla destra del feretro, e dopo qualche minuto speso per ordinare il corteggio ci mettemmo in cammino preceduti dalla banda civica che suonava la marcia del -Don Sebastiano.- A tenere i cordoni eravamo in dieci. Io non conoscevo nè gli altri quattro ch'erano dalla mia parte, nè i cinque ch'erano dalla parte opposta; non conoscevo il morto, non conoscevo quasi nessuno di quelli che formavano la lunga processione. Poichè era lunga davvero, più di quello che non mi fossi immaginato, e le finestre delle case davanti a cui passavamo erano piene di curiosi, e di là dalle due file di servi e di fattorini che portavano le torcie accese si vedeva la folla assiepata sui marciapiedi. L'ufficio funebre venne celebrato nella Prepositurale di San Marco; dopo di che il convoglio, molto assottigliato, si avviò al cimitero. Ed ecco che passando per il Corso Garibaldi, vediamo dinanzi alla chiesa di San Simpliciano un altro corteggio che stava per muoversi anch'esso, ma che ci lasciò il passo con la deferenza che i funerali di terza classe devono a quelli di prima. Un carro dimesso tirato da un cavallo unico ed umile, e guidato da un cocchiere non umile per sè ma vergognoso di condurre al Camposanto un così povero morto. Sul feretro una sola, piccola ghirlanda di fiori freschi, misero riscontro al lusso di corone che coprivano il feretro illustre. Un fattorino della Banca Nazionale che mi camminava a fianco si voltò verso un compagno e disse: -- -L'è- il povero Bertizzoni. L'altro accennò affermativamente col capo. Rimasi colpito da quel nome di Bertizzoni e non potei a meno di chiedere: -- Bertizzoni? Era uno qui di Milano? -- Stava qui da -anni annorum-.... Ma non era mica nato a Milano.... Tò, adesso che ci penso mi pare che fosse nato a Venezia.... Il signore lo conosceva? Anzichè rispondere feci una nuova domanda. -- Era vecchio? -- Sulla cinquantina. -- E il nome di battesimo?... -- Oh un nome stravagante, Licurgo. -- Licurgo? -- Già. -- Era impiegato? -- Adesso era nella casa Gondrand. -- La casa di spedizioni? -- Appunto. -- E lascia famiglia? -- La vedova e un figliuolo, un bravo ragazzo ch'è alla Cooperativa. Per quanto la conversazione fosse fatta piano, essa non poteva passare inosservata ai vicini. E un signore grande e grosso che doveva essere un personaggio d'importanza e che teneva uno dei cordoni davanti a me slanciò ripetutamente un'occhiata al fattorino come per ammonirlo a tacere. Compresi anch'io la sconvenienza di quel dialogo in quel momento, in quel luogo, e non aggiunsi altre interrogazioni. Del resto, non avevo più dubbio alcuno. Una coincidenza di nome e cognome, e d'un nome così fuor del comune, era impossibile. Licurgo Bertizzoni era certo il mio antico condiscepolo, figliuolo di quel maestro elementare, Agenore Bertizzoni, che aveva la passione dei nomi greci. Un fratello di Licurgo si chiamava Socrate, una sorella Cassandra, un'altra Aspasia. Era una famiglia che contrastava il desinare con la cena, e doveva ricorrere a mille espedienti per tirare innanzi; il maestro Agenore la sera copiava musica, e la sua consorte, la signora Palmira, si occupava di combinar matrimonî. Buona gente però, e gente allegra, ospitale. Con Licurgo eravamo coetanei, avevamo percorso insieme le -scuole reali- e la nostra amicizia era durata alcuni anni dopo la scuola. Tra il 1855 e il 1858 o io andavo a prenderlo la sera o egli veniva a prender me per uscire insieme; anzi più spesso andavo io da lui per merito delle sorelle vispe, floride, belloccie. Non giurerei di non avere abbozzato con la Cassandra un romanzo che finì con poca mia gloria, perch'ella sposò, non rammento se nel 56 o nel 57, un uomo maturo, impiegato alla Contabilità, e che fu tosto traslocato a Pavia. Chi sa dove sarà andata a finire? Sullo scorcio del 1858 le disgrazie caddero come gragnuola secca su quella casa di galantuomini, e successe una gran dispersione. Prima morì la signora Palmira, poi il maestro Agenore; l'Aspasia, in seguito a un disinganno amoroso, volle a tutti i costi entrare in un monastero; Socrate s'imbarcò su un bastimento mercantile comandato da un capitano dalmato ch'era suo lontano parente; Licurgo, rimasto solo, campava la vita facendo lo scribacchino presso uno spedizioniere e ingrossando il magro stipendio con qualche debituccio. Gli piacevano le donne e aveva, relativamente alle sue forze, le mani bucate. Nel 1859 egli fece quello ch'io non potei fare; emigrò in Piemonte e si arruolò volontario. Ci scambiammo una mezza dozzina di lettere prima che cominciasse la guerra. A campagna finita egli mi riscrisse da Torino ove aveva un'occupazione provvisoria in attesa degli avvenimenti che non potevano tardare e che lo avrebbero ricondotto a Venezia. Nel 1860 riprese le armi. In dicembre mi mandò sue notizie da Napoli. Aveva lasciato il servizio e si proponeva di stabilirsi in quella città fino a un'altra guerra che cacciasse definitivamente gli Austriaci di là dall'Alpi. A Venezia non sarebbe tornato che con le nostre truppe. Non ci aveva più nessuno di famiglia; l'Aspasia, dopo la sua vestizione, era come morta per lui; io ero un carissimo amico, mi avrebbe rivisto con tanto piacere; ma ero un giovinotto; potevo ben andare a cercarlo. Il bello si è ch'egli non mi dava nemmeno il suo indirizzo. Così la mia risposta non dev'essergli pervenuta. Ed egli non scrisse più e passarono gli anni senza che mi fosse dato saper nulla sul conto suo. Nella vita entrano ogni giorno nuove relazioni, nuovi interessi, nuovi affetti; altri legami si allentano, altre immagini si scolorano e a grado a grado svaniscono. Non dirò che questo accadesse in me dell'immagine di Licurgo Bertizzoni, ma è certo ch'io pensavo a lui sempre meno. Ci ripensai nel 1866, quando le sorti d'Italia s'agitarono nuovamente nel formidabile quadrilatero e nelle valli del Trentino. Bertizzoni era uomo capace d'essersi rimesso in ispalla il suo bravo fucile e d'aver intrapreso, magari da soldato semplice, questa terza campagna. Io avevo un bel dire che sacrosanti doveri domestici m'impedivano di fare altrettanto; lo ammiravo e lo invidiavo. Lo so; egli era un ingegno appena mediocre; non aveva mai avuto passione per lo studio; era un po' leggero di carattere; ma che importa? Nell'ora del bisogno egli era sempre pronto a dare il suo sangue alla patria; mentre altri avevano in serbo delle ottime scuse per non rischiare la pelle. Nel periodo angoscioso corso fra il 24 giugno e l'armistizio, leggendo avidamente i giornali che ci arrivavano di nascosto d'oltre Po e d'oltre Mincio, io speravo e temevo ad un tempo d'incontrarvi il nome di Licurgo Bertizzoni. Speravo di vederlo citato per qualche atto di valore; temevo di trovarlo nella lista dei volontari morti a Custoza, a Bezzecca, a Monte Suello. Nulla. Egli non cercava nè la gloria nè la notorietà, e il silenzio compiacente si stendeva sopra di lui. Allorchè la liberazione del Veneto dal giogo straniero fu cosa sicura, io dissi: -- Scommetto che adesso vedremo quel caposcarico di Bertizzoni, scommetto che uno di questi giorni mi capita una sua lettera. -- Ma non capitò niente, e quando nell'ottobre e nel novembre 1866 mezza Italia si riversò sulle nostre lagune, Licurgo Bertizzoni non venne. Ne chiesi conto a molti Veneti, militari e non militari, rimpatrianti dopo lunghi anni d'esilio. Parecchi lo avevano conosciuto, nessuno era in grado di darmene notizie recenti. Non doveva aver partecipato all'ultima guerra. Nel gennaio dell'anno seguente fui costretto ad assentarmi per tre settimane. Reduce a Venezia, trovai sulla mia scrivania, insieme con altre carte, il biglietto da visita di Licurgo Bertizzoni con queste parole in lapis: -Lascio i miei affettuosi saluti, dolente di non aver potuto abbracciare il vecchio amico. Riparto fra due giorni. Non ho domicilio stabile. Viaggio per conto di case inglesi. Forse tornerò presto, oppure scriverò.- I due giorni erano passati da un pezzo. Inutile cercare di Bertizzoni a Venezia. Nè egli aveva lasciato indicazioni sufficienti perchè si potesse cercarlo altrove. Diceva che forse sarebbe tornato presto o che avrebbe scritto. Tant'era aspettare. Ma non tornò, non mandò una riga. Dov'era? Che faceva? Ancora una volta, nel 1870, se la memoria non mi tradisce, qualcheduno mi portò i suoi saluti da Messina dov'era di passaggio per affari, piuttosto male in arnese. Gli è che quei benedetti affari non andavano bene; non era contento del proprio stato.... Aveva in vista un impiego governativo. E poi, dal 1870 fino adesso, vale a dire per ventidue anni, Licurgo Bertizzoni non s'era fatto vivo in nessuna maniera, e l'amico della mia adolescenza era disceso a poco a poco nella penombra discreta ove si aggirano tacitamente le memorie lontane. Ed ecco che oggi, d'improvviso, il suo nome risonava alle mie orecchie con un accento di commiserazione, ed egli, il camerata di scuola, il compagno delle prime scappatelle, egli stesso, ahi nascosto per sempre agli occhi degli uomini, forniva l'ultimo pellegrinaggio seguendomi alla distanza di forse duecento metri, mentr'io, in ossequio a una delle solite commedie sociali, rendevo gli estremi onori ad un morto che non avevo neppur conosciuto di vista. Oh immensa malinconia delle cose! -- Era qui da -anni annorum, -- -aveva detto il fattorino della Banca. E io in questo frattempo avevo fatto certo una diecina di gite a Milano senza che mai mi passasse per la mente d'informarmi se Bertizzoni ci fosse.... senza ch'egli mai sapesse ch'io ero venuto, o, sapendolo, si curasse di vedermi. Forse ci eravamo incontrati per la strada, ci eravamo urtati col gomito senza ravvisarci.... Ma c'è di peggio.... Con la sicurezza ch'egli fosse a Milano credo che l'avrei cercato; ma se il giorno prima m'avessero avvertito ch'egli abitava a Monza, temo che non mi sarei spinto fin lì.... Mi sarebbero sorti mille dubbi. -- Forse non è in paese e faccio il viaggio per nulla.... Forse lo secco.... Forse non si ricorda più.... sarà tanto cambiato.... Ora invece mi sembrava di vivere in quei tempi remoti. Rivedevo la povera casa a San Simeone Profeta, con le sue imposte sgangherate, col suo tralcio di vite che s'arrampicava lungo il muro, tra due finestre; rivedevo il maestro Agenore, tranquillo e sereno in mezzo ai suoi debiti; rivedevo la signora Palmira, piccola, asciutta, loquace, sempre in faccende; e la Cassandra co' suoi occhioni neri, col suo busto da trasteverina; e l'Aspasia bianca, rosea, con un'aria civettuola che non lasciava certo presagire in lei la vocazione pel chiostro; rivedevo Socrate, il più maleducato della famiglia, ma non privo di spirito naturale. Ma sopratutto rivedevo lui, Licurgo, bello, grande, forte, spensierato, un po' vanitoso pe' suoi facili trionfi col bel sesso.... E mi pareva di averlo dinanzi nel giorno della sua partenza clandestina pel confine svizzero, insieme ad altri giovani ch'emigravano con lui. Egli, nella baldanza de' suoi vent'anni, pronosticava il suo ritorno trionfale entro sei mesi.... Da quel giorno del gennaio 1859 era trascorso un terzo di secolo, e io non l'avevo più visto. Chi sa dopo quante peripezie, dopo quanti dolori e quante miserie egli arrivava oggi nel porto ove tutti dobbiamo arrivare!... Pieno di queste immagini e di questi pensieri io avevo continuato a camminare macchinalmente accanto al carro funebre del commendator Baggi, e, senz'accorgermi, ero giunto al Cimitero Monumentale. Il carro si arrestò, si fece un gran silenzio. Un signore in occhiali, che seppi essere un assessore del Municipio, tirò fuori dalla tasca del soprabito un foglio di carta e lesse con voce monotona un breve discorso; un secondo borbottò alcune parole in nome della Camera di Commercio; un terzo portò alla bara il saluto del Consiglio d'amministrazione della Rete Adriatica; un quarto pianse per conto della Banca Generale. Io coglievo appena qualche frase staccata; la mia mente era altrove, il mio sguardo seguiva lontano l'umile convoglio del povero Bertizzoni che si dirigeva lentamente dalla parte opposta del Camposanto. Sentii corrermi due lacrime giù per le gote. Di tutti quelli che avevano accompagnato all'ultima dimora il commendator Baggi ero il solo che piangesse, ciò che costrinse i due nipoti ed eredi a portarsi, per pudore, il fazzoletto agli occhi. E i due nipoti ed eredi mi strinsero vigorosamente la mano. -- Grazie, grazie, signor.... E grazie a tutti i preposti della Banca.... La gente si disperse; si trattenevano ancora i soli parenti sino alla collocazione del feretro nella tomba di famiglia. Qualcheduno mi offerse ricondurmi in città in carrozza; io preferii d'andare a piedi, preferii d'esser solo. M'avviai lungo il viale fiancheggiato da platani. Un -fiacre- che veniva anch'esso dal cimitero mi passò rasente. Ebbi una visione. Al finestrino di quel -fiacre- s'affacciò un giovinetto vestito a bruno, pallido, dalla faccia scomposta, ma bello, ma vigoroso. Era il ritratto preciso di Licurgo Bertizzoni, quale io me lo ricordavo a diciotto o diciannove anni. Vedendosi fissato, egli si voltò verso un amico o un congiunto ch'era con lui nella vettura. Dopo il primo sbalordimento, indovinai che quello doveva essere il figlio del povero Licurgo, il ragazzo impiegato alla Cooperativa. Ebbi un istante l'idea di chiamarlo.... A che pro? Per dirgli che un terzo di secolo addietro ero amico intimo di suo padre, e che poi me lo ero quasi interamente dimenticato? ALLA “TRAVIATA„ Facevo una di quelle visite di convenienza che si fanno -nel giorno in cui la signora riceve,- il che vuol dire che, per quanto la signora sia spiritosa e garbata, una noia ineffabile è come disciolta nell'aria e la conversazione tira innanzi vuota, scucita, insipida, fra persone che si conoscono appena e che starebbero benissimo anche tutta la vita senza vedersi e senza parlarsi. S'era discorso del freddo; d'una veglia in casa X....; del matrimonio della contessina Y....; dei -five o' clock teas- della marchesa Z....; della malattia repentina e incurabile della signora K.... E dopo aver passato in rassegna varie altre lettere dell'alfabeto s'era venuti a trattar l'importante argomento dei teatri. Un orrore, una desolazione! La Fenice chiusa; un'operetta al Goldoni; un'operetta al Malibran; al Rossini una -Traviata- impossibile. L'avvocatino Sironi, una tra le giovani speranze del foro, fece una smorfia. -- Al Rossini non ci va un cane. Chi può andare ormai a sentir la -Traviata?- L'avvocatino, si sa, non capisce e non gusta che la musica dell'avvenire. Comunque sia, alla sua frase interrogativa nessuno rispose, neppur io al quale il giovinotto pareva essersi rivolto di preferenza. Non è poi necessario di rispondere a tutte le interrogazioni. Però di lì a cinque minuti, uscendo dal salotto con la coscienza tranquilla d'un debitore che ha pagato una cambiale, il mio pensiero corse a un tempo lontano lontano quando nello stesso teatro, ove ora, secondo l'avvocatino Sironi, non andava nessuno, la -Traviata-, caduta l'anno addietro sulle scene della -Fenice- per cui era stata scritta, risorgeva splendidamente dalle sue ceneri e attirava ogni sera una folla entusiasta. Tra quella folla c'ero anch'io, ragazzo di quindici o sedici anni, abbonato per la prima volta a uno spettacolo d'opera, e pieno di fervore religioso pel mio abbonamento. Non so quante rappresentazioni della -Traviata- si dessero nella stagione; so che a tutte io assistevo ritto in platea dall'alzarsi al cader del sipario; so che tutte le sere Violetta godeva, soffriva, moriva sotto a' miei occhi senza ch'io mi stancassi di vederla godere, soffrire, morire. E mentre bevevo come un liquore prelibato le facili, soavi melodie diffuse a larga mano nello spartito, coltivavo, insieme con parecchi altri abbonati, una passione ideale, purissima per la cantante giovine e leggiadra che trasfondeva il suo ingegno e l'anima sua nel personaggio della protagonista. Nè ciò basta. Fosse effetto dell'età o fosse effetto dell'opera, sentivo nascere in me una disposizione amorosa, che chiamerei generica, e guardando (senza canocchiale, perchè non lo possedevo) in giro nei palchi avevo slanci segreti di tenerezza verso tutte le signore zitelle o maritate che vedevo pendere intente dal dramma e dalla musica. E m'inebbriavo all'idea della colpa riscattata dai patimenti, e sognavo per mio conto le lunghe veglie al letto di qualche bella peccatrice ammalata di tisi.... che però sarebbe guarita e che io avrei redenta co' miei baci. In quel tempo appunto avevo il nobile proponimento di redimere una suonatrice ambulante di chitarra, e, nelle sere che non c'era teatro, la seguivo ai caffè e alle birrerie. Era grande? Era piccola? Era bionda? Era bruna?... Ma.... Non me ne ricordo. Mi ricordo che aveva nome Angelina e che le regalai, -en pure perte,- un fazzoletto di batista. Se non la redensi, non ho contribuito certo ad allontanarla dal sentiero della virtù. Queste cose io ruminavo dopo la mia visita, e vi mescevo i soliti vani rimpianti del passato. O chi ci ridona le fresche impressioni dell'adolescenza? le speranze baldanzose, infinite? le ingenuità adorabili? le birichinate innocenti? Una curiosità mi prese. Ecco, io dicevo, due parole gettate lì a caso, sono bastate a risvegliar nel mio spirito cento reminiscenze sopite. Non potrebbe, per un istante, il vecchio uomo rivivere in parte tornando sul luogo, riudendo le armonie che lo avevano affascinato, riassistendo al dramma che lo aveva commosso? Tuttavia esitavo. Un'altra voce soggiungeva dentro di me: Perchè apparecchiarsi una delusione? Non si rivede impunemente, dopo un intervallo di alcuni lustri, ciò che si è molto amato. -- Tentennai a lungo fra il sì e il no. Alla fine il sì prevalse, e a costo d'incorrere nella disapprovazione dell'avvocatino Sironi se veniva a saperlo, mi diressi, un po' tardi, al teatro Rossini. Lo chiamavano di -San Benedetto,- ai tempi della -mia- famosa -Traviata;- ma l'atrio, la sala, la scena erano su per giù anche allora quello che sono adesso. M'accorsi subito che il teatro, pur non essendo riboccante di gente, era tutt'altro che vuoto; solo ch'io non conoscevo quasi nessuno di coloro che c'erano. Il mio avvocatino avrebbe certo esclamato storcendo la bocca aristocratica: -- Non avevo ragione io di affermare che ormai non si va più alla -Traviata?- Dio, che pubblico! Come già notai, era tardi. Violetta aveva finito da un pezzo -di folleggiar di gioia in gioia;- aveva, in seguito alle istanze del barbaro padre di Alfredo, troncato bruscamente il suo idillio e beveva a larghi sorsi il suo calice amaro. Ecco; dopo le -zingarelle- (ahi, quali zingarelle! ce n'era una alta come un campanile); dopo i -mattadori;- dopo l'infelice Alfredo tradito dall'amore e dalla intonazione; la povera Violetta, a braccio del suo tiranno, veniva alla festa mascherata in casa di Flora. Brillava, la casa, per quella deficienza di mobilio ch'è la caratteristica dei melodrammi e per quella mancanza di pareti laterali che rende altrettanto agevole il passaggio di cose e persone quanto incomprensibili le confidenze segrete e l'emozioni galanti. Appunto attraverso questi muri squarciati i servi portarono un tavolino, un tappeto verde, due candele e quattro sedie. E cominciò la scena del gioco in cui la musica esprime con rara efficacia il sarcasmo doloroso di Alfredo e l'angoscia di Violetta. -- -Pietà gran Dio, Pietà gran Dio, di me- -- cantava Violetta con un accento giusto, con una vocina simpatica; ma lui, disgraziato, aveva perduto la bussola e faceva d'ogni erba fascio. Seguì il colloquio rapido, nervoso, fra i due amanti; lo strepitoso irrompere degli invitati; l'insulto supremo di Alfredo; il deliquio della donna oltraggiata; la sfida dei rivali; l'apparizione subitanea del signor Giorgio Germont, non si sa se disceso dal soffitto o emerso dal pavimento. Indi quel concertato finale di antico stampo, onde i solisti ed i cori si avanzano tutti in massa e paiono stiparsi contro il muro e volerlo abbattere con le loro grida. Convenzione ridicola, non c'è che dire, ma chi bandirà la convenzione dal teatro sarà bravo. A ogni modo, l'ultimo atto, specialmente se si consideri che l'opera fu scritta nel 54, è d'una modernità maravigliosa. Non sfoggio di -virtuosità,- non lusso di messa in scena; nient'altro che il dramma umano e casalingo dell'amore, della malattia, della morte. Fin dalle prime note del soave preludio avevo dimenticato gl'interpreti per abbandonarmi al fascino della musica. E di mano in mano che la catastrofe si appressava, l'anima mia, come accordandosi con la musica, si sentiva avvolgere da una malinconia profonda, ineffabile. E sorgeva in me una folla tumultuosa d'impressioni, di pensieri, che non erano però le impressioni, i pensieri ch'ero venuto a cercare. Ero simile a un viaggiatore che ha sbagliato il treno. Credendo di prendere una corsa che mi riconducesse verso la mia giovinezza, ne avevo presa una che mi portava a gran velocità.... dalla parte opposta.... Dio, com'ero vecchio! Al paragone l'opera era una bambina. Certo le sue grinze le ha anch'essa, ma non langue ancora la vita che il grande artista le ha infuso; io, io sono vecchio. È vero, sino allora non ci avevo badato. Non mi sembrava di aver l'età di Matusalemme; non avvertivo nessun accasciamento nel mio corpo e nel mio spirito; non sfuggivo la compagnia delle signore e continuavo a preferir quelle giovani e leggiadre.... Ma quella sera, ah quella sera una mano brutale mi strappò la benda dagli occhi. Io pensavo: -- Quando quell'altra Violetta mi inebbriava del suo canto, questa che va oggi tossicchiando sul palcoscenico non era nata. Non era nato questo Alfredo e neppure il padre di lui, dalla parrucca grigia e dalla barba posticcia. Non eran nate le poco avvenenti -zingarelle- della festa di Flora, nè i -mattadori,- nè il visconte, nè il barone, nè il dottore, nè la cameriera, nè, tranne rare eccezioni, i cosidetti professori d'orchestra. Che se poi mi voltavo dalla parte del pubblico arrivavo, su per giù, alle identiche conclusioni. Non che mancassero in teatro persone della mia età o di età superiore alla mia; ma erano una piccola minoranza. Due terzi almeno degli spettatori appartenevano alla generazione successiva; erano, nei giorni della mia adolescenza, un popolo di fantasimi accalcantisi in silenzio nel vestibolo della vita. Fantasimi quei giovinotti sdraiati sulle poltroncine; fantasimi quelle ragazze che i babbi non avrebbero accompagnate alla -Signora delle Camelie- ma accompagnavano alla -Traviata- perchè la musica copre tutto col suo velo pudico; fantasimi quelle -Traviate- autentiche che sporgevano il viso imbellettato da un palchetto di terza fila.... Dov'erano coloro che avevano, trentasette o trentott'anni or sono, palpitato, applaudito con me? Quegli uomini, quelle donne le cui pupille s'erano inumidite con le mie, i cui cuori avevano battuto all'unissono col mio cuore? Quanti ne aveva dispersi la fortuna, quanti ne aveva falciati la morte? E se pure, per caso, uno se ne trovava quella sera in teatro sentiva forse ciò ch'io sentivo? Mi pareva d'essere il superstite d'un mondo defunto, mi pareva che tutti gli occhi dovessero piantarmisi addosso come sull'esemplare abbastanza ben conservato d'una razza scomparsa. Per liberarmi da quest'incubo uscii dalla sala prima che l'opera finisse, e l'aria rigida della notte invernale dissipò le ombre, ristabilì l'equilibrio del mio spirito. Ero stato punito del mio tentativo di riafferrare, sia pure per un istante, la gioventù; ma non ero uno spettro, ero un uomo in carne ed ossa, ero ancora un vivo tra i vivi, avevo ancora, per poco o per molto, il mio posto, avevo ancora, piccolo o grande, il mio còmpito. No, la gioventù non si riafferra; ma c'è qualche parte di noi che può restar giovine sempre finchè coltiviamo in noi stessi con tenera sollecitudine la pianta gentile della simpatia, la fiamma purissima dell'entusiasmo, finchè teniamo alto lo sguardo inseguendo amorosamente le visioni consolatrici del bello. E mentre io ricuperavo così il senso della realtà mi si levava dinanzi la figura austera e luminosa del maestro insigne che da oltre a mezzo secolo sparge nel mondo le inspirate armonie. Lui non fiaccano gli anni, non distraggono i rumori della folla, non rode il tarlo della vanità e dell'invidia; a lui parlano due sole voci nel cuore: l'arte e la patria. Possa a lungo vibrar nelle sue mani l'arpa potente che raccolse i gemiti dei salci babilonesi e il murmure delle foreste d'Etiopia, che prestò le sue note allo strazio di Rigoletto, ai singhiozzi di Violetta, ai furori di Otello, al cinismo di Falstaff! IL SIGNOR ANTENORE I. S'intese nell'anticamera un suono di passi e un brontolìo di voci; poi la Barbara, cuoca e donna di governo del cavalier Demetrio Bibbiana consigliere d'appello in quiescenza, aperse l'uscio e disse: -- C'è il signor Antenore. -- Avanti, avanti.... O che bisogno ha di farsi annunziare? -- gridò il signor Demetrio girandosi sulla seggiola coi movimenti tardi e gravi che gli erano consentiti dalla sua corpulenza. Era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant'anni, rubicondo, sbarbato, con occhietti piccoli e grigi, con l'aria mansueta d'un buono e pingue gatto soriano che fa le fusa accanto alla stufa. L'altro commensale posò sulla tavola un bicchiere non ancora votato del tutto e si forbì in fretta la bocca col tovagliuolo. -- Avanti, avanti, -- ripetè il padrone di casa. -- Antenore arriva troppo tardi per pranzare con noi, ma stapperemo una bottiglia in suo onore. E fece un segno alla Barbara. Il signor Antenore entrò. Lungo, magro, allampanato, aveva la cera giallastra dei temperamenti biliosi, l'espressione sospettosa, malevola degli nomini a cui la vita fu dura e che non portarono nascendo un corredo di bontà sufficiente da perdonare la fortuna degli altri. Indossava una -redingote- nera, lucida pel troppo uso, specie al bavero e ai gomiti; la cravatta, pur nera, era sfilacciata ed unticcia, e i polsini che spuntavano fuor delle maniche lasciavano desiderare un candore più immacolato. -- Il signor Antenore Santelli.... il commendator Giorgio Fustini; -- disse il consigliere a modo di presentazione. E soggiunse: -- Ma già dovreste conoscervi.... Compagni di liceo, diamine. Fustini e Santelli si squadrarono dal capo alle piante senza che si sprigionasse fra loro la minima corrente di simpatia. -- Eh, -- notò il commendatore, rivolgendosi al signor Demetrio, -- io ero stato avvertito da te, e adesso, se frugo nella memoria, qualche cosa mi sembra di ricordarmi.... Il signor Antenore, toccando appena la mano che Fustini aveva la degnazione di stendergli, tentennò il capo: -- Io invece non ricordo niente. Non era mai d'umore piacevole il signor Antenore; quella sera era più ispido del consueto. La presenza di un estraneo in casa dell'amico Bibbiana gli dava ai nervi, tanto più che n'era necessariamente disturbata la sua solita partita a scacchi. Il cavaliere, conciliante per sua natura, cercava di smussare gli angoli. -- Capisco.... Son passati quarant'anni, e in quarant'anni si ha tempo di dimenticare.... È curioso però come certe scene, certi incidenti della nostra infanzia ci si riaffaccino da un punto all'altro alla mente nei loro più minuti particolari.... A me par di veder Fustini ritto dinanzi alla lavagna il giorno che il povero Mongia, il professore di matematica, ebbe sulla cattedra il suo primo insulto apopletico. Santelli si strinse nelle spalle. -- Non dovevo essere a scuola in quel giorno. -- Se ci fosse stato si rammenterebbe, -- affermò il commendatore Fustini. -- Che scompiglio nella classe!... E fu un'impressione penosa per tutti, anche per me.... quantunque non potessi a meno di pensare (si è egoisti da ragazzi) che risparmiavo una ramanzina, perchè, lo confesso, non sapevo un'acca della lezione. L'amabile Santelli si picchiò col dito la fronte. -- Aspetti un momento. Era lei quel piccolino della prima fila che pel resto se la cavava alla meno peggio ma in matematica non ne azzeccava una? Con una condiscendenza veramente ammirabile in un personaggio suo pari, Fustini si mise a ridere. -- Ero io. -- Anche senza la matematica -- disse il signor Demetrio -- Fustini ha saputo farsi la sua strada nel mondo.... Consigliere di Cassazione alla Corte di Torino.... Che carriera! -- Oh, -- fece il commendatore con affettata modestia. -- Ce ne son tanti.... E se tu avessi avuto pazienza.... -- No, no.... tu hai la stoffa di primo presidente.... Io m'ero accorto che non andavo più in là di consigliere d'appello e mi son fatto liquidare la mia pensione per non aver altri sopraccapi.... -- Già, -- interpose il signor Antenore; -- fuor che quelli di riscuotere il foglio pagatoriale e di tagliar due volte all'anno i -coupons- della rendita.... Perchè se tu non avessi le tue brave cartelle di rendita, con la sola pensione non potresti mica far il signore. -- Oh Dio, -- replicò il cavaliere quasi scusandosi, -- qualche cosa la mia famiglia possedeva.... io ho potuto metter da parte qualche risparmio.... non grandi somme però.... non da far il signore. -- Quando si nasce con la camicia -- brontolò Santelli che masticava veleno. E soggiunse con amarezza: -- Se ti fossi trovato ne' miei panni!... Sempre pieno d'indulgenza verso l'amico sgarbato, Bibbiana fu pronto ad assentire. -- Verissimo. Se mi fossi trovato ne' tuoi panni dei risparmi non ne avrei fatti sicuramente. -- Mentre voi della borghesia grassa -- ripigliò il signor Antenore con crescente acrimonia -- andavate a oziare e a divertirvi per quattr'anni all'Università di dove sareste usciti col vostro diploma, io, dopo la morte di mio padre, dovevo interrompere il Liceo e accettare un impiego d'ordine alle Poste, tanto per guadagnarmi da vivere.... chè se no la mia buona matrigna mi cacciava fuori di casa.... Impiegato io! col mio carattere indipendente!... Io che non ho mai potuto soffrire le cartaccie degli uffici e la -morgue- della burocrazia!... Mi par quasi impossibile d'aver resistito per trentacinque anni a una vita simile.... sbalestrato da un capo all'altro d'Italia, con dei superiori pedanti, imbecilli che avrebbero tirato a cimento i Santi del Paradiso.... Viene il giorno che la corda si strappa, e col mio ultimo capo uffizio mi son voluto sfogare.... Non gli ho detto la centesima parte di quello che si meritava; nondimeno egli ha steso il suo rapporto, e io fui invitato a far valere i miei diritti alla pensione.... Non era già una pensione di consiglier d'appello la mia; son centoquarantadue lire al mese e venti centesimi.... E io non ho campi al sole, e io non ho -coupons- da incassare. Il commendatore Fustini abbozzò un gesto cortese di condoglianza, tanto più doveroso in quanto che egli era venuto per realizzare un'eredità. -- Ma per me, -- proseguì il signor Antenore con un sogghigno sarcastico, -- per me, vivo meglio adesso.... Non ho nessuno che mi comandi, posso dir corna del Governo e di questo p.... sistema che fa crac da tutte le parti come un mobile vecchio. Bibbiana era avvezzo a queste sfuriate, ma il commendatore se ne risentì nella sua duplice qualità d'alto funzionario e d'uomo di principî conservativi. -- Eh caro signore, -- egli replicò con sussiego, -- si fa presto a gridare contro il sistema. Vorrei vederli all'opera i riformatori. -- Qualunque cosa è preferibile a questo regime di capitalisti, di -travet- e di militari, -- urlò il signor Antenore versandosi un altro bicchiere di vino. -- Oh, oh.... il socialismo allora?... Tutti col nostro numero d'ordine, tutti agli stipendi dello Stato.... Il mondo un'immensa caserma.... -- Ma che caserma, ma che numero d'ordine?... Ognuno dev'esser libero di far quello che gli pare e piace. -- E il codice dove lo mette? -- Il codice è l'alleato dei furfanti di grosso calibro. Lo getto nel fuoco. -- Bravo!... È l'anarchia che lei vuole. -- Paroloni da spaventare i gonzi.... Il pacifico signor Demetrio, che non s'era mai occupato di questioni sociali e aveva l'abitudine di non interloquire durante le feroci requisitorie dell'amico, assisteva con inquietudine all'inasprirsi della discussione e s'arrabbiava in cuor suo con Fustini, il quale non capiva che il partito più savio era quello di lasciar che Santelli si quetasse da sè.... Naturalmente, questa non era una cosa da poter dire al commendatore perchè l'altro sarebbe andato in bestia peggio; quindi Bibbiana si limitava a insinuare di tratto in tratto qualche monosillabo inoffensivo per calmare i due contendenti. Se non che, dalle due parti gli chiudevano la bocca con uno sprezzante: -- -Taci tu.- In buon punto la Barbara cacciò la testa fra i battenti dell'uscio e chiese al padrone: -- Il caffè dove lo prendono? Il consigliere rispose con un'altra domanda. -- È acceso in salotto? -- Sissignore. -- Allora passeremo di là, -- disse Bibbiana parendogli che il mutar di stanza dovesse dare un altro indirizzo alla conversazione. Puntellandosi con le mani sulla tavola si alzò in due tempi e ripetè agli ospiti: -- Passiamo di là, passiamo di là. II. Il salotto, benchè vi fossero dei mobili di pregio, era un po' freddo e triste come di casa ove manchi la signora. Una lampada smerigliata pendeva dal rosone del soffitto, un moderatore di porcellana posato sulla mensola del caminetto fra le due finestre rischiarava più direttamente un tavolino portante una scacchiera coi pezzi già a posto. La parete di fronte era adorna del ritratto del signor Demetrio, in mezza figura, a olio, con la croce di cavaliere all'occhiello. Sotto il ritratto un canapè e dinanzi al canapè una tavola ove la Barbara aveva deposto il servizio da caffè, il portaliquori e una scatola di sigari d'Avana. -- Si sciala oggi, -- borbottò il signor Antenore accettando un bicchierino di cognac. -- Tutto improvvisato, -- rispose Bibbiana. -- Ero mille miglia lontano dal creder che Fustini fosse qui quando me lo son visto comparir dinanzi verso le 6 che il riso era già nella pentola.... Per fortuna la Barbara ha questo di buono che non si confonde e ci apparecchiò un pranzetto tollerabile. -- Altro che tollerabile! -- esclamò enfaticamente il commendatore. -- Non si mangia così neppur dal Presidente della nostra Corte. -- Ti contenti di poco, -- disse il signor Demetrio. E continuò rivolto a quell'orso di Santelli: -- Se non fosse stato troppo tardi t'avrei mandato un biglietto per pregarti di tenerci compagnia. -- Grazie, non sarei venuto, -- rispose il signor Antenore sempre tutto angoli e punte. -- Io vengo la domenica e basta. -- È una fissazione come un'altra, -- riprese il consigliere. -- Me ne appello a Fustini. Siamo soli tutti e due, ma io ho casa piantata e Santelli deve andare all'osteria. O che male ci sarebbe s'egli si degnasse di desinare con me.... non dico tutti i giorni.... ma tre o quattro volte per settimana?... Non ho ragione? -- Senza dubbio, -- replicò a denti stretti il commendator Fustini. In fondo egli non capiva come si potesse augurarsi un simile commensale. -- L'indipendenza, mio caro, -- disse Santelli, -- l'indipendenza non c'è oro che la paghi.... Del resto, non son qui tutte le sere a giocare a scacchi? -- Ah, giocate a scacchi tutte le sere? -- domandò il consigliere di Cassazione. -- Sì, è una mia debolezza, -- disse il signor Demetrio. -- Abbiamo un conto corrente con Santelli.... Facciamo un centinaio di partite al mese. Egli ne vince novanta.... -- Davvero? -- A vincer Demetrio non c'è un gran merito, -- osservò il signor Antenore. -- Tu conosci il gioco? -- chiese Bibbiana a Fustini. -- Sì, mi diletto anch'io ogni tanto.... al nostro Circolo.... V'è un Circolo scacchistico a Torino. -- Bravo.... dovresti far un paio di partite con Antenore.... -- Volentieri. Santelli depose un mozzicone di sigaro nel raccattacenere. -- Per me non ho difficoltà.... E di quanto si gioca? -- Ma.... di nulla.... Dell'onore.... Agli scacchi per solito.... Che sistema avete voi altri? -- Noi giochiamo d'un franco la partita, -- spiegò il signor Demetrio. -- Ho voluto io.... Trovo che quando c'è una piccola posta si mette più attenzione. -- Vada pure pel franco. Lieto di aver dato a' suoi ospiti un'occupazione che li distoglieva dalla politica e dalla sociologia, Bibbiana spinse verso il tavolino da gioco una sedia a bracciuoli e vi si accomodò beatamente. -- Io assisterò alla giostra. Il signor Antenore si accostò alla scacchiera, prese un pedone bianco e un pedone nero, e intrecciate le braccia dietro il dorso li passò da una mano all'altra, poi presentando i pugni chiusi al suo competitore disse: -- Scelga.... Chi ha il bianco ha il tratto.... Ha scelto il nero.... Ho il tratto io. E attaccò subito. Fustini stava sulle difese cercando il punto debole dell'avversario. In fatti, di lì a poco guadagnò un pezzo e non tardò molto a dar scacco matto. La seconda partita fu più brillante della prima ed ebbe lo stesso esito. -- Hai difeso male il -gambitto,- -- disse il signor Demetrio a Santelli che senza profferir parola ma livido di bile guardava il suo re imprigionato. -- Ah fammi un po' il piacere, -- gridò Antenore, a cui non pareva vero di poter prendersela con qualcheduno.... Sei proprio in caso di dar lezioni, tu, con quella sapienza.... -- E pure, -- ripetè Bibbiana con calma, -- io sostengo che se si difende quel -gambitto- in un'altra maniera si deve vincere. -- Vincere, tu? -- esclamò il signor Antenore con l'accento della massima incredulità. -- Forse anch'io, -- rispose il consigliere alquanto piccato. -- Qua la scacchiera.... Vediamo il miracolo. In un momento Bibbiana e Santelli s'erano scambiati di posto. Quest'ultimo si consolava delle busse ricevute pensando a quelle che riceverebbe fra poco il suo dilettissimo Demetrio. Scacco matto in quindici mosse, in venti al più, -- egli diceva fregandosi le mani. Pareva diventato l'amicone del commendator Fustini col quale s'era bisticciato fino a poco innanzi. -- Lo schiacci quel pretenzioso, lo polverizzi. -- Allora comincio io e faccio l'apertura di prima, -- disse Fustini a Bibbiana. -- Già. -- La dobbiamo veder bella, la dobbiamo veder bella, -- canterellava il signor Antenore. Da un pezzo non era stato così ilare. Fustini gli fece segno di tacere. Era un giocatore serio, meticoloso, che non voleva esser distratto. E apparteneva anche alla categoria dei giocatori taciturni; tutt'al più, quando si trovava in qualche impiccio aveva l'abitudine di borbottare: -- Vengo, vengo, vengo. E con sua grande maraviglia, adesso, misurandosi con Bibbiana, egli ebbe replicatamente l'occasione di dover servirsi del suo intercalare. O com'era possibile che Demetrio si lasciasse battere da Santelli se non c'era neanche confronto tra i due? Ma il più stupito era il signor Antenore. Demetrio teneva testa al commendatore? Demetrio rischiava proprio di vincere? -- Vengo, vengo, vengo, -- disse un'altra volta Fustini; dopo di che, sentendosi spacciato, abbandonò la partita. -- Eh via, che il commendatore deve aver fatto apposta, -- esclamò Santelli. Fustini protestò con vivacità. -- Nemmen per sogno. -- Sarà stato un caso, -- notò modestamente Bibbiana. Il signor Antenore sogghignò con aria sprezzante. -- Grazie della concessione. Che cosa vuoi che sia stato? -- L'ho detto io, mi pare, -- rispose secco secco il consigliere, mentre rimetteva i pezzi a posto per offrir la rivincita. E intanto gli si arrossavano gli orecchi, segno infallibile, per chi lo conosceva, che anche a lui, uomo calmo e flemmatico, cominciava a scappar la pazienza.... Ah, perchè da cinqu'anni gli piaceva di perder quasi ogni sera giocando con Antenore, doveva esser condannato a perder sempre, a perder con tutti quanti?... Nossignori, questa legge egli non era disposto a subirla e Santelli aveva avuto un gran torto a provocarlo co' suoi sarcasmi. -- Tocca a te, -- disse Fustini. -- Son qua. Cauti, guardinghi, i due campioni pesavano ogni mossa, risoluti a non darsi quartiere. Pur volendo far l'indifferente, Fustini era rimasto mortificato della sconfitta e anelava di ripararvi; Bibbiana, dal canto suo, trovandosi a fronte un competitore degno di lui, sentiva ridestarsi la sua vecchia passione pegli scacchi e ci teneva a mostrar la sua valentìa. Nella stanza regnava un gran silenzio; solo di tratto in tratto un pezzo preso dall'uno o dall'altro dei giocatori andava a cader con un suono legnoso nella scatola che raccoglieva le vittime della battaglia. Smessi i suoi commenti beffardi, con gli occhi inchiodati sulla scacchiera, con le labbra serrate come di chi reprime a forza un gemito o una imprecazione, il signor Antenore seguiva le vicende dell'accanito duello. Non c'era dubbio, anche la seconda prova sarebbe riuscita favorevole a Bibbiana. Egli era indiscutibilmente superiore all'avversario, era più audace negli attacchi, più pronto nelle difese, più accorto nelle insidie. Ma donde gli era capitata questa scienza? O, piuttosto, perchè, in cinqu'anni, non l'aveva sfoggiata con lui, con Antenore? E mentre Santelli rivolgeva fra sè questi pensieri, la verità si faceva strada nel suo animo, lo riempiva di livore e di fiele. -- Vengo, vengo, vengo, -- masticò fra i denti il commendator Fustini. E soggiunse dopo una breve pausa: -- Non c'è rimedio; ho il matto alla terza mossa. -- Si alzò da sedere e stendendo cavallerescamente la mano al vincitore disse: -- Ti faccio le mie congratulazioni. Non sfigureresti in un torneo. -- Hai voglia di ridere, -- rispose il signor Demetrio. -- Avevo una buona serata, ecco tutto.... In quella gli apparve la fisonomia stravolta di Antenore Santelli, e imporporandosi in viso come un fanciullo colto in fallo balbettò: -- Ogni tanto ho di questi lucidi intervalli.... È un fenomeno.... Ordinariamente gioco malissimo.... Anche adesso, se continuassimo.... -- No, no, son già le undici e mezzo e se tardo un poco rischio di trovar chiuso il portone dell'albergo.... A proposito, ti devo due lire.... -- E io ne devo due a Lei, -- disse il signor Antenore tirando fuori sgarbatamente un borsellino unto e bisunto. -- Ebbene, -- rispose Fustini; -- le paghi per conto mio all'amico Demetrio.... Così saremo pari e patta. -- Ma sì, ma sì.... non c'è fretta, -- protestò il cavaliere dopo aver sonato il campanello per chiamar la Barbara. -- E poi se torni domani sera è sicuro che me le riguadagni quelle due lire.... Pranzi con me anche domani, non è vero? -- Non so.... Avrei un mezzo impegno. -- Mettiti in libertà. -- Grazie.... Vedremo.... Ti manderò un biglietto entro la giornata.... -- Guai per te s'è un rifiuto.... E Antenore, per una volta tanto, farà uno strappo ai suoi principî, -- continuò Bibbiana. -- Ci terrà compagnia. -- Impossibile, -- dichiarò in tuono reciso l'uomo selvatico. -- Eh via.... -- Speriamo che si persuaderà, -- disse, sorridendo, il commendatore, mentre si faceva aiutar dalla Barbara a infilarsi il soprabito. -- Buona notte dunque, Demetrio.... E grazie di nuovo della tua ospitalità.... 1 - - , - - ' , ' . 2 3 ' , ' 4 . 5 , 6 . . 7 8 . . . . . . . 9 10 11 - - . 12 13 - - . ? . . . - - 14 , . - - 15 , , 16 . . . . , , . 17 18 , , 19 . , ' : 20 - - , , . . . . . 21 22 . 23 24 - - , ; - - , 25 ' , - - - , , 26 , , - . - - , . . . . 27 , . . . . 28 29 - - , , . . . . ; - - . 30 31 - - ! . . . . . . . ' ! . . . 32 . . . . . . . . , 33 . . . . , ! 34 35 , 36 . 37 38 , . 39 40 - - , - - , - - 41 ? 42 43 , 44 . 45 46 - - , , - - , - - ' ? 47 ' ? 48 49 - - , . . . . . 50 51 , . 52 , , , , . 53 54 , . ? 55 ; 56 . 57 58 59 60 61 62 63 64 65 : 66 67 - 68 . . - 69 70 , 71 , 72 ' . 73 , , , ' 74 . 75 , , , 76 . 77 78 , 79 , , , , . , 80 . 81 82 , 83 84 ; 85 ; 86 ' ; , , 87 . 88 , , ' ' , 89 , 90 . , 91 92 . 93 , , 94 , . , . 95 96 - - ! - - . - - 97 ' - - ' . . . . 98 , . 99 ' - , - . . . . . . . 100 101 - - ' ! - - 102 . 103 104 - - - ! - - - . 105 106 - - ' , ' ! - - . 107 108 , , 109 ' 110 . . 111 , - 112 , - , ' ' , ' 113 , 114 , . . 115 ; , ' 116 , ; , , 117 ' ; ; 118 , , , 119 ' . 120 121 ' , 122 ' ; ' 123 . 124 ' . 125 126 ' , 127 ; 128 , 129 130 - . - 131 132 . 133 ' , ' 134 ; , 135 . , 136 , 137 , 138 139 . 140 141 ' ; 142 , , . 143 144 , 145 146 ' , 147 . 148 , 149 . 150 , , 151 . 152 153 154 : - - - ' - . 155 156 ' . 157 158 159 : - - ? ? 160 161 - - - - . . . . . . . . , 162 . . . . 163 ? 164 165 . - - ? 166 167 - - . 168 169 - - ? . . . 170 171 - - , . 172 173 - - ? 174 175 - - . 176 177 - - ? 178 179 - - . 180 181 - - ? 182 183 - - . 184 185 - - ? 186 187 - - , ' . 188 189 , 190 . 191 ' 192 ' 193 . ' 194 , , . 195 196 , . 197 , ' , . 198 , 199 , , 200 . , 201 , ' . 202 , 203 ; , 204 , , . 205 , , . , 206 - - 207 . 208 ; 209 , , 210 . 211 , ' , 212 , , , 213 . ? 214 215 , . 216 , ; ' , 217 , ; 218 ' 219 ' ; , , 220 221 . , 222 , . 223 ' ; . 224 225 . 226 ' 227 . 228 . . 229 ' 230 ' . 231 . 232 ; ' , , 233 ; , 234 ; ; . 235 ' . 236 ' . 237 . 238 , , ; 239 , 240 . ' 241 , ' . 242 , ' ' 243 . 244 ' 245 ' , , . 246 ' 247 ; . ; 248 ; ; 249 ' ; ? ' 250 ; 251 . 252 ' , 253 ' 254 ' , ' 255 . 256 ; , 257 , . . 258 , . 259 , 260 : - - , 261 . - - 262 , ' 263 , . 264 , , 265 ' . , 266 . ' . 267 ' 268 . , , 269 , 270 : - , 271 . . 272 . . 273 , . - 274 275 . 276 . 277 . 278 . ' . 279 280 , . ' ? ? 281 , , , 282 ' , 283 . ; 284 . . . . . 285 286 , , , 287 ' , ' 288 289 . , 290 ' , 291 , , , 292 , , 293 , ' 294 , ' , 295 , 296 . 297 298 ! - - - , - - - 299 . 300 301 ' . . . . ' 302 ' , , , . 303 , 304 . . . . ' . . . . ' 305 ' ; ' 306 ' , 307 . . . . . - - 308 . . . . . . . . 309 . . . . . . . . 310 311 . 312 , , 313 ' , ; 314 , 315 ; , , , , 316 ; ' , 317 ; ' , , ' 318 ; 319 , , 320 . , , , , , 321 , ' ' . . . . 322 323 , ' . 324 , ' ' , 325 . . . . 326 327 , 328 ' . , 329 330 ! . . . 331 332 333 334 , , ' , . 335 , . , 336 , 337 ; 338 ; 339 ' 340 ; . 341 ; , 342 ' 343 . 344 . 345 ' 346 , , 347 , . 348 349 . - - , 350 , . . . . . . . . 351 352 ; 353 . 354 ; ' , 355 ' . 356 357 ' . - - 358 ' . . 359 - - ' 360 , , , , . 361 , 362 . , 363 ' . 364 , 365 , . ' 366 . . . . ? 367 , 368 ? 369 370 371 372 373 « 374 375 376 - 377 , - , 378 , ' 379 , , , 380 381 . 382 383 ' ; ' . . . . ; 384 . . . . ; - ' - . . . . ; 385 . . . . 386 ' ' 387 ' . , ! 388 ; ' ; ' ; 389 - - . 390 391 ' , , 392 . - - . 393 - ? - 394 395 ' , , 396 ' . 397 398 , , 399 . 400 . 401 402 , 403 ' , 404 , , 405 ' , , - - , 406 ' - - , 407 408 . 409 410 ' ' , , 411 ' , 412 . 413 - - ; 414 ' ; 415 , , ' ' 416 , , . 417 418 , 419 , , 420 , , 421 ' 422 . . ' 423 ' , 424 , , ( , 425 ) 426 427 . ' ' 428 , 429 . . . . 430 ' . 431 432 433 , , ' , 434 . ? ? 435 ? ? . . . . . . . . 436 , - , - 437 . , 438 . 439 440 , 441 . 442 ' ? , ? 443 ? ? 444 445 . , , 446 , 447 . , , 448 , , 449 ? 450 451 . ' : 452 ? , 453 , . - - 454 . , 455 ' ' 456 , , ' , . 457 - , - - - - ; - ' , 458 , . 459 460 ' , , 461 ' ; ' 462 ' . 463 : - - 464 - ? - , ! 465 466 , . - 467 ; - , 468 , 469 . 470 471 ; - - ( , ! ' 472 ) ; - ; - ' 473 ' ; , 474 , 475 . , , ' 476 477 478 ' . 479 , 480 , . 481 482 ' . - - - , 483 , - - - , 484 ; , , 485 ' . 486 487 , , ; 488 ; ' ; 489 ; ; ' 490 , 491 . , 492 493 . 494 495 , ' , 496 . 497 498 , ' , ' 499 , ' . 500 - , - ; ' 501 ' , , . 502 503 ' 504 . 505 , ' , , 506 , . 507 ' , , 508 , ' . 509 . 510 , 511 . . . . . . . . , ' 512 ! ' . 513 ' , 514 ; , . 515 516 , . ' 517 ; 518 ; 519 . . . . , 520 . 521 522 : - - ' , 523 . 524 , 525 . - - 526 , - , - , , 527 , , , , 528 ' . 529 , , . 530 ; 531 . 532 ; , , 533 534 . ; 535 - 536 - - - 537 ; - - 538 . . . . 539 ' , ' , 540 , ? , 541 ' , 542 ' ? , 543 ? , , 544 ' ? 545 546 ' ' , 547 ' 548 ' . 549 550 ' ' 551 , ' , 552 ' . 553 , , ; 554 , , 555 , , , , , 556 , . 557 558 , ; ' 559 560 , 561 ' , 562 . 563 564 565 566 . 567 , , 568 ' ; : ' 569 . ' 570 571 ' , , 572 , , ! 573 574 575 576 577 578 579 580 . 581 582 ' ' ; 583 , 584 ' , ' : - - ' 585 . 586 587 - - , . . . . ? - - 588 589 . 590 ' , , , 591 , ' ' 592 . 593 594 ' 595 . 596 597 - - , , - - . - - 598 , . 599 600 . 601 602 . , , , 603 , ' , 604 605 . 606 - - , , 607 ; , , , 608 609 . 610 611 - - . . . . ; - - 612 . : - - 613 . . . . , . 614 615 616 . 617 618 - - , - - , , - - 619 , , , 620 . . . . 621 622 , 623 , : - - 624 . 625 626 ' ; 627 . ' 628 , ' 629 . 630 631 , , 632 . - - . . . . ' , ' 633 . . . . , 634 ' 635 . . . . 636 , 637 , 638 . 639 640 . - - 641 . 642 643 - - , - - 644 . - - ! . . . ' 645 , . . . . 646 ( ) , , 647 , ' . 648 649 ' . - - . 650 651 ? 652 653 , 654 . - - . 655 656 - - - - - - 657 . . . . 658 . . . . ! 659 660 - - , - - . - - 661 . . . . . . . . 662 663 - - , . . . . . . . . ' 664 ' 665 . . . . 666 667 - - , - - ; - - 668 ' - - 669 . . . . , 670 . 671 672 - - , - - , - - 673 . . . . 674 . . . . . . . . . 675 676 - - - - 677 . : - - ' 678 ! . . . 679 680 ' ' , 681 . - - . ' 682 . 683 684 - - - - 685 - - ' 686 ' , , 687 , 688 ' , . . . . 689 . . . . 690 ! ! . . . 691 - - ! . . . 692 ' 693 . . . . ' ' , 694 , 695 . . . . , 696 . . . . 697 ; 698 , 699 . . . . ' ; 700 . . . . 701 , - - . 702 703 , 704 ' . 705 706 - - , - - , 707 - - , . . . . , 708 . . . . 709 . 710 711 , 712 ' ' 713 . 714 715 - - , - - , - - 716 . ' . 717 718 - - , 719 - - , - - 720 . 721 722 - - , . . . . ? . . . ' , 723 . . . . ' . . . . 724 725 - - , ' ? . . . ' 726 . 727 728 - - ? 729 730 - - ' . 731 . 732 733 - - ! . . . ' . 734 735 - - . . . . 736 737 , ' 738 ' 739 ' , ' 740 ' , 741 742 . . . . , 743 ' ; 744 745 . , 746 : - - - 747 . - 748 749 ' 750 : - - ? 751 752 ' . - - ? 753 754 - - . 755 756 - - , - - 757 . 758 759 760 : - - , . 761 762 763 . 764 765 , , ' 766 . 767 , 768 769 . 770 , 771 , , ' . 772 773 , 774 ' . 775 776 - - , - - 777 . 778 779 - - , - - . - - 780 781 . . . . 782 783 . 784 785 - - ! - - . - - 786 . 787 788 - - , - - . 789 ' : - - ' 790 . 791 792 - - , , - - 793 . - - . 794 795 - - ' , - - . - - 796 . , 797 ' . ' 798 . . . . . . . . 799 ? . . . ? 800 801 - - , - - . 802 . 803 804 - - ' , , - - , - - ' ' 805 . . . . , 806 ? 807 808 - - , ? - - 809 . 810 811 - - , , - - . - - 812 . . . . 813 . . . . . 814 815 - - ? 816 817 - - ' , - - 818 . 819 820 - - ? - - . 821 822 - - , ' . . . . . . . . ' 823 . 824 825 - - . . . . . . . . 826 827 - - . 828 829 . - - 830 . . . . ? 831 832 - - . . . . . . . . ' . . . . . . . . 833 ? 834 835 - - ' , - - . 836 - - . . . . ' 837 . 838 839 - - . 840 841 ' ' 842 , 843 . - - 844 . 845 846 , 847 , 848 ' , 849 : - - . . . . . . . . 850 . . . . . 851 852 . 853 ' . , 854 . 855 856 . 857 858 - - - , - - - 859 860 . 861 862 - - ' , - - , 863 . . . . 864 , , . . . . 865 866 - - , - - , - - 867 - - ' . 868 869 - - , ? - - ' 870 . 871 872 - - ' , - - . 873 874 - - . . . . . 875 876 ' . 877 ' 878 . 879 , , - - . 880 881 ' ' 882 . 883 884 - - , . 885 886 - - ' , - - 887 . 888 889 - - . 890 891 - - , , - - 892 . . 893 894 . , , 895 . 896 ; ' , 897 ' : - - , , . 898 899 , , , 900 ' . 901 ' 902 ' ? 903 904 . 905 ? ? 906 907 - - , , , - - ' ; , 908 , . 909 910 - - , , - - 911 . 912 913 . - - . 914 915 - - , - - . 916 917 . - - 918 . ? 919 920 - - ' , , - - , 921 . 922 , , , 923 , , 924 . . . . , ' 925 , , 926 ? . . . , 927 928 ' . 929 930 - - , - - . 931 932 - - . 933 934 , , , 935 . ' , 936 ; , 937 , , 938 939 . ; 940 ' ' 941 942 . , 943 , 944 , 945 ' . ' , 946 . 947 ' , , 948 , . 949 ? , , , ' , ' 950 , ? 951 , , 952 . 953 954 - - , , , - - . 955 : - - ' ; 956 . - - 957 : - - . 958 . 959 960 - - , - - . - - 961 , . . . . 962 963 , 964 : 965 - - . . . . . . . . 966 . . . . , . . . . 967 968 - - , , 969 ' . . . . , 970 . . . . 971 972 - - , - - 973 . 974 975 - - , - - ; - - ' 976 . . . . . 977 978 - - , . . . . ' , - - 979 . - - 980 . . . . 981 , ? 982 983 - - . . . . . 984 985 - - . 986 987 - - . . . . . . . . . . . . 988 989 - - ' . . . . , , 990 , - - . - - 991 . 992 993 - - , - - ' . 994 995 - - . . . . 996 997 - - , - - , , , 998 . - - 999 , . . . . . . . . 1000