-- Addio, -- diss'ella, tirando l'uscio dietro a sè.
Sentiva d'esser stata senza pietà, ma c'era in lei una reazione contro
la debolezza di prima. Dopo aver rinunciato a vendicarsi dei due veri
colpevoli, ella infieriva contro quegli il cui delitto era forse men
grave. Tale è spesso la giustizia del mondo.
. . . . . . .
La gondola che doveva portare alla stazione Lidia e la figliuola era
sul punto di staccarsi dalla -riva-.
-- No che il nonno non dorme. Perchè mi avevi detto che dorme?... --
gridò a un tratto Valentina, scotendo forte il braccio della madre. --
È là il nonno, alla finestra della sua camera, e ci saluta e mi manda
dei baci.... Buondì, nonno, buondì.
E rossa, animata in viso, la bimba ricambiava con la mano i baci che
Ernesto Landi continuava a mandarle. Quindi, con un moto d'impazienza:
-- Mamma, guarda in su, dunque.... Saluta anche tu.
Lidia non potè a meno di alzare gli occhi e di fare un cenno col capo.
-- Buondì, nonno; -- seguitava a gridar Valentina, mentre la gondola
s'allontanava, e dalla -riva- piovevano i -buon viaggio, signora,
buon viaggio, signorina,- della servitù. -- Buondì, nonno.... Vieni a
trovarci a San Vigilio, vieni col babbo....
-- Basta, ora, Valentina.... Chetati; -- ammonì Lidia.
-- Povero nonno!... Resta così solo.... E quant'è commosso!... Pare
che pianga.... Non può nemmeno parlare.... Ecco, adesso sventola il
fazzoletto.... Buondì, nonno!
E Valentina agitava ella pure il suo fazzolettino bianco di batista,
ove Lidia aveva ricamato un bel V.
La gondola svoltò in un altro canale, la casa disparve.
-- Mamma, -- chiese Valentina, -- che cosa ti ha fatto il nonno che sei in
collera con lui?
Lidia non rispose, tirò a sè la figliuola e se la strinse al petto
singhiozzando.
-- Mamma, mamma, -- proruppe angosciosamente la fanciulla, -- cos'hai?
Cos'è avvenuto da ieri in qua?
-- Niente, caro tesoro.... Nuvole che passano.
La barca usciva nel Canalazzo, entrava nel sole. Lidia si rasciugò gli
occhi, li fissò nella luce, li fissò, pieni di tenerezza, in Valentina.
Ridiscendeva a poco a poco la calma nel suo cuore sbattuto dalle
tempeste, vi ritornavano la speranza e la fede. Chi sa? Forse tutto non
era perduto; forse la mano innocente di Valentina poteva riedificare
ciò che la mano impura di Natalìa aveva infranto.
DUE FUNERALI
Ero da due giorni a Milano per una mia faccenda e mi disponevo a
ripartire la sera quando mi giunse questo telegramma da Venezia:
-Preghiamovi caldamente rappresentare domani nostro Istituto funerali
commendatore Baggi. Spendete circa 100 lire in una corona.-
Il dispaccio era firmato dal Presidente della Banca Adriatica, persona
amicissima mia, ed era spedito evidentemente in nome di tutto il
Consiglio d'amministrazione. Anche con la Banca ero in qualche rapporto
e sapevo che, parecchi anni addietro, in momenti difficili, l'appoggio
del commendatore Baggi le era stato prezioso. Non potevo quindi
rispondere con un rifiuto, sebbene, in quanto a me, non avessi mai
visto il defunto.
Ordinai la corona, comperai un cappello a cilindro e un paio di guanti
neri, e la mattina dopo, alle 9 precise, ero in via Brera, N. 48, dove
il commendatore occupava un elegante quartierino del primo piano.
Il carro funebre di prima classe era fermo davanti alla porta,
attraendo lo sguardo dei passanti invano allontanati da due uscieri
municipali in gran tenuta; lungo il muro andavano via via schierandosi
le varie rappresentanze con le loro bandiere; altra gente era raccolta
nell'androne e nel cortile; gli amici, i conoscenti, le persone di
maggior riguardo erano pregati di salire. Due giovinotti in lutto
strettissimo, due nipoti, l'uno grasso e l'altro magro, tutti e due
con un viso da eredi, facevano con grande compitezza gli onori di
casa. Allorchè mi presentai ad essi, ringraziarono con effusione me
e la Banca delle dimostrazioni di simpatia fatte al caro estinto e
mi pregarono di tener uno dei cordoni. Balbettai le condoglianze di
rigore, insieme con le solite domande insulse sul genere, sulla durata
della malattia, ecc., ecc.
-- Ma! -- rispose il nipote grasso con un sospiro. -- Il povero zio
aveva avuto l'-influenza- in gennaio e non s'era mai rimesso.... Però
usciva, attendeva agli affari. Alla fine di marzo i medici scopersero
un'-angina pectoris,- e in tre settimane.......
-- A sessant'anni appena! -- notò un signore calvo che si rasciugava i
sudori.
-- È una gran perdita per la -piazza!- -- soggiunse un altro.
-- Un colpo d'occhio, uno spirito d'iniziativa! -- disse un terzo.
I nipoti, chiamati dai loro uffici, uscirono dalla stanza nella quale
s'erano raccolti a poco a poco tutti i pezzi grossi della finanza
milanese. Sentivo intorno a me come un odor di milioni. E sentivo
anche discorrere a bassa voce dei corsi della rendita, del -riporto
fine corrente,- dei cambi, dell'aggio dell'oro, dell'Assemblea della
Banca Generale e del Credito Mobiliare, della politica finanziaria
del Ministero, e via via. Del morto non si discorreva più. Doveva
esser vero quel che mi era stato detto; che, com'egli non aveva una
famiglia sua, così non aveva amici intimi; aveva, in gioventù, atteso
a' suoi piaceri; aveva atteso nella maturità alle sue speculazioni;
corretto, ossequente alla legge, osservantissimo dei suoi impegni, ma
in complesso un fior d'egoista.
Si udì un bisbiglio di preci nell'andito, un bagliore di faci passò
attraverso il vano dell'uscio aperto; poi tutta la gente ch'era pigiata
nel salotto si mosse e cominciò la discesa giù per la scala. Fu un gran
sollievo il trovarsi all'aria aperta.
Il nipote grasso che aveva preso a volermi bene oltre a' miei meriti,
mi accompagnò fino al carro; un impiegato delle pompe funebri mi
assegnò il mio posto alla destra del feretro, e dopo qualche minuto
speso per ordinare il corteggio ci mettemmo in cammino preceduti dalla
banda civica che suonava la marcia del -Don Sebastiano.-
A tenere i cordoni eravamo in dieci. Io non conoscevo nè gli altri
quattro ch'erano dalla mia parte, nè i cinque ch'erano dalla parte
opposta; non conoscevo il morto, non conoscevo quasi nessuno di quelli
che formavano la lunga processione. Poichè era lunga davvero, più di
quello che non mi fossi immaginato, e le finestre delle case davanti
a cui passavamo erano piene di curiosi, e di là dalle due file di
servi e di fattorini che portavano le torcie accese si vedeva la folla
assiepata sui marciapiedi.
L'ufficio funebre venne celebrato nella Prepositurale di San Marco;
dopo di che il convoglio, molto assottigliato, si avviò al cimitero.
Ed ecco che passando per il Corso Garibaldi, vediamo dinanzi alla
chiesa di San Simpliciano un altro corteggio che stava per muoversi
anch'esso, ma che ci lasciò il passo con la deferenza che i funerali di
terza classe devono a quelli di prima. Un carro dimesso tirato da un
cavallo unico ed umile, e guidato da un cocchiere non umile per sè ma
vergognoso di condurre al Camposanto un così povero morto. Sul feretro
una sola, piccola ghirlanda di fiori freschi, misero riscontro al lusso
di corone che coprivano il feretro illustre.
Un fattorino della Banca Nazionale che mi camminava a fianco si voltò
verso un compagno e disse: -- -L'è- il povero Bertizzoni.
L'altro accennò affermativamente col capo.
Rimasi colpito da quel nome di Bertizzoni e non potei a meno di
chiedere: -- Bertizzoni? Era uno qui di Milano?
-- Stava qui da -anni annorum-.... Ma non era mica nato a Milano.... Tò,
adesso che ci penso mi pare che fosse nato a Venezia.... Il signore lo
conosceva?
Anzichè rispondere feci una nuova domanda. -- Era vecchio?
-- Sulla cinquantina.
-- E il nome di battesimo?...
-- Oh un nome stravagante, Licurgo.
-- Licurgo?
-- Già.
-- Era impiegato?
-- Adesso era nella casa Gondrand.
-- La casa di spedizioni?
-- Appunto.
-- E lascia famiglia?
-- La vedova e un figliuolo, un bravo ragazzo ch'è alla Cooperativa.
Per quanto la conversazione fosse fatta piano, essa non poteva passare
inosservata ai vicini. E un signore grande e grosso che doveva essere
un personaggio d'importanza e che teneva uno dei cordoni davanti a
me slanciò ripetutamente un'occhiata al fattorino come per ammonirlo
a tacere. Compresi anch'io la sconvenienza di quel dialogo in quel
momento, in quel luogo, e non aggiunsi altre interrogazioni.
Del resto, non avevo più dubbio alcuno. Una coincidenza di nome e
cognome, e d'un nome così fuor del comune, era impossibile. Licurgo
Bertizzoni era certo il mio antico condiscepolo, figliuolo di quel
maestro elementare, Agenore Bertizzoni, che aveva la passione dei
nomi greci. Un fratello di Licurgo si chiamava Socrate, una sorella
Cassandra, un'altra Aspasia. Era una famiglia che contrastava il
desinare con la cena, e doveva ricorrere a mille espedienti per
tirare innanzi; il maestro Agenore la sera copiava musica, e la sua
consorte, la signora Palmira, si occupava di combinar matrimonî. Buona
gente però, e gente allegra, ospitale. Con Licurgo eravamo coetanei,
avevamo percorso insieme le -scuole reali- e la nostra amicizia era
durata alcuni anni dopo la scuola. Tra il 1855 e il 1858 o io andavo a
prenderlo la sera o egli veniva a prender me per uscire insieme; anzi
più spesso andavo io da lui per merito delle sorelle vispe, floride,
belloccie. Non giurerei di non avere abbozzato con la Cassandra un
romanzo che finì con poca mia gloria, perch'ella sposò, non rammento
se nel 56 o nel 57, un uomo maturo, impiegato alla Contabilità, e che
fu tosto traslocato a Pavia. Chi sa dove sarà andata a finire? Sullo
scorcio del 1858 le disgrazie caddero come gragnuola secca su quella
casa di galantuomini, e successe una gran dispersione. Prima morì la
signora Palmira, poi il maestro Agenore; l'Aspasia, in seguito a un
disinganno amoroso, volle a tutti i costi entrare in un monastero;
Socrate s'imbarcò su un bastimento mercantile comandato da un capitano
dalmato ch'era suo lontano parente; Licurgo, rimasto solo, campava la
vita facendo lo scribacchino presso uno spedizioniere e ingrossando il
magro stipendio con qualche debituccio. Gli piacevano le donne e aveva,
relativamente alle sue forze, le mani bucate. Nel 1859 egli fece quello
ch'io non potei fare; emigrò in Piemonte e si arruolò volontario.
Ci scambiammo una mezza dozzina di lettere prima che cominciasse
la guerra. A campagna finita egli mi riscrisse da Torino ove aveva
un'occupazione provvisoria in attesa degli avvenimenti che non potevano
tardare e che lo avrebbero ricondotto a Venezia. Nel 1860 riprese le
armi. In dicembre mi mandò sue notizie da Napoli. Aveva lasciato il
servizio e si proponeva di stabilirsi in quella città fino a un'altra
guerra che cacciasse definitivamente gli Austriaci di là dall'Alpi.
A Venezia non sarebbe tornato che con le nostre truppe. Non ci aveva
più nessuno di famiglia; l'Aspasia, dopo la sua vestizione, era come
morta per lui; io ero un carissimo amico, mi avrebbe rivisto con tanto
piacere; ma ero un giovinotto; potevo ben andare a cercarlo. Il bello
si è ch'egli non mi dava nemmeno il suo indirizzo. Così la mia risposta
non dev'essergli pervenuta. Ed egli non scrisse più e passarono gli
anni senza che mi fosse dato saper nulla sul conto suo. Nella vita
entrano ogni giorno nuove relazioni, nuovi interessi, nuovi affetti;
altri legami si allentano, altre immagini si scolorano e a grado a
grado svaniscono. Non dirò che questo accadesse in me dell'immagine
di Licurgo Bertizzoni, ma è certo ch'io pensavo a lui sempre meno. Ci
ripensai nel 1866, quando le sorti d'Italia s'agitarono nuovamente
nel formidabile quadrilatero e nelle valli del Trentino. Bertizzoni
era uomo capace d'essersi rimesso in ispalla il suo bravo fucile e
d'aver intrapreso, magari da soldato semplice, questa terza campagna.
Io avevo un bel dire che sacrosanti doveri domestici m'impedivano
di fare altrettanto; lo ammiravo e lo invidiavo. Lo so; egli era un
ingegno appena mediocre; non aveva mai avuto passione per lo studio;
era un po' leggero di carattere; ma che importa? Nell'ora del bisogno
egli era sempre pronto a dare il suo sangue alla patria; mentre altri
avevano in serbo delle ottime scuse per non rischiare la pelle. Nel
periodo angoscioso corso fra il 24 giugno e l'armistizio, leggendo
avidamente i giornali che ci arrivavano di nascosto d'oltre Po e
d'oltre Mincio, io speravo e temevo ad un tempo d'incontrarvi il nome
di Licurgo Bertizzoni. Speravo di vederlo citato per qualche atto di
valore; temevo di trovarlo nella lista dei volontari morti a Custoza,
a Bezzecca, a Monte Suello. Nulla. Egli non cercava nè la gloria nè la
notorietà, e il silenzio compiacente si stendeva sopra di lui. Allorchè
la liberazione del Veneto dal giogo straniero fu cosa sicura, io
dissi: -- Scommetto che adesso vedremo quel caposcarico di Bertizzoni,
scommetto che uno di questi giorni mi capita una sua lettera. -- Ma non
capitò niente, e quando nell'ottobre e nel novembre 1866 mezza Italia
si riversò sulle nostre lagune, Licurgo Bertizzoni non venne. Ne chiesi
conto a molti Veneti, militari e non militari, rimpatrianti dopo lunghi
anni d'esilio. Parecchi lo avevano conosciuto, nessuno era in grado di
darmene notizie recenti. Non doveva aver partecipato all'ultima guerra.
Nel gennaio dell'anno seguente fui costretto ad assentarmi per tre
settimane. Reduce a Venezia, trovai sulla mia scrivania, insieme con
altre carte, il biglietto da visita di Licurgo Bertizzoni con queste
parole in lapis: -Lascio i miei affettuosi saluti, dolente di non aver
potuto abbracciare il vecchio amico. Riparto fra due giorni. Non ho
domicilio stabile. Viaggio per conto di case inglesi. Forse tornerò
presto, oppure scriverò.-
I due giorni erano passati da un pezzo. Inutile cercare di Bertizzoni
a Venezia. Nè egli aveva lasciato indicazioni sufficienti perchè si
potesse cercarlo altrove. Diceva che forse sarebbe tornato presto o che
avrebbe scritto. Tant'era aspettare.
Ma non tornò, non mandò una riga. Dov'era? Che faceva? Ancora una
volta, nel 1870, se la memoria non mi tradisce, qualcheduno mi portò i
suoi saluti da Messina dov'era di passaggio per affari, piuttosto male
in arnese. Gli è che quei benedetti affari non andavano bene; non era
contento del proprio stato.... Aveva in vista un impiego governativo.
E poi, dal 1870 fino adesso, vale a dire per ventidue anni, Licurgo
Bertizzoni non s'era fatto vivo in nessuna maniera, e l'amico della
mia adolescenza era disceso a poco a poco nella penombra discreta
ove si aggirano tacitamente le memorie lontane. Ed ecco che oggi,
d'improvviso, il suo nome risonava alle mie orecchie con un accento di
commiserazione, ed egli, il camerata di scuola, il compagno delle prime
scappatelle, egli stesso, ahi nascosto per sempre agli occhi degli
uomini, forniva l'ultimo pellegrinaggio seguendomi alla distanza di
forse duecento metri, mentr'io, in ossequio a una delle solite commedie
sociali, rendevo gli estremi onori ad un morto che non avevo neppur
conosciuto di vista.
Oh immensa malinconia delle cose! -- Era qui da -anni annorum, -- -aveva
detto il fattorino della Banca. E io in questo frattempo avevo fatto
certo una diecina di gite a Milano senza che mai mi passasse per
la mente d'informarmi se Bertizzoni ci fosse.... senza ch'egli mai
sapesse ch'io ero venuto, o, sapendolo, si curasse di vedermi. Forse ci
eravamo incontrati per la strada, ci eravamo urtati col gomito senza
ravvisarci.... Ma c'è di peggio.... Con la sicurezza ch'egli fosse
a Milano credo che l'avrei cercato; ma se il giorno prima m'avessero
avvertito ch'egli abitava a Monza, temo che non mi sarei spinto fin
lì.... Mi sarebbero sorti mille dubbi. -- Forse non è in paese e faccio
il viaggio per nulla.... Forse lo secco.... Forse non si ricorda
più.... sarà tanto cambiato....
Ora invece mi sembrava di vivere in quei tempi remoti. Rivedevo la
povera casa a San Simeone Profeta, con le sue imposte sgangherate, col
suo tralcio di vite che s'arrampicava lungo il muro, tra due finestre;
rivedevo il maestro Agenore, tranquillo e sereno in mezzo ai suoi
debiti; rivedevo la signora Palmira, piccola, asciutta, loquace, sempre
in faccende; e la Cassandra co' suoi occhioni neri, col suo busto da
trasteverina; e l'Aspasia bianca, rosea, con un'aria civettuola che non
lasciava certo presagire in lei la vocazione pel chiostro; rivedevo
Socrate, il più maleducato della famiglia, ma non privo di spirito
naturale. Ma sopratutto rivedevo lui, Licurgo, bello, grande, forte,
spensierato, un po' vanitoso pe' suoi facili trionfi col bel sesso....
E mi pareva di averlo dinanzi nel giorno della sua partenza clandestina
pel confine svizzero, insieme ad altri giovani ch'emigravano con lui.
Egli, nella baldanza de' suoi vent'anni, pronosticava il suo ritorno
trionfale entro sei mesi....
Da quel giorno del gennaio 1859 era trascorso un terzo di secolo, e
io non l'avevo più visto. Chi sa dopo quante peripezie, dopo quanti
dolori e quante miserie egli arrivava oggi nel porto ove tutti dobbiamo
arrivare!...
Pieno di queste immagini e di questi pensieri io avevo continuato
a camminare macchinalmente accanto al carro funebre del commendator
Baggi, e, senz'accorgermi, ero giunto al Cimitero Monumentale. Il carro
si arrestò, si fece un gran silenzio. Un signore in occhiali, che seppi
essere un assessore del Municipio, tirò fuori dalla tasca del soprabito
un foglio di carta e lesse con voce monotona un breve discorso; un
secondo borbottò alcune parole in nome della Camera di Commercio; un
terzo portò alla bara il saluto del Consiglio d'amministrazione della
Rete Adriatica; un quarto pianse per conto della Banca Generale. Io
coglievo appena qualche frase staccata; la mia mente era altrove, il
mio sguardo seguiva lontano l'umile convoglio del povero Bertizzoni
che si dirigeva lentamente dalla parte opposta del Camposanto. Sentii
corrermi due lacrime giù per le gote. Di tutti quelli che avevano
accompagnato all'ultima dimora il commendator Baggi ero il solo che
piangesse, ciò che costrinse i due nipoti ed eredi a portarsi, per
pudore, il fazzoletto agli occhi.
E i due nipoti ed eredi mi strinsero vigorosamente la mano. -- Grazie,
grazie, signor.... E grazie a tutti i preposti della Banca....
La gente si disperse; si trattenevano ancora i soli parenti sino
alla collocazione del feretro nella tomba di famiglia. Qualcheduno mi
offerse ricondurmi in città in carrozza; io preferii d'andare a piedi,
preferii d'esser solo.
M'avviai lungo il viale fiancheggiato da platani. Un -fiacre- che
veniva anch'esso dal cimitero mi passò rasente. Ebbi una visione.
Al finestrino di quel -fiacre- s'affacciò un giovinetto vestito a
bruno, pallido, dalla faccia scomposta, ma bello, ma vigoroso. Era
il ritratto preciso di Licurgo Bertizzoni, quale io me lo ricordavo
a diciotto o diciannove anni. Vedendosi fissato, egli si voltò verso
un amico o un congiunto ch'era con lui nella vettura. Dopo il primo
sbalordimento, indovinai che quello doveva essere il figlio del povero
Licurgo, il ragazzo impiegato alla Cooperativa. Ebbi un istante l'idea
di chiamarlo.... A che pro? Per dirgli che un terzo di secolo addietro
ero amico intimo di suo padre, e che poi me lo ero quasi interamente
dimenticato?
ALLA “TRAVIATA„
Facevo una di quelle visite di convenienza che si fanno -nel giorno
in cui la signora riceve,- il che vuol dire che, per quanto la signora
sia spiritosa e garbata, una noia ineffabile è come disciolta nell'aria
e la conversazione tira innanzi vuota, scucita, insipida, fra persone
che si conoscono appena e che starebbero benissimo anche tutta la vita
senza vedersi e senza parlarsi.
S'era discorso del freddo; d'una veglia in casa X....; del matrimonio
della contessina Y....; dei -five o' clock teas- della marchesa Z....;
della malattia repentina e incurabile della signora K.... E dopo aver
passato in rassegna varie altre lettere dell'alfabeto s'era venuti a
trattar l'importante argomento dei teatri. Un orrore, una desolazione!
La Fenice chiusa; un'operetta al Goldoni; un'operetta al Malibran; al
Rossini una -Traviata- impossibile.
L'avvocatino Sironi, una tra le giovani speranze del foro, fece una
smorfia. -- Al Rossini non ci va un cane. Chi può andare ormai a sentir
la -Traviata?-
L'avvocatino, si sa, non capisce e non gusta che la musica
dell'avvenire.
Comunque sia, alla sua frase interrogativa nessuno rispose, neppur io
al quale il giovinotto pareva essersi rivolto di preferenza. Non è poi
necessario di rispondere a tutte le interrogazioni.
Però di lì a cinque minuti, uscendo dal salotto con la coscienza
tranquilla d'un debitore che ha pagato una cambiale, il mio pensiero
corse a un tempo lontano lontano quando nello stesso teatro, ove ora,
secondo l'avvocatino Sironi, non andava nessuno, la -Traviata-, caduta
l'anno addietro sulle scene della -Fenice- per cui era stata scritta,
risorgeva splendidamente dalle sue ceneri e attirava ogni sera una
folla entusiasta.
Tra quella folla c'ero anch'io, ragazzo di quindici o sedici anni,
abbonato per la prima volta a uno spettacolo d'opera, e pieno di
fervore religioso pel mio abbonamento. Non so quante rappresentazioni
della -Traviata- si dessero nella stagione; so che a tutte io assistevo
ritto in platea dall'alzarsi al cader del sipario; so che tutte le sere
Violetta godeva, soffriva, moriva sotto a' miei occhi senza ch'io mi
stancassi di vederla godere, soffrire, morire.
E mentre bevevo come un liquore prelibato le facili, soavi melodie
diffuse a larga mano nello spartito, coltivavo, insieme con parecchi
altri abbonati, una passione ideale, purissima per la cantante
giovine e leggiadra che trasfondeva il suo ingegno e l'anima sua nel
personaggio della protagonista. Nè ciò basta. Fosse effetto dell'età
o fosse effetto dell'opera, sentivo nascere in me una disposizione
amorosa, che chiamerei generica, e guardando (senza canocchiale,
perchè non lo possedevo) in giro nei palchi avevo slanci segreti di
tenerezza verso tutte le signore zitelle o maritate che vedevo pendere
intente dal dramma e dalla musica. E m'inebbriavo all'idea della colpa
riscattata dai patimenti, e sognavo per mio conto le lunghe veglie al
letto di qualche bella peccatrice ammalata di tisi.... che però sarebbe
guarita e che io avrei redenta co' miei baci.
In quel tempo appunto avevo il nobile proponimento di redimere una
suonatrice ambulante di chitarra, e, nelle sere che non c'era teatro,
la seguivo ai caffè e alle birrerie. Era grande? Era piccola? Era
bionda? Era bruna?... Ma.... Non me ne ricordo. Mi ricordo che aveva
nome Angelina e che le regalai, -en pure perte,- un fazzoletto di
batista. Se non la redensi, non ho contribuito certo ad allontanarla
dal sentiero della virtù.
Queste cose io ruminavo dopo la mia visita, e vi mescevo i soliti
vani rimpianti del passato. O chi ci ridona le fresche impressioni
dell'adolescenza? le speranze baldanzose, infinite? le ingenuità
adorabili? le birichinate innocenti?
Una curiosità mi prese. Ecco, io dicevo, due parole gettate lì a
caso, sono bastate a risvegliar nel mio spirito cento reminiscenze
sopite. Non potrebbe, per un istante, il vecchio uomo rivivere in parte
tornando sul luogo, riudendo le armonie che lo avevano affascinato,
riassistendo al dramma che lo aveva commosso?
Tuttavia esitavo. Un'altra voce soggiungeva dentro di me: Perchè
apparecchiarsi una delusione? Non si rivede impunemente, dopo un
intervallo di alcuni lustri, ciò che si è molto amato. -- Tentennai
a lungo fra il sì e il no. Alla fine il sì prevalse, e a costo
d'incorrere nella disapprovazione dell'avvocatino Sironi se veniva a
saperlo, mi diressi, un po' tardi, al teatro Rossini. Lo chiamavano di
-San Benedetto,- ai tempi della -mia- famosa -Traviata;- ma l'atrio, la
sala, la scena erano su per giù anche allora quello che sono adesso.
M'accorsi subito che il teatro, pur non essendo riboccante di gente,
era tutt'altro che vuoto; solo ch'io non conoscevo quasi nessuno di
coloro che c'erano. Il mio avvocatino avrebbe certo esclamato storcendo
la bocca aristocratica: -- Non avevo ragione io di affermare che ormai
non si va più alla -Traviata?- Dio, che pubblico!
Come già notai, era tardi. Violetta aveva finito da un pezzo -di
folleggiar di gioia in gioia;- aveva, in seguito alle istanze del
barbaro padre di Alfredo, troncato bruscamente il suo idillio e beveva
a larghi sorsi il suo calice amaro.
Ecco; dopo le -zingarelle- (ahi, quali zingarelle! ce n'era una alta
come un campanile); dopo i -mattadori;- dopo l'infelice Alfredo
tradito dall'amore e dalla intonazione; la povera Violetta, a
braccio del suo tiranno, veniva alla festa mascherata in casa di
Flora. Brillava, la casa, per quella deficienza di mobilio ch'è la
caratteristica dei melodrammi e per quella mancanza di pareti laterali
che rende altrettanto agevole il passaggio di cose e persone quanto
incomprensibili le confidenze segrete e l'emozioni galanti. Appunto
attraverso questi muri squarciati i servi portarono un tavolino, un
tappeto verde, due candele e quattro sedie. E cominciò la scena del
gioco in cui la musica esprime con rara efficacia il sarcasmo doloroso
di Alfredo e l'angoscia di Violetta. -- -Pietà gran Dio, Pietà gran
Dio, di me- -- cantava Violetta con un accento giusto, con una vocina
simpatica; ma lui, disgraziato, aveva perduto la bussola e faceva
d'ogni erba fascio.
Seguì il colloquio rapido, nervoso, fra i due amanti; lo strepitoso
irrompere degli invitati; l'insulto supremo di Alfredo; il deliquio
della donna oltraggiata; la sfida dei rivali; l'apparizione subitanea
del signor Giorgio Germont, non si sa se disceso dal soffitto o emerso
dal pavimento. Indi quel concertato finale di antico stampo, onde i
solisti ed i cori si avanzano tutti in massa e paiono stiparsi contro
il muro e volerlo abbattere con le loro grida.
Convenzione ridicola, non c'è che dire, ma chi bandirà la convenzione
dal teatro sarà bravo.
A ogni modo, l'ultimo atto, specialmente se si consideri che l'opera
fu scritta nel 54, è d'una modernità maravigliosa. Non sfoggio di
-virtuosità,- non lusso di messa in scena; nient'altro che il dramma
umano e casalingo dell'amore, della malattia, della morte.
Fin dalle prime note del soave preludio avevo dimenticato gl'interpreti
per abbandonarmi al fascino della musica. E di mano in mano che la
catastrofe si appressava, l'anima mia, come accordandosi con la musica,
si sentiva avvolgere da una malinconia profonda, ineffabile. E sorgeva
in me una folla tumultuosa d'impressioni, di pensieri, che non erano
però le impressioni, i pensieri ch'ero venuto a cercare. Ero simile
a un viaggiatore che ha sbagliato il treno. Credendo di prendere una
corsa che mi riconducesse verso la mia giovinezza, ne avevo presa una
che mi portava a gran velocità.... dalla parte opposta.... Dio, com'ero
vecchio! Al paragone l'opera era una bambina. Certo le sue grinze le
ha anch'essa, ma non langue ancora la vita che il grande artista le ha
infuso; io, io sono vecchio.
È vero, sino allora non ci avevo badato. Non mi sembrava di aver l'età
di Matusalemme; non avvertivo nessun accasciamento nel mio corpo e nel
mio spirito; non sfuggivo la compagnia delle signore e continuavo a
preferir quelle giovani e leggiadre.... Ma quella sera, ah quella sera
una mano brutale mi strappò la benda dagli occhi.
Io pensavo: -- Quando quell'altra Violetta mi inebbriava del suo canto,
questa che va oggi tossicchiando sul palcoscenico non era nata. Non era
nato questo Alfredo e neppure il padre di lui, dalla parrucca grigia
e dalla barba posticcia. Non eran nate le poco avvenenti -zingarelle-
della festa di Flora, nè i -mattadori,- nè il visconte, nè il barone,
nè il dottore, nè la cameriera, nè, tranne rare eccezioni, i cosidetti
professori d'orchestra. Che se poi mi voltavo dalla parte del pubblico
arrivavo, su per giù, alle identiche conclusioni. Non che mancassero
in teatro persone della mia età o di età superiore alla mia; ma erano
una piccola minoranza. Due terzi almeno degli spettatori appartenevano
alla generazione successiva; erano, nei giorni della mia adolescenza,
un popolo di fantasimi accalcantisi in silenzio nel vestibolo della
vita. Fantasimi quei giovinotti sdraiati sulle poltroncine; fantasimi
quelle ragazze che i babbi non avrebbero accompagnate alla -Signora
delle Camelie- ma accompagnavano alla -Traviata- perchè la musica copre
tutto col suo velo pudico; fantasimi quelle -Traviate- autentiche che
sporgevano il viso imbellettato da un palchetto di terza fila....
Dov'erano coloro che avevano, trentasette o trentott'anni or sono,
palpitato, applaudito con me? Quegli uomini, quelle donne le cui
pupille s'erano inumidite con le mie, i cui cuori avevano battuto
all'unissono col mio cuore? Quanti ne aveva dispersi la fortuna, quanti
ne aveva falciati la morte? E se pure, per caso, uno se ne trovava
quella sera in teatro sentiva forse ciò ch'io sentivo?
Mi pareva d'essere il superstite d'un mondo defunto, mi pareva che
tutti gli occhi dovessero piantarmisi addosso come sull'esemplare
abbastanza ben conservato d'una razza scomparsa.
Per liberarmi da quest'incubo uscii dalla sala prima che l'opera
finisse, e l'aria rigida della notte invernale dissipò le ombre,
ristabilì l'equilibrio del mio spirito. Ero stato punito del mio
tentativo di riafferrare, sia pure per un istante, la gioventù; ma non
ero uno spettro, ero un uomo in carne ed ossa, ero ancora un vivo tra
i vivi, avevo ancora, per poco o per molto, il mio posto, avevo ancora,
piccolo o grande, il mio còmpito.
No, la gioventù non si riafferra; ma c'è qualche parte di noi che
può restar giovine sempre finchè coltiviamo in noi stessi con tenera
sollecitudine la pianta gentile della simpatia, la fiamma purissima
dell'entusiasmo, finchè teniamo alto lo sguardo inseguendo amorosamente
le visioni consolatrici del bello.
E mentre io ricuperavo così il senso della realtà mi si levava dinanzi
la figura austera e luminosa del maestro insigne che da oltre a mezzo
secolo sparge nel mondo le inspirate armonie. Lui non fiaccano gli
anni, non distraggono i rumori della folla, non rode il tarlo della
vanità e dell'invidia; a lui parlano due sole voci nel cuore: l'arte
e la patria. Possa a lungo vibrar nelle sue mani l'arpa potente che
raccolse i gemiti dei salci babilonesi e il murmure delle foreste
d'Etiopia, che prestò le sue note allo strazio di Rigoletto, ai
singhiozzi di Violetta, ai furori di Otello, al cinismo di Falstaff!
IL SIGNOR ANTENORE
I.
S'intese nell'anticamera un suono di passi e un brontolìo di voci; poi
la Barbara, cuoca e donna di governo del cavalier Demetrio Bibbiana
consigliere d'appello in quiescenza, aperse l'uscio e disse: -- C'è il
signor Antenore.
-- Avanti, avanti.... O che bisogno ha di farsi annunziare? -- gridò il
signor Demetrio girandosi sulla seggiola coi movimenti tardi e gravi
che gli erano consentiti dalla sua corpulenza. Era un uomo più vicino
ai sessanta che ai cinquant'anni, rubicondo, sbarbato, con occhietti
piccoli e grigi, con l'aria mansueta d'un buono e pingue gatto soriano
che fa le fusa accanto alla stufa.
L'altro commensale posò sulla tavola un bicchiere non ancora votato del
tutto e si forbì in fretta la bocca col tovagliuolo.
-- Avanti, avanti, -- ripetè il padrone di casa. -- Antenore arriva troppo
tardi per pranzare con noi, ma stapperemo una bottiglia in suo onore.
E fece un segno alla Barbara.
Il signor Antenore entrò. Lungo, magro, allampanato, aveva la cera
giallastra dei temperamenti biliosi, l'espressione sospettosa, malevola
degli nomini a cui la vita fu dura e che non portarono nascendo un
corredo di bontà sufficiente da perdonare la fortuna degli altri.
Indossava una -redingote- nera, lucida pel troppo uso, specie al bavero
e ai gomiti; la cravatta, pur nera, era sfilacciata ed unticcia, e
i polsini che spuntavano fuor delle maniche lasciavano desiderare un
candore più immacolato.
-- Il signor Antenore Santelli.... il commendator Giorgio Fustini; --
disse il consigliere a modo di presentazione. E soggiunse: -- Ma già
dovreste conoscervi.... Compagni di liceo, diamine.
Fustini e Santelli si squadrarono dal capo alle piante senza che si
sprigionasse fra loro la minima corrente di simpatia.
-- Eh, -- notò il commendatore, rivolgendosi al signor Demetrio, -- io ero
stato avvertito da te, e adesso, se frugo nella memoria, qualche cosa
mi sembra di ricordarmi....
Il signor Antenore, toccando appena la mano che Fustini aveva la
degnazione di stendergli, tentennò il capo: -- Io invece non ricordo
niente.
Non era mai d'umore piacevole il signor Antenore; quella sera era più
ispido del consueto. La presenza di un estraneo in casa dell'amico
Bibbiana gli dava ai nervi, tanto più che n'era necessariamente
disturbata la sua solita partita a scacchi.
Il cavaliere, conciliante per sua natura, cercava di smussare gli
angoli. -- Capisco.... Son passati quarant'anni, e in quarant'anni si
ha tempo di dimenticare.... È curioso però come certe scene, certi
incidenti della nostra infanzia ci si riaffaccino da un punto all'altro
alla mente nei loro più minuti particolari.... A me par di veder
Fustini ritto dinanzi alla lavagna il giorno che il povero Mongia,
il professore di matematica, ebbe sulla cattedra il suo primo insulto
apopletico.
Santelli si strinse nelle spalle. -- Non dovevo essere a scuola in quel
giorno.
-- Se ci fosse stato si rammenterebbe, -- affermò il commendatore
Fustini. -- Che scompiglio nella classe!... E fu un'impressione penosa
per tutti, anche per me.... quantunque non potessi a meno di pensare
(si è egoisti da ragazzi) che risparmiavo una ramanzina, perchè, lo
confesso, non sapevo un'acca della lezione.
L'amabile Santelli si picchiò col dito la fronte. -- Aspetti un momento.
Era lei quel piccolino della prima fila che pel resto se la cavava alla
meno peggio ma in matematica non ne azzeccava una?
Con una condiscendenza veramente ammirabile in un personaggio suo pari,
Fustini si mise a ridere. -- Ero io.
-- Anche senza la matematica -- disse il signor Demetrio -- Fustini ha
saputo farsi la sua strada nel mondo.... Consigliere di Cassazione alla
Corte di Torino.... Che carriera!
-- Oh, -- fece il commendatore con affettata modestia. -- Ce ne son
tanti.... E se tu avessi avuto pazienza....
-- No, no.... tu hai la stoffa di primo presidente.... Io m'ero accorto
che non andavo più in là di consigliere d'appello e mi son fatto
liquidare la mia pensione per non aver altri sopraccapi....
-- Già, -- interpose il signor Antenore; -- fuor che quelli di riscuotere
il foglio pagatoriale e di tagliar due volte all'anno i -coupons- della
rendita.... Perchè se tu non avessi le tue brave cartelle di rendita,
con la sola pensione non potresti mica far il signore.
-- Oh Dio, -- replicò il cavaliere quasi scusandosi, -- qualche cosa
la mia famiglia possedeva.... io ho potuto metter da parte qualche
risparmio.... non grandi somme però.... non da far il signore.
-- Quando si nasce con la camicia -- brontolò Santelli che masticava
veleno. E soggiunse con amarezza: -- Se ti fossi trovato ne' miei
panni!...
Sempre pieno d'indulgenza verso l'amico sgarbato, Bibbiana fu pronto ad
assentire. -- Verissimo. Se mi fossi trovato ne' tuoi panni dei risparmi
non ne avrei fatti sicuramente.
-- Mentre voi della borghesia grassa -- ripigliò il signor Antenore con
crescente acrimonia -- andavate a oziare e a divertirvi per quattr'anni
all'Università di dove sareste usciti col vostro diploma, io, dopo
la morte di mio padre, dovevo interrompere il Liceo e accettare un
impiego d'ordine alle Poste, tanto per guadagnarmi da vivere.... chè
se no la mia buona matrigna mi cacciava fuori di casa.... Impiegato
io! col mio carattere indipendente!... Io che non ho mai potuto
soffrire le cartaccie degli uffici e la -morgue- della burocrazia!...
Mi par quasi impossibile d'aver resistito per trentacinque anni a una
vita simile.... sbalestrato da un capo all'altro d'Italia, con dei
superiori pedanti, imbecilli che avrebbero tirato a cimento i Santi
del Paradiso.... Viene il giorno che la corda si strappa, e col mio
ultimo capo uffizio mi son voluto sfogare.... Non gli ho detto la
centesima parte di quello che si meritava; nondimeno egli ha steso
il suo rapporto, e io fui invitato a far valere i miei diritti alla
pensione.... Non era già una pensione di consiglier d'appello la mia;
son centoquarantadue lire al mese e venti centesimi.... E io non ho
campi al sole, e io non ho -coupons- da incassare.
Il commendatore Fustini abbozzò un gesto cortese di condoglianza, tanto
più doveroso in quanto che egli era venuto per realizzare un'eredità.
-- Ma per me, -- proseguì il signor Antenore con un sogghigno sarcastico,
-- per me, vivo meglio adesso.... Non ho nessuno che mi comandi, posso
dir corna del Governo e di questo p.... sistema che fa crac da tutte le
parti come un mobile vecchio.
Bibbiana era avvezzo a queste sfuriate, ma il commendatore se ne
risentì nella sua duplice qualità d'alto funzionario e d'uomo di
principî conservativi.
-- Eh caro signore, -- egli replicò con sussiego, -- si fa presto a
gridare contro il sistema. Vorrei vederli all'opera i riformatori.
-- Qualunque cosa è preferibile a questo regime di capitalisti, di
-travet- e di militari, -- urlò il signor Antenore versandosi un altro
bicchiere di vino.
-- Oh, oh.... il socialismo allora?... Tutti col nostro numero d'ordine,
tutti agli stipendi dello Stato.... Il mondo un'immensa caserma....
-- Ma che caserma, ma che numero d'ordine?... Ognuno dev'esser libero di
far quello che gli pare e piace.
-- E il codice dove lo mette?
-- Il codice è l'alleato dei furfanti di grosso calibro. Lo getto nel
fuoco.
-- Bravo!... È l'anarchia che lei vuole.
-- Paroloni da spaventare i gonzi....
Il pacifico signor Demetrio, che non s'era mai occupato di questioni
sociali e aveva l'abitudine di non interloquire durante le feroci
requisitorie dell'amico, assisteva con inquietudine all'inasprirsi
della discussione e s'arrabbiava in cuor suo con Fustini, il quale
non capiva che il partito più savio era quello di lasciar che Santelli
si quetasse da sè.... Naturalmente, questa non era una cosa da poter
dire al commendatore perchè l'altro sarebbe andato in bestia peggio;
quindi Bibbiana si limitava a insinuare di tratto in tratto qualche
monosillabo inoffensivo per calmare i due contendenti. Se non che,
dalle due parti gli chiudevano la bocca con uno sprezzante: -- -Taci
tu.-
In buon punto la Barbara cacciò la testa fra i battenti dell'uscio e
chiese al padrone: -- Il caffè dove lo prendono?
Il consigliere rispose con un'altra domanda. -- È acceso in salotto?
-- Sissignore.
-- Allora passeremo di là, -- disse Bibbiana parendogli che il mutar di
stanza dovesse dare un altro indirizzo alla conversazione.
Puntellandosi con le mani sulla tavola si alzò in due tempi e ripetè
agli ospiti: -- Passiamo di là, passiamo di là.
II.
Il salotto, benchè vi fossero dei mobili di pregio, era un po' freddo
e triste come di casa ove manchi la signora. Una lampada smerigliata
pendeva dal rosone del soffitto, un moderatore di porcellana posato
sulla mensola del caminetto fra le due finestre rischiarava più
direttamente un tavolino portante una scacchiera coi pezzi già a posto.
La parete di fronte era adorna del ritratto del signor Demetrio, in
mezza figura, a olio, con la croce di cavaliere all'occhiello. Sotto il
ritratto un canapè e dinanzi al canapè una tavola ove la Barbara aveva
deposto il servizio da caffè, il portaliquori e una scatola di sigari
d'Avana.
-- Si sciala oggi, -- borbottò il signor Antenore accettando un
bicchierino di cognac.
-- Tutto improvvisato, -- rispose Bibbiana. -- Ero mille miglia lontano
dal creder che Fustini fosse qui quando me lo son visto comparir
dinanzi verso le 6 che il riso era già nella pentola.... Per fortuna
la Barbara ha questo di buono che non si confonde e ci apparecchiò un
pranzetto tollerabile.
-- Altro che tollerabile! -- esclamò enfaticamente il commendatore. -- Non
si mangia così neppur dal Presidente della nostra Corte.
-- Ti contenti di poco, -- disse il signor Demetrio. E continuò rivolto
a quell'orso di Santelli: -- Se non fosse stato troppo tardi t'avrei
mandato un biglietto per pregarti di tenerci compagnia.
-- Grazie, non sarei venuto, -- rispose il signor Antenore sempre tutto
angoli e punte. -- Io vengo la domenica e basta.
-- È una fissazione come un'altra, -- riprese il consigliere. -- Me ne
appello a Fustini. Siamo soli tutti e due, ma io ho casa piantata
e Santelli deve andare all'osteria. O che male ci sarebbe s'egli si
degnasse di desinare con me.... non dico tutti i giorni.... ma tre o
quattro volte per settimana?... Non ho ragione?
-- Senza dubbio, -- replicò a denti stretti il commendator Fustini. In
fondo egli non capiva come si potesse augurarsi un simile commensale.
-- L'indipendenza, mio caro, -- disse Santelli, -- l'indipendenza non c'è
oro che la paghi.... Del resto, non son qui tutte le sere a giocare a
scacchi?
-- Ah, giocate a scacchi tutte le sere? -- domandò il consigliere di
Cassazione.
-- Sì, è una mia debolezza, -- disse il signor Demetrio. -- Abbiamo un
conto corrente con Santelli.... Facciamo un centinaio di partite al
mese. Egli ne vince novanta....
-- Davvero?
-- A vincer Demetrio non c'è un gran merito, -- osservò il signor
Antenore.
-- Tu conosci il gioco? -- chiese Bibbiana a Fustini.
-- Sì, mi diletto anch'io ogni tanto.... al nostro Circolo.... V'è un
Circolo scacchistico a Torino.
-- Bravo.... dovresti far un paio di partite con Antenore....
-- Volentieri.
Santelli depose un mozzicone di sigaro nel raccattacenere. -- Per me non
ho difficoltà.... E di quanto si gioca?
-- Ma.... di nulla.... Dell'onore.... Agli scacchi per solito.... Che
sistema avete voi altri?
-- Noi giochiamo d'un franco la partita, -- spiegò il signor Demetrio.
-- Ho voluto io.... Trovo che quando c'è una piccola posta si mette più
attenzione.
-- Vada pure pel franco.
Lieto di aver dato a' suoi ospiti un'occupazione che li distoglieva
dalla politica e dalla sociologia, Bibbiana spinse verso il tavolino
da gioco una sedia a bracciuoli e vi si accomodò beatamente. -- Io
assisterò alla giostra.
Il signor Antenore si accostò alla scacchiera, prese un pedone bianco
e un pedone nero, e intrecciate le braccia dietro il dorso li passò da
una mano all'altra, poi presentando i pugni chiusi al suo competitore
disse: -- Scelga.... Chi ha il bianco ha il tratto.... Ha scelto il
nero.... Ho il tratto io.
E attaccò subito. Fustini stava sulle difese cercando il punto debole
dell'avversario. In fatti, di lì a poco guadagnò un pezzo e non tardò
molto a dar scacco matto.
La seconda partita fu più brillante della prima ed ebbe lo stesso esito.
-- Hai difeso male il -gambitto,- -- disse il signor Demetrio a Santelli
che senza profferir parola ma livido di bile guardava il suo re
imprigionato.
-- Ah fammi un po' il piacere, -- gridò Antenore, a cui non pareva vero
di poter prendersela con qualcheduno.... Sei proprio in caso di dar
lezioni, tu, con quella sapienza....
-- E pure, -- ripetè Bibbiana con calma, -- io sostengo che se si difende
quel -gambitto- in un'altra maniera si deve vincere.
-- Vincere, tu? -- esclamò il signor Antenore con l'accento della massima
incredulità.
-- Forse anch'io, -- rispose il consigliere alquanto piccato.
-- Qua la scacchiera.... Vediamo il miracolo.
In un momento Bibbiana e Santelli s'erano scambiati di posto.
Quest'ultimo si consolava delle busse ricevute pensando a quelle che
riceverebbe fra poco il suo dilettissimo Demetrio. Scacco matto in
quindici mosse, in venti al più, -- egli diceva fregandosi le mani.
Pareva diventato l'amicone del commendator Fustini col quale s'era
bisticciato fino a poco innanzi.
-- Lo schiacci quel pretenzioso, lo polverizzi.
-- Allora comincio io e faccio l'apertura di prima, -- disse Fustini a
Bibbiana.
-- Già.
-- La dobbiamo veder bella, la dobbiamo veder bella, -- canterellava il
signor Antenore. Da un pezzo non era stato così ilare.
Fustini gli fece segno di tacere. Era un giocatore serio, meticoloso,
che non voleva esser distratto. E apparteneva anche alla categoria dei
giocatori taciturni; tutt'al più, quando si trovava in qualche impiccio
aveva l'abitudine di borbottare: -- Vengo, vengo, vengo.
E con sua grande maraviglia, adesso, misurandosi con Bibbiana, egli
ebbe replicatamente l'occasione di dover servirsi del suo intercalare.
O com'era possibile che Demetrio si lasciasse battere da Santelli se
non c'era neanche confronto tra i due?
Ma il più stupito era il signor Antenore. Demetrio teneva testa al
commendatore? Demetrio rischiava proprio di vincere?
-- Vengo, vengo, vengo, -- disse un'altra volta Fustini; dopo di che,
sentendosi spacciato, abbandonò la partita.
-- Eh via, che il commendatore deve aver fatto apposta, -- esclamò
Santelli.
Fustini protestò con vivacità. -- Nemmen per sogno.
-- Sarà stato un caso, -- notò modestamente Bibbiana.
Il signor Antenore sogghignò con aria sprezzante. -- Grazie della
concessione. Che cosa vuoi che sia stato?
-- L'ho detto io, mi pare, -- rispose secco secco il consigliere, mentre
rimetteva i pezzi a posto per offrir la rivincita. E intanto gli si
arrossavano gli orecchi, segno infallibile, per chi lo conosceva,
che anche a lui, uomo calmo e flemmatico, cominciava a scappar la
pazienza.... Ah, perchè da cinqu'anni gli piaceva di perder quasi ogni
sera giocando con Antenore, doveva esser condannato a perder sempre,
a perder con tutti quanti?... Nossignori, questa legge egli non era
disposto a subirla e Santelli aveva avuto un gran torto a provocarlo
co' suoi sarcasmi.
-- Tocca a te, -- disse Fustini.
-- Son qua.
Cauti, guardinghi, i due campioni pesavano ogni mossa, risoluti a non
darsi quartiere. Pur volendo far l'indifferente, Fustini era rimasto
mortificato della sconfitta e anelava di ripararvi; Bibbiana, dal
canto suo, trovandosi a fronte un competitore degno di lui, sentiva
ridestarsi la sua vecchia passione pegli scacchi e ci teneva a mostrar
la sua valentìa. Nella stanza regnava un gran silenzio; solo di tratto
in tratto un pezzo preso dall'uno o dall'altro dei giocatori andava a
cader con un suono legnoso nella scatola che raccoglieva le vittime
della battaglia. Smessi i suoi commenti beffardi, con gli occhi
inchiodati sulla scacchiera, con le labbra serrate come di chi reprime
a forza un gemito o una imprecazione, il signor Antenore seguiva le
vicende dell'accanito duello. Non c'era dubbio, anche la seconda prova
sarebbe riuscita favorevole a Bibbiana. Egli era indiscutibilmente
superiore all'avversario, era più audace negli attacchi, più pronto
nelle difese, più accorto nelle insidie. Ma donde gli era capitata
questa scienza? O, piuttosto, perchè, in cinqu'anni, non l'aveva
sfoggiata con lui, con Antenore? E mentre Santelli rivolgeva fra sè
questi pensieri, la verità si faceva strada nel suo animo, lo riempiva
di livore e di fiele.
-- Vengo, vengo, vengo, -- masticò fra i denti il commendator Fustini.
E soggiunse dopo una breve pausa: -- Non c'è rimedio; ho il matto
alla terza mossa. -- Si alzò da sedere e stendendo cavallerescamente
la mano al vincitore disse: -- Ti faccio le mie congratulazioni. Non
sfigureresti in un torneo.
-- Hai voglia di ridere, -- rispose il signor Demetrio. -- Avevo una buona
serata, ecco tutto....
In quella gli apparve la fisonomia stravolta di Antenore Santelli,
e imporporandosi in viso come un fanciullo colto in fallo balbettò:
-- Ogni tanto ho di questi lucidi intervalli.... È un fenomeno....
Ordinariamente gioco malissimo.... Anche adesso, se continuassimo....
-- No, no, son già le undici e mezzo e se tardo un poco rischio di
trovar chiuso il portone dell'albergo.... A proposito, ti devo due
lire....
-- E io ne devo due a Lei, -- disse il signor Antenore tirando fuori
sgarbatamente un borsellino unto e bisunto.
-- Ebbene, -- rispose Fustini; -- le paghi per conto mio all'amico
Demetrio.... Così saremo pari e patta.
-- Ma sì, ma sì.... non c'è fretta, -- protestò il cavaliere dopo aver
sonato il campanello per chiamar la Barbara. -- E poi se torni domani
sera è sicuro che me le riguadagni quelle due lire.... Pranzi con me
anche domani, non è vero?
-- Non so.... Avrei un mezzo impegno.
-- Mettiti in libertà.
-- Grazie.... Vedremo.... Ti manderò un biglietto entro la giornata....
-- Guai per te s'è un rifiuto.... E Antenore, per una volta tanto,
farà uno strappo ai suoi principî, -- continuò Bibbiana. -- Ci terrà
compagnia.
-- Impossibile, -- dichiarò in tuono reciso l'uomo selvatico.
-- Eh via....
-- Speriamo che si persuaderà, -- disse, sorridendo, il commendatore,
mentre si faceva aiutar dalla Barbara a infilarsi il soprabito. -- Buona
notte dunque, Demetrio.... E grazie di nuovo della tua ospitalità....
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