Il Poeta posò sulla spalla di lei la mano diafana e bianca, e, con quella sua voce che scolpiva il pensiero, rispose: -- Tutte le cose che amai nella mia giovinezza, io le amo, o Risorta; le amo d'un amore più alto, più raffinato, più puro.... -- Anche la donna? -- Anche la donna. -- Anche quella che fu la tua sposa? -- Anche lei. -- E in tal caso, perchè non mi vuoi? -- Non oggi, -- egli ripetè. -- Più tardi. -- Quando? -- Non so.... Forse tra poco. Egli riprese il suo cammino, ella non osò trattenerlo. IV. Egli riprese il suo cammino e cercò pace lontano dagli uomini. Ma anche nel suo romitaggio lo seguiva la tristezza delle cose vedute, lo tormentavano i foschi presagi dell'avvenire. Fino a quando sarebb'egli potuto rimanere lassù? Già le falde del colle erano coperte dai tuguri degli operai lavoranti in una vicina miniera; e simile a un mostro che spinge innanzi i suoi tentacoli, il villaggio saliva, saliva su per la china, abbattendo gli alberi per farne legna, usurpando il verde dei prati. Nei silenzi della notte il Poeta, tendendo l'orecchio, udiva un romore sordo e confuso, come di voci sommesse, come di passi striscianti; e, aguzzando gli occhi, mirava verso la valle una fila di piccoli punti luminosi moventisi con la gravità sinistra di un corteo funebre. Erano le squadre dei minatori che s'avviavano, con le loro lanterne accese, a dare il cambio ai compagni. Per dodici ore sarebbero scomparsi nella muta voragine; insaccati in luride vesti, si sarebbero trascinati carponi nelle gallerie basse, umide, anguste, avrebbero respirato vapori mefitici, avrebbero col martello e il piccone aperto nel seno della terra nuove insanabili ferite, ahi, ben diverse da quelle che v'apre alla superficie l'aratro, e che le rugiade aspergono e il sole rimargina. Una infinita pietà vinceva il cuor del Poeta al pensiero dei miseri condannati a sì aspre torture; lo vinceva un vano desiderio di soccorrerli e consolarli. Ma i petti di quegli infelici erano chiusi alla simpatia; perfino i fanciulli parevano aver succhiato l'odio col latte. Chiamati non rispondevano, accarezzati fuggivano. Non c'era un lampo di tenerezza nei loro sguardi, non canti, non sorrisi sulle loro labbra. E il Poeta rievocava i bambini -de' suoi tempi,- dei tempi -in cui si moriva.- Li rivedeva con la fantasia, vispi e giocondi tra le farfalle ed i fiori; fiori viventi anch'essi e farfalle; sentiva le loro voci argentine, le loro risate squillanti, sentiva il tepore umido dei loro baci.... Se ne ricordava anche di morti, con la bionda testina sprofondata tra i pallidi giacinti che le madri avevan reciso per loro, con le bianche manine intrecciate, con un'espressione sì calma e serena da dar l'illusione del sonno. Beati, beati quei morti in confronto dei vivi, che, lividi spettri, gli si aggiravano intorno! Allora egli comprendeva qual dono funesto avessero i Numi fatto all'Isola sua sottraendone gli abitanti alla legge universale della morte. Allora egli meditava sull'inanità del suo genio che non l'aveva reso più veggente dei suoi compaesani, che anzi gli aveva suggerita l'amara ironia di ribattezzar l'Isola col nome di -fortunata.- Come le condizioni andassero sempre aggravandosene glielo dicevano gli amici venienti di tratto in tratto a lui per consiglio. Dopo la salutare resipiscenza dovuta alla sua parola eloquente si erano inaspriti di nuovo i livori, eran tornati a galla gli efferati propositi. Ispidi tribuni correvano le piazze rinfocolando l'ire appena sopite. -- Stolti -- essi urlavano -- che vi siete lasciati abbindolare dalle frasi altosonanti d'un retore! Non vedete un pericolo in ogni giorno, in ogni ora che passa così? Non vedete crescere a mano a mano questa schiera di gente che poco o nulla produce e si fa nutrire da noi? Non capite che, se tardate a schiacciarla, essa vi schiaccierà col solo suo peso? Rompete gl'indugi, compite l'opera risanatrice prima che sia troppo tardi, nè badate a coloro i quali, per intimidirvi, vi pronosticano che subirete domani la condanna che oggi infliggete agli altri. Sfollando l'Isola, rendendovi tollerabile la vita, voi vi assicurate molti anni di tranquillità, permettete lo studio, agevolate forse la soluzione pacifica dei problemi affannosi che ci tormentano. Questi discorsi riferivano gli amici al Poeta, e ne pigliavano argomento per sollecitare il suo appoggio ai segreti loro disegni. Non avevano essi, per confessione degli stessi avversari, la forza del numero? Le loro file non erano ingrossate tacitamente da tutti quelli che leggi inique spogliavano degli averi, dell'autorità, degli uffici, non per provata inettitudine, ma per dare il posto agli ultimi arrivati? Fine dunque alle paure codarde; nessuna provocazione per ora, nessun dispregio superbo di quel grande alleato ch'era il tempo; ma l'atteggiamento virile, ma la preparazione tenace di chi è risoluto a difendersi. Voleva il Poeta, nel dì della lotta, essere il duce de' suoi? -- La lotta ch'io potevo combattere -- egli rispose -- la ho combattuta; la combatterei ancora se mi restasse la benchè minima speranza di vincere; ma non accadrà mai ch'io partecipi a una guerra civile. Come non sentite che il trionfo sarebbe assai più doloroso della disfatta? Sarà atto sacrilego lo strappare i vecchi dalla terra che li vide nascere; ma se noi riuscissimo a cacciar dall'Isola i giovani, pensate?... Un cimitero sarebbe men triste. -- Sicchè tu rifiuti? -- Rifiuto. -- E speri clemenza dagli avversari comuni? -- Nè la spero, nè l'accetterei.... Il vostro destino sarà il mio, ecco quello ch'io posso promettervi. Pronunciate tali parole con l'accento di chi ha preso una decisione incrollabile, il Poeta licenziò i suoi belligeri amici che s'allontanarono commiserandolo. “È un ideologo impenitente. Lasciamolo sognare„. Più solo, più abbandonato che mai egli rimase sulla sua rupe. Talvolta egli chiedeva a sè medesimo perchè si ostinasse a vivere, perchè non seguisse l'esempio di altri coetanei suoi ch'erano spariti in silenzio. O forse la sua anima vibrava sempre all'unissono con l'anima delle cose e non sapeva rinunciare alle visioni incantatrici del bello, e trovava in esse un compenso a tutti i disinganni, a tutti i dolori? O, memore dell'ultime parole scambiate con Risorta, sperava ch'ella tornasse a cercarlo? Frattanto gli avvenimenti precipitavano, e un seguito di cattivi raccolti dava il tracollo alla bilancia. Stanchi di sofferenze che la morte non veniva a troncare, gli abitanti dell'Isola si sollevarono in preda a un cieco furore, a una cieca smania di distruzione. In ogni uomo si svegliava la belva. Nelle menti annebbiate, nei cuori induriti sornuotava un'unica idea: che si era in troppi, che, a qualunque costo, bisognava far largo intorno a sè. Era come in una folla minacciata d'asfissia quando ciascuno urta, spinge, calpesta, schiaccia, stritola senza misericordia il vicino. E come nella folla si smarrisce il lume della ragione e par si cerchi il modo di render la catastrofe più irreparabile, così succedeva a quei disgraziati isolani. Si devastavano i campi già scarsi di messi, si saccheggiavano i fondaci, si atterravano gli opifici. Non si lavorava, non si produceva. Al regime patriarcale d'un tempo era successa una selvaggia anarchia. Spezzati i vincoli della disciplina, infranti i legami del sangue, muta la voce dell'affetto, spenta la dolcezza delle memorie. Orde selvaggie si scagliavano l'une sull'altre; le più forti mettevano in catene le più deboli; le trascinavano a bordo di barche preparate a riceverle, le spedivano sotto buona custodia in qualche isola deserta, su qualche scoglio perduto nel mare. Dalla spiaggia, una turba briaca salutava con urli di gioia la partenza dei lugubri navigli; li seguiva cogli occhi nel loro cammino, li vedeva dileguarsi nell'orizzonte. Entro tre o quattro giorni i navigli tornavano sbarazzati del loro carico doloroso, riportando solo i feroci aguzzini, cinicamente narranti le proprie gesta. Più tragica di tutte, una storia correva di bocca in bocca, aveva la virtù di far fremere e rabbrividire chi l'ascoltava. In una notte buia, a poca distanza dal lido, entro la zona ove non allignava la morte, i prigionieri s'eran ribellati, avevano tentato soverchiare i guardiani. Ma, domata senza difficoltà la sommossa, i riottosi erano stati gettati spietatamente nel mare, e tratti al fondo dal peso della palla di piombo che si trascinavano dietro. Una strana agitazione del mare nel punto ov'essi erano sommersi, un continuo formarsi e sciogliersi di bolle nei momenti in cui l'acqua d'intorno era più quieta lasciava supporre che l'abisso li tenesse ancor vivi, vivi chi sa fino a quando, dannati chi sa a che atroce martirio.... Nessuna barca osava passare di là; quel punto si mostrava a dito di lontano come il -punto maledetto-. Il Poeta ebbe piuttosto il presentimento che la notizia dei nuovi orrori che funestavano la sua Isola, e già lo rimordeva il pensiero di non esser co' suoi fratelli in quei supremi frangenti. Ma una notte egli vide tal cosa che troncò le sue esitazioni. Gonfia come una tumida vela, una gran nuvola rossa copriva il cielo dalla parte ove sorgeva la città, e ora prendeva una tinta più viva, più intensa, quasi vi affluisse un'ondata di sangue, ora, scolorandosi a un tratto, si costellava di faville innumerevoli che s'intrecciavano e ricadevano a guisa dei mille getti d'un'enorme fontana luminosa. Non era un'aurora boreale; non era alcun altro fenomeno della natura; era la città che bruciava, forse per mano dei propri figli. A tanto strazio il destino serbava l'-Isola fortunata-! Per l'ultima volta (egli sapeva bene ch'era per l'ultima volta) il Poeta disse addio alla capanna ch'era stata la muta confidente delle sue pene, e s'avviò a bassa fronte dove lo chiamava quella luce sinistra. Ma non aveva fatto cento passi che, alla svolta d'un sentiero, gli si levò incontro un'ombra tutta bianca. -- Arresta. Ove vai? Egli trasalì. -- Ancora tu, Risorta? -- Io stessa.... Oggi non puoi, non devi respingermi. -- Ma che cosa desideri? -- Fuggire, fuggire insieme.... La città è in fiamme.... L'Isola è tutta quanta una bolgia infernale. -- Ebbene, Risorta, salvati tu.... Nasconditi nella mia capanna fin che il turbine infuria.... Io sono un uomo.... io non ho il diritto di abbandonare oggi quelli che mi furono cari, quelli che in altri tempi credettero in me.... Lascia ch'io mi mescoli a loro, ch'io tenti ridurli a più miti consigli. -- Fanciullo!... Ma tu non sai, tu non immagini!... E con le pupille dilatate dal terrore, Risorta narrò al suo Poeta le scene ond'era stata testimone, gli dipinse l'abbrutimento della popolazione, gli tolse ogni speranza di farsi ascoltare, di farsi intendere da quella massa confusa che non aveva nulla di umano.... Vistolo turbato dalle sue parole, ella ripetè, fissandogli in volto i grandi occhi affascinatori: -- Fuggiamo, fuggiamo! Egli atteggiò le labbra a un amaro sorriso. -- Tu vuoi vivere, tu vuoi amare, e cerchi me per compagno! -- Voglio morire! -- ella proruppe con enfasi. -- E per questo ti cerco!... Sono stanca, o mio Poeta, ho vuotato sino alla feccia il calice dell'amore, e una sola dolcezza me n'è rimasta, la memoria degli anni trascorsi al tuo fianco. Si coperse il viso con le mani e borbottò fra i denti: -- Dopo non ebbi che miserie e vergogne. Una folata d'aria calda li involse, la nuvola rossa s'allargava sul loro capo. -- Fuggiamo, fuggiamo! -- insistè affannosamente Risorta. E disse com'ell'avesse tutto approntato per questa fuga, come un leggero canotto li attendesse in un'insenatura della spiaggia, come in quel canotto sarebbero montati loro due soli, e sarebbero andati lontano lontano, di là dalla -linea- fatale. -- Vieni dunque.... vieni!... Di là c'è la liberazione, c'è la morte.... Di qua c'è l'inferno, c'è la follìa. Egli non si oppose più; la seguì. Lasciarono da parte il villaggio, disertato da' suoi abitanti; la miniera, muta come una tomba; scesero nella valle, salirono un altro monte che si calava quasi a piombo sul mare. Risorta disse: -- Laggiù in fondo è la nostra barca! -- E come arriveremo laggiù? -- chiese il Poeta. -- Fidati di me. Ti reggerò nei passi difficili.... Avevi il piede così sicuro una volta. -- Oh, una volta! -- egli sospirò. -- Triste privilegio ci han concesso gli Dei, -- soggiunse Risorta. -- Non la vita soltanto; la giovinezza bisognava rendere eterna. -- No, -- egli rispose. -- Nemmeno l'eternità della giovinezza ci avrebbe dato la forza di tollerare l'eternità della vita. Ella tacque, studiando con l'occhio la via da tenere. -- Di qua, -- ella disse finalmente. -- Dammi la mano. Senz'aprir bocca, illuminati dal bagliore purpureo del cielo, si avventurarono per la china precipitosa. Quando furono al basso spuntava già l'alba. La barca era nascosta fra un gruppo d'arbusti che bagnavano i rami nell'acqua. Risorta vi entrò con un salto e aiutò il Poeta ad entrarvi. -- Siedi al timone. Io prenderò i remi. Ella puntò uno dei remi sul fondo e si spinse al largo. -- Il mare si ritira. Non abbiamo che da seguir la corrente. -- Come sei agile sempre e robusta! -- notò il Poeta con accento d'invidia. -- Ti lagni che la giovinezza finisca; vedi che per te essa non è ancora finita. -- Oh, s'è finita! -- ribattè energicamente Risorta. Dalla spiaggia veniva un acre odore d'arsiccio, veniva, or più or meno intenso, un rumore confuso, simile al rombo di temporale lontano. Dietro il fumo che strisciava greve sull'acqua, i contorni dell'Isola si discernevano appena; nel biancheggiar dell'aurora che faceva impallidire le fiamme l'incendio aveva perduto la sua imponente grandiosità; tutto quanto assumeva il color della cenere. -- Voga, voga -- supplicava il Poeta, anelante alla luce. Seduta di fronte a lui ella vogava nè frettolosa troppo nè lenta, con vece alterna protendendo innanzi il busto e arrovesciandolo indietro nel ritmico abbassarsi ed alzarsi dei remi; libera nell'ampia, candidissima tunica, la bella persona s'atteggiava a suprema armonia; nella sana fatica i vivi occhi brinavano, le guancie si tingevano d'un roseo incarnato. Ed ecco il sole disperder la nebbia ed il fumo; ecco apparir nitido il cielo e limpido il mare. E sul mare erravano altre barche, cariche d'altri fuggiaschi, dibattentisi, urlanti, gesticolanti a guisa di forsennati. Ma un'idea sembrava esser ben chiara, ben ferma nelle menti ottenebrate e sconvolte; quella di resistere alla corrente che li avrebbe portati più in là di dove volevano andare. Una unica barca non resisteva; svelta, rapida, diritta, essa guizzava sull'onde come uno strale che sa la sua meta. Poichè quell'unica barca non ebbe intorno a sè e sopra di sè che il mare ed il cielo, e l'Isola non fu che una nuvola grigia sull'orizzonte, il Poeta disse: -- Fermati, Risorta. Sento che basta. Avvicinati. Ho freddo. Ella ritirò dall'acqua i remi stillanti e si accostò a lui che l'aveva chiamata. -- Come sei gelato, come sei pallido! -- ella esclamò prendendogli le mani. -- Le mie pupille si velano, il sole si offusca ai miei sguardi. Ma te vedo ancora, o Risorta.... Più presso, più presso. Ora ella gli si era inginocchiata ai piedi, ed egli ravvolgeva le ceree dita sottili nei biondi capelli di lei. -- Sei pur bella. Risorta. Ella scosse la testa, e i biondi capelli si sciolsero, ricaddero in massa giù per le spalle. -- Ricordi? Tutto egli ricordava: gli anni dell'attesa, gli anni dell'amore, gli anni dell'abbandono; ricordava le grazie ineffabili della bambina, le seduzioni irresistibili della donna, le carezze inebbrianti, le parole soavi; e poi.... e poi l'addio secco e crudele.... Ma ell'era tornata, e questo pensiero toglieva ogni acerbità alla memoria dell'abbandono e del tradimento. -- Il primo giorno che ti ho vista, -- sussurrò il Poeta come in un soffio, -- era un giorno di gioia e ho cantato la vita; oggi vorrei cantare la morte, la morte buona e pietosa.... È dolce morire così. Ancora una volta i suoi polmoni aspirarono l'aria salubre, ancora una volta i suoi occhi cercarono fermar le immagini fuggitive; indi la testa gli ripiombò inerte sul petto. -- Poeta mio! -- gridò Risorta gettandoglisi addosso e avvincendolo delle sue braccia. Nei movimenti incomposti il leggero canotto piegò tutto da un lato; i due corpi stretti insieme precipitarono nel mare e disparvero. EPILOGO I. Il professore Corrado Bertalia, senatore del Regno, celebre per la sua opera -Il Comune italiano e l'Ansa germanica-, stava dando l'ultima pulitura al discorso, in francese, ch'egli doveva tener fra pochi giorni al Congresso storico internazionale di Stoccolma, quale delegato d'una delle nostre maggiori Università. Una delle finestre dello studio, volta a levante, aveva le persiane abbassate; l'altra, che si apriva a settentrione, era spalancata, e lasciava entrar nella stanza la fulgida luce della bella giornata di giugno. Da un giardino sottoposto salivano fragranze di fiori e canti d'uccelli; di là dal giardino che, pur non appartenendo alla casa, lo cingeva per due lati, veniva, smorzato alquanto, il rumore della strada percorsa da carrozze e da carri. Un vispo fanciullo di circa dieci anni irruppe nello studio senza cerimonie. -- Buon giorno, babbo.. Il professore alzò il viso dalle sue carte, si tolse dagli occhi le lenti e con un sorriso incoraggiante chiamò a sè il figliuolo e gli stampò due baci sulle gote. -- Oh, Gino. Vai a scuola? Non è più presto del solito? -- Sì, ma aspetto la mamma che si metteva il cappello. -- Esce la mamma? -- Deve far qualche spesa. Gino, secondo il solito, cominciò a toccare i libri sparsi sulla tavola e a guardar curiosamente i frontispizi. -- Quieto, bimbo, quieto. -- Sai, papà, voglio che tu mi porti da Stoccolma una bell'opera illustrata. -- Ma! -- rispose il senatore. -- Vedremo quel che ci sarà.... Perchè se non ci fossero che opere svedesi.... Lo capisci tu lo svedese? Il fanciullo si mise a ridere. -- Io no.... E tu? -- Io? Pochino, pochino. -- Oh, -- ripigliò con aria d'importanza lo studente di prima ginnasiale, -- se fosse il francese!... Me lo insegna così bene la mamma.... E anche il latino intendo.... -- Diamine! -- esclamò il padre. -- -Rosa, rosæ-. -- Nossignore, -- protestò Gino offeso nel suo amor proprio. -- Traduco Cornelio Nipote. -- Nientemeno?... E dimmi, -- soggiunse Bertalia in tuono carezzevole, -- saremo poi esonerati dagli esami? -- Non c'è dubbio. Ho le medie di tutti i bimestri superiori all'otto. -- Bravo il mio bimbo! -- disse il professore accostando la sua guancia a quella del ragazzo. A veder quelle due teste che si toccavano s'era colpiti dalla rassomiglianza ch'esisteva fra loro. Avevano tutti e due, padre e figliuolo, fronte spaziosa, occhi bruni, incavati, profondi, naso aquilino, tinta olivastra, bocca un po' grande, mento largo e massiccio. Persino i capelli si rassomigliavano, benchè quelli di Corrado Bertalia fossero radi e bianchi e quelli di Gino folti e castani; si somigliavano nella lucentezza metallica, nella piega leggermente ondulata. Certo a pochi genitori accade di stampar nella prole una così vigorosa impronta della loro paternità com'era accaduto al professore Bertalia con quell'unico rampollo, natogli quand'egli scendeva già la parabola della vita. L'uscio si aperse e una donna comparve sulla soglia. Indossava una -toilette- da mattina, semplice ed elegante, abito di mussola bianca punteggiato di rosso, cappello di paglia di Firenze guarnito di rose e mughetti; teneva in mano un piccolo ombrellino di seta celeste chiara con frangie e pizzi. Le larghe maniche lasciavano veder il polso sottile e il principio del braccio nudo, d'un candore latteo; la bionda capigliatura opulenta era raccolta in treccie dietro la nuca; solo qualche ricciolo indocile ombreggiava la fronte. Sotto il lungo arco delle sopracciglia splendevano due pupille azzurre ora spiranti un'infinita dolcezza, ora solcate da lampi d'orgoglio e da fremiti di rivolta. Alta, snella, flessuosa, quella donna era veramente un fiore di giovinezza e di leggiadria; si stentava già a persuadersi (poich'ella non mostrava i suoi trent'anni) che fosse madre di Gino; tanto più difficile era crederla moglie d'un uomo che rasentava i sessanta. -- Buon giorno, Corrado, -- ella disse avanzandosi di alcuni passi. Come avveniva sempre quando sua moglie gli si presentava in un abbigliamento troppo giovanile, una nube velò per un istante la fisonomia severa ma aperta del senatore; pure egli non fece alcuna osservazione e ricambiò il saluto con l'usata cordialità. -- Buon giorno, Lucilla. Sei mattiniera, oggi. -- Vado dalla mia sarta. Voglio che cambi una guarnizione al mio vestito di stasera. -- Il gran da fare che danno le -toilettes- a voialtre donne! -- Le -toilettes- hanno un'importanza che gli uomini non capiscono.... Per noi sono il campo ove si esercita il nostro gusto artistico. -- Oh, non discuto. Credo però che alla festa di stasera non ci sarà lusso. -- Perchè? -- Perchè la stagione non è propizia alle feste e molte signore sono in campagna. -- Vedrai che ne mancheranno pochissime.... Alcune ritornano apposta.... non foss'altro che per la curiosità di conoscere questa sposina americana che il contino Filiberti porta in famiglia. -- Per me ci rinunzierei volentieri. -- Anch'io. Ma come si fa?... I Filiberti sono stati sempre tanto cortesi con noi. -- Sì, sì.... Ormai sono rassegnato. -- E persisti a voler partire domattina alle dieci e mezza? -- È necessario. -- Avrai ben poco tempo da dormire. -- A me basta poco.... Per le quattro saremo a casa; e cinqu'ore buone di letto le avrò. -- Mamma, -- disse Gino, -- se non ti spicci.... -- Andate, andate, figliuoli, -- soggiunse Bertalia, -- e che il Signore vi accompagni. In quella si picchiò all'uscio. Era la cameriera che portava su un vassoio la posta della mattina. -- Nulla per me? -- chiese la signora, mentre la cameriera consegnava lettere e giornali al padrone. -- Nulla. -- Arrivederci, dunque.... Eccomi, Gino. -- Un momento, -- gridò Bertalia. -- C è una partecipazione mortuaria diretta -al Senatore Prof. Corrado Bertalia e consorte....- Di chi sarà? Il silenzio che seguì a queste parole fece balzar d'inquietudine il cuore di Lucilla. -- Ebbene? -- ella domandò avvicinandosi vivamente a suo marito e guardando il foglio listato di nero ch'egli teneva aperto fra le mani. Il foglio non conteneva che poche righe: -La madre Caterina Frangipane vedova Bagnasco annunzia con l'animo straziato la morte, ieri avvenuta, del suo unico figlio- RICCARDO CAPITANO D'ARTIGLIERIA. -Napoli, 10 giugno 189....- -I funerali-, ecc., ecc. Gli occhi dei due coniugi s'incontrarono. -- Quel Bagnasco che veniva da noi si chiamava Riccardo? -- chiese Bertalia con voce sorda. Lucilla chinò la testa in segno affermativo e disse in un soffio: -- Povero giovine! Povera madre! -- È quello che mi regalava...? -- principiò Gino. Ma un cenno di suo padre lo fece tacere. -- Era adesso di guarnigione a Napoli? -- continuò il professore. -- Sì.... Credo almeno, -- ella balbettò sotto la tortura di quell'interrogatorio. -- Gino fa tardi, -- notò Corrado Bertalia senza staccar gli occhi da sua moglie. -- Del resto potrebbe andar solo questa mattina come sempre. -- No, no, lo accompagno io, -- replicò Lucilla impaziente d'esser fuori dal cospetto di suo marito. Abbassò il velo sulla faccia bianca d'un pallore mortale, raccolse tutte le sue forze ed uscì. II. E di nuovo il professore era solo nel suo studio. Ma i suoi occhi non correvano più sulle pagine del suo manoscritto; erano fissi, immobili, come assorti in una dolorosa visione interiore. Perchè aveva sposato Lucilla? Come mai nell'età in cui l'uomo deve credersi al sicuro dalle tempeste, s'era innamorato pazzamente d'una fanciulla che poteva esser sua figlia? Certo ch'egli le sue scuse le aveva. E non soltanto le scuse banali dell'amore ch'è cieco, della ragione ch'è disarmata dinanzi alla bellezza e alla grazia; ma scuse d'un ordine più elevato, di quelle che permettono di prendere in iscambio i nostri capricci e le nostre passioni per sentimenti generosi e magnanimi. Lucilla, egli l'aveva conosciuta da bambina in su; se l'era vista crescere sotto gli occhi, buona, avvenente, giudiziosa, e quando la morte prematura dei genitori l'aveva lasciata povera e sola, egli aveva creduto di poter offrirle, in cambio del tesoro de' suoi vent'anni ch'ella gli portava in dono, una posizione quasi signorile, un nome già illustre, un affetto profondo e tenace. E con che riconoscenza ell'aveva accettato l'offerta! E che moglie adorabile ell'era stata nel primo periodo del suo matrimonio! E che madre sollecita del piccolo Gino! E come aveva saputo conciliare questi suoi uffici di madre e di moglie coi doveri della società ov'ell'era festeggiata, acclamata, e ove l'attraeva il desiderio legittimo di brillare fra mille!... Tempi felici! La corteggiavano, sì; (poteva forse essere altrimenti?) ma ella, ingenuamente lieta degli omaggi che le si rendevano, aveva un'arte sopraffina per tener nei giusti limiti i suoi adoratori; frenava gli arditi col suo contegno decoroso e un po' altero, sconcertava i timidi con la sua tranquilla ironia. Bertalia aveva per lei la compiacenza che i mariti vecchi devono avere per le spose giovani se vogliono conservarsene l'affetto; mostrava un'assoluta fiducia nella sua saviezza e nella sua rettitudine, si asteneva da ogni sindacato importuno sulle visite che faceva e che riceveva, l'accompagnava senza mormorare alle veglie e ai teatri, benchè queste lunghe serate fuori di casa contraddicessero alle sue vecchie abitudini di studioso. L'affidar sua moglie alla cura di amici comuni, come facevano altri mariti anche meno maturi, anche meno occupati di lui, non gli pareva conveniente, e non pareva conveniente nemmeno a Lucilla. Fu appunto ad un ballo, fu dai conti Filiberti che i Bertalia ebbero la presentazione di Riccardo Bagnasco. Aveva trent'anni, era stato appena promosso capitano, ed era un ufficiale colto, intelligente, modesto, laborioso, onde il professore, maravigliato di trovarlo tanto dissimile dai soliti damerini, con o senza uniforme, lo prese subito in simpatia. Entrato così in grazia di tutti e due i conjugi, il capitano fu ammesso nell'intimità della famiglia e non tardò a conquistarsi il cuore di Gino, ch'egli regalava di chicche e di giocattoli, e a cui raccontava cento storielle piacevoli. Fatto si è che l'assiduità di Bagnasco intorno alla Bertalia diede presto nell'occhio e alimentò le chiacchiere degli sfaccendati. Per un pezzo il senatore o non se ne accorse, o non vi badò; poi, messo sull'avviso, suggerì amichevolmente a sua moglie di stare in guardia. Non ch'egli dubitasse, ma non voleva che dubitassero gli altri e che si malignasse sul loro conto. Ella rispose, un po' seccamente, che i modi del capitano erano correttissimi, che non vedeva una ragione al mondo per trattarlo con minor dimestichezza dell'usato, ch'ell'era sicura di sè, ch'era impossibile chiuder la bocca ai cattivi e ai balordi, e che si meravigliava come un uomo del valore di suo marito raccogliesse sì perfide insinuazioni. Pel momento la cosa non ebbe seguito, ma di lì ad alcuni mesi il professore ricevette una lettera anonima che aggravava le accuse. Egli portò a Lucilla la lettera vile e la bruciò al suo cospetto, dicendo che sdegnava servirsi delle indicazioni contenute in essa; ma che non si sarebbe più addormentato in una cieca fiducia, e che se avesse scoperto di esser ingannato si sarebbe presa una sola vendetta; quella di dar lo sfratto alla moglie colpevole e di separarla dal figliuolo che non poteva avere per educatrice una donna dimentica de' suoi doveri. La minaccia che colpiva Lucilla nel suo punto più vulnerabile, la tenerezza materna, fiaccò la sua nativa alterigia e rattenne in tempo le parole acerbe che le salivano al labbro e di cui non era agevole misurare le conseguenze. Mordendo il freno, ella si limitò a protestare contro i sospetti ingiuriosi di suo marito e contro il sistema inquisitorio che si voleva introdurre in casa. Comunque sia, le visite del capitano Bagnasco si diradarono e non andò molto ch'egli fu destinato a una nuova residenza. Bertalia applicò in quell'occasione il noto adagio: -a nemico che fugge ponti d'oro-, e accolse urbanamente l'ufficiale venuto a prender congedo. Ed ora eran trascorsi cinqu'anni e il tempo aveva ristabilito l'accordo, almeno apparente, fra i conjugi. Ma nel cuore di Bertalia l'antica ferita non era così ben rimarginata da non farsi sentire di tratto in tratto, e lo riassaliva a intervalli un bisogno tormentoso di rivangare il passato, di mutar in certezza, dolce o amara che fosse, la sorda inquietudine che lo logorava. E più volte aveva pensato al modo di approfondire le sue ricerche, sia provocando Lucilla, sia sorprendendola in un istante di debolezza, sia invigilando sulle lettere ch'ella scriveva e che riceveva, perchè talora gli sorgeva anche il dubbio che vi fosse una corrispondenza epistolare tra lei e Riccardo Bagnasco. Per fortuna, molte ragioni, le une più, le altre meno onorevoli, lo avevano arrestato sulla china pericolosa. Erano le occupazioni scientifiche, era l'orgoglio d'una natura leale ripugnante dai sotterfugi, era il timore di saper troppo e lo sgomento del poi, era in fine la coscienza dell'errore grave, irrimediabile da lui commesso il giorno in cui s'era lasciato vincere da una passione senile. Oggi quell'annunzio di morte, che pur doveva essere ed era una grande liberazione, svegliava in Corrado Bertalia la malsana curiosità. E il contegno di Lucilla rinfocolava gli antichi sospetti. No, il turbamento di lei non era quello, così naturale, che commove qualunque animo ben fatto alla notizia inattesa della perdita d'un amico. Troppo evidente era in lei la cura di pesare ogni parola, di reprimere ogni moto che potesse tradirla. -Povero giovine! Povera madre!- Ella non aveva trovato altro da dire per l'uomo che durante quindici mesi era stato frequentatore assiduo della sua casa, per l'uomo ch'ella vedeva ai balli, ai teatri, ai concerti, al passeggio, ovunque ell'andasse. Non aveva trovato altro da dire, ma tutta la sua energia non era bastata a far sì che le sue guancie non si scolorassero d'improvviso e le sue mani non cercassero istintivamente un appoggio. Una cosa pareva indubitata. Lucilla era stata côlta di sorpresa dall'annunzio di quella morte, ciò che dava motivo di credere che non vi fosse scambio di lettere tra lei e Bagnasco. Se no, possibile ch'ella ignorasse la sua malattia? Sciocchezze!... Forse egli era morto in seguito a un male di pochi giorni, in seguito a un accidente.... La partecipazione lasciava adito a qualunque ipotesi. E in fine, fosse pur troncata ora la relazione, era ciò sufficiente a distruggere il passato? E il senatore ripeteva in cuor suo il ragionamento di prima. Dato che Bagnasco fosse stato soltanto un amico, Lucilla non avrebbe cercato di nascondere la sua commozione, avrebbe insistito per chiedere informazioni più particolareggiate, per mandare qualche segno di simpatia alla madre derelitta.... Ma sopra tutto ell'avrebbe dichiarato di non voler intervenire quella sera alla festa dei Filiberti. Se non che, nel suo sforzo d'essere equo, Bertalia diceva a sè stesso che, anche in caso di piena e assoluta innocenza, sua moglie sapeva d'esser nelle condizioni d'una donna sospettata e che chi è sospettato non è mai sicuro della via da tenere. Egli pure quella mattina aveva sbagliato tattica; i suoi sguardi corrucciati, le sue domande insidiose non erano atte certamente a inspirar confidenza.... Del resto, dinanzi a Gino, ogni spiegazione era impossibile; più tardi forse, quando Lucilla fosse tornata, quando Gino non ci fosse.... Un sorriso triste e sfiduciato passò sul volto di Corrado Bertalia; mai più, mai più egli avrebbe strappato la verità dalla bocca di Lucilla. Se invece?... Come se lo spingesse una molla egli scattò dalla seggiola e uscì dallo studio. La cameriera che finiva di spolverare i mobili nella stanza vicina gli disse: -- È ancora fuori la signora. -- Non importa, -- egli rispose arrossendo come un fanciullo. -- Cerco un libro che deve esser di là. Entrò nel salottino ove sua moglie passava la maggior parte della giornata lavorando, suonando, leggendo. Ivi ella riceveva i suoi intimi, ivi, più d'una volta, il professore aveva trovato Riccardo Bagnasco. E la stanzetta serbava, visibili, i ricordi di lui. Fra varie fotografie che si spiegavano come a ventaglio da un portaritratti di -peluche- appeso alla parete, c'era anche quella del capitano, in divisa, con scrittovi un nome e una data: -Riccardo Bagnasco -- 19 aprile 1890-. In un palchettino accanto al pianoforte verticale, quasi a farlo apposta, balzava prima all'occhio, tra altri quaderni di musica, una sonata di Beethoven ch'-egli- preferiva. Di fronte, nello scaffale di noce, spiccavano, per l'elegantissime legature, alcuni volumi ch'egli, il capitano, aveva regalato a Lucilla, edizioni splendidamente illustrate d'autori celebri italiani e stranieri. Corrado Bertalia prese a caso uno di quei volumi. Era il -Faust- di Goethe. Certo, egli pensava sfogliandolo, i -loro- sguardi sono corsi insieme su queste pagine, forse le -loro- teste chine sul libro si sono toccate, e il -loro- alito s'è confuso, e la sottile ebbrezza dell'amore li ha involti.... Ma oggi il libro non ridice ciò che udì e ciò che vide. Il professore lo rimise a posto e sedette sconfidato davanti alla scrivania di Lucilla, con gli occhi ostinatamente fissi sopra una cartella dalla coperta di cuoio nero e dal monogramma d'argento ch'era posata appunto sul piano inclinato della scrivania. Dopo qualche esitazione egli l'aperse; era vuota. Ma i fogli di carta sugante che v'erano inseriti portavano i segni di caratteri impressi, segni confusi, intrecciantisi, sovrapponentisi, tra i quali si sarebbe smarrito il paleografo più consumato. Una cosa sola essi provavano: che quei fogli avevano assorbito l'inchiostro di molte lettere e sapevano il segreto di Lucilla: lo sapevano e lo custodivano. Bertalia chiuse dispettosamente la cartella e rise della propria ingenuità. Che raccoglieva egli dal suo spionaggio? Indizi, pallidi indizi, nessuna prova.... Le prove, se c'erano, si trovavano in quei cassetti chiusi, la cui serratura avrebbe ceduto a un piccolo sforzo.... Ma era possibile che egli scendesse sì basso? Vergognandosi dell'ignobile tentazione, egli abbandonò la stanza come un ladro che teme di esser côlto sul fatto. Era tempo, perchè proprio allora una forte scampanellata annunziava l'arrivo della padrona di casa. III. Non molto dopo la cameriera venne ad avvertirlo che la colazione era pronta. Nel salotto da pranzo lo aspettava una sorpresa. Gino gli corse incontro. -- Babbo, ci sono anch'io. Lucilla, pallida ma composta, s'era già messa a tavola. S'era mutato vestito; indossava un abito grigio. Il professore guardò alternativamente la moglie e il figliuolo. -- Come? C'è vacanza? -- No, -- rispose Gino, -- ma sono esonerato dagli esami, e il direttore mi ha messo in libertà. Siamo agli sgoccioli e non si fa più nulla. Bertalia si morse il labbro. Senza dubbio era stata lei, era stata sua moglie a voler che Gino rimanesse a casa. Ella temeva di trovarsi a tu per tu col marito, e finch'egli partisse pel suo Congresso, si serviva del fanciullo come d'una difesa. Lucilla ruppe il silenzio. -- Gino non ha detto tutto. -- Che c'è ancora? -- C'è ch'egli avrà il primo premio, -- soggiunse la madre con la sua bella voce grave di contralto. Nei grandi occhi azzurri di lei tremolava una lacrima. Piangeva ella di tenerezza pei successi scolastici del suo figliuolo, o piangeva per -l'altro-? Tirò a sè Gino e lo baciò sui capelli. Egli le gettò le braccia al collo. -- Vieni qua, Gino, -- ordinò il senatore, geloso di quelle dimostrazioni d'affetto. -- Dà un bacio anche a me.... Così.... E non insuperbire, mi raccomando. -- No, babbo, non c'è pericolo.... Dunque me lo porti il libro illustrato da Stoccolma? -- Da qualche posto un libro te lo porterò senza fallo.... Siedi, adesso, e mangia.... O che il premio ti ha tolto l'appetito? Quasi l'interrogazione fosse rivolta a lei, Lucilla che guardava immobile dalla parte della finestra si scosse e ingoiò faticosamente una cucchiaiata di brodo. -- Sei stata dalla sarta? -- chiese Bertalia ripigliando, quasi senza volerlo, quasi senz'accorgersene, la sua parte di giudice istruttore. Ella accennò col capo di no. -- Come? E la nuova guarnizione? -- Ho pensato che non è indispensabile.... Quella che c'è può bastare. Dunque ell'era risoluta, o, piuttosto, era rassegnata ad andar dai Filiberti, benchè la sua fisonomia mostrasse chiaro lo sforzo ch'ella faceva. La cameriera servì le frutta, poi uscì. Il professore, inesorabile, tornò alla carica. -- Non hai avuto nessun particolare? Lucilla trasalì. -- Particolare di che? -- Circa a quella notizia di stamattina? -- Da chi potevo averne? -- ella replicò con accento di dolorosa maraviglia. -- Forse i Filiberti sapranno.... -- Sapranno quello che sappiamo noi. -- Questa sera sentiremo, -- borbottò il marito. E s'interruppe per passare il piatto delle fragole a Gino. -- O che non ti piacciono più le fragole? -- Sì che mi piacciono. E ne ho prese. -- Dieci ne hai prese. Le ho contate. -- Oh babbo, che cosa guardi? -- Se non ha voglia non si può costringerlo, -- insinuò Lucilla. -- Perchè non deve aver voglia? Sta poco bene forse? Il fanciullo s'affrettò a rispondere: -- No, babbo.... Sto benissimo. Ma non ho fame. -- Nessuno ha fame oggi, -- brontolò Corrado Bertalia, scrollando le spalle infastidito. E invero non aveva fame nemmeno lui, benchè affettasse di averne e si empisse macchinalmente la bocca. Dopo una breve pausa egli disse: -- Bisognerà spedire i biglietti da visita alla madre. Mi darai il tuo. -- Te lo darò. Ella depose sulla tavola la salvietta, e si alzò, rigida e bianca, come una bella statua. -- Vado a preparare le tue valigie, -- ell'annunziò al marito. Gino, che le si era aggrappato alle vesti, soggiunse: -- Anch'io, anch'io vengo ad aiutarti a far le valigie di papà.... Buondì, papà, arrivederci. Com'erano d'accordo, madre e figliuolo, com'erano impazienti di restar soli loro due, senza testimoni! Parevano due complici. Tenendo per mano il fanciullo, la giovine signora era già presso all'uscio, quando Bertalia chiamò con accento imperioso: -- Lucilla! Ella si voltò tutta d'un pezzo, suffusa d'un lieve rossore la guancia marmorea. Anche Gino s'era voltato, e i suoi occhi interrogavano il babbo con trepida ansietà, tanto lo aveva stupito la insolita asprezza della voce paterna. Sentì Bertalia il muto rimprovero, la muta preghiera che c'erano nello sguardo di Gino? O fu altro il pensiero che lo disarmò? Certo si è che mutando tuono egli disse: -- Non dimenticare di metter nella valigia le decorazioni. Sai dove sono? -- Sì, nel primo cassetto a destra. -- Appunto.... All'estero non si può farne senza. Di lì a un momento il professore richiudeva con forza dietro di sè l'uscio dello studio, ridendo d'un suo riso nervoso ed esclamando sarcasticamente: -- Le decorazioni! le decorazioni! Il bel marito di pasta frolla ch'egli era! E la bella figura ch'egli faceva verso sua moglie! Dopo aver trovato l'accento solenne che doveva preludere Dio sa a che gran scena drammatica egli finiva con quella commedia delle decorazioni! Ma, riflettendoci, la gran scena drammatica, se fosse successa, a che cosa sarebbe approdata? Alla confessione da parte di Lucilla? Al perdono da parte di lui? O a una rottura violenta, irrimediabile che avrebbe distrutto per sempre la famiglia? La confessione? O che bisogno ne aveva egli ormai se la tattica troppo ingegnosa di Lucilla si ritorceva contro di lei? Una donna che ha la coscienza netta non agisce così; provoca lei stessa le spiegazioni che devono troncare gli equivoci, non ricorre agli espedienti che li alimentano. Sì, certo, egli avrebbe potuto abbattere con un soffio il castello incantato in cui ella si rifugiava, avrebbe potuto costringerla a un colloquio a quattr'occhi. E s'ella gli si fosse umiliata dinanzi, se pentita del suo fallo avesse implorato misericordia in nome dei primi anni della loro unione, in nome della morte che aveva fulminato il suo seduttore, in nome della vita che fioriva sulle guancie di Gino, oh allora forse egli l'avrebbe riaccolta, perdonante ed amante, fra le sue braccia.... Ma ella non era donna da umiliarsi; o non si sarebbe lasciata strappare una sillaba, o tirata per i capelli avrebbe assunto un'aria di sfida portando in trionfo la sua colpa. E in tal caso che altro restava al marito oltraggiato se non porre ad effetto l'antica minaccia e scacciarla? Sciocco che non s'accorgeva d'avere in pugno la sua vendetta, facile, piana, offerta da una di quelle coincidenze provvidenziali che farebbero credere all'intervento d'una giustizia superiore e riparatrice! Egli l'aveva in pugno e voleva assaporarla tutta, quella sera, dai Filiberti. Là ov'ella aveva conosciuto -colui-, in una festa che le avrebbe richiamato alla mente ogni circostanza del primo incontro, là ell'avrebbe espiato. Che potenza di dissimulazione le sarebbe occorsa per celare il suo turbamento, per atteggiar le labbra al sorriso, per discorrer delle mille inezie ond'è fatta la conversazione dei salotti, per appoggiarsi al braccio di damerini indifferenti ed uggiosi, per lasciarsi trascinare nel turbinìo delle danze!... E non v'ha dubbio, fra i tanti sguardi che, al solito, si sarebbero conversi in lei, ve ne sarebbero stati di malignamente curiosi e indiscreti, poichè i vecchi frequentatori di casa Filiberti non potevano non aver indovinata la tresca.... Sono i mariti che non indovinano nulla!... No, l'orgogliosa Lucilla non avrebbe curvato la fronte sotto quegli sguardi, non avrebbe dato ad alcuno il vanto di ridere della sua debolezza; ma s'ell'aveva veramente amato quell'uomo, che strazio doveva essere il suo! Saperlo morto, vederlo con gli occhi dell'anima immobile, stecchito dentro una bara, ed esser lì nelle sale gaie e luminose ove anch'egli era passato florido di giovinezza e riboccante di vita, che strazio, che strazio! Pareva talora a Bertalia che il castigo fosse fin troppo crudele; ma il pensiero ch'egli non lo aveva nè meditato nè preparato imponeva silenzio ai suoi scrupoli. E, del rimanente, non era giusto ch'egli facesse soffrire Lucilla se soffriva tanto per cagione di lei? Non era giusto? -- Sì, -- rispondeva la sua passione di marito offeso; -- no, -- rispondeva la sua coscienza di filosofo. Nella difficoltà di conciliare le due risposte, egli tentò di rimettersi al lavoro. Finì di correggere il suo discorso, scrisse un paio di lettere, riesaminò i temi del Congresso alla cui discussione si proponeva di partecipare, prese alcune note nel suo taccuino. Ma non aveva nè lucidezza di mente, nè forza d'applicazione; non poteva star tranquillo sulla sedia cinque minuti. Ebbene, sarebbe uscito per impostar le sue lettere: avrebbe fatto quattro passi, respirato un po' d'aria libera. In quella entrò Gino, non gaio e baldanzoso come la mattina, ma con la serietà d'un ragazzo precoce. Il professore si sforzò di sorridere: -- Che desidera Vossignoria? 1 , , 2 , : - - 3 , , ; ' 4 , , . . . . 5 6 - - ? 7 8 - - . 9 10 - - ? 11 12 - - . 13 14 - - , ? 15 16 - - , - - . - - . 17 18 - - ? 19 20 - - . . . . . 21 22 , . 23 24 25 . 26 27 . 28 , 29 ' . ' 30 ? 31 ; 32 , , 33 , , 34 . , ' , 35 , , 36 ; , , 37 38 . ' , 39 , . 40 ; , 41 , , , 42 , 43 , , 44 ' ' , 45 . 46 47 48 ; 49 . 50 ; ' 51 . , . ' 52 , , 53 . 54 55 - ' , - - 56 . - , 57 ; ' ; 58 , , 59 . . . . , 60 , 61 , ' 62 ' . , 63 , , , ! 64 65 66 ' 67 . ' ' 68 , 69 ' ' - . - 70 71 72 . 73 74 , 75 . ' 76 . - - - - - - 77 ' ! 78 , ? 79 80 ? , , 81 ? ' , ' 82 , , , 83 84 . 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