Olimpia, la quale ha fatto già uno sforzo enorme a recarsi in chiesa e non vede l'ora di riseppellirsi nel vecchio palazzo, ohimè non più suo, ma che ella seguita a riguardar come suo. Il corteo nuziale, ridotto così, attraversa a passi rapidi la Basilica, e per la maestosa gradinata scende sulla piazza immensa di Porta San Giovanni, che digrada con lento pendìo fino alla chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, e di là dai resti dei vecchi acquedotti, di là dai tetti delle fabbriche nuove che la deturpano lascia veder le linee vaporose dei colli albani. Ivi gli equipaggi attendono; ivi attende l'automobile di miss May; ivi uno sciame di accattoni, di monelli, di venditori ambulanti, di semplici curiosi, mal rattenuto da poche guardie municipali, preme, avvolge la nobile comitiva che insofferente di contatti plebei si affretta a salir nelle carrozze e ordina ai cocchieri di sferzare i cavalli. -- Vi precedo, -- grida miss May fendendo la folla con la sua superba -Mercedes- e sollevando dietro a sè un nembo di polvere, mentre una dozzina di ragazzi cenciosi, non contenti dell'elemosina avuta, le scaraventa dietro una filza di epiteti espressivi tolti dal vocabolario romanesco. Altri, per la stessa ragione, inseguono per qualche tempo il -landau- della sposa, urlando: -- -La giudia! La giudia!- -- ciò che strappa un gemito dal petto di donna Rachele: -- Anche dopo il battesimo!... Quando la finiranno? -- Cosa vuole? -- dice il conte Ugolini per consolarla. -- Sono ignoranti. Al Municipio la funzione è breve, tanto più che il sindaco e gli scrivani, infastiditi dalla lunga attesa, non vedono l'ora di andar a colazione. Anzi il sindaco ringhiotte il discorso che aveva preparato e si limita a due parole di augurio. La signora Rachele trionfa, e non contenta di sfogarsi con Ugolini si volge in aria quasi di sfida a quello scettico impenitente del pittore Brulati: -- Che differenza dalla cerimonia in chiesa! Non vorrà mica negare? Ma Brulati ch'è di cattivo umore risponde: -- Eh, sicuro, in chiesa c'è più pompa. Ma quello è fumo, questo è arrosto.... E per diventare principessa Oroboni bisogna passar di qui.... A proposito, -- continua il pittore liberandosi da un peso che gli grava lo stomaco da molto tempo, -- che notizie ha di quella povera famiglia? La signora Rachele sulle prime non capisce. -- Quale famiglia? -- Non rammenta? Quella di via Merulana. -- Ah! -- fa donna Rachele arrossendo. -- Che memoria ha! -- Gli è, -- seguita Brulati impassibile, -- che in questa lieta occasione rinnoverei volentieri l'offerta.... -- Grazie, grazie, -- interrompe bruscamente la signora. -- Non occorre.... Le condizioni son molto migliorate.... -- Hanno vinto una lotteria? -- Si figuri.... -- Che fortuna rara! -- Ha dei giorni ch'è insopportabile, -- borbotta la signora Rachele. E piantando in asso il suo petulante interlocutore accetta il braccio offertole dall'alto personaggio degli esteri, quello che di sera ha l'abitudine di dormirle in salotto. -- Forse mi comprometto, -- dice il diplomatico. -- Ora che i Moncalvo entrano nel campo avversario.... Meno male che S. E. il Presidente del Consiglio non vuol inasprire il Vaticano.... -- Ah commendatore, -- esclama con enfasi la signora Rachele. -- l'uomo di Stato che riconcilierà l'Italia con la Chiesa sarà più benemerito di Cavour. Sua Eccellenza dovrebbe aspirare a questa gloria. -- Sono questioni delicate, cara signora, questioni che bisogna lasciar risolvere al tempo.... Ma ecco che tutti hanno posto la loro firma e che si può avviarsi. -- Viene a colazione da noi? -- chiede donna Rachele. -- Grazie. È impossibile. Sono atteso alla Consulta. Il pubblico di piazza del Campidoglio, composto in parte dei forestieri che vanno a visitare i musei, è più garbato di quello di San Giovanni Laterano. Qui nessuno sa o nessuno si cura del recente battesimo; qui nessuno leva il grido sconveniente -la giudia-, ma un mormorio spontaneo di ammirazione accoglie la sposa novella che a braccio del marito esce dagli uffici di stato civile e risale in vettura. Un francese, alle cui orecchie son giunte le parole -matrimonio principesco-, dice con aria convinta: -- -On voit bien que c'est une princesse.- Una nube vela l'orgogliosa bellezza di Mariannina Moncalvo. Ora ch'ella ha profferito il «sì» che vale davvero in faccia alla legge, ora che un nodo indissolubile l'avvince a don Cesarino, ora per la prima volta ella domanda a se stessa s'ella non sia stata vittima d'un vano miraggio e se il dono completo di sè non sia prezzo troppo alto per la conquista d'un nome e d'un titolo. Sì, certo, ella dominerà il suo consorte, ma intanto, almeno per qualche tempo, ella non potrà rifiutare le sue carezze, non potrà sfuggire un contatto che le ripugna. E un'altra immagine ch'ella vorrebbe cacciare da sè torna insistente a perseguitarla: l'immagine del cugino di cui ella s'era divertita ad attizzare la fiamma, del cugino che era stato in procinto di morire per lei. Non lo ama ella, no; ella è troppo padrona di sè medesima, troppo corazzata contro gli assalti della passione, ma ella sente ancora sulla bocca la bruciatura del bacio ch'egli le ha reso in cambio di quello ch'ella, provocante, gli ha dato. E pensa: -- Lo vedrò più? Con la faccia ostinatamente rivolta verso il finestrino ella risponde appena alle domande dello sposo. -- Sei un po' smorta. Cos'hai? Non ti senti bene? -- Ho l'emicrania.... Troppi fiori.... La carrozza rallenta, s'arresta davanti al palazzo Gandi. Con un salto la Mariannina balza a terra, traversa l'ingresso brulicante di gente, sale lo scalone, e, staccandosi da don Cesarino che non osa seguirla, entra per l'ultima volta nella sua camera di fanciulla. In un baleno ella si spoglia della veste nuziale, indossa l'abito da viaggio, guarda di là dalla strada il muro alto, bruno, massiccio degli Oroboni, e il cuore le si gonfia d'orgoglio all'idea di aver forzata quella rocca inviolabile ove fino a poco addietro nessuno della sua razza avrebbe ardito mettere il piede. Oggi è lei la principessa Oroboni. Che le importano i superbi disdegni della suocera riottosa? Che ombra può darle quella pallida larva destinata presto a sparire? Via, via dall'anima le fisime sentimentali! La Mariannina Moncalvo deve portar regalmente il suo titolo. Quand'ella scende fra gl'invitati i suoi occhi sfavillano, le sue guancie hanno ripreso l'usato colore. -- Come sei bella! Come sei bella! -- esclama don Cesarino. -- E la tua emicrania? Ella si stringe nelle spalle. -- È scomparsa.... A me le indisposizioni non durano. Don Cesarino china il capo umiliato. Egli, sofferente fin dalla nascita, troverà indulgenza presso la splendida creatura rigogliosa di salute, esuberante di vita? Gabrio Moncalvo abbraccia entusiasta la figliuola. -- Sei più principessa di tutte le principesse. Il commendatore che in chiesa s'era trovato a disagio, che al municipio era rimasto un po' male per la fretta e la svogliatezza del sindaco, qui, in casa sua, nel suo ambiente, ha ricuperato la sua vena e il suo brio. Si guarda dal dirlo, ma contrariamente a sua moglie, ch'è avvilita e irritata per la mancanza quasi completa dell'aristocrazia del blasone, a lui non par vero di non vedersi davanti nè l'arcigna principessa Olimpia, nè donna Cornelia Flamini, nè parecchie altre delle mummie che assistevano alla cerimonia di San Giovanni Laterano. Ora, nella folla che lo circonda e che fa onore al suo sontuoso -buffet-, è in prevalenza l'aristocrazia bancaria alla quale egli appartiene e ov'egli è riverito come un monarca assoluto.... Sì, sì, questo è il suo regno. Lo facciano pur conte del papa, egli rimarrà sempre banchiere, legato a doppio filo con gli uomini della finanza, senza distinzione di patria, di stirpe, di fede....; quindi anche coi suoi vecchi fratelli semiti che la fanatica signora Rachele avrebbe voluto escludere dall'odierna solennità domestica, ma ch'egli aveva invitati a malgrado di lei. «Già non verranno», -- ella diceva per coonestar l'esclusione. «Ci pensin loro, -- era stata la facile risposta di Gabrio Moncalvo. -- Io non commetto villanie. Del resto, giurerei che verranno». Non solo eran venuti, ma alcuni di loro avevan mandato alla sposa regali splendidissimi che ora figuravano tra i più belli messi in mostra nell'apposita stanza ove i visitatori erano introdotti per turno e ove non mancava la discreta sorveglianza d'un servo fidato.... Con tanta gente.... non si può mai sapere.... Perchè, non scherziamo, c'erano oggetti di gran valore, specie un monile di perle con pendente di brillanti, dono di miss May, di cui si affermava che il giojelliere avesse, tempo addietro, rifiutato sessantamila lire. Tre o quattro cronisti, tal quale come nel giorno del trasporto della povera signora Clara, cacciano il naso da per tutto, assediano di domande gl'intimi della famiglia, prendono note nel taccuino, interrompendo talvolta il lavoro per far qualche riflessione filosofica e profonda. -- Ma! Vicende di questo mondo. Non sono tre mesi ch'eravamo qui per un funerale. -- -Les morts passents vite.- Uno, più indiscreto degli altri, urta col gomito il vicino per additargli un libro di devozione legato in cuoio con borchie d'argento dorato, offerto alla sposa da monsignor de Luchi. -- Il maestro non vuole che la scolara dimentichi le sue lezioni. -- Bah! Quella non è donna da recitar salmi. -- Eh, chi sa? Le neofite son le più ferventi. -- Se i vecchi Moncalvo si svegliassero! -- Zitto. C'è il principe. Don Cesarino Oroboni, poichè la Mariannina è accaparrata dagli amici e dalle amiche e sopra tutto dall'invadente miss May, è come sperduto in quella società nuova per lui. Appoggiandosi al braccio del conte Ugolini-Ruschi, che almeno è -della sua casta-, egli gira su e giù per le sale, e da lui, ch'è cavaliere di Malta e fu in Palestina, attinge notizie sul viaggio, sui conventi di Gerusalemme, sul monte degli Olivi, sul Golgota, su Nazareth, sulle distanze da percorrere, sulle fatiche da sopportare per conoscere tutti i luoghi che udirono la parola di Gesù. E Ugolini, che si vanta di cospicue aderenze in ogni angolo della terra, oltre a fornir le informazioni richieste, promette lettere commendatizie per questo e per quello, pel balì dell'Ordine che fu suo condiscepolo, pel superiore dei Francescani ch'è suo amico, pel console austriaco ch'è figlio d'un cugino di sua madre di buona memoria, e marito della nipote d'un barone Hohenstein di Monaco, da lui conosciuto anni addietro presso i suoi parenti Wartenburg di Berlino. Ma a poco a poco, con nuove felicitazioni ed augurî, gl'invitati si ritirano. Restano al -lunch- solo gl'intimi della famiglia, primi tra i quali, s'intende, miss May, il conte Ugolini, il pittore Brulati, il cavaliere Fanoli e monsignor de Luchi, capitato proprio all'ultimo momento, quando già si disperava di vederlo. Resta pure, benchè non sia degl'intimi, il barone Bernheim che s'è invitato da sè. Monsignore, amabilissimo, scusandosi dell'involontario ritardo, offre il braccio a donna Rachele e l'accompagna a tavola. Egli prende il posto alla destra di lei; alla sinistra siede il conte Ugolini, onde ella si trova fra quello ch'è oggi il dolce peccato e quello che sarà presto la facile penitenza. Con che ansietà ella invoca il giorno in cui le sarà dato prostrarsi ai piedi del degno ecclesiastico e confessare la colpa e ottenere l'assoluzione! Lo sciampagna trabocca, spumeggiante, dai calici; i brindisi e i viva agli sposi s'incrociano. Ma tutti fanno silenzio quando monsignor de Luchi si alza e accenna a voler parlare. Monsignore apre un foglietto piegato a modo di telegramma e comincia con voce solenne: -- Ho una sorpresa, una cara sorpresa per la nostra coppia felice. In questo momento ho ricevuto da Sua Eminenza il cardinale segretario di Stato il seguente dispaccio: «Sua Santità invia benedizioni ed augurî ai dilettissimi figliuoli Cesarino e Mariannina Oroboni». -- Oh, monsignore! -- esclama donna Rachele. E non riesce a dir altro, e mostra una spiccata disposizione a svenire, incerta soltanto se deve cader dalla parte di don Paolo o da quella del conte Ugolini-Ruschi. Ma i due la sostengono e la rinfrancano, ond'ella riacquista il dominio di sè e calma coi cenni e coi sorrisi la trepida sollecitudine dei commensali. -- Non è nulla.... È passato, -- ella assicura. -- Effetto della commozione.... Un favore così segnalato.... così inatteso.... E lo dobbiamo a lei, monsignore!... Mariannina, genero mio, non avete ringraziato don Paolo? Ed ella afferra la mano del sacerdote e la copre di baci. Gli sposi vorrebbero fare altrettanto, ma monsignore si schermisce, dichiara che il merito, se c'è, non è di lui solo.... Anche il conte Ugolini-Ruschi con la sua influenza, con le sue aderenze.... Modesto e dignitoso, il conte fa segni negativi col capo. -- Sì, sì, sento che c'è anche lei, -- protesta con enfasi donna Rachele, arrossendo di non averci pensato prima. E stringe con effusione la destra al suo impareggiabile amico. E incita con lo sguardo il marito a manifestare la propria riconoscenza. -- Grazie, grazie, -- borbotta il commendatore con moderato entusiasmo. Gli è che anch'egli ha in serbo una -sorpresa- per la figliuola e gli duole di vederne sciupato l'effetto da questo colpo di scena. -- -How interesting!- -- esclama miss May leggendo per di sopra la spalla di monsignore il dispaccio del Vaticano, mentre i camerieri sturano altre bottiglie di sciampagna e ricolmano i calici. Zitto! Don Paolo ha qualche cosa da soggiungere. -- Io propongo, -- egli dice, -- un brindisi al nostro Sommo Pontefice Pio X. C'è un momento di esitazione, e il barone Bernheim, che aspetta una nuova commenda italiana, non può trattenere un espressivo: «Uhm, uhm!» -- Il mio brindisi è rivolto al Pastore delle anime e non al Sovrano, -- spiega monsignore. E allora tutti si levano in piedi applaudendo; solo il pittore Brulati, con la scusa di raccattare il tovagliuolo scivolatogli giù dalle ginocchia, trova il modo di esimersi dalla toccante dimostrazione, e brontola corrucciato: -- Dopo la commedia, la farsa. -- Io spero che l'eco di questi applausi giungerà fino a Sua Santità, -- ripiglia don Paolo appena tace il tintinnio dei bicchieri. E poichè i vapori del vino gli dànno un poco alla testa, egli si lascia scappare due o tre frasi imprudenti. -- Sì, questi applausi hanno un grande significato. Essi sono uno dei tanti sintomi di quella riconquista di Roma ch'è la vera, ch'è la più desiderabile. «Il mio regno non è di questo mondo». Regnar sulle anime, ecco ciò che interessa.... E se le anime tornano a noi, tornano alla Chiesa, non sarà una gran disgrazia aver perduto quattro palmi di terreno.... -- Bravo don Paolo! -- salta su, ridendo, il commendatore. -- Lei rinuncia al poter temporale.... Se la sentono.... -- Io non rinuncio a nulla, -- ribatte monsignore accorgendosi di essere andato tropp'oltre. -- La Chiesa ha i suoi diritti e protesterà sempre contro le violenze commesse a suo danno.... Ma io parlo come privato.... E per me, sì, l'essenziale è che la Chiesa riconquisti le anime.... Del resto, accetto l'avvertimento amichevole del nostro illustre commendatore.... e.... acqua in bocca. A suggello delle sue parole monsignor de Luchi accosta il bicchiere alle labbra.... ciò che desta l'ilarità dei presenti, i quali notano che nel bicchiere c'è vino e non acqua. -- Ebbene, figliuoli, -- dice il commendatore dopo aver consultato l'orologio, -- se non volete arrivar troppo tardi a Napoli sarà bene che vi disponiate a partire.... l'automobile è pronta.... E non è l'automobile solita.... È una Fiat di cinquanta cavalli che metto nella -corbeille- della Mariannina. -- Ah, babbo! -- grida la neoprincipessa gettando le braccia al collo dell'autore dei suoi giorni con uno slancio d'affetto filiale che non può capire chi non abbia un padre milionario. Gabrio Moncalvo è contento. La sua -sorpresa- ha maggior successo dell'altra; l'automobile dà scacco matto alla benedizione. Carezzevole, la Mariannina domanda: -- E quanti chilometri....? -- Calma, calma, -- interrompe il banchiere. -- Lo -chauffeur- ha l'ordine di non superar la velocità di cinquanta chilometri all'ora.... Per oggi comando io.... Spero che tuo marito non se ne offenderà.... -- Si figuri! Don Cesarino pensa con accorata tenerezza al vecchio -landau- di famiglia, al vecchio cocchiere, ai due vecchi cavalli bai che solevano impiegar circa venticinque minuti per portarlo da casa sua fino a San Pietro, e chiude istintivamente gli occhi, turbato dalla visione della sfrenata corsa automobilistica che lo aspetta. Ma quando li riapre scorge un risolino ironico sulle labbra della Mariannina e si vergogna di se stesso. -- Di la verità, hai paura? -- chiede la giovane sposa. Egli arrossisce e balbetta: -- Con te?... Con te farei il giro del mondo. La frase identica, mesi addietro, ella l'aveva udita da -quell'altro-.... Sì, certo, tutti e due sarebbero stati pronti a fare il giro del mondo con lei; ma quell'altro non avrebbe avuto paura. XVII. Triste convalescenza. -- Flacci, mi fa il piacere di sonar quel campanello, -- disse Giorgio Moncalvo, che da due giorni si alzava e ancora molto pallido e debole era seduto sur una poltrona accanto alla finestra. -- Se desidera qualche cosa, son qua io, -- rispose il giovine e officioso matematico, balzando in piedi. -- Grazie, mi basta che suoni, -- replicò il convalescente. E quando la donna di servizio accorse alla chiamata, le ordinò di mandar subito a prendere il -Giornale d'Italia- e la -Tribuna- della sera innanzi e il -Popolo Romano- e il -Messaggero- della mattina. La domestica consultò con lo sguardo l'assistente, il quale alla sua volta arrischiò un timido ma.... -- Non c'è ma che tenga, -- disse Giorgio. -- Se solleva ostacoli vado io in persona, nonostante il divieto del medico.... chè già mi reggo benissimo. La minaccia ebbe il suo effetto; il dottor Flacci non fiatò più e la donna uscì per eseguire la commissione. Giorgio Moncalvo portò la mano alla bocca per reprimere uno sbadiglio. -- Lo so, lo so, caro Flacci, fra il babbo e lei c'è un complotto contro di me e mi sorvegliano per turno. Flacci protestò con un gesto vivace. -- A fin di bene, s'intende, -- continuò l'altro senza scomporsi. -- Temono ch'io commetta qualche pazzia, e vogliono custodirmi sotto una campana di vetro.... lontano dalle emozioni.... Se pregavo lei di procurarmi i giornali avrebbe tirato in campo mille difficoltà.... Per questo ho preferito dar l'ordine direttamente.... Ci sarà la relazione sul matrimonio di mia cugina.... Via, non faccia l'indiano.... Per quanto abbia l'abitudine di viver fra le nuvole, non può non aver sentito che jeri la figliuola dell'illustrissimo commendatore Gabrio Moncalvo, mio zio, s'è sposata col principe Cesarino Oroboni, dopo, ben s'intende, aver preso il battesimo in piena regola.... La notizia è giunta a me nonostante tutte le precauzioni, e vorrebbe fingere d'ignorarla lei che non è relegato a casa e non ha nessuno interessato a nasconderle nulla?... -- Non lo ignoravo, ma.... -- Ma la cosa non le importava affatto?... È naturale.... Ella non è parente della sposa.... Ma io sono cugino, primo cugino, e questa indifferenza sarebbe imperdonabile.... È vero che siamo in disgusto.... Mio padre non è voluto nemmeno andare alle nozze.... Poco male.... La parentela c'è sempre.... Non ha cugine lei? -- No. -- Meglio.... Son causa di fastidi e di pettegolezzi.... Il meno che possa toccare è di sentirsi dire che se n'è innamorati.... Lo hanno detto anche di me.... E non è vero.... Si figuri se potevo innamorarmi d'una cugina arcimilionaria! In quanto ad approvare il matrimonio che ha fatto, questo no.... Nè il matrimonio, nè la conversione.... Son cose che non siamo stati capaci di digerire, nè mio padre, nè io.... Giudichi lei, Flacci. -- Io veramente.... -- Smetta quell'aria da diplomatico.... Se avesse una cugina, le piacerebbe vederla far queste commedie pel gusto di diventar principessa romana?... Ride?... -- Mi par così comica l'idea d'una principessa romana nella mia famiglia! Giorgio Moncalvo s'infastidì. -- Questo non è rispondere.... Le piacerebbe? -- Eh, no sicuro. -- Sia lodato il cielo.... È un tale assurdo!... Ai nostri tempi entrar a bandiere spiegate nel campo reazionario!... Metter la maschera della bigotteria per trovar buona accoglienza presso quattro beghine! Giorgio, che da un pezzo non era stato tanto discorsivo, continuò per altri cinque minuti, su questo tuono, solo interrompendosi di tratto in tratto per maravigliarsi che la donna non gli portasse ancora i giornali. Finalmente i giornali vennero, e il nostro professore ne prese due e diede gli altri due a Flacci. -- Guardi un po' lei nel -Popolo Romano- e nel -Messaggero-. Guardi la cronaca rosa, i «fiori d'arancio».... Sarà in terza pagina.... Dio, che uomo!... Fuori della sua matematica è come un pulcino nella stoppa.... Ecco, io ho già visto che la -Tribuna- e il -Giornale d'Italia- hanno tre righe sole.... l'annunzio nudo e crudo della cerimonia, e una frase di elogio per la bellezza della sposa.... Sono giornaloni.... Non si degnano di dedicar troppo spazio a simili inezie.... Ebbene?... -- Qui mi pare ci sia qualche cosa. -- Ah, nel -Messaggero-? -- disse Giorgio strappando il foglio di mano all'assistente. -- Sicuro.... C'è una colonna.... Questo si chiama saper fare il giornale.... E si mise a leggere con avidità, accompagnando la lettura con osservazioni ironiche. -- Già.... si comincia con la descrizione del battesimo.... Toccantissima.... La sposa era un'apparizione.... Il cronista va in estasi.... deplora di non aver la penna di d'Annunzio per esaltarne degnamente le bellezze.... Stupido! Passiamo avanti.... Ecco la nota dei principali regali: brillanti, perle, smeraldi, rubini.... Non è abbagliato, Flacci? -- Sono incompetente.... Ho paura che non distinguerei un diamante da un pezzo di vetro comune. -- Bravo!... Seguono i regali.... Magnifico servizio d'argenteria.... magnifiche porcellane giapponesi.... tutto magnifico.... Avanti.... oh, oh, questo è -più magnifico- di tutto.... «Allo sciampagna -- si parla della colazione sontuosissima in casa di mio zio -- allo sciampagna, monsignor Paolo de Luchi, che aveva celebrato il matrimonio religioso, portò la benedizione del Papa....» Non si scuote nemmeno per questo, Flacci?... Resta impassibile, come per i giojelli? -- Faccia conto. -- Io invece sono commosso fino alle lacrime.... Pensi, mia cugina fino a jeri era una reproba; mio zio e mia zia sono ancora fuori della comunità dei fedeli.... ci entreranno, pare, ma pel momento sono fuori.... e cionullostante il Santo Padre manda sulla casa inquinata dall'eresia la sua apostolica benedizione.... E forse non la manderebbe a lei, caro Flacci, che, ortodosso o no, è pur nato e cresciuto in grembo alla Chiesa. Io, se fossi ne' suoi panni, protesterei. -- Ha voglia di ridere, professore. -- Tutt'altro.... Sono troppo compreso dell'onore ch'è fatto al nome Moncalvo e di cui ho anch'io la mia parte.... Veda le fortune che cápitano a chi ha una bella cugina ricercata dai principi romani.... Giorgio gettò di nuovo l'occhio sul giornale. -- Senta, senta: «Gli sposi sono partiti alle ore 15 per Napoli in una splendida -Fiat- da cinquanta cavalli, regalata dal commendatore Moncalvo alla figliuola. Fra pochi giorni s'imbarcheranno per Terra Santa»... Se la può immaginare mia cugina in pellegrinaggio alla tomba di Cristo? -- Non ho l'onore di conoscerla, -- obbiettò il dottor Flacci. -- È vero, lei non conosce nessuno.... tranne le sue formule.... Beato lei! Così non ha distrazioni e arriva alla celebrità in treno diretto.... Lo dice sempre mio padre che lei si sveglierà celebre quando meno se l'aspetta. -- Il professore è troppo indulgente per me. -- No, no, mio padre non è che giusto.... Però mi dispiace ch'ella perda un'eccellente occasione di ridere alle spalle della neoprincipessa Oroboni prosternata ai piedi del Santo Sepolcro.... E scusi, nel -Popolo Romano- c'è nulla? -- Nulla.... Almeno mi sembra. -- Dia a me.... È vero, nulla.... Cioè il puro annunzio.... Che giornale! Basta, rileggerò stasera il -Messaggero- prima di andare a letto.... Mi farà buon sangue.... Oggi ho proprio passato un'oretta allegra. Giorgio Moncalvo si alzò dalla poltrona fregandosi le mani e fischiando tra i denti il motivo della marcia nuziale del -Lohengrin-. In questo stato di eccitamento lo trovò di lì a poco il professore Giacomo e n'ebbe una nuova conferma di ciò che sapeva. Malato o convalescente, taciturno o loquace, il suo figliuolo era fisso in un solo pensiero, il pensiero assiduo, cruccioso della Mariannina. Era come se il resto del mondo non esistesse per lui; mai un'allusione ai suoi studi prediletti, mai una parola sugli amici di Berlino, quella parola che suo padre aspettava per comunicargli una notizia, per consegnargli una lettera giunta quand'egli non era ancora fuori di pericolo. A che pro ritardar più oltre? Con l'indifferenza che Giorgio ostentava per tutto, non era da temersi che la triste novella gli recasse una scossa troppo violenta. E a ogni modo, s'era una scossa, non poteva egli ritrarne piuttosto beneficio che danno? Così il professore si decise a romper gli indugi e la sera stessa fece cadere il discorso sui Raucher. All'udir quel nome Giorgio ebbe un gesto sconsolato. -- I Raucher! -- egli disse. -- Povera gente!... l'ultima lettera di Frida era tanto triste, tanto sfiduciata.... Ora mi ricordo.... Temeva di non arrivare alla primavera.... E io non le ho risposto.... Ma non è stata colpa mia.... Mi sono ammalato subito.... Le risponderò, mi scuserò.... Giacomo Moncalvo mise una mano sulla spalla del figliuolo. -- Risponderai a suo padre. -- Come? -- esclamò Giorgio turbandosi in volto. -- A suo padre?... E Frida?... Il professore chinò il capo. -- Perchè non dici nulla?... Voglio che tu mi dica la verità. -- Sai che non v'era speranza di salvarla. -- Morta dunque?... Morta? E da quando?... Come l'hai saputo? -- È venuta la partecipazione a stampa insieme con una lettera per te. -- Quando? Quando? -- insistè Giorgio. -- Circa tre settimane fa.... Stavi male.... -- E perchè hai continuato a tacere quando stavo meglio?... Perchè hai atteso tre settimane a darmi questa lettera?... Dov'è? -- Eri sempre debole, -- si scusò il professore togliendosi di tasca una busta orlata di nero. Giorgio riconobbe la calligrafia del dottor Raucher. E prese la lettera e la girò fra l'esili dita. -- Da tre settimane! -- egli ripeteva. -- Che si penserà di me che non ho scritto una parola? -- Ho scritto io in vece tua, -- soggiunse Giacomo Moncalvo. -- Ho informato il professore della tua malattia.... C'è anche un libro.... -- Che libro? -- Non so.... È tuttora sotto fascia. La lettera ti spiegherà.... Vuoi che apra io, che legga io? -- No, gli occhi mi servono. Giorgio s'accostò alla lucerna per leggere il funebre messaggio. Il professore sedette in disparte. «La mia Frida ha finito di patire l'altra sera -- scriveva il dottor Raucher -- e io adempio a un preciso incarico della mia benedetta informandone lei che ha conosciuto e apprezzato quell'angelo. «Scrivigli tu stesso -- ella diceva -- scrivigli in mio nome, e assicuralo che non ho mai dimenticato la sua bontà per me e che muojo convinta di non esser dimenticata da lui, sebbene in questi ultimi tempi non m'abbia scritto. Ma m'immagino quanto assorto egli sarà nei suoi studi». «Ella riceverà per la posta anche un libro che mia figlia mi pregò di spedirle. È il volume delle poesie di Carducci che Ella le aveva regalato e che leggevano insieme un anno fa.... Frida aveva così caro quel volume!... Lo conservi, Moncalvo, lo conservi in memoria della soave creatura che mi lasciò solo al mondo. «Non le parlo di me. Ella può figurarsi il mio stato. Non vivevo che per questa figliuola, verso la quale mi pareva di dover espiare la colpa gravissima di averla fatta nascere. Quanto ha patito, povera santa! Non credo che ne' suoi vent'anni ci sia stato un giorno in cui non soffrisse.... E non ha mai avuto un lamento, non ha avuto un rimprovero.... Basta così.... Perduta la mia Frida, sento la vanità di ogni cosa.... Non so come potrò rientrare nel mio gabinetto da lavoro, ove pur la buona fanciulla veniva tanto di rado, ma ove attraverso le pareti mi giungeva talvolta il suono della sua voce.... E poi a che pro studiare, a che pro meditare? Se non fossi affranto d'animo e di corpo, cercherei forse di offrire la mia vita per qualche grande causa.... All'età mia non s'è più utili a nulla.... Tocca a Lei ora, tocca a quelli che come Lei hanno dinanzi a sè l'avvenire. Possa Ella trovare nella scienza le consolazioni che a me sono negate per sempre.... Mi accusi ricevuta del libro, mi ricordi a suo padre e mi creda «-Suo- GUGLIELMO RAUCHER». Giorgio Moncalvo posò la lettera aperta sul tavolino e stette silenzioso con la faccia nascosta fra le palme. Gli si affollavano alla mente i ricordi del suo soggiorno a Berlino; ricordi del laboratorio austero ov'egli si era educato alla scrupolosa severità dell'indagine, ricordi della casa ospitale che la gracile Frida empiva del suo sorriso e del suo dolore. E a pensar quella casa senza di lei, a pensare senza la diletta figliuola l'uomo illustre del quale per vent'anni ell'era stata la tenerezza ineffabile, l'inquieta e trepida cura, egli ebbe per un istante vergogna di sè, vergogna dell'agitazione in cui lo mettevano le febbri della sua fantasia, così piccole e vane al paragone delle miserie reali. Il professore Giacomo, ch'era uscito tacitamente, tornò recando qualche cosa in mano, e avvicinatosi a Giorgio: -- Ecco il piego arrivato per te da Berlino, -- gli disse. -- Sì, sì, -- rispose il giovane. -- È il volume delle poesie del Carducci. Lo avevo regalato io l'anno scorso a Frida Raucher. È per desiderio di lei ch'esso mi è rispedito.... E Giorgio additò a suo padre la lettera dello scienziato tedesco. -- Leggi pure. Egli intanto, rotta la fascia che cingeva il libro, andava svolgendone i fogli, molti dei quali erano annotati in margine da Frida nella sua calligrafia minuta e sottile. Parecchie di quelle note, Giorgio lo rammentava benissimo, erano state dettate da lui; ma altre la Frida ne aveva aggiunte più tardi, dopo ch'egli era partito da Berlino; qua e là una parola, una data, un giorno della settimana. Una pagina era piegata, quella che conteneva l'ode breve e squisita: Or che le nevi premono, lenzuol funereo, le terre e gli animi, e de la vita il fremito fioco per l'aura vernal disperdesi, tu passi, o dolce spirito; ecc., ecc. A piedi, Frida aveva scritto, e la scrittura pareva più incerta, più tremante del solito: «Letzter Gruss». Ultimo saluto! E certo quel saluto era per lui, per Giorgio, e la piccola frase era l'ultima che la mano stanca di Frida aveva vergata. Cara, buona fanciulla che gli aveva dato tutto il suo cuore senza chieder nulla in ricambio e che nell'ora solenne della morte lo assolveva delle due colpe che più difficilmente si perdonano, l'indifferenza e l'oblio. Staccandosi dalla suggestiva poesia carducciana, gli occhi del giovane videro dietro un velo di lacrime la città nordica sepolta nella neve, e la neve cader giù a larghe falde sui tetti, sulle strade, sui parchi, sul camposanto ove Frida dormiva.... Sentì un nodo alla gola e ruppe in singhiozzi. Suo padre si chinò su lui dolcemente. -- Giorgio, quando sarai più forte, quando la stagione sarà più mite, vuoi che andiamo a Berlino a visitare il dottor Raucher?... Sono convinto che gli farebbe piacere il vederti.... Gli eri tanto caro, eri tanto caro a sua figlia.... Con una mossa energica del capo Giorgio respinse la proposta paterna. -- Andare a Berlino? Presentarmi al dottor Raucher? Dopo la noncuranza villana con cui ho trattato negli ultimi tempi la povera Frida? -- Si capisce dalla lettera ch'egli non ti serba rancore. -- Che importa?... Son io che non posso perdonare a me stesso. -- Confessando la colpa t'alleggerirai del rimorso.... Riflettici, Giorgio, tu hai la necessità di mutar aria, di mutar città, di dare un'altra piega ai tuoi pensieri.... A Berlino ti trovavi bene.... Vuoi tornarci? Vuoi che domandiamo al professore Raucher se consente a riprenderti seco?... Oggi egli è accasciato dal dolore, crede di non esser più buono a nulla.... Ma potrebbe bastargli una spinta per rimettersi all'opera.... E sarebbe una fortuna per la scienza.... Io parlo contro il mio interesse.... Che cosa dovrei desiderare per me se non che tu rimanessi qui al mio fianco, in questa casa che la tua presenza aveva rianimata, rinnovellata?... Invece m'accorgo che non è possibile.... Tu qui a Roma, almeno per qualche anno, non ci puoi rimanere. -- No, babbo, -- rispose Giorgio. -- Partire sarebbe una viltà. Lascia ch'io resti qui, accanto a te, lascia ch'io impari da te ad esser forte.... Appena il medico me lo permetterà, ricomincierò le mie lezioni.... Cercherò di stordirmi lavorando.... come hai fatto tu in mezzo alle contrarietà della fortuna.... No, andare a Berlino non sarebbe un rimedio.... -- Andiamo altrove, se lo preferisci, -- disse il professore; -- andiamo in Francia, in Inghilterra per tre, per sei mesi, come t'avevo proposto in passato.... ti rammenti?... la sera in cui s'aggravò la mia povera sorella?... Non puoi, non puoi per ora abitare a Roma. Giorgio abbozzò un sorriso. -- Non posso?... Così debole mi credi?... Abbi pazienza e saprò dimostrarti il contrario. Ma subito dopo, con tutt'altro tuono e con manifesta incoerenza, soggiunse: -- Il dottor Raucher ha ragione.... Quello che ci vorrebbe in certi casi sarebbe una nobile causa a cui poter offrire la vita.... Ah perchè non devo esser nato due generazioni prima, quando si cospirava, quando si combatteva per l'Italia, e Garibaldi chiamava intorno a sè il fiore della gioventù, ed era nell'anime un fervore magnifico di generosi ideali, una fede robusta nell'avvenire della patria? Ah, t'assicuro, babbo mio, che se fossi nato allora non me ne starei oggi ad annaspar nebbia. -- I periodi eroici della storia dei popoli non si rinnovano così spesso, -- obbiettò il professore. -- La patria si può servire anche in tempi tranquilli. Giorgio Moncalvo ebbe uno scatto violento. -- La patria dei commendatori Moncalvo e delle principesse Oroboni? La patria degli avventurieri e degli -snobs- che per vanità si accostano ai nostri eterni nemici e fanno brindisi al Papa, salvo, del resto, a mutar casacca quando ne avessero il tornaconto?... Ah no, per Dio, che quella patria non si serve e non si vuol servire! Il professore tentennò tristamente la testa. -- Come ti agiti, Giorgio!... Converrai pure che non sei calmo, che non sei forte. -- Ma sfido io! Vi sono spettacoli che movon lo stomaco. -- Motivo di più per allontanarsene.... Delle bassezze, delle viltà ne vedrai da per tutto, pur troppo, perchè il mondo è fatto così.... Ma distogliti per un certo tempo dallo spettacolo di quelle che maggiormente t'irritano i nervi.... No, non ti domando di rispondermi subito.... Dormici su.... La notte porta consiglio.... Mi risponderai con tuo comodo.... E al dottor Raucher scriverai?... -- Sì, domani gli scriverò.... Non già per annunziargli la nostra visita.... -- Fa come credi.... Giacomo Moncalvo baciò in fronte il figliuolo e si ritirò, deciso di mettersi anch'egli in corrispondenza epistolare con lo scienziato tedesco. XVIII. Verso l'esilio. Gli scrisse il giorno dopo, all'insaputa di Giorgio, gli scrisse senza nulla nascondergli, e n'ebbe una pronta risposta. «Non creda -- diceva la lettera del dottor Raucher a Giacomo Moncalvo -- non creda che il mio dolore m'impedisca di comprendere il suo. Nè tema ch'io sia rimasto offeso da ciò ch'ella mi espone con sì nobile franchezza. L'affezione fraterna che il suo Giorgio aveva dato alla mia Frida era tutto quello che la povera malata potesse chiedere, ed ella è morta riconoscente del benefizio, ignorando, e fu meglio, la tempesta che travolse il suo amico negli ultimi tempi. Penso anch'io che convenga a Giorgio di allontanarsi da tutto ciò che può alimentare la sua infelice passione. S'io vedessi la probabilità di ricominciar la mia solita vita gli offrirei di tornare con me, ma ho assoluto bisogno, almeno per qualche tempo, di cambiare abitudini. Come? Quando? Non lo so. Cento idee, cento progetti diversi mi si agitano nella mente. Se uno d'essi piglierà forma concreta, se sarà tale da permettermi di ricorrere al mio antico collaboratore mi affretterò ad informarnela. Abbia un po' di pazienza. Fra due, fra tre mesi al più saprò dirle se sono ancora in grado di giovare agli altri, o se sono -un uomo finito-». Giacomo Moncalvo aspettava. Intanto Giorgio aveva voluto riprender le sue lezioni. Ma le aveva riprese senza calore, senza entusiasmo. Non era più quello d'una volta. Il professore Salvieni, che gli aveva ceduto una parte del suo corso magnificandolo agli studenti come una fulgida promessa della scienza, cominciava a dubitare d'essersi ingannato; i rivali, gli emuli malignavano. «Era una gonfiatura. È uno di quelli che s'infiltrano nelle Università per virtù della gloria paterna.... Oggi non è che assistente, ma al primo concorso saprà farsi nominar straordinario.... Così avremo la dinastia dei Moncalvo.... Come se delle dinastie universitarie non ce ne fossero abbastanza». Giorgio sentiva di perder terreno nella stima degli altri e di sè, e ogni giorno faceva eroici proponimenti.... pel giorno dopo. «Domani ritroverò la mia energia, domani mi rimetterò sul serio al lavoro». Senonchè, il domani era simile all'oggi e qualunque applicazione continuata ed intensa gli era impossibile. I suoi libri prediletti gli venivano a noja, i suoi vecchi manoscritti, le sue note in italiano e in tedesco, documenti d'un'attività intellettuale di cui si maravigliava egli stesso, gli parlavano un linguaggio che ormai egli stentava a comprendere. Come? Tante idee egli aveva avute? Tante ricerche aveva iniziate? Di tante opere aveva abbozzato il disegno? Così superbo edifizio di gloria aveva architettato?... Povero architetto che ormai non sapeva mettere insieme due pietre! Disposto per indole alla benevolenza, diventava a poco a poco scontroso e sarcastico. Poichè la molla della sua energia era spezzata, pareva infastidirsi che gli altri non fossero inerti al pari di lui, e non risparmiava le sue censure nemmeno a suo padre, oggetto un tempo della sua ammirazione. Non avrebbe potuto riposarsi? Non avrebbe potuto esser contento della fama raggiunta? Che voleva di più? Con Flacci era feroce addirittura, nè si lasciava sfuggir l'occasione di pungerlo. «Non è sangue quello che le scorre nelle vene, -- gli diceva talvolta. -- È matematica allo stato liquido. Lei non è un uomo; è una fabbrica di teoremi.... Mi stupisce che non domandi il brevetto.... Via, sentiamo, di quante memorie alla settimana -si sgrava- per i Lincei o per qualche altra Accademia?» Ora Giorgio vedeva spesso Brulati. Dopo il matrimonio della Mariannina il bizzarro artista andava meno in palazzo Gandi e s'era accostato a quello ch'egli chiamava impropriamente il ramo cadetto della famiglia Moncalvo, partecipando all'errore di molti che credevano Gabrio il maggiore dei due fratelli. Che Brulati, imbizzito anch'egli contro la -principessa Oroboni-, fosse in quel momento il compagno più desiderabile per Giorgio Moncalvo, questo non avrebbe osato pensarlo nessuno e certo non lo pensava il professore Giacomo. Ma come chiuder la porta in faccia ad un uomo che tutti amavano e stimavano e che per rendersi meglio accetto aveva offerto ai nuovi amici un dono prezioso: la copia del ritratto bellissimo fatto alla povera signora Clara sul letto di morte? Bensì il professore, accogliendolo con franca cordialità, gli aveva detto tra serio e scherzoso: «Badi che qui non si deve parlare nè di mio fratello, nè di mia cognata, nè di mia nipote, nè di nozze, nè di conversioni». E, in casa, la consegna era abbastanza rispettata. Ma, fuori, le cose mutavano aspetto, e quando Giorgio dava una capatina nello studio di Brulati o lo raggiungeva in quel caffè della vecchia Roma ch'era un ritrovo d'artisti, il pittore si lasciava volentieri tirare in discorso. La Mariannina? La principessa? Sicuro; da buona figliuola ella scriveva ogni tanto ai suoi genitori, e la signora Rachele, -donna- Rachele, mostrava con orgoglio le lettere piene di elogi per le virtù, e pel tatto di don Cesarino e piene di entusiasmo per la terra sacra ove la novella sposa, beata lei, aveva posto il piede.... Quella donna Rachele si scioglieva in lacrime di tenerezza. A lui, a Brulati, lo scettico, il reprobo, ella diceva in aria di trionfo: «Ha visto, signor profeta di malaugurio? Ha visto se quei due non eran nati per intendersi, per completarsi a vicenda? Mia figlia ha la bellezza, l'intelligenza, il danaro; mio genero ha la razza, il sangue, ha un patrimonio di credenze, di convinzioni che gli uomini dell'oggi non hanno». Un punto su cui Brulati amava diffondersi era l'ardore di neofita della Moncalvo. Non era ancora battezzata, ma frequentava ormai le funzioni di chiesa, era patronessa di parecchie fondazioni cattoliche, ascritta alla società di San Vincenzo di Paola, vicepresidentessa dell'Istituto delle pericolanti, consigliera dell'opera pia del Pane di Sant'Antonio, promotrice di una colletta a pro dei missionari, eccetera, eccetera. -- Che aspetta dunque a fare il gran passo? -- chiedeva Giorgio. Ma! Brulati diceva che non si conoscevano precisamente le ragioni dell'indugio. Secondo alcuni era lo stesso commendatore che muoveva ogni sorta di ostacoli; secondo altri, che forse erano nel vero, tutto dipendeva da un incidente toccato a monsignor de Luchi, il direttore spirituale di -donna- Rachele. Monsignor de Luchi, pare impossibile, era, pel momento, in disgrazia dei superiori e aveva dovuto ritirarsi per un pajo di settimane in un convento di francescani a far penitenza.... Non gli perdonavano il discorso pronunziato alle nozze della Mariannina con una frase ambigua sul potere temporale.... Apriti cielo!... Non c'era voluto di più per scatenar le collere della Curia.... E sì che l'untuoso sacerdote aveva proposto un brindisi al Papa e predetto alla Chiesa la riconquista di Roma. E pur troppo, soggiungeva il pittore, pur troppo il pronostico minacciava d'avverarsi. Nelle sue passeggiate con Giorgio Moncalvo per le vie della capitale, Brulati tornava spesso su questo spauracchio della riconquista di Roma da parte del Vaticano e commentava amaramente la frase di de Luchi mostrando al suo compagno ora i nuovi edifizi comperati o costruiti da corporazioni religiose, ora i preti, i frati, le monache di ogni specie e colore che sbucavano da tutti i canti. -- Come se non ne avessimo abbastanza dei nostri, -- protestava l'artista, -- ci son piombati addosso quelli che la Francia ha spazzati via. Aprono conventi, aprono ospizi, aprono scuole, aprono perfino locande; ogni arma è buona per impadronirsi delle anime e dei corpi. Bella generazione che ci preparano, di pinzochere e di sacrestani!... E pensare che non solo non trovano contrasti, ma trovano ajuti dove meno si crederebbe; perch'è di moda far all'amore coi clericali.... quando pure non si getti ogni riguardo umano e non ci si proclami clericali addirittura.... Guardi la sua ineffabile zia.... Eh, caro professore mio, -- seguitava Brulati col cordiale assenso di Giorgio, -- abbia pazienza.... Io ho sempre creduto che l'antisemitismo sia una cosa barbara e idiota, ma se gli ebrei fanno lega coi preti non garantisco di non diventare anch'io un feroce antisemita. Altro incentivo alle sfuriate di Brulati era lo strazio che, secondo lui, per ordine del commendator Moncalvo, si stava facendo del palazzo e del giardino Oroboni. La Mariannina, ormai proprietaria del luogo, aveva dato carta bianca a suo padre, e il commendatore s'era messo nelle mani d'un ingegnere che, in pochi mesi, della caratteristica palazzina del Seicento avrebbe fatto una delle più volgari case di questo secolo di mercanti. -- Non che quella palazzina fosse un capolavoro, non che non ci fossero a Roma dei giardini più belli; ma era un complesso armonico, intonato, raccolto.... Vedrà, vedrà invece l'anno venturo.... Ora l'opera di distruzione è appena iniziata e dal di fuori non ci si accorge di nulla.... Bisogna affacciarsi alle finestre del palazzo Gandi.... Non ci va più, lei? No, Giorgio non ci andava e non ci sarebbe andato più, quantunque, cedendo all'attrazione dei luoghi ove la Mariannina era vissuta fino a due mesi addietro e dei luoghi che l'avrebbero accolta in un prossimo avvenire, egli fosse passato sovente da quella strada, avesse sovente alzato gli occhi verso l'abitazione degli zii e verso la massiccia muraglia che la prospettava e che nascondeva il casino Oroboni. -- Anche la muraglia è destinata a cadere, -- gli disse Brulati una mattina. -- Già, vogliono sostituirvi una cancellata -artistica-. Si figuri! La muraglia era nuda, disadorna, e pure l'occhio ci si era avvezzo e quel suo aspetto cupo ed inospitale corrispondeva all'indole della gente reazionaria e antidiluviana che vi dimorava. Era uno dei tanti contrasti fra la vecchia Roma e la nuova.... Nossignori, la buttano giù.... Questi milionari non capiscono niente.... A loro basta di ostentare la loro ricchezza. -- E la vecchia principessa che fa? -- chiese Giorgio Moncalvo. -- Donna Olimpia, -- replicò il pittore, -- s'è rifugiata nella sua camera e non n'esce mai, e non riceve nessuno. Ha dichiarato che finch'è viva non lascerà penetrare in quella camera nè ingegneri, nè capomastri, nè manovali.... Credo che si rassegneranno ad aspettar la sua morte prima di compiere i ristauri.... -- E come alloggeranno gli sposi al loro ritorno? Pensano di prolungar la loro assenza all'infinito? -- Tutt'altro.... Torneranno anzi fra poche settimane.... Ma andranno ad abitare provvisoriamente un villino in via Ludovisi, preso in affitto per conto loro dal rispettivo padre e suocero.... Me lo ha detto lo , 1 ' , , 2 . 3 4 , , , 5 6 , 7 , , 8 9 . ; 10 ' ; , , 11 , , 12 , , 13 14 . 15 16 - - , - - 17 - - , 18 , ' , 19 20 . 21 22 , , - - 23 , : - - - ! ! - - - 24 : 25 26 - - ! . . . ? 27 28 - - ? - - . - - . 29 30 , 31 , , ' 32 . 33 . 34 35 , 36 37 : 38 39 - - ! ? 40 41 ' : 42 43 - - , , ' . , 44 . . . . 45 . . . . , - - 46 , - - 47 ? 48 49 . 50 51 - - ? 52 53 - - ? . 54 55 - - ! - - . - - ! 56 57 - - , - - , - - 58 ' . . . . 59 60 - - , , - - . - - 61 . . . . . . . . 62 63 - - ? 64 65 - - . . . . 66 67 - - ! 68 69 - - ' , - - . 70 71 ' , 72 ' . 73 74 - - , - - . - - 75 . . . . . . 76 . . . . 77 78 - - , - - . - - ' 79 ' 80 . . 81 82 - - , , 83 . . . . 84 . 85 86 - - ? - - . 87 88 - - . . . 89 90 , 91 , 92 . ; 93 - - , 94 95 . 96 97 , - 98 - , : 99 100 - - - ' . - 101 102 ' . 103 ' « » , 104 ' , 105 ' ' 106 107 ' ' . , , 108 , , , 109 , 110 . ' ' 111 : ' ' 112 , 113 . , ; 114 , , 115 ' 116 ' , , . : - - 117 ? 118 119 120 . 121 122 - - ' . 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