Olimpia, la quale ha fatto già uno sforzo enorme a recarsi in chiesa e
non vede l'ora di riseppellirsi nel vecchio palazzo, ohimè non più suo,
ma che ella seguita a riguardar come suo.
Il corteo nuziale, ridotto così, attraversa a passi rapidi la Basilica,
e per la maestosa gradinata scende sulla piazza immensa di Porta San
Giovanni, che digrada con lento pendìo fino alla chiesa di Santa Croce
in Gerusalemme, e di là dai resti dei vecchi acquedotti, di là dai
tetti delle fabbriche nuove che la deturpano lascia veder le linee
vaporose dei colli albani. Ivi gli equipaggi attendono; ivi attende
l'automobile di miss May; ivi uno sciame di accattoni, di monelli,
di venditori ambulanti, di semplici curiosi, mal rattenuto da poche
guardie municipali, preme, avvolge la nobile comitiva che insofferente
di contatti plebei si affretta a salir nelle carrozze e ordina ai
cocchieri di sferzare i cavalli.
-- Vi precedo, -- grida miss May fendendo la folla con la sua superba
-Mercedes- e sollevando dietro a sè un nembo di polvere, mentre una
dozzina di ragazzi cenciosi, non contenti dell'elemosina avuta, le
scaraventa dietro una filza di epiteti espressivi tolti dal vocabolario
romanesco.
Altri, per la stessa ragione, inseguono per qualche tempo il -landau-
della sposa, urlando: -- -La giudia! La giudia!- -- ciò che strappa un
gemito dal petto di donna Rachele:
-- Anche dopo il battesimo!... Quando la finiranno?
-- Cosa vuole? -- dice il conte Ugolini per consolarla. -- Sono ignoranti.
Al Municipio la funzione è breve, tanto più che il sindaco e gli
scrivani, infastiditi dalla lunga attesa, non vedono l'ora di andar a
colazione. Anzi il sindaco ringhiotte il discorso che aveva preparato e
si limita a due parole di augurio.
La signora Rachele trionfa, e non contenta di sfogarsi con Ugolini si
volge in aria quasi di sfida a quello scettico impenitente del pittore
Brulati:
-- Che differenza dalla cerimonia in chiesa! Non vorrà mica negare?
Ma Brulati ch'è di cattivo umore risponde:
-- Eh, sicuro, in chiesa c'è più pompa. Ma quello è fumo, questo è
arrosto.... E per diventare principessa Oroboni bisogna passar di
qui.... A proposito, -- continua il pittore liberandosi da un peso che
gli grava lo stomaco da molto tempo, -- che notizie ha di quella povera
famiglia?
La signora Rachele sulle prime non capisce.
-- Quale famiglia?
-- Non rammenta? Quella di via Merulana.
-- Ah! -- fa donna Rachele arrossendo. -- Che memoria ha!
-- Gli è, -- seguita Brulati impassibile, -- che in questa lieta occasione
rinnoverei volentieri l'offerta....
-- Grazie, grazie, -- interrompe bruscamente la signora. -- Non
occorre.... Le condizioni son molto migliorate....
-- Hanno vinto una lotteria?
-- Si figuri....
-- Che fortuna rara!
-- Ha dei giorni ch'è insopportabile, -- borbotta la signora Rachele. E
piantando in asso il suo petulante interlocutore accetta il braccio
offertole dall'alto personaggio degli esteri, quello che di sera ha
l'abitudine di dormirle in salotto.
-- Forse mi comprometto, -- dice il diplomatico. -- Ora che i Moncalvo
entrano nel campo avversario.... Meno male che S. E. il Presidente del
Consiglio non vuol inasprire il Vaticano....
-- Ah commendatore, -- esclama con enfasi la signora Rachele. -- l'uomo
di Stato che riconcilierà l'Italia con la Chiesa sarà più benemerito di
Cavour. Sua Eccellenza dovrebbe aspirare a questa gloria.
-- Sono questioni delicate, cara signora, questioni che bisogna lasciar
risolvere al tempo.... Ma ecco che tutti hanno posto la loro firma e
che si può avviarsi.
-- Viene a colazione da noi? -- chiede donna Rachele.
-- Grazie. È impossibile. Sono atteso alla Consulta.
Il pubblico di piazza del Campidoglio, composto in parte dei forestieri
che vanno a visitare i musei, è più garbato di quello di San Giovanni
Laterano. Qui nessuno sa o nessuno si cura del recente battesimo;
qui nessuno leva il grido sconveniente -la giudia-, ma un mormorio
spontaneo di ammirazione accoglie la sposa novella che a braccio del
marito esce dagli uffici di stato civile e risale in vettura.
Un francese, alle cui orecchie son giunte le parole -matrimonio
principesco-, dice con aria convinta:
-- -On voit bien que c'est une princesse.-
Una nube vela l'orgogliosa bellezza di Mariannina Moncalvo. Ora
ch'ella ha profferito il «sì» che vale davvero in faccia alla legge,
ora che un nodo indissolubile l'avvince a don Cesarino, ora per la
prima volta ella domanda a se stessa s'ella non sia stata vittima d'un
vano miraggio e se il dono completo di sè non sia prezzo troppo alto
per la conquista d'un nome e d'un titolo. Sì, certo, ella dominerà il
suo consorte, ma intanto, almeno per qualche tempo, ella non potrà
rifiutare le sue carezze, non potrà sfuggire un contatto che le
ripugna. E un'altra immagine ch'ella vorrebbe cacciare da sè torna
insistente a perseguitarla: l'immagine del cugino di cui ella s'era
divertita ad attizzare la fiamma, del cugino che era stato in procinto
di morire per lei. Non lo ama ella, no; ella è troppo padrona di sè
medesima, troppo corazzata contro gli assalti della passione, ma ella
sente ancora sulla bocca la bruciatura del bacio ch'egli le ha reso in
cambio di quello ch'ella, provocante, gli ha dato. E pensa: -- Lo vedrò
più?
Con la faccia ostinatamente rivolta verso il finestrino ella risponde
appena alle domande dello sposo.
-- Sei un po' smorta. Cos'hai? Non ti senti bene?
-- Ho l'emicrania.... Troppi fiori....
La carrozza rallenta, s'arresta davanti al palazzo Gandi.
Con un salto la Mariannina balza a terra, traversa l'ingresso
brulicante di gente, sale lo scalone, e, staccandosi da don Cesarino
che non osa seguirla, entra per l'ultima volta nella sua camera di
fanciulla. In un baleno ella si spoglia della veste nuziale, indossa
l'abito da viaggio, guarda di là dalla strada il muro alto, bruno,
massiccio degli Oroboni, e il cuore le si gonfia d'orgoglio all'idea
di aver forzata quella rocca inviolabile ove fino a poco addietro
nessuno della sua razza avrebbe ardito mettere il piede. Oggi è lei la
principessa Oroboni. Che le importano i superbi disdegni della suocera
riottosa? Che ombra può darle quella pallida larva destinata presto a
sparire?
Via, via dall'anima le fisime sentimentali! La Mariannina Moncalvo deve
portar regalmente il suo titolo.
Quand'ella scende fra gl'invitati i suoi occhi sfavillano, le sue
guancie hanno ripreso l'usato colore.
-- Come sei bella! Come sei bella! -- esclama don Cesarino. -- E la tua
emicrania?
Ella si stringe nelle spalle.
-- È scomparsa.... A me le indisposizioni non durano.
Don Cesarino china il capo umiliato. Egli, sofferente fin dalla
nascita, troverà indulgenza presso la splendida creatura rigogliosa di
salute, esuberante di vita?
Gabrio Moncalvo abbraccia entusiasta la figliuola.
-- Sei più principessa di tutte le principesse.
Il commendatore che in chiesa s'era trovato a disagio, che al municipio
era rimasto un po' male per la fretta e la svogliatezza del sindaco,
qui, in casa sua, nel suo ambiente, ha ricuperato la sua vena e il
suo brio. Si guarda dal dirlo, ma contrariamente a sua moglie, ch'è
avvilita e irritata per la mancanza quasi completa dell'aristocrazia
del blasone, a lui non par vero di non vedersi davanti nè l'arcigna
principessa Olimpia, nè donna Cornelia Flamini, nè parecchie altre
delle mummie che assistevano alla cerimonia di San Giovanni Laterano.
Ora, nella folla che lo circonda e che fa onore al suo sontuoso
-buffet-, è in prevalenza l'aristocrazia bancaria alla quale egli
appartiene e ov'egli è riverito come un monarca assoluto.... Sì, sì,
questo è il suo regno. Lo facciano pur conte del papa, egli rimarrà
sempre banchiere, legato a doppio filo con gli uomini della finanza,
senza distinzione di patria, di stirpe, di fede....; quindi anche coi
suoi vecchi fratelli semiti che la fanatica signora Rachele avrebbe
voluto escludere dall'odierna solennità domestica, ma ch'egli aveva
invitati a malgrado di lei. «Già non verranno», -- ella diceva per
coonestar l'esclusione. «Ci pensin loro, -- era stata la facile risposta
di Gabrio Moncalvo. -- Io non commetto villanie. Del resto, giurerei che
verranno». Non solo eran venuti, ma alcuni di loro avevan mandato alla
sposa regali splendidissimi che ora figuravano tra i più belli messi
in mostra nell'apposita stanza ove i visitatori erano introdotti per
turno e ove non mancava la discreta sorveglianza d'un servo fidato....
Con tanta gente.... non si può mai sapere.... Perchè, non scherziamo,
c'erano oggetti di gran valore, specie un monile di perle con pendente
di brillanti, dono di miss May, di cui si affermava che il giojelliere
avesse, tempo addietro, rifiutato sessantamila lire.
Tre o quattro cronisti, tal quale come nel giorno del trasporto
della povera signora Clara, cacciano il naso da per tutto, assediano
di domande gl'intimi della famiglia, prendono note nel taccuino,
interrompendo talvolta il lavoro per far qualche riflessione filosofica
e profonda.
-- Ma! Vicende di questo mondo. Non sono tre mesi ch'eravamo qui per un
funerale.
-- -Les morts passents vite.-
Uno, più indiscreto degli altri, urta col gomito il vicino per
additargli un libro di devozione legato in cuoio con borchie d'argento
dorato, offerto alla sposa da monsignor de Luchi.
-- Il maestro non vuole che la scolara dimentichi le sue lezioni.
-- Bah! Quella non è donna da recitar salmi.
-- Eh, chi sa? Le neofite son le più ferventi.
-- Se i vecchi Moncalvo si svegliassero!
-- Zitto. C'è il principe.
Don Cesarino Oroboni, poichè la Mariannina è accaparrata dagli amici
e dalle amiche e sopra tutto dall'invadente miss May, è come sperduto
in quella società nuova per lui. Appoggiandosi al braccio del conte
Ugolini-Ruschi, che almeno è -della sua casta-, egli gira su e giù
per le sale, e da lui, ch'è cavaliere di Malta e fu in Palestina,
attinge notizie sul viaggio, sui conventi di Gerusalemme, sul monte
degli Olivi, sul Golgota, su Nazareth, sulle distanze da percorrere,
sulle fatiche da sopportare per conoscere tutti i luoghi che udirono
la parola di Gesù. E Ugolini, che si vanta di cospicue aderenze in ogni
angolo della terra, oltre a fornir le informazioni richieste, promette
lettere commendatizie per questo e per quello, pel balì dell'Ordine
che fu suo condiscepolo, pel superiore dei Francescani ch'è suo amico,
pel console austriaco ch'è figlio d'un cugino di sua madre di buona
memoria, e marito della nipote d'un barone Hohenstein di Monaco, da lui
conosciuto anni addietro presso i suoi parenti Wartenburg di Berlino.
Ma a poco a poco, con nuove felicitazioni ed augurî, gl'invitati si
ritirano. Restano al -lunch- solo gl'intimi della famiglia, primi tra
i quali, s'intende, miss May, il conte Ugolini, il pittore Brulati,
il cavaliere Fanoli e monsignor de Luchi, capitato proprio all'ultimo
momento, quando già si disperava di vederlo. Resta pure, benchè non sia
degl'intimi, il barone Bernheim che s'è invitato da sè.
Monsignore, amabilissimo, scusandosi dell'involontario ritardo, offre
il braccio a donna Rachele e l'accompagna a tavola. Egli prende il
posto alla destra di lei; alla sinistra siede il conte Ugolini, onde
ella si trova fra quello ch'è oggi il dolce peccato e quello che sarà
presto la facile penitenza. Con che ansietà ella invoca il giorno
in cui le sarà dato prostrarsi ai piedi del degno ecclesiastico e
confessare la colpa e ottenere l'assoluzione!
Lo sciampagna trabocca, spumeggiante, dai calici; i brindisi e i viva
agli sposi s'incrociano. Ma tutti fanno silenzio quando monsignor de
Luchi si alza e accenna a voler parlare.
Monsignore apre un foglietto piegato a modo di telegramma e comincia
con voce solenne:
-- Ho una sorpresa, una cara sorpresa per la nostra coppia felice. In
questo momento ho ricevuto da Sua Eminenza il cardinale segretario di
Stato il seguente dispaccio:
«Sua Santità invia benedizioni ed augurî ai dilettissimi figliuoli
Cesarino e Mariannina Oroboni».
-- Oh, monsignore! -- esclama donna Rachele. E non riesce a dir altro,
e mostra una spiccata disposizione a svenire, incerta soltanto se deve
cader dalla parte di don Paolo o da quella del conte Ugolini-Ruschi. Ma
i due la sostengono e la rinfrancano, ond'ella riacquista il dominio
di sè e calma coi cenni e coi sorrisi la trepida sollecitudine dei
commensali.
-- Non è nulla.... È passato, -- ella assicura. -- Effetto della
commozione.... Un favore così segnalato.... così inatteso.... E lo
dobbiamo a lei, monsignore!... Mariannina, genero mio, non avete
ringraziato don Paolo?
Ed ella afferra la mano del sacerdote e la copre di baci. Gli sposi
vorrebbero fare altrettanto, ma monsignore si schermisce, dichiara che
il merito, se c'è, non è di lui solo.... Anche il conte Ugolini-Ruschi
con la sua influenza, con le sue aderenze....
Modesto e dignitoso, il conte fa segni negativi col capo.
-- Sì, sì, sento che c'è anche lei, -- protesta con enfasi donna Rachele,
arrossendo di non averci pensato prima. E stringe con effusione la
destra al suo impareggiabile amico. E incita con lo sguardo il marito a
manifestare la propria riconoscenza.
-- Grazie, grazie, -- borbotta il commendatore con moderato entusiasmo.
Gli è che anch'egli ha in serbo una -sorpresa- per la figliuola e gli
duole di vederne sciupato l'effetto da questo colpo di scena.
-- -How interesting!- -- esclama miss May leggendo per di sopra la spalla
di monsignore il dispaccio del Vaticano, mentre i camerieri sturano
altre bottiglie di sciampagna e ricolmano i calici.
Zitto! Don Paolo ha qualche cosa da soggiungere.
-- Io propongo, -- egli dice, -- un brindisi al nostro Sommo Pontefice Pio
X.
C'è un momento di esitazione, e il barone Bernheim, che aspetta una
nuova commenda italiana, non può trattenere un espressivo: «Uhm, uhm!»
-- Il mio brindisi è rivolto al Pastore delle anime e non al Sovrano,
-- spiega monsignore. E allora tutti si levano in piedi applaudendo;
solo il pittore Brulati, con la scusa di raccattare il tovagliuolo
scivolatogli giù dalle ginocchia, trova il modo di esimersi dalla
toccante dimostrazione, e brontola corrucciato: -- Dopo la commedia, la
farsa.
-- Io spero che l'eco di questi applausi giungerà fino a Sua Santità, --
ripiglia don Paolo appena tace il tintinnio dei bicchieri.
E poichè i vapori del vino gli dànno un poco alla testa, egli si lascia
scappare due o tre frasi imprudenti.
-- Sì, questi applausi hanno un grande significato. Essi sono uno dei
tanti sintomi di quella riconquista di Roma ch'è la vera, ch'è la
più desiderabile. «Il mio regno non è di questo mondo». Regnar sulle
anime, ecco ciò che interessa.... E se le anime tornano a noi, tornano
alla Chiesa, non sarà una gran disgrazia aver perduto quattro palmi di
terreno....
-- Bravo don Paolo! -- salta su, ridendo, il commendatore. -- Lei rinuncia
al poter temporale.... Se la sentono....
-- Io non rinuncio a nulla, -- ribatte monsignore accorgendosi di
essere andato tropp'oltre. -- La Chiesa ha i suoi diritti e protesterà
sempre contro le violenze commesse a suo danno.... Ma io parlo come
privato.... E per me, sì, l'essenziale è che la Chiesa riconquisti
le anime.... Del resto, accetto l'avvertimento amichevole del nostro
illustre commendatore.... e.... acqua in bocca.
A suggello delle sue parole monsignor de Luchi accosta il bicchiere
alle labbra.... ciò che desta l'ilarità dei presenti, i quali notano
che nel bicchiere c'è vino e non acqua.
-- Ebbene, figliuoli, -- dice il commendatore dopo aver consultato
l'orologio, -- se non volete arrivar troppo tardi a Napoli sarà bene
che vi disponiate a partire.... l'automobile è pronta.... E non è
l'automobile solita.... È una Fiat di cinquanta cavalli che metto nella
-corbeille- della Mariannina.
-- Ah, babbo! -- grida la neoprincipessa gettando le braccia al collo
dell'autore dei suoi giorni con uno slancio d'affetto filiale che non
può capire chi non abbia un padre milionario.
Gabrio Moncalvo è contento. La sua -sorpresa- ha maggior successo
dell'altra; l'automobile dà scacco matto alla benedizione.
Carezzevole, la Mariannina domanda:
-- E quanti chilometri....?
-- Calma, calma, -- interrompe il banchiere. -- Lo -chauffeur- ha l'ordine
di non superar la velocità di cinquanta chilometri all'ora.... Per oggi
comando io.... Spero che tuo marito non se ne offenderà....
-- Si figuri!
Don Cesarino pensa con accorata tenerezza al vecchio -landau- di
famiglia, al vecchio cocchiere, ai due vecchi cavalli bai che solevano
impiegar circa venticinque minuti per portarlo da casa sua fino a San
Pietro, e chiude istintivamente gli occhi, turbato dalla visione della
sfrenata corsa automobilistica che lo aspetta. Ma quando li riapre
scorge un risolino ironico sulle labbra della Mariannina e si vergogna
di se stesso.
-- Di la verità, hai paura? -- chiede la giovane sposa.
Egli arrossisce e balbetta:
-- Con te?... Con te farei il giro del mondo.
La frase identica, mesi addietro, ella l'aveva udita da
-quell'altro-.... Sì, certo, tutti e due sarebbero stati pronti a fare
il giro del mondo con lei; ma quell'altro non avrebbe avuto paura.
XVII.
Triste convalescenza.
-- Flacci, mi fa il piacere di sonar quel campanello, -- disse Giorgio
Moncalvo, che da due giorni si alzava e ancora molto pallido e debole
era seduto sur una poltrona accanto alla finestra.
-- Se desidera qualche cosa, son qua io, -- rispose il giovine e
officioso matematico, balzando in piedi.
-- Grazie, mi basta che suoni, -- replicò il convalescente. E quando la
donna di servizio accorse alla chiamata, le ordinò di mandar subito a
prendere il -Giornale d'Italia- e la -Tribuna- della sera innanzi e il
-Popolo Romano- e il -Messaggero- della mattina.
La domestica consultò con lo sguardo l'assistente, il quale alla sua
volta arrischiò un timido ma....
-- Non c'è ma che tenga, -- disse Giorgio. -- Se solleva ostacoli vado
io in persona, nonostante il divieto del medico.... chè già mi reggo
benissimo.
La minaccia ebbe il suo effetto; il dottor Flacci non fiatò più e la
donna uscì per eseguire la commissione.
Giorgio Moncalvo portò la mano alla bocca per reprimere uno sbadiglio.
-- Lo so, lo so, caro Flacci, fra il babbo e lei c'è un complotto contro
di me e mi sorvegliano per turno.
Flacci protestò con un gesto vivace.
-- A fin di bene, s'intende, -- continuò l'altro senza scomporsi. --
Temono ch'io commetta qualche pazzia, e vogliono custodirmi sotto
una campana di vetro.... lontano dalle emozioni.... Se pregavo lei di
procurarmi i giornali avrebbe tirato in campo mille difficoltà.... Per
questo ho preferito dar l'ordine direttamente.... Ci sarà la relazione
sul matrimonio di mia cugina.... Via, non faccia l'indiano.... Per
quanto abbia l'abitudine di viver fra le nuvole, non può non aver
sentito che jeri la figliuola dell'illustrissimo commendatore Gabrio
Moncalvo, mio zio, s'è sposata col principe Cesarino Oroboni, dopo,
ben s'intende, aver preso il battesimo in piena regola.... La notizia
è giunta a me nonostante tutte le precauzioni, e vorrebbe fingere
d'ignorarla lei che non è relegato a casa e non ha nessuno interessato
a nasconderle nulla?...
-- Non lo ignoravo, ma....
-- Ma la cosa non le importava affatto?... È naturale.... Ella non
è parente della sposa.... Ma io sono cugino, primo cugino, e questa
indifferenza sarebbe imperdonabile.... È vero che siamo in disgusto....
Mio padre non è voluto nemmeno andare alle nozze.... Poco male.... La
parentela c'è sempre.... Non ha cugine lei?
-- No.
-- Meglio.... Son causa di fastidi e di pettegolezzi.... Il meno che
possa toccare è di sentirsi dire che se n'è innamorati.... Lo hanno
detto anche di me.... E non è vero.... Si figuri se potevo innamorarmi
d'una cugina arcimilionaria! In quanto ad approvare il matrimonio che
ha fatto, questo no.... Nè il matrimonio, nè la conversione.... Son
cose che non siamo stati capaci di digerire, nè mio padre, nè io....
Giudichi lei, Flacci.
-- Io veramente....
-- Smetta quell'aria da diplomatico.... Se avesse una cugina,
le piacerebbe vederla far queste commedie pel gusto di diventar
principessa romana?... Ride?...
-- Mi par così comica l'idea d'una principessa romana nella mia famiglia!
Giorgio Moncalvo s'infastidì.
-- Questo non è rispondere.... Le piacerebbe?
-- Eh, no sicuro.
-- Sia lodato il cielo.... È un tale assurdo!... Ai nostri tempi entrar
a bandiere spiegate nel campo reazionario!... Metter la maschera della
bigotteria per trovar buona accoglienza presso quattro beghine!
Giorgio, che da un pezzo non era stato tanto discorsivo, continuò per
altri cinque minuti, su questo tuono, solo interrompendosi di tratto
in tratto per maravigliarsi che la donna non gli portasse ancora i
giornali.
Finalmente i giornali vennero, e il nostro professore ne prese due e
diede gli altri due a Flacci.
-- Guardi un po' lei nel -Popolo Romano- e nel -Messaggero-. Guardi la
cronaca rosa, i «fiori d'arancio».... Sarà in terza pagina.... Dio, che
uomo!... Fuori della sua matematica è come un pulcino nella stoppa....
Ecco, io ho già visto che la -Tribuna- e il -Giornale d'Italia- hanno
tre righe sole.... l'annunzio nudo e crudo della cerimonia, e una frase
di elogio per la bellezza della sposa.... Sono giornaloni.... Non si
degnano di dedicar troppo spazio a simili inezie.... Ebbene?...
-- Qui mi pare ci sia qualche cosa.
-- Ah, nel -Messaggero-? -- disse Giorgio strappando il foglio di mano
all'assistente. -- Sicuro.... C'è una colonna.... Questo si chiama saper
fare il giornale....
E si mise a leggere con avidità, accompagnando la lettura con
osservazioni ironiche.
-- Già.... si comincia con la descrizione del battesimo....
Toccantissima.... La sposa era un'apparizione.... Il cronista va in
estasi.... deplora di non aver la penna di d'Annunzio per esaltarne
degnamente le bellezze.... Stupido! Passiamo avanti.... Ecco la nota
dei principali regali: brillanti, perle, smeraldi, rubini.... Non è
abbagliato, Flacci?
-- Sono incompetente.... Ho paura che non distinguerei un diamante da un
pezzo di vetro comune.
-- Bravo!... Seguono i regali.... Magnifico servizio d'argenteria....
magnifiche porcellane giapponesi.... tutto magnifico.... Avanti.... oh,
oh, questo è -più magnifico- di tutto.... «Allo sciampagna -- si parla
della colazione sontuosissima in casa di mio zio -- allo sciampagna,
monsignor Paolo de Luchi, che aveva celebrato il matrimonio religioso,
portò la benedizione del Papa....» Non si scuote nemmeno per questo,
Flacci?... Resta impassibile, come per i giojelli?
-- Faccia conto.
-- Io invece sono commosso fino alle lacrime.... Pensi, mia cugina
fino a jeri era una reproba; mio zio e mia zia sono ancora fuori
della comunità dei fedeli.... ci entreranno, pare, ma pel momento sono
fuori.... e cionullostante il Santo Padre manda sulla casa inquinata
dall'eresia la sua apostolica benedizione.... E forse non la manderebbe
a lei, caro Flacci, che, ortodosso o no, è pur nato e cresciuto in
grembo alla Chiesa. Io, se fossi ne' suoi panni, protesterei.
-- Ha voglia di ridere, professore.
-- Tutt'altro.... Sono troppo compreso dell'onore ch'è fatto al nome
Moncalvo e di cui ho anch'io la mia parte.... Veda le fortune che
cápitano a chi ha una bella cugina ricercata dai principi romani....
Giorgio gettò di nuovo l'occhio sul giornale.
-- Senta, senta: «Gli sposi sono partiti alle ore 15 per Napoli in
una splendida -Fiat- da cinquanta cavalli, regalata dal commendatore
Moncalvo alla figliuola. Fra pochi giorni s'imbarcheranno per Terra
Santa»... Se la può immaginare mia cugina in pellegrinaggio alla tomba
di Cristo?
-- Non ho l'onore di conoscerla, -- obbiettò il dottor Flacci.
-- È vero, lei non conosce nessuno.... tranne le sue formule....
Beato lei! Così non ha distrazioni e arriva alla celebrità in treno
diretto.... Lo dice sempre mio padre che lei si sveglierà celebre
quando meno se l'aspetta.
-- Il professore è troppo indulgente per me.
-- No, no, mio padre non è che giusto.... Però mi dispiace ch'ella perda
un'eccellente occasione di ridere alle spalle della neoprincipessa
Oroboni prosternata ai piedi del Santo Sepolcro.... E scusi, nel
-Popolo Romano- c'è nulla?
-- Nulla.... Almeno mi sembra.
-- Dia a me.... È vero, nulla.... Cioè il puro annunzio.... Che
giornale! Basta, rileggerò stasera il -Messaggero- prima di andare a
letto.... Mi farà buon sangue.... Oggi ho proprio passato un'oretta
allegra.
Giorgio Moncalvo si alzò dalla poltrona fregandosi le mani e fischiando
tra i denti il motivo della marcia nuziale del -Lohengrin-.
In questo stato di eccitamento lo trovò di lì a poco il professore
Giacomo e n'ebbe una nuova conferma di ciò che sapeva. Malato o
convalescente, taciturno o loquace, il suo figliuolo era fisso in un
solo pensiero, il pensiero assiduo, cruccioso della Mariannina. Era
come se il resto del mondo non esistesse per lui; mai un'allusione ai
suoi studi prediletti, mai una parola sugli amici di Berlino, quella
parola che suo padre aspettava per comunicargli una notizia, per
consegnargli una lettera giunta quand'egli non era ancora fuori di
pericolo.
A che pro ritardar più oltre? Con l'indifferenza che Giorgio ostentava
per tutto, non era da temersi che la triste novella gli recasse una
scossa troppo violenta. E a ogni modo, s'era una scossa, non poteva
egli ritrarne piuttosto beneficio che danno?
Così il professore si decise a romper gli indugi e la sera stessa fece
cadere il discorso sui Raucher.
All'udir quel nome Giorgio ebbe un gesto sconsolato.
-- I Raucher! -- egli disse. -- Povera gente!... l'ultima lettera di Frida
era tanto triste, tanto sfiduciata.... Ora mi ricordo.... Temeva di non
arrivare alla primavera.... E io non le ho risposto.... Ma non è stata
colpa mia.... Mi sono ammalato subito.... Le risponderò, mi scuserò....
Giacomo Moncalvo mise una mano sulla spalla del figliuolo.
-- Risponderai a suo padre.
-- Come? -- esclamò Giorgio turbandosi in volto. -- A suo padre?... E
Frida?...
Il professore chinò il capo.
-- Perchè non dici nulla?... Voglio che tu mi dica la verità.
-- Sai che non v'era speranza di salvarla.
-- Morta dunque?... Morta? E da quando?... Come l'hai saputo?
-- È venuta la partecipazione a stampa insieme con una lettera per te.
-- Quando? Quando? -- insistè Giorgio.
-- Circa tre settimane fa.... Stavi male....
-- E perchè hai continuato a tacere quando stavo meglio?... Perchè hai
atteso tre settimane a darmi questa lettera?... Dov'è?
-- Eri sempre debole, -- si scusò il professore togliendosi di tasca una
busta orlata di nero.
Giorgio riconobbe la calligrafia del dottor Raucher. E prese la lettera
e la girò fra l'esili dita.
-- Da tre settimane! -- egli ripeteva. -- Che si penserà di me che non ho
scritto una parola?
-- Ho scritto io in vece tua, -- soggiunse Giacomo Moncalvo. -- Ho
informato il professore della tua malattia.... C'è anche un libro....
-- Che libro?
-- Non so.... È tuttora sotto fascia. La lettera ti spiegherà.... Vuoi
che apra io, che legga io?
-- No, gli occhi mi servono.
Giorgio s'accostò alla lucerna per leggere il funebre messaggio. Il
professore sedette in disparte.
«La mia Frida ha finito di patire l'altra sera -- scriveva il dottor
Raucher -- e io adempio a un preciso incarico della mia benedetta
informandone lei che ha conosciuto e apprezzato quell'angelo.
«Scrivigli tu stesso -- ella diceva -- scrivigli in mio nome, e
assicuralo che non ho mai dimenticato la sua bontà per me e che muojo
convinta di non esser dimenticata da lui, sebbene in questi ultimi
tempi non m'abbia scritto. Ma m'immagino quanto assorto egli sarà nei
suoi studi».
«Ella riceverà per la posta anche un libro che mia figlia mi pregò
di spedirle. È il volume delle poesie di Carducci che Ella le aveva
regalato e che leggevano insieme un anno fa.... Frida aveva così caro
quel volume!... Lo conservi, Moncalvo, lo conservi in memoria della
soave creatura che mi lasciò solo al mondo.
«Non le parlo di me. Ella può figurarsi il mio stato. Non vivevo che
per questa figliuola, verso la quale mi pareva di dover espiare la
colpa gravissima di averla fatta nascere. Quanto ha patito, povera
santa! Non credo che ne' suoi vent'anni ci sia stato un giorno in
cui non soffrisse.... E non ha mai avuto un lamento, non ha avuto un
rimprovero.... Basta così.... Perduta la mia Frida, sento la vanità di
ogni cosa.... Non so come potrò rientrare nel mio gabinetto da lavoro,
ove pur la buona fanciulla veniva tanto di rado, ma ove attraverso le
pareti mi giungeva talvolta il suono della sua voce.... E poi a che pro
studiare, a che pro meditare? Se non fossi affranto d'animo e di corpo,
cercherei forse di offrire la mia vita per qualche grande causa....
All'età mia non s'è più utili a nulla.... Tocca a Lei ora, tocca a
quelli che come Lei hanno dinanzi a sè l'avvenire. Possa Ella trovare
nella scienza le consolazioni che a me sono negate per sempre.... Mi
accusi ricevuta del libro, mi ricordi a suo padre e mi creda
«-Suo-
GUGLIELMO RAUCHER».
Giorgio Moncalvo posò la lettera aperta sul tavolino e stette
silenzioso con la faccia nascosta fra le palme. Gli si affollavano alla
mente i ricordi del suo soggiorno a Berlino; ricordi del laboratorio
austero ov'egli si era educato alla scrupolosa severità dell'indagine,
ricordi della casa ospitale che la gracile Frida empiva del suo sorriso
e del suo dolore. E a pensar quella casa senza di lei, a pensare senza
la diletta figliuola l'uomo illustre del quale per vent'anni ell'era
stata la tenerezza ineffabile, l'inquieta e trepida cura, egli ebbe per
un istante vergogna di sè, vergogna dell'agitazione in cui lo mettevano
le febbri della sua fantasia, così piccole e vane al paragone delle
miserie reali.
Il professore Giacomo, ch'era uscito tacitamente, tornò recando qualche
cosa in mano, e avvicinatosi a Giorgio:
-- Ecco il piego arrivato per te da Berlino, -- gli disse.
-- Sì, sì, -- rispose il giovane. -- È il volume delle poesie del
Carducci. Lo avevo regalato io l'anno scorso a Frida Raucher. È per
desiderio di lei ch'esso mi è rispedito....
E Giorgio additò a suo padre la lettera dello scienziato tedesco.
-- Leggi pure.
Egli intanto, rotta la fascia che cingeva il libro, andava svolgendone
i fogli, molti dei quali erano annotati in margine da Frida nella sua
calligrafia minuta e sottile. Parecchie di quelle note, Giorgio lo
rammentava benissimo, erano state dettate da lui; ma altre la Frida
ne aveva aggiunte più tardi, dopo ch'egli era partito da Berlino; qua
e là una parola, una data, un giorno della settimana. Una pagina era
piegata, quella che conteneva l'ode breve e squisita:
Or che le nevi premono,
lenzuol funereo, le terre e gli animi,
e de la vita il fremito
fioco per l'aura vernal disperdesi,
tu passi, o dolce spirito;
ecc., ecc.
A piedi, Frida aveva scritto, e la scrittura pareva più incerta, più
tremante del solito: «Letzter Gruss».
Ultimo saluto! E certo quel saluto era per lui, per Giorgio, e
la piccola frase era l'ultima che la mano stanca di Frida aveva
vergata. Cara, buona fanciulla che gli aveva dato tutto il suo cuore
senza chieder nulla in ricambio e che nell'ora solenne della morte
lo assolveva delle due colpe che più difficilmente si perdonano,
l'indifferenza e l'oblio.
Staccandosi dalla suggestiva poesia carducciana, gli occhi del giovane
videro dietro un velo di lacrime la città nordica sepolta nella neve,
e la neve cader giù a larghe falde sui tetti, sulle strade, sui parchi,
sul camposanto ove Frida dormiva.... Sentì un nodo alla gola e ruppe in
singhiozzi.
Suo padre si chinò su lui dolcemente.
-- Giorgio, quando sarai più forte, quando la stagione sarà più mite,
vuoi che andiamo a Berlino a visitare il dottor Raucher?... Sono
convinto che gli farebbe piacere il vederti.... Gli eri tanto caro, eri
tanto caro a sua figlia....
Con una mossa energica del capo Giorgio respinse la proposta paterna.
-- Andare a Berlino? Presentarmi al dottor Raucher? Dopo la noncuranza
villana con cui ho trattato negli ultimi tempi la povera Frida?
-- Si capisce dalla lettera ch'egli non ti serba rancore.
-- Che importa?... Son io che non posso perdonare a me stesso.
-- Confessando la colpa t'alleggerirai del rimorso.... Riflettici,
Giorgio, tu hai la necessità di mutar aria, di mutar città, di dare
un'altra piega ai tuoi pensieri.... A Berlino ti trovavi bene....
Vuoi tornarci? Vuoi che domandiamo al professore Raucher se consente
a riprenderti seco?... Oggi egli è accasciato dal dolore, crede di
non esser più buono a nulla.... Ma potrebbe bastargli una spinta per
rimettersi all'opera.... E sarebbe una fortuna per la scienza.... Io
parlo contro il mio interesse.... Che cosa dovrei desiderare per me
se non che tu rimanessi qui al mio fianco, in questa casa che la tua
presenza aveva rianimata, rinnovellata?... Invece m'accorgo che non
è possibile.... Tu qui a Roma, almeno per qualche anno, non ci puoi
rimanere.
-- No, babbo, -- rispose Giorgio. -- Partire sarebbe una viltà. Lascia
ch'io resti qui, accanto a te, lascia ch'io impari da te ad esser
forte.... Appena il medico me lo permetterà, ricomincierò le mie
lezioni.... Cercherò di stordirmi lavorando.... come hai fatto tu
in mezzo alle contrarietà della fortuna.... No, andare a Berlino non
sarebbe un rimedio....
-- Andiamo altrove, se lo preferisci, -- disse il professore; -- andiamo
in Francia, in Inghilterra per tre, per sei mesi, come t'avevo proposto
in passato.... ti rammenti?... la sera in cui s'aggravò la mia povera
sorella?... Non puoi, non puoi per ora abitare a Roma.
Giorgio abbozzò un sorriso.
-- Non posso?... Così debole mi credi?... Abbi pazienza e saprò
dimostrarti il contrario.
Ma subito dopo, con tutt'altro tuono e con manifesta incoerenza,
soggiunse:
-- Il dottor Raucher ha ragione.... Quello che ci vorrebbe in certi casi
sarebbe una nobile causa a cui poter offrire la vita.... Ah perchè non
devo esser nato due generazioni prima, quando si cospirava, quando si
combatteva per l'Italia, e Garibaldi chiamava intorno a sè il fiore
della gioventù, ed era nell'anime un fervore magnifico di generosi
ideali, una fede robusta nell'avvenire della patria? Ah, t'assicuro,
babbo mio, che se fossi nato allora non me ne starei oggi ad annaspar
nebbia.
-- I periodi eroici della storia dei popoli non si rinnovano così
spesso, -- obbiettò il professore. -- La patria si può servire anche in
tempi tranquilli.
Giorgio Moncalvo ebbe uno scatto violento.
-- La patria dei commendatori Moncalvo e delle principesse Oroboni? La
patria degli avventurieri e degli -snobs- che per vanità si accostano
ai nostri eterni nemici e fanno brindisi al Papa, salvo, del resto, a
mutar casacca quando ne avessero il tornaconto?... Ah no, per Dio, che
quella patria non si serve e non si vuol servire!
Il professore tentennò tristamente la testa.
-- Come ti agiti, Giorgio!... Converrai pure che non sei calmo, che non
sei forte.
-- Ma sfido io! Vi sono spettacoli che movon lo stomaco.
-- Motivo di più per allontanarsene.... Delle bassezze, delle viltà
ne vedrai da per tutto, pur troppo, perchè il mondo è fatto così....
Ma distogliti per un certo tempo dallo spettacolo di quelle che
maggiormente t'irritano i nervi.... No, non ti domando di rispondermi
subito.... Dormici su.... La notte porta consiglio.... Mi risponderai
con tuo comodo.... E al dottor Raucher scriverai?...
-- Sì, domani gli scriverò.... Non già per annunziargli la nostra
visita....
-- Fa come credi....
Giacomo Moncalvo baciò in fronte il figliuolo e si ritirò, deciso
di mettersi anch'egli in corrispondenza epistolare con lo scienziato
tedesco.
XVIII.
Verso l'esilio.
Gli scrisse il giorno dopo, all'insaputa di Giorgio, gli scrisse
senza nulla nascondergli, e n'ebbe una pronta risposta. «Non creda --
diceva la lettera del dottor Raucher a Giacomo Moncalvo -- non creda
che il mio dolore m'impedisca di comprendere il suo. Nè tema ch'io
sia rimasto offeso da ciò ch'ella mi espone con sì nobile franchezza.
L'affezione fraterna che il suo Giorgio aveva dato alla mia Frida era
tutto quello che la povera malata potesse chiedere, ed ella è morta
riconoscente del benefizio, ignorando, e fu meglio, la tempesta che
travolse il suo amico negli ultimi tempi. Penso anch'io che convenga a
Giorgio di allontanarsi da tutto ciò che può alimentare la sua infelice
passione. S'io vedessi la probabilità di ricominciar la mia solita vita
gli offrirei di tornare con me, ma ho assoluto bisogno, almeno per
qualche tempo, di cambiare abitudini. Come? Quando? Non lo so. Cento
idee, cento progetti diversi mi si agitano nella mente. Se uno d'essi
piglierà forma concreta, se sarà tale da permettermi di ricorrere al
mio antico collaboratore mi affretterò ad informarnela. Abbia un po'
di pazienza. Fra due, fra tre mesi al più saprò dirle se sono ancora in
grado di giovare agli altri, o se sono -un uomo finito-».
Giacomo Moncalvo aspettava.
Intanto Giorgio aveva voluto riprender le sue lezioni. Ma le aveva
riprese senza calore, senza entusiasmo. Non era più quello d'una
volta. Il professore Salvieni, che gli aveva ceduto una parte del suo
corso magnificandolo agli studenti come una fulgida promessa della
scienza, cominciava a dubitare d'essersi ingannato; i rivali, gli emuli
malignavano. «Era una gonfiatura. È uno di quelli che s'infiltrano
nelle Università per virtù della gloria paterna.... Oggi non è che
assistente, ma al primo concorso saprà farsi nominar straordinario....
Così avremo la dinastia dei Moncalvo.... Come se delle dinastie
universitarie non ce ne fossero abbastanza».
Giorgio sentiva di perder terreno nella stima degli altri e di sè, e
ogni giorno faceva eroici proponimenti.... pel giorno dopo. «Domani
ritroverò la mia energia, domani mi rimetterò sul serio al lavoro».
Senonchè, il domani era simile all'oggi e qualunque applicazione
continuata ed intensa gli era impossibile. I suoi libri prediletti
gli venivano a noja, i suoi vecchi manoscritti, le sue note in
italiano e in tedesco, documenti d'un'attività intellettuale di cui
si maravigliava egli stesso, gli parlavano un linguaggio che ormai
egli stentava a comprendere. Come? Tante idee egli aveva avute?
Tante ricerche aveva iniziate? Di tante opere aveva abbozzato il
disegno? Così superbo edifizio di gloria aveva architettato?... Povero
architetto che ormai non sapeva mettere insieme due pietre!
Disposto per indole alla benevolenza, diventava a poco a poco scontroso
e sarcastico. Poichè la molla della sua energia era spezzata, pareva
infastidirsi che gli altri non fossero inerti al pari di lui, e non
risparmiava le sue censure nemmeno a suo padre, oggetto un tempo della
sua ammirazione. Non avrebbe potuto riposarsi? Non avrebbe potuto esser
contento della fama raggiunta? Che voleva di più? Con Flacci era feroce
addirittura, nè si lasciava sfuggir l'occasione di pungerlo. «Non è
sangue quello che le scorre nelle vene, -- gli diceva talvolta. -- È
matematica allo stato liquido. Lei non è un uomo; è una fabbrica di
teoremi.... Mi stupisce che non domandi il brevetto.... Via, sentiamo,
di quante memorie alla settimana -si sgrava- per i Lincei o per qualche
altra Accademia?»
Ora Giorgio vedeva spesso Brulati. Dopo il matrimonio della Mariannina
il bizzarro artista andava meno in palazzo Gandi e s'era accostato a
quello ch'egli chiamava impropriamente il ramo cadetto della famiglia
Moncalvo, partecipando all'errore di molti che credevano Gabrio il
maggiore dei due fratelli.
Che Brulati, imbizzito anch'egli contro la -principessa Oroboni-, fosse
in quel momento il compagno più desiderabile per Giorgio Moncalvo,
questo non avrebbe osato pensarlo nessuno e certo non lo pensava il
professore Giacomo. Ma come chiuder la porta in faccia ad un uomo
che tutti amavano e stimavano e che per rendersi meglio accetto
aveva offerto ai nuovi amici un dono prezioso: la copia del ritratto
bellissimo fatto alla povera signora Clara sul letto di morte? Bensì
il professore, accogliendolo con franca cordialità, gli aveva detto
tra serio e scherzoso: «Badi che qui non si deve parlare nè di mio
fratello, nè di mia cognata, nè di mia nipote, nè di nozze, nè di
conversioni».
E, in casa, la consegna era abbastanza rispettata. Ma, fuori, le cose
mutavano aspetto, e quando Giorgio dava una capatina nello studio
di Brulati o lo raggiungeva in quel caffè della vecchia Roma ch'era
un ritrovo d'artisti, il pittore si lasciava volentieri tirare in
discorso.
La Mariannina? La principessa? Sicuro; da buona figliuola ella scriveva
ogni tanto ai suoi genitori, e la signora Rachele, -donna- Rachele,
mostrava con orgoglio le lettere piene di elogi per le virtù, e pel
tatto di don Cesarino e piene di entusiasmo per la terra sacra ove la
novella sposa, beata lei, aveva posto il piede.... Quella donna Rachele
si scioglieva in lacrime di tenerezza. A lui, a Brulati, lo scettico,
il reprobo, ella diceva in aria di trionfo: «Ha visto, signor profeta
di malaugurio? Ha visto se quei due non eran nati per intendersi, per
completarsi a vicenda? Mia figlia ha la bellezza, l'intelligenza,
il danaro; mio genero ha la razza, il sangue, ha un patrimonio di
credenze, di convinzioni che gli uomini dell'oggi non hanno».
Un punto su cui Brulati amava diffondersi era l'ardore di neofita della
Moncalvo. Non era ancora battezzata, ma frequentava ormai le funzioni
di chiesa, era patronessa di parecchie fondazioni cattoliche, ascritta
alla società di San Vincenzo di Paola, vicepresidentessa dell'Istituto
delle pericolanti, consigliera dell'opera pia del Pane di Sant'Antonio,
promotrice di una colletta a pro dei missionari, eccetera, eccetera.
-- Che aspetta dunque a fare il gran passo? -- chiedeva Giorgio.
Ma! Brulati diceva che non si conoscevano precisamente le ragioni
dell'indugio. Secondo alcuni era lo stesso commendatore che muoveva
ogni sorta di ostacoli; secondo altri, che forse erano nel vero,
tutto dipendeva da un incidente toccato a monsignor de Luchi, il
direttore spirituale di -donna- Rachele. Monsignor de Luchi, pare
impossibile, era, pel momento, in disgrazia dei superiori e aveva
dovuto ritirarsi per un pajo di settimane in un convento di francescani
a far penitenza.... Non gli perdonavano il discorso pronunziato alle
nozze della Mariannina con una frase ambigua sul potere temporale....
Apriti cielo!... Non c'era voluto di più per scatenar le collere
della Curia.... E sì che l'untuoso sacerdote aveva proposto un
brindisi al Papa e predetto alla Chiesa la riconquista di Roma. E pur
troppo, soggiungeva il pittore, pur troppo il pronostico minacciava
d'avverarsi.
Nelle sue passeggiate con Giorgio Moncalvo per le vie della capitale,
Brulati tornava spesso su questo spauracchio della riconquista di Roma
da parte del Vaticano e commentava amaramente la frase di de Luchi
mostrando al suo compagno ora i nuovi edifizi comperati o costruiti da
corporazioni religiose, ora i preti, i frati, le monache di ogni specie
e colore che sbucavano da tutti i canti.
-- Come se non ne avessimo abbastanza dei nostri, -- protestava
l'artista, -- ci son piombati addosso quelli che la Francia ha spazzati
via. Aprono conventi, aprono ospizi, aprono scuole, aprono perfino
locande; ogni arma è buona per impadronirsi delle anime e dei corpi.
Bella generazione che ci preparano, di pinzochere e di sacrestani!... E
pensare che non solo non trovano contrasti, ma trovano ajuti dove meno
si crederebbe; perch'è di moda far all'amore coi clericali.... quando
pure non si getti ogni riguardo umano e non ci si proclami clericali
addirittura.... Guardi la sua ineffabile zia.... Eh, caro professore
mio, -- seguitava Brulati col cordiale assenso di Giorgio, -- abbia
pazienza.... Io ho sempre creduto che l'antisemitismo sia una cosa
barbara e idiota, ma se gli ebrei fanno lega coi preti non garantisco
di non diventare anch'io un feroce antisemita.
Altro incentivo alle sfuriate di Brulati era lo strazio che, secondo
lui, per ordine del commendator Moncalvo, si stava facendo del palazzo
e del giardino Oroboni. La Mariannina, ormai proprietaria del luogo,
aveva dato carta bianca a suo padre, e il commendatore s'era messo
nelle mani d'un ingegnere che, in pochi mesi, della caratteristica
palazzina del Seicento avrebbe fatto una delle più volgari case di
questo secolo di mercanti.
-- Non che quella palazzina fosse un capolavoro, non che non ci fossero
a Roma dei giardini più belli; ma era un complesso armonico, intonato,
raccolto.... Vedrà, vedrà invece l'anno venturo.... Ora l'opera di
distruzione è appena iniziata e dal di fuori non ci si accorge di
nulla.... Bisogna affacciarsi alle finestre del palazzo Gandi.... Non
ci va più, lei?
No, Giorgio non ci andava e non ci sarebbe andato più, quantunque,
cedendo all'attrazione dei luoghi ove la Mariannina era vissuta fino a
due mesi addietro e dei luoghi che l'avrebbero accolta in un prossimo
avvenire, egli fosse passato sovente da quella strada, avesse sovente
alzato gli occhi verso l'abitazione degli zii e verso la massiccia
muraglia che la prospettava e che nascondeva il casino Oroboni.
-- Anche la muraglia è destinata a cadere, -- gli disse Brulati una
mattina. -- Già, vogliono sostituirvi una cancellata -artistica-. Si
figuri! La muraglia era nuda, disadorna, e pure l'occhio ci si era
avvezzo e quel suo aspetto cupo ed inospitale corrispondeva all'indole
della gente reazionaria e antidiluviana che vi dimorava. Era uno dei
tanti contrasti fra la vecchia Roma e la nuova.... Nossignori, la
buttano giù.... Questi milionari non capiscono niente.... A loro basta
di ostentare la loro ricchezza.
-- E la vecchia principessa che fa? -- chiese Giorgio Moncalvo.
-- Donna Olimpia, -- replicò il pittore, -- s'è rifugiata nella sua camera
e non n'esce mai, e non riceve nessuno. Ha dichiarato che finch'è viva
non lascerà penetrare in quella camera nè ingegneri, nè capomastri, nè
manovali.... Credo che si rassegneranno ad aspettar la sua morte prima
di compiere i ristauri....
-- E come alloggeranno gli sposi al loro ritorno? Pensano di prolungar
la loro assenza all'infinito?
-- Tutt'altro.... Torneranno anzi fra poche settimane.... Ma andranno ad
abitare provvisoriamente un villino in via Ludovisi, preso in affitto
per conto loro dal rispettivo padre e suocero.... Me lo ha detto lo
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