stesso commendator Gabrio jersera.
-- Ah, tornano? -- borbottò Giorgio, a cui la notizia, pur così naturale,
produceva un turbamento ch'egli cercava di nascondere.
-- Sì, -- disse Brulati, fissando in viso il suo interlocutore. -- Sono
curioso di vedere che linea di condotta la neoprincipessa terrà verso
le antiche conoscenze.... Per ingraziarsi la società nera in cui è
entrata dovrebbe rompere tutti i vecchi legami, ma con la Mariannina
non si è mai sicuri di nulla....
-- Per me, -- disse Giorgio, -- la considero come morta in ogni caso.
Brulati assentì con un cenno del capo.
-- Farà bene.... È una creatura pericolosa.
-- Pericolosa anche per lei, dunque, -- soggiunse il professore con un
sorriso forzato.
-- Oh, io non corro pericoli.... Alla mia età certi mali non si pigliano.
-- Lo crede?
-- Ma sì. È come per la tosse asinina.
-- Ah, quella si piglia.... E badi che negli adulti è più grave.
Quella mattina Giorgio e Brulati si separarono un po' in sussiego, come
se vi fosse una sorda rivalità fra di loro.
A casa, il professore Giacomo Moncalvo aspettava con impazienza suo
figlio. Quando lo sentì venire, lo chiamò nel suo studio. Era pallido,
commosso.
-- Che hai? -- domandò Giorgio con ansietà. -- Non istai bene?
-- Sto benissimo. Siedi.
-- Una cattiva notizia?
-- Cattiva? Non mi pare.... Ne giudicherai tu stesso.
Giorgio prese dalle mani di suo padre una lettera listata di nero.
-- È del dottor Raucher?
-- Sì; era aperta dentro una per me.
Vi fu un breve silenzio.
-- Dunque ne conosci il tenore? -- seguitò Giorgio.
-- Lo conosco. Il dottor Raucher ti propone di andar in India con lui
e con un altro giovane scienziato tedesco a studiare il bacillo della
peste. Egli ha un largo sussidio dal suo Governo e dalla Società di
fisiologia di Berlino e ha la facoltà di stipendiare due assistenti a
sua scelta.... Tu saresti uno dei due.
«Si tratta -- continuò Giorgio leggendo -- di rimanere fuori d'Europa non
meno d'un anno, in paesi inospiti, in mezzo a spettacoli di miseria
e di morte, esposti ai rischi del contagio, esposti alle insidie di
popolazioni superstiziose e ignoranti. Le offro quello che posso,
quello che a me, vecchio e sconsolato, sembra il modo migliore di
nobilitar gli ultimi anni di vita; Ella è giovane, ha dinanzi a sè
un lungo avvenire; prima di accettare l'offerta, prima di mettere a
repentaglio ogni cosa in nome di un ideale umanitario e scientifico,
rifletta. Io attenderò una sua risposta fino al 20 di questo mese. Nel
caso che Ella acconsenta, c'incontreremo la mattina del 25 a Brindisi
per imbarcarci nel pomeriggio sul piroscafo della -Peninsulare-».
Tenendo sempre il foglio spiegato, Giorgio levò gli occhi verso suo
padre.
-- Che mi consigli?
Le labbra del professore si contrassero in uno sforzo.
-- Va, -- egli disse. E parendogli che questo consiglio, in bocca sua,
destasse un'impressione di sorpresa al figliuolo, soggiunse: -- Oh
Giorgio, Giorgio, sii pur certo che non parlerei così se ti credessi
guarito dalla tua follia.... Sii franco e sincero. Puoi giurarmi che
quando tua cugina ritorni.... ella sta per tornare.... tu non cercherai
di vederla, di avvicinarti a lei?.... Puoi giurarmi che il solo fatto
di saperla nella stessa città, a pochi passi da te, non basterà a
toglierti la quiete, la serenità di cui hai bisogno per i tuoi studi?
-- Hai ragione, -- dichiarò Giorgio con voce ferma e con accento
risoluto. -- Non sono guarito e senza una scossa potente non guarirò.
Forse la mia salvezza sta nel rimedio che m'è proposto dal dottor
Raucher.... Uomo ammirabile!... A sessant'anni egli ha l'energia e la
baldanza d'un giovane.... Accompagnandolo nel suo viaggio pericoloso
pagherò una parte del debito che ho verso di lui e verso la memoria
della povera Frida.... Anche con te, padre mio, spero sdebitarmi se
sopravvivo.... Finora poche gioje t'ho dato.
-- Oh, come t'inganni! -- esclamò il professore Giacomo, inghiottendo
le lacrime che gli facevano un nodo alla gola. -- Sei stato la mia
consolazione e il mio orgoglio. Ero superbo del tuo carattere, del tuo
ingegno, del conto in cui ti tenevano scienziati d'alto valore come
il Raucher; vedevo in te una futura gloria italiana.... E non voglio,
non voglio che queste speranze restino deluse.... Sdebitarti meco, tu
dici?... No, non è questo.... Con te stesso devi sdebitarti.... Devi
trovare te stesso.... Ti sei smarrito in non so che labirinto....
Conviene uscirne a ogni costo.... Ed è per fartene uscire ch'io son
ricorso all'aiuto del dottor Raucher....
-- Tu, babbo?
-- Sì; di Raucher che ti stima, di Raucher che ti vuol bene, anche in
memoria del bene che ti voleva la sua figliuola.... Ti ricordi della
lettera desolata ch'egli ti scrisse, dopo la sua disgrazia? C'era
una frase che mi restò scolpita qui dentro: «Se non fossi prostrato
d'animo e di corpo cercherei d'offrir la mia vita per qualche grande
causa». Era, su per giù, il voto medesimo ch'io avevo raccolto dalle
tue labbra.... E io supplicai Raucher, se ricuperando le sue forze
egli persisteva nel suo proposito, se vedeva una causa per la quale
meritasse di combattere, lo supplicai di non dimenticarsi di te,
di sceglier te s'egli aveva bisogno di un compagno.... Egli me lo
promise, e ora mantiene la sua promessa. E con che parole affettuose,
lusinghiere! Leggerai, leggerai la lettera ch'egli mi ha diretta....
Il dottor Raucher ha il cuore pari alla mente.... E io sapendoti con
lui, che ti considera come suo figliuolo, soffrirò meno della tua
lontananza; mi consolerò di non poter dividere i vostri rischi. Perchè
anche a questo avevo pensato, anche a seguirvi.... Ma che farei? Io non
sono che un matematico. Che aiuto potrei recarvi nei vostri studi?...
In queste spedizioni chi non ha il modo di rendersi utile non è che un
ingombro. Meglio ch'io stia qui di piè fermo ad aspettar che tu torni.
Il professore aveva preso nelle sue mani le mani di Giorgio e
continuava a scrutarlo, a interrogarlo con lo sguardo e con la parola.
-- Perchè tu tornerai, tu vincerai la tua prova.... Sei sempre stato
robusto, e della tua malattia (la malattia fisica intendo) non ti
risenti affatto, non è vero?
-- No, -- disse Giorgio. -- Mi sono rimesso più presto di quello che
credevo.
-- E anch'io, -- ripigliò il professore Giacomo, -- anch'io ho tuttora la
-macchina solida-. Mi troverai.
-- Oh padre mio! -- esclamò il giovane. -- Se non dovessi trovarti, tanto
sarebbe ch'io rimanessi laggiù a ingrassar la terra.
Il professore portò l'indice al labbro:
-- Zitto.... Queste cose si lasciano dire ai vecchi.... Alla tua
età bisogna procedere avanti imperterriti senza troppo indugiarsi a
raccogliere quelli che cadono per stanchezza.... Del resto, perchè
angustiarci?... Io non ho il minimo dubbio che avremo degli anni da
stare insieme e da viver felici.
Giorgio sorrise con un cenno d'assenso, fingendo anch'egli una
sicurezza che non aveva.
-- Telegraferò oggi stesso a Berlino, -- egli soggiunse.
-- Oggi?... Perchè?... Raucher ti raccomanda di non precipitare la tua
decisione.... Potresti pentirti.
-- Non voglio pentirmi.
-- No, -- insistè il professore, -- non telegrafare oggi. Son io che te ne
prego.... io che pure ti spingo a partire.... Domani....
-- Ci tieni.... proprio?
-- Sì.
-- Sarà dunque per domani.
-- Grazie.
Staccandosi dal figliuolo, Giacomo Moncalvo si avvicinò alla finestra
da cui si dominava gran parte di Roma. Giorgio lo seguì in silenzio.
-- Sei tu? -- disse il professore con voce sorda.
-- Son io.
Erano appoggiati tutti e due al davanzale, toccandosi coi gomiti,
porgendo l'orecchio al respiro della città immensa che pareva dormire
nel sole. Dalle facciate delle case, dai tetti, dalla strada venivano
ondate di calore e di luce; era nell'aria quella sonnolenza greve
che dalle cose trapassa agli nomini, e ammorza le sensazioni e spezza
le volontà, e dà all'anima l'impressione di perdersi, di annientarsi
nell'infinito, come in un naufragio senza dolori e senza terrori. «Ah
se durasse sempre così, se non vi fosse risveglio!» dice fra sè chi
cede al fascino strano. «Se non vi fosse risveglio!» pensavano i due
ch'erano l'uno accanto all'altro affacciati a quella finestra e che
fra poco sarebbero stati divisi da tanto cielo e da tanto mare. «Se
non vi fosse risveglio, se l'ora della separazione non dovesse sonar
più!» essi pensavano, pur non avendo la forza di ritirare le parole
proferite, di revocare le decisioni prese. Sentivano che non c'era
rimedio, che bisognava rassegnarsi al destino.
E di lì a due settimane Giorgio Moncalvo salpava da Brindisi.
. . . . . . .
Dopo che la campana ebbe dato per l'ultima volta il segnale della
partenza, il professore Giacomo, che aveva accompagnato a bordo i
viaggiatori, discese sul molo e fermo sulla banchina seguì a lungo con
gli occhi e con l'anima il piroscafo che s'allontanava e s'impiccoliva
fino a non parer che un punto nero sull'orizzonte.
Quando anche il punto nero disparve, quando svanì la sottile striscia
di fumo che segnava nell'azzurro del cielo la rotta della nave
invisibile, egli si scosse e riprese a capo basso la via dell'albergo,
tra il vociar dei facchini, e lo strepito dei carri, e l'agitarsi
incomposto di una folla cosmopolita scesa appena da altri vapori e
portante sui volti abbronziti l'arsura dei climi torridi. Mai egli non
aveva provato così acuto e pauroso il senso della solitudine, egli che
pure, dopo la morte della moglie e nell'assenza del figlio, era vissuto
solo per tanti anni nella casa modesta, sacra alla meditazione e allo
studio.
Era vissuto solo, ma confortato da una dolce speranza: quella di aver
tra non molto questo figlio con sè; acceso del suo stesso amor della
scienza, pago come lui delle gioie che dà la ricerca del vero. Oggi
non più; oggi il figliuolo, reduce appena al tetto domestico, egli se
l'era strappato dal fianco, lo aveva sbalestrato a migliaia e migliaia
di miglia, in luoghi ove tutto era nemico. Dicendogli: «Va, segui il
tuo maestro, affronta il pericolo delle stagioni inclementi, delle
malattie contagiose, degli uomini ostili»; egli aveva creduto salvarlo
da pericoli anche maggiori, aveva creduto ubbidire a una voce imperiosa
della coscienza.... E nondimeno la sua coscienza non era tranquilla.
Aveva egli il diritto di far ciò che aveva fatto? Toccava a lui,
proprio a lui, di mettere Giorgio a quello sbaraglio? Una madre avrebbe
agito così? E se fosse accaduta una disgrazia? Se Giorgio non fosse
tornato?
Nella sera il professore partì. Giunto a Napoli la mattina, dopo una
notte insonne, in attesa della corsa per Roma, comperò un paio di
giornali, e gli cadde l'occhio sopra una notizia della cronaca vaticana
della -Tribuna-:
«È ormai positivo che un'alta onorificenza sarà accordata fra poco da
Sua Santità al ricchissimo banchiere israelita commendatore Gabrio
Moncalvo, presidente della -Banca Internazionale-, di cui sono noti
i rapporti finanziari col Vaticano. Il commendatore Moncalvo è padre
dell'attuale principessa Oroboni, convertitasi al cattolicismo in
occasione del suo matrimonio. Sappiamo da ottima fonte che anche
il commendatore e la moglie di lui entreranno presto in grembo alla
Chiesa; anzi, secondo alcuni, la data del battesimo coinciderebbe con
quella dell'onorificenza».
Seguivano, in nota, alcuni commenti agrodolci della redazione, la
quale ricordava che parecchi anni addietro il commendatore Gabrio
Moncalvo aveva posto la sua candidatura in un collegio del Lazio con un
programma decisamente anticlericale.
In fondo, la notizia non doveva fare una grande impressione al
professore Moncalvo che da un pezzo apprezzava al suo giusto valore la
ginnastica politico-religiosa di suo fratello, e dopo la morte della
Clara non aveva rimesso il piede in palazzo Gandi. Tuttavia, in quel
momento, la lettura della -Tribuna- accrebbe la sua tristezza. Era
un'altra voce che gli ripeteva la verità dolorosa: «Sei solo».
Oh, come si sbandano, come si dissolvono le famiglie! Giacomo Moncalvo
rivolò col pensiero all'infanzia lontana, all'umile casa paterna in
cui egli e Gabriele avevano mosso i primi passi, non rassomigliandosi
punto e pur volendosi bene, riconciliati dopo i brevi dissidii da uno
sguardo, da una parola della sorella maggiore. E in quella rievocazione
dei tempi andati, ove le immagini dei nonni e dei genitori sfumavano
nella nebbia, il professore rivedeva, insieme con la sorella maggiore,
le figurine svelte e flessuose di due fanciulle molto più piccole, la
Lisa che un giorno doveva diventare sua moglie, la Rachele che doveva
diventar moglie di Gabrio.... Ora la Lisa era morta, ed era morta la
Clara, già così lieta delle duplici nozze, e Gabrio e la Rachele di
nulla si mostravano tanto solleciti come di rinnegare il passato, e i
figliuoli nati dai due matrimoni non s'erano incontrati che per farsi
del male, e, mentre l'una s'era venduta per un titolo, l'altro, profugo
volontario, cercava in rischiose avventure la pace e l'oblio.
Tale la sorte dei Moncalvo, invidiati forse dal mondo. Chi aveva la
gloria, chi la ricchezza, chi il blasone; la felicità non l'aveva
nessuno.
Ma da queste considerazioni d'indole privata Giacomo Moncalvo si
sollevava ad altre più generali e forse ancora più tristi. Non era, no,
un fenomeno isolato questo sfacelo morale onde una parte dei Moncalvo
dava così miserando spettacolo. Quasi da per tutto era un abbassamento
dei caratteri, un naufragio delle convinzioni, un cinico disprezzo
delle virtù eroiche della rinuncia e del sacrificio, una corsa sfrenata
verso gli effimeri onori e le improvvisate ricchezze.... Che importa
che la scienza estenda ogni giorno il suo dominio sulla natura, che
importa che ogni giorno i confini del sapere si allarghino, se l'uomo
non cresce in bontà e in dignità, ma diventa più piccolo in un mondo
più grande?
FINE.
INDICE.
I. A Villa Borghese Pag.1
II. Dopo pranzo 18
III. Due che non dormono 39
IV. Una mattina bene occupata 57
V. In automobile 83
VI. Fra marito e moglie 110
VII. La principessa Olimpia Oroboni 124
VIII. Don Cesarino 141
IX. Gl'incontri del pittore Brulati 154
X. Il professorone e il professorino 171
XI. Anche la zia Clara prende congedo 185
XII. Uno strano appuntamento210
XIII. La sfinge 219
XIV. Funerali242
XV. I due fratelli261
XVI. Battesimo e matrimonio 280
XVII. Triste convalescenza303
XVIII. Verso l'esilio319
OPERE di ENRICO CASTELNUOVO:
-Nella lotta-, romanzo.
Edizione illustr. da GENNARO AMATOL. 4 --
-Due convinzioni-, romanzo 4 --
-Dal primo piano alla soffitta-, romanzo 3 50
-I Moncalvo-, romanzo3 50
-Lauretta-, romanzo 3 50
-L'onorevole Paolo Leonforte-, romanzo 2 --
-Filippo Bussini juniore-, romanzo 1 --
-Natalìa, ed altri racconti- 1 --
-Alla finestra-, novelle3 50
-Sorrisi e lagrime.- Nuove novelle 3 50
-P. P. C. Ultime novelle- 3 50
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
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