--In nome del cielo--esclamò la Valdengo--che supponete? Ch'io fossi a
Milano con un uomo, con un amante... un secondo amante... perchè il
primo era ormai...?
Fece con la mano quel gesto che si fa per accennare a cosa molto
lontana. E seguitò con amarezza:--A qualche giorno di distanza sarei
passata dalle braccia dell'uno alle braccia dell'altro?....
Vergalli le troncò le parole a mezzo.--No, Teresa, non mi attribuite
questo pensiero... Mai, mai esso mi è balenato nella mente.
--E allora?
--Allora... non so... che volete?... Sono un pazzo, sono un
visionario... Perdonatemi, Teresa, perdonatemi... Era proprio partito,
colui?
--S'era partito? Ne dubitate? Non è ufficiale del -Cristoforo
Colombo-? Non deve seguire il suo bastimento?... Procuratevi i
giornali, confrontate le date, e vedrete crollare il vostro castello
di carte.
--Però di Reana poteva aver ottenuto il permesso di raggiungere la
nave più tardi...
--Ed essere intanto a Milano con me?.... O perchè non sarebbe rimasto
a Venezia?
Vergalli trasse un profondo sospiro dal petto.--Sì, sì, avete
ragione... Ma in ogni caso, se pur i miei dubbi fossero fondati, di
che avrei a lagnarmi? Che ci sarebbe di peggio di quello che è stato?
Benchè la Teresa dovess'esser contenta che i sospetti di lui si
sviassero dietro una falsa traccia, ella non potè trattenersi dal
protestare energicamente.
--Sarà verissimo; quel viaggio galante non avrebbe reso nè più grave,
nè più lieve il mio fallo... Ma non fu così.
--Poichè lo assicurate voi...--fece Mario con piglio rassegnato.
--Dubitate sempre, lo vedo--diss'ella--dubitate che Guido di Reana sia
rimasto in Italia, ch'egli abbia chiesto un congedo, che la nostra
tresca non sia interrotta che momentaneamente.
--No, no.
La lettera di Porto Said che la Teresa aveva collocata sotto un
calcafogli esalava il suo profumo di muschio.
--Vi occorre una prova autentica, irrecusabile--ripigliò la Valdengo.
--Quale prova?
--Eccola.
La Teresa mostrò la lettera a Vergalli.
Egli comprese.--È di -lui-?
--Da Porto Said... È arrivata questa mattina... Verificate il bollo
postale.
--Vi ha scritto?--balbettò il conte.
--Vi mostrerò anche la data, anche la firma, se sarà
necessario--insistè la Valdengo.
--Perchè mi torturate così? Perchè?
--Dio mio! Siete voi che mi tirate per i capelli.
--Vi ha scritto!--ripetè Vergalli con voce sorda.--Naturalmente gli
scriverete anche voi.
Senza rispondere, ella lo pregò di dar un'occhiata alla stufa.
Vergalli esitava, non intendendo a che cosa ella mirasse.
La Teresa rinnovò la preghiera:--Usatemi la cortesia di guardare se
c'è foco.
Egli si chinò e aperse lo sportello.--C'è un po' di brace.
--Allora prendete questa lettera e bruciatela voi.
--Io?
--Sì... voi... Prendete... L'odore mi fa male.
--Che significa ciò?
--Significa che fra me e di Reana è finito tutto... M'avete pur
creduta quando vi confessai il mio fallo; credetemi anche adesso...
Coraggio, prendete questa lettera e bruciatela.
Vergalli si decise finalmente a ubbidire. Strinse fra le dita tremanti
la busta lucida, profumata, e dopo aver consultato ancora una volta
con lo sguardo la Teresa, la gettò nella stufa. La carta s'arricciò,
si contorse, s'ingiallì, si carbonizzò a poco a poco senza dar fiamma.
--Oh--disse la Teresa--non è già ch'io presuma distruggere il passato.
Le lettere si possono distruggere, non i fatti.
Il conte Mario, che s'era rimesso a sedere, con gli occhi
ostinatamente fissi al suolo, alzò il viso trasfigurato. Aveva
l'aspetto dell'uomo che ha fermato la mente in un'eroica risoluzione.
--È vero, Teresa, i fatti non si distruggono. Ma a quelli che ci
addolorano e ci avviliscono altri se ne possono sovrapporre che
scancellino le impressioni dei primi.
Ella accennava di no col capo.
--Sì, amica mia, da noi dipende... Pur di non irrigidirci nel nostro
orgoglio, pur di non respinger sdegnosamente l'aiuto che ci si
offre... L'orgoglio, ecco l'avversario implacabile... Anch'io ho
lottato con esso, ma ora, grazie al cielo, ho vinto.
La Teresa sentì gelarsi il sangue. Che voleva egli dire con queste
parole?
--Nella vostra vita bella, nobile, pura--egli proseguì--vi fu un
giorno di debolezza e d'oblio... Può quel giorno annullar tutto il
resto? Può rendervi men degna dell'affetto, della stima dei buoni,
della stima di voi stessa?... Vile chi l'ha pensato!... E se l'ho
pensato io, mille volte più vile degli altri!... Ma io non l'ho
pensato, io ho ceduto ad un impeto di gelosia, perchè vi amavo, perchè
vi amo.
--Per carità!--interruppe la Teresa.--Non parlate d'amore.
--Del -mio- amore ho diritto di parlarvi... Non vi domando il
vostro... Ma se in quest'ora di supremo sconforto voi provate il
bisogno d'un braccio che vi difenda, d'un petto su cui riposarvi, se
una dolorosa esperienza vi avvertì dei danni, dei pericoli della
solitudine, accettate, Teresa, accettate quello ch'io v'offro... la
mia mano, il mio nome.
Ella fece un gesto per trattenerlo.
Mario non le diede retta, trascinato dall'onda della passione.
--Se vorrete, non sarò vostro marito che in faccia alla legge, che in
faccia al mondo... Sarò per voi un amico come prima... Studieremo
insieme... viaggeremo insieme... Ma io vi avrò presso di me...
sempre... sempre... perchè, vedete, a tante cose posso rassegnarmi...
non a esser diviso da voi...
Egli era caduto a' suoi piedi, cercava le sue mani, baciava l'orlo
della sua veste.
Che strazio, che supplizio per lei, e com'ella avrebbe voluto esser
già morta e sepolta!... È vero, sarebbe morta domani, poteva finger
oggi d'acconsentire... Ma no, nelle condizioni in cui ella si trovava,
anche il finger l'assenso le pareva codardo.
--Alzatevi, Mario--ella supplicò. E per dargli l'esempio si alzò ella
stessa, svincolandosi dolcemente.--Voi siete nobile e buono, Mario.
Egli pestò il piede con impazienza.--Non voglio lodi.
--Meritereste d'essere, non che amato, adorato in ginocchio--continuò
la Teresa.
--Non vi chiedo nè adorazione, nè amore--ribattè Mario Vergalli.--Vi
chiedo d'esser la compagna della mia vita... Ho fede in voi... A occhi
chiusi vi darei da custodire il mio onore. Nulla vi domanderei del
passato, di quel breve passato che fu come una nube improvvisa e
fuggevole in un cielo sereno... E vi cingerei di tante cure, che, se
non l'amore, l'affetto vostro saprei conquistarmelo.
--Non si conquista quello che si ha--ella rispose.--Voi l'avete da
anni il mio affetto. Ma in nome di questo affetto, vi scongiuro,
Mario, abbandonate la vostra idea.
--No, dunque? Voi dite no?
La voce del conte s'era fatta dura e cupa; la sua fisonomia esprimeva
una sofferenza atroce.
La Teresa gli posò una mano sulla spalla.--Mario...
Egli la respinse.--Non perifrasi... Sì o no?
--Ascoltatemi, Mario--ella cominciò con dolcezza. Ma che poteva dire?
Che le restavano poche ore da vivere e che tutto era vano? O doveva
spogliarsi dei suoi ultimi pudori, rivelargli il suo stato?... O,
infine, doveva, per guadagnar tempo, accatastar nuove menzogne?
--Lo vedete--egli proruppe--il vostro labbro non riesce a trovar scuse
all'incomprensibile rifiuto... O se vi sono motivi seri, son tali che
non osate manifestarli.
Ella taceva.
Vergalli l'afferrò per un braccio.--Ma parlate, per Dio... Dite una
ragione... una ragione che abbia almeno un'apparenza di fondamento, e
vi prometto che vi lascerò in pace oggi e per sempre... che partirò
stasera...
--No... non stasera.
--Ch'io non parta?... Badate, Teresa, s'io rimango non sarà che per
scoprire ciò che vi ostinate a nascondermi... E lo scoprirò, ve lo
giuro.
--Un inquisitore, voi?... Non vi riconosco più, Mario--ella disse con
mite rimprovero.
--Di chi la colpa?... Siete tanto mutata voi... E come non capite che
il vostro silenzio autorizza qualunque sospetto?
Le dita di Mario Vergalli stringevano l'esile polso di lei come in una
morsa d'acciaio.
Ella cercò di liberarsi.--Mi fate male, Mario.
Senza lasciarla, egli allentò alquanto la stretta,--Parlate. Perchè
avete respinta la mia offerta, perchè?... È forse l'idea del
matrimonio che vi ripugna così?
--Ecco--ella rispose aggrappandosi a questa tavola di salvamento.--Può
darsi che abbiate indovinato. Vi basta adesso?
Ma la fronte di Vergalli non si rischiarò e e le sue labbra si
atteggiarono a un amaro sarcasmo.
--Una volta poteva bastarmi--egli disse.--Quando credevo che a nessun
altro deste più di quello che davate a me, allora poteva bastarmi...
Oggi no... È troppo crudele il torto che mi avete fatto, il torto che
mi fate... Come?... Avete consentito d'esser l'amante d'un libertino
qualunque e ricusate d'esser mia moglie?... E vi amo da anni, e voi da
anni accettate questo culto come una Madonna inaccessibile nel suo
tabernacolo... Ora l'altare è vuoto... Voi ne siete discesa... Non
avete più il diritto di esigere un'adorazione mistica... Io, io ho il
diritto di dirvi: Che idea vi fate di me? Perchè ho la barba e i
capelli grigi, perchè la mia giovinezza è tramontata da un pezzo, voi
mi credete decrepito addirittura, voi credete che tutti i miei sensi
sian morti, anche quello della mia dignità? V'ingannate, Teresa... Non
sono nè così vecchio nè così santo da aver cessato d'essere un uomo...
Di nuovo ella sentì stringersi il polso; sentì ch'egli tentava di
attirarla a sè, gli vide una strana fiamma nella pupilla, e n'ebbe
terrore. Le tornò alla mente il ricordo d'un'altra violenza patita, e
quell'altra violenza le parve meno ignobile di questa che l'era
minacciata: men vile le parve il giovinetto lontano, cagione d'ogni
sua sventura, men vile dell'amico rivelantesi d'improvviso tanto
diverso dal solito. Colui soccombeva a una forza cieca della natura;
in Mario c'era un'eccitazione artificiale premeditata, alimentata
dalla fantasia e dal ragionamento.
Ella si svincolò con uno strappo, e ritta, addossata al tavolino, con
un'espressione di ribrezzo, di sdegno, di dolore nello sguardo, con le
labbra livide, esangui, balbettò:--Voi, Mario... voi mi costringereste
a chiamare la mia cameriera?
Simile a un ubbriaco sul cui capo si rovescia una secchia d'acqua
gelata, Vergalli si ridestò alla coscienza della brutalità commessa.
Un rossore intenso gli salì al viso; le braccia gli ricaddero inerti
lungo i fianchi.--Perdonate--egli bisbigliò in un soffio.
Alzò lento lento gli occhi verso di lei... Oh com'ell'era pallida,
come ansava!--Teresa--egli soggiunse con voce affannosa--ma voi
soffrite...
--Un poco.
Egli si voltò verso l'uscio.
--No--ella disse vivamente, lasciandosi ricader sulla sedia--non
voglio nessuno... non ho bisogno di nulla... Ossia... datemi un
gocciolo di cognac... il servizio dei liquori è lì sulla mensola...
Una volta non ne bevevo mai... vi ricordate?... Appena di quando in
quando un dito di curaçao.
Celiava, mossa a pietà di lui, desiderosa di cancellar l'impressione
delle parole dettegli pur dianzi.
Beato di servirla, egli le mescette il cognac e glielo porse. La sua
mano tremava.
Ella accostò il bicchierino alla bocca, ma non potè trangugiar che
poche stille. Socchiuse gli occhi, arrovesciò la testa sulla spalliera
della seggiola.
--Teresa! Teresa!--gridò Vergalli raccogliendo il bicchierino che le
scivolava tra le dita, mentre il liquore le si spargeva sulla
vestaglia.
Indi corse alla finestra e l'aprì, corse al campanello elettrico e ne
premette con forza e ripetutamente il bottone.
Vennero in due, la cameriera e la cuoca, attratte dalla violenza della
scampanellata.
--Presto, presto--disse il conte--la signora è caduta in deliquio.
E quasi volesse giustificarsi, soggiunse:--L'è capitato così da un
punto all'altro... mentre si discorreva... Aveva desiderato lei una
goccia di cognac.
--Eh, non istà bene la mia signora--sospirò la Luisa.
--Ma che cos'ha, in nome del cielo?
La Luisa si limitò a tentennare il capo; poi si rivolse alla
cuoca.--Senta, Edvige, la regga lei un momento finch'io vado di là a
prendere una boccetta di sali.
Entrò nella camera da letto e ne uscì tosto con la boccetta che fece
fiutare alla sua padrona. Questa ritorse il viso con una smorfia.
--Ecco... rinviene...
--Pare... sì...
La Teresa mosse le braccia, sollevò alquanto le palpebre e girò
intorno le pupille incantate.
--Potrei andar per un medico--disse piano Vergalli.
La cuoca, che fino allora non aveva aperto bocca, fece una
spallucciata, e non badando agli occhiacci della Luisa, borbottò con
un pronunciato accento tedesco:--Importa molto il medico per questi
mali!
--Insomma, che mali sono? Che mistero c'è?--esclamò il conte Mario. E
mentre formulava la domanda, rapida come il tuono che succede al
lampo, gli s'affacciava un'idea terribile, dolorosa, umiliante, e pur
naturale... così naturale che lo stupiva il non averci pensato prima.
--Roba da nulla.... nervi....--rispose la Luisa.--Signora, signora,
come sta?
--Meglio--susurrò la Teresa con un filo di voce.--Perchè siete qui
voialtre?... Chi vi ha chiamate?... Non c'era il conte?
--Ci ha chiamate lui--replicò la cameriera. E si voltò per cercarlo.
Ma il conte s'era dileguato.
XXIX.
Erano le nove di sera. Nonostante le prove fisiche e morali della
giornata, nonostante l'imminenza della catastrofe, la Teresa era
calma, padrona di sè. Della tempesta, che aveva agitato così
fieramente la sua anima nella notte scorsa, non rimaneva la minima
traccia; gli ultimi tenui fili che la univano alla vita s'erano
spezzati dopo la scena dolorosa con Mario. Non ch'ella gli serbasse
rancore; ma nella passione senile di lui ella trovava una ragione di
più per morire. Adesso, già da un'ora, ella stava scrivendogli, e
vinte le difficoltà dell'esordio la sua penna correva sicura sopra la
carta. Quell'esordio diceva così:
«Avrei voluto che solo da questa lettera voi apprendeste ciò che non
ho ardito confessarvi a voce; avrei voluto che foste l'unico
depositario di questa parte del mio segreto; vedo pur troppo che il
mio desiderio fu vano; -sento- che avete indovinato -tutto-. Me lo
dice la vostra improvvisa scomparsa dopo il mio breve malessere d'oggi
(e vi ringrazio d'aver mandato a prendere mie notizie); me lo dice il
linguaggio pieno di reticenze delle mie donne; le quali, ormai ne son
certa, avevano indovinato prima di voi. Ebbene, amico mio, se sapete
-tutto-, avrete già compreso e perdonato il rifiuto che opposi alla
vostra offerta. Potevo forse accettare?»
Dopo questa introduzione, la Teresa veniva a spiegare i punti della
sua condotta che, per forza di cose, erano dovuti rimanere oscuri, e
si diffondeva a parlare della sua gita a Milano che prima ell'aveva
cercato di nascondere e di cui poi aveva dissimulato il motivo reale.
Ah sì, aveva accumulato artifizi e bugie ripugnanti all'indole sua, e
ora, in procinto di abbandonar per sempre la terra, la sua anima
cedeva a un bisogno prepotente di verità e di sincerità. Nè si
contentava di chiarire i fatti, ma scendeva con spietata analisi
dentro sè stessa, studiando le deficienze del suo organismo morale
ch'ella aveva avuto il torto di creder sano ed equilibrato. Sana ed
equilibrata lei, ch'era caduta quasi senza lotta, nè dopo la dedizione
repentina e umiliante aveva trovato l'energia di rialzarsi! Sana ed
equilibrata lei che, per quanto avesse scrutato nel proprio cuore, non
vi aveva mai scoperto quella fiamma divoratrice che avrebbe potuto
attenuar la sua colpa; che oggi, pensando al suo seduttore, non
provava nè amore, nè odio, nessuno di quei sentimenti che nelle nature
logiche e vigorose sopravvivono alle grandi passioni? Ah, se il caso
fosse toccato ad un'altra, quanto volentieri ne avrebbe parlato con
lui, col suo sereno filosofo!... Ma ora ella capiva la vanità dei
nostri giudizi. Come giudicare senza conoscere, e come pretendere di
conoscer gli altri, se ognuno di noi riserba a sè medesimo così strane
sorprese? Ecco, anche oggi, guardandosi intorno, le pareva di vedere
una corruzione molto maggior della sua, le pareva ingiustizia suprema
l'essere schiacciata sotto il peso d'un unico fallo, mentre il vizio
cinico e impudente correva le piazze e trionfava nei salotti eleganti.
Pur la fiera protesta le si spegneva sul labbro nell'incertezza delle
leggi che regolano le azioni umane e del grado di responsabilità che
incombe a ciascuno. Solo una cosa ella credeva di aver imparato, oimè
troppo tardi. La donna scelga la sua via. Se ha scelto quella
dell'onestà, sappia che deve percorrerla sino in fondo, senza
un'esitazione, senza una titubanza. Al suo primo scappuccio non
s'aspetti misericordia. È lei, la donna onesta, che sarà chiamata a
pagare anche per quelle che non sono tali.
Proseguendo nella sua lettera, la Teresa esponeva le ragioni che la
spingevano a morire. Vergalli non l'avrebbe condannata, egli che tante
volte aveva compatito con lei ad altri suicidi, egli che aveva
mostrato comprendere come vi possano esser momenti in cui al più
coraggioso degli uomini manchi la forza di vivere. Ed ella diceva che
sarebbe morta prima, appena inteso il verdetto del medico milanese, se
non avesse voluto metter ordine alle sue faccende e riveder l'amico
buono e fidato ch'ella aveva offeso e che meritava di ricevere il suo
atto supremo di contrizione. Indi, accennando ai loro recenti
colloqui, ella ricercava le cause che avevono impedito la pienezza
delle sue confidenze. Piccole cause che non avrebbero dovuto farla
deviare dal suo cammino; ma basta sì poco a gelar talvolta una parola
sul labbro, ad arrestare uno slancio del cuore! Ed ella gliene
chiedeva perdono; gli chiedeva perdono dei malintesi che una sua
maggiore franchezza avrebbe certo evitati. Tanto le premeva di non
offendere, di non ferir Mario Vergalli che quasi accusava sè della
scena penosa d'oggi! Nè gli disse, troppo egli ne avrebbe sofferto,
che s'egli fosse tornato da lei come amico e non altro, egli forse,
egli solo avrebbe potuto salvarla....
Non glielo disse; nell'ultima parte della lettera riassunse, completò,
illustrò il suo testamento, specificando quelle disposizioni che ella
desiderava rimanessero segrete fra loro due, scusandosi di non averlo
esonerato nemmeno dall'incarico, che doveva riuscirgli sì grave, di
far pervenire un suo ricordo a Guido di Reana. E la Teresa conchiudeva
in questi termini:
«Addio, Mario. Non vi dico di dimenticarmi. Nonostante il male che vi
ho fatto, vi dico piuttosto: Ricordatemi senz'amarezza. Pensate a me
come a una povera donna a cui è mancato qualche cosa per esser felice
e per render felici le persone che amava. E non vi lasciate abbattere
nè dalla memoria dei torti patiti, nè dal dolore che vi darà la mia
morte. Non siete giovine più, ma le abitudini austere hanno conservato
intatta la vigoria del vostro corpo e del vostro spirito; il libro
della vita non ha svolto per voi tutte le sue pagine; potete chiederne
e sperarne altre consolazioni; dallo studio, dal lavoro.... forse
dalla famiglia.... forse da nuovi affetti....
Addio, Mario. Confido, che se pur avete deciso di partire, domattina
sarete ancora a Venezia, e la mia lettera potrà esservi recapitata
prontamente.... Consacratemi poche ore.... le ultime.... Difendete il
mio cadavere dalle curiosità indiscrete.... Procurate ch'io sia
sepolta nella veste che ho addosso; cercate di ottenere dai giornali,
se non il silenzio circa al mio suicidio, almeno un riserbo pietoso
circa ai motivi che lo hanno determinato; cercate (e non vi strappi un
sorriso di compassione la mia debolezza) che la mia bara non sia
respinta dalla chiesa della mia parrocchia.... Grazie, Mario.... E
addio.... e perdonatemi.
TERESA.»
Poich'ebbe riletto il foglio da capo a fondo, lo piegò e lo chiuse
entro una busta. Ma mentre stava scrivendone l'indirizzo, la scosse
una scampanellata alla porta di strada. Ell'aveva dato ordini precisi,
assoluti; non riceveva nessuno: nè lo zio Venosti, nè il conte
Vergalli, nè la Giulia Orfei, nessuno insomma; ed era naturale che
quegli ordini, dati il giorno, dovessero aver maggiore efficacia la
sera; tanto più che alle sette e mezzo, nel congedar la Luisa,
ell'aveva soggiunto che sarebbe andata a letto presto, da sola,
secondo la sua consuetudine. Checchè le fosse occorso, avrebbe
chiamato.
Tuttavia, alla scampanellata, la Teresa nascose rapidamente la lettera
nella cartella ove c'era anche il testamento, e riparò nella sua
camera come in un rifugio più intimo ed inviolabile. Ivi, posata la
candela sul comodino, tese l'orecchio e stette in ascolto.
Certo qualcheduno aveva salito la scala, era di là, in conferenza con
la Luisa. Chi poteva essere? Il servitore di Mario che per la terza
volta veniva a informarsi della sua salute? O Mario stesso, portato da
una forza irresistibile alla casa dell'amica? O era invece
un'ambasciata indifferente di cui ell'avrebbe riso domani, se il
domani fosse esistito per lei?
In quella sospensione dell'animo, la Teresa provava una specie
d'impazienza nervosa contro l'ignoto, chiunque fosse e fosse pur
Mario, che turbava la quiete di quegl'istanti solenni.
Senonchè, ad un tratto, i suoni fino allora piuttosto indovinati che
percepiti si fecero chiari e distinti; ella sentì veramente dei passi,
delle voci rattenute e sommesse, sentì picchiare all'uscio del
salottino verde. Con una decisione subitanea ella spense la candela e
si gettò sul letto.
Una persona era entrata nel salottino e s'avvicinava guardinga; una
mano girò adagio adagio la gruccia nell'uscio. Irrigidita in uno
sforzo supremo, la Teresa non gridò, non si mosse, e riuscendo con la
volontà a disciplinar perfino i battiti tumultuosi del cuore parve
respirar come uno che dorme.
--Dorme--disse in fatti una voce. Era quella della Luisa, e sembrava
rivolta ad uno che fosse lì ad attendere risposta. I battenti
dell'uscio, come s'erano aperti pian piano, pian piano si
riaccostarono. Ma un'altra voce, una voce d'uomo cognita e cara,
giunse all'orecchio della Teresa.--Se dorme, lasciatela tranquilla....
Pur che domattina, appena si sveglia, abbia questo biglietto.
--Non dubiti, signor conte--rispondeva la cameriera.--Glielo porterò
io stessa.
--Va bene. Lo metto qui sulla scrivania.
I passi, lievi lievi, si allontanarono; gli usci si chiusero; si
chiuse, di lì a pochi secondi, la porta di strada. Allorchè tutto fu
tornato nel silenzio, la Teresa riaccese il lume e balzò dal letto. Le
gambe le tremavano, un sudor freddo le gocciolava giù per la fronte;
ella potè nondimeno trascinarsi nel suo salottino. Sotto un
calcafogli, sulla cartella ov'ella aveva pur dianzi riposta la sua
lettera, c'era il bigliettino di Mario Vergalli. Che voleva egli
ancora da lei?
XXX.
«Teresa mia.
Qual giudizio farete di me? Vi ho oltraggiata oggi due volte; prima
cercando usarvi violenza, poi abbandonandovi bruscamente quando non
eravate ancora ben rinvenuta dal vostro deliquio. E vedete fatalità!
Mentre arrossisco e mi vergogno della mia condotta, sono forse in
procinto di recarvi un oltraggio nuovo. Sì, Teresa, non ve lo nego;
sono fuggito oggi dalla vostra casa perchè ho creduto scoprire il vero
motivo del vostro linguaggio ambiguo, del vostro malessere fisico, del
vostro rifiuto d'esser mia moglie; sono fuggito sopraffatto da quel
senso del ridicolo che soffoca tanti impulsi generosi, che inspira
tante vigliaccherie a noi uomini raffinati e moderni. Ora, o Teresa,
ho vinto il nemico. Ignoro, badate bene, se le mie supposizioni siano
fondate; ma so che il fallo vostro, già così lealmente confessato, non
diventa più grave, se, per un'amara ironia della sorte, esso ebbe
conseguenze che altri falli simili non hanno; non più colpevole dovete
apparir voi agli occhi degli uomini onesti, ma più degna di compianto,
di soccorso, d'affetto. E, appunto per questo, l'offerta ch'io vi feci
poche ore addietro e che allora eravate forse in obbligo di
respingere, ve la rifaccio adesso che so, o che immagino, il peggio.
Accettatela, Teresa. Siate mia moglie. Imponetemi le vostre
condizioni. Desiderate lasciar Venezia, l'Italia, l'Europa? Ditelo. Ci
trapianteremo lontano, ove gli echi del passato non giungano, ove la
quiete nella -nostra- famiglia non tema insidie. Chi saprà nulla? Chi
chiederà nulla? Chi sospetterà nulla? E di me non vi fidate, Teresa?
Non mi credete capace di riversar sopra una creatura innocente uscita
dalle vostre viscere una parte del mio amore immenso per voi?...
Rifletteteci, Teresa. Non rispondete con leggerezza; non lasciatevi
accecar dall'orgoglio.... Verrò domani a udir la mia sentenza....
Intanto porto questa lettera io stesso, ma non ho speranza di vedervi;
è tardi e forse sarete già coricata. A domani dunque.
Vostro per tutta la vita
MARIO VERGALLI.
Quantunque gli occhi della Teresa fossero stanchi, e, leggendo, si
velassero tratto tratto di lacrime, ella non durò fatica a decifrare
il biglietto di Mario, scritto nella nota calligrafia, minuta, ma
nitidissima. E finito che l'ebbe, lo baciò e ribaciò con effusione,
paragonandolo, suo malgrado, all'epistola frivola, insignificante che
la mattina ell'aveva ricevuta da Guido di Reana. Ma non per questo
ebbe un dubbio, un'esitanza su ciò che le restava da fare. Ella non
agognava ormai che alla pace, e non c'era pace per lei che nella
tomba. Come un corpo piegato sull'orlo del precipizio a poco a poco vi
è attratto per lo stesso suo peso, e gli ostacoli, anzichè
rallentarne, ne affrettano la caduta, così succedeva alla Teresa
Valdengo. S'ell'avesse avuto bisogno d'una spinta, la magnanimità di
Vergalli gliel'avrebbe data. In un lampo ell'ebbe la visione del vero;
sentì che non poteva nè respingere, nè accettare l'offerta dell'amico
suo. Respingendola sarebbe stata ingrata e crudele, accettandola
avrebbe preparato all'amico e a sè quelle acerbe delusioni che seguono
inevitabilmente i sacrifici troppo superiori alle forze umane.
Ella prese la lettera che aveva già apparecchiata per Mario Vergalli,
ne lacerò la sopraccarta e vi aggiunse un poscritto:
«10 e mezzo di sera. Voi avete voluto colmar la misura della vostra
indulgenza verso di me. Avete voluto darmi una prova di più del vostro
affetto e dell'altezza dell'animo vostro. Grazie, Mario. E perdonatemi
se neppure tanta vostra bontà può scuotere la mia risoluzione. In
altre condizioni sarei stata orgogliosa di appartenervi; il destino
non lo consente. Voi siete un santo e un eroe; ma ricordo d'aver udito
dalle vostre labbra che non è lecito chiedere neanche ai santi o agli
eroi di esser tali per tutta la vita, e che la natura ha le sue leggi
contro cui non val ribellarsi.... No, Mario, credetelo. È meglio per
voi, per me, -per tutti-, che io muoia.... Vi conforti la certezza che
il mio ultimo pensiero è per voi.... Ve lo avrei detto or ora, quando
ho sentito i vostri passi e la vostra voce nella stanza vicina.... Ma
dovevo tacere, dovevo fingermi addormentata... Ve lo dico adesso, e vi
mando un bacio di sorella, di sposa, di amante.
TERESA.»
Chiuse la lettera in una nuova busta, vi fece la soprascritta, tolse
dalla cartella il testamento già suggellato, e il testamento e la
lettera portò con sè nella sua camera e li posò sul piano di marmo del
cassettone, in modo che cadessero subito sottocchio a chi entrava.
Macchinalmente, com'ella faceva tutte le sere dopo il suo ritorno in
città, la Teresa aperse, l'armadio ch'era nello spogliatoio, e ne
prese la bottiglia ov'ell'era andata accumulando le dosi del cloralio,
macchinalmente v'aggiunse il contenuto della boccettina che anche oggi
stava sul comodino accanto al suo letto. Due dita sole mancavano a
riempir la bottiglia; un'altra dose l'avrebbe fatta traboccare. Con un
movimento rapido, deciso, la Teresa Valdengo se ne versò un primo
bicchiere e lo tracannò tutto d'un fiato; dopo quello un secondo,
colmo fino all'orlo, che le costò maggior fatica e le parve ripugnante
al palato e allo stomaco.
Ma quand'ella staccò, vuotò, questo secondo bicchiere dal labbro,
quando vide dinanzi a sè, vuota, quella bottiglia di cui aveva visto
alzarsi lentamente il livello ogni sera, ella sentì correrle un
brivido dalla punta dei piedi alla radice dei capelli. Non era
pentimento; era una specie di stupore muto, era la coscienza
dell'irrevocabile, era il fantasima della morte che si svolgeva fuor
delle nebbie onde la lontananza l'aveva cinto. Come sarebbe venuta la
morte? Dolce e lieve, simile al sonno, o piena di spaventi e di
strazi?
Vestita com'era, la Teresa si buttò sul letto, chiuse gli occhi,
intrecciò le braccia sul seno, aspettando.... Ancora non soffriva....
Oh se si fosse potuta addormentare, addormentare per non
svegliarsi!... Ma in breve l'assalse un'inquietudine, una smania
febbrile che la costrinse prima a mettersi a sedere, poi a scender dal
letto. Aveva la testa in fiamme, il respiro difficile; aveva
vertigini, e nausee e sforzi di vomito, contro i quali reagiva
vigorosamente, sentendo che il vomito avrebbe distrutta o attenuata
l'azione del veleno. Le sue pupille offuscate avevano perduto la netta
visione degli oggetti; il pavimento, la vólta, le suppellettili le
giravano intorno in ridda fantastica, la fiamma della candela si
sminuzzava in cento punti luminosi vagolanti per la stanza. Non poteva
giacere e non poteva reggersi in piedi senz'appoggi; errava qua e là
abbrancandosi ai mobili, ora cadendo spossata sopra una poltrona,
sopra un canapè, ora rizzandosi d'improvviso, come per virtù d'una
molla. L'ambascia le strappava rotti lamenti, e insieme coi lamenti le
uscivano dalla bocca frasi sconnesse, disordinate, confuse, quali
sogliono uscire dalla bocca d'un ebbro. Ma in quello sfacelo
dell'organismo, della memoria, della ragione, della volontà, una cosa
restava presente al suo spirito: ch'ella doveva morire, che non doveva
a nessun costo invocar soccorso. E frenava i suoi gemiti, e frenava
gli scatti della sua voce, e si studiava di smorzare ogni remore cha
potesse tradirla. A poco a poco una sensazione prevalse in lei alle
altre, quella d'un'immensa stanchezza. Indi, vinta dalla paura di
stramazzar sul pavimento e di esser trovata colà freddo cadavere la
mattina, ella raccolse le sue forze, si trascinò di nuovo al letto,
che per fortuna era basso, e vi si abbandonò sopra spossata,
ingegnandosi di compor la persona in un'attitudine decente. Correvano
ancora delle vibrazioni dolorose attraverso al suo corpo, ancora nel
bisogno istintivo d'aria la sua testa si agitava affannosamente sul
guanciale ed ella inarcava il collo per sollevarsi; ma un peso enorme,
come d'una massa di piombo, la teneva incatenata al suo posto, le
inchiodava le braccia, le irrigidiva le gambe. E sempre più densa, più
scura si faceva la nube che le ingombrava gli occhi e la mente. Ella
si sentiva sprofondar nel letargo; brandelli d'idee sornuotavano
appena nel gran naufragio; immagini vaghe, fuggevoli apparivano, si
dissolvevano dinanzi alla moribonda;... un uomo dai capelli grigi,
chinato su lei, chiamava disperatamente: «Teresa, Teresa!...»; nella
notte luminosa una nave passava in silenzio sotto gli astri del
Tropico; ritto sul castello di prua un giovine ufficiale pensava a
novelli amori....
XXXI.
Il salotto della Teresa Valdengo era debolmente rischiarato da un lume
- à carcel- posato sopra una mensola, e di cui un cappello di
cartoncino verde moderava e raccoglieva la luce. In fondo, nell'ombra,
con la testa curva sul petto, coi pugni chiusi sotto il mento, sedeva
il conte Mario Vergalli, esprimendo nella fisonomia scomposta un
dolore che non spera e non vuole conforti. Di tratto in tratto, se un
romore veniva dalla camera a sinistra, egli girava il capo lento lento
da quella parte, e ne' suoi occhi appariva un'angoscia ancora più
intensa, e le sue labbra lasciavano sfuggire un gemito sordo.
Un uscio, non quello della camera a sinistra, si aperse, ed entrò un
signore elegante, maturo, in cappello a tuba e soprabito.
--Sempre qui?--egli disse.
L'altro non rispose.
--E contate di restar tutta la notte?
L'interrogato si decise a rompere il silenzio.
--Non lo permettete?
--Io?... Io non ho nulla in contrario.... Passo anch'io la notte in
questa casa.... per forza.... E io mi son fatto preparar da
dormire.... Ma voi dove dormirete?... Non so proprio se ci sia un
letto.... perchè una stanza è occupata dal mio domestico....
--Non ci pensate.... Non dormirò.... Tutt'al più sonnecchierò su una
di queste poltrone....
--Son gusti.... Se poteste risuscitarla, capirei.... E, scusate, non
avete mangiato oggi?
--Ho preso qui due tazze di brodo.... Mezz'ora fa il vostro servitore
mi ha portato spontaneamente un caffè.... Anzi gli son grato....
Il barone Venosti Flavi, poichè il signore in soprabito non era altri
che lui, depose il cappello e i guanti e si avvicinò alla stufa.
--Diamine, è fredda.
--Non ci avevo badato.
--Farò rifonder della legna.
--Non vi disturbate.... Io non soffro il freddo.
--Caro Vergalli--riprese il barone--dal momento che avete l'intenzione
di rimanere, non potete star in una Siberia.
Suonò il campanello e ordinò di riaccendere il fuoco.
Quando il servo se ne fu andato, Venosti tirò fuori un dispaccio e lo
gettò in un ampio vassoio d'argento ove c'erano altri telegrammi e
biglietti.
--Anche la zia di Torino ha telegrafato.... Quella naturalmente non
viene.... per la distanza... per l'età.... Avremo invece la gioia
delle due cugine a cui avete desiderato che si desse l'annunzio....
Sta a vedere che son loro le eredi.... Dite la verità, voi conoscete
su per giù il testamento?...
--Come posso conoscerlo?... Sapevo io forse ch'-ella- voleva
morire?--balbettò Vergalli.
--Non è questo.... Ma se avete tirato fuori i nomi di quelle cugine di
cui io ricordavo appena l'esistenza, è segno che la lettera....
--Dio buono! Devo ripetervelo? Nella lettera ci sono delle allusioni
che m'han fatto credere opportuno di avvertire quelle signore.... E
non eravamo d'accordo? Non si è telegrafato in vostro nome?
--Oh, per me!--ripigliò il barone con un gesto magnanimo.--Non
calcolavo certo su quell'eredità, io.... sebbene sia il congiunto più
stretto che la povera Teresa avesse.... Mia nipote era padrona di
lasciare il suo a chi le piaceva, pur che non avesse lasciato a me
tante seccature....
--Non l'ha fatto per divertimento--notò Vergalli.
Ma il barone, ch'era di malumore, proseguì, senza raccoglier
l'interruzione:
--E le seccature, sono il meno.... Il peggio è lo scandalo.... uno
scandalo di cui sarò un poco la vittima anch'io....
--Voi?--esclamò il conte Mario.
--S'intende.... Un suicidio in famiglia!... E in quelle condizioni!...
Perchè non mi negherete che la nostra diplomazia fa un buco
nell'acqua. È ormai il segreto di Pulcinella.... Le serve han fatto
capire che se lo immaginavano.... i dottori l'hanno indovinato.... E
se pur i giornalisti tengono la loro promessa di tacere, fra una
settimana il paese saprà perchè mia nipote si sia tolta la vita.... Ho
già sentito certe insinuazioni qua e là....
--Basta, Venosti, basta, per amor del cielo--supplicò Mario Vergalli,
a cui ognuna di quelle parole era una stilettata nel cuore. Se le
ricordava le reticenze delle donne di servizio, pur così affezionate
alla loro padrona da volerla vegliare esse medesime, se le ricordava
ieri, quella mattina stessa, al cospetto dei medici, quando la Teresa
respirava ancora, benchè non parlasse, non riconoscesse nessuno e
fosse ormai agli estremi. E i medici se li ricordava comunicantisi i
loro dubbi, spianti, in nome del dovere professionale, il bel corpo
adorato ch'egli non aveva potuto difendere dalle curiosità indiscrete.
Appunto di questa inefficace tutela egli si rodeva dentro come d'un
tradimento alla sua Teresa, e i singhiozzi lungamente rattenuti
prorompevano dal suo petto ed echeggiavano nella stanza.
Venosti Flavi assunse le parti di confortatore.
--Coraggio, via, Vergalli.... Le volevate un gran bene, lo capisco, e
beata lei se si fosse appoggiata interamente a voi.... Ma, in fine,
bisogna farsi una ragione.
--Per me era una santa--gemette il conte.
--Aveva molti buoni numeri, non lo nego--disse il barone
commendatore--e mi guardi il cielo dall'esser troppo severo con lei
per questo suo fallo, di cui, se non c'erano le conseguenze, non si
parlerebbe neanche più.... Pare impossibile, certe disgrazie non
accadono che alle donne oneste.... Non è mica giusto il proverbio che
chi va al molino s'infarina.... Oh sì!... Ne conosco io di quelle che
dovrebbero essere infarinate fin sopra gli occhi, e invece....
Accorgendosi che le sue spiritosità non erano gustate da Mario, il
barone mutò argomento.
--Meno male che i preti fanno finta d'ignorare il suicidio, e avremo
il funerale religioso.... Questo l'ho ottenuto io....
--Grazie per -lei-.... Io sarei stato un cattivo negoziatore....
--Diamine!--esclamò Venosti.--Il funerale puramente civile sarebbe -un
comble-.... Della religione si può averne o non averne, ma le forme
vogliono essere rispettate.... Sarà per doman l'altro mattina, alle
nove.... Mah!... Chi lo avrebbe creduto?... Domani stesso, all'una,
verrà qui il pretore per l'apertura del testamento.
Il barone guardò l'orologio, e tentennò il capo con l'aria seccata
d'un uomo che vede alterate tutte le sue abitudini.
--Ebbene--egli soggiunse rizzandosi in piedi e raccogliendo i guanti e
il cappello--qui non resta che andare a letto. Ho i giornali della
sera. Ne volete uno o due?
Vergalli fece segno di no.
--Buona notte, allora. Qualunque cosa vi occorra non avete che da
sonare.... Di là ci sarà sempre qualcheduno alzato. Ho dato anche
ordine di non lasciar spegnere il foco in cucina pel caso che quelle
donne--e accennò alla camera della nipote--avessero bisogno di un
caffè... Ma voi se aveste giudizio andreste a riposare a casa vostra,
nel vostro letto.... No?.... Fate come vi piace.... Buona notte.
Di nuovo Mario Vergalli era solo; solo nel salottino della Teresa.
Dio, Dio! E non più tardi di ieri ell'era lì, seduta accanto a lui, ed
egli la rivedeva nel suo pensiero, così dolce, così triste, così
sofferente. Ed egli aveva osato esser brutale nel linguaggio e nei
modi con la poveretta; aveva potuto lasciarsi trasportar dall'ira,
dalla gelosia, dal cieco impulso dei sensi! Mai, mai egli
dimenticherebbe quelle parole ch'ell'aveva pronunziate con voce fioca
e tremante, le ultime quasi ch'egli aveva udito da lei: «Voi, Mario,
voi mi costringereste a chiamar la mia cameriera?...» Poco dopo,
ell'era svenuta; la gente di servizio era accorsa; a lui s'era
squarciata una benda dagli occhi, ed egli era fuggito via come un
pazzo.... Non per questo ella s'era data la morte; pur quella era
stata forse l'ultima goccia che aveva fatto traboccare il vaso.... E
perchè aveva egli indugiato tanto a tornare? Troppo tardi il suo
biglietto era giunto nelle mani della Teresa, troppo tardi per
ricompor l'equilibrio nella mente sconvolta, e per ritrarla dal passo
disperato.... E perchè, iersera, venendo da lei, non aveva egli
insistito per entrar nella camera, per svegliarla, s'ella dormiva, per
parlarle a ogni costo?... Un amante giovine non avrebbe esitato.... Oh
triste, triste la saviezza dei vecchi!
E a che ora aveva ella bevuto il veleno? Certo dopo le 10 e mezzo,
ch'era l'ora indicata in cima del suo poscritto, ma certo anche prima
di mezzanotte, stando al giudizio dei medici che l'avevano vista fra
le otto e mezza e le 9, e avevano trovata già completa la paralisi
cerebrale.... Ahi, ahi, egli pure l'aveva vista contemporaneamente a
loro, chiamato a casa Valdengo da un appello pressante. Giaceva ella
supina, nella sua vestaglia di lana che la copriva fino ai piedi, con
la testa arrovesciata sul guanciale, coi bei capelli castani sciolti
in parte e ricadenti sugli omeri, con gli occhi aperti, vitrei, senza
sguardo. Sulla fronte, sulle guancie, agli orecchi, alle mani,
apparivano delle chiazze rossastre, il petto ansava, un rantolo usciva
dalla bocca semichiusa.
--Teresa!--egli aveva gridato, stringendo nelle sue quelle mani già
quasi fredde--Teresa, Teresa!--Ma non un muscolo del caro viso s'era
contratto, non un lampo d'intelligenza era passato sulle pupille
immobili....
--Almeno non soffre più--affermavano i medici.... Verso le dieci era
spirata.
Placida era stata l'agonia, placida la morte; ma chi sa quanto
ell'aveva patito in principio, allorchè la coscienza non era spenta e
l'organismo vigoroso lottava per la propria conservazione? Questo i
medici non s'attentavano di negare; dicevano solo:--Non sarà stato per
molto tempo.--O chi li misura gli istanti del dolore?... Dio, Dio! E
forse s'era pentita, forse aveva invocato aiuto, forse coi pronti
soccorsi sarebbe stata salvata!... Nessuno l'aveva intesa, nessuno!
Sciagura all'infame ch'era stato cagione di tutto! Potesse la sua nave
sfasciarsi, potess'egli, lontano alla patria, alla madre, esser
ingoiato dall'onde, esser fatto a brani dai pesci.
Ecco, circa un mese addietro egli portava in giro per quelle stanze la
sua figura scialba di damerino, la sua vanità soddisfatta, sedeva su
quei mobili, susurrava nell'orecchio della Teresa le parole
insidiatrici, stendeva la mano all'impure carezze.... Come s'era ella
lasciata prendere al laccio?
Era per Vergalli un troppo intollerabile strazio il fermarsi su questo
pensiero, ed egli cercava, quasi balsamo alla ferita, la lettera
ultima della Teresa, quella lettera piena d'ineffabile tenerezza
ovv'ella confidava a lui i suoi desiderii più intimi, e a lui chiedeva
perdono, e lui proclamava il migliore de' suoi amici.... La cercava,
la tirava fuori della busta sgualcita, e benchè, in quella luce
fievole e incerta, i suoi occhi annebbiati non riuscissero a
decifrarne una riga, solo a vederla, solo a palparla, sentiva
nell'anima un'amara dolcezza. Era sua, ben sua, la donna che,
sull'orlo della tomba, gli aveva scritto così.
Crudele ironia! Era sua unicamente perchè era morta.
In queste alternative di dolore pacato e di spasimo delirante Mario
Vergalli passò gran parte della notte. Tre volte egli s'accostò
all'uscio della camera della Teresa, vinto dal bisogno di dar un
estremo saluto alla diletta estinta, tre volte gli mancò il coraggio e
la forza d'entrare.
Appunto dopo il terzo inutile tentativo egli s'era lasciato ricader
sulla sedia velandosi la faccia col fazzoletto, quando la Luisa, che
insieme con la cuoca vegliava la sua padrona, spinse adagio adagio i
battenti dell'uscio, e sporgendo la testa disse:
--È lei, signor conte?
Egli trasalì.
--Che c'è?
La Luisa, anch'ella pallida e sfatta, s'avanzò di alcuni passi e
soggiunse:
--In una saccoccia della vestaglia della povera signora.... quella che
aveva addosso e in cui vuol essere seppellita.... abbiamo trovato una
carta....
--Qual carta?--balbettò Vergalli.
--Questa.
--Date....
--Mi pare--riprese la cameriera--il biglietto che abbiamo posato
iersera qui sulla scrivania....
--Il -mio- biglietto!--esclamò il conte strappandoglielo dalle mani.
Era quello veramente, e Mario non tardò a riconoscerlo. Stette in
dubbio un istante; poi, con una subitanea risoluzione, disse,
riconsegnandolo alla Luisa:
--Rimettetelo dov'era.
--Nella saccoccia della vestaglia?
--Sì.... sarà sotterrato con lei.
Non si portava ella sotterra il suo cuore? Non si sarebbe egli
augurato di scender con lei nella fossa?
--Come desidera--rispose la Luisa. E s'avviò a capo chino, divorando
le sue lacrime, ma giunta che fu sulla soglia non potè a meno di
voltarsi indietro, e in forma di timido invito chiese a Vergalli:--Non
vuole?...
Egli taceva, combattuto fra il sì e il no, con gli occhi immobili,
fissi verso l'uscio semichiuso da cui veniva un chiarore giallastro di
faci e un odor greve d'incenso bruciato.
La cameriera seguitò a voce bassa, quasi con aria di mistero:--È
pronta....
E poichè il conte non capiva ella spiegò:
--L'abbiamo vestita.... Domattina alle dieci devono metterla nella
bara.
--Oh!... Così presto?--fece Mario torcendosi le mani.
L'idea ch'egli non l'avrebbe vista mai più ebbe ragione delle sue
ultime ripugnanze.... Strascicando i piedi, appoggiandosi ai mobili,
egli entrò nella camera mortuaria....
Oscillavano in un vapore fumoso le fiamme dei ceri, s'agitavano in un
movimento ritmico le tende calate sulle finestre aperte.... Nella
bianca vestaglia, con le braccia in croce, ell'era distesa sul
letto.... Ma era lei, era proprio lei? Era quella la Teresa che Mario
aveva amata, la Teresa che anche la mattina, nell'agonia, conservava
pur qualche traccia della sua bellezza gentile?... Oh come pronta e
terribile era stata l'opera dissolvitrice!
Non resse egli allo strazio; appena sfiorò con un bacio quelle mani
più fredde del marmo, e s'allontanò singhiozzando....
Provava un bisogno irresistibile d'essere all'aperto, di respirar
l'aria libera, e senza chiamar nessuno uscì nell'andito, staccò dalle
gruccie il cappello e il soprabito, scese a tentoni la scala e si
trovò fuori della porta, sulla Riva degli Schiavoni. Era notte ancora,
i lampioni del gaz erano tutti accesi, ma le stelle si scoloravano in
cielo e l'alba doveva esser vicina. Mario Vergalli errava senza meta,
malfermo sulle gambe, borbottando un nome adorato: -Teresa Teresa-!
Due popolani che lo videro in quello stato s'urtarono coi gomiti, e
uno disse all'altro:
--Anche i signori prendono le loro sbornie.
FINE.
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