avrebbe trovato pane per i suoi denti.... Ma voi, Dio ve lo perdoni,
siete un coniglio....
Il conte Luca, che ormai viveva in uno stato d'orgasmo continuo,
sbuffava ma non reagiva contro le tirate della moglie. Tutt'al più, in
un tuono che voleva esser di comando ed era invece di preghiera,
insisteva perchè tacesse:
--Che donna, santo Iddio! Non sapete star zitta un minuto. Se ne sono
andati i Tedeschi? E voi lasciateli in pace.
Era difficile confessarlo, ma il conte Luca aveva paura dei vecchi
padroni. I nuovi potevano fargli del male subito, i vecchi potevano
fargliene più tardi.... se tornavano. E il conte Luca, senza dirlo a
nessuno, senza dirlo ad alta voce nemmeno a sè stesso, non sapeva
persuadersi che non dovessero tornare. Intanto s'acconciava
all'inevitabile. Teneva anche lui la sua coccarda tricolore
all'occhiello, faceva di gran salamelecchi ai personaggi in carica, ed
era pieno d'indulgenza pegli impiegati subalterni che non andavano
all'ufficio con la scusa di dover montare la guardia.
Slanciata nella fiumana del patriottismo chiassoso, la contessa Zanze
era sempre in faccende e lasciava la cura delle cose domestiche a
Fortunata, la quale, poverina, non aspirava minimamente a mettersi in
mostra. S'occupava della casa, della bimba, faceva una scappata quasi
ogni giorno fino al palazzo Bollati per aver notizie di Leonardo, per
vederlo se era possibile, e la sera preparava filaccia per i feriti.
Gasparo che, venendo a Venezia, sapeva già di trovarla in famiglia, non
s'era presa l'ingenerosa soddisfazione di rammentarle le sue parole di
quattr'anni addietro, ma abbracciatala con benevolenza, le aveva chiesto
subito della piccina.
--Dorme.... vuoi vederla lo stesso?
--Perchè no?
Margherita riposava tranquillamente nella sua cuna, con uno dei suoi
braccetti nudi piegato sotto la testa, con una puppattola al fianco.
--Quella puppattola è il suo grande amore,--disse sorridendo
Fortunata;--la chiama Lilì e non se ne vuol staccar mai.
Margherita aveva allora tre anni ed era una bella bimba, quantunque
fosse lecito dubitare se sarebbe stata anche una bella donna, tanto più
che la contessa Zanze ripeteva sempre:--Fortunata era tal quale.
Fatto si è che ell'era bianca e rosea, aveva lineamenti regolari,
capelli biondi e finissimi, e nel viso un'espressione dolce, affettuosa
che rammentava l'espressione materna. Era forse l'unica somiglianza che
ci fosse tra madre e figliuola.
--È carina assai,--disse Gasparo.
--Non è vero?--soggiunse Fortunata tra orgogliosa e commossa.--È buona
come un angelo, docile, intelligente....--Poi sospirò a voce
bassa:--Povera creatura!
Gasparo, che non aveva staccato gli occhi dalla dormente, a
quell'esclamazione della sorella:--Povera creatura!--sentì qualche cosa
che rispondeva nel suo cuore. Povera creatura davvero! Con quel nome che
anni addietro sarebbe stato una forza e oggi era una debolezza, quasi
una colpa! Con quel padre di cui ella non avrebbe potuto ignorar sempre
le turpitudini! Povera creatura! Chi sa che sorte l'era destinata? Chi
avrebbe guidato i suoi passi sul sentiero della vita? Chi l'avrebbe
protetta contro la miseria, contro le tentazioni? Certo la madre sarebbe
stata pronta a darle il suo sangue, ma che valida difesa poteva esser la
misera Fortunata ch'era inetta a difender sè stessa, che forse era
ancora sotto il fascino dell'ignobile marito?
Di mano in mano che tali pensieri sorgevano nell'animo di Gasparo, egli
sentiva anche nascere dentro di sè una tenerezza singolare per questa
bambina, sentiva nascere un desiderio intenso di vigilare su lei, di
tutelarla contro l'insidie d'un mondo nel quale ella entrava sotto
auspicî sì tristi. Pur non disse nulla, e rivolgendosi a Fortunata che
piangeva in silenzio, si limitò a susurrarle:--Coraggio!
Il primo giorno Margherita stentò alquanto ad addomesticarsi con lo zio,
ma il dì appresso Gasparo, tornando dall'arsenale, si presentò alla
nipote con un involto misterioso sfidandola a indovinare ciò che vi
fosse contenuto. Margherita si fece rossa rossa in viso e, naturalmente,
non indovinò nulla.
Allora l'involto fu aperto e comparve una splendida bambola tutta nastri
tricolori, la cui vista strappò alla fanciulla un grido d'ammirazione.
--Oh!--disse Fortunata--lo zio t'ha portato una nuova -Lilì-!
Il nome rimase e la bambola battezzata per -la nuova Lilì- strinse
Margherita d'un nodo indissolubile allo zio Gasparo. Ogni volta ch'egli
veniva a casa Margherita gli correva incontro festosa a mostrargli la
nuova -Lilì-, il cui abbigliamento andava illeggiadrendosi e
complicandosi sempre più per le ingegnose aggiunte che vi faceva
Fortunata. Gasparo, prima ancora di spogliarsi della sua divisa e di
depor la sua sciabola, prendeva in collo la nipote e la copriva di
carezze e di baci, ma la nipote non era contenta s'egli non dava qualche
bacio e qualche carezza anche alla bambola, sua indivisibile compagna.
Intanto la vecchia -Lilì-, dimenticata in un angolo, con la veste
sdruscita, una gamba rotta, i fianchi squarciati e la stoppa che le
usciva dalla pancia, esperimentava duramente l'ingratitudine umana.
Eran circa due settimane dacchè Gasparo si trovava a Venezia quando
Fortunata si fece animo a iniziar con lui un discorso scabroso che le
stava da un pezzo sulla punta della lingua e ch'ella non sapeva mai
risolversi a cominciare.
--Gasparo--ella balbettò una sera dopo aver messo a letto la bimba--non
t'ho ancora parlato di....
--Di che cosa?--interruppe il giovane aggrottando le ciglia.
--Non turbarti, non guardarmi in quel modo--esclamò Fortunata.--Mezz'ora
fa eri così gaio, così sorridente con Margherita.... Io sentivo svanir
la gran soggezione che ho di te....
--Soggezione! Soggezione!--brontolò Gasparo.--Perchè devi averne?
--Ho torto, lo so.... Sei tanto buono.... Fosti sempre tanto buono....
Ma che vuoi? Sono una femminetta senza spirito.... Basta un nulla a
confondermi.
--Via--soggiunse Gasparo raddolcendo la voce.--Di che cosa vuoi
parlarmi?
--Di... di Leonardo--disse Fortunata tutta tremante.
--Me l'aspettavo.... Ebbene?... Non hai dovuto riconoscer tu stessa che
t'era impossibile viver con lui?.... E quand'egli ha stancato una
pazienza come la tua!...
--No, Gasparo... forse non ne ebbi abbastanza... o almeno... non ebbi
tatto... non so far niente io... che disgrazia! che disgrazia!
--Povera vittima!--esclamò l'ufficiale un po' irritato, un po'
commosso.--Dovresti anche prendertela con te stessa! Quel miserabile che
t'ha sedotta non per amore, ma per capriccio, che t'ha sposata non sotto
l'impulso del dovere, ma sotto quello della paura, quel miserabile che
non ha cuore nè per sua moglie, nè per sua figlia, che s'è mangiato
tutto il suo, che è precipitato ruzzoloni di vizio in vizio, d'ignominia
in ignominia, quel miserabile merita proprio che tu t'accusi per lui!
--È vero... egli ha le sue colpe... ha molte colpe... non lo difendo,
no... ma è anche molto da compiangere... e se io potessi....
--Sicuro, se tu potessi dargli dell'altro danaro da scialar come prima
fra le ballerine e le femmine da partito, tu saresti contenta come una
Pasqua?
--Gasparo, non è questo.... Io vorrei aiutarlo a togliersi da quell'ozio
che è la sua rovina... vorrei aiutarlo a trovarsi una occupazione....
--Un'occupazione? Lui? Lo credi uomo da occuparsi d'altro che... di
quello di cui s'è occupato finora?
--Forse sì.... Mi pare che ne senta anch'egli la necessità....
--Che ne sai tu?
--Lo vedo talvolta... oh, avrei forse dovuto piantarlo affatto, solo,
infelice com'è?... Lo vedo, l'ho visto ieri... era tranquillo,
ragionevole.... «Che vuoi ch'io faccia?» mi disse. E soggiunse... ma non
arrabbiarti... stammi a sentire con calma.
--Continua, in nome di Dio.... Son calmo, mi pare.
--Soggiunse: «Adesso c'è qui tuo fratello che ha un posto importante,
che è pieno di aderenze....»
Gasparo non la lasciò finire.
--E avrei da servirmene per dare un impiego a lui, a lui che non è atto
a far nulla, che non merita nulla?... Tronchiamo questo discorso.... O
piuttosto--egli ripigliò--ma come non ci ha pensato lui subito?...
piuttosto digli che c'è un modo per levarsi dall'abbiezione, un modo
facile, sicuro, che può restituirgli la stima dei galantuomini....
--Quale? Quale?
--Tu pure me lo domandi?... Si ricordi dei suoi avi che affrontarono
cento volte la morte per la patria; brandisca un fucile, vada, corra
dove si combatte contro gli Austriaci;... un giorno solo, un'ora, un
minuto di eroismo può sanar molte colpe.... Non rispondi?
--Andar soldato!--mormorava Fortunata, tenendo gli occhi bassi,--Ma egli
non è robusto, non è avvezzo alle fatiche... e pur troppo in questi
ultimi tempi....
--I vizi l'hanno indebolito di più.... Me lo immagino.... Non
importa.... Ne son partiti degli altri, viziosi, scioperati al pari di
lui; hanno capito, hanno sentito che quest'era l'unica via di
salute....
--Ma egli, ne son sicura, non resisterebbe alla prova.
--E se fosse?--proruppe Gasparo con impeto.--Non c'è dubbio; andando
alla guerra egli può soccombere alle fatiche, può morire, beato lui! con
una palla in fronte; ma qui, non muore a oncia a oncia? E tu
preferiresti di vederlo finire sulle panche d'un'osteria, forse nel
canto d'una strada?
--Gasparo, Gasparo, che pronostici fai!--esclamò Fortunata atterrita
coprendosi il viso con le mani.
--Io non pronostico nulla d'inverosimile--egli le rispose. E vedendo che
le sue parole l'avevano scossa se non persuasa, continuò:--Invece chi
sa? Nei sani travagli del campo egli può trovare una vigorìa ignota, e
sfuggendo ai pericoli può tornar rifatto di corpo e di spirito.... E
allora, siane certa, egli benedirebbe chi gli avesse dato il consiglio
di prender l'armi.
Che Gasparo credesse proprio al miracolo, questo non oseremmo
affermarlo; tuttavia egli parlava con l'accento d'uomo convinto; e forse
era convinto realmente che se v'era per Leonardo un mezzo di redenzione
possibile, era quello da lui indicato.
Fortunata era in una strana perplessità. Col suo carattere timido, col
suo sgomento della guerra, ella non sapeva neanche figurarsi di dover
dare lei stessa al marito un suggerimento di quella specie; anzi non
sapeva figurarsi che quel suggerimento non le destasse addirittura una
ripugnanza invincibile. Eppure una voce interna le ripeteva che Gasparo
aveva ragione e la sua mente si fermava volentieri su quella frase:
-egli può tornar rifatto di corpo e di spirito-.... Se fosse vero?
--Gasparo--ella cominciò peritosa--se gli parlassi tu?
--Io?... No... non voglio vederlo... adesso.... Quando si sarà deciso a
compiere il suo dovere di cittadino, allora, allora soltanto venga da
me.... Io l'accoglierò dimenticando il passato, io farò tutto quello che
sarà in mio potere per ispianargli la via.... Ma eh' egli non mi capiti
dinanzi se non è ben risoluto.... Hai inteso?
Visto che suo fratello era irremovibile, Fortunata mise un sospiro e
disse:
--Gli parlerò io, proverò.
E il colloquio fu terminato così.
XXIII.
È un fatto che Leonardo Bollati, un giorno in cui egli era d'umor più
trattabile, aveva detto alla moglie che, in fin dei conti, se gli
offrissero un buon impiego, egli avrebbe forse la degnazione di
accettarlo. Una simile idea può parere strana in un uomo di quella
tempra e di quella vita, ma la si spiega benissimo ove si consideri che
il 22 marzo aveva portato uno sconvolgimento profondo nelle abitudini
dei Veneziani. In condizioni ordinarie non c'è popolazione più metodica
di questa; la gente si reca ogni giorno alla stessa ora agli stessi
ritrovi; alla distanza di dieci anni voi vedete dietro le vetriate dei
soliti caffè i soliti visi con qualche ruga e qualche capello bianco di
più; quelli che mancano, mettete il vostro cuore in pace, molto
probabilmente son morti. Entrate, e sentirete, non dico gl'identici
discorsi, ma l'identico modo di discorrere, di sparlare del prossimo,
di spropositar di politica, di gridar la croce addosso agli
amministratori del Comune. Ciò che vale pei caffè, vale pei teatri, per
le conversazioni, per le osterie, per le passeggiate: ciò che vale per
un ceto di persone vale per tutti. Gli amici si vedono, si lasciano, si
rivedono tre o quattro volte nel corso di ventiquattr'ore. Che amici! si
dirà. Adagio un poco. Certo di amici veri ce ne sono anche qui, ma chi
si lasciasse illudere dalle apparenze dell'intrinsichezza andrebbe
incontro a terribili disinganni. L'amicizia, a Venezia, è più che altro
una malattia cutanea; prende le forme d'un'eruzione di cordialità; i
visceri ne sono illesi. Tizio, Caio, Marco, Sempronio passano insieme
mezza giornata, supponiamo, al Florian, si danno del -tu-, scherzano
insieme, fanno il tresette, sembrano quattro corpi e un'anima. Una
mattina Sempronio non si lascia vedere. Tizio, Caio, Marco sono
inquieti, ma si consolano dicendo:
--Verrà alle cinque.
Alle cinque Sempronio non compare.
--Oh bella!--esclamano gl'indivisibili.--Dove s'è cacciato oggi colui?
--Non importa. Stasera per la partita non manca sicuramente.
Viene la sera e di Sempronio nessuna nuova.
--Diavolo! Questa poi è grossa.... Bisogna dire che sia malato. Chi fa
il quarto invece di lui?
Il quarto si trova facilmente, e si comincia a giocare.
Sul più bello capita qualcheduno con aria contrita.
--Lo sapete? Sempronio è morto!
--Diavolo, diavolo!--dice Tizio.--Come mai? Se ieri era sano come un
pesce?
--Ma! L'apoplessia lo ha colto questa mattina e alle tre era spirato.
--Corpo di bacco!... Mi dispiace assai,--soggiunge Caio.
Anche Marco manda un sospiro al perduto amico:
--Povero Sempronio! È proprio una disgrazia.... Accuso tre assi senza
denari.... E dove stava di casa?
Ebbene, si capisce senza difficoltà come ogni fatto pubblico il quale
alteri l'andamento normale della vita cittadina debba sciogliere queste
relazioni così superficiali quantunque così espansive. Figuriamoci poi
un fatto dell'importanza della rivoluzione del 1848. Chi fu sbalestrato
di qua, chi di là: fu come se un cataclisma gettasse tutti gli astri
fuori della loro orbita. Non c'è dubbio che dal nuovo caos uscirebbe una
nuova armonia e i corpi celesti prenderebbero un altro cammino regolare;
è probabile però che qualche astricino più tardo a disciplinarsi
andrebbe alquanto vagando alla ventura per cascar poi a guisa di bolide
Dio sa in che luogo. Nel 1848 gli uomini ch'entrarono nel movimento
politico, che si posero sul serio al servizio del paese trovarono presto
un nuovo equilibrio: quelli, che, senza curarsi dei tempi mutati,
vollero continuar le abitudini frivole di prima, si aggirarono come
fantasimi smarriti in un mondo che non li intendeva e ch'essi non
intendevano più.
Eccoci dunque, per una strada un poco lunga, tornati al nostro Leonardo.
La sua compagnia di farabutti e viziosi s'era, dopo il 22 marzo,
dispersa; alcuni, cosa strana a dirsi, erano partiti pel campo, altri
s'erano rintanati brontolando. Nella bettola ov'egli consumava metà
della notte e ove l'ostiere fino al 22 marzo serbava a lui e alla sua
brigata una tavola a parte, ora gli toccava sedere in mezzo a
sconosciuti che parlavano della guerra, di Manin, di Carlo Alberto, di
Pio IX, urlando come ossessi e minacciando talvolta, nel calore della
discussione, di rompersi i bicchieri in faccia. È vero che per lo più le
dispute ci calmavano, le voci irose si raddolcivano e si fondevano in un
inno patriottico. Ma Leonardo Bollati non ci si divertiva punto; lì
solo, dimenticato in un angolo, egli non ci trovava più gusto nemmeno a
ubbriacarsi. E anche le donne gli parevano cambiate, perfino quelle che,
ordinariamente, non hanno opinioni e non si curano delle opinioni
altrui. Nossignori, adesso anche loro avevano l'aria di guardarlo d'alto
in basso, di rimproverargli la sua inerzia; lasciando stare poi le
preferenze ch'esse accordavano ai militari, agli elmi, ai grandi
mantelli bianchi, ai pennacchi e ai lustrini....
Sotto l'influenza di quest'uggia che gli si era cacciata nell'ossa,
Leonardo Bollati tenne alla moglie il discorso ch'ella aveva timidamente
riferito al fratello. Leonardo vedeva della gentuccia salita ai primi
onori; possibile che non ci avesse a essere un buon posto per lui che
aveva un nome inscritto nel Libro d'oro della Repubblica di San Marco?
Anche dei giovani patrizi, di nobiltà meno antica della sua, erano
entrati negli uffici pubblici, dispensavano grazie e protezioni; ed egli
riteneva d'aver il diritto d'esser messo al livello di costoro. In
quanto al genere dell'impiego, Leonardo non aveva precisato nulla; gli
bastava un impiego decoroso. E non aveva escluso a priori neppur gli
impieghi militari; poichè egli non amava la guerra, ma ci avrebbe
pensato su prima di rifiutare una carica di generale o di colonnello con
residenza a Venezia.
Il lettore si sarà accorto che fra le idee di Sua Eccellenza Leonardo
Bollati e quelle del cognato Gasparo Rialdi c'era un dissidio bastevole
a mettere a repentaglio il buon successo delle negoziazioni aperte da
Fortunata. E infatti quelle negoziazioni fallirono. La proposta di andar
a rischiar la pelle come soldato semplice parve a Leonardo un'ingiuria
atroce e si sfogò con la moglie a dir corna di Gasparo e di tutti i
Rialdi, ch'eran vissuti di carità alla sua tavola e che adesso eran
montati in superbia perchè avevano il vento in poppa. Sciocco lui a
fidar sul loro aiuto; doveva pur ricordarsene che i Rialdi erano stati
una delle piaghe della sua famiglia! Non voleva veder più nessuno di
quella brutta gente, neppur lei che già valeva quanto gli altri e non
sapeva far di meglio che venirgli a piagnucolare davanti. Ell'aveva
fatto benone a tornar presso i suoi genitori; ci stesse e non lo
importunasse con le sue visite.
Leonardo non pensò più ad avere un impiego; bensì, riordinandosi allora
la guardia civica, egli prese l'eroica risoluzione d'iscrivervisi, e,
perchè il nome della sua casa non aveva ancora perduto ogni autorità nel
circondario, riuscì a farsi elegger tenente della sua compagnia.
Veramente egli aspirava al grado di capitano, ma questo fu conferito ad
un pizzicagnolo ch'era stato militare sotto l'Austria. Per un altro uomo
che fosse stato soltanto disoccupato ed inerte, quella nomina avrebbe
potuto considerarsi una fortuna, chè, o poco o molto, c'era anche nella
guardia civica qualche cosa da fare e qualche pericolo da correre. Per
Leonardo Bollati fu una nuova disgrazia. Voleva svergognar i superiori,
confonder gli uguali, accattivarsi l'animo dei militi, e per ottener
quest'intento gli occorreva scialar da gran signore e pagar da bere alla
compagnia, nè potendogli bastare all'uopo il suo magro assegno
aggiungeva debiti a debiti. Come poi un oberato trovasse dei gonzi che
gli prestavan danaro, quest'è uno dei tanti misteri dinanzi a cui
gl'ingenui devono chinar la fronte in silenzio. Un povero galantuomo che
una volta in vent'anni chieda al sarto un mese di respiro per saldargli
il conto, sentirà rispondersi con mali modi; un fallito che abbia
mangiato un milione del proprio e due milioni di quello degli altri
potrà ancora imbattersi in uno strozzino di buona volontà che gli dia
qualche migliaio di lire.
Insomma Leonardo, alquanto rimpannucciato in quella sua divisa di
tenente, tornò ad aver quattro soldi in tasca, ciò che gli permetteva,
quand'era di servizio, di far portare in corpo di guardia dei boccali di
vino e dei polli arrosto che rinfocolavano il patriottismo dei
sott'ufficiali e dei gregari.
Di giorno il quartier generale del nostro tenente era l'osteria -Alla
Venezia risorta, condotta da Oreste Meolo-, gran ritrovo dei politicanti
di Cannaregio. Là si sapevano tutte le novità, si dibattevano tutte le
opinioni, si giudicavano tutti gli uomini, e le dispute si facevano
tanto più calde e romorose quanto più gli affari accennavano a
intorbidarsi; nè ci voleva meno che la calma olimpica e l'imperturbabile
ottimismo del signor Oreste per quetar gli spiriti degli avventori.
In mezzo alle loro grida, alle accuse di tradimento ch'essi scagliavano
oggi al Papa, domani a Carlo Alberto, o al Borbone, o al Durando che non
correva in aiuto dei volontari, il signor Oreste con la sua faccia
serena, con la sua voce melliflua sorgeva a dire:
--Mi lasciano esporre il mio debole parere?
E il suo debole parere era questo. Le cose non si dovevano guardar nei
loro particolari, ma nell'insieme. E dall'insieme risultava chiaro come
il sole che si camminava a gran passi verso una compiuta vittoria. Se lo
lasciavano dire, ne darebbe la prova.
--Sì, sì,--interrompeva qualcheduno,--bel principio. Intanto gli
Austriaci vengono avanti.
--Meglio,--diceva il signor Oreste,--così si piglieranno tutti in una
volta.
--Uhm! E Durando che non si muove mai?
--E il Papa che volta casacca?
--E Carlo Alberto che sta a guardare i Tedeschi sul Mincio?
--E Ferdinando che richiama i suoi soldati?
--Fidarsi dei Re!... Tutti traditori, tutti bricconi.
--La ghigliottina ci vuole, ecco il rimedio.
--Sangue, sangue....
Pare impossibile la quantità di sangue che domandano agli altri quelli
che non sono disposti a spargerne una goccia del proprio!
Il signor Oreste non aveva ancora potuto svolgere il suo concetto, ma,
presto o tardi, trovava il modo di farsi sentire.
--M'ingannerò, ma per me queste ritirate, questi voltafaccia non sono
che finte, tranelli per adescare il nemico. Perchè, signori, se l'Italia
non dovesse pensare che a sè direi anch'io: S'è sbagliata strada.
Bisognava gettarsi subito sui pochi Austriaci ch'erano rimasti nel
Lombardo-Veneto e impedire che ne venissero giù dei nuovi dall'Alpi e
dall'Isonzo. Ma l'Italia, signori, ha degli obblighi, dei grandi
obblighi. Si tratta di distruggere l'Austria, si tratta. Ora mettiamo
che i Piemontesi, i Papalini, i Napoletani, fossero tutti marciati
subito verso la frontiera, è evidente che quelli di Vienna non avrebbero
avuto coraggio di spedir altre truppe in Italia. Noi avremmo fatto
prigioniero Radetzky e i suoi reggimenti, ma il grosso dell'esercito
sarebbe rimasto sano e salvo a casa propria. Invece, lasciando sguarniti
i confini, vengono ad uno ad uno a cader nell'agguato, Nugent, Welden,
d'Aspre e tanti nomacci simili che il diavolo se li porti. E un bel
giorno, quando tutte le forze austriache si son calate quaggiù, i
Piemontesi da una parte, i Romagnoli e i volontari dall'altra, te li
prendono in mezzo e fanno una frittata. Non ce ne deve tornare di là dai
monti uno solo. Questo è il mio debole parere. Che ne dice il nostro
tenente?
Il -nostro- tenente, ch'era il N. H. Leonardo Bollati, arricciava il
naso a sentirsi trattar con questa confidenza dal suo antico cuoco, ma
eran tempi democratici e conveniva adattarvisi. Del resto il -nostro-
tenente non aveva opinioni ben determinate circa all'andamento probabile
della guerra, ed era disposto ad accettar le opinioni del signor Oreste.
Qualcheduno domanderà se la clientela della -Venezia risorta- fosse
composta d'idioti o di sonnambuli a cui si potesse spacciar queste
fanfaluche; il fatto si è che -il debole parere- del signor Oreste era
nel 1848 anche quello di persone intelligenti, le quali, nel loro santo
entusiasmo per la causa dell'indipendenza, avevano finito collo smarrire
ogni lume di critica. Ciò non vuol dire che tutti gli avventori
s'acquetassero allo sentenze spropositate dell'oste, ma i più gli
porgevano ascolto benevolo, ed egli, con la sua tattica, mostrava
d'intuire due grandi verità: che gli uomini credono sempre volentieri a
quello che desiderano, e che a conciliarsene l'animo non c'è mezzo più
efficace che accarezzar le loro illusioni.
In quanto a lui, dell'indipendenza non gliene importava nè punto nè
poco; solo vedeva con piacere per le vicende della guerra la guarnigione
crescer ogni giorno, e molti dal di fuori rifugiarsi a Venezia. E per
mettersi, come si dice, a livello delle circostanze, il signor Oreste
ingrandiva la sua trattoria, si provvedeva di vini napoletani che
richiamassero alla -Venezia risorta- i prodi seguaci di Guglielmo Pepe,
migliorava il servizio, e dava impiego a due nostre vecchie conoscenze,
esuli dalla provincia, la bella caffettiera d'Oriago e il relativo
marito. Sì, la Rosetta e Menico, all'avvicinarsi degli Austriaci avevano
stimato opportuno di chiudere il caffè e di fuggir gli invasori.
Veramente Menico, sulle prime, non capiva perchè i Tedeschi, tornando,
dovessero prendersela direttamente con lui; ma sua moglie, la quale
correva dietro a un sott'ufficiale della legione romana, tanto disse e
fece per provare al consorte ch'egli s'era compromesso in un modo tale
da rischiar la vita ove fosse rimasto, che egli finì col persuadersi di
essere un gran patriotta minacciato del patibolo e accondiscese a
emigrare, come facevano altri che, a sentir la Rosetta, erano assai meno
compromessi di lui. Giunto fra le lagune con pochi quattrini, egli si
sarebbe mangiati ben presto anche quelli aprendo un'osteria, se l'ottimo
signor Oreste non ne lo avesse sconsigliato e non avesse offerto a lui e
alla consorte un posto sicuro e onorevole presso la sua -Venezia
risorta-. Dopo qualche titubanza i coniugi si acconciarono alla
necessità, e le grazie della Rosetta contribuirono ad aumentar
notevolmente la clientela del signor Oreste.
Il sott'ufficiale della legione romana trovava che gli ammiratori della
vispa cantiniera eran troppi e non seppe tacergliene il suo rammarico.
Essa però gli fece intender ragione, dicendogli che non voleva e non
aveva mai voluto gelosie, che d'altra parte ell'era di carattere allegro
e le piaceva far buona cera a tutti, tanto più che ciò le era imposto
dai doveri della sua carica. Il sott'ufficiale si rassegnò a chiudere un
occhio; Menico poi da un pezzo li aveva chiusi tutti e due.
La Rosetta non mancò di fare i suoi convenevoli a Sua Eccellenza il N.
H. Leonardo Bollati; e Leonardo avrebbe voluto riappiccar con lei la
vecchia amicizia. Ma il conte non aveva più nessuna attrattiva fisica,
e, diciamo la brutta parola, nessuna attrattiva economica. Da quando la
Rosetta non lo vedeva, ed erano quasi tre anni, egli era scaduto
immensamente d'aspetto e ci voleva poco ad accorgersi ch'egli stava
malissimo di finanze. Infatti gli riusciva ogni giorno più difficile di
scovar nuovi sovventori, e i vecchi insistevano per esser pagati e
minacciavano di sequestrargli l'assegno accordatogli dal Tribunale. In
questa condizione di cose, il meglio per lui era di mostrarsi meno che
fosse possibile, tanto più che, indebitato com'era, non avrebbe potuto
conservare a lungo il suo grado nella guardia civica. Con la scusa della
salute egli diede le sue dimissioni e scomparve anche dalla -Venezia
risorta-.
XXIV.
Noi non facciamo la storia dell'assedio, e non siamo quindi tenuti a
seguir passo a passo gli avvenimenti, nè a discorrer dei casi della
guerra, nè della fusione col Piemonte votata nel luglio 1848
dall'Assemblea, nè del moto popolare succeduto l'11 agosto alla nuova
dell'armistizio Salasco; diremo soltanto che coll'incalzar del pericolo
crebbe l'animo e la saviezza dei Veneziani. Alla richiesta di maggiori
sacrifizi rispose più spontanea l'abnegazione di tutti, alla necessità
di prepararsi a resistere rispose un'energia maggiore nell'organizzar la
difesa. Si provvide all'armamento dei forti, si mobilizzò una parte
della guardia civica, si formarono nuove legioni di combattenti, quella
tra l'altre che in omaggio ai martiri di Cosenza s'intitolò di Bandiera
e Moro.
Fosse il fascino d'un nome che gli ricordava gli amici della sua prima
giovinezza, fosse la persuasione di non poter far nulla d'efficace
nella marina, Gasparo Rialdi chiese ed ottenne di entrar col grado di
capitano in questo corpo che raccoglieva il fiore della cittadinanza
veneziana. Fu codesta un'amara delusione per la contessa Zanze, la quale
s'era fitta in capo che suo figlio avesse a diventare ammiraglio e non
sapeva rassegnarsi a vederlo senza il suo cappello a due punte e le sue
belle spalline d'oro. Ai suoi occhi il cambiamento era poco meno di una
degradazione, ed essa se la pigliava a vicenda col Governo che non aveva
apprezzato abbastanza un ufficiale di quel merito, e con Gasparo stesso
ch'era un grand'uomo, ma non sapeva farsi valere. Però queste cose ella
non le poteva dire che nel segreto dell'amicizia, alla contessa
Ficcanaso, per esempio, quella sua tenera amica che conosciamo, giacchè
Gasparo aveva certe massime tutto sue, e guai s'egli avesse sentito che
sua madre si lagnava del modo in cui egli era trattato.
In quanto a lui, non desiderava che di poter finalmente combattere, e
l'ebbrezza delle prossime lotte lo rendeva dimentico d'ogni altra cosa,
perfino del significato doloroso che aveva per la causa italiana
quell'avvicinarsi degli Austriaci a Venezia. È vero pur troppo che anche
l'eroismo, anche la voluttà del martirio rende talvolta egoisti.
Il lettore conosce abbastanza il carattere del conte Luca da poter
credere senza fatica che egli s'apparecchiava agli avvenimenti con
disposizioni d'animo affatto opposte a quelle del figlio. Pover'uomo!
Dalla metà d'aprile a tutto maggio s'era sforzato di persuadersi della
fine del dominio austriaco in Italia, e aveva fatto (almeno così pareva
a lui) delle dimostrazioni pubbliche atte a ingraziarlo coi liberali, ma
dopo i disastri del luglio e dell'agosto la sua vecchia idea che i
tedeschi sarebbero tornati aveva ripreso l'antico predominio e non gli
lasciava pace. Il peggio si era che gli toccava divorar in silenzio le
sue inquietudini. A lunghi intervalli, quando non ne poteva più e il
soffiare gli era uno sfogo insufficiente, vuotava il sacco con
Fortunata.
--Matti, matti, matti da legare!--egli diceva (però tanto piano che
Fortunata doveva aguzzar l'orecchio per sentirlo).--A un bel punto ci
hanno ridotti!... Ecco ciò che ha saputo fare il loro Carlo Alberto, ciò
che han fatto i volontari, e i papalini, e i napoletani.... E adesso
tutta la tempesta viene addosso a noi; stiamo freschi.... Mi ricordo del
blocco del 1813, che delizia!... Questi furibondi che ci governano non
se ne rammentano mica, son giovani, loro, se no, non farebbero tanto i
gradassi.... Eh, perchè l'esperienza servisse a qualcosa, bisognerebbe
che al mondo non ci fossero altro che i vecchi.... E il blocco di questa
volta sarà anche più rigoroso, si può scommettere.... Avremo la
carestia, la miseria, e chi sa che altri malanni.... Con che sugo
poi?... Per calar le brache, con rispetto parlando, per istar peggio di
prima.... Figuriamoci quanti impiegati destituiti!... Si terrà conto
delle apparenze, delle parentele.... so quel che mi dico. E voglia il
cielo che i nostri padroni d'adesso, a forza di arroganza, non spingano
i Tedeschi agli estremi... Che se c'è l'assalto, siam fritti. Tutti gli
abitanti saranno passati a fil di spada e di Venezia non rimarrà pietra
su pietra... Mi spiego?... Chi è?
Con questo grido angoscioso---chi è?---il conte Luca soleva troncare o
interrompere le sue querimonie, chè bastava il sospetto della presenza
di qualcheduno per suggellargli la bocca. E non solo non avrebbe parlato
dinanzi a sua moglie che era una pettegola o a suo figlio con cui non
aveva mai avuto confidenza, ma gli dava ombra perfino la piccola
Margherita. I bambini, si sa, nella loro pericolosa innocenza, son
capacissimi di riferir tutti i discorsi che sentono. E il conte Luca
faceva giurare a Fortunata che non si sarebbe lasciata sfuggire con
nessuno una parola di ciò ch'egli le diceva. Ella ubbidiva, e la sua
mente inclinata a tristi pensieri prestava facil credenza alle terribili
profezie paterne e già precorreva le stragi, gl'incendi, la rovina
ultima di Venezia.
Intanto l'anno 1848 finiva, per la causa liberale, in Italia e fuori
d'Italia, in modo ben diverso da quello in cui era cominciato. La
discordia aveva pazzamente agitato la sua face nel campo di coloro che
parevano scesi a combattere sotto la stessa bandiera. Da una parte
gl'indugi fatali, i tentennamenti colpevoli, le aperte fellonie;
dall'altra gli eccessi del linguaggio e le violenze degli atti.
Nondimeno nei primi mesi del 1849 una lieta notizia riconfortò i
patriotti della nostra penisola; il Piemonte riprendeva le armi. Ma la
gioia durò poco, e la tragica giornata di Novara ripiombò l'Italia nel
lutto. Gli Austriaci, sicuri alle spalle, potevano ormai converger le
loro forze contro i ribelli. Il 26 marzo, tre giorni dopo la disfatta
dell'esercito di Carlo Alberto, il feroce Haynau, nome esecrato dalle
madri lombarde e magiare, dal suo quartier generale di Padova, intimava
la resa a Venezia. E il 2 aprile, Venezia, col voto unanime dei suoi
rappresentanti raccolti nello storico palazzo dei Dogi, decretava la
resistenza a ogni costo. Santo e nobile voto che riscattava lunghi anni
d'ignavia, ed evocava in quelle aule famose lo spirito della grande
Repubblica.
Colpita al cuore dalla tremenda delusione ch'era successa a tanto
rifiorir di speranze, la popolazione si riebbe all'annunzio del fiero
decreto. Era un'ebbrezza simile a quella del marzo 1848, ma meno
teatrale, ma più virile, più degna d'uomini preparati a morire. Simbolo
della lotta ad oltranza, non emblema di funeste divisioni sociali, il
nastro rosso comparve alla bottoniera degli abiti, la bandiera rossa
sventolò sui tetti dei palazzi, sulle cupole delle chiese, sulle punte
dei campanili.
E il rimbombo del cannone, dal maggio in poi, divenne la musica
pressocchè quotidiana dei Veneziani. Chi, in un giorno di battaglia, udì
di lontano quel suono cupo e profondo sa che angoscia esso metta negli
animi, che pallore sparga sui volti, e come sospenda, per così dire, in
quella crudele trepidazione di tutti, il corso della vita ordinaria. Ma
chi, per settimane, per mesi, l'udì da una città assediata sa pure che
l'orecchio vi si abitua quasi come a un suono domestico, e che il primo
sbigottimento si cambia a poco a poco in un'apatia rassegnata e persino
in una spensieratezza gioviale.
Così a Venezia. Il cannone tuonava intorno a Malghera, e tuttavia il
popolo conservava il suo umore gaio e il suo spirito caustico; si
sarebbe detto talvolta che c'era nella città un'attrattiva di più; onde
gli uni si recavano in brigatelle alla punta estrema di Cannaregio a
veder i globi di fumo che s'alzavano dalle lunette dei forti, gli altri,
dalle specule e dagli abbaini, spingevano col canocchiale lo sguardo
fino alle batterie austriache di Campalto e di Mestre.
E quando Malghera, ridotta un mucchio di rovine, fu abbandonata in
silenzio nella notte dal 26 al 27 maggio, e la eroica guarnigione,
decimata ma non vinta, non doma, fatti saltar i primi archi del ponte,
si trincierò fieramente sul piazzale opponendo al nemico una seconda
linea di difesa non meno formidabile dell'altra, lo strepito più vicino
dell'artiglieria, la coscienza del crescente pericolo non valse ancora
ad accasciar l'animo dei Veneziani.
Si sperava a dispetto di tutto: si sperava nella propria costanza, nei
soccorsi del di fuori, negli aiuti del cielo; nessuno parlava, nessuno
voleva sentir parlare d'arrendersi. Di tratto in tratto la gente
s'accalcava in piazza domandando ad alte grida Manin. E Manin, dal
balcone delle Procuratie, rivolgeva agli adunati brevi parole, non
mendaci, non lusinghiere, ma ferme e virili quali i forti rivolgono ai
forti. La folla si disperdeva applaudendo e più che mai risoluta a
resistere.
Resistere fino all'ultima cartuccia e fino all'ultimo uomo, dicevano
anch'essi i difensori del ponte, imperterriti sotto una pioggia di
fuoco. Che importava morire? Quei prodi sentivano che sui pochi metri
quadrati dell'angusto piazzale si gettava il seme del futuro. E quel
seme era sangue, il più nobile sangue d'Italia confuso insieme in
quattro zolle di terra. Con un grido sul labbro, con un affetto nel
cuore eran venuti dalle sponde del Jonio e dalle falde dell'Alpi, dalle
pianure lombarde e dai clivi toscani, dal golfo incantato di Napoli e
dai feraci campi delle Puglie, dalla Romagna indomita e dalla Liguria
operosa; eran venuti a dividere i travagli e la gloria dei figli delle
lagune; ignoti fino a ieri gli uni agli altri, oggi più che fratelli. E
cadevano come spighe mietute stringendosi in un ultimo amplesso,
mormorando coi vari accenti d'una stessa favella il dolce nome della
patria comune. Onore a voi, valorosi, sia che vi ricordi la storia, sia
che, martiri oscuri, vi copra l'oblio! E onore anche a voi, pochi ma
eletti, svizzeri, slavi, magiari, che, non nati sotto il cielo d'Italia,
pur ci veniste a morire, suggellando col sacrifizio delle vostre giovani
vite l'alleanza fra quanti credono nella giustizia e nella libertà!
Ma non lasciamo sbizzarrir troppo la penna. Tra i più intrepidi
combattenti di Malghera e del Ponte c'era Gasparo Rialdi. Primo al
pericolo, ultimo a chiedere o ad accettare il riposo, a vicenda capitano
e soldato, egli comandava ed eseguiva, ora intento a puntare i cannoni,
ora a rinforzare i terrapieni, ora ad assistere i feriti. I suoi
compagni d'armi lo dicevano invulnerabile. Infatti le palle gli
grandinavano intorno senza toccarlo. Una volta un piccolo deposito di
polvere scoppiò a pochi passi da lui con un orrendo fragore; dieci
uomini stramazzarono al suolo per non più rialzarsi, altri due,
rovesciati dall'urto, sorsero subito in piedi tra il fumo e la polvere,
pesti, contusi, ma atti a riprendere il loro posto. Uno dei due era
Gasparo.
Ogni settimana egli consacrava alla famiglia una mezza giornata o una
notte, ed è facile immaginarsi con che lagrime egli fosse accolto dal
conte Luca e dalla contessa Zanze. Chè se il conte era pusillanime come
un coniglio e la contessa leggera come una farfalla, questo non voleva
dire che non amassero il loro figliuolo. Negli affetti veri, nei veri
dolori tutti gli uomini si rassomigliano.
Fortunata, il cui spirito debole era stato soprappreso da un nuovo
accesso di fervore religioso, vedeva nella salvezza del fratello un
effetto delle sue preghiere alla Madonna, e glielo diceva, e lo
scongiurava di non sorridere, di non provocar l'ira del cielo con la sua
incredulità.
La sola Margherita, in un'età che non capisce i pericoli, riceveva lo
zio Gasparo col sorriso ilare e confidente d'un tempo. Tanto più che
egli non si presentava mai alla nipotina senza un regaluccio, ed era
curioso vedere quell'uomo grande e grosso, un momento prima in mezzo
alle granate e alle bombe, era curioso, dico, vederlo entrar in un
negozio di balocchi a prendervi dei soldatini di piombo, o delle
minuscole posate di stagno o altre bagatelle simili.
La bimba, quando lo sentiva venire, gli correva incontro con le braccia
aperte chiamandolo a nome, ed egli la sollevava per di sotto le ascelle,
su, su, fino ad avvicinar la faccia bianca di lei al suo viso
abbronzito; poi se la metteva sulla spalla e la conduceva in giro per la
stanza.
Dai forti il cannone tuonava e faceva tremar i vetri.
--Vergine santissima!--esclamavano Fortunata e la madre. Il conte Luca
si turava gli orecchi con le dita; Gasparo corrugava la fronte come se
lo prendesse un rimorso di non esser sul luogo della pugna; Margherita
imitava ridendo il suono delle cannonate: -bum, bum-. Poi si metteva a
canticchiare una delle canzonette patriottiche di quei tempi:
Fuoco sopra fuoco
S'ha da vincere o morir,
ecc. ecc.
Oppure
E col verde, bianco e rosso
La bandiera s'innalzò,
ecc. ecc.
O quella scioccheria in dialetto
Tre colori, tre colori,
I Tedeschi gà i dolori,
ecc. ecc.
Di lì a poco però, sporgendo avanti la testa come chi da una finestra
del secondo piano vuole attaccar conversazione con gl'inquilini del
primo, ella arrischiava una domanda:
--Zio Gasparo, cosa m'hai portato?
--Niente--rispondeva serio serio l'ufficiale.
Ed ella, con un suo vezzo inimitabile:
--Sì che m'hai portato qualcosa.
Allora egli la faceva discendere dal punto elevato in cui l'aveva posta,
si metteva a sedere con lei e le diceva:
--Cerca.
Margherita cercava di qua, cercava di là e finiva col tirar fuori da una
tasca della tunica o dei calzoni gli oggetti che lo zio le aveva
destinati e che le strappavano un grido d'ammirazione.
--Guarda, mamma, guarda.... Oh bello, bello!
Fortunata ringraziava il fratello con gli occhi che le si velavano di
lagrime. Ah se Leonardo avesse voluto alla sua figliuola la metà del
bene che Gasparo voleva alla nipote!
In verità Gasparo Rialdi era meravigliato lui stesso della parte che
questa bimba prendeva nei suoi pensieri. Severo, ruvido qualche volta,
alieno sempre dalle soverchie espansioni, egli era pienamente convinto
d'essere un orso, come gli aveva detto una donna gentile che non era
riuscita ad ammansarlo. Ma ciò che non avevan potuto le donne lo poteva
ora una fanciulletta di men che quattro anni; l'orso era ammansato.
Un giorno, verso la fine di luglio, quando le previsioni dell'avvenire
eran più fosche che mai, e il nemico stringeva intorno alla città
assediata il suo cerchio di ferro e di fuoco, e scarseggiavano i viveri,
e il lugubre spettro del colèra appariva sull'orizzonte, Gasparo, venuto
a casa per poche ore, fece alla sorella una inattesa proposta.
--Fortunata.--egli le disse, e il suo aspetto era più grave e la sua
voce più commossa dell'usato--nessuno osa confessarlo, ma tutti lo
sentono. Venezia non potrà resistere a lungo.... Fra due mesi, fra un
mese forse, ci mancheranno i soldati, le munizioni, il pane... bisognerà
cedere come ha ceduto Roma.... Se in questo mese, se in questi due mesi
la mia buona stella non mi manda una palla di cannone, e sa Iddio se la
cerco....
--Oh Gasparo, Gasparo, che parole son queste?
--Beati quelli che son morti--egli riprese in tuono solenne;--beati
quelli che morranno prima che il giallo e nero abborrito torni a
sventolar sugli stendardi del nostro San Marco!... Ma io non sarò fra
questi felici... pare un destino.... Ebbene, se io sopravvivo, credi tu
che io possa rimaner qui? Io, antico ufficiale austriaco, io, disertore?
--No, no... è necessario che tu fugga... subito....
--Non oggi, o Fortunata, non prima che Venezia sia caduta.... Allora
prenderò la via dell'esilio.
--Dove andrai?
--Non lo so;... forse a Londra, ove un signore che ho conosciuto a
Smirne mi offre un impiego... a ogni modo, ho ventisette anni, ho una
salute robusta, conosco le lingue, la matematica; potrò dar delle
lezioni.
A questo punto egli afferrò tutt'e due le mani della sorella e
guardandola fissa negli occhi, le disse:
--Vuoi seguirmi, Fortunata... insieme con la tua Margherita, s'intende?
Fortunata impallidì.
--Partire?
--Sì, partire.... Ho qualche risparmio che basterà per il viaggio di
tutti noi tre.... Poi lavorerò.... Sarete la mia famiglia.
Ma Fortunata, non rimessa ancora del suo smarrimento, ripeteva
balbettando:
--Partire?.... Abbandonare....
--I nostri genitori?--interruppe bruscamente Gasparo compiendo a suo
modo la frase.--Poveri vecchi! Lo so, restan soli, ma che puoi tu fare
per loro?... Afflitta da tante sventure, nella casa già triste, tu non
puoi portare che una tristezza di più.... Certo la mancanza dei figli è
un gran dolore, ma nostro padre ha il suo impiego che probabilmente gli
sarà conservato, la mamma è d'un carattere ottimista, vede molta
gente;... insomma, finiranno col passarsela alla meno peggio, tanto più,
se, non avendo da pensare che a sè, godranno d'una discreta
agiatezza.... Credilo, Fortunata, ciò ch'io ti propongo non nuoce a
nessuno e può giovare a molti:... a me, a Margherita, a te stessa, che
qui sei troppo vicina alla prima cagione di tutti i tuoi mali.
Così Gasparo, per necessità di cose, arrivava al punto che avrebbe
voluto schivare.
E Fortunata, che sino a quel momento era riuscita a padroneggiarsi,
scoppiò in un pianto dirotto o disse con voce soffocata dai singhiozzi:
--Sì, sì... è vero... la prima cagione dei miei mali è qui.... E te lo
giuro... non lo vedo più da un pezzo... non lo vedrò finchè egli non
abbia bisogno di me.... Ma se ne avesse, se desiderasse riavvicinarsi a
sua moglie, alla sua bimba, e noi fossimo lontane... lontane?...
--Ancora infatuata di quei miserabile!...--esclamò Gasparo.--Apri una
volta gli occhi, per Dio.... Che obblighi hai verso di lui?...
Quell'uomo è di fango.... Egli aveva una via di salvezza, gliel'abbiamo
offerta, non l'ha voluta.... Gli esseri più spregevoli hanno pur qualche
cosa da contrapporre ai loro vizi, ai loro delitti....
--Oh delitti egli non ne ha commessi....
--Lo credi?... E sia pure.... Ci sono degli sciagurati a cui si
perdonano i delitti in nome di un loro impeto di generosità, d'un loro
atto di coraggio; quello che non si perdona è l'abbiezione continua, la
vigliaccheria contenta di sè....
--Oh Gasparo.... Sono sua moglie....
--Ma sei anche madre.... E più che a un marito indegno, devi pensare a
una figlia ingenua, innocente.... Che sarà di lei?... Chi si curerà
della sua educazione?... Sei moglie, sei moglie!... Ebbene, se tanto ti
preme quell'uomo, se per amor suo vuoi rimanere a Venezia, lasciami
Margherita.....
--Lasciarti Margherita?... Staccarmene forse per sempre?... No, no....
Gasparo, per carità, non me la rubare.
Quindi, alzando le palme al cielo in un parossismo di
disperazione:--Vergine santa--esclamò la povera donna--intercedetemi la
grazia di morire... Che ci faccio io a questo mondo? Sono un impiccio
per me e per gli altri.... Vergine santa, ottenetemi questa grazia....
Ho patito tanto.... E nessuno ha bisogno di me.... Mia figlia starà
molto meglio con mio fratello... Vergine santa, datemi retta, salvate
lui e fatemi morire, fatemi morire.
Fortunata avrebbe impietosito i sassi. L'ufficiale chinandosi sopra di
lei le diede un bacio in fronte e le disse:
--Calmati... una madre non è mai un impiccio per sua figlia.... Io non
te la ruberò la tua Margherita... con che diritto potrei rubartela?...
Se tu non vorrai separartene, se non vorrai venire con lei e con me...
mi avrai dato un gran dolore, m'avrai privato di ciò che poteva rendermi
meno amaro l'esilio, ma non importa, io non te la ruberò.... Per altro
fino all'ultimo giorno, fino all'ultima ora conserverò la speranza di
persuaderti.... Oggi non parliamone più, è tardi e debbo essere al mio
posto prima di sera....
Il cannone tuonava. Gasparo sorrise.
--E noi facciamo i conti sull'avvenire--egli mormorò tristamente.
Di lì a poco, abbracciati i genitori e la nipotina, egli s'avviava alla
batteria.
Fortunata, corse a chiudersi nella sua camera e ponendosi in ginocchio
davanti a un'immagine della Madonna rinnovò la preghiera di poco
prima:--Vergine santa, salvate mio fratello e fatemi morire, fatemi
morire!
XXV.
Il palazzo Bollati era vuoto da più mesi. Ad onta del suo grande amore
per Venezia, lord Herbert Seaweed era partito con la famiglia fin
dall'estate 1848, e la figliuola romantica e -byroniana- s'era mostrata
la più sollecita a fare i bauli. Ell'aveva però voluto portar seco una
scheggia di marmo del caminetto del salotto; la città poteva saltar in
aria tutta quanta ed era opportuno d'averne un ricordo. Nell'imbarcarsi
sopra un vapore inglese, il nobile -lord- aveva sentenziato che le razze
latine son destinate a servire in perpetuo e che soltanto la vecchia
Inghilterra, -old England-, ha il diritto di godere della libertà.
Le chiavi degli appartamenti rimasero in mano del console di S. M.
Britannica, e un custode il quale abitava nel pian terreno aveva ben
poco da custodire. Nondimeno il signor Ambrogio (chè tale era il suo
nome) si dava una gran d'aria di importanza come se fosse lui stesso il
rappresentante della Regina Vittoria. E reputandosi cittadino inglese,
giudicava gli avvenimenti con la calma superiorità d'uno straniero,
diceva che gl'Italiani, pur troppo, sono una piccola nazione priva
d'ogni esperienza politica, e che avevano commesso e commettevano ogni
giorno errori nuovi, i quali avrebbero condotto il paese a inevitabile
rovina.
--Per noi però--egli conchiudeva rivolgendosi a sua moglie, a una
figliastra e a due gatti che dividevano con lui l'onore di guardare il
palazzo--per noi non ci sono pericoli. Al primo serra serra si inalbera
sul tetto la bandiera di S. M. e vorrei vedere chi ardisse metter piede
qua dentro.... Per gl'Inglesi è una cosa da nulla il mandare una
fregata, e vi dico io che i loro cannoni fanno far giudizio a tutti i
Governi provvisori e a tutte le Monarchie del mondo.
Il signor Ambrogio estendeva il suo patrocinio anche all'unico inquilino
della casa, al conte Leonardo Bollati.
--Quello lì--egli diceva--in mezzo alle sue disgrazie può considerarsi
un uomo fortunato. E non dovrebbe aver parole bastanti per ringraziar la
munificenza del Milord, che lo ha lasciato stare in una botte di
ferro... una botte di ferro.
--Pover'uomo!--esclamavano in coro la matrigna e la figliastra.--Pensare
che una volta era lui il padrone!
--È la ruota della fortuna--ripigliava il grave signor Ambrogio.--Un
tempo c'era l'aristocrazia veneziana, adesso c'è l'aristocrazia inglese.
E nel dir così si stropicciava le mani come se a quest'aristocrazia
inglese appartenesse anche lui.
Il custode e la sua famiglia, ch'eran buona pasta di gente, usavano
molti riguardi al conte Leonardo, e le donne gli tenevano pulite le
camere senza curarsi di domandargli il compenso di poche lire al mese
ch'egli aveva loro promesso e che non pagava mai. Per quello che si
riferisce alle sue condizioni domestiche, alla sua separazione dalla
moglie e dalla figliuola, non sapevano che giudizio fare. A sentirlo,
poichè di tratto in tratto egli si fermava a chiacchierare col signor
Ambrogio, tutti i torti eran della moglie e specialmente dei parenti
della moglie, i quali gli avevano teso un tranello per costringerlo al
matrimonio, quando i Bollati erano ancora tra i primi signori di
Venezia. Poi, sopraggiunti i rovesci, quei birbanti s'eran dimenticati
dei pranzi, delle cene, dei regali avuti, e non avevan voluto aiutarlo
in nessuna maniera. Basta dire che il suo degnissimo signor cognato,
ch'era adesso tra quelli che tenevano il mestolo, invece di procurargli
un impiego onorifico, gli aveva suggerito di arruolarsi come soldato
semplice! Soldato semplice, lui, un Bollati! Dopo che i suoi vecchi eran
stati generali, ammiragli, dogi!
Il signor Ambrogio non pareva alieno dal credere alla perversità e
all'ingratitudine dei Rialdi; ma le donne rimanevano perplesse.
Nonostante la compassione che destava in loro questa -Eccellenza- così
pitocca, esse non potevano dissimularsi che il conte Bollati era un
vizioso, un buono a nulla, uno di quegli uomini che sembran fatti
apposta per finir sulla paglia, e che hanno un gran torto di attribuire
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