lascian sempre qualche piccolo avanzo.... --Pensare che si trattava di milioni! --E il genero e la figlia dove sono? --In Boemia, in Moravia, che so io?... Indebitati fino agli occhi anche loro.... --Che -patatrac-! --La bella speculazione che ha fatto la ragazza Rialdi sposando Leonardo Bollati! --Bella tanto! È stata la madre.... Lei, poveretta, s'era innamorata proprio del cugino.... --E gliene aveva date le prove.... --Casi che nascono! --Del resto, sarà una buona diavola, ma fisicamente non vai nulla.... --Nulla affatto.... Mostra dieci anni di più di quelli che ha. Dev'essere giovanissima. --Oh sì.... Ventuno, ventidue anni al massimo.... --Ebbene se gliene darebbero trenta.... --Il curioso si è che oggi i Rialdi sono in migliori condizioni dei Bollati. --Non c'è dubbio.... Tanto più se, come dicono, il conte Luca sta per diventar consigliere d'appello. --Consigliere d'appello! Con quei meriti! Non ha fatto mai altro che giocare agli scacchi. --Eh, è un posto che gli viene per anzianità. --Il figlio, ch'è in marina, si farà strada.... --L'ufficiale? Sì, è un giovane d'ingegno, ma una testa calda, una testa calda.... Uhm!... Vi ricordate la faccenda del duello? E la scena al Casino? --Quella volta se non c'era qualche santo che lo proteggeva l'andava a finir male per lui. Prender la difesa dei Bandiera? Nella sua posizione? Mentre si tenevano tali discorsi sul conto dei Bollati e dei Rialdi, il nobiluomo Zaccaria, tornando a casa con la nuora, giudicava severamente le -cariatidi- del Caffè Suttil. --Quella è gente buona da mettere in museo--egli diceva--gente che non capisce i tempi, come la povera Chiaretta.... E poi tutti rovinati, sai, tutti, senza eccezione.... I tempi che il conte Zaccaria credeva di capire si facevano sempre più grossi, e dall'Alpi al Mar Jonio era un fremito di vita nuova che si manifestava negli scritti, nelle adunanze, nelle dimostrazioni di piazza. Il nome d'Italia, lasciato un giorno ai poeti ed ai rétori, era oggi sulle labbra del popolo e non significava più una memoria, ma una speranza, ma un affetto sentito e gagliardo, preparatore d'opere virili. E l'amore di patria portava seco come natural conseguenza l'odio contro il dominio straniero. Palesemente ove non c'eran gli Austriaci, velatamente nelle terre lombardo venete, si parlava d'una prossima alzata di scudi; con quali armi non si sapeva ancora, ma gl'Italiani si contavano, e già pareva loro d'esser tutti soldati per la guerra santa. I muri si coprivano d'iscrizioni di -Morte ai Tedeschi-.---W. l'Italia----W. Pio Nono-; strana eppur quasi universale illusione che associava l'idea del riscatto al nome d'un Papa. E anche Venezia, accusata fino a quei giorni di spiriti fiacchi, usciva dal lungo torpore. Il sonnolento Ateneo non isdegnava di entrar esso pure nella corrente rivoluzionaria e iniziava la discussione d'argomenti sociali ed economici; le onoranze a Riccardo Cobden nel luglio 1847 furono un pretesto per inneggiare alla libertà, e il Congresso dei dotti raccoltosi nel settembre in Palazzo ducale servì a stringer saldi legami di pensiero e d'affetto tra i migliori uomini della Penisola. Questa sinfonia allegra del dramma sanguinoso che doveva rappresentarsi nel 1848 era fatta apposta per isconvolgere interamente la testa debole del conte Zaccaria. Egli confondeva le faccende pubbliche con le sue faccende private, vedeva un'intima relazione tra le riforme politiche, la riscossione dei suoi crediti immaginari, e l'esercizio della non meno immaginaria miniera; ma quest'era ancora il meno peggio perchè gl'impediva di accasciarsi sotto il peso delle sue sventure reali. Il guaio serio era l'inquietudine che gli si era cacciata addosso e che gli cresceva ogni giorno; gli sembrava, chiamandosi Bollati, di non poter rimanere estraneo agli avvenimenti, avrebbe voluto discorrere, scrivere, stampare anche lui qualche cosa (avrebbe stentato a dir che cosa) e s'irritava delle difficoltà che gli attraversavano la via, del modo sprezzante con cui certa gente da nulla accoglieva le sue parole. Sotto l'impressione di queste ripulse egli s'esaltava fuor di misura, e Fortunata, che sola riusciva a calmarlo, cominciava a temere che la pazzia innocente del suocero potesse presto o tardi convertirsi in una pazzia pericolosa. Di qui uno spasimo nuovo per lei, che tremava per la sua Margherita, eppur non sapeva come impedire al conte Zaccaria di vederla. Però queste sue paure non dovevano durare a lungo. Era una giornataccia di novembre umida e fredda e il conte Zaccaria aveva rinunziato a uscir di casa. Per tutta la mattina egli non aveva fatto altro che discorrere strampalatamente, ma tranquillamente, con Fortunata de' due affari che gli stavan più a cuore, la miniera e la causa di rivendicazione, dicendo, a proposito di quest'ultima, che voleva sollecitare il Papa a rispondergli. E invero dall'agosto 1840 al novembre 1847 c'era stato tempo d'avanzo a maturar la risposta. Dopo colazione il conte si sdraiò sur una poltrona in fondo del salotto, mentre Margherita, ch'era oramai una trottolina di due anni e mezzo, gli s'arrampicava sulle ginocchia e gli chiedeva due cose, -un confetto- e -una storia-. Fortunata, seduta accanto alla finestra, rammendava della biancheria; Leonardo, al solito, era fuori. Il vecchio gentiluomo diede alla nipote uno zuccherino; poi, impasticciando insieme le reminiscenze delle fiabe udite dalla balia con le fantasie del suo cervello malato, raccontò d'un re e d'una regina che avevano una bimba bella come il sole, e d'un mago che aveva trovato dei filoni d'oro e con quell'oro aveva fabbricato una casa per mettervi dentro la bimba, e la casa era grande, grande, grande.... --Grande così--disse la bimba allargando il più possibile le sue piccole braccia. --Grande così--ripetè il conte chinando la testa in segno d'assenso. E non soggiunse altro. --Nonno dorme--bisbigliò Margherita dopo una breve pausa. Fortunata si scosse. --Se dorme, lascialo stare. Vieni qui. Ma la fanciulla non si moveva. --Nonno dorme--ella tornò a dire. E intrecciava le sue dita rosee nei capelli bianchi del conte Zaccaria e chiamava: --Nonno; nonno! --Bimba disubbidiente!--esclamò la madre alzandosi infastidita.--Lascialo quieto il nonno. Oh il nonno era tanto tanto quieto. Egli non sentì nè l'appello della nipote, nè il grido della nuora, nè l'irrompere tumultuoso della gente accorsa in aiuto, nè le preghiere del sacerdote venuto a rendergli gli ultimi uffici. Il nonno era morto, morto meglio di quel che non fosse vissuto, morto al suono d'una voce carezzevole che gli blandiva l'orecchio, morto col sorriso sul labbro, sognando le ricchezze, la fortuna, gli onori. Il testamento trovato in un cassetto della scrivania provò le felici disposizioni d'animo del defunto. Egli legava somme considerevoli a un'infinità d'Istituti di beneficenza, e nuove Opere pie voleva fossero fondate col suo nome. Ma largheggiava specialmente in favore di Fortunata e di Margherita. Alla prima egli assegnava ottomila zecchini da prelevarsi sul prodotto della miniera aurifera del Friuli; alla seconda destinava duecentomila lire venete sul credito Steno; a tutt'e due poi distribuiva perle, diamanti e altri oggetti preziosi che non esistevano più. Alla figlia maritata Geisenburg lasciava il compimento della legittima e un fornimento di pizzi venduti da due anni; del conte Leonardo diceva che la sua condotta dissipata avrebbe autorizzato il padre a diseredarlo; nondimeno, nella speranza ch'egli si ravvedesse, lo nominava erede universale, con l'ordine espresso di spingere alacremente i lavori della miniera e gli atti della causa. Dopo parecchi legati di minor conto, c'erano istruzioni precise sui funerali che dovevano essere splendidissimi, e sui due monumenti che Sua Eccellenza Zaccaria voleva eretti a sè e alla N. D. Chiaretta sua moglie. XX. Un cambiamento notevole era successo nella situazione rispettiva dei coniugi Rialdi: la moglie non era più così autoritaria, il marito non era più così docile come una volta. Col suo arrabattarsi continuo, co' suoi intrighi orditi di lunga mano, con la sua pretensione di ristorar le fortune della famiglia, la contessa Zanze non era riuscita che al colossale sproposito di maritar la figliuola a un uomo vizioso e rovinato; senza impicciarsi in nulla, senza far altro che passar quattr'ore al giorno all'Uffizio e il resto della giornata a giocare a scacchi al Caffè della Vittoria, il conte Luca, gradino per gradino, era giunto a ottenere il posto di consigliere di appello, ch'è quanto dire a essere una persona d'importanza, che nelle feste solenni indossava la sua brava uniforme, s'allacciava a fianco uno spadino incapace di far male a nessuno, si metteva in testa un cappello a due punte, e percorrendo le strade -pedibus calcantibus- attirava sul suo passaggio le esclamazioni ammirative dei monelli. Aggiungansi a queste compiacenze morali quella d'avere uno stipendio che, in quei tempi di prezzi bassi, permetteva di mantenersi assai decorosamente. Onde non c'era più bisogno di pranzar fuori di casa due volte alla settimana, e s'era potuto sostituire con un servo effettivo e reale il cameriere che la contessa Zanze soleva prendere a nolo pe' suoi martedì. A fronte di questi benefizi il conte Luca pretendeva dalla consorte un rispetto maggiore e aveva anzi dichiarato in modo assoluto di non voler più lasciarsi chiamare coi titoli di -pampano-, -babbeo- e altri simili. La consorte ubbidiva fremendo. A lei pareva d'aver attività, energia, intelligenza da vendere al conte marito, ma l'era forza riconoscere che la sorte non l'era stata propizia e aveva invece favorito lui, quell'imbecille, che non s'era neanche mosso per meritarsene i favori. Delle giustificazioni a sè stessa ella ne trovava in quantità; è naturale, se ne trovano sempre. Ella diceva che quel precipizio dei Bollati era giunto inaspettato a tutti, e che non si poteva prevedere che Leonardo non avesse nè un briciolo di cervello, nè un briciolo di cuore. Del resto, almeno per la parte economica, se l'avessero aiutata, le cose sarebbero andate diversamente. E di tanto in tanto, nell'intimità coniugale, la contessa Zanze si lasciava scappar la vecchia frase:--Se foste entrato nell'amministrazione! Quel -sior- Bortolo nuota nell'abbondanza. Il conte Luca montava su tutte le furie e non aveva torto.--Cosa mi venite a parlare di -sior- Bortolo? Volevate ch'io facessi la parte di quel furfante? Ma la contessa protestava contro questo modo d'interpretar le sue parole e ripeteva quello che aveva già detto centinaia di volte negli anni passati.--Se foste entrato nell'amministrazione sareste diventato un signore voi e avreste salvato dalla rovina i vostri parenti. --Corpo di bacco! E vi par nulla che io sia invece consigliere d'appello? Comunque sia, questi erano discorsi inutili, e c'era ben altro da fare che andar ruminando il passato. Ormai appariva chiaro come la luce del sole che fra poco i Bollati sarebbero rimasti in camicia e che Fortunata sarebbe tornata a carico dei genitori o del fratello. Che se c'era ancora qualche illusione possibile finchè viveva il conte Zaccaria, alla morte repentina di lui anche questa illusione doveva dissiparsi. Il conte Zaccaria non era popolare com'era stato ai suoi tempi il vecchio conte Leonardo; ma non era neppure un uomo mal veduto in paese, aveva forme cortesi, alla buona, e le ingenue allucinazioni a cui egli era in preda negli ultimi anni avevano piuttosto cresciuto che scemato le simpatie intorno a lui. Ora gli strozzini non hanno l'animo troppo aperto alla simpatia, ma se possono far di meno d'inasprir l'opinione pubblica lo fanno, e non isdegnano di usar qualche temperamento verso i debitori più forniti di aderenze e di relazioni. Mettere sulla strada un patrizio di quell'età, con quel nome! Era da far gridar mezza Venezia. Col figliuolo era un altro par di maniche. Prima di tutto si trattava d'un giovane; e poi quello lì aveva l'opinione pubblica contro di sè. Anzi può dirsi che l'accanimento con cui l'attaccavano era persino eccessivo; pareva che non ci fossero altri farabutti al mondo. Come talora, per quel bisogno che ha la gente di crearsi dei simboli, un uomo diventa la personificazione d'ogni virtù, così un altro diventa la personificazione d'ogni vizio. Il senso morale, che va soggetto a tante distrazioni, si sveglia a un tratto per protestare contro questo mostro di turpitudine; gli onesti e gli ipocriti si scagliano addosso a lui;... ciò che permette loro di esser più indulgenti con quelli che gli somigliano e anche con sè stessi. Avete visto mai, verso la chiusa d'un ballo o d'una pantomima spettacolosa, la reggia del tiranno, il castello dell'oppressore, la prigione della vittima cader giù a pezzi, finchè, a un dato segnale, succede l'ultimo scroscio e la luce elettrica accesa in buon punto scende dall'alto a rischiarar le rovine? Questo è quello che accadde, lasciando stare la luce elettrica, del maestoso edifizio Bollati. Il segno dello scroscio finale fu dato dalla morte del conte Zaccaria. Allora non ci furono più riguardi, e gli avvocati ricevettero dai loro clienti l'ordine di proceder negli atti a passo di carica senza lasciarsi smuovere da sollecitazioni o da preghiere di nessuna specie. Terribile fra tutti i creditori era il marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen piombato dalla Moravia a far valere le ragioni della consorte, che per la malferma salute non aveva potuto accingersi al viaggio. Il marchese Ernesto, al quale una cura dietetica aveva fatto perdere alquanto della sua corpulenza, s'era risolto a riprendere il servizio militare e veniva di guarnigione in Venezia per invigilar coi propri occhi la liquidazione dell'eredità del suocero. Nè voleva sentir a dire che l'eredità era bell'e liquidata non essendovi un centesimo per nessuno; egli protestava pestando la sciabola che a lui -Potz tausend!- non la davano ad intendere, e che avrebbe saputo, occorrendo, tagliare il naso al cognato, a -Herr- Bortolo e a tutti gli Italiani, -verfluchte Italiener!- E al cognato e a -Herr- Bortolo non risparmiava gli improperi e le minaccie dirette, tantochè l'uno e l'altro mettevano il loro studio a non farsi mai trovare in casa e più di una volta era toccato a Fortunata l'onore di ricevere le sue visite amabili. In queste difficili contingenze l'ottimo -sior- Bortolo pensò ch'era venuto il momento di levarsi d'impiccio. E perchè la sua ritirata non somigliasse a una fuga, egli ricorse al comodo espediente di cader malato. L'asma di cui egli soffriva da parecchi anni si aggravò d'improvviso, un medico premuroso dichiarò che gli era indispensabile un soggiorno di alcuni mesi in campagna, e il signor Bortolo Segugi, col cuore straziato, dovette prendere congedo dai suoi nobili padroni. Nell'epistola, modello di stile affettuoso e patetico, da lui diretta in quest'occasione al conte Leonardo, egli si permetteva anche di dar quei consigli che gli erano inspirati dalla molta esperienza e dal grande amore per la illustre famiglia. Condurre una vita regolata, ridur le spese ai minimi termini, vendere quello che era ancora vendibile, eccetera, eccetera. Se il Signore Iddio voleva ch'egli, -sior- Bortolo, si ristabilisse in salute, e se non gli veniva meno la fiducia dell'illustrissimo conte Leonardo, sperava di ripigliare ancora in mano le redini dell'amministrazione; se poi doveva soccombere, egli si sarebbe presentato al suo Giudice con la coscienza netta e col convincimento di aver sempre servito fedelmente i suoi benefattori. In un poscritto alla bellissima lettera -sior- Bortolo suggeriva di valersi dell'opera dell'avvocato Timoteo Sgriccioli, a cui egli aveva chiesto da ultimo qualche consulto legale e ch'era l'uomo fatto apposta per trovare il bandolo di una matassa arruffata. --Buffone! Ladro! Brigante! Gesuita!--urlò il conte Leonardo quand'ebbe letta e decifrata la lettera.--S'è ingrassato col nostro sangue e adesso va a far la digestione in campagna.... Andasse almeno alla malora quel brutto figuro asmatico.... Se mi torna tra i piedi sta fresco.... Non son chi sono se non lo piglio a calci nel sedere.... E anche dei consigli mi dà quel furfante ch'è stato la prima causa di tutti i nostri guai.... Dei consigli, lui, al conte Leonardo Bollati! Nonostante questa filippica, prima che passassero ventiquattr'ore, il conte Leonardo aveva già adottato uno dei suggerimenti del suo degnissimo agente e si era messo nelle mani dell'avvocato Sgriccioli, patrocinatore ordinario dei debitori morosi o falliti, a benefizio dei quali egli aveva anche conformato il suo studio pieno di bugigattoli, di nascondigli e di usci segreti. L'avvocato Sgriccioli mostrò di prender molto a cuore la faccenda, ma non potè tacere che s'era indugiato troppo a ricorrere a lui e che la condizione delle cose era grave, assai grave, gravissima. Infatti i suoi sforzi non valsero a ritardar la catastrofe; il tribunale (ed era ancora il meno peggio che potesse succedere) aprì il concorso sui beni mobili ed immobili del signor conte Leonardo Bollati P. V., e sino a liquidazione giudiziale finita assegnò all'ultimo rampollo di tanti uomini illustri poche lire al giorno pel suo mantenimento. Il palazzo, mandato all'asta per conto della massa creditrice, fu aggiudicato al maggior offerente, lord Herbert Seaweed, che era l'inquilino del primo piano. E il nobile lord concedette ai Bollati quindici giorni per lo sgombero dell'appartamento da essi occupato, lasciando però generosamente a loro disposizione tre camere a tetto, che se non eran proprio soffitte, di poco ne differivano. La vanità del baronetto era lusingata dall'idea di dar ricovero a un patrizio che aveva avuto due dogi fra i suoi antenati. Leonardo dal canto suo accettò con lieto animo l'offerta, e perchè gli ripugnava di andar in cerca di un altro alloggio, e fors'anche perchè seguitando ad abitare nel suo palazzo, gli pareva d'esserne sempre lui il padrone. Aggiungasi che in tal maniera egli sperava di sbarazzarsi della moglie e della figliuola. Possibile che Fortunata non si risolvesse a tornare in famiglia e a portarsi seco quell'impiccio della bimba! Già il conte Luca e la contessa Zanze avevano dichiarato di esser pronti a ricever lei e la nipote. Messa alle strette, Fortunata, cui non bastava l'animo di veder patire la sua piccina, mandò Margherita dai nonni (andando poi a mangiarsela di baci due o tre volte al giorno), e in quanto a sè, dichiarò che non voleva dividersi da suo marito e che avrebbe affrontato volentieri il freddo e la fame piuttosto che abbandonarlo alle prese con la miseria. Ma se c'era uomo inetto a capir questi sentimenti era Leonardo Bollati, il quale non vide in tutto ciò che uno sciocco puntiglio e pensò di far pagar cara alla moglie la matta ostinazione di stargli appiccicata ai fianchi. E se prima rimaneva fuori di casa mezza giornata, adesso ci rimaneva la giornata intiera, e faceva tutti i suoi pasti all'osteria, non rientrando che nel cuor della notte con gli occhi lustri, con la lingua grossa e con le gambe barcollanti. Allora si cacciava in letto e dormiva fino al tocco per ripigliar poi la solita vita. A Fortunata non dava un centesimo; quello che gli passava il tribunale non era neppur sufficiente per lui; andasse da suo padre, il consigliere d'appello, che s'era abbastanza riempiuto l'epa alla tavola dei parenti quand'eran ricchi da poter oggi restituire un desinare a una Bollati, che, per giunta, era sua figlia. Che s'ella non voleva andarci, s'ingegnasse come poteva. Fortunata s'ingegnava vendendo o impegnando qualcheduno degli oggetti ch'erano avanzati dal gran naufragio e ch'erano stati buttati alla rinfusa in una delle tre stanze lasciate per carità dai nuovi agli antichi padroni. Del resto, per lo più, desinava effettivamente presso i genitori. Ormai tutti le ripetevano che, poichè Leonardo non aveva cuore nè per lei, nè per la bambina, e ricevendo, checchè ne dicesse, un sussidio bastante per far vivere la famiglia, non voleva pensar che a' suoi vizi, ella poteva piantarlo senza rimorsi. Ella però era irremovibile. Pur troppo con la sua presenza ella non impediva nulla, non riusciva a fargli lasciar nè un cattivo amico, nè una cattiva abitudine; ma chissà? mancando lei, sarebbe stato ancora peggio. Egli non avrebbe passato in casa nemmeno le poche ore che ci passava; non avrebbe preso, prima d'uscire, nemmeno una tazza di caffè. E chi avrebbe vigilato perchè la sua camera fosse in ordine, perchè i suoi vestiti fossero spolverati, e chi l'avrebbe assistito se una notte non si sentiva bene! Inoltre, Fortunata sperava in un miracolo, sperava in un ritorno d'affetto conquistato a forza d'umiltà, di pazienza e di devozione. Perchè, pare impossibile, ell'amava sempre Leonardo. Qualche volta, verso l'alba, mentr'egli dormiva della grossa, ell'entrava pian pianino nella stanza di suo marito, e si accostava al letto e si chinava a deporre un bacio su quella fronte non solcata mai da un pensiero generoso, su quelle labbra umide e sozze da turpi contatti. Una mattina quel tiepido soffio lo scosse a mezzo; abbastanza desto da sentir che una donna gli era vicino, non abbastanza da distinguer qual fosse, egli la tirò a sè, le gettò le braccia al collo. Poi spalancando gli occhi, vide la moglie, palpitante, svergognata come un'adultera côlta in fallo. --Tu!--egli disse con un'inflessione di voce ch'esprimeva lo stupore e il disgusto.--Io credevo.... Peccato!... Va via. --Oh Leonardo!--ella cominciò supplichevole e con le lagrime che le gocciolavano giù per le gote. Ma un resto di dignità le tolse di proseguire. Divenne scarlatta, e coprendosi il viso con le mani fuggì dalla stanza. Indi, abbigliatasi in furia e fatto uno fardello di alcuni oggetti che più le premevano, scese a precipizio la scala e volò a casa sua. --Oh!--esclamò la contessa Zanze--Cosa c'è di nuovo? Cosa t'ha fatto quel brigante? --Capisco che avevate ragione.... Se mi volete, vengo a star con voi... per ora almeno... --Sicuro che ti vogliamo.... Sei la nostra creatura.... Ma si può sapere?... --Non c'è nulla... nulla.... E Margherita? E il babbo? --Stanno benissimo.... Dormono ancora.... Però vorrei sapere.... --Oh è inutile, mamma.... S'intese la voce della bimba che chiamava:--Nonna, nonna! --Ecco, s'è svegliata--disse la contessa Zanze. E rivolgendosi alla figliuola le chiese: Vuoi andarci tu? --Sì--rispose Fortunata. Ma pentitasi subito soggiunse:--È meglio che prima tu l'avverta che ci sono.... Andrò di qui a un momento. Si fece portare una catinella d'acqua e vi immerse la faccia tre o quattro volte. Poi entrò nella camera di Margherita. --Oh mamma, mamma--gridò la piccina battendo le mani. --Tesoretto mio!--proruppe Fortunata piegandosi sopra di lei.--Starò sempre sempre con te. Margherita le cinse il collo con le sue braccia nude e la coperse di baci che non volevano più finire. --Ancora, ancora!--diceva la povera donna. Le pareva che quei baci scancellassero l'onta degli altri che, poco prima, ell'aveva ricevuti... per isbaglio. XXI. Il 1847 s'era chiuso come una splendida notte di luglio, in cui il cielo ancora sereno è solcato da spessissimi lampi; il 1848 s'apriva come una giornata nella quale i rossori inauspicati dell'alba fanno prevedere il temporale vicino. Le città italiane conservavano il loro aspetto festante, le popolazioni empivano le strade, i teatri, le chiese (chè il Papa liberale aveva messo di moda la religione) ed era dappertutto uno sfoggio di colori vivaci, di abbigliamenti bizzarri, un echeggiar di canzoni, una loquacità espansiva come di gente a cui prema rifarsi del lungo silenzio e richiamar insieme le memorie del passato e divisar l'avvenire. Ma sotto quella gaiezza tumultuosa covavano i fieri propositi, ma in quei colori, in quei vestiti, in quei canti, in quel fraternizzar delle classi era una sfida gettata in viso a un nemico comune. E il nemico comune, vissuto a lungo in una sicurtà sprezzante, pareva domandare a sè stesso se fosse possibile che i conigli si fossero mutati in leoni, e intanto affilava le armi e si preparava alla lotta. Già i moti fortunati di Palermo e di Napoli e le riforme civili di Roma imbaldanzivano gli animi e rafforzavano la speranza della guerra nazionale contro l'oppressore tedesco; già nelle terre lombardo-venete erano cominciate le prime avvisaglie, già il sangue era corso per le vie di Milano. Dalla laguna al Ticino un potere occulto che attingeva la sua autorità dal consentimento dei più, deludeva i cent'occhi della Polizia austriaca, e, senza codici e senza soldati, con una parola d'ordine gettata nella folla, con un foglietto misterioso fatto pervenire a domicilio, regolava le mosse dei cittadini. Quelli che non ubbidivano per entusiasmo patriottico ubbidivano per ispirito d'imitazione, per vaghezza di novità, per tema di essere mostrati a dito, per la curiosità di vedere come andasse a finire una condizione di cose sì strana ed insolita. Pochi osavano protestare ad alta voce; in maggior numero eran coloro che, divisi tra due paure, la paura del Governo legittimo e quella del Governo clandestino, procuravano di uscir di rado, di parlar poco, di trovarsi con meno gente che fosse possibile. A questo regime s'era condannato da sè il conte Luca Rialdi, suddito fedelissimo di S. M. Ferdinando I, ma innanzi tutto uomo sollecito della propria pelle. In ufficio era riuscito a schermirsi da ogni processo che avesse attinenza con la politica; al Caffè della Vittoria non si faceva più vedere; figuriamoci! tutti avevan sciolto lo scilinguagnolo, tutti volevan dire la loro opinione sugli affari del giorno, non c'era un cane che giuocasse a scacchi, e s'anche una partita si principiava era ben difficile tirare innanzi in mezzo a quel frastuono di voci; in piazza San Marco poi il conte Luca aveva giurato di non metter piede dopo un certo tiro del marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen. Un giorno, che è che non è, mentre il nostro consigliere d'appello percorreva a passo spedito le Procuratie vecchie, il signor marchese, in piena tenuta di capitano degli ussari (che ci ha da fare un capitano di cavalleria a Venezia?) il signor marchese, insomma, staccandosi da un gruppo d'ufficiali, gli si avvicinò con la mano tesa e gli disse col suo italiano che s'imbarbariva sempre peggio: --O signor conte, pen contento di vederla, o -ja.... Ich gratulire mich-, mi congratulo sua nomina a -Regierungsrath?.... Geheimerath?.... ach nein.... Appellationsrath. Ja, ja-, consigliere d'appello. Quindi gli si mise a fianco e cominciò a discorrergli degli affari Bollati.... -eine traurige Geschichte....- sì, una triste storia.... quel Leonardo meritar pastonate, prigione.... anche conte Zaccaria puon anima, consumare un patrimonio di quella sorte! Adesso I. R. Tripunale afer in mano la faccenda.... -man wird sehen; ja....- si vedrà.... pur troppo, poco, anzi -nichts-, niente da sperare.... -Und wie gehet's.... ja-, come sta la contessa Zanze? E la contessa Fortunata?... -Unglückliche junge Dame!...- Ah prutto mondo!... Anche sua -Frau-, marchesa Maddalena, afer immensamente sofferto.... tante disgrazie di seguito!... -Arme Frau!- Il conte Luca non sapeva in che mondo si fosse. Quel marchese così borioso, il quale, specialmente dopo il duello con Gasparo, l'aveva a morte coi Rialdi, quel marchese aveva adesso la bell'idea di girar con lui per la piazza San Marco, il ritrovo dei curiosi e dei fannulloni? E non si poteva mica piantarlo in asso da un momento all'altro! Dagli argomenti privati l'ufficiale passò a parlare degli argomenti pubblici, di quella maledetta politica che si cacciava dappertutto. Gli Italiani erano matti, il Papa era -ein Dummkopf-, uno sciocco che agitava la miccia accesa vicino a una polveriera; quel -grosser Kerl- del Borbone aveva avuto torto di cedere alle grida di quattro fanatici, ma si poteva esser sicuri che alla prima opportunità egli avrebbe saputo accomodar le cose per benino; Carlo Alberto, quello lì era -ein Schwärmer-, un sognatore, un entusiasta, ora carbonaro, ora sanfedista.... non si sapeva mai. A ogni modo, Metternich aveva giudizio per tutti.... E in quanto ai facinorosi Lombardo-Veneti bisognava dar degli esempi, e si sarebbero dati; stesse tranquillo il signor conte che si sarebbero dati: già egli poteva dire con fondamento che il decreto per introdurre il giudizio statario era sul punto di esser sottoposto alla firma di S. M. Allora, in una quindicina di giorni, tutto questo baccano sarebbe finito.... -Ja, gnädiger Herr Graf, so ist es....- così è.... A questo punto il marchese offerse un sigaro al suo interlocutore. Bravo! Al povero conte Luca non mancava altro che di farsi vedere a fumare dopo la proibizione assoluta di quei signori del Governo clandestino! Per buona ventura il conte non fumava mai, ed ebbe un'ottima ragione per rifiutar l'offerta. Il marchese sorrise.---Sie haben nie geraucht?- mai fumato? -Wirklich so?...- Proprio? --Proprio, proprio... mai fumato--rispose il conte Luca. E parendogli di poter finalmente accommiatarsi senza increanza, disse al signor capitano ch'era atteso in un luogo e doveva lasciarlo. ---Auf Wiedersehen, Herr Graf...- a rivederci... -Meine Complimenten den gnädigen Frauen, bitte....- prego miei complimenti alle signore,--gridò l'espansivo marchese stringendo forte la mano del conte Luca. E raggiunse il crocchio degli amici a cui raccontò ridendo che -der Herr Appellationsrath-, con quella pillola del giudizio statario in corpo, non doveva dormir certamente per tutta la notte. Del resto, egli aveva fermato il conte Rialdi all'unico scopo di recargli un po' di molestia e di sforzarlo a passeggiar di pieno giorno in piazza San Marco con un -K. K. Offizier-. Che se -Herr Graf- doveva per questa ragione soffrir qualche sfregio dagli -italianissimi-, egli ne avrebbe avuto molto piacere. Il conte Rialdi uscì dalla piazza senza nemmeno alzar gli occhi. Non vedendo nessuno gli pareva che nessuno dovesse veder lui. Invece prima di sera gli capitò a casa un bigliettino concepito a un dipresso in questi termini: «Signor consigliere.--Se non foste padre di un eccellente patriotta, vi si darebbe oggi una buona lezione. Il Comitato si limita per questa volta a un amichevole avvertimento. Non è più lecito a un italiano di mostrarsi coi militari austriaci, fatta eccezione pegli ufficiali di marina che sono dei nostri. Austriaci e italiani non si devono ormai incontrare che sulle barricate o sul campo di battaglia. Abbiate dunque prudenza e moderate il vostro zelo di servitore fedelissimo di S. M. «-Il Comitato.-» Se il povero consigliere viveva sempre in angustie e aveva perduto il sonno e la fame non si poteva dargli poi tutti i torti. Compromesso coi liberali pe' suoi sentimenti di fedeltà, compromesso col Governo per cagion del figlio che un dì o l'altro doveva passar un cattivo quarto d'ora, egli aveva per soprammercato da invigilar sulla pazzia della moglie alla quale era venuto il ticchio di far la patriotta ardente anche lei, e di trinciar di politica con le femminette che venivano a visitarla ne' suoi martedì. --Donna senza giudizio!--le diceva il marito.--Non la volete finire? Non lo sapete che c'è qualche signora che non vien più da voi per non sentir certi discorsi?... E cosa son questi colori sul vestito?... Via subito quel nastro. --Oh,--rispondeva la contessa Zanze.--Voi sareste capace di aver paura anche se vi portassero in tavola un piatto d'indivia mista col radicchio rosso! --E voi non avete sale in zucca.... Vi pare che siano momenti da scherzare, questi? Ci tenete proprio ad andar in prigione per il bel gusto di dir tutto quello che vi passa per la testa e d'abbigliarvi come un arlecchino? Vergogna! Alla vostra età! --Oh! L'età.... --Sì; e con l'allegrie che ci sono in casa.... Con la figlia e la nipote da mantenere!... Che se, Dio scampi e liberi, io perdessi l'impiego, sarebbero quei signori del Comitato che vi darebbero da pranzo! Pregate piuttosto a mani giunte il Signore che non ci faccia capitar qualche brutta notizia da Gasparo che sarà un brav'uomo, non dico, ma è un cervello esaltato.... e se riescono a coglierlo in fallo.... --Voi non sapete preveder che disgrazie. --E voi avete una benda agli occhi.... Se il Comitato dice che mio figlio è un eccellente patriotta, è segno che ne hanno le prove. Mi spiego? --Sicuro che le avranno. O che lo credete un austriacante del vostro stampo? --Zitto, disgraziata... Dovreste gridarlo dalla finestra queste cose! Non vi ricordate dei Bandiera? --Altri tempi, altri tempi. Adesso quelli che sono al Governo si sentono mancar la terra sotto i piedi e devono far i conti col popolo. --Ma che popolo? Vorrei vederli, alla prima cannonata, questi strilloni, questi ragazzacci che, in omaggio alla libertà, fischiano un galantuomo che si permetta d'aver un sigaro in bocca. Bella libertà! Non parlo per me che non fumo.... Ma io vi dico che mi par d'essere in un manicomio e che questo baccano va a finire in tragedia.... oh se va a finire!... Mi spiego? E invero le Autorità, vinte le prime titubanze, accennavano a voler far sul serio anche a Venezia. Sin dal 18 gennaio la Polizia aveva tratti in arresto il Manin e il Tommaseo come quelli che capitanavano la cosidetta -agitazione legale-; il 22 febbraio fu promulgato il giudizio statario, del quale il marchese Geisenburg aveva dato al conte Rialdi l'annunzio alquanto precoce. Tuttavia gli animi non si quetavano e gli avvenimenti parevano fatti apposta per rincorare i timidi, per imbaldanzire gli audaci. La proclamazione della Repubblica in Francia, come tutto ciò che succede in quel paese singolare, aveva un immenso rimbombo in Europa; di lì a poco Carlo Alberto accordava lo Statuto promesso, e infine la notizia della rivoluzione di Vienna era l'ultima scintilla che faceva divampare l'incendio. Il 17 marzo i prigionieri politici, liberati dal carcere, eran portati in trionfo sulle braccia del popolo, i colori nazionali apparivano agli occhielli degli abiti nella piccola ma provocante coccarda, una bandiera bianca, rossa e verde era issata sopra una delle antenne della piazza S. Marco. Nel 18, maggiore la folla, più insistenti le grida, più risoluti, più feroci gli animi. La truppa, accolta a fischi e a sassate, perde la pazienza e fa fuoco; ci sono morti e feriti; sembra imminente una lotta sanguinosa per le strade della città. Ma il governatore civile e il comandante la guarnigione eran timidi, fiacchi, benevoli forse a Venezia ove avevan lungamente vissuto; pieni di energia, d'entusiasmo, di fede erano invece gli uomini postisi in quei giorni memorabili a capo del popolo. Si chiede e si ottiene, col pretesto di mantenere la sicurezza pubblica, l'istituzione della guardia civica; dai fondaci dei rigattieri escono vecchie spade irrugginite, e fucili a pietra, e alabarde spuntate; escono dalle cucine i coltellacci e gli spiedi, e i nuovi militi bizzarramente vestiti e tutti con una sciarpa bianca a tracolla corrono come a festa le vie, e distribuiti in pattuglie fanno la notte il servizio di ronda. È il primo atto d'un'epopea? È l'ultima scena d'una farsa? Chi lo sa? Quali sono in quella folla gli eroi veri e quali gli eroi da teatro? Chi lo sa? Sono confusi insieme e non si potranno distinguere che al momento della prova. Certo non si rischia molto assicurando fin d'ora che non è un eroe un nostro vecchio conoscente, il signor Oreste, comandante di una di quelle strane pattuglie nella notte tra il 21 ed il 22 marzo. Il signor Oreste, ch'è padrone d'una delle principali osterie in Cannaregio e che ha la sua buona dose di vanità, non ha potuto esimersi dal prestar l'opera sua alla patria in momenti tanto solenni, ma egli vuol conciliare i doveri di cittadino coi dettami della prudenza, e guidando il suo manipolo di prodi attraverso il dedalo inestricabile delle -callette- veneziane, pone ogni studio nell'evitar -cattivi incontri-. --Non si passa per i Gesuiti?--domanda un gregario, non so bene se coraggioso o malizioso. --Ohibò--risponde il signor Oreste.--Perchè si dovrebbe passarci? --Così, per veder quello che fanno quei -patatuchi- del reggimento Kinsky che son lì consegnati in caserma. --Bel gusto.... Se venissero fuori?... --Si spara il nostro colpo di fucile e si dà l'allarme. --Provocazioni inutili.... Noi siamo in giro per la sicurezza della città e nient'altro.... --Uhm... Senza un po' di sangue non la si finisce--ripigliò il milite battagliero. --Insomma--grida il signor Oreste con piglio autoritario--qui il capo son io. Pei Gesuiti non ci si passa. Si va fino a S. Giovanni Grisostomo, poi si torna indietro e ci si ferma a bere un mezzo boccale da me. Questa proposta raccoglie tutti i suffragi, e la pattuglia riprende in silenzio le sue perlustrazioni. --Là c'è una figura sospetta--esclama a un tratto il comandante segnando all'imboccatura d'una calle un individuo che veniva avanti con passo incerto.--Chi va là? L'individuo borbotta qualche parola incomprensibile che sembra aver una parentela lontana con una bestemmia. --Bisogna vedere--soggiunge il signor Oreste rivolgendosi ai militi. E seguìto da loro s'avvicina al misterioso personaggio, nel quale, con sua grande maraviglia, riconosce nientemeno che il conte Leonardo Bollati. --Oh! Eccellenza--balbetta l'ex cuoco con un resto d'ossequio. --To', to'--dice il conte strascicando le parole.--Siete voi... bel mobile?... Anche voi in ma...a...schera?... Mi gira la testa.... Già... già che siete qui... accompagnatemi fino al... palazzo.... È vi... vicino.... Il signor Oreste non può negare un sì piccolo servigio al suo antico padrone. --Ce n'avete... fatte di grosse... voi...--continua Sua Eccellenza appoggiandosi al braccio di quel furfante arricchitosi a spese della sua famiglia. Il signor Oreste avrebbe voluto dire che anch'egli era stato sacrificato non riscotendo un centesimo dei suoi crediti, ma s'era ormai giunti al portone del palazzo. --Lo sapete che... che il palazzo appartiene a...adesso a un Lo...ord inglese? --Pur troppo, Eccellenza.... Ma! --Nie...ente paura!... Ho tre camere... in... a...alto e... e m'han lasciato... a...anche la chia...a...ve. Il signor Oreste aiutò il conte a introdurre questa famosa chiave nella toppa; poi disse: --Lustrissimo, buona notte.... --Buo...o...na notte.... O che co...o...sa gridano? Pel vicino Canalazzo passava una gondola e il barcaiuolo con voce sonora gridava:--Viva San Marco! --Gridano:--Viva San Marco! --Vi...va San Ma...a...rco?--ripetè a mezza voce Leonardo fermo sulla soglia.--To...o...rna la Serenissima? --Chi può dir nulla?... Se ne vedono tante.... Buona notte, signor conte. E la pattuglia si ritirò. Noi non vorremmo affermare che quel grido di -Viva San Marco- non facesse nessun effetto a Leonardo Bollati, che nessuna fibra si scotesse in lui all'idea di veder risorger l'antica Repubblica, a pro della quale i suoi padri, per tante generazioni, avevano versato il sangue e speso l'ingegno. Ma l'impressione, come accade a chi s'è disavvezzato dal pensare e dal sentir fortemente, non fu che passeggera; egli aveva ben altro pel capo che la risurrezione della Repubblica; aveva bevuto troppo, era stanco, aveva un sonno, un sonno! Si strascinò su dei suoi centoquindici scalini, chè non ce ne volevano meno per arrivare dov'egli abitava, e si mise a letto. Il giorno dopo Leonardo non s'alzò che tardissimo. Affacciandosi a un finestrino che dava sul Canal grande vide un movimento, un'animazione maggior dell'usato, sentì più insistente il grido che l'aveva colpito la notte prima: -Viva San Marco!- E altri gridi insieme con questo: -Viva Pio IX! Viva Manin! Viva la libertà!- Inoltre dalle frasi scambiate tra la gente che curiosava sulle -rive- o ai -traghetti- capì che gravi fatti erano successi e fatti non meno gravi si preparavano. --Gli arsenalotti gli hanno fatto la festa? --Al colonnello Marinovich? Sicuro.... Gli sta bene a quel cane. Li trattava da bestie. --E com'è andata? --Ma! Chi la racconta in un modo e chi in un altro. La mia però è storia genuina perchè la so da mia cognata che è sorella di un arsenalotto. Fatto si è che appena Marinovich s'è presentato all'arsenale questa mattina, gli operai, che non se l'aspettavano dopo le minaccie di ieri, gli si strinsero attorno con urli, fischi, imprecazioni. Lui tira fuori la spada e si fa largo un momento.... Ma quelli s'inviperiscono di più e gli danno addosso di nuovo. Vista la male parata, il colonnello cerca di fuggire, trova aperta la porta di una delle torri vicine all'ingresso, sale per la scala, ma i suoi inseguitori gli sono alle calcagna, un calafato gli pianta nella schiena la sua trivella, e felice notte. Di lì a poco si sente un'altra gran novità. --L'arsenale è nostro. --Come? Come? --Se n'è impadronito Manin. --Senza combattimento? --Avevan mandato un battaglione di fanteria marina per riprenderlo, ma le guardie civiche che c'eran dentro dissero: -marameo!----Fuoco!- ordina il comandante del battaglione, un tedesco. I soldati che son dei nostri, non gli badano neanche e un ufficiale, nostro veneto anche lui, esce dai ranghi e grida: -Giù le armi-. Il tedesco va in furia e si slancia sull'ufficiale.... --Oh diavolo.... E come va a finire? --Si battono da disperati. Ma un sergente di marina la termina lui e getta a terra il tedesco. --Morto? --No, no; pare che l'abbian risparmiato.... Se lo ammazzavano era meglio. --Perchè! Hanno ammazzato il Marinovich stamattina. Basta uno. --Ce ne vuol altro che uno.... Insomma i soldati si confondono con le guardie civiche, si mettono la loro brava coccarda sul petto e gridan tutti insieme: Viva l'Italia! --Viva la nostra marina! E ormai le notizie si succedono con una rapidità straordinaria. --Anche i granatieri han fatto lega col popolo. --I cannoni della Gran guardia che eran carichi a mitraglia sono in potere della guardia civica. --Venti, trenta, quarantamila fucili son distribuiti fra i cittadini. --Il palazzo del governo è nelle nostre mani. --Il podestà Correr è andato da Palffy a intimargli la resa. --Solo? --No, con altri tre o quattro. Passa un'ora, si sparge la voce che ci siano delle difficoltà, che il governatore non voglia cedere, che il comandante di piazza voglia far bombardare la città. --Alle barricate--grida qualcheduno. --Alle campane. Morte all'Austria! Da qualche finestra si ritira la bandiera tricolore; sul tetto del palazzo Bollati viene issato per prudenza il vessillo britannico. Ma prima di sera ogni dubbio era tolto; la capitolazione era firmata; era proclamata la Repubblica. Ormai il tricolore sventolava da tutte le case; l'entusiasmo brillava su tutti i volti; da tutti i petti irrompevano le grida -Viva San Marco! Viva Pio IX! Viva l'Italia! Viva Manin!- Leonardo Bollati era rimasto quasi sempre immobile alla finestra. Sporgendo la testa fuori del davanzale, egli vedeva sotto di sè nel terrazzo del primo piano la famiglia del -lord- che, insieme con altri connazionali, godeva, come di uno spettacolo, di quella rivoluzione pacifica. E la famiglia del lord, di tratto in tratto, levava gli occhi e vedeva lui, -the scion of the Doges-, il discendente dei dogi, e lo mostrava agli ospiti, appollaiato lì in alto, sotto la grondaia, come una civetta. Quando le grida di -Viva San Marco- si fecero più romorose e più generali, gli Inglesi si misero a guardare in su con una curiosità più indiscreta. Pareva volessero indovinar i pensieri di lui, -the scion of the Doges-, in quel momento solenne. E se il popolo fosse venuto a prenderlo nella sua soffitta, e a ricondurlo nel primo appartamento, cacciandone gli estranei che l'occupavano? Una figliuola del lord, molto romantica, molto -byroniana-, diceva che sarebbe stata una scena drammaticissima e ch'ella si sarebbe stimata felice d'assistervi anche dovendo esserne la vittima. Ma l'austero genitore, il quale non voleva che si scherzasse sopra tali argomenti, le diede sulla voce:---Keep your tongue, you silly thing-. Tacete, scioccherella. Ormai il palazzo è da considerarsi come parte del territorio -of our most gracious Queen-, della nostra graziosissima Regina, e guai a chi lo tocca. Il nobile lord poteva mettere il suo cuore in pace. In quel giorno 22 marzo 1848 i Veneziani non si rammentavano nemmeno dell'esistenza del conte Leonardo Bollati. E se, per una combinazione fortuita, l'uomo acclamato dal popolo portava il nome medesimo dell'ultimo Doge della Repubblica, non toccava ai nipoti degli antichi patrizii di regger le sorti di Venezia durante i diciasette mesi di lotta sfortunata, ma gloriosa, contro lo straniero. XXII. Di lì a tre o quattro giorni arrivava a Venezia Gasparo Rialdi. Arrivava da Pola insieme con qualche altro ufficiale di marina, sopra un piccolo legno, e dopo esser sfuggito non senza fatica agl'incrociatori austriaci. La gioia di trovar la patria libera, di poter combattere per una causa santa era amareggiata a quei generosi dal non esser riusciti a farsi seguire da tutta la flotta. Alle prime voci di rivoluzione, essi dicevano, s'era manifestato un vivo fermento negli equipaggi e in gran parte degli ufficiali ch'erano italiani di sangue e di pensieri. I più arditi, tra cui il Rialdi, sostenevano doversi salpar subito per Venezia, per partecipare alla lotta, se l'esito era ancora incerto, per recare al nuovo ordine di cose il sussidio d'una forza disciplinata, se la battaglia era vinta. Ma la maggioranza fu d'altro parere. Non bisognava precipitare, bisognava aver ragguagli più esatti; forse erano rumori sparsi ad arte; era impossibile che i compagni i quali si trovavano a Venezia non mandassero qualche avviso, che un Governo nazionale il quale per avventura si fosse stabilito colà non desse notizia di sè. Il consiglio di chi voleva gl'indugi prevalse. E intanto a Venezia si commetteva un primo, fatalissimo errore. Le lettere di richiamo per la flotta erano affidate al capitano del vapore del Lloyd che riconduceva il governatore Palffy, e quel capitano, o spontaneo, o costretto, dirigendosi a Trieste anzichè a Pola, consegnava il dispaccio alle Autorità austriache, le quali furono in tempo di prender le disposizioni necessarie a scongiurare un avvenimento forse più grave per la monarchia che la perdita d'una provincia. Rimaneva un partito. Alzare audacemente il vessillo della rivolta, passar sotto i cannoni del porto, aprirsi a ogni costo il varco per Venezia. Questo avevano suggerito, a questo s'erano dichiarati pronti Gasparo Rialdi e pochi animosi suoi pari. Ma molti indietreggiarono all'idea dell'aperta ribellione; si sentivano legati dal giuramento, dall'onor militare; non osavano intraprendere, contro la volontà espressa dei capi, ciò che avrebbero osato quando i capi, colti dal panico, avevano smesso di comandare. A forza di titubanze si lasciò passare il momento propizio e parve follia il tentare quello che prima sarebbe stato agevole il compiere. Il Rialdi e quattro o cinque amici partirono soli; gli altri, fremendo, morsero il freno. Venezia non ebbe nel 1848 una flotta, e chi può dire che il non averla avuta non abbia ritardato di dieci anni la redenzione d'Italia? Comunque sia, quando il giovane ufficiale giunse in patria, ben pochi s'erano accorti di aver perduta, senza combattere, una prima battaglia. Il paese era nella luna di miele della libertà; i fatti interni e le notizie dal di fuori mantenevano gli animi in uno stato d'ebbrezza gioconda; le voci più strane, pur che conformi al desiderio, erano accolte come verità incontestabili. I Milanesi, vincitori nelle loro cinque eroiche giornate, avevano chiuso Radetzky in una gabbia di ferro; Carlo Alberto era già col suo esercito sotto Verona, ove si trattava della formalità della capitolazione; cinquantamila papalini, benedetti da Pio IX, avevano passato il Po; dietro a loro venivano cinquantamila napoletani, ch'eran soldati di quelli coi fiocchi, diceva la gente, come se li avesse visti alla prova. S'affermava inoltre che non c'erano più neanche due reggimenti austriaci in tutto il Lombardo-Veneto, locchè rendeva alquanto difficile di capire con chi se la sarebbero presa i formidabili eserciti che pullulavano da ogni parte, ma gli spacconi non si confondevano per così poco. Quando una nuova, data per certa la mattina, era smentita la sera--Bah!--si diceva stringendosi nelle spalle.--Quello che non è vero oggi, sarà vero domani.--Che se alcuno si permetteva esprimere un dubbio, gli si dava addosso come a uccello di malaugurio. Non che si trascurasse d'armarsi, che si esitasse a sottomettersi a qualunque sacrifizio, oh no. Anzi la contraddizione era questa, che si chiedevano e si accettavano lietamente i sacrifizi per una causa la quale, a sentir le chiacchiere della piazza, pareva non doverne aver più bisogno. Senonchè, alla gioia più legittima, agli entusiasmi più santi, all'abnegazione più pura nuoceva un non so che di sguaiato e melodrammatico nelle foggie, nel linguaggio, nelle consuetudini romorose della vita cittadina. Gran bandiere, gran musiche, gran sciupìo di versi, gran mostra di -crociati- che parevan coristi, di -lions- che manifestavano i loro sentimenti vestendosi da tenori, gran sfoggio di pennacchi nei cappelli, di colori sugli abiti. A Gasparo Rialdi questo carnovale dispiacque; tuttavia egli tenne per sè le proprie impressioni e non pensò che a mettersi agli ordini del Governo. Offertogli di attendere all'armamento della flotta minuscola rimasta dentro l'Arsenale, egli accettò subito l'incarico, deliberato però ad arruolarsi più tardi nell'esercito di terra, se, com'egli temeva, non c'era da far nulla sul mare. Naturalmente, durante il suo soggiorno a Venezia, egli abitava presso la famiglia, da lui non più riveduta dopo il disgraziato matrimonio della sorella. Il 22 marzo aveva mutato di nuovo le relazioni reciproche dei coniugi Rialdi che sembravano destinati a essere, l'uno verso l'altro, nella condizione di due che si trovano sull'altalena. Adesso la contessa Zanze era tornata in alto; il conte Luca era ricaduto al basso. Egli conservava il suo posto di consigliere d'appello, ma la moglie gli diceva sempre che se non lo avevano destituito era per un riguardo a lei e a Gasparo. E si rifaceva delle umiliazioni sofferte negli ultimi tempi: --Non mi darete più della visionaria, spero? Chi aveva ragione di noi due, eh?... Dove sono i vostri tedeschi?... Quanto pagherei a sapere dove ha portato la sua pancia quel prepotente del Geisenburg! Ah se avesse fermato me invece che voi, quel giorno in piazza San Marco, . . . . 1 2 - - ! 3 4 - - ? 5 6 - - , , ? . . . 7 . . . . 8 9 - - - - ! 10 11 - - 12 ! 13 14 - - ! . . . . , , ' 15 . . . . 16 17 - - . . . . 18 19 - - ! 20 21 - - , , . . . . 22 23 - - . . . . . 24 ' . 25 26 - - . . . . , . . . . 27 28 - - . . . . 29 30 - - 31 . 32 33 - - ' . . . . , , 34 ' . 35 36 - - ' ! ! 37 . 38 39 - - , . 40 41 - - , ' , . . . . 42 43 - - ' ? , ' , , 44 . . . . ! . . . ? 45 ? 46 47 - - ' ' 48 . ? ? 49 50 , 51 , , 52 - - . 53 54 - - - - - - 55 , . . . . , , 56 , . . . . 57 58 59 , ' 60 , , 61 . ' , , 62 , 63 , , ' . 64 ' ' 65 . 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