marchesa Geisenburg gli avevan dette di quelle ingiurie che feriscono al
vivo un galantuomo. Facessero dunque il piacer loro. Già, esclusa la
Vinati, egli non vedeva nessun altro buon matrimonio possibile. Egli se
ne lavava le mani.... Ricordava soltanto alle Loro Eccellenze che il
signor Vinati era deciso a non rinnovare il mutuo.
--Mi pare,--disse il conte Zaccaria, quando l'agente generale
s'accommiatò,--mi pare che -sior- Bortolo -alzi la cresta-.
--Pare anche a me,--rispose la contessa Chiaretta.
Il fatto si è che -sior- Bortolo aveva ormai messo da parte un bel
gruzzolo di quattrini e si curava assai meno del favore delle Loro
Eccellenze.
Ammutolitosi l'agente, screditati i Geisenburg per la loro tracotanza e
i loro dissesti ormai palesi a mezzo mondo, il conte e la contessa
Bollati rimanevano esposti agli assalti della cugina Zanze, del
nobiluomo Canziani, di monsignor Lipari e di tutti i favoreggiatori
dell'unione di Leonardo e di Fortunata. Dal canto suo Leonardo, ogni
volta che vedeva da lontano Gasparo Rialdi con la sua aria marziale e la
sua spada al fianco, sentiva la tremarella alle gambe, e tornava a
palazzo strepitando che bisognava riparare ai proprii torti senza
perder altro tempo. Batti oggi e batti domani, le ultime resistenze del
conte e della contessa furono vinte, e con immenso sdegno dei
Geisenburg-Rudingen von Rudingen, i quali partirono da Venezia
lasciandovi un lungo strascico di debiti e dichiarando di non volervi
più rimetter piede, le prossime nozze del contino Leonardo Bollati P. V.
con la contessina Fortunata Rialdi furono annunziate ai parenti e agli
amici.
Però il matrimonio si celebrò quasi clandestinamente, tra gli epigrammi
dei maligni e le mormorazioni di quelli che erano avvezzi alle pompe di
casa Bollati. Nè regali, nè fiori, nè componimenti in verso o in prosa.
Il nobile Canziani dovette ringhiottire un epitalamio, e don Luigi fu
costretto a rinunziare alla stampa d'un altro capitolo della sua opera
colossale destinata a polverizzare la gloria di Alessandro Manzoni.
L'unica persona a cui nel giorno solenne brillasse in viso una schietta
felicità era Fortunata. Il voto del suo cuore era pago, il suo onore era
salvo, la creaturina che stava per nascere da lei non sarebbe entrata
nella vita senza padre e senza nome; che poteva ella desiderare di più?
Contro le nuove prove che l'aspettavano le pareva di esser forte
abbastanza, forte di rassegnazione, di tenerezza, di fede in Dio, in
quel Dio ch'ella oggi ringraziava dal fondo dell'anima pel bene che le
aveva concesso.
Fatto si è che tutti gli altri, qual più, qual meno, avevano la faccia
scura.
Leonardo, quantunque deciso a continuar la vita da scapolo anche
dopo ammogliato, s'arrabbiava già con se medesimo d'aver così
docilmente piegato il collo al giogo coniugale; il conte Zaccaria e la
contessa Chiaretta vedevano in quel matrimonio un sintomo
dell'umiliazione del loro casato, e la contessa Zanze Rialdi aveva
amareggiata la gioia del trionfo dalla meschinità della festa e più
ancora dai molti indizi della decadenza economica dei Bollati. Aver
aspirato con tanto ardore a far entrare la figliuola in quell'illustre
famiglia e riuscirvi solamente quando l'illustre famiglia minacciava
d'andar in rovina, era proprio un'ironia della sorte! La contessa Zanze
si sfogava col marito e gli diceva all'orecchio durante la
cerimonia:--Se foste un altro uomo, non avreste permesso che la cosa si
facesse in questa maniera.... Pare che ci facciano una grazia.... E poi
Dio voglia che non siamo alla vigilia del -patatrac-.... Se almeno foste
nell'amministrazione!--Tacete,--rimbeccava il consorte.--Voi parlereste
anche sott'acqua. Non siete mai contenta, voi.
Gasparo Rialdi non assisteva a quelle nozze ch'egli, sebben riluttante,
poteva dire d'aver imposto con la punta della sua spada. Sventata, mercè
la benevola interposizione di qualche ufficiale superiore suo amico, la
tempesta che si addensava sul suo capo dopo la scena nel Casino e il
duello col Geisenburg, egli era partito da più giorni per la nuova
destinazione di Pola, datagli dal Comando della marina. In apparenza lo
si mandava a dirigere alcuni lavori a quell'arsenale, in fatto si voleva
tenerlo lontano dalla squadra del Levante ove serpeggiavano umori
rivoluzionari.
XVI.
Come -sior- Bortolo aveva predetto, il matrimonio del contino Leonardo
rese intrattabile il signor Vinati, il quale vedeva frustrate le sue
speranze di dare un titolo alla figliuola. La moglie di lui, che aveva
tutte le bizze e tutti i rancori d'una femminetta arricchita, soffiava
nel fuoco e minacciava il marito della sua collera s'egli non esigeva da
quelle -Zelenze- (e qui la signora Vinati aggiungeva un epiteto
energico) il puntuale rimborso del mutuo che scadeva appunto alla fine
dell'anno.--Non un giorno, non un'ora, non un minuto--strillava la
megera, implacabile come il destino. E anche altri creditori che fino
allora non avevano badato a qualche ritardo nel pagamento
degl'interessi, e non avevano mai detto di no alle domande di
rinnovazione, si facevano meticolosi ad un tratto e dichiaravano senza
cerimonie di non voler servire più da zimbello a nessuno. -Sior- Bortolo
non sapeva a che santi votarsi. Invero, egli s'era già preparato la sua
brava ritirata; aveva un bel poderetto in Friuli e una casa piena di
grazia di Dio in Venezia, ma finchè c'era qualche osso da rosicchiare
nell'azienda, non gli bastava l'animo di abbandonare le Loro Eccellenze.
Povera gente! Sarebbero stati impicciati come pulcini nella stoppa.
Ormai la fama con le sue cento bocche spargeva dappertutto la notizia
della prossima rovina dei Bollati, e sul palazzo pesava la tristezza che
pesa sulle cose decrepite. Come suole accadere, i cosidetti amici di
famiglia s'erano dispersi; non c'era ragione, dicevano, di andar a
disturbar della gente che aveva tanti sopraccapi. Tutt'al più veniva
ogni giovedì e ogni sabato il nobile Canziani, visitatore poco
desiderabile, sia perchè pativa frequenti accessi di tosse, sia perchè i
suoi reumatismi gli rendevano difficile di mettersi a sedere quand'era
in piedi e di alzarsi quand'era seduto. I Rialdi, nella loro qualità di
genitori della sposa, bazzicavano in casa ancora più spesso del solito,
e pranzavano alla tavola dei parenti tre volte per settimana, ma stavan
sempre con tanto di muso, non potendo perdonare ai Bollati i loro
dissesti economici. Ed era di umor tetro anche don Luigi, il quale si
vedeva mancar lo stipendio da parecchi mesi, e presentiva di dover
presto abbandonare la sua sinecura, senza che gli fosse riuscito almeno
di stampare il libro da cui egli si riprometteva l'immortalità.
Ah come sarebbero rimaste male le -lustrissime- Adriana e Marina,
padrone e protettrici del defunto Nicola se, uscendo dal sepolcro per un
momento, fossero penetrate nel salottino ch'esse avevano empito del loro
sorriso, del loro cinguettìo festevole, della loro grazia elegante! Come
avrebbero stentato a credere che fossero due Bollati quelle due donne
dalla faccia scialba e dall'aria abbattuta che sedevano una di fronte
all'altra davanti a un tavolino rischiarato da una lucerna a olio di cui
un cappello verde raccoglieva entro un breve cerchio i tremuli raggi,
mentre il resto della stanza era immerso nelle tenebre e la vecchia
lumiera di Murano, riscintillante un tempo per cinquanta fiammelle,
pendeva dal soffitto polverosa e dimenticata! Suocera e nuora talvolta
giocavano a -conzina-, talvolta stavano a guardarsi senz'aprir bocca.
Un'ombra scura si moveva nel fondo; era don Luigi che, sprofondato in
una poltrona, ora stirava le braccia, ora accavallava le gambe; poco più
in là Romeo, il soriano amatissimo dalla contessa, sonnecchiava e faceva
le fusa, rivolto a spira sopra uno sgabello imbottito. Ogni tanto S. E.
Chiaretta tralasciava a mezzo la partita o rompeva il silenzio per
infilar le sue solite querimonie, fedele al suo antico sistema di
presagire i maggiori guai senza esser capace di muovere un dito per
istornarli da sè. Don Luigi rincarava la dose delle lamentazioni,
Fortunata ascoltava pazientemente e taceva. Di tratto in tratto ella
guardava verso l'uscio come chi attende qualcuno. Ma la persona da lei
attesa non capitava. Capitava invece, prima di recarsi al Casino dei
nobili, o al teatro, o al caffè Suttil, il -lustrissimo- Zaccaria, il
quale, dacchè le sue faccende volgevano alla peggio, era diventato più
loquace che mai, e discorreva de' suoi colossali progetti agricoli,
delle sue sognate rivendicazioni di feudi, d'una miniera aurifera
ch'egli credeva d'aver scoperto in uno dei suoi poderi del Friuli e
d'altre signorie fantastiche e cervellotiche.
Era forse in vista di queste ricchezze future che il conte Zaccaria,
nonostante i suoi rigidi principii sull'integrità del patrimonio, aveva
permesso che si cominciassero a vendere stabili e campagne. Rimedio che
veniva troppo tardi per acconciare le cose. I prodotti dei fondi
andavano nelle fauci dei creditori ipotecari, e quando si voleva
procurarsi quattrini per disporne a proprio talento era necessario
ricorrere allo spaccio furtivo (furtivo così per dire) di qualche
oggetto d'arte o d'antichità; oggi un quadro, domani una statuina di
bronzo, o un cammeo, o una collezione di porcellane, o un fornimento di
pizzi. La servitù, che stentava a riscuotere il salario, approfittava
della confusione e sottraeva ingegnosamente qualche coserella anche lei.
Già le loro Eccellenze, sollecite del proprio decoro, non avevano
stimato opportuno di licenziare i gondolieri, nè le cameriere, nè il
cuoco, e queste ottime persone avevano dichiarato di restarsene al loro
posto per solo amor dei padroni, aspettando tempi migliori. Anzi il
cuoco spingeva l'abnegazione fino a prestar l'opera sua al contino
Leonardo per agevolargli le sue particolari combinazioni finanziarie.
Non gli dava più danaro direttamente, ma lo aiutava a trovarne
ingarbugliando degli usurai acciecati dall'avidità del guadagno.
Conchiuso l'affare, il signor Oreste si prelevava la sua provvigione a
fronte, diceva lui, degl'interessi che gli spettavano per le sue
sovvenzioni passate. Altro che interessi! Se si fosse fatto il conto, si
sarebbe visto che il signor Oreste s'era da un pezzo rimborsato anche
del capitale, ma in famiglia Bollati non si facevano conti.
Subito dopo il matrimonio, il nostro contino aveva ripreso la sua vita
d'un tempo, e della moglie non si curava neppure. Che s'ella si
permetteva qualche timida rimostranza, egli prorompeva in bestemmie e in
contumelie e urlava che non lo seccassero, per Dio! Egli s'era sposato
per compassione, per misericordia, ma non intendeva di essersi messo un
laccio al collo, o voleva divertirsi, e star con gli amici e spassarsela
con femmine belle ed allegre; che già di lei, di Fortunata cioè, se ne
persuadesse pure, egli era stucco e ristucco.
Che pena devess'essere per Fortunata il subire un trattamento simile,
s'intende facilmente. Buon per lei che s'ella non aveva nessuna delle
qualità vigorose che servono a domare le avversità, possedeva però tutte
le virtù passive che aiutano a tollerarle. Alla brutalità del marito,
all'alterigia dei suoceri, i quali, pur non vedendola di mal occhio, la
consideravano poco più d'una cameriera, ella contrapponeva una calma,
una mansuetudine infinita. Le acerbe parole, gli sfregi celati o palesi
non potevano scancellare dal suo cuore la riconoscenza per Leonardo che
l'aveva sposata, per il conte Zaccaria e la contessa Chiaretta che
l'avevano accolta nella loro casa. Ed ella sperava di conquistarsi
meglio il suo posto quando le fosse nato il suo bambino, quel bambino
nel cui pensiero ella riposava la mente nell'ore più sconfortate e più
tristi. In quanto alla catastrofe finanziaria verso la quale si correva
a passo accelerato, ella non se ne angustiava troppo. Cresciuta nella
persuasione dell'immensa ricchezza dei Bollati, ella non concepiva
neanche la possibilità ch'essi avessero a cadere in miseria; sarebbero
diventati meno ricchi; la gran disgrazia davvero! Che bisogno aveva ella
di vestiti sfoggiati, di teatri, di gondole, di cavalli, di cocchi? D'un
po' d'amore ella aveva bisogno, ecco tutto, e quest'amore la sua
creatura almeno non glielo avrebbe negato.
Nei vecchi tempi, la nascita d'un erede in famiglia Bollati era un fatto
di grande importanza. I primi ostetrici della dominante prestavano le
loro cure alla puerpera, e i parenti e gli amici accorrevano in palazzo
ad attendere con trepida ansietà lo scioglimento favorevole della crisi.
Ma la povera Fortunata non ebbe il piacere di mettere in iscompiglio la
cittadinanza. La notte in cui ella fu colta dalle doglie il conte
Leonardo gozzovigliava in un'osteria con altri scapestrati suoi pari.
Avvertito delle condizioni in cui si trovava la contessa moglie--Io non
posso far nulla--egli disse giudiziosamente.--Bisogna chiamare la
levatrice.
E poichè lo assicurarono che quest'utile provvedimento era già stato
preso, egli soggiunse:--Quand'è così, lasciatemi in pace.
E seguitò a mangiare e a bevere fino alla mattina. Allora, tornando a
casa mezzo brillo, egli ricevette la lieta notizia che sua moglie, dopo
sofferenze non lunghe ma acute, aveva dato alla luce una bimba.
--Neanche buona di darmi un maschio--egli brontolò con mala grazia.
Alla piccina furono imposti i nomi di Chiaretta, Luigia, Adriana,
Teresa, Veronica, Margherita. Questo lusso di nomi era tradizionale
nelle femmine di casa Bollati, e non si volle che in ciò la nuova
contessina fosse da meno delle sue antenate. Delicato riguardo del quale
non sembra però che la neonata fosse molto riconoscente, perchè subito
dopo il battesimo ella principiò a strillare come un'ossessa e strillò
per tre giorni e tre notti consecutive. Trascorso questo termine, ella
perdette la voce e il fiato e si credette che sarebbe morta prestissimo.
Ma la madre con le sue carezze, co' suoi baci, con le dolci parole
susurratele nell'orecchio la persuase a vivere. Povere mamme egoiste! Vi
par proprio che la vita si apra così bella ai vostri figliuoli?
La piccola Margherita (era questo tra i sei nomi della fanciulla quello
con cui la si chiamava) prese un po' di carne e di colore appena fu
condotta in campagna. E Fortunata si sentiva così felice, così felice!
Quand'ella poteva star vicino alla bimba e chinarsi sulla sua cuna, e
covarla cogli occhi, e mirarne i moti inconscienti, e interpretarne il
linguaggio, ella non aveva tempo d'accorgersi di quant'altro succedeva
intorno a lei. Tutt'al più, qualche volta, le spuntava una lagrima sul
ciglio al pensar che Leonardo non si curava di quest'angioletta e non le
aveva dato ancora neppure un bacio. Del resto, il brontolio della
suocera, le visite frequenti di -sior- Bortolo che lasciava sempre
dietro di sè uno strascico di nuvoloni, la turbavano mediocremente.
Certo la villeggiatura non era più quella d'un tempo; non c'erano
banchetti, non c'erano ospiti, ma che ne importava a lei che aveva la
sua Margherita?
Sua madre, la contessa Zanze, non riuscì a svegliarla che a mezzo dal
suo beato sopore. La contessa Zanze, com'era suo dovere, venne a far
visita ai parenti, e, quando fu sola con Fortunata, le riferì tutte le
chiacchiere della piazza sul conto dei Bollati, e le disse che s'era
giunti al punto di dover affittare il piano nobile del palazzo a un lord
inglese. Non avevan detto nulla a lei?.... No? Ah quest'era il conto in
cui si teneva la sua figliuola? Oh se si sarebbe fatta sentire! Ma
intanto si ricordassero tutti, anche Fortunata, che i nodi venivano al
pettine, e che per scampare dalla miseria bisognava almeno mettere in
salvo qualche cosa, prima che i creditori se ne impadronissero....
perle, diamanti, trine, oggetti insomma di poco volume e di molto
pregio. Aveva capito? Sì o no? Gran fatalità la sua di aver sempre da
fare con gente di poco cervello!
Fortunata non potè a meno di ripetere a suo marito i discorsi che le
aveva fatti sua madre, di chiedergli se ci fosse nulla di vero in tutto
ciò.
--Che ne so io?--egli rispose stringendosi nelle spalle.--Fanno,
disfanno, comprano, vendono, senza chiedere il mio parere.... Tutti
imbroglioni, tutti furfanti.... I nostri nonni, che Iddio li abbia in
gloria, hanno cominciato loro a sciupare il patrimonio e noi facciamo il
resto.... Io non voglio fastidi.... Finchè ce n'è, pretendo d'aver la
mia parte; quando non ce ne sarà più....
--Oh, Leonardo,--proruppe Fortunata,--non puoi parlare così.... Non sei
solo adesso.... Ci siamo.... c'è questa creaturina qui.... Per me, vedi,
mi rassegnerei a dormir sulla paglia, a viver di pane e acqua.... ti
giuro anzi che accetterei il sacrifizio con entusiasmo.... perchè
nessuno direbbe allora che t'ho amato per speculazione.... ma, lei, la
nostra Margherita, non ha da esser nata per patire.... non è vero,
Leonardo, che non lo permetterai?.... Guardala com'è bella, com'è bianca
e rosea.... Via, Leonardo--ella soggiunse, e i singhiozzi le rompevano
la voce--se anche ti son diventata incresciosa io.... se non puoi
proprio amarmi più, un po' di bene lo devi volere alla tua figliuola.
E così dicendo cercava di tirarlo vicino alla cuna. Ma egli, stizzito,
protestò che non poteva soffrire nè le donne che piagnucolano, nè i
bambini che allattano, e infilò l'uscio della stanza. Allora Fortunata
si gettò con la faccia in giù sui guanciali del letto e diede libero
corso alle sue lagrime.
Il vagito della bimba la scosse. Ella si rasciugò gli occhi e
ricomponendo il viso a un'espressione serena prese in collo la piccola
tiranna che urlava furiosamente. Accarezzata dallo sguardo e dalla voce
materna, Margherita si chetò a poco a poco e abbozzò il suo primo
sorriso.
--Oh, tesoro mio, anima mia!--esclamò Fortunata in estasi, e la sua
faccia s'illuminò tutta.--Come ride già! S'-egli- fosse qui adesso!
S'-egli- la vedesse!
E inebbriata da quel sorriso, dal primo sorriso della sua bimba, la
povera donna dimenticò i suoi dolori.
XVII.
Le notizie della contessa Zanze non tardarono ad aver piena conferma, e
l'affare del palazzo, già bene avviato quand'ella ne discorse alla
figliuola, fu concluso poco dopo. L'appartamento nobile, ammobigliato
come stava, era preso per due anni da un baronetto inglese ricchissimo,
il quale, pur di spuntarla, aveva dichiarato d'esser pronto a pagare
anticipatamente l'intera pigione in tante belle ghinee. Anzi può dirsi
che questa magnanima offerta aveva dato il tracollo alla bilancia e
vinte le obbiezioni del conte Zaccaria. Lo scrigno era vuoto, i bisogni
stringevano, e le ghinee del signore inglese capitavano molto a
proposito.
La famiglia Bollati decise di rimanere in campagna finchè fosse
allestito alla meglio il secondo piano del palazzo. Con altre parole, si
rinunziava a tornare a Venezia prima del San Martino di quell'anno 1845.
Quei sette mesi di villeggiatura forzata invecchiarono la contessa
Chiaretta di sette anni. Sempre chiusa fra quattro muri, sempre al buio,
ella non faceva che lamentarsi da mattina a sera. Rimpiangeva il suo
salottino di città che era caduto in mano di stranieri (luterani per
giunta), rimpiangeva il suo poggiuolo sul Canal Grande, rimpiangeva le
visite, il teatro, la gondola e tant'altre cose di cui ella a Venezia
godeva pochissimo ma che adesso le sembravano indispensabili perchè non
poteva averle.
Il resto della famiglia se la passava discretamente. Il conte Zaccaria
viveva nel suo mondo fantastico, e nel pensiero dei milioni che dovevano
venirgli, non si sa da che parte, si consolava dei milioni che gli erano
sfumati in mano. Di tratto in tratto egli faceva attaccare i cavalli e
con due giorni di viaggio andava nella sua tenuta del Friuli, tenuta
ch'era anch'essa, non occorre dirlo, sopraccarica d'ipoteche. Ivi
giunto, con molta gravità esaminava i terreni, e raccoglieva vari pezzi
di roccia, che poi spediva a qualche geologo di Venezia o d'altri paesi
con l'incarico di farne l'analisi. Oppure, chiudendosi in camera, egli
scartabellava alcuni documenti polverosi che aveva portato con sè in
campagna, e prendeva delle note circa a un credito di duemila zecchini
che nel 1685 i Bollati professavano contro un nobil uomo Steno. Quei
duemila zecchini con gl'interessi dal 1685 in poi che bella sommetta
avrebbero formato!
Quando il conte Zaccaria si era ben pasciuto delle sue illusioni, egli
era buono e degnevole anche con Fortunata. Le prometteva di farle fare
uno smaniglio col primo oro estratto dalla sua miniera, e di assegnare
una dote alla piccola Margherita prelevandola dalla prima rata del
credito che avrebbe incassato dagli eredi Steno. Fortunata non badava
alle promesse, ma i modi affabili del suocero le recavano un gran
conforto; sentiva d'esser riconosciuta, non più tollerata soltanto,
nella famiglia, quando egli le parlava così. Talvolta egli usciva con
lei in giardino e, appoggiato al suo braccio, percorreva i sentieri su
cui cresceva l'erba, i viali ove i rami degli alberi non rimondati da
mano esperta s'intrecciavano disordinatamente fra loro, e diceva che
nella villa c'erano infiniti bisogni, e ch'egli ci avrebbe pensato
appena avesse avuto quattrini. Voleva scrivere a suo genero, che di
queste faccende se ne intendeva, perchè gli mandasse un giardiniere
tedesco, voleva ricostruire di pianta alcune case coloniche e migliorare
le stalle e rinnovar le stufe dei fiori, e a tante altre belle cose
voleva provvedere a tempo e luogo. Discorsi da far pietà a chi sapeva le
condizioni vere del patrimonio. Fortunata, poverina, non si
raccapezzava. Ora temeva che il conte Zaccaria non avesse più il
cervello a posto, ora invece sperava che il diavolo non fosse così
brutto come lo si dipingeva, e che ci dovesse esser pure una via
d'uscita dagl'impicci presenti. Quantunque i segni dello sfacelo fossero
anche troppo visibili, Fortunata si trovava tuttora in mezzo ad agi
ch'ella non aveva mai goduti in sua casa. Una grande fortuna somiglia
un poco al sole d'estate che lascia dietro di sè un lungo crepuscolo; il
passivo, come dicono gli uomini d'affari, può superar di molto l'attivo,
e nondimeno le apparenze della ricchezza continuano per un pezzo ad
abbagliare gli estranei, a illuder quelli medesimi che sono immersi nei
debiti fino alla gola. Sicuro; il palazzo di campagna dei Bollati era in
condizioni deplorevoli, ma era sempre uno tra' più bei palazzi che
fossero sulla Brenta; il giardino era negletto, ma era sempre un
giardino ampio e signorile, e il podere contava più campi che non ne
contassero sommati insieme gli altri dei possidenti vicini. Per miglia e
miglia i contadini riconoscevano per padroni le loro Eccellenze Bollati,
e Fortunata riceveva anch'essa inchini e scappellate a profusione e il
titolo di -lustrissima- a ogni momento. Che più? La stessa Margherita
era considerata una principessina, e allorchè tirata dalla bambinaia nel
suo paniere a ruote ella si recava a visitar la famiglia del bovaro, i
bimbi le facevano una festa da non dirsi e mettevano tutto l'impegno per
farla sorridere. In principio riuscivano spesso all'effetto opposto,
specialmente quando se ne immischiava Leone, il grosso cagnaccio nero
dal pelo irto e dalla voce di basso profondo. Ma alla lunga Margherita
s'era avvezzata al chiasso dei fanciulli e alle dimostrazioni romorose
del cane, e dalla sua cuna orlata di trine pareva prender parte a
quell'allegria, e agitava le sue manine color di rosa, e girava intorno
gli occhietti azzurri, e metteva certi piccoli strilli che volevano
esprimere l'eccesso della gioia. Povera Margherita! Che ne capiva lei
del temporale che rumoreggiava sempre più minaccioso?
Adesso però ci conviene appagare una legittima curiosità del lettore.
Come si adattava a quella vita campestre il contino Leonardo, uso in
Venezia a far di notte giorno nelle osterie e nei bordelli? Certo doveva
esservi una ragione perchè egli, incapace di far nulla pegli altri,
s'acconciasse a sacrificare ciò a cui teneva di più, vale a dire le sue
abitudini viziose.
La ragione era questa. Leonardo aveva riappiccato con molto maggior
fortuna di un tempo le sue relazioni con la Rosetta, quella Rosetta
nipote del gastaldo ch'era andata sposa a Menico caffettiere. Ell'era
maritata ormai da più anni, durante i quali il conte Leonardo non
l'aveva vista, si può dire, che alla sfuggita, giacchè serbava ancora
memoria delle busse avute per causa di lei e non voleva rischiar di
pigliarne dell'altre. Ma quel soggiorno forzato di parecchi mesi in
campagna gli aveva messo addosso di nuovo il solletico, ed egli aveva
spinto ripetutamente le sue peregrinazioni fino ad Oriago a prendervi un
bicchierino di rosolio dalla bella caffettiera. Infatti Rosetta era più
bella che mai, d'una bellezza sensuale, lasciva, con un paio d'occhioni
neri che mandavano fiamme e certe rotondità baldanzose innanzi alle
quali gli eleganti d'Orlago esaurivano l'intero dizionario dei vocaboli
ammirativi. Di riputazione la Rosetta stava maluccio e l'accusavano
d'aver tresche con questo e con quello; ella poteva rispondere a ogni
modo che viveva in ottimo accordo con suo marito, e contento lui,
nessuno aveva diritto d'impicciarsene.--Non voglio gelosie, non voglio
scene--eran state le sue prime parole dopo le nozze, e il buon Menico le
aveva giurato di non darle noia, nè con scene, nè con gelosie. Lo stesso
spirito di tolleranza ella imponeva agli amanti che le male lingue le
attribuivano; s'ella usava dei favori a qualcheduno, non intendeva per
questo di lasciarsi mettere i piedi sul collo da chicchessia. I
violenti, gli appassionati non avevano fortuna con lei; la sua
benevolenza era riserbata ai mansueti ch'ell'era sicura di menar per il
naso, o agli scapati di umore gioviale che nemmeno sapevano dove stesse
di casa la fedeltà.
Rosetta capì subito che il conte Leonardo al primo rivederla aveva
pigliato fuoco come una volta, e le parve che quello fosse un uomo da
farne ciò che si voleva. Inoltre, rovinato o no, egli aveva sempre un
gran nome e aveva ancora qualche zecchino in tasca, onde Menico il
caffettiere fu pronto a riconoscere che bisognava trattar con tutti i
riguardi un avventore il quale non poteva che dar credito alla bottega.
A poco a poco il contino Bollati spesseggiò le sue gite a Oriago sino
a venirci ogni giorno; ci veniva solo nella più modesta carrettina
della rimessa, tirata dai più modesto cavallo della scuderia, un
cavallo che sarebbe andato da sè e che lo stesso Leonardo si fidava di
guidare. La vispa Rosetta, appena il suo nobile avventore entrava nel
caffè, gli moveva incontro ufficiosa, gli dava del -lustrissimo-,
dell'-Eccellenza-, gli domandava notizie della sua preziosa salute e gli
portava con le sue mani il solito bicchierino. Allora, se non c'era
nessuno, egli se la faceva sedere accanto e mesceva il rosolio anche a
lei e la supplicava di non farlo sospirar altro, chè aveva già sospirato
abbastanza. Ella, disposta a cedere, voleva però mettere a prezzo le sue
compiacenze, voleva che questo babbeo le servisse a qualcosa. In tal
guisa, quando finalmente gli capitò la ricompensa meritata, egli aveva
speso un bel gruzzolo di denari ch'erano stati impiegati in parte a
ristaurar la bottega. Figuriamoci gli epigrammi che si fecero in
quell'occasione! I muri, quantunque meno eloquenti di quello che non
siano al nostro tempo, furono coperti di scritte ove al nome del
caffettiere e a quello della moglie s'aggiungevano degli epiteti tolti
al regno animale. Nè il cospicuo lignaggio fu sufficiente difesa al
conte Leonardo. Anch'egli lesse il suo nome, l'illustre nome dei
Bollati, seguito da un appellativo ingiurioso, e pensò che sua madre
aveva ragione di dire che la petulanza dei carbonari non aveva più
limite. Infatti bisognava esser carbonari per mancar di rispetto in
quella maniera a un nobile veneto. Comunque sia, l'esempio di Menico e
della Rosetta, i quali pigliavano la cosa con la massima indifferenza,
persuase il conte Leonardo a calmarsi.
Forse Menico e la Rosetta non avevano torto. Quelle iscrizioni concise
ed espressive restarono per un pezzo a far bella mostra di sè sulle
muraglie, ma la filosofia di coloro che v'eran presi di mira spuntò gli
strali della satira, e gli abitanti del villaggio, ch'eran gente di
buona pasta, non istettero molto ad amnistiare le relazioni amichevoli
della Rosetta e del conte Leonardo Bollati. Anzi il conte finì
coll'esser considerato un personaggio attinente alla bottega, una specie
di patrono, di capitalista a cui gli avventori facevano giunger
rispettosamente la manifestazione dei loro desideri e delle loro
lagnanze. Se lo zucchero non era abbastanza dolce, se il caffè sapeva di
paglia, se le carte da giuoco eran troppo unte, si diceva una parolina
al signor conte ed egli provvedeva a far cambiare lo zucchero, il caffè
e le carte da gioco; se un vetro era rotto, si diceva al signor conte
ch'era una bruttura il turare il buco con un foglio di carta oliata, ed
egli mandava subito pel finestraio. Con questo savio sistema Sua
Eccellenza Leonardo si conciliava le grazie della Rosetta, la tolleranza
di Menico e la benevolenza universale. Però c'era una difficoltà.
Bisognava aver sempre la borsa fornita, e la borsa del contino Bollati
si smungeva rapidamente. Finchè egli aveva avuto anelli, spille o altra
roba di valore, il servizievole signor Oreste lo aveva aiutato con
grandissimo zelo. Il valentuomo, che una volta alla settimana si recava
a Padova pei doveri d'ufficio, sia che impegnasse o vendesse davvero gli
oggetti affidatigli, sia che fingesse d'impegnarli o di venderli e li
tenesse invece per sè, tornava sempre con un po' di danaro. Ma quando
non ci fu più nulla, il signor Oreste mutò contegno e linguaggio, e
disse che non solo egli non voleva più favorire i vizi di Sua
Eccellenza, ma era deciso a pensare ai casi propri e a far qualche passo
per mettere al sicuro il suo vecchio credito. Allora il nostro
giovinotto cominciò a presentarsi alla Rosetta con le mani vuote, e
trovò accoglienze assai diverse da quelle d'un tempo. La furba
caffettiera gli teneva il broncio; Menico, forse catechizzato dalla
moglie, lo guardava con piglio sospettoso, come se fosse stato colto da
un tardo accesso di gelosia; gli avventori della bottega avevano l'aria
di canzonarlo, e prima che fosse terminata la villeggiatura il povero
contino Leonardo fu pulitamente messo alla porta dalla sua bella.
In quel torno di tempo accadde un fatto d'incontestabile gravità. Il
signor Oreste non aveva voluto che le sue minaccie rimanessero prive
d'effetto, ed era ricorso a un legale per vedere in qual modo egli
potesse far valere le sue ragioni contro il contino Leonardo. Noi
sappiamo che il contino Leonardo gli aveva sottoscritto parecchie
cambialette, le quali erano sempre nelle mani del sovventore e
figuravano come non pagate. Il legale, pur dicendo ch'era un affar
serio perchè si trattava di prestiti a un minorenne, promise di tentar
qualche cosa, e tentò realmente un accomodamento amichevole con -sior-
Bortolo, l'agente generale. Ma, in primo luogo, non c'eran quattrini nè
pochi nè molti, e poi -sior- Bortolo montò su tutte le furie sentendo
che il cuoco gli faceva la concorrenza nell'imbrogliare i padroni, e
scrisse di buon inchiostro alle Loro Eccellenze. Il conte Zaccaria e la
contessa Chiaretta questa volta pigliarono fuoco anche loro, e la
contessa soprattutto fece al signor Oreste una scena non più vista, nè
udita. Era tanto e così strano il furore della gentildonna che don Luigi
uscendo sbigottito dalla sua camera fu in dubbio se dovesse
esorcizzarla.
La conclusione si fu che il signor Oreste ebbe quarantott'ore per far
fagotto. Ed egli partì infatti, ma, partendo, commise un delitto sì
atroce che il labbro rifugge dal raccontarlo. Come s'egli volesse
lasciar buona memoria di sè, nel giorno precedente a quello in cui egli
doveva andarsene, egli allestì un pranzo squisito, degno di qualunque
celebrità culinaria. C'era specialmente un manicaretto di lepre che la
-lustrissima- Chiaretta dichiarò la miglior cosa ch'ella avesse mangiata
in sua vita, e che le fece dimenticare per qualche minuto una cura
fierissima che la turbava. Il gatto Romeo, il bel soriano che la
contessa portava seco in villeggiatura, era sparito fin dalla sera
innanzi, e nessuno ne sapeva nuova. Si sperava che egli fosse in giro
per fini galanti e tornasse la mattina dopo, ch'era quella appunto in
cui il signor Oreste doveva lasciar la villa. Quella mattina, invece a
ora di colazione e quando il cuoco era già lontano, capitò un biglietto
misterioso indirizzato:
-A la lustrissima D. N.
Contessa Chiareta Bolatti
in-
-Sue Grassiose Mani.-
Non c'erano che poche righe:
-Lustrisima sigora Contessa.-
-Mi preggio avisarlla che il ragù di lepre da Ella mangato geri era
il gato Romeo. Ciò per sua cuiette. Le baco le mani e sonno il suo
cuocho per servilla-
ORESTE MEOLO.
La contessa Chiaretta ebbe un assalto di convulsioni e cadde nelle
braccia della nuora.
XVIII.
La salute non mai vigorosa di Sua Eccellenza Chiaretta ricevette una
scossa gravissima da questo tragico avvenimento. Solo il piacere della
vendetta, che dicono essere il piacere degli Dei, avrebbe potuto far
nascere in lei una benefica reazione, ma il vile uccisore di Romeo era
fuggito e le imperfette leggi della società moderna non tengono conto
del gatticidio. Onde alla -lustrissima- Bollati non restò altro conforto
che quello di querelarsi e d'imputare al carbonarismo questa nuova
nefandità. Nè, ritornata di lì a poco a Venezia, e ridotta a vivere nel
secondo piano del suo palazzo, ella vi si trovò in tali condizioni da
poter rinfrancarsi di corpo e di spirito.
Adesso sì i Bollati cominciavano ad avvertir davvero i segni precursori
della miseria. Quegli stanzoni del secondo piano, non più abitati, non
più aperti quasi, dopo la morte del vecchio conte Leonardo, avrebbero
voluto lusso di addobbi a rivestirne le larghe pareti, e allegria di
fuochi crepitanti nel caminetto a mitigar il rigore delle lunghe sere
invernali. Invece la mobilia povera e scarsa mal nascondeva i guasti dei
muri screpolati e ammuffiti, e dall'ampie bocche dei caminetti senza
bragie e senza legna, anzichè il calore e la luce, veniva a buffate
l'aria umida e fredda. La sala che, simile a quella del primo
appartamento, divideva longitudinalmente il quartiere in due parti
uguali, era priva di tende e d'ogni specie di suppellettili e metteva i
brividi al solo affacciarvisi, nè la si poteva attraversare che
impellicciati e a capo coperto, provocando una fuga generale dei topi
che non avevano l'abitudine di esser disturbati nelle loro scorrerie.
C'era però una stanza ove i topi non si rintanavano, non fuggivano, ma
guardavano petulantemente l'uomo come un intruso, ed era la cosidetta
biblioteca o piuttosto archivio di famiglia, chè in fatto di libri non
ce n'eran stati troppi in palazzo neppure ai tempi della Serenissima, e
i Bollati, uomini d'azione più che di studio, avevano sempre avuto una
scarsa passione per la lettura. Ma quegli scaffali erano stati pieni di
filze, di buste, di pergamene, di registri che rendevano conto di tutte
le mutazioni avvenute nel patrimonio dallo scorcio del secolo
decimosesto fino alla caduta della Repubblica e ch'erano stati
spesso consultati dagli antichi e coscienziosi amministratori.
Subentrato poi il disordine col predecessore di -sior- Bortolo e
inaugurato da -sior- Bortolo stesso il regime dell'anarchia,
l'archivio cadde in assoluta dimenticanza o per meglio dire fu visitato
soltanto da qualche servo infedele che trafugava filze e registri per
venderle ai pizzicagnoli. Ora i rosicchianti compivano l'opera.
Moltiplicatisi prodigiosamente per virtù della vita comoda e delle
facili nozze, essi digerivano con la medesima disinvoltura la carta e il
cartone, lo spago e la pergamena, le prime note e i libri mastri, le
lettere dei gastaldi e quelle delle Eccellenze, i contratti e le
-mariegole-, le -commissioni- degli ambasciatori e le -promissioni-
ducali. Per distruggerli ci sarebbe voluta una legione di gatti, ma si
preferiva di lasciarli in pace sperando che così rinuncierebbero ad
invadere il resto dell'appartamento. Solite e vane speranze dei deboli
nella moderazione dei forti.
La tristezza dei luoghi era accresciuta dalla solitudine e dal silenzio
che vi regnavano. Non c'era stato neanche bisogno di ridurre il numero
dei servitori; a eccezione di due rimasti o per fedeltà, o per
abitudine, o per la speranza di razzolare ancora qualche cosa, gli
altri, visto che il bottino era fatto, s'eran licenziati da sè. E anche
don Luigi aveva privato la famiglia delle sue prestazioni domestiche e
de' suoi conforti spirituali. Pover'uomo! Non aveva poi tutti i torti.
Sul resto poteva transigere, ma aveva almeno il diritto di mangiar bene,
e dopo la partenza del cuoco non c'era più caso di veder portare in
tavola un piatto decente. Il dotto istitutore del conte Leonardo se ne
andò carico di tutti i suoi manoscritti inediti, imprecando alla sorte
che lo aveva fatto nascere un secolo troppo tardi. Cent'anni prima egli
sarebbe invecchiato pacificamente presso i suoi Mecenati a' quali
avrebbe potuto dedicar le sue opere stampate a loro spese in edizione di
lusso.
In quanto agli antichi conoscenti alcuni non si facevano più vivi, altri
venivano per curiosare; primissima fra questi la contessa Ficcanaso a
cui non pareva vero di andar in giro per la città esclamando con aria
contrita:--Madonna Santa! Quei Bollati a che punto sono ridotti! È una
cosa che stringe il cuore.... Una famiglia come quella!... Io vado a
salutarli per amicizia, perchè non si vedano abbandonati da tutti, ma ci
patisco, in fede mia ci patisco.... Ma! Che lezione pei Rialdi i quali
han messo sossopra cielo e terra per accalappiare il conte Leonardo! Eh!
Se non fosse che per quella pettegola della contessa Zanze si dovrebbe
dire che c'è una giustizia a questo mondo.
Così a poco a poco la loquace femmina lasciava trasparire l'intima
soddisfazione recatale dalle disgrazie de' suoi amici.
E ormai cadevano come foglie secche le ultime illusioni di Fortunata. La
campagna aveva esercitato un'azione pacificatrice sul suo spirito, aveva
avuto la virtù di attutire in lei le impressioni spiacevoli, di render
più intense le impressioni gioconde. E poi la piccola Margherita era
tanto sorridente, pareva tanto felice di trovarsi all'aria aperta, in
mezzo all'erba, agli alberi, ai fiori, che la tenera madre non aveva
tempo da pensare ad altro, nemmeno all'abbandono del marito, nemmeno
alla povertà minacciosa. Oggi la scena era cambiata. La bimba non
sorrideva più, e perdeva il suo bel colore di rosa, e piagnucolava pei
geloni, e mostrava di non comprendere, senza poterlo dire ancora, perchè
l'avessero condotta in quelle stanze fredde e melanconiche invece di
lasciarla dov'era. La bimba non sorrideva più, e Fortunata, priva di
quel sorriso attraverso il quale le cose le erano apparse tinte d'una
luce gaia, si trovava a faccia a faccia con la nuda realtà, e guardava
paurosamente all'avvenire. Che sarebbe di lei, che sarebbe della sua
creatura?
Tentar di scuoter Leonardo, richiamarlo alla coscienza dei suoi doveri,
era impresa disperata. Testimonio, consapevole o no, d'una rovina che
del resto nessuna forza umana poteva evitare, il giovane conte Bollati
s'abbrutiva ogni giorno peggio nei vizii, e per resistere alle preghiere
e ai buoni consigli trovava un'energia che non aveva mai trovato per
fare il bene. Guai se sua moglie gli rivolgeva un'esortazione, un
rimprovero, guai s'ella rimaneva alzata ad aspettarlo quand'egli tornava
a casa nel cuor della notte! Egli la colmava di improperi e si scagliava
contro quelle santocchie che con le loro finzioni di tenerezza e i
sospiri e gli sdilinquimenti e le arie da vittime cercano di dettar la
legge agli uomini e di condurseli dietro come cagnolini. Non l'avevano
ancora capita ch'egli voleva esser libero? Non avevano capito che s'era
tenuto una stanza separata da quella di sua moglie e della bambina
appunto perchè intendeva andare e venire quando e come gli piacesse
senza render conti a nessuno?
Dopo un paio di queste scene, Fortunata non osava più farsi vedere, ma
d'altra parte ella non poteva pigliar sonno finchè non fosse sicura che
suo marito era in casa. E le accadeva sovente, dopo spento il lume, di
mettersi a sedere sul letto, col busto avviluppato in uno sciallo, con
le orecchie tese, con gli occhi fissi nel buio. Nei silenzi notturni le
giungeva distinto dal campanile della parrocchia il suono delle ore, le
due, le tre, le quattro talvolta; finalmente ella sentiva aprir la porta
dello scalone e Leonardo col suo passo strascicato attraversar la sala
ed entrar nella sua camera di cui richiudeva rumorosamente l'uscio
dietro di sè. Non c'era dubbio pur troppo ch'egli venisse a fare
un'improvvisata alla sua sposa, a dare un bacio alla sua figliuola.
Fortunata, singhiozzando, cacciava la testa sotto le coperte.
Intanto, come se le disgrazie fossero poche, la contessa Chiaretta
deperiva a vista d'occhio, e quella primavera bisognò per cagion sua
rinunziare alla campagna. Ella non aveva una malattia ben determinata;
aveva degli accessi di estrema debolezza da cui si rimetteva
temporaneamente per ricader poi nella prostrazione di prima. Il medico
di famiglia che la curava per amicizia tentennava il capo dicendo:--Non
ci vedo chiaro. Tanto può durare degli anni, tanto può morire da un
momento all'altro. Non lasciatela mai sola.
Sua Eccellenza, assistita a vicenda dalla nuora, dalla contessa Zanze e
da una vecchia fantesca, tirò innanzi sin verso la fine dell'estate
continuando ad attribuire ai carbonari tutti i guai pubblici e privati,
e lagnandosi col suo padre spirituale monsignor Lipari (il buon canonico
di San Marco che aveva favorito il matrimonio di Fortunata e Leonardo)
della eccessiva tolleranza dei Governi verso i nemici del trono e
dell'altare. Ma quando nel giugno 1846 Pio Nono salì al Pontificato e un
mese dopo la sua elezione promulgò l'amnistia pei delitti politici, la
contessa Chiaretta non potè resistere a questo nuovo colpo, e prese
commiato da un mondo ove l'ordine naturale delle cose era sconvolto e i
patrizi veneti andavano in rovina e i Papi facevano all'amore coi
rivoluzionari.
Lo scarso numero di gondole che seguirono al cimitero il feretro della
defunta dimostrò a luce di meriggio quanto in basso fossero caduti i
Bollati. E pensare che ott'anni prima mezza Venezia era accorsa ai
funerali del conte Leonardo!
--Buffoni!--brontolava Sua Eccellenza Zaccaria prendendo nota dei pochi
ch'eran venuti e dei molti ch'eran mancati.--Credono che non siamo più
quelli d'una volta. Come resteranno intontiti quando principierò a
mettere in circolazione l'oro della mia miniera!
Con questa fissazione in testa, il conte Zaccaria non ebbe campo di
sentir troppo profondamente la perdita ch'egli aveva fatta. Solo
esternava il rammarico che sua moglie non fosse vissuta abbastanza da
veder rifiorire le condizioni economiche della famiglia. Invece
Leonardo, che si rideva della miniera paterna, provò lo sbigottimento
che i pusillanimi provano sempre allo spettacolo della morte. Dalla
finestra egli accompagnò con lo sguardo il funebre corteggio che usciva
dal portone del palazzo per avviarsi alla chiesa; poi si rannicchiò
pallido e smarrito presso la moglie che, interpretando quell'atto come
un segno di resipiscenza e rasciugandosi le lagrime che le sgorgavano
sincere e abbondanti dal ciglio,--Oh Leonardo--gli disse--per la memoria
della tua povera mamma che adesso è lassù a pregare per noi, per amor di
questa bambina innocente che è pur figlia tua, fa senno, Leonardo. Se è
proprio destinato che la miseria debba picchiare alla nostra porta,
pazienza.... Vogliamoci bene almeno noi che siamo rimasti al mondo,
viviamo l'uno per l'altro, e tutte le privazioni ci parranno lievi....
Credilo pure, la vita che fai non può darti alcuno soddisfazione, non
può che rovinare la tua salute.
Quest'era l'argomento che poteva colpire di più un uomo come Leonardo. E
infatti per alcuni giorni, fosse effetto delle parole di Fortunata,
fosse l'impressione del lutto recente, egli sfuggì i soliti amici e
passò la maggior parte della giornata in casa, contentandosi, miracolo
davvero nuovo per lui, di uscir tre sere di seguito in compagnia della
moglie. Senonchè le abitudini dissolute hanno fra gli altri guai anche
questo, che chi vuol levarsele d'addosso deve non solo combattere le sue
inclinazioni, ma deve pur rassegnarsi a soffrire per qualche tempo cento
piccoli acciacchi sinchè il corpo si avvezzi al cambiamento di stato.
Leonardo, uso a cercare un vigore fittizio nelle bibite spiritose, uso a
respirar l'aria viziata ma calda delle osterie e delle alcove, provava
un malessere indefinibile, un senso di spossatezza, di freddo, di cui
non riusciva a liberarsi. Se si guardava nello specchio, si sgomentava
della sua tinta terrea, dei suoi occhi infossati, delle sue guancie
cascanti; gli pareva di sentirsi vecchio e attribuiva alla breve
astinenza quello ch'era effetto del lungo libertinaggio.
Uno de' suoi compagni di stravizzi, vistolo una mattina per la strada,
gli corse dietro, e battendogli sulla spalla--ehi Bollati--gli
disse--come va?... Hai fatto divorzio dal mondo... Capisco... la perdita
della madre... È una gran disgrazia... ma che farci? siamo tutti
mortali, e i vecchi bisogna che se ne vadano prima dei giovani.... Tu
però... non ci avevo badato... hai l'aria molto patita, sai?...
--Ti pare?--balbettò Leonardo sbigottito di sentir dal labbro di
un'altra persona la conferma di ciò che s'era detto lui stesso.
--Sì, parola d'onore.... Del resto, se stai bene....
--Oh sì, sto bene... sono un po' fiacco....
--Si vede.... Andiamo a prendere un bicchierino di -cognac-?
--No, no....
--Andiamo; pago io.... Voglio procurarmi il piacere di servir Sua
Eccellenza il nobiluomo Leonardo Bollati.... Sua Eccellenza non si
degna?
Leonardo cedette, e dopo bevuto quel bicchierino ripetè l'ordinazione, e
questa volta pagò lui, per sè e per l'amico. Il magico liquore entrava
nel suo stomaco come un padrone che rientra in casa dopo qualche tempo
d'assenza; casa e padrone si riconoscono e sono contenti di ritrovarsi.
--Auff!--esclamò il Bollati tirando un gran respiro.--Adesso sono un
altro uomo.
--Lo credo io--soggiunse il compagno.--Hai subito rifatto una cera da
cristiano.
--Davvero?
--Sicuramente.... Non c'è nulla che ristori come un sorso di
-cognac-.... Si prende un terzo bicchierino?
--Un terzo poi... è troppo.
--Ma che ubbie.... Questo lo giocheremo a pari e dispari.
Così fu fatto e Leonardo perdette.
--A dar retta alle donne si dovrebbe adottare il regime dell'acqua e
latte--egli disse leccandosi le labbra.
--Non tutte le donne però--rimbeccò l'altro.--Ti rammenti della
Mariannina?
--Quale? La figurante della -Fenice-?--domandò il conte Leonardo con gli
occhietti lustri.
--Quella appunto.... Che bevitrice!... È a Venezia di nuovo....
--Diavolo! Da quando?
--Da poco.... Stasera è a cena con noi altri al -Cappello-.... Dovresti
venire anche tu....
--Io?... No.... Sono in lutto....
--Capisco.... Se si trattasse d'una gran cena, se ci dovesse essere
molta gente.... Ma è una cenetta senza pretesa.... non siamo che in
cinque, io, per non dimenticarmi, Arduzzi, Caldieri, Dal Maido e la
Mariannina.... Vieni, vieni....
--No... oltre al lutto... se tu sapessi... ho tanti fastidi....
--Ragione di più per distrarsi.
--Quel maledetto -sior- Bortolo mi lesina il centesimo....
--Eh... non siamo -in floribus- nessuno. Appunto per questo s'è limitata
la spesa... Quattro svanziche a testa compreso il vino.... Poi si
pagherà una bottiglia alla Mariannina, tanto per vederla un po'
brilla.... Sai che originale è quando ha bevuto più del bisogno.... Tre
anni fa, al Ridotto, non ti ricordi?
Leonardo si mise a ridere. Se si ricordava! Una notte allegra come
quella non l'aveva passata mai.
L'idea di veder la Mariannina un po' brilla esercitava un fascino
singolare sull'animo del giovane conte. E dopo altri tentennamenti, egli
si risolse ad andare al ritrovo.
E vi andò infatti, ed ebbe il piacere di veder la Mariannina un po'
brilla, ma sembra che non uscisse neppur lui dalla cena in condizioni
normali, se gli amici stimarono opportuno di accompagnarlo a casa e di
aiutarlo a metter la chiave nel buco della serratura.
Spuntava il giorno e Fortunata non aveva ancora chiuso occhio. Le sue
speranze di ricondurre il marito sulla retta via erano durate una
settimana.
XIX.
A grado a grado, da quella facilità di illudersi che possono avere anche
i savi, il conte Zaccaria era arrivato a quell'allucinazione permanente
che non hanno se non i pazzi. La sua era una pazzia ilare, innocua,
tranquilla, ma era pur sempre una pazzia, e quand'egli discorreva in
tuono di profonda convinzione dell'immense ricchezze che dovevano
venirgli da cento parti, era impossibile prendere abbaglio sul vero
stato del suo cervello. Tuttavia, in complesso, egli era più da
invidiare che da compiangere. In mezzo al crollo della sua fortuna, egli
stava sereno ed impavido come l'uomo giusto d'Orazio. Non si poteva
andar più a villeggiar sulla Brenta perchè la tenuta era stata mandata
all'asta dai creditori? Egli si stringeva nelle spalle, e diceva che non
gliene importava nulla perchè la Brenta gli era venuta in uggia e voleva
fra poco comperarsi una villa di suo gusto, in collina. Gli stessi
creditori, insaziabili arpie, s'impadronivano del podere situato in
Friuli, proprio quello in cui avrebbe dovuto esserci la famosa miniera?
Il nostro gentiluomo sorrideva con aria di superiorità:--Bah! Il podere
se lo piglino pure.... Quattro campi sterili.... Ma il diritto sulla
miniera l'ho sempre io.... Carta canta.--E tirava fuori una carta, ove
coloro che avevano fatto il sequestro dichiaravano realmente di
rinunziare ai prodotti della -eventuale miniera aurifera che si trovasse
sul fondo-. Questa dichiarazione da burla s'era ottenuta senza fatica,
giacchè, dal conte Zaccaria in fuori, non c'era nessuno che prendesse
sul serio l'esistenza della miniera.
A metter di buon umore Sua Eccellenza Bollati contribuiva altresì il
fermento politico che andava propagandosi per l'Italia. Dopo la morte
della contessa Chiaretta, ch'era una reazionaria di tre cotte, il conte
Zaccaria aveva spiegato una certa propensione alle idee liberali. Diceva
ch'era tempo di finirla, che i popoli erano stanchi d'esser trattati
come pecore, e che il Governo austriaco non meritava più la fiducia dei
Veneziani. Chi sa? Forse egli non era alieno dal credere alla
risurrezione della Serenissima, nel qual caso, se non facevano doge lui,
chi dovevano fare? Ma sopratutto era entusiasta di Pio IX, vero
italiano, vero capo della Chiesa, vero padre dei fedeli. Quello era un
uomo che doveva stabilir il regno della giustizia nel mondo, e per
cominciar bene il -lustrissimo- Zaccaria sperava che Sua Santità avrebbe
fatto giustizia a lui nella rivendicazione dagli eredi Steno. Poichè la
sostanza Steno era andata a finire da un pezzo nelle mani della Pia
fondazione dei Catecumeni, fondazione, come ognun vede, d'indole
religiosa, e quindi tale da permettere al Papa di guardarci dentro e di
farle restituire il male acquistato. I legali avevano un bel dire che,
quand'anche il credito dei Bollati verso gli Steno fosse stato
sacrosanto, esso era ormai caduto in prescrizione da più d'un secolo; il
conte Zaccaria li lasciava discorrere e sorrideva sotto i baffi. Se il
Papa prendeva le sue parti, importava molto la prescrizione! E a Sua
Santità egli aveva spedito un -memorandum- di venti pagine tutte scritte
di suo pugno, e non dubitava nemmeno di riceverne presto o tardi una
risposta favorevole. Certo che non bisognava aver fretta; il Sommo
Pontefice era tanto occupato!
Una sola cosa turbava l'ottimismo di Sua Eccellenza Bollati, ed era
l'impossibilità di ottenere l'aiuto del figlio nell'esecuzione dei suoi
disegni. Quel Leonardo era sempre un ragazzaccio, e il conte Zaccaria
non lo nominava senza una certa inflessione di voce e una certa
scrollatina del capo più eloquenti d'ogni parola.--Quel Leonardo--egli
diceva nei momenti di maggiore espansione--non è cresciuto come speravo.
E sì che non si è risparmiato nulla per la sua educazione, e non gli son
mancati i buoni consigli.... Ma! Fatalità!... Capisco; le donne, il
giuoco, il vino sono una gran tentazione per un giovinotto
dell'aristocrazia che non può vivere come un anacoreta, specialmente
quando gli corre nelle vene il sangue dei Bollati;... ma, santo Iddio,
c'è modo e modo... -est modus in rebus....- Io, per esempio... sì... mi
sono divertito... sempre nei limiti però... sempre tenendo alto il
decoro della famiglia... sempre trovando il tempo d'occuparmi degli
affari, quantunque la gente non lo credesse.... Adesso mi renderanno
giustizia.... Eh, se non ci fossi stato io che scovavo fuori quei due
filoni della miniera e dell'affare Steno, l'aveva da esser bella con
questi anni di cattivi raccolti, con questa petulanza di creditori che
fanno atti, sequestri e ogni specie di porcherie senza un riguardo al
mondo, e come s'io fossi un bifolco simile a loro.... Del resto io me ne
rido... so che a loro marcio dispetto lascierò ai miei eredi il
patrimonio quadruplicato. In fede mia, Leonardo non lo meriterebbe, no
davvero, non lo meriterebbe.
Quanto più il conte Zaccaria si persuadeva dei demeriti del figliuolo,
tanto più egli si mostrava gentile con la nuora. Lodava la sua pazienza
col marito, la sua bontà con la piccina, la sua attitudine a capir le
cose (poveretta! ella ascoltava a bocca aperta i suoi spropositi senza
osare di contraddirgli) e largheggiava sempre maggiormente nelle
promesse. Basta; se ne sarebbe accorta un giorno, dopo la sua morte.
In mezzo a queste volate d'una fantasia inferma c'era però un
sentimento vero. Il conte Zaccaria aveva preso sul serio a voler bene a
Fortunata. Era una di quelle tenerezze della vecchiaia che somigliano
tanto alle tenerezze dell'infanzia, una di quelle tenerezze alimentate
piuttosto dai sacrifizii che esigono che da quelli che fanno. Nondimeno
Fortunata se ne contentava, e nel suo cruccio di vedersi mancar l'amore
del marito, le dimostrazioni affettuose del suocero erano di gran
conforto per essa. Tanto più che la benevolenza del conte si estendeva
alla nipotina, alla quale egli mostrava una tenerezza che non aveva mai
mostrato ai suoi due figliuoli. La bimba, dal canto suo, aveva pel nonno
una simpatia appena agguagliata dalla ripugnanza invincibile ch'ella
provava pel babbo. Già il babbo non le aveva mai fatto una carezza; era
sempre cupo, stralunato, negletto nel vestire, con la barba ispida e i
capelli arruffati; il nonno invece la pigliava volentieri in collo, le
regalava delle chicche e l'affidava col suo viso ordinariamente sereno,
con la persona linda e pulita, con l'intonazione amichevole dei lunghi
discorsi ch'egli teneva alla mamma, passeggiando su e giù per la stanza,
gestendo anche con vivacità, ma senza perdere una tal quale compostezza
di gentiluomo.
Suocero e nuora uscivano sovente a braccetto, e andavano ora a fare una
giratina sulla Riva degli Schiavoni, ora a prendere il caffè da Suttil
in piazza San Marco, ove qualcuno dei conoscenti si accostava al loro
tavolino per barattar quattro chiacchiere. Gli altri avventori si
guardavano strizzando l'occhio e tentennando la testa; poi, quando i
Bollati non c'erano più in bottega, principiavano i commenti.
--È matto....
--Un matto allegro.... Non parla che delle sue ricchezze....
--Invece siamo agli sgoccioli, non è vero?
--Altro che agli sgoccioli!... Tutte le campagne all'asta... citazioni,
oppignorazioni da tutte le parti....
--Uno di questi giorni andrà all'incanto anche il palazzo.
--Lo comprerà il -Milord-.
--Probabile.
--C'è sempre quella gioia del -sior- Bortolo?
--Sì, c'è ancora... finchè può raspare.
--È stato la rovina della famiglia.
--Ci ha cooperato sicuro.... Ma se avessero avuto un po' di cervello i
padroni....
--E il figliuolo? Vi par poco?
--Non discorriamone neanche.... Quello ha tutti i vizi.... Ed è
crivellato di debiti per suo conto particolare.
--Sì, come se non bastassero quelli della casa.
--Non si capisce nemmeno come tirino innanzi.
--Ma! Vendendo o impegnando il poco che resta.... Le fortune colossali
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