ragazza, uscì dalla camera coi genitori e disse loro che le supposizioni
della signora contessa avevano proprio côlto nel segno.
--Povero me, povero me!--gemette il conte Luca, cacciandosi le mani nei
pochi capelli che gli rimanevano.--Poteva toccarmi di peggio?
La contessa moglie gli diede sulla voce.--Ci vuol altro che queste
smorfie! Adesso si vedrà se siete un uomo o un -pampano-.
La qual cosa si doveva vedere, ma non si vide, perchè la contessa Zanze,
secondo il suo solito, prese la direzione della faccenda e al marito
lasciò l'ufficio, meno arduo e delicato, di tener compagnia alla
figliuola.
XII.
L'annunzio del grave avvenimento fu come lo scoppio d'una bomba in casa
Bollati. Di così grosse Leonardo non ne aveva fatte mai, nè aveva mai
recato un impiccio simile alla famiglia, neppure quella volta dello
scandalo in giardino. Come immaginarsi che quel ragazzo si
incapricciasse della Fortunata, una giovinetta senza forme e senza
colore, che aveva diciott'anni e ne mostrava sedici, e con la quale egli
aveva giocato alla bambola? E per peggio, il diavolo ci doveva metter la
coda; anche un bimbo in prospettiva ci doveva essere!--Già--notava in
cuor suo il lustrissimo Zaccaria--un gran sangue quello dei Bollati.
Sicuro, un gran sangue. Ma intanto (poichè non s'era nemmeno potuto
effettuare l'andata in campagna a cagione di un'epidemia di tifo che
infestava in quei mesi i pressi della villa) non c'era modo di levarsi
d'attorno la contessa Zanze, la quale voleva che si rendesse l'onore
alla sua creatura, e s'era ostinata a non veder altro risarcimento
possibile che il matrimonio. E non si lasciava mica scoraggiare dalle
ripulse, ma tornava alla carica col -lustrissimo- Zaccaria, o con la
-lustrissima- Chiaretta, o con Leonardo, o con don Luigi, che nella sua
qualità di ecclesiastico avrebbe pur dovuto capire quale fosse l'obbligo
sacrosanto dei suoi padroni.
Don Luigi, uomo alieno dai fastidi, aveva in principio adottato la
tattica di non credere all'importanza della cosa.
--Esagerazioni, esagerazioni--egli diceva.--Le ragazze senza esperienza
prendono spesso lucciole per lanterne.
La contessa Zanze si sentiva il prurito di graffiargli gli occhi.--Ma
che lucciole, ma che lanterne? Metterebbe forse in dubbio quello che
Leonardo confessa?
--I giovinotti, si sa, hanno l'abitudine di vantarsi.
--Auff! Ma se il medico ha dichiarato che mia figlia... via, non lo sa
quello che ha dichiarato il medico?
--Bisogna star a vedere, bisogna aspettare... I medici, cara contessa,
pigliano tanti granchi a secco.
Finalmente don Luigi si arrese all'evidenza. Gli dispiaceva, proprio da
galantuomo gli dispiaceva assai. Ma che poteva farci? Le Loro Eccellenze
non ricorrevano a lui per consiglio... eh, pur troppo, i preti non eran
più tenuti nel conto d'una volta.... E poi era un affare
difficilissimo;... tutte le soluzioni avevano i loro inconvenienti...
senza dubbio il matrimonio riparava al mal fatto... ma c'erano le sue
obbiezioni, oh se c'erano....
La contessa Rialdi non voleva ammettere che ce ne fossero affatto, si
riscaldava, usciva dai gangheri, e pretendeva tener responsabile il
sacerdote della cattiva condotta del suo allievo. Allora anche a don
Luigi saltava la mosca al naso, e, accendendosi in viso, egli dichiarava
che aveva instillato al contino principii di moralità e di religione, e
che non era colpa sua se l'altro non aveva saputo trarne profitto.
Insomma perchè lo tiravano in ballo lui? Perchè non lo lasciavano
attendere in pace a' suoi studi?
Coi cugini Bollati la contessa Zanze era a vicenda umile e petulante,
supplichevole e minacciosa. Vantava i servigi da lei resi a Leonardo
durante la sua malattia e così indegnamente ricambiati, dipingeva coi
più tetri colori lo stato della propria famiglia dopo la catastrofe;
Fortunata che si stemperava in lagrime; il conte Luca che ci rimetteva
la pelle dall'avvilimento; oh se ce la rimetteva; lei ch'era invecchiata
di più anni in pochi giorni e ch'era sostenuta soltanto dall'idea di
giovare agli altri;... senza contare poi Gasparo che navigava nelle
acque del Levante e che ancora non sapeva nulla, ma che quando avesse
saputo.... Misericordia! Era meglio non pensarci neanche.
Quest'era il nembo lontano che ruggiva nei discorsi della contessa, ma
di lì a poco tornava il sereno, tornava l'idillio pastorale. Che moglie
più amorosa di Fortunata poteva mai trovare Leonardo; che nuora più
devota, più ubbidiente potevano trovare il conte Zaccaria e la contessa
Chiaretta? Non era una Venere, ma non era nemmen brutta e spiacente, e
poi aveva tutto le qualità morali che è lecito desiderare in una
ragazza... buona, docile, pia.... Era povera sì, pur troppo, non aveva
dote; ma che bisogno avevano di dote i Bollati?... Che cos'è il danaro?
Che cos'è la ricchezza?... In quanto alla nobiltà dei Rialdi, nessuno
pretendeva che essa fosse paragonabile a quella dei Bollati, ma era
sempre una nobiltà genuina, co' suoi documenti in regola, non una delle
tante che circolano per la piazza.
Ma la parte più commovente delle arringhe della contessa Zanze era
quella che si riferiva al nascituro. Ella s'inteneriva al solo pensarci.
Lo amava già con tutta l'anima quel suo nipotino. Ed era anche nipotino
loro, dei Bollati; era, voglia o non voglia, un Bollati... Possibile che
si rifiutassero di riconoscerlo?... Bisognava altresì considerare che
vantaggio inestimabile sarebbe stato per Leonardo il prender moglie....
Era forse l'unico modo di sottrarlo davvero alle tentazioni, alle
cattive amicizie e ai cattivi esempi.
Insomma la loquace femmina tratteggiava ai Bollati un quadro compiuto di
felicità domestica. Che se le riusciva di abbrancar Leonardo (e non era
cosa facile) rincarava la dose. Aveva a un passo il Paradiso ed esitava
ad entrarci, quel disutilaccio.
Malgrado della sua furberia, la contessa Zanze non s'appigliava al mezzo
migliore per far entrare in grazia il matrimonio a Leonardo. La
prospettiva delle gioie casalinghe non lo seduceva punto, e chi avesse
voluto persuaderlo a sposarsi avrebbe agito più saviamente dicendogli
che il matrimonio era una semplice formalità, e che dopo le nozze egli
avrebbe potuto menar la solita vita, senza paura che la moglie lo
tormentasse con tenerezze o con gelosie, o che i figliuoli gli
ruzzolassero fra le gambe o lo assordassero coi loro strilli.
Tutto considerato, i maggiori ostacoli all'adempimento del gran disegno
della contessa Zanze non venivano nè dal -lustrissimo- Zaccaria, nè
dalla -lustrissima- Chiaretta. Certo ch'essi non favorivano l'unione da
lei vagheggiata, certo che avrebbero voluto anzi impedirla, ma non
avevano per essa una di quelle ripugnanze invincibili che fanno cascar
le braccia e troncano le parole in bocca a chi difende una causa.
Il conte un fondo di gentiluomo l'aveva; egli capiva che il danno recato
da suo figlio ai Rialdi non è di quelli che si risarciscano con l'oro, e
che non era una bella cosa pei Bollati il restar con quella macchia sul
loro nome, e che la contessa Zanze non aveva torto a veder una sola
riparazione possibile....; quantunque fosse lecito sospettare ch'ella
avesse una gran parte di colpa in ciò che era accaduto.
La -lustrissima- non era mossa dalle ragioni di suo marito. Ella non
poteva soffrire quella inframmettente e pettegola cugina Rialdi e non
avrebbe voluto fargliela spuntare a nessun prezzo; giacchè per lei non
c'era dubbio ch'era tutto un intrigo ordito dalla Zanze, la quale adesso
spargeva lagrime di coccodrillo; ma d'altro lato ella s'era tanto
avvezza ad aver intorno a sè Fortunata, a farsene servire come da una
cameriera o da una dama di compagnia, che non sapeva rassegnarsi
all'idea di dover perderla. E allora era costretta ad ammettere che,
realmente, come diceva la contessa Zanze, una nuora simile essa non
l'avrebbe trovata mai, e che una gran signora avrebbe portato chi sa che
fumi in casa.
L'avversario più accanito, più formidabile dell'unione fra Leonardo e
Fortunata era l'agente generale, -sior- Bortolo, il quale, tanto per
procurarsi nuovo danaro quanto per tener a bada i vecchi creditori,
aveva necessità assoluta di ripetere su tutti i tuoni che presto o tardi
gli affari della nobile famiglia s'accomoderebbero con un cospicuo
matrimonio del signor contino. Al principale poi fra questi creditori,
certo signor Vinati, usuraio desideroso di nobilitarsi, -sior- Bortolo
non voleva togliere ogni speranza di vedere un giorno contessa la sua
unica figliuola che stava per uscir di collegio e aveva gli occhi
scerpellini, i denti guasti e cinquecento mila lire austriache di dote,
astrazion fatta da ciò che le spettava alla morte del padre.
Cosicchè, sempre col debito rispetto alle Loro Eccellenze, il brav'uomo
disse aperto l'animo suo. Non conveniva esagerare in nulla, nemmeno
negli scrupoli. Un ragazzo di vent'anni che seduce una ragazza di
diciotto non è più responsabile di lei che s'è lasciata sedurre....
ammesso anche che le parti non siano state invertite e che la ragazza,
ubbidiente ai consigli di una madre artificiosa, non sia stata lei la
vera seduttrice. A ogni modo, ci vorrebbe altro che in tutti i casi di
questo genere si finisse col matrimonio! L'esservi un bimbo per istrada
era senza dubbio un impiccio di più, era una disgrazia, ma si poteva
vedere, studiare una soluzione decorosa, soddisfacente.... Il matrimonio
egli, in coscienza, per la sua gran devozione ai padroni, doveva
sconsigliarlo con tutte le sue forze. Quando si ha nome Bollati, si
hanno degli obblighi verso il paese, verso la società, ed era evidente
che queste nozze non corrispondenti alla grandezza del casato nè sotto
l'aspetto morale nè sotto l'aspetto economico avrebbero prodotto una
pessima impressione. E poi, era inutile dissimularlo, gli anni
continuavano a esser cattivi, c'eran sempre batoste nuove, pur troppo,
alcune innovazioni agricole introdotte dal signor conte, sebbene
eccellenti in sè, non eran riuscite, le tasse crescevano, crescevano gli
interessi dei mutui; alle corte, se il contino Leonardo si risolveva ad
ammogliarsi era indispensabile ch'egli facesse entrar di molti quattrini
in famiglia. E -sior- Bortolo concludeva, come per tastare il
terreno:--Insomma, sul blasone si può transigere; perchè quello dei
Bollati basta per tutti, ma non si può transigere sui danari.
Alleati di -sior- Bortolo, se non molto efficaci certo molto romorosi,
erano i Geisenburg-Rudingen von Rudingen, i quali erano venuti a saper
la cosa e tempestavano i genitori e suoceri di lettere scritte in lingua
austro-italica. Per carità non si lasciassero tirar nelle reti dalla
Zanze Rialdi. Non dessero alla scappatella giovanile di Leonardo più
peso di quello ch'essa meritava. Il matrimonio dell'ultimo rampollo
maschio dei Bollati con una ragazza nè bella, nè ricca, nè
sufficientemente nobile avrebbe alienato i parenti e gli amici. Se
Leonardo doveva ammogliarsi, si cercasse un partito degno di lui. Anzi,
a questo proposito, si riserbavano di discorrerne personalmente in
Venezia, dove non eran più tornati dopo il 1838 e dove si disponevano a
venir prestissimo per abbracciare il conte Zaccaria, la contessa
Chiaretta e il caro Leonardo, fattosi ormai un bel giovinotto.
Non c'è bisogno di soggiungere che in queste difficili contingenze anche
gli amici di casa volevano dir la loro opinione. E naturalmente non
andavano d'accordo. La contessa Ficcanaso, per esempio, era furibonda
alla sola idea che i Rialdi potessero vincere il loro punto, e urlava
che sarebbe un pessimo esempio, e che tutte le ragazze sarebbero
incoraggiate a far le civette e peggio, e che nessuna madre di famiglia
avrebbe voluto più condur le figliuole in palazzo Bollati se fosse
successo quello scandaloso matrimonio. Certo, s'ella fosse stata madre
di famiglia, non ci avrebbe più posto il piede. Invece il nobil'uomo
Canziani sosteneva, secondo le sue deboli forze, la causa di Fortunata,
e un buon canonico di San Marco, monsignor Evaristo Lipari, commensale
dei Bollati nelle grandi occasioni, aveva assicurato la contessa Zanze
che farebbe il possibile per ottenere la benevola interposizione di S.
E. il Patriarca.
Nondimeno la contessa Zanze, vedendo che passavano i giorni senza
frutto, ricorse ad un alleato più energico e scrisse a Gasparo
informandolo dell'ultime vicende domestiche, e sollecitandolo a
procurarsi una licenza di alcune settimane e ad accorrere in aiuto di
sua sorella.
XIII.
E Fortunata?
Che trasformazione succedesse in lei allorchè il vero le fu interamente
palese, ce lo dirà una sua lettera, ch'ella, di nascosto dei suoi
genitori, fece pervenire in quei giorni al cugino.
«-Caro Leonardo,-
«Le conseguenze del nostro fallo non saranno più un segreto nemmeno
per te. Dapprima, te lo giuro, credetti di morirne per la vergogna.
Ma a poco a poco s'impadronì di me un nuovo sentimento, che
dev'essere assai forte in noi donne se riesce a soverchiare tutti
gli altri, il sentimento della maternità. Più disonorata che mai al
cospetto del mondo, mi pare d'esser meno infelice. Quando tu mi
dichiarasti che bisognava troncare le nostre relazioni, io ero
fermamente decisa a seppellirmi in un chiostro, e son sicura che
nulla avrebbe potuto rimuovermi dal mio proposito. Tu non mi amavi;
che mi rimaneva da fare? Ma oggi ho mutato idea. Certo non potrei
entrare adesso in convento; e come vi entrerei più tardi quando avrò
-qualcheduno- da difendere, da proteggere? E poi, perchè negarlo? Io
penso che questa creaturina che mi palpita in seno è un vincolo
sacro fra noi due, un vincolo che tu puoi sprezzare, ma non puoi
distruggere. E malgrado delle tue parole crudeli, io son sempre tua,
Leonardo, ed è un conforto per me che qualche cosa del nostro amore
sopravviva. Chi sa, un giorno forse, se non della madre, tu potrai
rammentarti del figlio.
«E ancora questo voglio dirti. Se mi abbandonai fra le tue braccia
non fu per un calcolo vile. Checchè ti susurrino nell'orecchio, non
credermi capace di tanta bassezza. Te lo giuro in nome della mia, in
nome della -nostra- creatura, io ti amai come s'ama a diciott'anni,
senza guardare più in là, senza pensare che tu sei ricco e io son
povera.
«Addio, Leonardo, nessuno ti vorrà bene quanto te ne volle, e, pur
troppo, te ne vuole ancora
«-la tua- FORTUNATA.»
Questa lettera non ebbe risposta; già, fra le altre ragioni per non
rispondere, Leonardo ne aveva una di eccellente; egli sarebbe stato
molto impicciato a metter quattro righe in carta. Come si vede, le
lezioni di don Luigi avevano dato ottimi frutti.
Tuttavia Fortunata sperava. Ella sperava nel ravvedimento spontaneo di
Leonardo, indipendentemente dal grande anfanare della contessa Zanze, la
quale non istava mai cheta, andava, veniva, prorompeva in brevi
esclamazioni, sempre ravvolgendo però in un profondo mistero le sue
mosse strategiche.
Chi teneva molte ore di compagnia alla figliuola era il conte Luca, al
quale l'occasione di mostrare, secondo il detto memorabile della
contessa Zanze, s'egli fosse un uomo o un -pampano- era mancata
assolutamente per colpa della moglie medesima che l'aveva lasciato in
disparte. Nondimeno Fortunata gli era gratissima dell'averle sacrificato
la sua partita a scacchi al caffè della -Vittoria-, e per ricompensamelo
faceva le viste di gustar molto i suoi pettegolezzi d'ufficio e
consentiva a studiare sotto di lui il nobile giuoco, inestimabile
conforto, diceva il conte, in tutte le tribolazioni della vita.
Senonchè, in mezzo a tante cure che l'angustiavano, Fortunata andava
soggetta a frequenti distrazioni. Talora, mentre il padre s'affannava a
spiegarle un gambitto di re o di regina, ella con gli occhi fissi verso
l'uscio guardava se per avventura comparisse Leonardo, ovvero, raccolta
in sè stessa, seguiva altre fantasie.--Sarà un maschio? Sarà una
femmina? A chi somiglierà?
Vagando in questi pensieri, ella ebbe un giorno un gran rimescolamento
del sangue, ebbe un impeto di tenerezza che la fece sciogliere in
lagrime.
--Misericordia! Che altri malanni ci sono?--esclamò il conte Luca, il
quale non osava attribuire questa subitanea commozione al racconto di
alcune facezie burocratiche con cui egli la intratteneva.
Ella gli gettò le braccia al collo: e seguitava singhiozzando:--Povero
piccino! povero piccino!
Il conte Luca non osava fiatare, e diceva tutt'al più:--No, Fortunata,
no, non conviene agitarsi. Il medico te l'ha proibito. Mi spiego?
Ma Fortunata non gli dava retta e si lasciava portar via dai suoi
pensieri.
--Gli vorrà bene, babbo?.... Chi sa quanto bisogno avrà che gli vogliano
bene!
--Sicuro che gliene vorrò.... che domanda!.... Non è mio nipote?--E il
conte soggiungeva aspirando una grossa presa di tabacco e rasciugandosi
una lagrimetta col dorso della mano:--Ma! Speriamo che tutto finisca
secondo giustizia, mi spiego?
Un po' per le piccole sofferenze inerenti alla sua condizione, un po'
per lo stato del suo animo, Fortunata non sapeva risolversi a uscire e
non vedeva nessuno fuori che il canonico, il quale, buona pasta d'uomo,
veniva ogni tanto a far l'ufficio di confortatore e a dire che non aveva
ancora potuto indurre Sua Eminenza Reverendissima a parlare al conte
Zaccaria, ma che non dubitava punto di indurvelo quanto prima. E una
parola di S. E. sarebbe bastata senz'altro, perchè i Bollati eran gente
religiosa, e lo stesso Leonardo, così scappato e vanesio, adempiva
sempre alle pratiche del culto.
--E quando c'è la religione,--concludeva monsignore,--c'è l'essenziale.
Però la contessa Zanze non era soddisfatta. -Sior- Bortolo era duro come
un macigno, e adesso erano venuti giù dalla Moravia anche i Geisenburg e
s'erano accampati nel palazzo riempiendolo di boria e di fumo. Vederlo
quel marchese Ernesto! Un po' meno pingue, ma più pettoruto di quello
che fosse sei anni addietro, trasudava la superbia da tutti i pori. Ella
invece, la marchesa, era diventata magra come una sardella, ma in quanto
a superbia non aveva nulla da invidiare a suo marito. S'era appena
degnata di salutare la contessa Zanze (che pur se l'era tenuta sulle
ginocchia) e poi aveva detto (questo lo riferivano le persone di
servizio) che non capiva come i suoi genitori ricevessero ancora -certa
gente-.
Di Fortunata i Geisenburg sparlavano senza misura. E ridevano fra di
loro della sua pretensione stravagante di farsi sposare perchè Leonardo
s'era levato un capriccio con lei. Faccenda da accomodarsi con qualche
centinaio di zecchini, fissando poi una piccola pensione pel bimbo se si
volevano spinger gli scrupoli all'estremo. Di spose convenienti per
Leonardo ne avevano loro, i Geisenburg, da proporne una mezza dozzina,
tutte ricche, tutte della prima nobiltà austriaca, tutte registrate
nell'almanacco di Gotha. E anzi un cameriera di casa Bollati, che aveva
il vizio di stare in ascolto dietro gli usci e che pretendeva di capire
il tedesco, assicurava che tra marito e moglie avevano già fissato la
ragazza da preferirsi.
Probabilmente non c'era in tutto ciò nulla di serio, tanto più che per
la scelta della sposa, se una sposa ci doveva esser davvero, -sior-
Bortolo avrebbe voluto indubbiamente aver voce in capitolo. A ogni modo,
mentre le cose stavano in questi termini arrivò a Venezia Gasparo
Rialdi.
L'appello materno gli era pervenuto in un momento critico della sua
vita. Già da qualche mese tre ufficiali della marina austriaca,
amicissimi suoi, Attilio ed Emilio Bandiera e Domenico Moro, nomi che
l'eroismo e la sventura resero sacri, erano fuggiti a Corfù col
proposito di gettarsi sul primo lembo di terra italiana ove fosse
possibile di alzare il grido della riscossa contro i tiranni stranieri e
domestici. Partecipe dei loro disegni e non meno deliberato a dar per la
patria il suo braccio e il suo sangue, Gasparo Rialdi però non aveva
creduto l'ora propizia pel magnanimo tentativo e aveva scongiurato quei
valorosi a serbarsi per tempi migliori. E forse essi avrebbero accolto
il suo consiglio, se il timore di esser già spiati dalla polizia
imperiale non li avesse indotti a precipitare la diserzione. Con che
cuore Gasparo li avesse visti partire è facile immaginarlo. Ed è facile
immaginare con che ansietà egli avesse seguito le loro vicende.
L'incrollabile fermezza di Emilio di fronte alle preghiere e alle
lacrime della misera madre volata a Corfù nella primavera di quell'anno
1844 per iscongiurare l'imminente sciagura, la fiera dichiarazione
pubblicata dai due fratelli in un giornale di Malta in risposta a un
editto dell'Ammiragliato austriaco, la lettera scritta da Domenico Moro
al comandante della sua nave per ispiegargli la propria condotta,
commossero in quei tempi, prima ancora della tragedia di Cosenza, quanti
erano spiriti gentili nella penisola. E Gasparo, ch'era stato il
confidente di quei giovani audaci e che, pronosticando col lucido
ingegno l'inanità dell'impresa s'era invano sforzato di trattenerli,
aveva poi sentito un acre rammarico a non esser con loro, ad aver
piuttosto ubbidito alla voce della ragione che agl'impeti
dell'entusiasmo. La notizia sparsasi nella seconda metà di giugno che i
Bandiera coi loro seguaci fossero sbarcati in Calabria diede nuova esca
al fuoco, e il nostro giovane ufficiale al quale pareva di meritarsi la
taccia di codardo, studiava già i modi di raggiungere gli amici, quando
la lettera di sua madre gli additò un dovere sacro, preciso, immediato a
cui non gli era lecito di sottrarsi.
Livido di sdegno e di rabbia, Gasparo Rialdi, appena ricevuto quel
foglio, si presentò al suo comandante pregandolo d'accordargli un
congedo d'un mese per motivi gravissimi di famiglia.
Il comandante, austriaco fino al midollo dell'ossa, ma buono di cuore e
amoroso dei suoi dipendenti, fu fieramente turbato da quella richiesta,
e cercando di leggere nella fisonomia stravolta dell'ufficiale:
--Che avete, Rialdi?--gli disse.--Non vi si riconosce più.
L'altro si schermì dal rispondere e insistette sulla necessità che aveva
di partir subito per Venezia.
--Mi date proprio la vostra parola d'onore che partite per Venezia?
Solamente per Venezia?
Gasparo Rialdi comprese il significato della domanda e proseguì con voce
ferma:--Sì, le do la mia parola d'onore.
--Ebbene, ebbene,--brontolò il comandante ordinando allo scrivano di
redigere il permesso. E proseguì a voce più bassa:--Vedete, Rialdi, sono
momenti difficili. Quei disgraziati giovani hanno fatto del male a
tutti.
Gasparo sentì salirsi una fiamma al viso, ma non disse nulla.
--Del male a tutti,--ripetè il suo interlocutore.--Si vive in
un'atmosfera di sospetti.... Sfido io.... Dopo un fatto simile.... Tre
giovani che avevano uno splendido avvenire davanti a sè.... I Bandiera
specialmente.... figli d'un contrammiraglio.... Non par vero.... E che
cosa credono di fare? Di vincer delle battaglie contro le truppe di S.
M. Borbonica?.... Di conquistare il Lombardo-Veneto?.... Ci rimetteranno
la testa.... pazzi, pazzi da legare.... Date qui.
Quest'ultime parole erano rivolte allo scrivano che aveva finito il suo
lavoro.
--Ecco il permesso firmato, Rialdi.... In fede mia, a un altro avrei
risposto di no.... Dunque siamo intesi.... A Venezia direttamente....
Venezia per la via di Trieste.... La vostra parola d'onore.
--Gliel'ho data,--tornò a dire Gasparo ringraziando e inchinandosi.
E quella notte medesima egli viaggiava col vapore del Lloyd per Trieste.
C'era a bordo una quarantina di passeggieri, quasi tutti sopra coperta,
tanto il tempo era bello e il mare tranquillo. Si ciarlava, si giocava,
si faceva all'amore. Tre o quattro suonatori ambulanti, imbarcatisi a
Smirne in terza classe, strimpellavano delle polke e dei valzer, e chi
ne aveva voglia ballava al chiaro di luna, mentre i delfini saltellavano
sulle acque fosforescenti.
Gasparo Rialdi pensava ai suoi amici inseguiti, a sua sorella
vituperata. Egli era solo, taciturno, chiuso in sè stesso. Nè le sue
angoscie patriottiche, nè i suoi dolori domestici erano di quelli che
possono cercare un sollievo nelle simpatie altrui.
XIV.
Pallida, confusa, tremante, con le gote molli di lagrime, Fortunata
osava appena alzare gli occhi verso il fratello. La confessione del suo
fallo non l'era mai stata così grave. Non dinanzi al sacerdote, avvezzo
a quetar gli scrupoli della sua coscienza, non dinanzi alla madre, la
cui leggerezza colpevole aveva avuto tanta parte nella sua caduta. Ma
Gasparo, del quale ella ricordava le previsioni, gli ammonimenti, i
consigli, ahimè non seguiti, Gasparo poteva rinfacciarle la sua vergogna
cercata, voluta, poteva chiederle conto dell'onore della famiglia da lei
macchiato per sempre. Ella ne aveva avuto sin da bambina una gran
soggezione; figuriamoci adesso ch'egli era un giovinotto alto, severo,
abbronzito dal sole, con uno sguardo acuto, penetrante, che ricercava
l'intime latebre dell'anima.
Eppure, di mano in mano ch'ella parlava le rigide fattezze
dell'ufficiale s'atteggiavano a un'espressione più dolce; pareva che il
giudice si fosse impietosito del reo. E invero un gran peso gli si era
tolto di dosso. Il linguaggio schietto, ingenuo di Fortunata lo aveva
reso sicuro che, quale pur fosse stata la condotta di sua madre, sua
sorella era una vittima e non era una complice.
Quand'ella si tacque, egli stette un momento in silenzio col viso
nascosto tra le palme; poi disse queste sole parole:--E lo ami sempre?
--Sempre--ella rispose chinando la fronte, ma con voce ferma.
--Sì, capisco--ripigliò Gasparo--l'amarlo fu la tua unica colpa e fu
anche la tua unica scusa.... Ma adesso.... dopo il suo vile abbandono,
dopo il suo turpe oblio d'ogni dovere più sacro.... Ah se tu non lo
amassi più!...
Fortunata lo guardò atterrita.--Lo amo! Lo amo! In nome del cielo, che
faresti se non lo amassi più?
Gli occhi del giovane sfolgorarono.--Quel che farei?... Gli farei pagare
a caro prezzo l'oltraggio, e poi direi a te: Dimentica perfino il suo
nome: dimentica ch'egli ti ha reso madre... l'essere che darai alla luce
non ha nulla da guadagnarci a conoscerlo.... ci penseremo noi, noi
soli.... se sarà un maschio, avrò cura io della sua educazione, ne farò
un uomo, un cittadino.
--Grazie, Gasparo, grazie--esclamò Fortunata.--Oh tu sei buono e io non
perdonerò mai a me stessa di non averti ubbidito; ma se mi vuoi bene,
se hai misericordia di me non devi far del male a -lui-.... a
Leonardo.... non devi togliermi la speranza ch'egli mi ridoni un giorno
il suo affetto, che, disingannato, stanco dei baci delle altre donne,
egli torni da quella il cui cuore non muta... dalla madre della sua
creatura....
--Ma non sai dunque--interruppe il fratello--che faranno di tutto per
indurlo a prender moglie... una moglie che porti il suo bel gruzzolo di
zecchini.... poichè si va buccinando che i nostri illustri parenti siano
dissestati e che occorra una grossa dote per tappare i buchi?
--No--disse la ragazza sforzandosi di persuader sè medesima che i dubbi
di Gasparo erano infondati.--No, non vi riusciranno.... Quello che
Leonardo vuole è la sua libertà.... È la risposta ch'egli diede a mia
madre, a Monsignore... Se si risolvesse a sposarsi....
--Credi che sposerebbe te?
--Lo credo.
--Senti--disse Gasparo dopo una pausa--vedrò gli zii Bollati, vedrò
Leonardo... oh non temere, so esser calmo, so reprimere le mie
antipatie.... e quello che potrò fare pel tuo bene te lo giuro, sorella
mia, lo farò.
Quantunque a malincuore, la contessa Zanze s'era rassegnata ad
abbandonar nelle mani di suo figlio il grave affare domestico, pel quale
da un paio di mesi ella metteva in combustione il mondo. Quel benedetto
Gasparo aveva un certo carattere, certe idee tutte sue.... Insomma ella
lo aveva chiamato e non poteva disgustarlo. Ma il conte Luca
brontolava:--Fanno come s'io non esistessi.... Vanno, vengono senza
degnarsi d'avvisarmi.... Quest'è bella.... Sono o non sono il marito di
mia moglie e il padre dei miei figli?... Mi spiego?... Non era naturale
che conducessi io la faccenda?... Ma, nossignori... Prima -madama- ha
voluto far da sè.... E adesso tocca a Gasparo, che con quel suo
temperamento sulfureo finirà di rovinarci.... Cose che andrebbero
trattate con calma, con prudenza, con spirito conciliativo.... E intanto
chi soffre di più siamo noi due, Fortunata e io.... io che non ho un
momento di bene....
Il conte Luca non osava dirlo, ma pensava alla sua scacchiera.
In famiglia Bollati l'arrivo di Gasparo Rialdi a Venezia recò una
molestia infinita. Gasparo non era più un ragazzo da prendersi a
scappellotti; era un uomo, era un ufficiale tenuto in gran conto dai
suoi superiori, e non si poteva sbrigarsene con delle ciancie vuote. Sua
Eccellenza Zaccaria se n'era persuaso subito dopo un primo colloquio, in
cui, ricevuta l'imbeccata da -sior- Bortolo e dai Geisenburg, egli aveva
tentato di menare il can per l'aia. Bisognava vedere, bisognava studiare
(proprio le parole precise di -sior- Bortolo), bisognava cercare con
tranquillità una soluzione conveniente. Al bambino si sarebbe
provveduto....
--Conte Zaccaria--aveva detto l'ufficiale in tuono reciso--o il bambino
entra in palazzo Bollati in compagnia di sua madre, o nessuno ha il
diritto d'ingerirsene.... La soluzione a cui ella accenna sarebbe un
secondo insulto per mia sorella... E io non sono disposto a passar sopra
nemmeno al primo.... Ci rifletta meglio, conte, ascolti i suggerimenti
del suo cuore e del suo onore.
Già; quest'era esprimersi chiaro. L'antifona della contessa Zanze. Non
c'è altra riparazione che il matrimonio. Senonchè Gasparo non affogava
il suo concetto in un mare di chiacchiere. Andava per le spiccie, aveva
un piglio soldatesco che produceva un certo effetto.
Il marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen, secondato dalla
consorte, urlava che la tracotanza di quell'ufficialetto di marina era
intollerabile, e che bisognava dargli una buona lezione, e che
gliel'avrebbe data lui stesso se non avesse temuto d'insudiciarsi le
mani.
In quanto al contino Leonardo, è vano il dissimularlo, egli aveva paura,
e se da un paio di generazioni i Bollati non fossero stati avvezzi a
rimanersene attaccati come ostriche agli scogli della laguna, c'è da
scommettere ch'egli avrebbe colto quell'occasione per intraprendere un
viaggietto all'estero, tanto gli pesava il trovarsi faccia a faccia col
fratello di Fortunata, del quale egli conosceva per esperienza l'indole
focosa ed altera.
La paura è un difetto, ma anche i difetti possono servire a qualche
cosa. Nel caso presente essa serviva a far capire a Leonardo il brutto
impiccio in cui egli s'era messo e a predisporlo alla moderazione e
all'umiltà nel suo inevitabile abboccamento con Gasparo.
Gasparo dal canto suo s'era impegnato con la sorella e con sè medesimo a
frenar gl'impeti del suo carattere, cosicchè i due giovani,
nell'incontrarsi, seppero nascondere il mal animo reciproco. Anzi, sulle
prime, Gasparo fu lì lì per dubitare di essere stato ingiusto in passato
negando al cugino ogni qualità di cuore e di intelletto. Ma, ohimè, il
dubbio non tardò a dissiparsi, e Gasparo s'accorse ben presto che nel
fare appello ai sentimenti generosi che scuotono le fibre degli altri
uomini egli usava un linguaggio non inteso o inteso a rovescio dal
contino Bollati.
Quelle parole che destano la coscienza sopita, che fanno salire al viso
i rossori della vergogna, che fanno spuntare sul ciglio le lagrime del
pentimento, erano pel giovane patrizio un vano frastuono, e invece di
persuaderlo al bene rinfocolavano in lui gl'istinti bassi e perversi.
Preparato ai motti pungenti, alle intimazioni recise del fiero Rialdi,
l'eloquenza appassionata, commossa, affettuosa di lui gli sembrava un
sintomo di debolezza.
--Quand'è così--pensava il vigliacco--ho torto io a farmi coniglio.--E
si imbaldanziva a poco a poco, e dal labbro che un momento prima
stillava latte e miele, gli uscivano allusioni maligne e velenose.
Gasparo pazientò alquanto, ma colta a volo una frase che pareva
accusarlo di fini subdoli e venali; egli afferrò pel braccio Leonardo, e
fulminandolo con lo sguardo:--Bada--gli gridò con un ruggito--bada a
quello che dici, o guai a te.
E mentre l'altro, allibito, biascicava delle scuse, egli proseguì:--Bada
di non confondere la calma di chi è sicuro del proprio diritto con la
pusillaminità de' tuoi pari.... Perchè t'ho parlato come a un fratello,
tu hai creduto ch'io fossi qui a mendicar le tue grazie.... Povero
scemo! Io non so se potrò costringerti a fare il tuo dovere; per
me....--e Gasparo voleva dire: per me ci rinunzierei ad averti per
cognato; ma si trattenne e soggiunse invece:--Però una cosa è sicura; me
vivo, mia sorella non sarà impunemente disonorata, nè il nome della mia
famiglia impunemente trascinato nel fango.
Misericordia! Sta a vedere che Rialdi si sognava di provocare un duello?
Era matto? Eh Leonardo Bollati non si batteva! S'eran battuti abbastanza
i suoi vecchi! La spada egli sapeva appena come s'impugnasse, e infatti
non si ricordava d'aver mai toccata quella del nonno, comandante di
galera, che il conte Zaccaria aveva regalato al Museo Correr insieme con
altre anticaglie.
Questa certezza che, nella peggiore ipotesi, nessuno sarebbe riuscito a
condurlo sul terreno, rimetteva un po' di fiato in corpo al nostro
contino, ma non più di quello che era necessario per permettergli di
manifestare con parole sconnesse la propria codardia. Il cugino era
troppo focoso, lo aveva frainteso... Egli non aveva mai avuto l'idea di
offenderlo... Ne aveva anzi una grandissima stima... ben meritata...
come per tutta la famiglia Rialdi... Del resto, riconosceva i suoi
torti... Avrebbe voluto morire piuttosto che nuocere a Fortunata... Ma
adesso che poteva fare?... Già non poteva mica disporre di sè... Era
minorenne, dipendeva da' suoi genitori... Se si persuadevano loro....
Gasparo lo interruppe con un gesto d'impazienza:--Quando facciamo
sparger delle lagrime per i nostri piaceri, abbiamo perduto il diritto
di addurre a scusa la nostra età giovanile e di ripararci all'ombra
degli altri... Siamo abbastanza -uomini- da dover risponder noi soli
delle nostre azioni.
Parole altrettanto savie quanto inutili. Il contino Bollati non si
dominava con gli argomenti, ma con la paura; lo si teneva in pugno
perch'era un vile.
E questa fu l'impressione che anche Gasparo ritrasse dal suo colloquio
con Leonardo. Si sarebbe vinto, ma la prospettiva d'una tale vittoria
umiliava il nostro ufficiale assai più d'una sconfitta. E non volle o
non seppe tacerlo a sua sorella allorchè ella gli corse incontro
trepida, ansiosa, e vedendolo con la cera stravolta balbettò
sbigottita:--Dio mio, tu m'annunzi qualche disgrazia.
--Non quella che temi--egli rispose con un sorriso pieno d'amarezza.
--Che cosa dunque?
--Ascoltami, Fortunata, ascoltami fin che c'è tempo. Se il consenso di
Leonardo fosse una disgrazia peggiore del suo rifiuto?
--Egli acconsente? Leonardo acconsente a farmi sua moglie?--gridò
Fortunata pazza di gioia. E i suoi occhi s'illuminarono come se le
brillasse dinanzi una visione celeste. Ma poi scorgendo la meraviglia,
il disgusto dipinti sulla fisonomia di suo fratello, chinò la fronte e
arrossì.
--Non lo ha detto ancora--rispose Gasparo.--Ma io credo ch'egli
acconsentirà a tutto quel che si vuole... sai perchè? Perchè lo spaventa
l'idea ch'io possa fargli pagar caro il male che ti ha fatto, perch'egli
trema per sè, perchè egli non ha nemmeno il coraggio d'essere un
tristo... E da un tal uomo tu speri la felicità?... Ah se io fossi in
te, piuttosto di aver costui per marito, accetterei anche il disonore.
--Per me forse--esclamò Fortunata--ma non per -lui-, non per mio
figlio... Io non voglio che mio figlio sia chiamato con un nome
ingiurioso.
Ma a questo grido di madre non tardò a tener dietro un grido d'amante.
--Vedi, Gasparo, tu non puoi capire... malgrado del tuo ingegno, e ne
hai tanto, non puoi capire quello che si passa in cuore di donna... Tu
mi domandi s'io spero da Leonardo la felicità... Ma la felicità, per
noi, consiste nell'appartenere all'uomo che amiamo, nel viver con lui,
per lui... anche s'egli non è degno del nostro amore... anche se
ricambia con gli oltraggi e gli scherni le nostre carezze... Non
corrugar la fronte, Gasparo, non esser troppo severo con me... sono una
povera femmina, io... Non ragiono, sento... In quell'amore che mi ha
fatta colpevole, in quell'amore che mi fa madre è chiuso il mio piccolo
mondo... Non ho altro, non avrò altro mai... Il Signore non ha voluto
ch'io espiassi il peccato con le preghiere, con le penitenze, coi
digiuni... ha ribadito lui stesso le catene che mi tengono attaccata
alla terra... No, no, te lo ripeto--ella continuava infiammandosi sempre
più--tu non puoi capire... Bisognerebbe esser davvero al mio posto... Io
non ho nè la bellezza, nè la grazia, nè lo spirito, ed -egli- mi ha
amata, sia pure per una settimana, sia pure per un giorno... è quanto
basta perchè io l'ami per tutta la vita.
Gasparo era ammutolito. Che rispondere alle manifestazioni esaltate
d'una passione che non tentava nemmeno giustificarsi, ma si affermava
come un fatto inesorabile, voluto dal destino? Ed egli, il forte e prode
uomo, si domandava tristamente come un libertino volgare, senza ingegno,
nè dignità, nè coscienza, potesse esercitare un tal fascino sopra una
fanciulla buona e gentile. Di quanto fango è dunque composta quella cosa
divina che si chiama l'amore?
Checchè ne sia di ciò, l'abboccamento di Leonardo Bollati e di Gasparo
Rialdi aveva avuto per effetto di lasciar uno dei due interlocutori
sbigottito, l'altro nauseato. Ma se lo sbigottimento rendeva Leonardo
più malleabile, la nausea rendeva Gasparo meno acconcio che mai al suo
ufficio di negoziatore. Egli si trovava, del resto, in una singolare
condizione di spirito. Egli capiva che, in certi casi, dal matrimonio in
fuori, non c'è riparazione che valga, ma, d'altra parte, sentiva
crescere la sua ripugnanza ad adoperarsi per combinare un matrimonio che
avrebbe unito Fortunata con un uomo tanto spregevole. Era scontento
della sua famiglia, scontento di sè. Lo irritava la nullaggine del suo
babbo, l'indole poco scrupolosa di sua madre, l'accecamento di sua
sorella; si sentiva umiliato di queste misere lotte in un tempo nel
quale i suoi amici scontavano col loro sangue un'eroica follìa.
XV.
Poichè in Calabria era avvenuto quello che tutti prevedevano.
Sopraffatti dalle forze borboniche presso San Giovanni in Fiore il 19
giugno di quell'anno 1844, tratti a Cosenza dinanzi a una Corte
marziale, Attilio ed Emilio Bandiera, Domenico Moro e i principali fra i
loro seguaci, venivano condannati a morte il 24 di luglio e fucilati il
dì appresso. La -Gazzetta privilegiata- di Venezia di martedì 6 agosto
riproduceva dal -Giornale di Napoli- l'estratto della sentenza
pronunciata ed eseguita. Non una riga di commento, non una parola di
compianto pei tre veneziani che pur lasciavano qui tanta eredità di
memorie e d'affetti. Era già molto se l'insulto villano non li
accompagnava nella tomba. Ma nel segreto delle pareti domestiche,
nell'intimità dei crocchi giovanili, i nomi dei tre martiri erano
susurrati con affettuosa riverenza, e il sacrifizio magnanimo richiamava
a più alti pensieri i popoli della Penisola immersi in frivole cure.
Ciò che Gasparo Rialdi provasse alla notizia della strage di Cosenza, è
inutile il dirlo. Egli giurò allora, e mantenne il giuramento, di
consacrare la sua vita all'idea per la quale i suoi compagni d'armi
erano caduti. Certo non era piccolo sforzo per lui il far violenza alla
sua natura schietta e leale, il continuar a indossare una divisa
abborrita, a servire sotto una bandiera ch'egli tradiva; però i tempi
tristissimi non lasciavano libertà di scelta ai generosi che i voleri
delle famiglie o la dura necessità costringevano a militare sotto lo
straniero; o venir meno agli obblighi di cittadini, o venir meno agli
obblighi di soldati.
Comunque sia, sotto la prima impressione della tragedia di Calabria, il
nostro ufficiale non seppe padroneggiarsi appieno, e il luogo e il modo
in cui egli uscì dal suo riserbo diedero origine a un fatto che poteva
avere per lui conseguenze gravissime.
Egli aveva pregato un suo conoscente d'introdurlo una sera nel Casino
dei nobili affine di leggervi nei fogli napoletani i particolari del
processo contro i Bandiera e i loro complici.
Ora nel momento in cui Gasparo entrò con l'amico, quei fogli erano tutti
accaparrati da un gruppo di persone, tra cui primeggiava il marchese
Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen, quello stesso che avrebbe
voluto dare una buona lezione al Rialdi se non fosse stata la paura
d'insudiciarsi le mani. Il signor marchese leggeva ad alta voce con la
sua pronunzia ostrogota, fermandosi a ogni due parole per pigliar fiato
e per interpolare qualche sua riflessione in italiano o in tedesco, un
articolo del -Giornale di Napoli-, contenente un giudizio sommario
sull'impresa di Calabria. Impresa -incredibile al racconto, di
superlativa stoltezza, di crassa ignoranza-, la chiamava il dotto
articolista, e l'illustre signor marchese stava appunto deliziandosi in
queste frasi concise, vibrate, degne di Tacito. Egli vide con la coda
dell'occhio Gasparo Rialdi, ma finse di non accorgersene e tirò innanzi
nelle sue osservazioni, mettendoci forse una maggiore acrimonia.
Anch'egli opinava, come la suocera, che Gasparo fosse un po' carbonaro,
e non gli dispiaceva di slanciargli indirettamente qualche frecciata,
tanto più che l'ufficialetto gli era antipatico per cento altre ragioni.
La condotta del signor marchese non era punto generosa, giacchè egli
doveva sapere che nel campo politico il Rialdi non aveva libertà di
parola. Noi non abbiamo però detto mai che il marchese fosse un uomo
generoso. Anzi egli non era punto tale, sebbene non fosse certo un
vigliacco come il cognato Leonardo.
--Penissimo--esclamò il marchese Ernesto, sempre col giornale in
mano---Superlativa stoltezza... crassa ignoranza. So ist es...- Così è.
L'uditorio approvava. Era proprio da matti furiosi il pensarsi una cosa
simile... In trenta o quaranta voler abbattere un regno... E poi, se
fossero padroni loro?
---Gott bewahre!- Dio guardi! meglio la fine del mondo... Sarebbe come
Rifoluzione francese... Ladrerie, stragi, sacrilegi.
--Quel Mazzini!--disse un signore grave e maturo tentennando la testa.
--Sicuro--assentì il marchese.--Quel Mazzini, gran canaglia... Se si
prende, non fucilarlo... troppo onore... -Erhängen muss man ihn-... come
si dice in italiano? ah sì... impiccare, impiccare...
--Quello non si piglia--osservò un altro--e intanto dei poveri giovani
vanno a farsi ammazzare per lui.
--Che poferi giovani? che poferi giovani?--esclamò infastidito il nobile
moravo.--Esempi ci vogliono, e queste condanne faranno puonissimo
effetto... Che poferi giovani?.... Tanto peggio per loro... Non poferi,
impecilli forse... ma impecillità non scusa.
Gasparo s'era frenato fino allora. Seduto dinanzi a un tavolino
all'angolo opposto della stanza, egli avea fatto il possibile per non
sentire, per immergersi nella lettura di uno stupido giornale di -Mode e
Varietà-. Ma il sangue gli saliva alla testa; e all'ultime parole del
marchese egli non ne potè più, e senza ben sapere quel che volesse fare
o dire, si alzò di scatto dalla seggiola, e respingendo l'amico che
s'era provato a trattenerlo, si diresse verso il crocchio ove l'altro
dottoreggiava. Era infiammato in viso, i suoi occhi lampeggiavano.
Quei patrizi rimminchioniti non eran leoni e subodorando una scena si
tirarono in disparte. Il marchese Ernesto però, antico capitano degli
usseri, non poteva battere in ritirata, e levatosi da sedere quanto più
presto glielo permise la sua corpulenza, s'appoggiò coi pugni alla
tavola, e disse:---Was wünscht der Herr Offizier? Ja...- Che desidera?
--Io?... nulla--rispose Gasparo sforzandosi d'esser calmo.--Anzi mi
dispiace di aver disturbato la bella conversazione.... Volevo dire
solamente....
--Ah, foleva dire qualcosa? -Bitte-... Prego... Parli....
--Volevo dire che bisogna mancar d'ogni gentilezza d'animo per
scagliarsi contro della gente che può esser stata illusa, che può aver
sbagliato, ma che in ogni modo sacrificò la vita per un'idea....
---Bitte... Prego... Der Herr...- Il signore difende i Pandiera?... -Ach
sehr gut...- Penissimo.... Un imperiale e reale ufficiale....
--Io non entro nella questione, io non giudico il tentativo dei fratelli
Bandiera e dei loro seguaci, ma ripeto, e l'esser ufficiale della marina
austriaca non me ne toglie il diritto, che l'insultare alle tombe è
viltà.
Il marchese era divenuto anche lui rosso come una ciliegia, e ansava più
del solito.
--Viltà?... -Ach ja, Feigheit.... Und mir sagen Sie das?...- Dice a me
questo?
--A lei, a lei.... O a chi dunque?
--Ah capisco.... Il signore vuole... come si dice?... -mich
herausfordern... ach ja...- provocare... provocar me, marchese
Geisenburg-Rudingen von Rudingen? Capisco assai pene.... I Pandiera sono
un pretesto. Il signore vuol provocare perchè sono contrario a
speculazioni matrimoniali di sua famiglia....
--Lei mente, lei è un codardo--urlò Gasparo Rialdi fattosi livido
all'atroce ingiuria.
E la sua mano alzatasi con piglio minaccioso sarebbe certo caduta sulla
nobile guancia del marchese Ernesto di Geisenburg-Rudingen von Rudingen
se i presenti non si fossero interposti a tempo.
Però quello scandalo pubblico tra due militari non poteva finire così, e
il giorno appresso il marchese Geisenburg-Rudingen von Rudingen e il
conte Gasparo Rialdi si trovarono l'uno di fronte all'altro su una
striscia di terra non coltivata a poca distanza da Fusina. Il marchese
era stato in gioventù uno spadaccino di prima forza, e conosceva ancora
alla perfezione le finezze dell'arte, ma il Rialdi era più svelto, più
risoluto, più audace e con un colpo bene assestato ferì l'avversario
alla spalla destra e gli fece cader l'arma di mano.
Il curioso si è che questo duello, il quale ragionevolmente avrebbe
dovuto spazzar via l'ultime speranze di Fortunata, produsse un effetto
tutto contrario alle previsioni.
E in primo luogo diciamo che la disgrazia del marchese non afflisse
nessuno in famiglia Bollati. La prosopopea di quel feudatario era stata
sempre intollerabile, ma adesso era più uggiosa che mai, dacchè s'era
scoperto che, dietro a tanto fumo c'era pochissimo arrosto, e che i
famosi castelli moravi erano stati ipotecati per pagare i debiti di
giuoco del signor marchese, il quale poi gli altri debiti non li pagava
affatto. Siccome però i creditori non avevano l'opinione del signor
marchese che un gentiluomo non dovesse curarsi che degl'impegni
contratti dinanzi a un tavolino di -roulette- o di faraone, così le
citazioni fioccavano, e raggiungevano l'illustre viaggiatore anche di
qua dalle Alpi. I suoi due camerieri, quando avevano ben mangiato e
bevuto in cucina, deponevano per poco l'usata albagìa, e ne raccontavano
di belline. Essi medesimi, a sentirli, non ricevevano il salario da più
mesi, e si adattavano a restare ancora per qualche tempo presso le loro
Eccellenze unicamente nella speranza che il conte Zaccaria venisse in
aiuto del genero e della figliuola. Già, essi soggiungevano mezzo in
tedesco e mezzo in italiano, il vero scopo della gita in Italia della
nobile -Herrschaft- era stato quello di procurarsi danaro. La servitù
dei Bollati, che cominciava ad accorgersi degli impicci finanziari
della famiglia, non rispondeva nulla, ma dubitava grandemente che la
nobile -Herrschaft- fosse costretta a tornarsene indietro con le mani
vuote, nel qual caso addio mancie! Infatti il -lustrissimo- Zaccaria,
per levarsi la seccatura, mandò il marchese dall'agente generale,
-sior- Bortolo, e questi protestò di non poter dare un centesimo. Ormai
l'ingegnoso amministratore era a corto d'espedienti, e non ci teneva
punto a ingraziarsi i Geisenburg, che, invece di secondarlo, avevano
attraversato alcuni suoi disegni. Il marchese Ernesto e la marchesa
Maddalena intronarono allora di querimonie gli orecchi dei congiunti
dicendo ch'era una vergogna il lasciarsi dettar la legge da un
bifolco, e che quel -sior- Bortolo era un ladro, e ch'era tempo di
vederci chiaro, e altre cose simili, tutte fatte apposta per seccare i
Bollati, i quali a vederci chiaro non ci pensavano nemmeno e parevano
disposti ad andar placidamente in rovina piuttosto che aver sopraccapi.
Onde la contessa Chiaretta, discorrendo de' suoi parenti, ebbe a
confessare che preferiva mille volte la Fortunata Rialdi alla marchesa
figlia, e che perfino Gasparo, quantunque carbonaro, le era meno uggioso
del proprio genero. Il -lustrissimo- Zaccaria aveva su per giù la
medesima opinione, e quando vennero a dirgli che il marchese era stato
ferito--Auff--borbottò fra i denti--se la ferita lo guarisse dalla
petulanza!
E neppure il contino Leonardo avrebbe creduto opportuno, in massima,
d'intenerirsi pel cognato; chè anzi quel manichino impastato di
arroganza gli era insoffribile, ed egli non sapeva perdonargli
l'etichetta fastidiosa che la presenza di lui introduceva in palazzo,
onde conveniva mutar vestito a ora di pranzo, e star composti a tavola,
e non dir parolaccie. Se la stoccata fosse venuta al marchese da
un'altra parte qualsiasi, il nostro giovinotto sarebbe stato
capacissimo di mettere un gran respiro di soddisfazione. Ma il duello
del Geisenburg col Rialdi lo turbò tutto per ragioni sue personali.
Senza dubbio quel terribile Gasparo meditava un grande eccidio, e dopo
aver provato la punta della sua spada sulla pelle del marchese Ernesto,
si disponeva a cacciarla a mezza lama nella pancia di qualchedun altro.
Anime sante del Purgatorio! come diceva don Luigi.
Al contino veniva la pelle d'oca al pensarci, e la notte successiva al
duello fu per lui una notte d'inferno. Si voltava e rivoltava fra le
lenzuola ansando, smaniando, balzando a sedere a ogni più lieve romore.
Peggio poi se pigliava sonno un momento. L'assalivano subito tetre
visioni, gli pareva d'essere infilzato come un capo di selvaggina, e si
svegliava in sussulto sbarrando gli occhi e palpandosi di qua e di là
per esser ben sicuro che il ferro traditore non gli fosse penetrato
nelle viscere. Allora, un po' più calmo, cercava di persuadersi che
Gasparo Rialdi non l'avrebbe mica aggredito per la strada come un
volgare assassino, e che in quanto al battersi bisognava essere in due
per volerlo, ed egli, Leonardo Bollati, non sarebbe stato mai uno di
quei due. Egregiamente; ma queste ottime ragioni non avevano efficacia
durevole. Alle corte, il bravo giovinotto prese una risoluzione eroica e
la comunicò ai genitori.
--Ci ho pensato su, e mi son convinto che non posso far di meno di
sposar Fortunata. Ho degli obblighi.
Il lustrissimo Zaccaria e la lustrissima Chiaretta rimasero di sasso,
perchè fino allora il contino non s'era mostrato così soggetto agli
scrupoli.
--Ta, ta, ta, ta--disse Sua Eccellenza il conte Zaccaria--meno furia, ci
siamo anche noi.... E com'è che fino a pochi giorni fa il signorino
protestava di non volersi ammogliare nè adesso, nè mai, nè con la
cugina, nè con la figlia dell'imperatore del Mogol, se, puta caso, ella
fosse venuta da queste parti?
--Io volevo liberarmi dalle seccature di -sior- Bortolo che s'impuntava
a darmi la sua Vinati.
--Di quella non si parla--interruppe la contessa Chiaretta--non è
neanche nobile.
Il conte sospirò pensando che la Vinati avrebbe portato in casa
cinquecentomila lire sonanti. Pazienza. C'era di mezzo il decoro della
famiglia, e conveniva rinunziarci.
--Ma io non voglio saperne nemmeno delle tedesche di mio
cognato--seguitò Leonardo.
--Oh quelle lì--disse il conte--sono -in mente Dei-. Il marchese mio
genero non fa che citarle a memoria dall'almanacco di Gotha.... Del
resto--soggiunse il nobiluomo con maggiore solennità--è fuor di dubbio
che l'unico rampollo maschio d'una famiglia come la nostra deve pigliar
moglie per assicurare la discendenza.
--Ebbene, io sposo mia cugina, e la discendenza è già assicurata.
--Adagio, Biagio--ripigliò il conte Zaccaria.--Il matrimonio d'un
Bollati non è faccenda da risolversi su due piedi, e cinquant'anni
addietro avrebbe voluto entrarci il Serenissimo....
--E le prime famiglie del patriziato sarebbero venute a offrirci le
figliuole--esclamò la signora Chiaretta.
--Sfido io.... Con tanti dogi e procuratori e ammiragli che abbiamo fra
i nostri vecchi... le prime famiglie e le più ricche...--soggiunse il
conte moderando un poco l'intonazione pomposa del discorso.
--Sarebbero venute anche adesso--disse la moglie--senza questi
scandali, senza questa condotta indecente.--Indi rivolgendosi a
Leonardo--Vergogna! Sei la rovina dei Bollati.
Naturalmente da questo colloquio non si concluse nulla. -Sior- Bortolo,
chiamato di nuovo a consulto dai nobili padroni, tenne un linguaggio
insolito. Egli non voleva più impicciarsene, perchè s'era accorto che le
sue intenzioni erano fraintese e il suo zelo mal ricompensato. A
proporre, giorni addietro, un partito di cinquecentomila lire pel
contino Leonardo, s'era tirato addosso una tempesta, e il marchese e la
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