ragazza, uscì dalla camera coi genitori e disse loro che le supposizioni della signora contessa avevano proprio côlto nel segno. --Povero me, povero me!--gemette il conte Luca, cacciandosi le mani nei pochi capelli che gli rimanevano.--Poteva toccarmi di peggio? La contessa moglie gli diede sulla voce.--Ci vuol altro che queste smorfie! Adesso si vedrà se siete un uomo o un -pampano-. La qual cosa si doveva vedere, ma non si vide, perchè la contessa Zanze, secondo il suo solito, prese la direzione della faccenda e al marito lasciò l'ufficio, meno arduo e delicato, di tener compagnia alla figliuola. XII. L'annunzio del grave avvenimento fu come lo scoppio d'una bomba in casa Bollati. Di così grosse Leonardo non ne aveva fatte mai, nè aveva mai recato un impiccio simile alla famiglia, neppure quella volta dello scandalo in giardino. Come immaginarsi che quel ragazzo si incapricciasse della Fortunata, una giovinetta senza forme e senza colore, che aveva diciott'anni e ne mostrava sedici, e con la quale egli aveva giocato alla bambola? E per peggio, il diavolo ci doveva metter la coda; anche un bimbo in prospettiva ci doveva essere!--Già--notava in cuor suo il lustrissimo Zaccaria--un gran sangue quello dei Bollati. Sicuro, un gran sangue. Ma intanto (poichè non s'era nemmeno potuto effettuare l'andata in campagna a cagione di un'epidemia di tifo che infestava in quei mesi i pressi della villa) non c'era modo di levarsi d'attorno la contessa Zanze, la quale voleva che si rendesse l'onore alla sua creatura, e s'era ostinata a non veder altro risarcimento possibile che il matrimonio. E non si lasciava mica scoraggiare dalle ripulse, ma tornava alla carica col -lustrissimo- Zaccaria, o con la -lustrissima- Chiaretta, o con Leonardo, o con don Luigi, che nella sua qualità di ecclesiastico avrebbe pur dovuto capire quale fosse l'obbligo sacrosanto dei suoi padroni. Don Luigi, uomo alieno dai fastidi, aveva in principio adottato la tattica di non credere all'importanza della cosa. --Esagerazioni, esagerazioni--egli diceva.--Le ragazze senza esperienza prendono spesso lucciole per lanterne. La contessa Zanze si sentiva il prurito di graffiargli gli occhi.--Ma che lucciole, ma che lanterne? Metterebbe forse in dubbio quello che Leonardo confessa? --I giovinotti, si sa, hanno l'abitudine di vantarsi. --Auff! Ma se il medico ha dichiarato che mia figlia... via, non lo sa quello che ha dichiarato il medico? --Bisogna star a vedere, bisogna aspettare... I medici, cara contessa, pigliano tanti granchi a secco. Finalmente don Luigi si arrese all'evidenza. Gli dispiaceva, proprio da galantuomo gli dispiaceva assai. Ma che poteva farci? Le Loro Eccellenze non ricorrevano a lui per consiglio... eh, pur troppo, i preti non eran più tenuti nel conto d'una volta.... E poi era un affare difficilissimo;... tutte le soluzioni avevano i loro inconvenienti... senza dubbio il matrimonio riparava al mal fatto... ma c'erano le sue obbiezioni, oh se c'erano.... La contessa Rialdi non voleva ammettere che ce ne fossero affatto, si riscaldava, usciva dai gangheri, e pretendeva tener responsabile il sacerdote della cattiva condotta del suo allievo. Allora anche a don Luigi saltava la mosca al naso, e, accendendosi in viso, egli dichiarava che aveva instillato al contino principii di moralità e di religione, e che non era colpa sua se l'altro non aveva saputo trarne profitto. Insomma perchè lo tiravano in ballo lui? Perchè non lo lasciavano attendere in pace a' suoi studi? Coi cugini Bollati la contessa Zanze era a vicenda umile e petulante, supplichevole e minacciosa. Vantava i servigi da lei resi a Leonardo durante la sua malattia e così indegnamente ricambiati, dipingeva coi più tetri colori lo stato della propria famiglia dopo la catastrofe; Fortunata che si stemperava in lagrime; il conte Luca che ci rimetteva la pelle dall'avvilimento; oh se ce la rimetteva; lei ch'era invecchiata di più anni in pochi giorni e ch'era sostenuta soltanto dall'idea di giovare agli altri;... senza contare poi Gasparo che navigava nelle acque del Levante e che ancora non sapeva nulla, ma che quando avesse saputo.... Misericordia! Era meglio non pensarci neanche. Quest'era il nembo lontano che ruggiva nei discorsi della contessa, ma di lì a poco tornava il sereno, tornava l'idillio pastorale. Che moglie più amorosa di Fortunata poteva mai trovare Leonardo; che nuora più devota, più ubbidiente potevano trovare il conte Zaccaria e la contessa Chiaretta? Non era una Venere, ma non era nemmen brutta e spiacente, e poi aveva tutto le qualità morali che è lecito desiderare in una ragazza... buona, docile, pia.... Era povera sì, pur troppo, non aveva dote; ma che bisogno avevano di dote i Bollati?... Che cos'è il danaro? Che cos'è la ricchezza?... In quanto alla nobiltà dei Rialdi, nessuno pretendeva che essa fosse paragonabile a quella dei Bollati, ma era sempre una nobiltà genuina, co' suoi documenti in regola, non una delle tante che circolano per la piazza. Ma la parte più commovente delle arringhe della contessa Zanze era quella che si riferiva al nascituro. Ella s'inteneriva al solo pensarci. Lo amava già con tutta l'anima quel suo nipotino. Ed era anche nipotino loro, dei Bollati; era, voglia o non voglia, un Bollati... Possibile che si rifiutassero di riconoscerlo?... Bisognava altresì considerare che vantaggio inestimabile sarebbe stato per Leonardo il prender moglie.... Era forse l'unico modo di sottrarlo davvero alle tentazioni, alle cattive amicizie e ai cattivi esempi. Insomma la loquace femmina tratteggiava ai Bollati un quadro compiuto di felicità domestica. Che se le riusciva di abbrancar Leonardo (e non era cosa facile) rincarava la dose. Aveva a un passo il Paradiso ed esitava ad entrarci, quel disutilaccio. Malgrado della sua furberia, la contessa Zanze non s'appigliava al mezzo migliore per far entrare in grazia il matrimonio a Leonardo. La prospettiva delle gioie casalinghe non lo seduceva punto, e chi avesse voluto persuaderlo a sposarsi avrebbe agito più saviamente dicendogli che il matrimonio era una semplice formalità, e che dopo le nozze egli avrebbe potuto menar la solita vita, senza paura che la moglie lo tormentasse con tenerezze o con gelosie, o che i figliuoli gli ruzzolassero fra le gambe o lo assordassero coi loro strilli. Tutto considerato, i maggiori ostacoli all'adempimento del gran disegno della contessa Zanze non venivano nè dal -lustrissimo- Zaccaria, nè dalla -lustrissima- Chiaretta. Certo ch'essi non favorivano l'unione da lei vagheggiata, certo che avrebbero voluto anzi impedirla, ma non avevano per essa una di quelle ripugnanze invincibili che fanno cascar le braccia e troncano le parole in bocca a chi difende una causa. Il conte un fondo di gentiluomo l'aveva; egli capiva che il danno recato da suo figlio ai Rialdi non è di quelli che si risarciscano con l'oro, e che non era una bella cosa pei Bollati il restar con quella macchia sul loro nome, e che la contessa Zanze non aveva torto a veder una sola riparazione possibile....; quantunque fosse lecito sospettare ch'ella avesse una gran parte di colpa in ciò che era accaduto. La -lustrissima- non era mossa dalle ragioni di suo marito. Ella non poteva soffrire quella inframmettente e pettegola cugina Rialdi e non avrebbe voluto fargliela spuntare a nessun prezzo; giacchè per lei non c'era dubbio ch'era tutto un intrigo ordito dalla Zanze, la quale adesso spargeva lagrime di coccodrillo; ma d'altro lato ella s'era tanto avvezza ad aver intorno a sè Fortunata, a farsene servire come da una cameriera o da una dama di compagnia, che non sapeva rassegnarsi all'idea di dover perderla. E allora era costretta ad ammettere che, realmente, come diceva la contessa Zanze, una nuora simile essa non l'avrebbe trovata mai, e che una gran signora avrebbe portato chi sa che fumi in casa. L'avversario più accanito, più formidabile dell'unione fra Leonardo e Fortunata era l'agente generale, -sior- Bortolo, il quale, tanto per procurarsi nuovo danaro quanto per tener a bada i vecchi creditori, aveva necessità assoluta di ripetere su tutti i tuoni che presto o tardi gli affari della nobile famiglia s'accomoderebbero con un cospicuo matrimonio del signor contino. Al principale poi fra questi creditori, certo signor Vinati, usuraio desideroso di nobilitarsi, -sior- Bortolo non voleva togliere ogni speranza di vedere un giorno contessa la sua unica figliuola che stava per uscir di collegio e aveva gli occhi scerpellini, i denti guasti e cinquecento mila lire austriache di dote, astrazion fatta da ciò che le spettava alla morte del padre. Cosicchè, sempre col debito rispetto alle Loro Eccellenze, il brav'uomo disse aperto l'animo suo. Non conveniva esagerare in nulla, nemmeno negli scrupoli. Un ragazzo di vent'anni che seduce una ragazza di diciotto non è più responsabile di lei che s'è lasciata sedurre.... ammesso anche che le parti non siano state invertite e che la ragazza, ubbidiente ai consigli di una madre artificiosa, non sia stata lei la vera seduttrice. A ogni modo, ci vorrebbe altro che in tutti i casi di questo genere si finisse col matrimonio! L'esservi un bimbo per istrada era senza dubbio un impiccio di più, era una disgrazia, ma si poteva vedere, studiare una soluzione decorosa, soddisfacente.... Il matrimonio egli, in coscienza, per la sua gran devozione ai padroni, doveva sconsigliarlo con tutte le sue forze. Quando si ha nome Bollati, si hanno degli obblighi verso il paese, verso la società, ed era evidente che queste nozze non corrispondenti alla grandezza del casato nè sotto l'aspetto morale nè sotto l'aspetto economico avrebbero prodotto una pessima impressione. E poi, era inutile dissimularlo, gli anni continuavano a esser cattivi, c'eran sempre batoste nuove, pur troppo, alcune innovazioni agricole introdotte dal signor conte, sebbene eccellenti in sè, non eran riuscite, le tasse crescevano, crescevano gli interessi dei mutui; alle corte, se il contino Leonardo si risolveva ad ammogliarsi era indispensabile ch'egli facesse entrar di molti quattrini in famiglia. E -sior- Bortolo concludeva, come per tastare il terreno:--Insomma, sul blasone si può transigere; perchè quello dei Bollati basta per tutti, ma non si può transigere sui danari. Alleati di -sior- Bortolo, se non molto efficaci certo molto romorosi, erano i Geisenburg-Rudingen von Rudingen, i quali erano venuti a saper la cosa e tempestavano i genitori e suoceri di lettere scritte in lingua austro-italica. Per carità non si lasciassero tirar nelle reti dalla Zanze Rialdi. Non dessero alla scappatella giovanile di Leonardo più peso di quello ch'essa meritava. Il matrimonio dell'ultimo rampollo maschio dei Bollati con una ragazza nè bella, nè ricca, nè sufficientemente nobile avrebbe alienato i parenti e gli amici. Se Leonardo doveva ammogliarsi, si cercasse un partito degno di lui. Anzi, a questo proposito, si riserbavano di discorrerne personalmente in Venezia, dove non eran più tornati dopo il 1838 e dove si disponevano a venir prestissimo per abbracciare il conte Zaccaria, la contessa Chiaretta e il caro Leonardo, fattosi ormai un bel giovinotto. Non c'è bisogno di soggiungere che in queste difficili contingenze anche gli amici di casa volevano dir la loro opinione. E naturalmente non andavano d'accordo. La contessa Ficcanaso, per esempio, era furibonda alla sola idea che i Rialdi potessero vincere il loro punto, e urlava che sarebbe un pessimo esempio, e che tutte le ragazze sarebbero incoraggiate a far le civette e peggio, e che nessuna madre di famiglia avrebbe voluto più condur le figliuole in palazzo Bollati se fosse successo quello scandaloso matrimonio. Certo, s'ella fosse stata madre di famiglia, non ci avrebbe più posto il piede. Invece il nobil'uomo Canziani sosteneva, secondo le sue deboli forze, la causa di Fortunata, e un buon canonico di San Marco, monsignor Evaristo Lipari, commensale dei Bollati nelle grandi occasioni, aveva assicurato la contessa Zanze che farebbe il possibile per ottenere la benevola interposizione di S. E. il Patriarca. Nondimeno la contessa Zanze, vedendo che passavano i giorni senza frutto, ricorse ad un alleato più energico e scrisse a Gasparo informandolo dell'ultime vicende domestiche, e sollecitandolo a procurarsi una licenza di alcune settimane e ad accorrere in aiuto di sua sorella. XIII. E Fortunata? Che trasformazione succedesse in lei allorchè il vero le fu interamente palese, ce lo dirà una sua lettera, ch'ella, di nascosto dei suoi genitori, fece pervenire in quei giorni al cugino. «-Caro Leonardo,- «Le conseguenze del nostro fallo non saranno più un segreto nemmeno per te. Dapprima, te lo giuro, credetti di morirne per la vergogna. Ma a poco a poco s'impadronì di me un nuovo sentimento, che dev'essere assai forte in noi donne se riesce a soverchiare tutti gli altri, il sentimento della maternità. Più disonorata che mai al cospetto del mondo, mi pare d'esser meno infelice. Quando tu mi dichiarasti che bisognava troncare le nostre relazioni, io ero fermamente decisa a seppellirmi in un chiostro, e son sicura che nulla avrebbe potuto rimuovermi dal mio proposito. Tu non mi amavi; che mi rimaneva da fare? Ma oggi ho mutato idea. Certo non potrei entrare adesso in convento; e come vi entrerei più tardi quando avrò -qualcheduno- da difendere, da proteggere? E poi, perchè negarlo? Io penso che questa creaturina che mi palpita in seno è un vincolo sacro fra noi due, un vincolo che tu puoi sprezzare, ma non puoi distruggere. E malgrado delle tue parole crudeli, io son sempre tua, Leonardo, ed è un conforto per me che qualche cosa del nostro amore sopravviva. Chi sa, un giorno forse, se non della madre, tu potrai rammentarti del figlio. «E ancora questo voglio dirti. Se mi abbandonai fra le tue braccia non fu per un calcolo vile. Checchè ti susurrino nell'orecchio, non credermi capace di tanta bassezza. Te lo giuro in nome della mia, in nome della -nostra- creatura, io ti amai come s'ama a diciott'anni, senza guardare più in là, senza pensare che tu sei ricco e io son povera. «Addio, Leonardo, nessuno ti vorrà bene quanto te ne volle, e, pur troppo, te ne vuole ancora «-la tua- FORTUNATA.» Questa lettera non ebbe risposta; già, fra le altre ragioni per non rispondere, Leonardo ne aveva una di eccellente; egli sarebbe stato molto impicciato a metter quattro righe in carta. Come si vede, le lezioni di don Luigi avevano dato ottimi frutti. Tuttavia Fortunata sperava. Ella sperava nel ravvedimento spontaneo di Leonardo, indipendentemente dal grande anfanare della contessa Zanze, la quale non istava mai cheta, andava, veniva, prorompeva in brevi esclamazioni, sempre ravvolgendo però in un profondo mistero le sue mosse strategiche. Chi teneva molte ore di compagnia alla figliuola era il conte Luca, al quale l'occasione di mostrare, secondo il detto memorabile della contessa Zanze, s'egli fosse un uomo o un -pampano- era mancata assolutamente per colpa della moglie medesima che l'aveva lasciato in disparte. Nondimeno Fortunata gli era gratissima dell'averle sacrificato la sua partita a scacchi al caffè della -Vittoria-, e per ricompensamelo faceva le viste di gustar molto i suoi pettegolezzi d'ufficio e consentiva a studiare sotto di lui il nobile giuoco, inestimabile conforto, diceva il conte, in tutte le tribolazioni della vita. Senonchè, in mezzo a tante cure che l'angustiavano, Fortunata andava soggetta a frequenti distrazioni. Talora, mentre il padre s'affannava a spiegarle un gambitto di re o di regina, ella con gli occhi fissi verso l'uscio guardava se per avventura comparisse Leonardo, ovvero, raccolta in sè stessa, seguiva altre fantasie.--Sarà un maschio? Sarà una femmina? A chi somiglierà? Vagando in questi pensieri, ella ebbe un giorno un gran rimescolamento del sangue, ebbe un impeto di tenerezza che la fece sciogliere in lagrime. --Misericordia! Che altri malanni ci sono?--esclamò il conte Luca, il quale non osava attribuire questa subitanea commozione al racconto di alcune facezie burocratiche con cui egli la intratteneva. Ella gli gettò le braccia al collo: e seguitava singhiozzando:--Povero piccino! povero piccino! Il conte Luca non osava fiatare, e diceva tutt'al più:--No, Fortunata, no, non conviene agitarsi. Il medico te l'ha proibito. Mi spiego? Ma Fortunata non gli dava retta e si lasciava portar via dai suoi pensieri. --Gli vorrà bene, babbo?.... Chi sa quanto bisogno avrà che gli vogliano bene! --Sicuro che gliene vorrò.... che domanda!.... Non è mio nipote?--E il conte soggiungeva aspirando una grossa presa di tabacco e rasciugandosi una lagrimetta col dorso della mano:--Ma! Speriamo che tutto finisca secondo giustizia, mi spiego? Un po' per le piccole sofferenze inerenti alla sua condizione, un po' per lo stato del suo animo, Fortunata non sapeva risolversi a uscire e non vedeva nessuno fuori che il canonico, il quale, buona pasta d'uomo, veniva ogni tanto a far l'ufficio di confortatore e a dire che non aveva ancora potuto indurre Sua Eminenza Reverendissima a parlare al conte Zaccaria, ma che non dubitava punto di indurvelo quanto prima. E una parola di S. E. sarebbe bastata senz'altro, perchè i Bollati eran gente religiosa, e lo stesso Leonardo, così scappato e vanesio, adempiva sempre alle pratiche del culto. --E quando c'è la religione,--concludeva monsignore,--c'è l'essenziale. Però la contessa Zanze non era soddisfatta. -Sior- Bortolo era duro come un macigno, e adesso erano venuti giù dalla Moravia anche i Geisenburg e s'erano accampati nel palazzo riempiendolo di boria e di fumo. Vederlo quel marchese Ernesto! Un po' meno pingue, ma più pettoruto di quello che fosse sei anni addietro, trasudava la superbia da tutti i pori. Ella invece, la marchesa, era diventata magra come una sardella, ma in quanto a superbia non aveva nulla da invidiare a suo marito. S'era appena degnata di salutare la contessa Zanze (che pur se l'era tenuta sulle ginocchia) e poi aveva detto (questo lo riferivano le persone di servizio) che non capiva come i suoi genitori ricevessero ancora -certa gente-. Di Fortunata i Geisenburg sparlavano senza misura. E ridevano fra di loro della sua pretensione stravagante di farsi sposare perchè Leonardo s'era levato un capriccio con lei. Faccenda da accomodarsi con qualche centinaio di zecchini, fissando poi una piccola pensione pel bimbo se si volevano spinger gli scrupoli all'estremo. Di spose convenienti per Leonardo ne avevano loro, i Geisenburg, da proporne una mezza dozzina, tutte ricche, tutte della prima nobiltà austriaca, tutte registrate nell'almanacco di Gotha. E anzi un cameriera di casa Bollati, che aveva il vizio di stare in ascolto dietro gli usci e che pretendeva di capire il tedesco, assicurava che tra marito e moglie avevano già fissato la ragazza da preferirsi. Probabilmente non c'era in tutto ciò nulla di serio, tanto più che per la scelta della sposa, se una sposa ci doveva esser davvero, -sior- Bortolo avrebbe voluto indubbiamente aver voce in capitolo. A ogni modo, mentre le cose stavano in questi termini arrivò a Venezia Gasparo Rialdi. L'appello materno gli era pervenuto in un momento critico della sua vita. Già da qualche mese tre ufficiali della marina austriaca, amicissimi suoi, Attilio ed Emilio Bandiera e Domenico Moro, nomi che l'eroismo e la sventura resero sacri, erano fuggiti a Corfù col proposito di gettarsi sul primo lembo di terra italiana ove fosse possibile di alzare il grido della riscossa contro i tiranni stranieri e domestici. Partecipe dei loro disegni e non meno deliberato a dar per la patria il suo braccio e il suo sangue, Gasparo Rialdi però non aveva creduto l'ora propizia pel magnanimo tentativo e aveva scongiurato quei valorosi a serbarsi per tempi migliori. E forse essi avrebbero accolto il suo consiglio, se il timore di esser già spiati dalla polizia imperiale non li avesse indotti a precipitare la diserzione. Con che cuore Gasparo li avesse visti partire è facile immaginarlo. Ed è facile immaginare con che ansietà egli avesse seguito le loro vicende. L'incrollabile fermezza di Emilio di fronte alle preghiere e alle lacrime della misera madre volata a Corfù nella primavera di quell'anno 1844 per iscongiurare l'imminente sciagura, la fiera dichiarazione pubblicata dai due fratelli in un giornale di Malta in risposta a un editto dell'Ammiragliato austriaco, la lettera scritta da Domenico Moro al comandante della sua nave per ispiegargli la propria condotta, commossero in quei tempi, prima ancora della tragedia di Cosenza, quanti erano spiriti gentili nella penisola. E Gasparo, ch'era stato il confidente di quei giovani audaci e che, pronosticando col lucido ingegno l'inanità dell'impresa s'era invano sforzato di trattenerli, aveva poi sentito un acre rammarico a non esser con loro, ad aver piuttosto ubbidito alla voce della ragione che agl'impeti dell'entusiasmo. La notizia sparsasi nella seconda metà di giugno che i Bandiera coi loro seguaci fossero sbarcati in Calabria diede nuova esca al fuoco, e il nostro giovane ufficiale al quale pareva di meritarsi la taccia di codardo, studiava già i modi di raggiungere gli amici, quando la lettera di sua madre gli additò un dovere sacro, preciso, immediato a cui non gli era lecito di sottrarsi. Livido di sdegno e di rabbia, Gasparo Rialdi, appena ricevuto quel foglio, si presentò al suo comandante pregandolo d'accordargli un congedo d'un mese per motivi gravissimi di famiglia. Il comandante, austriaco fino al midollo dell'ossa, ma buono di cuore e amoroso dei suoi dipendenti, fu fieramente turbato da quella richiesta, e cercando di leggere nella fisonomia stravolta dell'ufficiale: --Che avete, Rialdi?--gli disse.--Non vi si riconosce più. L'altro si schermì dal rispondere e insistette sulla necessità che aveva di partir subito per Venezia. --Mi date proprio la vostra parola d'onore che partite per Venezia? Solamente per Venezia? Gasparo Rialdi comprese il significato della domanda e proseguì con voce ferma:--Sì, le do la mia parola d'onore. --Ebbene, ebbene,--brontolò il comandante ordinando allo scrivano di redigere il permesso. E proseguì a voce più bassa:--Vedete, Rialdi, sono momenti difficili. Quei disgraziati giovani hanno fatto del male a tutti. Gasparo sentì salirsi una fiamma al viso, ma non disse nulla. --Del male a tutti,--ripetè il suo interlocutore.--Si vive in un'atmosfera di sospetti.... Sfido io.... Dopo un fatto simile.... Tre giovani che avevano uno splendido avvenire davanti a sè.... I Bandiera specialmente.... figli d'un contrammiraglio.... Non par vero.... E che cosa credono di fare? Di vincer delle battaglie contro le truppe di S. M. Borbonica?.... Di conquistare il Lombardo-Veneto?.... Ci rimetteranno la testa.... pazzi, pazzi da legare.... Date qui. Quest'ultime parole erano rivolte allo scrivano che aveva finito il suo lavoro. --Ecco il permesso firmato, Rialdi.... In fede mia, a un altro avrei risposto di no.... Dunque siamo intesi.... A Venezia direttamente.... Venezia per la via di Trieste.... La vostra parola d'onore. --Gliel'ho data,--tornò a dire Gasparo ringraziando e inchinandosi. E quella notte medesima egli viaggiava col vapore del Lloyd per Trieste. C'era a bordo una quarantina di passeggieri, quasi tutti sopra coperta, tanto il tempo era bello e il mare tranquillo. Si ciarlava, si giocava, si faceva all'amore. Tre o quattro suonatori ambulanti, imbarcatisi a Smirne in terza classe, strimpellavano delle polke e dei valzer, e chi ne aveva voglia ballava al chiaro di luna, mentre i delfini saltellavano sulle acque fosforescenti. Gasparo Rialdi pensava ai suoi amici inseguiti, a sua sorella vituperata. Egli era solo, taciturno, chiuso in sè stesso. Nè le sue angoscie patriottiche, nè i suoi dolori domestici erano di quelli che possono cercare un sollievo nelle simpatie altrui. XIV. Pallida, confusa, tremante, con le gote molli di lagrime, Fortunata osava appena alzare gli occhi verso il fratello. La confessione del suo fallo non l'era mai stata così grave. Non dinanzi al sacerdote, avvezzo a quetar gli scrupoli della sua coscienza, non dinanzi alla madre, la cui leggerezza colpevole aveva avuto tanta parte nella sua caduta. Ma Gasparo, del quale ella ricordava le previsioni, gli ammonimenti, i consigli, ahimè non seguiti, Gasparo poteva rinfacciarle la sua vergogna cercata, voluta, poteva chiederle conto dell'onore della famiglia da lei macchiato per sempre. Ella ne aveva avuto sin da bambina una gran soggezione; figuriamoci adesso ch'egli era un giovinotto alto, severo, abbronzito dal sole, con uno sguardo acuto, penetrante, che ricercava l'intime latebre dell'anima. Eppure, di mano in mano ch'ella parlava le rigide fattezze dell'ufficiale s'atteggiavano a un'espressione più dolce; pareva che il giudice si fosse impietosito del reo. E invero un gran peso gli si era tolto di dosso. Il linguaggio schietto, ingenuo di Fortunata lo aveva reso sicuro che, quale pur fosse stata la condotta di sua madre, sua sorella era una vittima e non era una complice. Quand'ella si tacque, egli stette un momento in silenzio col viso nascosto tra le palme; poi disse queste sole parole:--E lo ami sempre? --Sempre--ella rispose chinando la fronte, ma con voce ferma. --Sì, capisco--ripigliò Gasparo--l'amarlo fu la tua unica colpa e fu anche la tua unica scusa.... Ma adesso.... dopo il suo vile abbandono, dopo il suo turpe oblio d'ogni dovere più sacro.... Ah se tu non lo amassi più!... Fortunata lo guardò atterrita.--Lo amo! Lo amo! In nome del cielo, che faresti se non lo amassi più? Gli occhi del giovane sfolgorarono.--Quel che farei?... Gli farei pagare a caro prezzo l'oltraggio, e poi direi a te: Dimentica perfino il suo nome: dimentica ch'egli ti ha reso madre... l'essere che darai alla luce non ha nulla da guadagnarci a conoscerlo.... ci penseremo noi, noi soli.... se sarà un maschio, avrò cura io della sua educazione, ne farò un uomo, un cittadino. --Grazie, Gasparo, grazie--esclamò Fortunata.--Oh tu sei buono e io non perdonerò mai a me stessa di non averti ubbidito; ma se mi vuoi bene, se hai misericordia di me non devi far del male a -lui-.... a Leonardo.... non devi togliermi la speranza ch'egli mi ridoni un giorno il suo affetto, che, disingannato, stanco dei baci delle altre donne, egli torni da quella il cui cuore non muta... dalla madre della sua creatura.... --Ma non sai dunque--interruppe il fratello--che faranno di tutto per indurlo a prender moglie... una moglie che porti il suo bel gruzzolo di zecchini.... poichè si va buccinando che i nostri illustri parenti siano dissestati e che occorra una grossa dote per tappare i buchi? --No--disse la ragazza sforzandosi di persuader sè medesima che i dubbi di Gasparo erano infondati.--No, non vi riusciranno.... Quello che Leonardo vuole è la sua libertà.... È la risposta ch'egli diede a mia madre, a Monsignore... Se si risolvesse a sposarsi.... --Credi che sposerebbe te? --Lo credo. --Senti--disse Gasparo dopo una pausa--vedrò gli zii Bollati, vedrò Leonardo... oh non temere, so esser calmo, so reprimere le mie antipatie.... e quello che potrò fare pel tuo bene te lo giuro, sorella mia, lo farò. Quantunque a malincuore, la contessa Zanze s'era rassegnata ad abbandonar nelle mani di suo figlio il grave affare domestico, pel quale da un paio di mesi ella metteva in combustione il mondo. Quel benedetto Gasparo aveva un certo carattere, certe idee tutte sue.... Insomma ella lo aveva chiamato e non poteva disgustarlo. Ma il conte Luca brontolava:--Fanno come s'io non esistessi.... Vanno, vengono senza degnarsi d'avvisarmi.... Quest'è bella.... Sono o non sono il marito di mia moglie e il padre dei miei figli?... Mi spiego?... Non era naturale che conducessi io la faccenda?... Ma, nossignori... Prima -madama- ha voluto far da sè.... E adesso tocca a Gasparo, che con quel suo temperamento sulfureo finirà di rovinarci.... Cose che andrebbero trattate con calma, con prudenza, con spirito conciliativo.... E intanto chi soffre di più siamo noi due, Fortunata e io.... io che non ho un momento di bene.... Il conte Luca non osava dirlo, ma pensava alla sua scacchiera. In famiglia Bollati l'arrivo di Gasparo Rialdi a Venezia recò una molestia infinita. Gasparo non era più un ragazzo da prendersi a scappellotti; era un uomo, era un ufficiale tenuto in gran conto dai suoi superiori, e non si poteva sbrigarsene con delle ciancie vuote. Sua Eccellenza Zaccaria se n'era persuaso subito dopo un primo colloquio, in cui, ricevuta l'imbeccata da -sior- Bortolo e dai Geisenburg, egli aveva tentato di menare il can per l'aia. Bisognava vedere, bisognava studiare (proprio le parole precise di -sior- Bortolo), bisognava cercare con tranquillità una soluzione conveniente. Al bambino si sarebbe provveduto.... --Conte Zaccaria--aveva detto l'ufficiale in tuono reciso--o il bambino entra in palazzo Bollati in compagnia di sua madre, o nessuno ha il diritto d'ingerirsene.... La soluzione a cui ella accenna sarebbe un secondo insulto per mia sorella... E io non sono disposto a passar sopra nemmeno al primo.... Ci rifletta meglio, conte, ascolti i suggerimenti del suo cuore e del suo onore. Già; quest'era esprimersi chiaro. L'antifona della contessa Zanze. Non c'è altra riparazione che il matrimonio. Senonchè Gasparo non affogava il suo concetto in un mare di chiacchiere. Andava per le spiccie, aveva un piglio soldatesco che produceva un certo effetto. Il marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen, secondato dalla consorte, urlava che la tracotanza di quell'ufficialetto di marina era intollerabile, e che bisognava dargli una buona lezione, e che gliel'avrebbe data lui stesso se non avesse temuto d'insudiciarsi le mani. In quanto al contino Leonardo, è vano il dissimularlo, egli aveva paura, e se da un paio di generazioni i Bollati non fossero stati avvezzi a rimanersene attaccati come ostriche agli scogli della laguna, c'è da scommettere ch'egli avrebbe colto quell'occasione per intraprendere un viaggietto all'estero, tanto gli pesava il trovarsi faccia a faccia col fratello di Fortunata, del quale egli conosceva per esperienza l'indole focosa ed altera. La paura è un difetto, ma anche i difetti possono servire a qualche cosa. Nel caso presente essa serviva a far capire a Leonardo il brutto impiccio in cui egli s'era messo e a predisporlo alla moderazione e all'umiltà nel suo inevitabile abboccamento con Gasparo. Gasparo dal canto suo s'era impegnato con la sorella e con sè medesimo a frenar gl'impeti del suo carattere, cosicchè i due giovani, nell'incontrarsi, seppero nascondere il mal animo reciproco. Anzi, sulle prime, Gasparo fu lì lì per dubitare di essere stato ingiusto in passato negando al cugino ogni qualità di cuore e di intelletto. Ma, ohimè, il dubbio non tardò a dissiparsi, e Gasparo s'accorse ben presto che nel fare appello ai sentimenti generosi che scuotono le fibre degli altri uomini egli usava un linguaggio non inteso o inteso a rovescio dal contino Bollati. Quelle parole che destano la coscienza sopita, che fanno salire al viso i rossori della vergogna, che fanno spuntare sul ciglio le lagrime del pentimento, erano pel giovane patrizio un vano frastuono, e invece di persuaderlo al bene rinfocolavano in lui gl'istinti bassi e perversi. Preparato ai motti pungenti, alle intimazioni recise del fiero Rialdi, l'eloquenza appassionata, commossa, affettuosa di lui gli sembrava un sintomo di debolezza. --Quand'è così--pensava il vigliacco--ho torto io a farmi coniglio.--E si imbaldanziva a poco a poco, e dal labbro che un momento prima stillava latte e miele, gli uscivano allusioni maligne e velenose. Gasparo pazientò alquanto, ma colta a volo una frase che pareva accusarlo di fini subdoli e venali; egli afferrò pel braccio Leonardo, e fulminandolo con lo sguardo:--Bada--gli gridò con un ruggito--bada a quello che dici, o guai a te. E mentre l'altro, allibito, biascicava delle scuse, egli proseguì:--Bada di non confondere la calma di chi è sicuro del proprio diritto con la pusillaminità de' tuoi pari.... Perchè t'ho parlato come a un fratello, tu hai creduto ch'io fossi qui a mendicar le tue grazie.... Povero scemo! Io non so se potrò costringerti a fare il tuo dovere; per me....--e Gasparo voleva dire: per me ci rinunzierei ad averti per cognato; ma si trattenne e soggiunse invece:--Però una cosa è sicura; me vivo, mia sorella non sarà impunemente disonorata, nè il nome della mia famiglia impunemente trascinato nel fango. Misericordia! Sta a vedere che Rialdi si sognava di provocare un duello? Era matto? Eh Leonardo Bollati non si batteva! S'eran battuti abbastanza i suoi vecchi! La spada egli sapeva appena come s'impugnasse, e infatti non si ricordava d'aver mai toccata quella del nonno, comandante di galera, che il conte Zaccaria aveva regalato al Museo Correr insieme con altre anticaglie. Questa certezza che, nella peggiore ipotesi, nessuno sarebbe riuscito a condurlo sul terreno, rimetteva un po' di fiato in corpo al nostro contino, ma non più di quello che era necessario per permettergli di manifestare con parole sconnesse la propria codardia. Il cugino era troppo focoso, lo aveva frainteso... Egli non aveva mai avuto l'idea di offenderlo... Ne aveva anzi una grandissima stima... ben meritata... come per tutta la famiglia Rialdi... Del resto, riconosceva i suoi torti... Avrebbe voluto morire piuttosto che nuocere a Fortunata... Ma adesso che poteva fare?... Già non poteva mica disporre di sè... Era minorenne, dipendeva da' suoi genitori... Se si persuadevano loro.... Gasparo lo interruppe con un gesto d'impazienza:--Quando facciamo sparger delle lagrime per i nostri piaceri, abbiamo perduto il diritto di addurre a scusa la nostra età giovanile e di ripararci all'ombra degli altri... Siamo abbastanza -uomini- da dover risponder noi soli delle nostre azioni. Parole altrettanto savie quanto inutili. Il contino Bollati non si dominava con gli argomenti, ma con la paura; lo si teneva in pugno perch'era un vile. E questa fu l'impressione che anche Gasparo ritrasse dal suo colloquio con Leonardo. Si sarebbe vinto, ma la prospettiva d'una tale vittoria umiliava il nostro ufficiale assai più d'una sconfitta. E non volle o non seppe tacerlo a sua sorella allorchè ella gli corse incontro trepida, ansiosa, e vedendolo con la cera stravolta balbettò sbigottita:--Dio mio, tu m'annunzi qualche disgrazia. --Non quella che temi--egli rispose con un sorriso pieno d'amarezza. --Che cosa dunque? --Ascoltami, Fortunata, ascoltami fin che c'è tempo. Se il consenso di Leonardo fosse una disgrazia peggiore del suo rifiuto? --Egli acconsente? Leonardo acconsente a farmi sua moglie?--gridò Fortunata pazza di gioia. E i suoi occhi s'illuminarono come se le brillasse dinanzi una visione celeste. Ma poi scorgendo la meraviglia, il disgusto dipinti sulla fisonomia di suo fratello, chinò la fronte e arrossì. --Non lo ha detto ancora--rispose Gasparo.--Ma io credo ch'egli acconsentirà a tutto quel che si vuole... sai perchè? Perchè lo spaventa l'idea ch'io possa fargli pagar caro il male che ti ha fatto, perch'egli trema per sè, perchè egli non ha nemmeno il coraggio d'essere un tristo... E da un tal uomo tu speri la felicità?... Ah se io fossi in te, piuttosto di aver costui per marito, accetterei anche il disonore. --Per me forse--esclamò Fortunata--ma non per -lui-, non per mio figlio... Io non voglio che mio figlio sia chiamato con un nome ingiurioso. Ma a questo grido di madre non tardò a tener dietro un grido d'amante. --Vedi, Gasparo, tu non puoi capire... malgrado del tuo ingegno, e ne hai tanto, non puoi capire quello che si passa in cuore di donna... Tu mi domandi s'io spero da Leonardo la felicità... Ma la felicità, per noi, consiste nell'appartenere all'uomo che amiamo, nel viver con lui, per lui... anche s'egli non è degno del nostro amore... anche se ricambia con gli oltraggi e gli scherni le nostre carezze... Non corrugar la fronte, Gasparo, non esser troppo severo con me... sono una povera femmina, io... Non ragiono, sento... In quell'amore che mi ha fatta colpevole, in quell'amore che mi fa madre è chiuso il mio piccolo mondo... Non ho altro, non avrò altro mai... Il Signore non ha voluto ch'io espiassi il peccato con le preghiere, con le penitenze, coi digiuni... ha ribadito lui stesso le catene che mi tengono attaccata alla terra... No, no, te lo ripeto--ella continuava infiammandosi sempre più--tu non puoi capire... Bisognerebbe esser davvero al mio posto... Io non ho nè la bellezza, nè la grazia, nè lo spirito, ed -egli- mi ha amata, sia pure per una settimana, sia pure per un giorno... è quanto basta perchè io l'ami per tutta la vita. Gasparo era ammutolito. Che rispondere alle manifestazioni esaltate d'una passione che non tentava nemmeno giustificarsi, ma si affermava come un fatto inesorabile, voluto dal destino? Ed egli, il forte e prode uomo, si domandava tristamente come un libertino volgare, senza ingegno, nè dignità, nè coscienza, potesse esercitare un tal fascino sopra una fanciulla buona e gentile. Di quanto fango è dunque composta quella cosa divina che si chiama l'amore? Checchè ne sia di ciò, l'abboccamento di Leonardo Bollati e di Gasparo Rialdi aveva avuto per effetto di lasciar uno dei due interlocutori sbigottito, l'altro nauseato. Ma se lo sbigottimento rendeva Leonardo più malleabile, la nausea rendeva Gasparo meno acconcio che mai al suo ufficio di negoziatore. Egli si trovava, del resto, in una singolare condizione di spirito. Egli capiva che, in certi casi, dal matrimonio in fuori, non c'è riparazione che valga, ma, d'altra parte, sentiva crescere la sua ripugnanza ad adoperarsi per combinare un matrimonio che avrebbe unito Fortunata con un uomo tanto spregevole. Era scontento della sua famiglia, scontento di sè. Lo irritava la nullaggine del suo babbo, l'indole poco scrupolosa di sua madre, l'accecamento di sua sorella; si sentiva umiliato di queste misere lotte in un tempo nel quale i suoi amici scontavano col loro sangue un'eroica follìa. XV. Poichè in Calabria era avvenuto quello che tutti prevedevano. Sopraffatti dalle forze borboniche presso San Giovanni in Fiore il 19 giugno di quell'anno 1844, tratti a Cosenza dinanzi a una Corte marziale, Attilio ed Emilio Bandiera, Domenico Moro e i principali fra i loro seguaci, venivano condannati a morte il 24 di luglio e fucilati il dì appresso. La -Gazzetta privilegiata- di Venezia di martedì 6 agosto riproduceva dal -Giornale di Napoli- l'estratto della sentenza pronunciata ed eseguita. Non una riga di commento, non una parola di compianto pei tre veneziani che pur lasciavano qui tanta eredità di memorie e d'affetti. Era già molto se l'insulto villano non li accompagnava nella tomba. Ma nel segreto delle pareti domestiche, nell'intimità dei crocchi giovanili, i nomi dei tre martiri erano susurrati con affettuosa riverenza, e il sacrifizio magnanimo richiamava a più alti pensieri i popoli della Penisola immersi in frivole cure. Ciò che Gasparo Rialdi provasse alla notizia della strage di Cosenza, è inutile il dirlo. Egli giurò allora, e mantenne il giuramento, di consacrare la sua vita all'idea per la quale i suoi compagni d'armi erano caduti. Certo non era piccolo sforzo per lui il far violenza alla sua natura schietta e leale, il continuar a indossare una divisa abborrita, a servire sotto una bandiera ch'egli tradiva; però i tempi tristissimi non lasciavano libertà di scelta ai generosi che i voleri delle famiglie o la dura necessità costringevano a militare sotto lo straniero; o venir meno agli obblighi di cittadini, o venir meno agli obblighi di soldati. Comunque sia, sotto la prima impressione della tragedia di Calabria, il nostro ufficiale non seppe padroneggiarsi appieno, e il luogo e il modo in cui egli uscì dal suo riserbo diedero origine a un fatto che poteva avere per lui conseguenze gravissime. Egli aveva pregato un suo conoscente d'introdurlo una sera nel Casino dei nobili affine di leggervi nei fogli napoletani i particolari del processo contro i Bandiera e i loro complici. Ora nel momento in cui Gasparo entrò con l'amico, quei fogli erano tutti accaparrati da un gruppo di persone, tra cui primeggiava il marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen, quello stesso che avrebbe voluto dare una buona lezione al Rialdi se non fosse stata la paura d'insudiciarsi le mani. Il signor marchese leggeva ad alta voce con la sua pronunzia ostrogota, fermandosi a ogni due parole per pigliar fiato e per interpolare qualche sua riflessione in italiano o in tedesco, un articolo del -Giornale di Napoli-, contenente un giudizio sommario sull'impresa di Calabria. Impresa -incredibile al racconto, di superlativa stoltezza, di crassa ignoranza-, la chiamava il dotto articolista, e l'illustre signor marchese stava appunto deliziandosi in queste frasi concise, vibrate, degne di Tacito. Egli vide con la coda dell'occhio Gasparo Rialdi, ma finse di non accorgersene e tirò innanzi nelle sue osservazioni, mettendoci forse una maggiore acrimonia. Anch'egli opinava, come la suocera, che Gasparo fosse un po' carbonaro, e non gli dispiaceva di slanciargli indirettamente qualche frecciata, tanto più che l'ufficialetto gli era antipatico per cento altre ragioni. La condotta del signor marchese non era punto generosa, giacchè egli doveva sapere che nel campo politico il Rialdi non aveva libertà di parola. Noi non abbiamo però detto mai che il marchese fosse un uomo generoso. Anzi egli non era punto tale, sebbene non fosse certo un vigliacco come il cognato Leonardo. --Penissimo--esclamò il marchese Ernesto, sempre col giornale in mano---Superlativa stoltezza... crassa ignoranza. So ist es...- Così è. L'uditorio approvava. Era proprio da matti furiosi il pensarsi una cosa simile... In trenta o quaranta voler abbattere un regno... E poi, se fossero padroni loro? ---Gott bewahre!- Dio guardi! meglio la fine del mondo... Sarebbe come Rifoluzione francese... Ladrerie, stragi, sacrilegi. --Quel Mazzini!--disse un signore grave e maturo tentennando la testa. --Sicuro--assentì il marchese.--Quel Mazzini, gran canaglia... Se si prende, non fucilarlo... troppo onore... -Erhängen muss man ihn-... come si dice in italiano? ah sì... impiccare, impiccare... --Quello non si piglia--osservò un altro--e intanto dei poveri giovani vanno a farsi ammazzare per lui. --Che poferi giovani? che poferi giovani?--esclamò infastidito il nobile moravo.--Esempi ci vogliono, e queste condanne faranno puonissimo effetto... Che poferi giovani?.... Tanto peggio per loro... Non poferi, impecilli forse... ma impecillità non scusa. Gasparo s'era frenato fino allora. Seduto dinanzi a un tavolino all'angolo opposto della stanza, egli avea fatto il possibile per non sentire, per immergersi nella lettura di uno stupido giornale di -Mode e Varietà-. Ma il sangue gli saliva alla testa; e all'ultime parole del marchese egli non ne potè più, e senza ben sapere quel che volesse fare o dire, si alzò di scatto dalla seggiola, e respingendo l'amico che s'era provato a trattenerlo, si diresse verso il crocchio ove l'altro dottoreggiava. Era infiammato in viso, i suoi occhi lampeggiavano. Quei patrizi rimminchioniti non eran leoni e subodorando una scena si tirarono in disparte. Il marchese Ernesto però, antico capitano degli usseri, non poteva battere in ritirata, e levatosi da sedere quanto più presto glielo permise la sua corpulenza, s'appoggiò coi pugni alla tavola, e disse:---Was wünscht der Herr Offizier? Ja...- Che desidera? --Io?... nulla--rispose Gasparo sforzandosi d'esser calmo.--Anzi mi dispiace di aver disturbato la bella conversazione.... Volevo dire solamente.... --Ah, foleva dire qualcosa? -Bitte-... Prego... Parli.... --Volevo dire che bisogna mancar d'ogni gentilezza d'animo per scagliarsi contro della gente che può esser stata illusa, che può aver sbagliato, ma che in ogni modo sacrificò la vita per un'idea.... ---Bitte... Prego... Der Herr...- Il signore difende i Pandiera?... -Ach sehr gut...- Penissimo.... Un imperiale e reale ufficiale.... --Io non entro nella questione, io non giudico il tentativo dei fratelli Bandiera e dei loro seguaci, ma ripeto, e l'esser ufficiale della marina austriaca non me ne toglie il diritto, che l'insultare alle tombe è viltà. Il marchese era divenuto anche lui rosso come una ciliegia, e ansava più del solito. --Viltà?... -Ach ja, Feigheit.... Und mir sagen Sie das?...- Dice a me questo? --A lei, a lei.... O a chi dunque? --Ah capisco.... Il signore vuole... come si dice?... -mich herausfordern... ach ja...- provocare... provocar me, marchese Geisenburg-Rudingen von Rudingen? Capisco assai pene.... I Pandiera sono un pretesto. Il signore vuol provocare perchè sono contrario a speculazioni matrimoniali di sua famiglia.... --Lei mente, lei è un codardo--urlò Gasparo Rialdi fattosi livido all'atroce ingiuria. E la sua mano alzatasi con piglio minaccioso sarebbe certo caduta sulla nobile guancia del marchese Ernesto di Geisenburg-Rudingen von Rudingen se i presenti non si fossero interposti a tempo. Però quello scandalo pubblico tra due militari non poteva finire così, e il giorno appresso il marchese Geisenburg-Rudingen von Rudingen e il conte Gasparo Rialdi si trovarono l'uno di fronte all'altro su una striscia di terra non coltivata a poca distanza da Fusina. Il marchese era stato in gioventù uno spadaccino di prima forza, e conosceva ancora alla perfezione le finezze dell'arte, ma il Rialdi era più svelto, più risoluto, più audace e con un colpo bene assestato ferì l'avversario alla spalla destra e gli fece cader l'arma di mano. Il curioso si è che questo duello, il quale ragionevolmente avrebbe dovuto spazzar via l'ultime speranze di Fortunata, produsse un effetto tutto contrario alle previsioni. E in primo luogo diciamo che la disgrazia del marchese non afflisse nessuno in famiglia Bollati. La prosopopea di quel feudatario era stata sempre intollerabile, ma adesso era più uggiosa che mai, dacchè s'era scoperto che, dietro a tanto fumo c'era pochissimo arrosto, e che i famosi castelli moravi erano stati ipotecati per pagare i debiti di giuoco del signor marchese, il quale poi gli altri debiti non li pagava affatto. Siccome però i creditori non avevano l'opinione del signor marchese che un gentiluomo non dovesse curarsi che degl'impegni contratti dinanzi a un tavolino di -roulette- o di faraone, così le citazioni fioccavano, e raggiungevano l'illustre viaggiatore anche di qua dalle Alpi. I suoi due camerieri, quando avevano ben mangiato e bevuto in cucina, deponevano per poco l'usata albagìa, e ne raccontavano di belline. Essi medesimi, a sentirli, non ricevevano il salario da più mesi, e si adattavano a restare ancora per qualche tempo presso le loro Eccellenze unicamente nella speranza che il conte Zaccaria venisse in aiuto del genero e della figliuola. Già, essi soggiungevano mezzo in tedesco e mezzo in italiano, il vero scopo della gita in Italia della nobile -Herrschaft- era stato quello di procurarsi danaro. La servitù dei Bollati, che cominciava ad accorgersi degli impicci finanziari della famiglia, non rispondeva nulla, ma dubitava grandemente che la nobile -Herrschaft- fosse costretta a tornarsene indietro con le mani vuote, nel qual caso addio mancie! Infatti il -lustrissimo- Zaccaria, per levarsi la seccatura, mandò il marchese dall'agente generale, -sior- Bortolo, e questi protestò di non poter dare un centesimo. Ormai l'ingegnoso amministratore era a corto d'espedienti, e non ci teneva punto a ingraziarsi i Geisenburg, che, invece di secondarlo, avevano attraversato alcuni suoi disegni. Il marchese Ernesto e la marchesa Maddalena intronarono allora di querimonie gli orecchi dei congiunti dicendo ch'era una vergogna il lasciarsi dettar la legge da un bifolco, e che quel -sior- Bortolo era un ladro, e ch'era tempo di vederci chiaro, e altre cose simili, tutte fatte apposta per seccare i Bollati, i quali a vederci chiaro non ci pensavano nemmeno e parevano disposti ad andar placidamente in rovina piuttosto che aver sopraccapi. Onde la contessa Chiaretta, discorrendo de' suoi parenti, ebbe a confessare che preferiva mille volte la Fortunata Rialdi alla marchesa figlia, e che perfino Gasparo, quantunque carbonaro, le era meno uggioso del proprio genero. Il -lustrissimo- Zaccaria aveva su per giù la medesima opinione, e quando vennero a dirgli che il marchese era stato ferito--Auff--borbottò fra i denti--se la ferita lo guarisse dalla petulanza! E neppure il contino Leonardo avrebbe creduto opportuno, in massima, d'intenerirsi pel cognato; chè anzi quel manichino impastato di arroganza gli era insoffribile, ed egli non sapeva perdonargli l'etichetta fastidiosa che la presenza di lui introduceva in palazzo, onde conveniva mutar vestito a ora di pranzo, e star composti a tavola, e non dir parolaccie. Se la stoccata fosse venuta al marchese da un'altra parte qualsiasi, il nostro giovinotto sarebbe stato capacissimo di mettere un gran respiro di soddisfazione. Ma il duello del Geisenburg col Rialdi lo turbò tutto per ragioni sue personali. Senza dubbio quel terribile Gasparo meditava un grande eccidio, e dopo aver provato la punta della sua spada sulla pelle del marchese Ernesto, si disponeva a cacciarla a mezza lama nella pancia di qualchedun altro. Anime sante del Purgatorio! come diceva don Luigi. Al contino veniva la pelle d'oca al pensarci, e la notte successiva al duello fu per lui una notte d'inferno. Si voltava e rivoltava fra le lenzuola ansando, smaniando, balzando a sedere a ogni più lieve romore. Peggio poi se pigliava sonno un momento. L'assalivano subito tetre visioni, gli pareva d'essere infilzato come un capo di selvaggina, e si svegliava in sussulto sbarrando gli occhi e palpandosi di qua e di là per esser ben sicuro che il ferro traditore non gli fosse penetrato nelle viscere. Allora, un po' più calmo, cercava di persuadersi che Gasparo Rialdi non l'avrebbe mica aggredito per la strada come un volgare assassino, e che in quanto al battersi bisognava essere in due per volerlo, ed egli, Leonardo Bollati, non sarebbe stato mai uno di quei due. Egregiamente; ma queste ottime ragioni non avevano efficacia durevole. Alle corte, il bravo giovinotto prese una risoluzione eroica e la comunicò ai genitori. --Ci ho pensato su, e mi son convinto che non posso far di meno di sposar Fortunata. Ho degli obblighi. Il lustrissimo Zaccaria e la lustrissima Chiaretta rimasero di sasso, perchè fino allora il contino non s'era mostrato così soggetto agli scrupoli. --Ta, ta, ta, ta--disse Sua Eccellenza il conte Zaccaria--meno furia, ci siamo anche noi.... E com'è che fino a pochi giorni fa il signorino protestava di non volersi ammogliare nè adesso, nè mai, nè con la cugina, nè con la figlia dell'imperatore del Mogol, se, puta caso, ella fosse venuta da queste parti? --Io volevo liberarmi dalle seccature di -sior- Bortolo che s'impuntava a darmi la sua Vinati. --Di quella non si parla--interruppe la contessa Chiaretta--non è neanche nobile. Il conte sospirò pensando che la Vinati avrebbe portato in casa cinquecentomila lire sonanti. Pazienza. C'era di mezzo il decoro della famiglia, e conveniva rinunziarci. --Ma io non voglio saperne nemmeno delle tedesche di mio cognato--seguitò Leonardo. --Oh quelle lì--disse il conte--sono -in mente Dei-. Il marchese mio genero non fa che citarle a memoria dall'almanacco di Gotha.... Del resto--soggiunse il nobiluomo con maggiore solennità--è fuor di dubbio che l'unico rampollo maschio d'una famiglia come la nostra deve pigliar moglie per assicurare la discendenza. --Ebbene, io sposo mia cugina, e la discendenza è già assicurata. --Adagio, Biagio--ripigliò il conte Zaccaria.--Il matrimonio d'un Bollati non è faccenda da risolversi su due piedi, e cinquant'anni addietro avrebbe voluto entrarci il Serenissimo.... --E le prime famiglie del patriziato sarebbero venute a offrirci le figliuole--esclamò la signora Chiaretta. --Sfido io.... Con tanti dogi e procuratori e ammiragli che abbiamo fra i nostri vecchi... le prime famiglie e le più ricche...--soggiunse il conte moderando un poco l'intonazione pomposa del discorso. --Sarebbero venute anche adesso--disse la moglie--senza questi scandali, senza questa condotta indecente.--Indi rivolgendosi a Leonardo--Vergogna! Sei la rovina dei Bollati. Naturalmente da questo colloquio non si concluse nulla. -Sior- Bortolo, chiamato di nuovo a consulto dai nobili padroni, tenne un linguaggio insolito. Egli non voleva più impicciarsene, perchè s'era accorto che le sue intenzioni erano fraintese e il suo zelo mal ricompensato. A proporre, giorni addietro, un partito di cinquecentomila lire pel contino Leonardo, s'era tirato addosso una tempesta, e il marchese e la , 1 . 2 3 - - , ! - - , 4 . - - ? 5 6 . - - 7 ! - - . 8 9 , , , 10 , 11 ' , , 12 . 13 14 15 16 17 . 18 19 20 ' ' 21 . , 22 , 23 . 24 , 25 , ' , 26 ? , 27 ; ! - - - - 28 - - . 29 30 , . ( ' 31 ' ' 32 ) ' 33 ' , ' 34 , ' 35 . 36 , - - , 37 - - , , , 38 ' 39 . 40 41 , , 42 ' . 43 44 - - , - - . - - 45 . 46 47 . - - 48 , ? 49 ? 50 51 - - , , ' . 52 53 - - ! . . . , 54 ? 55 56 - - , . . . , , 57 . 58 59 ' . , 60 . ? 61 . . . , , 62 ' . . . . 63 ; . . . . . . 64 . . . 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