suonano così dolci alle donne, solleticò insomma in tutti i modi la sua
vanità. Queste galanterie non rimasero segrete, chè la prima a non voler
che rimanessero tali era la persona alla quale esse erano fatte.
Figuriamoci s'ella poteva resistere al gusto di umiliare la Rosetta che
l'aveva per tanto tempo guardata d'alto in basso! E la Rosetta n'ebbe
una rabbia da non dirsi. Che Leonardo, disgustato dal suo eccessivo
riserbo, si curasse appena di lei, pazienza; ma ch'egli corteggiasse la
Filomena (era il nome della rivale) questo passava davvero ogni misura.
Solo a pensarci le veniva da piangere. E se la prendeva un po' con
tutti. Con la Filomena, s'intende; con Leonardo, ch'era volubile e di
pessimo gusto, con quel noiosissimo Beppe Gualdi che faceva il geloso,
con lei stessa che gli dava retta. Ah, se un giorno essa diventava sua
moglie, come gliel'avrebbe fatta pagare!
Intanto, una mattina, mentre il contino Leonardo tornava alla villa per
una scorciatoia, egli vide la Rosetta che pareva occupata a coglier
margherite sul ciglio del sentiero. Avrebbe voluto far lo spavaldo e
passare avanti, ma ell'era troppo bella, troppo procace in
quell'atteggiamento, col seno che quasi le traboccava dalla bustina, ed
egli sentì una ondata di sangue caldo salirsi alla testa.
--Buon giorno, Rosetta--egli disse fermandosi sui due piedi.
Ella finse una grande sorpresa, arrossì e lasciò cadere i fiorellini che
teneva in mano.
--Ti faccio paura?--ripigliò il giovane. E soggiunse più basso:--Come
sei bella stamattina! Meriti proprio il tuo nome; sei un bocciuolo di
rosa.
--Oh--ella rispose--la Filomena è molto più bella di me.
Il contino Leonardo si strinse nelle spalle.
--La Filomena non è degna neanche di baciar la terra su cui tu cammini.
La fisonomia della Rosetta s'illuminò dal piacere; nondimeno ella si
tenne in un certo riserbo:--A me dice così, a lei invece....
--O che credi sul serio ch'io sia invaghito della Filomena?
--To!!... Come se non lo credessero tutti quanti?...
--Tutti quanti credono male, quest'è la verità.... A ogni modo, che te
ne importa se hai la testa piena del tuo Beppe Gualdi?
La ragazza fece un gesto d'impazienza.
--Un brav'uomo--seguitò Leonardo--un po' maturo per te... ma dal momento
che gli vuoi bene....
--Che ne sa lei se gli voglio bene, o no?
--Oh bella! risponderò anch'io: tutti lo dicono.
--La gente chiacchiera per aprir la bocca.
--E allora perchè sei stata così cattiva con me quest'autunno?--incalzò
il contino passandole un braccio attraverso la vita.
Essa resisteva.--No, no, mi lasci.... Se qualcuno ci vede.
--Non c'è anima viva--replicò Leonardo. E, pronto ormai ad ogni più
ardita impresa, le stampò un bacione sul collo, mentre cercava di
spingerla fuori del sentiero, in un campo di grano turco, le cui canne
alte e fitte potevano essere un eccellente riparo contro gli sguardi
indiscreti.
Quantunque alla giovane ripugnasse l'idea di questa capitolazione
vergognosa, non si sa quel che sarebbe accaduto, se proprio fra le canne
del grano, a poca distanza dal luogo ove si trovavano i due giovani, non
si fosse inteso un improvviso fruscìo, come di persona che si aprisse
bruscamente il passaggio, forse per entrare, forse per uscire dal campo.
Pur non si vide nessuno e poteva esser benissimo un'illusione dei sensi.
Ma il momento buono era passato, e il timore d'essere scoperta ridonò
alla Rosetta il suo sangue freddo. Anche Leonardo divenne subito più
circospetto. Egli non aveva un'anima di leone, e non avrebbe voluto
tirarsi addosso la collera di Beppe Gualdi, ch'era uomo capace di non
guardare in faccia nemmeno a un'Eccellenza. Ottener la vittoria
senz'affrontare il pericolo, ecco il magnanimo ideale del nostro
valoroso contino.
Così Leonardo e la Rosetta si separarono di lì a poco non senza
promettersi che si sarebbero riveduti.
E si rividero in fatti più volte, ma sempre con infinite cautele e
sempre per brevissimi istanti. Però questa intimità avrebbe dato i suoi
frutti alla prima occasione propizia. Del resto, Beppe Gualdi non si
lasciò scappar con la Rosetta una parola che accennasse a qualche suo
sospetto, nè la Filomena fece a Leonardo alcuna scena di gelosia. Ne
venne una sicurezza fallace che doveva portar tristi effetti. Perchè i
due giovani che credevano aver delusa la vigilanza altrui erano invece
spiati a ogni passo. Il loro incontro presso al campo di frumentone
aveva avuto per testimonio un monello di dodic'anni, fratello della
Filomena, il quale raccoglieva alcune pannocchie cadute, e dileguandosi
non visto era corso subito ad avvertir sua sorella che la Rosetta s'era
lasciata dare un bacio dal -signorino-. La Filomena scattò come una
molla, e voleva fare uno scandalo, ma, riflettendoci meglio, pensò di
consultarsi con Beppe Gualdi, il quale non era uomo da sopportare in
pace una canzonatura di questa specie. Sulle prime Beppe fece alla
Filomena l'accoglienza che gl'innamorati fanno sempre a chi accusa
dinanzi a loro la persona a cui vogliono bene; poi, calmatosi alquanto,
le ordinò severamente di tacere e di lasciare a lui la briga di chiarir
quest'imbroglio. Guai a lei se si tradiva col contino Leonardo, guai. In
tal modo ella dissimulò per paura, egli dissimulò per calcolo e
provvide in maniera da esser informato per filo e per segno di tutto ciò
che Leonardo e la Rosetta facevano e architettavano. Egli godeva d'un
certo credito fra i terrazzani, era largo nello spendere, e gli era
facile trovar gente disposta a rendergli servizio. E poi, pare
impossibile, i servizi che la gente rende più volentieri son quelli coi
quali, giovando a qualcheduno, si può nuocere a qualchedun altro.
Insomma Beppe non tardò ad acquistare la certezza che la ragazza lo
ingannava, e vi fu anche chi gli riferì queste precise parole dette
dalla Rosa al contino per schermirsi da un abboccamento più intimo del
solito ch'egli le chiedeva con insistenza:--«Come devo fare se ho sempre
quel seccatore fra i piedi?»--Il seccatore era lui, Beppe Gualdi. Ah!
bisognava finirla e costringer quei due sfacciati a levarsi la maschera;
bisognava sorprenderli insieme in un luogo, in un'ora che non desse loro
mezzo di scampo. Perciò Beppe finse di dover andare a Padova per un
affare di suo padre, e disse alla Rosetta che sarebbe tornato soltanto
di lì a tre o quattro giorni. E s'assentò realmente, ma invece di andare
a Padova, si ridusse nella campagna d'un suo compare, poche miglia
distante, ad aspettarvi le notizie che gli sarebbero state date dagli
amici zelanti. Quelle notizie non si fecero attendere un pezzo. La sera
del giorno seguente a quello in cui Beppe era partito, Leonardo e la
Rosetta dovevano trovarsi nel chiosco chinese della villa Bollati, un
chiosco che non s'apriva mai e del quale il contino si era fatto dar la
chiave dal giardiniere. Secondo tutti gl'indizi, la Rosetta s'era
lasciata tentare dalla speranza d'un bel regalo. Ell'aveva avuto
l'imprudenza di dire alla figlia del maniscalco che le mostrava un
anellino di smalto regalatole dal fidanzato:--Oh lo smalto ci vuol poco
ad averlo.... Ma son poche quelle che possono avere i brillanti.--Sta a
vedere che tu ne hai--rimbeccò l'altra ironicamente. La Rosetta non
rispose, ma guardò la sua amica con una tale aria di commiserazione da
far intendere che l'averne dipendeva da lei.
Gli amici diedero a Beppe tutti questi particolari con maligna
compiacenza, ma quand'egli, il cui amore s'era convertito in odio, li
invitò ad aiutarlo per somministrare una buona lezione a quel libertino
del conte Leonardo, sorsero mille scrupoli e mille dubbi. Non c'era
ragione di mettersi in lotta coi Bollati; i signori, si sa, hanno per
loro la polizia, e gli stracci vanno sempre all'aria. Che Beppe
piantasse la Rosetta era troppo giusto, ma in quanto al contino era
meglio non occuparsene.
Però questi consigli non ebbero presa sull'animo risoluto del giovane. E
poichè nessuno volle venire con lui, egli solo, poco prima dell'ora
fissata pel ritrovo dei due amanti, s'introdusse per una siepe nella
villa Bollati, e si appiattò in una macchia di lauri a pochi passi dal
chiosco. Il contino Leonardo non istette molto a comparire, aperse con
la chiave la porticina del chiosco, accese un lanternino che spargeva
intorno una luce fioca, e poi si fermò sulla soglia ad aspettare. Di lì
a dieci minuti s'intese un suono di passi affrettati e leggeri, una voce
sommessa (la voce di Leonardo) disse:---Avanti-;--una figura di donna
avviluppata in uno scialle rasentò la macchia di lauri ove Beppe s'era
appiattato, ed entrò rapidamente nel chiosco. Egli la lasciò entrare,
resistendo alla tentazione di gettarsele addosso e di stritolarla, ma,
quando la porticina fu chiusa, egli, vi si precipitò contro con impeto,
ne scompaginò con un colpo vigoroso il debole assito e piombò come un
fulmine fra la Rosetta e il suo damo. Non aveva seco armi di nessuna
specie e nemmeno un bastone; ma con pugni e calci bene assestati mandò
il contino a ruzzolar nell'erba, mentre teneva stretta pei polsi la
Rosetta e la colmava d'ogni sorta di vituperi. Le grida acutissime di S.
E. Leonardo misero a soqquadro la villa. I servi uscirono coi lumi, i
cani da guardia latrarono a piena gola scuotendo furiosamente la catena,
la contessa Chiaretta che giocava a tresette dimenticò di accusare la
-napoletana- di spade, S. E. Zaccaria si fermò nel bel mezzo d'una
spropositata dissertazione agricola col fattore, gli ospiti
tramortirono, e Fortunata, pallidissima, si trascinò fino alla portiera
a vetri che dava sul giardino; poi, mancandole le gambe, dovette
appoggiarsi a uno degli stipiti per non cadere.
Intanto Beppe Gualdi, pago di aver conciato il rivale pel dì delle
feste, era riuscito a ripassare la siepe prima che i suoi inseguitori lo
raggiungessero, mentre che il contino Leonardo, raccolto dai servi tutto
pesto e sanguinolento, era trasportato a casa e deposto sopra un canapè.
Per fortuna c'era lì presente il dottore, il quale dichiarò che non
c'erano lesioni pericolose e fece le prime medicature. Anche la Rosetta,
pazza di terrore, era stata ricoverata in cucina dalla servitù.
Leonardo, ch'era un vigliacco, piangeva e urlava come un bambino. Solo
di tratto in tratto egli interrompeva le sue lamentazioni per
gridare:--Bisogna denunziarlo alla Polizia quel cane, bisogna farlo
condannare a morte.--E nel dir così digrignava i denti e agitava le
braccia con piglio minaccioso.
IX.
Il contino Leonardo risanò presto e Beppe Gualdi non ebbe a soffrire che
pochi giorni di carcere per soprusi e violenze, condanna che scandalizzò
molto, per la sua mitezza, la signora Chiaretta.--Ecco a che punto siamo
ridotti,--ella sospirava con don Luigi.--Un bifolco può metter le mani
addosso a un patrizio veneto senz'andar incontro a nulla di peggio che a
una settimana di prigione. Ormai, credetelo pure, anche i Governi sono
d'accordo coi carbonari.
Il sacerdote tentennava la testa.--Pur troppo, Eccellenza, tutto va
male, tutto è corrotto nei tempi moderni, il cuore, il cervello ed il
gusto.... specialmente da noi. In un paese dove un Manzoni può passare
per un grande scrittore non bisogna meravigliarsi di nulla.
Stabilita così la responsabilità indiretta di Alessandro Manzoni nelle
busse toccate dal contino Leonardo Bollati, don Luigi seguitava a
deplorare le infinite cause del, pervertimento degli animi, la mancanza
di religione, l'abbandono delle pratiche del culto, l'uso invalso in
tante famiglie di mangiare di grasso il venerdì e il sabato, ecc., ecc.
--E poi--soggiungeva la contessa--volete che non abbiano una cattiva
influenza quelle invenzioni del demonio che si succedono da pochi
anni?... Vapori di acqua e di terra, illuminazioni a gas e altre
porcherie simili.... Non hanno già cominciato a gettare un gran ponte
sulla laguna per unire Venezia alla terraferma?
Mentre che la contessa Chiaretta e il cappellano si querelavano in tal
maniera delle tristi condizioni dell'umanità, il conte Zaccaria era
occupato a negoziare un decoroso componimento.
Lo scandalo avvenuto nel chiosco chinese non avea soltanto fatto
tramontare ogni possibilità di matrimonio tra la Rosa e il nipote
dell'oste, ma aveva anche recato un colpo gravissimo alla riputazione
della ragazza.
Il gastaldo aveva sentito risvegliarsi a un tratto le sue viscere di
zio, e strappandosi i capelli per la disperazione era corso da S. E. il
conte Zaccaria a dirgli ch'egli era un uomo rovinato, che non avrebbe
potuto sopravvivere al disonore della famiglia, nè reggere al pensiero
che un colpo simile gli venisse da un nobil uomo Bollati. A chi la
mariterebbe adesso la sua nipote? Come risponderebbe ai fratelli della
ragazza, giovani impetuosi e maneschi, che lavoravano in Ungheria, ma
che sarebbero certo tornati in patria appena fosse giunta loro la
notizia dell'accaduto?
S. E. aveva molto ragionevolmente fatto notare al suo interlocutore
ch'egli aveva avuto torto di non accorgersi di quello di cui
s'accorgevano tutti, vale a dire che la Rosetta era un po' civettuola e
che egli doveva custodirla meglio di quel che non avesse fatto.
Ma il volpone non s'era dato per vinto. Sicuro, egli era stato una
bestia, sicuro, la Rosa era una fraschetta, ma egli aveva avuto sempre
tanta fiducia ne' suoi padroni! Quel contino Leonardo egli l'aveva
sempre considerato, salvo la debita riverenza, quale un figliuolo. Di
tutti avrebbe dubitato ma non di lui. E adesso, se quei ragazzi
tornavano a vedersi, come impedire che si riavvicinassero, come impedire
che la tresca ricominciasse?... Ah s'egli avesse potuto spedir la
Rosetta all'altro capo del mondo?... Se avesse potuto sposarla fuori di
paese?... Ma prima dello scandalo non c'era che da scegliere fra dieci a
dodici partiti oltre a Beppe Gualdi: invece dopo quella sera fatale
nessuno voleva più saperne.... Uno solo, forse, non aveva mutato idea,
Menico il caffettiere.... Quel monello lì era innamorato cotto della
Rosa e pareva sempre disposto a prendersela.... Ma come si fa? La Rosa
non aveva un soldo di dote, Menico non aveva neanche la camicia.... Si
doveva lasciarli morir di fame? In quanto a lui, il gastaldo, si sarebbe
levato il pane di bocca per dare quattro soldi alla nipote che gli era
stata raccomandata dal fratello al letto di morte, ma, quant'è vero
Iddio, era al verde, assolutamente al verde.... Anni cattivi, anni
cattivi, e S. E. lo sapeva meglio degli altri.
In ogni circostanza critica il conte Zaccaria ricorreva al consiglio ed
all'opera del suo agente generale. Quell'impagabile -sior- Bortolo col
suo umore uguale, calmo, sereno, era l'uomo fatto apposta per appianare
i dissidi. Non che escludesse -a priori- le liti. Quando la dignità
dell'illustre famiglia Bollati lo esigeva, egli sapeva tirarle in lungo
anche più della guerra di Troia, ma negli altri casi egli preferiva gli
accordi amichevoli. Ora, egli aveva un modo tutto suo d'intendere questa
dignità del casato. Se le liti potevano fruttare dei quattrini a lui,
egli diceva che bisognava litigare; se non potevano fruttargli nulla e
aveva invece da sperar qualche cosa dagli accordi, egli sosteneva con
altrettanta energia che bisognava venire a patti.
Fedele a questo sistema, egli suggerì a S. E. Zaccaria di far ponti
d'oro al matrimonio della Rosetta con Menico. La dignità del nome
Bollati imponeva di riparare alle conseguenze della leggerezza del
contino Leonardo, e poichè se ne offriva la propizia occasione era
debito sacrosanto di non lasciarselo sfuggire. Si desse una piccola
sommetta a Menico per aprire, come egli desiderava, un caffè nel vicino
paesetto di Oriago, e ch'egli si sposasse in santa pace la Rosa. E
-sior- Bortolo tanto disse e tanto fece che il conte Zaccaria si
persuase al sacrifizio pecuniario che gli era richiesto. Già a trovar
il danaro ci pensava l'agente.
La ragazza, rendiamole giustizia, si mostrava molto restìa ad accettare
una simile soluzione, ma il gastaldo, questa volta, fece da zio e da
tutore sul serio, e dichiarò che s'ella non accondiscendeva al
matrimonio, egli l'avrebbe cacciata di casa. Non voleva, no, aver altri
fastidi per cagion sua.
Ond'ella dovette piegare il capo e rassegnarsi a queste nozze ridicole.
È inutile ripetere i commenti che se ne facevano sul luogo e la sorte
che si pronosticava a quel grullo di Menico. Costui però non se ne dava
per inteso, e tutto tronfio per la bellissima fidanzata, lasciava cantar
le cicale, mentre coi capitali di S. E. Zaccaria e sotto il patrocinio
di suo santolo e di -sior- Bortolo si disponeva ad aprire nel villaggio
di Oriago la nuova bottega di caffè e liquori col titolo pomposo:
-All'Imperatore d'Austria-.
Dopo la sua ingloriosa avventura campestre, il contino Leonardo scivolò
ancora più basso sul lubrico pendìo del libertinaggio. Egli non aveva
ormai altra cura che questa e aveva abbandonato anche l'esercizio del
remo, ch'era stato la passione della sua infanzia. S'era poi emancipato
da ogni tutela e non andava nemmeno col suo signor padre al caffè
Suttil, trovando abbastanza noioso di sentir raccontare dai vetusti
avventori di quel caffè le galanterie di trenta o quarant'anni addietro.
Passava invece la sera e buona parte della giornata con altri giovanotti
della sua età e de' suoi gusti, amanti del bigliardo, del vino e delle
femmine. Quantunque avesse ogni tanto delle vampate di boria patrizia,
non era troppo rigido nella scelta dei compagni; fra questi suoi amici
ce n'erano di nobili, di quelli che, come lui, trascinavano nel fango un
nome storico, ma ce n'erano anche della media e della piccola borghesia;
ce n'erano infine di usciti dai bassi fondi della società, gente rotta a
ogni vizio e priva d'ogni pudore. Costoro vivevano alle spalle dei
camerati facendosi perdonare la viltà del parassitismo con viltà ancora
più grandi.
Al nostro Leonardo erano insufficienti adesso, nonchè i pochi quattrini
datigli dal padre al primo del mese, anche le generose sovvenzioni del
signor Oreste, ed egli doveva ricorrere ai peggiori strozzini della
città per aver danari a babbo morto. Si può immaginarsi a che condizioni
li aveva. Il signor Oreste, che, nella sua qualità di creditore, teneva
d'occhio il padroncino ed era sempre informato dei fatti suoi,
brontolava a vederlo caricarsi di debiti verso altre persone e
minacciava di parlare, tantochè, per tenerlo quieto, conveniva pagargli
di tratto in tratto degli acconti che falcidiavano le somme ricevute a
prestito, e per conseguenza rendevano necessarii de' prestiti nuovi.
È ben raro che simili cose restino segrete, e il conte Zaccaria fu
avvertito che circolavano delle cambiali con la firma di suo figlio.
Vissuto sino allora nella dolce illusione che il contino Leonardo
avesse l'arte di divertirsi a buon mercato, Sua Eccellenza rimase di
stucco all'inatteso annunzio, e dovette mettersi a letto per un travaso
di bile. La particolarità delle cambiali era quella che l'offendeva di
più; debiti ne aveva fatti anche lui in giovinezza, e pur troppo ne
faceva ancora sotto forma di mutui, ma le cambiali le lasciava ai
mercanti. O che il nome di un Bollati doveva figurare a fianco di quello
d'un salumaio?
Il N. H. Zaccaria chiamò a consulto -sior- Bortolo e l'avvocato di casa,
chiamò -ad audiendum verbum- il suo nobile rampollo e con uno slancio
d'insolita energia gl'intimò di dargli la nota precisa dei suoi
creditori e della somma che doveva a ciascuno. Ma il contino Leonardo
non era in grado di fornirgli quest'utile informazione; chè non s'era
mai curato di tenere un registro. Aveva sottoscritto le cambiali; che
importava il resto?
A questo proposito l'agente generale e l'avvocato osservarono
concordemente che le obbligazioni assunte dal contino Leonardo, ancor
minorenne, non avevano effetto legale e potevano quindi non
riconoscersi; però il conte Zaccaria, frivolo, dissoluto, improvvido
com'era, conservava qualche buona qualità e ci teneva, a suo modo,
all'onor del casato, nè volle saperne della scappatoia che gli era
offerta. In conseguenza di ciò, tutti quelli che avevano delle ragioni
da far valere verso S. E. il signor contino Leonardo Bollati P. V.
furono invitati a recarsi entro un dato termine nei mezzanini del
palazzo e a presentare i loro titoli al signor Bortolo Segugi, agente
generale della nobile famiglia. Trascorso infruttuosamente il termine
stabilito si approfitterebbe dei diritti concessi dalla legge
relativamente ai debiti dei minori e non si accoglierebbe nessuna
domanda, come si dichiarava fin d'ora di respingere in avvenire
qualunque pretesa relativa a fatti posteriori alla data di quell'avviso.
L'intimazione sortì in parte soltanto il suo effetto; i creditori più
timidi risposero all'appello, e preferendo il certo all'incerto, scesero
volentieri agli accordi; gli altri invece, più avidi di guadagno, più
fiduciosi nella fortuna dei Bollati, stimarono meglio di correre il
rischio e di continuar anzi a sovvenire il giovane Leonardo per
rimborsarsi poi del capitale e degli interessi quand'egli fosse venuto
in possesso del patrimonio. Il conte Zaccaria era già innanzi negli anni
e non era un colosso; non sarebbe mica vissuto eterno. Anche il cuoco,
il signor Oreste, dopo molte esitazioni finì coll'appigliarsi a questo
partito. A voler figurare tra i creditori del padroncino egli metteva a
repentaglio il suo posto, e quel posto era troppo lucroso da giocarlo
sopra una carta.
Durante queste peripezie dei loro nobili congiunti, i Rialdi stavano
sempre nell'ombra. Nessuno si curava di loro, nessuno chiedeva il loro
parere; tutt'al più la querula contessa Chiaretta ripeteva alla cugina
Zanze e alla Fortunata gli sproloqui ch'essa soleva fare due volte al
giorno con don Luigi. Erano variazioni su un unico motivo. Il mondo
andava a rotoli per l'audacia dei carbonari e per la debolezza dei
Governi. Quest'era la ragione per la quale il contino era stato
picchiato dal figlio dell'oste, quest'era la ragione per cui egli era
caduto in mano degli usurai. Non c'era che dire, i suoi difetti egli li
aveva pur troppo, e la contessa Chiaretta, altrettanto energica nel
linguaggio quanto fiacca e nulla nell'azione, ammetteva lei per la prima
che Leonardo era uno scioperato, un vizioso, un uomo ch'ella non si
stupirebbe di veder finire sul patibolo, ma, alla stretta dei conti, di
chi era la colpa? Dei carbonari, dei frammassoni e dei loro acoliti.
Senza di questa brutta genìa, la vecchia Repubblica sarebbe ancora in
piedi, e Leonardo farebbe quello che facevano i suoi nonni, e anche lui,
dopo morto, lo metterebbero in cornice come una brava persona.
--Povero Leonardo!--pensava Fortunata.--Se gli avessero voluto bene,
sarebbe cresciuto diversamente. Altro che i carbonari!... Io però gliene
avrei voluto tanto di bene, gliene voglio anzi come una sorella,
come.... più che come una sorella.... Ma è una fatalità... Egli non mi
dà retta e corre invece dietro a certe femmine.... È vero che quelle son
bellissime... dicono... e io invece... oh perchè, perchè non son bella
anch'io?
E quest'idea di non esser bella, di non piacere a Leonardo, di non poter
salvarlo dalla rovina del corpo e dell'anima l'accorava fuor di misura
e le impediva di gustare quel po' di bene che c'era in famiglia. Perchè
in casa Rialdi pareva essersi aperto uno spiraglio alla fortuna. Dopo
dieci anni di aspettativa, il conte Luca aveva finalmente ottenuto una
promozione che aveva il duplice vantaggio di farlo guadagnare di più e
lavorare di meno, giacchè è noto che nei pubblici impieghi ognuno lavora
in ragione inversa della paga che ha. Però questo era il meno. Le
maggiori speranze dei Rialdi erano oramai concentrate in Gasparo, a cui
sembrava riservato davvero uno splendido avvenire. L'anno stesso del suo
imbarco, vale a dire il 1840, egli aveva la buona ventura di prender
parte alla fazione di San Giovanni d'Acri e di coprirvisi di gloria,
tanto da esser citato con lode speciale nell'ordine del giorno del
comandante, e di passar alfiere di vascello, primo tra i giovani usciti
con lui dall'Accademia di Sant'Anna. Più tardi la sua intrepidezza in
una burrasca, l'audacia e il sangue freddo con cui egli aveva diretto
un'imbarcazione alla riscossa di alcuni naufraghi, avevano confermato la
sua fama di marinaio valoroso ed intelligente, e gli avevano procurate
nuove dimostrazioni di stima da' suoi superiori.
La contessa Zanze, che nella sua fervida fantasia lo vedeva già
ammiraglio, gli perdonava ormai il suo carattere impetuoso e la sua
avversione ai parenti Bollati, e nelle rare e brevi gite ch'egli faceva
a Venezia lo costringeva a passeggiar con lei una o due ore al giorno
per la piazza S. Marco con la sua bella uniforme in dosso e con la sua
spada al fianco. Visite egli non voleva farne a nessun patto; bisognava
dunque ch'ella trovasse un altro mezzo perchè le sue conoscenti lo
ammirassero e nello stesso tempo ammirassero lei ch'era sua madre.
Anche Fortunata era orgogliosa di suo fratello, ma quanto più egli
cresceva in riputazione tanto più ella si sentiva intimidita e quasi
sgomenta al suo cospetto. Egli, vedendola sempre malinconica, faceva di
tutto per darle confidenza e per indurla ad aprirsi con lui, ma non
c'era caso, le parole le morivano sul labbro. Già nel fondo del suo
cuore, la giovinetta maturava un pensiero che non osava rivelare a
nessuno, il pensiero di entrare un dì o l'altro in un chiostro. Colà
almeno ell'avrebbe pregato giorno e notte per Leonardo.
X.
Si sa quel che dura l'energia degli uomini deboli. È uno scatto e nulla
più. Stupiti essi medesimi del loro insolito vigore, ripiombano tosto
nell'irresolutezza e nell'indolenza di prima. Così avvenne al conte
Zaccaria. La tarda severità mostrata verso il figliuolo poteva ancora
dar qualche frutto, ma per ottener ciò bisognava che essa non rimanesse
un fatto isolato, che iniziasse un nuovo sistema di relazioni
domestiche, un nuovo periodo di vigilanza operosa. Invece il N. H.
Zaccaria lasciò che le cose camminassero coi loro piedi, e le cose
tornarono a camminare pel sentiero sdrucciolevole su cui egli era
riuscito a fermarle appena un momento. Il contino Leonardo, alienato
ancor maggiormente dalla famiglia in seguito al chiasso poco onorevole
che s'era levato intorno al suo nome, ripigliò le sue abitudini
dissolute, s'invescò peggio che mai nella cattiva compagnia e perdette
ogni verecondia. L'illustre casato, il largo censo (almeno creduto
tale), l'aspetto piacente gli avrebbero spalancate tutte le porte, e la
cosidetta buona società, tanto benevola pel vizio elegante, avrebbe
perdonato volentieri a' suoi rotti costumi, sol ch'egli avesse saputo
rispettar le apparenze. Ma a lui era intollerabile qualunque freno ed
egli non s'acconciava a nessun ritrovo ove convenisse moderare il suo
linguaggio da trivio. In tal modo il contino Leonardo Bollati, sul
quale, da fanciullo, molte mamme avevano fabbricati i loro castelli in
aria, diventava a poco a poco un partito impossibile, e -sior- Bortolo,
l'agente generale, vedeva allontanarsi la probabilità di ristorare con
una bella dote le pericolanti fortune della famiglia. Tutt'al più, si
sarebbe forse potuto sperare di trovar un dì o l'altro qualche
pizzicagnolo arricchito che per -nobilitar- la figliuola non badasse al
resto; ma figuriamoci se il lustrissimo Zaccaria e la lustrissima
Chiaretta, con la loro boria, avrebbero acconsentito a un matrimonio
simile. Ora, per fare a meno del loro consenso, era necessario aspettare
che il contino Leonardo fosse uscito di minorità, ossia, come
prescriveva il Codice austriaco, ch'egli avesse compiuto i
ventiquattr'anni, e l'ottimo -sior- Bortolo, che vedeva la proprietà
stabile dei Bollati coprirsi rapidamente d'ipoteche dubitava molto di
poter tirare innanzi a forza di palliativi sino a quel tempo. Comunque
sia, il coscienzioso agente non ommetteva di far di tratto in tratto
l'inventario delle ragazze milionarie, anche se gobbe, sbilenche o
avariate nella riputazione, che potevano in caso disperato offrirsi
come ancora di salvezza al padroncino, quando un avvenimento imprevisto
sconcertò tutti i suoi disegni.
Una sera il contino Leonardo si mise a letto con la febbre e in breve la
malattia prese un tale carattere di gravità da incuter seri timori. Da
un pezzo il giovine non ispirava personalmente la minima simpatia, ma
l'idea che con lui sarebbe perito l'unico rampollo maschio di una grande
famiglia e che il palazzo Bollati e gli oggetti di valore che vi si
trovavano sarebbero andati a finire, alla morte del conte Zaccaria, in
mano di gente straniera, destò una certa commozione in paese e fece
seguire con viva sollecitudine le varie alternative del male.
Ma questo a noi preme poco o punto. Quello che ci gioverà di sapere si è
che l'infermità del contino Leonardo fece riacquistare alla contessa
Zanze Rialdi una parte dell'influenza che da qualche anno ella andava a
grado a grado perdendo in casa Bollati. Era costume inveterato della
contessa Zanze, quando c'era qualche malato grave tra i suoi conoscenti,
di recarsi in persona presso la famiglia, e lì, senza tante cerimonie,
profferire i propri servigi, l'opera sua, i lumi della propria
esperienza. Era madre di famiglia, aveva fatto pratica co' suoi
figliuoli, i quali, pur troppo, avevano avuto il morbillo, la rosolia,
la tosse canina e tutte le piaghe d'Egitto, e nondimeno eran sani e
salvi più per virtù delle sue cure che per virtù del medico.
Se poi il suo zelo derivasse da bontà d'animo, da spirito inframmettente
o dalla speranza di guadagnarsi qualche bel regalo, questo è quello che
non si potrà mai sapere con precisione; forse esso derivava da tutte
queste cose unite insieme. O forse si nasce infermieri e flebotomi come
si nasce poeti. Certo si è che la contessa Zanze non aveva chi la
pareggiasse nel mescere un farmaco, nel fasciare un salasso,
nell'accomodare i guanciali sotto il capo di un giacente, e, sia detto
coi debiti riguardi, nell'applicar cataplasmi d'ogni maniera.
Era naturale che con queste singolari attitudini ella si mettesse subito
a disposizione dei suoi cari parenti, dicendo che ella aveva visto
nascer Leonardo e lo considerava come un'altra sua creatura, e poteva
benissimo far presso di lui le veci della madre, la quale, cagionevole
di salute e nervosa all'estremo, non era assolutamente in condizione da
assistere inalati.
La contessa Zanze Rialdi piantò quindi le sue tende in palazzo Bollati
tirandosi dietro anche il marito e la figliuola, a cui nessuno preparava
più da colazione e da pranzo, giacchè la rispettiva moglie e genitrice
non si fidava della donna di servizio, e da buona massaia stimava
opportuno di non far nemmeno accendere il fuoco in cucina. Però il conte
Luca e Fortunata andavano ogni sera a casa a dormire.
Invece la contessa Zanze stava dì e notte al letto di Leonardo che le si
era affezionato con quel trasporto col quale gli egoisti sogliono
affezionarsi a coloro di cui hanno bisogno e pel momento in cui ne
hanno bisogno. Egli non prendeva le medicine da altri che da lei, non
ubbidiva che alla sua voce, non voleva lasciarla mai uscire di camera,
e, nel suo immenso terrore della morte, aspettava da lei sola la sua
salute.
Per più settimane il nostro giovinotto fu in gran burrasca, e in tutto
questo tempo don Luigi dovette consacrarsi interamente alla
-lustrissima- Chiaretta e assisterla nelle sue pratiche religiose o
apparecchiarla con esempi della Sacra Scrittura a sopportar con animo
forte la prova che pareva esserle serbata dal Signore. In complesso la
torpida contessa Zanze aveva l'aria di voler rassegnarsi presto, e S. E.
Zaccaria era in molto maggiori angustie di lei. Nessuno però soffriva
quanto Fortunata, che passava le notti senza chiuder occhio, piangendo a
calde lagrime e pregando i Santi e la Madonna per la salvezza di suo
cugino. Se almeno le avessero permesso di rendersi utile, se le avessero
permesso di aiutar sua madre nei suoi uffici d'infermiera! Ma non c'era
caso; non la lasciavano nemmeno entrare in camera; le dicevano ch'ella
non avrebbe fatto che confusione. Solo qualche volta, mentre aprivano
l'uscio adagio adagio, ella, che era venuta in punta di piedi
nell'andito, s'affacciava allo spiraglio, e nella penombra della stanza,
in fondo all'alcova, vedeva un viso affilato, due occhi smorti, due mani
lunghe e scarne che giacevano immobili sulla coperta del letto. Povero
Leonardo! Com'era ridotto! Non lo si riconosceva quasi più.
Alla fine i medici dichiararono che l'ammalato era fuori di pericolo, ma
che la convalescenza sarebbe stata assai lunga, perchè ogni strapazzo
avrebbe potuto produrre una ricaduta fatale. Essi soggiunsero altresì
che se il contino ci teneva a campar molti anni, egli doveva menar una
vita più regolata. Ed egli che aveva avuto quel po' di battisoffia che
sappiamo, promise tutto ciò che gli si domandava.
Appena Leonardo fu in istato di veder qualcheduno, Fortunata impetrò la
grazia di dargli un saluto; poi le visite di lei divennero più lunghe e
più frequenti, e allorchè egli principiò ad alzarsi, ella fu ammessa a
tenergli compagnia per un paio d'ore al giorno.
Quasi tutti quelli che escono da una grande malattia si sentono come
attratti verso il loro passato, verso le persone, verso gli affetti
della prima giovinezza. Così l'albero investito dal turbine sente le sue
radici. Il contino Leonardo, nel riaffacciarsi ora alla vita, rivedeva
con maggior simpatia dell'usato la compagna de' suoi giochi infantili, e
l'accoglieva con una espansione a cui ella non era più avvezza e che le
empiva l'anima di giubilo. Ella diceva a sè stessa ch'ella aveva avuto
ben ragione a difenderlo, poveretto! quando gli altri lo accusavano.
Covava il suo male, ecco la ragione de' suoi modi aspri, de' suoi
stravizzi, di tutto. E poi c'eran stati i falsi amici che lo avevano
traviato, que' falsi amici ai quali il portone del palazzo Bollati era
ormai chiuso per sempre, e che Leonardo aveva giurato di non guardare
più in faccia. Adesso che stava bene, adesso che nessuno gli dava
cattivi consigli, egli era un altr'uomo. Ah! che trionfo sarebbe stato
per Fortunata il poter dire a suo fratello Gasparo:--Vedi chi di noi due
s'ingannava!--Perchè quel suo fratello era così ostinato! Le poche volte
ch'egli le scriveva una riga trovava sempre la maniera di far qualche
allusione spiacevole al cugino Bollati. Non s'era commosso neppure alla
notizia della malattia. «Desidero che Leonardo guarisca--egli aveva
scritto sdegnosamente ai suoi genitori--perchè non si deve augurar male
a nessuno, ma in fin dei conti la sua morte non sarebbe una disgrazia nè
per la famiglia, nè per Venezia, nè per l'Italia.»
--L'Italia! Che cosa c'entra l'Italia?--brontolava il conte Luca.
Se c'entrasse l'Italia è assai dubbio, ma secondo la rispettabile
opinione del nobile Piero Canziani, c'entrava nientemeno che l'umanità.
Infatti la guarigione del contino Leonardo ispirò la Musa dell'insigne
poeta, e gli dettò un lunghissimo ditirambo, che S. E. Chiaretta,
avvertita che non era un -sonetto-, chiamò -un verso-. Ora il
componimento del nobile vate esordiva così:
Sorgi, o contrita umanità. Dal coro
Sgombra il vano terrore;
Questo figlio d'eroi vive e non muore.
Concetto peregrino che don Luigi però trovava preferibile al manzoniano
I fratelli hanno ucciso i fratelli.
--Non c'è giovane di negozio--osservava don Luigi con aria di
sprezzo--che non sappia dire una roba simile.
Anch'egli, l'ex precettore del contino Leonardo, si credette in dovere
di pubblicare qualche cosa per la ricuperata salute del suo allievo e
stampò con una prefazioncella di circostanza una sua memoria letta
all'Ateneo col titolo: -Alcuni pensieri sul migliore uso della
congiunzione separativa O-. Non era che il frammento d'un'opera
linguistica di gran mole alla quale don Luigi attendeva da un pezzo in
silenzio, e che, quando fosse venuta alla luce, avrebbe polverizzato
certe riputazioni!...
Del resto, in questa fausta occasione, la casa Bollati riebbe per un
momento tutto l'antico splendore, e il giorno in cui Leonardo sentì la
messa nella cappellina domestica il signor Oreste, aiutato da tre
sottocuochi, dovette allestire un pranzo per cinquanta persone. E tale
fu l'abbondanza dei cibi e dei vini che i rilievi della mensa bastarono
non solo a riempire l'epa dei servi e delle famiglie dei servi, ma
consentirono anche al signor Oreste di stipulare alcuni contratti
vantaggiosi con tre o quattro -restaurants- di second'ordine.
Inoltre, sempre per festeggiare il lietissimo avvenimento, il conte
Zaccaria elargì somme cospicue ai poveri della parrocchia, alla
Commissione di pubblica beneficenza, agli Asili d'infanzia, alla Casa
degli esposti e ad altri istituti pii. E per più giorni la -Gazzetta
privilegiata di Venezia- ebbe da registrare con parole di sentito
encomio gli atti munifici di S. E. il conte Zaccaria Bollati, degno
erede di un nome illustre. Il conte Zaccaria si fregava le mani
sentenziando:--I Bollati sono sempre i Bollati.--Alla quale affermazione
-sior- Bortolo sorrideva, ma meno seraficamente di una volta.
Quando il contino Leonardo cominciò ad uscir di camera era circa la metà
di aprile; i medici però gli prescrissero di rimanere in casa ancora un
mesetto; a primavera avanzata sarebbe andato a ritemprarsi in campagna,
ove non c'era più da temere della Rosa, maritata e fuori di paese. Forse
tali disposizioni non erano tutte suggerite da motivi igienici; forse
differendo a rendergli la libertà si sperava distoglierlo affatto delle
vecchie abitudini e dalle vecchie conoscenze. E invero sotto
l'impressione di sgomento lasciatagli dalla sua malattia, egli non
mostrava alcun desiderio di rivedere i suoi compagni di libertinaggio.
Questi dal canto loro non gli avevan dato prove di sviscerato affetto.
Appena due o tre eran comparsi a grandi intervalli al portone del
palazzo a domandar sue notizie; poi non s'eran più fatti vivi. E siccome
d'altra parte egli non aveva stretto amicizia con nessun giovane per
bene e nessuno quindi veniva a fargli visita, la sua lunga convalescenza
gli sarebbe stata noiosissima se Fortunata non fosse rimasta quasi
sempre con lui, pronta ad ogni suo cenno, docile, amorosa come negli
anni dell'infanzia. Povera Fortunata! Ella si sentiva tanto felice nel
poter essere qualche cosa per Leonardo, nel poter scemargli l'uggia di
quell'eterne giornate. Si sentiva tanto felice che avrebbe voluto che la
vita le corresse sempre a quel modo, e poichè lo sperarlo era follia,
invocava dal cielo il favore supremo d'addormentarsi in quel sogno e di
non riaprire gli occhi mai più.
Intanto Leonardo, sia che notasse davvero nella cugina qualche pregio
fisico non avvertito per l'addietro, sia che il non trovarsi in mezzo
alle crestaie e alle ballerine, oggetto ordinario dei suoi pensieri, lo
rendesse di men difficile contentatura, sia infine che col tornar della
salute e delle forze si risvegliassero in lui i bollori del sangue,
considerava con più attenzione e sotto un aspetto diverso dal solito
questa giovinetta dal viso slavato e dal corpicino esile, la quale sino
allora, diciamolo schietto, non gli era neanche parsa una donna. Di che
natura poi fosse il nuovo sentimento sorto nell'animo suo ci vuol poco a
immaginarselo. Incapace di affetti gentili e profondi, non frenato da
scrupoli, insofferente d'altre catene che di quelle che s'annodano e
sciolgono in un giorno, egli intendeva l'amore in un'unica maniera... la
maniera del resto in cui la intendono i dissoluti di professione.
L'idea che Fortunata era una ragazza onesta non lo tratteneva, era anzi
uno stimolo di più, che gli pareva legittima curiosità il verificar co'
suoi occhi che differenza ci fosse tra una ragazza onesta e quelle che
non erano tali. Nè lo trattenevano i vincoli di parentela che lo
stringevano a lei, nè l'affezione sommessa ch'ella gli mostrava, nè la
gratitudine che, pur confusamente, egli riconosceva di doverle per
essere stata la sola a difenderlo quando tutti gli gridavano la croce
addosso. Bensì da queste varie ragioni sommate insieme gli veniva un
certo imbarazzo nel contegno, un certo fare da collegiale che, a sua
insaputa, gli giovava invece di nuocergli. Perchè s'egli fosse stato
sguaiato, brutale, ella avrebbe sentito svegliarsi in tempo la piena
coscienza del pericolo, avrebbe forse saputo difendersi. Ma egli era
così cauto, così riguardoso; il turbamento ch'ella provava vicino a lui
era misto di tanta dolcezza! Non che talvolta non l'assalisse una vana
inquietudine. Se Leonardo la guardava fisso, se la mano di lei toccava
la sua, se i loro gomiti, se le loro ginocchia s'urtavano, ell'arrossiva
fino alla punta dei capelli e con un rapido movimento volgeva altrove la
faccia o ritraeva la persona tutta tremante. Però non era salda
abbastanza ne' suoi propositi, e sembrava ricercar di lì a poco le
sensazioni ch'ella aveva prime sfuggite. Nessuno la proteggeva, nessuno
la consigliava. Sua madre era fuori di sè dalla gioia nel veder che
-quei due ragazzi- se la intendevano, e tornando sempre con la mente al
sogno dorato del matrimonio, non si curava troppo dei rischi che
Fortunata correva. Ne aveva corsi anche lei dei rischi per diventar
contessa Rialdi, chè già, se le fanciulle senza dote non s'ingegnano,
guai. E se il conte Luca s'avventurava a dire:--Bisognerebbe badare di
più a Fortunata, mi spiego?--essa lo faceva tacere con un brusco:--State
zitto voi, e pensate al vostro ufficio e ai vostri scacchi.
In quanto al N. H. Zaccaria e alla sua illustrissima consorte, essi non
eran gente da scomodarsi per sì piccola cagione, e anzi la contessa
Chiaretta aveva detto a Leonardo e a Fortunata:---Ohe tosi-, io non istò
mica a farvi la guardia; mettete pure a soqquadro la casa; a me basta
che non mi facciate il chiasso vicino.
I -tosi- avevano ormai l'uno vent'anni passati, l'altra quasi diciotto,
e non era probabile che essi facessero un baccano così indiavolato. Ma
ci voleva tanto poco a eccitar i nervi della N. D. Chiaretta; e poi
ell'aveva tante gravi occupazioni. Aveva da apparecchiare la zuppa di
latte pel suo gatto Romeo, da prendere il caffè e i -baicoli- col nobile
Canziani, da ascoltare i pettegolezzi della contessa Ficcanaso e delle
altre dame che venivano a visitarla, da giocare a -consina- con don
Luigi, e da pisolare nella poltrona mentre lo stesso don Luigi le
recitava il breviario o le teneva ragionamenti spirituali. Tutto ciò
senza contar le visite che anche a lei toccava di fare. Come poteva
dunque restarle il tempo di custodir Leonardo o Fortunata?
Con quest'assoluta libertà lasciata a' due cugini, accadde quello ch'era
da prevedersi. Vi fu un giorno in cui Leonardo fu più audace e Fortunata
più debole.....
XI.
Come fosse andata la cosa, Fortunata stessa non sapeva dirlo. Leonardo
le aveva affascinato i sensi, paralizzato la volontà. E dopo la caduta,
oppressa dalla coscienza della sua vergogna, dilaniata dagli scrupoli e
dai rimorsi, ella si sentiva più inetta che mai a scuotere il giogo, a
sottrarsi all'abbiezione in cui era piombata. Che le valeva, ogni sera,
sola nella sua cameretta, piangere, pregare, scongiurare tutti i santi
del Paradiso che la soccorressero; i santi del Paradiso non avevano
orecchi per lei; e invece le immagini voluttuose venivano ben presto a
sconvolgerle la fantasia, veniva il ricordo di quei baci di fuoco, di
quelle parole ardenti, ed ella si voltava e rivoltava nel letto senza
trovar pace, e mordeva rabbiosamente le lenzuola e i guanciali invocando
e temendo a vicenda il sorger del sole. Chi sa che sorprese le
apparecchiava il nuovo giorno? Se la tresca si scoprisse, se la sua onta
diventasse pubblica, se ne giungesse la notizia fino a Gasparo? Come
affronterebbe ella lo sdegno del fratello, come difenderebbe dalla
collera di lui il suo amante? Eppure, per quanto spaventoso fosse questo
pensiero, ce n'era un altro che l'atterriva ancora di più. Era il
pensiero che Leonardo, nonostante i suoi giuramenti, non avesse per lei
che un passeggero capriccio e dovesse fra poco gettarla in un canto come
si fa d'un abito frusto. Dio, Dio, che sarebbe di lei allora? Dove
andrebbe a nascondersi? L'idea del chiostro, accarezzata in passato,
tornava a balenarle alla mente, e per brevi istanti l'animo inquieto vi
si riposava come in un porto sicuro dalle tempeste. Ma il cuore non
tardava a dirle che anche questa era un'illusione, e che non c'è porto
ove ripararsi dalle tempeste che ruggono dentro di noi. E come potrebbe
ella alzar gli sguardi al cielo finchè un amore profano la teneva
incatenata alla terra? E quell'amore come sperar di sradicarlo s'esso
era parte dell'esser suo, s'ella gli aveva sacrificato ogni cosa più
cara? Oh quanto bene ella voleva a Leonardo, quanto gliene aveva sempre
voluto!... C'era della gente che sparlava di lui, che lo accusava di
mille vizi, che fingeva di disprezzarlo;... ella lo trovava bello, lo
trovava buono, ella si sforzava di attribuirgli tutti i pregi possibili.
Divenir sua moglie sarebbe stato per essa il colmo della felicità. Ma la
fortuna non l'aveva guastata con troppi favori, ed ella non osava
cullarsi in questa dolce speranza. Egli, che poteva aspirare ad una
principessa, avrebbe sposato lei!... Le bastava morire prima ch'egli
sposasse un'altra, prima ch'egli amasse un'altra....
Così, senz'accorgersene, ell'accettava il suo disonore, accettava tutto
piuttosto che l'abbandono. E quando s'alzava dal letto dopo una notte
insonne e angosciosa, ella contava l'ore e i minuti che la dividevano
dal momento in cui il gondoliere di Ca' Bollati sarebbe venuto a
prenderla per ordine della -lustrissima- e l'avrebbe accompagnata a
palazzo. E come le batteva il cuore, allorchè, nel far lo scalone,
sentiva i passi di Leonardo che, aspettandola, misurava in lungo e in
largo la sala!
--Sia ringraziato il cielo--diceva la contessa Chiaretta.--Se Leonardo
non ha compagnia non istà mai tranquillo.... Andate a giocare a dominò,
ragazzi.... O fate pure quel che volete, purchè io non senta rumore.
Da figliuolo ubbidiente, Leonardo si tirava dietro Fortunata in un altro
angolo della casa, in quello stanzone degli armadi ove i due cugini
s'erano da bimbi trastullati insieme e da cui si poteva, volendo, salire
in un'ampia terrazza. Non mancavano buoni pretesti per andar colà. Prima
di tutto il luogo era opportunissimo per isgranchir le gambe e per
prendere una boccata d'aria libera; poi ci si trovavano parecchi vasi e
cassette di fiori pei quali Leonardo s'era acceso d'una subitanea
passione e ch'egli rimondava con gran cura dell'erbaccie, e inaffiava
ogni giorno.
I desiderii della contessa madre erano esauditi appieno. Checchè
avvenisse lassù, ella non sentiva romore.
Ma la baffuta -siora- Placida, la cameriera anziana, che teneva le
chiavi della biancheria e considerava lo stanzone come suo speciale
dominio, durava fatica a persuadersi che il padroncino e Fortunata
impiegassero tanto tempo nella fioricultura, e aveva tentato più d'una
volta di scoprire quali fossero le loro occupazioni. A dir vero, a
malgrado del suo diligente spionaggio, essa non aveva scoperto nulla di
positivo perchè lo stanzone era chiuso da un uscio assai grosso e
pesante di cui non si sarebbe potuto spingere uno dei battenti senza un
molesto cigolìo che avrebbe tradito l'esploratore indiscreto. Pure, dei
pochi indizi ch'essa aveva raccolto, la onoranda matrona aveva data la
partecipazione confidenziale al cameriere Stefano, suo favorito. Stefano
aveva ripetuto la notizia alla lavapiatti, una massiccia montanara del
Bellunese, con la quale, di nascosto della -siora- Placida, egli era in
ottimi termini, e colei ne aveva parlato in segreto a uno dei barcaiuoli
che godeva di qualche sua preferenza furtiva. In breve la cosa passò per
tutte le bocche, e in cucina si discusse gravemente se si doveva o no
metter sull'avviso Sua Eccellenza Zaccaria e Sua Eccellenza Chiaretta.
Il signor Oreste, il cuoco, stava pel sì, e sosteneva che la era tutta
una cabala ordita dalla contessa Zanze Rialdi, la quale voleva
costringere il -lustrissimo- Leonardo a sposare la sua figliuola, e
intanto gliela gettava in braccio per metterlo fra l'uscio e il muro.
Ora pareva a lui che fosse necessario di sventar la trama, perchè,
sebbene non ci fosse nulla da dire contro la ragazza, quello non era un
partito adattato pel padroncino, e da sì misere nozze la servitù non
poteva sperare nè mancie, nè regali convenienti. E poi non c'era una
ragione al mondo di favorir gl'intrighi della contessa Zanze, che al
capo d'anno non dava un centesimo a nessuno.
Argomenti di gran peso che rendevano testimonianza della sagacità del
signor Oreste e che avrebbero dovuto trionfare, ma il cuoco aveva la
disgrazia d'essere antipatico a' suoi compagni, e accadeva assai di rado
che i suoi consigli fossero accolti.
Prevalse dunque l'opinione contraria, difesa con molto vigore dal
cameriere Stefano, il quale diceva che i pericoli del matrimonio non
c'erano se non che nella fantasia del signor Oreste, e che in quanto al
rimanente a questo mondo bisogna vivere e lasciar vivere, nè occorre
scandalizzarsi di accidenti che nascono dappertutto. La -siora- Placida
poteva certificare se quelli eran fatti nuovi in casa Bollati.
E la cameriera, quantunque le seccasse esser chiamata a testimonio di
cose passate, era costretta nella sua lealtà a riconoscere che, per quel
che dicevano i vecchi, nella nobile famiglia uomini e donne eran sempre
stati di manica larga e non c'era che la -lustrissima- Chiaretta la
quale, avendo acqua nelle vene invece che sangue, non desse a discorrer
di sè.... Beninteso ch'ella, la -siora- Placida, non avrebbe messo le
mani nel fuoco nemmeno per la padrona, e non avrebbe voluto giurare che
fra Sua Eccellenza e il nobile Piero Canziani, per esempio, non avessero
mai fatto altro che sorseggiare il caffè e sgretolare i -baicoli-.
Comunque sia, il primo risultato di queste chiacchiere si fu che, quando
Leonardo e Fortunata scendevano dallo stanzone degli armadi, eran sicuri
di trovarsi fra i piedi qualcheduno della servitù che con curiosità mal
dissimulata li squadrava dalla testa alle piante per far poi in cucina
quelle chiose che si possono immaginare.
Leonardo, il quale in certe faccende aveva buon naso, indovinò che
c'erano in aria dei sospetti, e colse il pretesto per troncare gli
abboccamenti segreti nello stanzone, tanto più che ormai si era levato
il capriccio e Fortunata cominciava a venirgli a noia. Inoltre
s'avvicinava il momento in cui egli sarebbe uscito di casa, e allora
avrebbe avuto ben altro pel capo che la cugina. Meglio dunque allentare
il nodo a poco a poco.
La povera ragazza, dopo aver con sì calde lagrime chiesto al Signore di
allontanarla dal peccato, adesso che il peccato s'allontanava da lei
ebbe un risveglio tremendo. Ella capì che stava per succedere il peggio,
capì che Leonardo l'abbandonava. E resa ardita dalla disperazione,
volle a ogni costo ch'egli le accordasse un colloquio da solo a sola, e
nel suo amore e nel suo dolore trovò accenti così caldi ed appassionati,
quali non si sarebbero attesi dal suo labbro ordinariamente timido e
peritoso. Egli, più infastidito che commosso, cercò in principio di
calmarla con buone parole; poi, com'ella non se ne mostrava paga,
perdette la pazienza, e si lasciò andare al suo linguaggio cinico e
sboccato. In fin dei conti, che pretendeva ella da lui? Che la sposasse?
Ma già egli non si sognava nemmeno di prender moglie. O credeva forse
che la loro relazione potesse durare eterna? Non doveva anzi essergli
grata della prudenza con cui egli s'era condotto? Se la cosa tirava in
lungo altri due o tre giorni, c'era da scommettere che sarebbe nato uno
scandalo; invece, per merito suo, nessuno direbbe nulla, perchè nessuno
sapeva nulla di positivo, ed ella non iscapiterebbe affatto nella
riputazione. E ancora si lagnava?
Ella rimase fulminata. Era dunque finito tutto? Noi lo sappiamo, il
presentimento che tutto potesse finire in questo modo le aveva già
angustiato lo spirito, ma non era mai riuscito ad annidarvisi per un
pezzo; chè ogni lieve segno d'affetto da parte di Leonardo era bastato a
rianimare le sue illusioni. Adesso però, dopo le parole dure, recise,
sprezzanti che le echeggiavano sinistramente all'orecchio, non c'era più
illusione possibile, non c'era più spiraglio di luce che rompesse le
tenebre ond'ella era cinta. E si sentiva sola, derelitta nel mondo. I
suoi genitori? Ma suo padre pur troppo era un fantoccio, e sua madre
perchè non l'aveva vigilata, perchè non l'aveva avvertita? Un lampo
tremendo le attraversò la mente. Se sua madre, che fin dall'infanzia le
aveva inculcato la riverenza ai parenti Bollati, la devozione al cugino,
se sua madre avesse voluto lei stessa apparecchiar la catastrofe nella
speranza di forzare Leonardo al matrimonio? Ed ella si sarebbe fatta
complice di questa ignominia? Che orrore, che orrore! Ah! Gasparo era
stato buon profeta! Un momento le venne il pensiero di scrivergli. Ma
che cosa gli avrebbe scritto? Ch'ella s'era prostituita, ch'ella s'era
disonorata? E che cosa gli avrebbe chiesto? Di vendicarla? No, no, mille
volte no, ella non voleva che si torcesse un capello a Leonardo. Forse
egli era meno colpevole di quel che essa credeva, forse con le donne
(povere donne!) si fa sempre così; tocca a loro a difendersi. Ah senza
dubbio la vera colpevole era lei che s'era lasciata acciecare,
inebbriare dalla febbre dei sensi, che aveva dimenticato la sua fede.
Come le rimordeva la sua coscienza di cattolica! Con che paura
superstiziosa pensava ai suoi doveri religiosi trascurati, alle sue
distrazioni in chiesa, ai desiderii immodesti, alle immagini profane che
avevano turbato il suo raccoglimento e le sue preghiere! Ella si
domandava tremante se ci sarebbe stata penitenza adeguata al suo fallo.
E di nuovo una voce intima le additava come suprema áncora di salvezza
il convento, seppur c'era un convento che volesse accoglierla.
Sotto l'impero di questa idea, il giorno stesso del fatale colloquio,
ella corse in traccia d'un sacerdote suo conoscente, e inginocchiata nel
confessionale gli rivelò la sua passione infelice e il fermo proposito
di espiare i suoi errori con una vita d'orazioni, d'astinenze, di
sacrifici. Che le dicesse il prete noi non sappiamo; certo si è ch'ella
uscì dal tempio più invasata che mai dall'ascetismo e più che mai decisa
a prendere il velo. La contessa Zanze, che aveva già notato quella
mattina il pallore e l'abbattimento di Fortunata, notò ora lo stato
d'esaltazione in cui ella si trovava e l'assoggettò a un interrogatorio
in piena regola. La ragazza avrebbe voluto ritardare questa nuova
confessione, ma non potè schermirsi dall'insistenza materna. Stremata di
forze, ella fu côlta da un pianto isterico, irrefrenabile, e in mezzo ai
singhiozzi ripetè ancora una volta la dolente istoria del suo amore e
della sua vergogna. Quella storia sorgeva accusatrice terribile contro
la madre, e la contessa Zanze, quantunque certe cose le capisse poco,
non si sentiva la coscienza affatto tranquilla. Nondimeno, perchè
ell'era seguace della dottrina che il fine giustifica i mezzi, se la
caduta di Fortunata doveva darle un'arma per venire a capo de' suoi
disegni, ell'era prontissima ad assolversi d'ogni colpa. Sì, sì, ella
non aveva difficoltà a riconoscerlo, la faccenda poteva esser condotta
meglio e sopratutto sarebbe stato necessario di badare che Fortunata
conservasse il suo sangue freddo e che la bussola la perdesse Leonardo.
Invece era successo precisamente l'opposto. Fatalità! A tale proposito
la signora Zanze ricordava con segreto orgoglio l'arte finissima da lei
adoperata a' suoi tempi col conte Luca Rialdi in condizioni analoghe a
quelle della figliuola. Prima aveva invischiato ben bene il merlo; poi
non aveva avuto più tanti scrupoli, chè già non è un delitto il mangiar
il proprio grano in erba. Del resto, ora l'essenziale era di non
smarrirsi d'animo e guai se Fortunata abbandonava la partita. Perciò,
quando la ragazza tirò in campo l'argomento del chiostro, la contessa,
che fino a quel punto l'aveva ascoltata con simpatia fingendo di non
accorgersi dei rimproveri indiretti che c'erano nelle parole di lei,
mutò tenore ad un tratto, e non frenandosi più dichiarò che questi eran
discorsi da bambina e che il chiostro non accomodava nulla, e che una
sola cosa poteva salvar l'onore della famiglia, il matrimonio. Ma
Fortunata, la timida Fortunata, insistette dicendo che già il matrimonio
era impossibile, e che a ogni modo ell'era ormai risoluta a fuggire dal
mondo e a non consacrarsi ad altri che a Dio.... Era risoluta, avevano
capito? La lasciassero stare, se non desideravano la sua morte.
Ne seguì una scena violenta, nel mezzo della quale la giovane cadde in
deliquio.
Assistita subito dalla madre, ella non istette molto a rinvenire; ma si
lagnava d'una grande spossatezza, d'un malessere generale ch'ella non
sapeva spiegarsi.
Un dubbio improvviso sorse nell'animo della contessa Zanze; tuttavia
ella tenne per sè le sue impressioni, e ripigliando verso la figliuola
un tuono affettuoso e sollecito, raccomandò a Fortunata di esser calma,
di non pensare a malinconie, di persuadersi che nessuno in famiglia
voleva tiranneggiarla.
Rinfrancata alquanto da queste parole, la ragazza baciò e ribaciò la
genitrice, e chiestole perdono del suo linguaggio eccessivo di poco fa,
consentì a mettersi a letto.
Il conte Luca, tornando quel giorno dall'ufficio con la testa piena d'un
finale di scacchi ch'egli aveva studiato sulla carta, trovò la moglie in
cima alla scala e fu condotto da lei con gran mistero in un salottino
appartato.
--Che cosa c'è? Che cos'è successo?--chiese il pover'uomo che non
capiva.
--Zitto!--disse la contessa.--Non facciamoci sentire dalla gente di
servizio.
La gente di servizio, fra parentesi, si riduceva a una fantesca un po'
sorda. Ma la contessa Zanze amava le amplificazioni.
--Insomma?--ripigliò il conte abbassando la voce.
E allora la consorte gli spifferò tutto quello che ella sapeva e tutto
quello che l'indisposizione di Fortunata le faceva supporre.
Il nobile Rialdi era d'indole mansueta, ma in certi casi non c'è
mansuetudine che tenga; bisogna parlare o scoppiare.
--Questa tegola mi casca sul capo!--esclamò il conte Luca, girando come
un forsennato su e giù per la stanza.--Mi spiego?... Non l'avevo detto
io che l'andava a finir male?... Ma volete sempre fare a vostro modo,
voi....
--Eh non mi seccate--interruppe la contessa Zanze.--Piuttosto andate a
chiamare il medico, giacchè mi occorre saper precisamente in che acque
si navighi.
Il conte Luca ubbidì, e il dottore, interrogata con molta discrezione la
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