--Che pessimisti! Il vecchio conte, se badiamo alle sue disposizioni
testamentarie, non aveva di queste paure.
--Oh se le aveva!... Le disposizioni testamentarie non significano
nulla.... È positivo che prima di morire egli fece una predica al
figliuolo e gli pronosticò una catastrofe se non restringeva le spese.
--Bellissima! E poi lasciò tutti quei legati?
--Boria postuma.
--Contraddizioni umane.
--È vero--chiedeva qualcheduno--che i Geisenburg sono partiti su tutte
le furie il giorno dopo i funerali?
--Verissimo. È innegabile che il conte Leonardo li trattò un po' male.
Non nominò nemmeno nel suo testamento il marchese Ernesto, e alla nipote
lasciò un anello di nessun valore.
--Il conte Leonardo aveva sempre veduto di mal occhio questo matrimonio.
--E aveva ragione. O che non c'erano meglio partiti a Venezia?
--Quel marchese con la sua prosopopea è insoffribile.
--È poi così ricco come si vanta di essere?
--Nemmen per sogno.... Molto fumo e poco arrosto. Già quando c'è il
vizio del gioco non c'è fortuna che basti.
--Il gioco, il vino e i cavalli--soggiungeva un altro.--Tre cose che
costano un occhio.
--E lei, la marchesa, sciupa una moneta in -toilettes-.
--Sì, con quel frutto.... Pare la bambola di Francia.
E si seguitava di questo tuono, tagliando i panni addosso al marchese
Ernesto e alla marchesa Maddalena, che, per vero dire, erano antipatici
a tutti. Noi, che non dobbiamo occuparci dei fatti loro, li lasceremo in
balìa dei loro detrattori e vedremo che cosa pensino del testamento del
conte Leonardo quei parenti dei Bollati, a cui già accennammo più volte,
i Rialdi.
Anche i Rialdi erano stati delusi nella loro aspettazione. Si
ripromettevano una bella sommetta e avevano avuto invece un legatino
piccolo piccolo. Il conte Luca soffiava in silenzio (era il suo modo
d'esprimere il malcontento), ma la contessa Zanze, quando non c'era
presente la figliuola, non resisteva alla tentazione di darsi uno sfogo.
--Avete visto?--ella diceva al pacifico marito.--Valeva la pena di aver
fatto la vita che s'è fatta in questi ultimi giorni, valeva la pena
ch'io aiutassi il flebotomo a metter, con riverenza parlando, le
sanguisughe a quell'empiastro del conte Leonardo, per esser poi trattati
come parenti lontani che vanno a palazzo a ogni morte di papa o come
estranei che non hanno altro merito che quello di recitar quattro versi
nelle feste di famiglia?... Quattromila lire venete una volta tanto....
Una miseria!... E invece le migliaia di ducati all'Ospitale, alla Casa
di Ricovero, agli Orfanotrofi, agli Asili d'infanzia, ai Catecumeni, o
che so io... tutto per aver gli articoli della -Gazzetta- e le lapidi
nei vari istituti.... Come se il morto leggesse quegli articoli e le
iscrizioni di quelle lapidi!... Ma il dispetto maggiore me lo fanno
quelle pensioni ad agenti e a servitori... dopo che il conte Leonardo
ha detto lui stesso che tutti rubano in casa sua.... Se rubano!... Quel
-sior- Bortolo peggio degli altri.... Sempre così mellifluo, sempre così
cerimonioso... -lustrissimo-, -lustrissima-, e inchini, e baciamano, e
proteste di devozione, e intanto s'empie le tasche di ben di Dio.... E i
fattori di campagna?... Che cere da Patriarchi!... Bianchi e rossi da
fare allegria.... Rendono i conti a loro modo, si servono dei cavalli di
lusso, dotano le figliuole, allargano i loro poderi... insomma un
carnovale.... Ma perfino il cuoco ha tutta l'aria d'un gran signore, e a
vederlo la domenica quando conduce a spasso la moglie lo si direbbe un
milord.... Gli è che oltre alla sua paga ha gli incerti e accetta
ordinazioni di pranzi da questi e da quelli, e tutto vien fuori dalla
cucina Bollati.... Camerieri e guatteri, non c'è bisogno di dirlo,
cacciano le mani anche loro nelle casseruole e non ce n'è uno che non
porti a casa il suo fagotto di roba... le donne fanno il resto e vorrei
aver io tutti i capi di biancheria e di vestiario che quella stolida
della Chiaretta si lascia portar via sotto agli occhi.... È inutile che
facciate quelle smorfie... queste son verità sacrosante, e siete voi
solo a ignorarle.... E vi dico che se foste stato un uomo di spirito,
invece di perdere le giornate in quel vostro ufficio che non vi dà
nemmeno da campare la vita, e di sciupar le sere al caffè alla Vittoria
coi vostri eterni scacchi, avreste dovuto ottenere un posto
nell'amministrazione Bollati e ingegnarvi.
--Oh, oh--interruppe il conte Luca--vorreste dire che avrei dovuto
rubare come gli altri... mi spiego?
--Mi spiego, mi spiego?... Vi spiegate malissimo.... Io non ho detto
rubare; avreste fatto del bene alla vostra famiglia e anche ai vostri
parenti Bollati, che era meglio cascassero in mano d'un cugino che di
gente mercenaria.... E oggi stesso, vedete, s'io fossi nei vostri panni,
andrei difilato da Zaccaria e gli direi: Volete una persona di cuore
alla testa dell'agenzia? Son qua io.
--Siete matta? In questi impicci mi mettereste? Vi paion proposte da
fare?
--Oh lo so che voi non siete uomo capace di uscir dal vostro guscio....
E guai alla famiglia se non ci fossi io.... Che anche quel poco che ci
rende la parentela dei Bollati lo dovete a me.
--Io non nego le vostre belle qualità;... però... sì... voglio dire...
se siamo parenti dei Bollati, il merito non è mica vostro... mi spiego?
Il conte Luca non aspettò la risposta e sguizzò dalla stanza, come
faceva sempre quando gli pareva di non aver mostrata sufficiente
sommissione alla moglie.
Era una brava donnetta, una donnetta attiva e procacciante la contessa
Zanze, ed era riuscita, poverissima, a farsi sposar dal conte Luca
Rialdi, poco meno spiantato di lei, ma cugino degli illustri e
ricchissimi Bollati, e in buoni termini con loro. Alla contessa Zanze
però era occorsa molt'arte a vincer la diffidenza dei parenti di suo
marito, i quali le rimproveravano, fra l'altre cose, la dubbia nobiltà
dei natali e il modo subdolo con cui aveva tirato nella rete quel povero
conte Luca. Comunque sia, ormai ella spigolava abbastanza largamente nel
campo dei Bollati; vestiti smessi pei figliuoli, per sè e anche pel
consorte, qualche regaluccio a tempo e luogo, e qualche prestito di
danaro che non si restituiva e che l'aiutava a spingere innanzi la barca
pericolante. Aggiungasi al resto un paio di mesi di villeggiatura, e un
paio di pranzi alla settimana, ch'erano una vera provvidenza per la
famiglia. Naturalmente di fronte a questi vantaggi la contessa Zanze
doveva inghiottire molti bocconi amari. Le toccava prestarsi ad uffici
umili, quasi di cameriera, le toccava ogni momento sentirsi ricordar la
distanza che correva tra lei e i Bollati, e far la disinvolta mentre si
andava a gara per mettere in burletta le sue acconciature, il suo
abbigliamento e perfino, sacrilegio orribile! i suoi martedì. Giacchè
bisogna notare che la contessa Zanze aveva anch'essa il suo giorno di
ricevimento nel quale ella noleggiava un servitore a spasso, gli faceva
indossare una livrea gelosamente conservata in casa, e lo piantava
nell'andito ad aspettarvi le visite. Capitavano dame e pedine, ma per
lei erano sempre contesse, o marchese, o -lustrissime-; fra lei e il
suo cameriere improvvisato nobilitavano tutti. La moglie del dottor
X.... non mancava mai ai martedì della Rialdi, tanto le piaceva il
sentirsi dar della contessa una volta per settimana.
Il martedì si desinava in casa Bollati, e guai se non fosse stato così,
perchè quel giorno non si accendeva il fuoco in cucina per non aver
l'odor di bruciaticcio nel salotto attiguo, e anche perchè la padrona di
casa non aveva agio da attendere alle faccende domestiche. Di tratto in
tratto accadeva però che i Bollati avessero appunto il martedì qualche
commensale di riguardo e allora essi mandavano a dire ai cugini: -Venite
domani-. In questi casi, il conte Luca doveva limitarsi a mangiar pane e
salame, e i bimbi sfamati alla meglio si mettevano a letto più presto
del solito in ossequio al proverbio: -Qui dort dîne-. In quanto alla
contessa Zanze, ella non prendeva che una limonata senza zucchero,
tant'era la bile che le suscitava il procedere de' suoi boriosi parenti,
i quali mostravano di tener in così poco conto lei e suo marito. Ah se
non ci fossero stati di mezzo i figliuoli! Ma i figliuoli c'erano e non
conveniva sacrificarli a un malinteso amor proprio. Perciò la contessa
Zanze reprimeva presto i suoi moti di collera e procurava d'inculcare a
Gasparo e a Fortunata la maggior riverenza verso i Bollati. Senonchè,
l'indole de' suoi ragazzi era così dissimile che i germi gettati nel
cuore dell'uno e dell'altra non potevano dare ugual frutto. Fratello e
sorella avevano comune un gran fondo di rettitudine, ma nella sorella
questa rettitudine s'univa a un'indole docile e mansueta; nel fratello
invece essa si accompagnava a uno spirito altero, insofferente di freno.
A ogni suggerimento, a ogni ordine, il primo impulso di Gasparo era
quello di ribellarsi, il primo impulso di Fortunata era quello di
ubbidire, cosicchè un psicologo chiamato a far pronostici sui due
piccoli Rialdi avrebbe detto che Gasparo era un ragazzo indisciplinato e
molesto, il quale sarebbe divenuto un uomo efficacemente e operosamente
buono; Fortunata era una bimba angelica, serbata probabilmente a esser
vittima d'ogni prepotenza e d'ogni ingiustizia, e la cui bontà passiva
avrebbe finito piuttosto col nuocere a lei che col giovare agli altri.
Premesso ciò, sarà facile intendere come non ci fosse voluto molto a
imprimer nell'animo di Fortunata l'idea della grandezza dei Bollati e a
persuaderla della necessità di mostrar loro ogni deferenza, e come
d'altro canto la fierezza naturale di Gasparo gli avesse impedito
d'acconciarsi a questa subordinazione. Non c'era mai stato caso di
persuaderlo a baciar senza tante smorfie la mano del vecchio conte
Leonardo, nè quella del conte Zaccaria o della contessa Chiaretta; non
era stato possibile di far sì ch'egli giocasse col contino senz'attaccar
lite. Anzi un giorno, punto da non so quali parole, egli picchiò di
santa ragione il cuginetto, cosa che indusse la contessa Chiaretta a
far terribili vaticini sulla sorte dell'umanità, giacchè, quando i
parenti spiantati picchiano i parenti ricchi, dev'esser vicina la fine
del mondo.
Forse questo fatto memorabile ebbe una certa influenza nella risoluzione
dei Rialdi di mettere il figliuolo nel collegio di marina a Sant'Anna di
Castello.
Così la contessa Zanze poteva catechizzar Fortunata senza
contraddizione.--Sii rispettosa, servizievole coi parenti Bollati, e
procura di farti voler bene dal cugino Leonardo.
La bimba, ufficiosa per sua natura e facilissima ad affezionarsi, non
durava fatica a secondare i desiderii materni, ed era lietissima se
poteva rendersi utile in qualche maniera alla -zia- Chiaretta, com'ella
chiamava la illustrissima contessa. E costei, ch'era un tipo perfetto
d'egoista, vedeva di buon occhio questa fanciullina punto chiassona,
punto romorosa, dispostissima a far le parti d'una piccola cameriera. Lo
stesso conte Zaccaria si degnava talvolta di occuparsi di lei, e
allorchè voleva darle un segno della sua speciale benevolenza, se la
prendeva sulle ginocchia, le ordinava di chiuder gli occhi e le cacciava
su pel naso un pizzico di tabacco, scherzo fino e saporito che
l'illustre gentiluomo riteneva il -non plus ultra- dello spirito.
Fortunata starnutiva replicatamente, ma non si lagnava mai; anzi,
quand'aveva finito di starnutare, sorrideva di quel suo sorriso
carezzevole ch'era la sua maggiore attrattiva fisica.
E il contino Leonardo preferiva Fortunata a tutti gli altri compagni di
gioco, forse perchè Fortunata sopportava con più longanimità i suoi
capricci. Sprezzante per indole, egli era piuttosto cortese con lei, e
le serbava delle chicche, o le regalava dei trastulli rotti: cavalli a
cui s'era spezzata una gamba, bambocci che avevano perduto la testa,
trombette che avevano dimesso l'abitudine di suonare. Fortunata andava
in estasi. Ci voleva così poco a riempirle l'animo di gratitudine!
La contessa Zanze provava un grande compiacimento a veder la buona
intelligenza tra i due cugini, e si cullava in una speranza ambiziosa
balenatale alla mente, si può dire, fin dalla nascita della figliuola.
Ah se Leonardo s'innamorasse di Fortunata!
Il marito, più positivo, si stringeva nelle spalle
borbottando:--Castelli in aria, castelli in aria.
Ma la consorte gli imponeva silenzio con una ragione perentoria:--Siete
un gran babbeo.
Quest'era innegabile. Ma Gasparo Rialdi, che non era un babbeo e che, se
non fosse stata la disciplina, avrebbe avuto il primissimo posto nella
sua classe, Gasparo, nelle poche feste ch'egli passava in famiglia,
diceva che sua sorella aveva un gran torto di perder il suo tempo a
giocare con quello stupido prepotente di Leonardo Bollati, e che in
quanto a lui era ben lieto di non aver quasi mai occasione di mettere il
piede nel palazzo di quei somari. Parole che facevano andar fuori della
grazia di Dio la contessa Zanze e mettevano la febbre addosso al conte
Luca, altrettanto meravigliato di aver un figliuolo di quello stampo
quanto sarebbe maravigliata la chioccia che s'accorgesse d'aver covato
un aquilotto.
Nè Gasparo aveva almeno la prudenza di aspettare a fare i suoi sfoghi
che non ci fosse presente la sorella. Anzi un giorno egli disse a lei
stessa:--Tu hai i gusti di Sant'Antonio.... Anch'egli prediligeva un
certo animale.
Fortunata non capì nulla, ma si mise a piangere senza sapere il perchè,
e corse dalla mamma chiedendole in mezzo ai singhiozzi:--Mamma, mamma,
che gusti aveva Sant'Antonio? Che animale era quello ch'egli
prediligeva?
Guai se Gasparo non fosse rientrato presto in collegio. Egli era proprio
insopportabile, e la -zia- Chiaretta aveva ragione a definirlo con una
parola che per lei esprimeva la quintessenza d'ogni nequizia: -È un
carbonaro-.
V.
Vediamo ora di far più stretta conoscenza col contino Leonardo Bollati,
unico rampollo maschio della famiglia, unico erede d'un nome illustre
negli annali della Serenissima.
Per cominciare -ab ovo- diremo che il contino Leonardo nacque nel 1823,
come può verificarsi, oltre che dai registri parrocchiali, anche da un
volumetto di poesie stampato in quel tempo, col titolo: -Versi di vari
autori in occasione del battesimo di S. E. il conte Leonardo Bollati P.
V.- (leggi Patrizio veneto).
C'è fra gli altri componimenti un sonetto che principia così:
O tu in cui dritta la virtù discese
Onde Venezia ebbe del mar l'impero,
Certo tu pure, o pargoletto altero,
Famoso andrai per memorande imprese;
Mel dice il nobil tuo sembiante, il fiero
Lampo degli occhi tuoi mel fa palese...
. . . . . . . . . . . . . . .
E ci pare che basti.
Nonostante le feste con cui egli fu accolto al suo nascere, il contino
Leonardo non fu guastato con troppi baci e troppe carezze. Il conte
Zaccaria, libertino incorreggibile, s'occupava più delle crestaie e
delle ballerine che de' suoi figliuoli, e la contessa Chiaretta, tra le
pratiche di devozione e il teatro, il fare e il ricever visite, il
curare i suoi mali veri e l'almanaccar dietro ai suoi mali immaginari,
il bever tazze di cioccolata e il mangiar pasticcini, esauriva tutte le
forze del corpo e dello spirito, nè le restava più tempo o voglia di
dedicarsi alle cure materne. Dimodochè S. E. Leonardo Bollati, progenie
di dogi, passò dalle braccia della balia e delle bambinaie a quelle
dell'altre persone di servizio, e ne' primi anni della sua gloriosa
esistenza non era ammesso al cospetto de' genitori che la mattina appena
alzato e la sera avanti di coricarsi. In questi momenti solenni egli
baciava la mano al nonno, al signor padre e alla signora madre, e dava
loro il buon giorno e la buona notte. Nelle grandi occasioni (a Pasqua,
a Natale, al Capo d'anno, ecc.) lo si faceva portare a tavola alle
frutta. Allora il contino dava prova di ottimo appetito e di rara
precocità nel dir parole indecenti, ch'egli apprendeva in cucina e che
esilaravano il conte padre ed erano accolte con un sorriso benevolo
anche dai commensali, soprattutto dai Rialdi, parenti poveri, mentre la
contessa Chiaretta si limitava ad esclamare:--Maria Vergine santissima!
Che discorsi!
Ma il contino Leonardo non imparava in cucina soltanto le schiette
grazie del linguaggio popolare.
Un barcaiuolo pensionato della famiglia, morto nonagenario un anno prima
del padrone vecchio, lo aveva erudito in certe cronache domestiche assai
edificanti. Nicola (il barcaiuolo si chiamava così) era nato in casa e
avea pei Bollati una devozione a tutta prova. Per isfortuna egli non era
cresciuto nei tempi in cui i Bollati maschi si coprivano di gloria, ma
in quelli in cui le Bollati femmine facevano d'ogni erba un fascio. E
raccontava le gesta di queste civette con la identica compiacenza con la
quale due secoli innanzi avrebbe raccontato quelle del nobiluomo Almorò
che aveva preso una bandiera ai Turchi, e del nobiluomo Biagio che a
venticinque anni aveva sbalordito il Maggior Consiglio con la sua
eloquenza. La madre del conte Zaccaria non aveva avuto tempo di far
discorrer di sè perch'era morta da parto dopo un anno di matrimonio, ma
Sua Eccellenza Adriana e Sua Eccellenza Marina, mogli di due fratelli
del N. H. Leonardo ne avevano fatte di grosse. Belle, piene di spirito e
di salute, avevano goduto la vita, loro due, non come Sua Eccellenza
Chiaretta, una buona donna, ma via, un po' troppo monachella, troppo
dinoccolata, troppo paurosa della sua salute. Perchè in fin dei conti,
diceva il vecchio Nicola, che cosa fanno a questo mondo le donne se non
fanno il chiasso e l'amore?
--Eh--continuava il barcaiuolo epicureo--ai tempi delle lustrissime
Adriana e Marina ci si divertiva in Palazzo. Altro che adesso! Non
s'eran mai viste due cognate che se la intendessero meglio di quelle.
Mai una gelosia, mai la cattiva azione di portarsi via i -morosi-, ma
invece un aiutarsi, un difendersi ch'era un piacere a sentirle. Io ero
il confidente di tutt'e due, e quando l'una o l'altra diceva di voler la
gondola a un remo solo e che quel remo dovevo esser io, sapevo benissimo
di che si trattava. Qualche volta i due mariti e i due rispettivi
cavalieri serventi volevano tirarmi in lingua. Mi ricordo che un giorno
il nobiluomo Barbo, che serviva la lustrissima Adriana, mi disse:--«Tu
tieni il sacco a quella fraschetta.»--«Nobiluomo--io risposi--la parli
con rispetto della padrona.» Sicuro; perchè io non ammettevo scherzi su
questo proposito.... Ma quando potevo, coi debiti riguardi, dare un buon
consiglio alle -lustrissime-, mi facevo coraggio. E raccomandavo loro di
usar prudenza e di salvare le apparenze, che son quelle a cui il mondo
bada di più. Così facevo il mio dovere, e le padrone, che non avevano
ombra di sussiego, me ne ringraziavano. Erano due angeli, quelle donne,
e non è mica a credere che fossero cattive mogli. Bisognava vederla Sua
Eccellenza Adriana durante la lunga malattia del marito. Pareva una
suora di carità. E quando S. E. Alvise morì, che macchina di monumento
ella gli fece innalzare in chiesa dei Gesuiti! E quante messe all'anno
faceva dire in suffragio del povero defunto! Se quell'anima lì non ha
scontato presto il suo purgatorio, non deve certo prendersela colla
moglie. E S. E. Marina? L'ho accompagnata io stesso due anni di fila ad
Abano con S. E. Vittore che andava a curarvi la sua sciatica. Che
pazienza da santa quella donna! Perchè S. E. Vittore (che Dio l'abbia in
gloria!) era una pasta di zucchero finchè stava bene, ma se aveva un
dolor di capo, usciva dai gangheri addirittura. Non c'eravamo che la
padrona ed io che potessimo sopportarlo.--«Eh, Nicola,»--la mi diceva
scherzando--«non si va mica in gondola adesso. »--«Ma, lustrissima;
torneranno quei tempi.»--E lei, con una scrollatina di testa:--«Intanto
s'invecchia, caro Nicola.»--Benedetta quella vecchia!--io avrei voluto
soggiungere, ma non ero che un povero gondoliere e non dovevo prendermi
certe libertà.... So ch'era da mangiarla S. E. Marina quando parlava
così. A quarant'anni ell'era ancora un boccone prelibato. Una vitina, un
busto, un giro di spalle, dei capelli neri come la pece, due occhi da
svegliare i morti.... E una manina bianca, grassottella, che aveva tutti
i sapori.... Posso dire di avergliela baciata quella mano.... Ma! Le due
-lustrissime- son morte tutt'e due in fresca età e di donne come quelle
s'è persa la stampa....
Questi e altri discorsi consimili il vecchio Nicola li teneva
soprattutto nelle sere d'inverno, durante la siesta, quando seduto sul
focolare sopra un seggiolone impagliato egli protendeva le gambe
stecchite sulle ceneri calde, e fumava la sua pipa di gesso o centellava
un bicchiere di vino generoso. Il resto della servitù stava ad
ascoltarlo ad orecchie tese, e le cameriere, ghiotte di pettegolezzi
scandalosi, lo tempestavano di domande. Ed egli, sempre vantandosi
d'esser stato un modello di discrezione in gioventù, spifferava una
quantità di aneddoti circa alle scappate delle padrone, e al brio delle
loro conversazioni nel casino ch'esse tenevano in comune a San Giuliano,
e ai loro travestimenti in carnevale, al Ridotto, e ai loro trionfi alla
venuta dei conti del Nord e del Re di Svezia. Intanto il contino
Leonardo, ora sulle ginocchia d'una fantesca, ora sotto la tavola in
compagnia del gatto, sbadigliava aspettando che lo mettessero a letto.
E, se vogliamo esser giusti, egli si curava pochissimo di queste glorie
casalinghe, e preferiva il racconto dei fatti memorabili del brigante
Mastrilli, che il signor Oreste, il cuoco, sapeva a memoria, e di cui
mostrava al padroncino le illustrazioni a colori sopra una ventola di
cartone.
Altra occupazione gradita pel nostro contino, sin dalla più tenera
infanzia, era stata quella di dar la caccia ai granchi che salivano su
per la -riva- del Palazzo. A questo nobile esercizio egli dedicava un
paio d'ore al giorno sotto la vigilanza dell'uno o dell'altro dei
gondolieri di casa, e, quando aveva preso una di quelle innocue
bestiuole, egli trovava un gusto infinito a legarla con uno spago per
una delle branchie e a tirarla su e giù per l'androne.
Però i gondolieri non insegnavano al contino Leonardo solamente a
pigliare i granchi; essi lo addestravano eziandio nell'arte del remo,
l'unica ginnastica a cui si dedicassero in quel tempo i nobili veneti. A
quattr'anni egli aveva già un remino microscopico che appena sfiorava
l'acqua; poi di mano in mano che il ragazzo cresceva gli si faceva fare
un remo più grande e il remo smesso si conservava come trofeo di
famiglia. Quando il contino Leonardo non possedeva ancora le lettere
dell'alfabeto, egli era ormai in grado di vogare a poppa e di diriger
bene o male la gondola nel Canalazzo e pei meandri dei -rii-. I
barcaiuoli dei traghetti lo conoscevano tutti, e se qualcheduno
vedendolo passare gridava poco rispettosamente:---Occhio ai granchi,
Eccellenza---i più rendevano giustizia alle sue felici disposizioni e
gli pronosticavano uno splendido avvenire.
Con la sorella, alquanto maggiore d'età, Leonardo non aveva mai avuto
buon sangue; del resto si può dire ch'egli l'avesse anche conosciuta
poco, perch'ella entrò ben presto alle Salesiane e vi stette fino al
momento del matrimonio. La piccola Rialdi, che aveva quattr'anni meno di
lui, era stata sempre, come sappiamo, la sua compagna favorita di
giuoco. E quand'egli non era in cucina con le serve, o in gondola, o
presso alla -riva- coi barcaiuoli, era con Fortunata in uno stanzone del
secondo piano detto lo stanzone degli armadi, ove i bimbi potevano fare
il chiasso senza disturbare la -lustrissima- Chiaretta che pativa di
emicrania e di sfinimenti.
Così trascorse l'infanzia del contino Leonardo Bollati. Alla fine il suo
signor padre si decise a dargli un precettore, e la scelta cadde sopra
un sacerdote di nome don Luigi, al quale il conte Zaccaria,
nell'affidargli l'educazione del giovinetto, tenne questo notevole
ragionamento:
--Grazie al cielo, Leonardo non ha bisogno di guadagnarsi da vivere, non
deve far l'avvocato, nè il medico, nè l'ingegnere, nè, Dio guardi, il
professore. Sotto la Serenissima era un altro paio di maniche. Il
ragazzo avrebbe dovuto entrare prima nel Maggior Consiglio e più tardi
forse nei Pregadi, e non ci sarebbe stata nessuna carica, per quanto
alta, a cui egli non avesse potuto aspirare. Adesso il più che possa
toccargli è di diventare assessore municipale, o amministratore dei
Luoghi Pii, o presidente della Fenice, come me, e per questa roba non
occorre troppa dottrina. Dunque, don Luigi, siamo intesi. Un poco di
religione, di storia sacra e di storia veneta, le quattro operazioni
dell'aritmetica, una tintura di latino, e quel tanto d'italiano che
basta a scriver discretamente una lettera, e, se occorre, un sonetto per
nozze o per monaca. Insomma non sopraccarichiamo il ragazzo di scienza.
Don Luigi s'inchinò in segno d'assenso, e promise al conte Zaccaria di
uniformarsi interamente a' suoi desiderii.
Proprio un asino don Luigi non era; aveva un certo bagaglio di cultura
classica e aveva scritto in gioventù un panegirico di San Luigi Gonzaga,
lodato dal Padre Cesari. Ma era una mente gretta, piccina, di quelle che
non possono spargere intorno a sè altro che la loro piccineria e la loro
grettezza. In fatto di letteratura, il suo più forte convincimento era
questo: doversi combattere ad oltranza il Manzoni. Per don Luigi,
innamorato degli -avvegnachè- e dei -conciossiachè-, il Manzoni era un
barbaro, e non c'era scribacchino d'istanze ch'egli non preferisse
all'autore dei -Promessi Sposi-. Onde sopra una sola cosa egli domandò
al conte Zaccaria che gli fosse lasciata mano libera:--Bisogna ch'ella
mi permetta--egli disse--di formare a mio modo lo stile del mio allievo.
Sarei veramente umiliato s'egli dovesse scrivere come il signor Manzoni,
quel corruttore della lingua italiana.
--Oh in quanto a questo--rispose il conte Zaccaria--faccia come le pare.
Le inquietudini di don Luigi non durarono un pezzo. Non solo il contino
Leonardo non accennava a voler scrivere un giorno come il signor
Manzoni, ma dopo cinque anni d'insegnamento era ancora dubbio s'egli
sarebbe mai riuscito a scrivere in nessuna maniera. Il pronostico fatto
dal nonno poco prima di morire pareva aver molta probabilità di
avverarsi. L'ultimo rampollo dei Bollati aveva tutta la disposizione di
restare un somaro. Invece, dal lato fisico, egli era cresciuto meglio
che la gracile infanzia non promettesse, era abbastanza alto per la sua
età, snello e ben proporzionato della persona. Fatta eccezione dal naso
un po' grande, i suoi lineamenti erano regolari, e, non guardando pel
sottile all'espressione della fisonomia insignificante e sbiadita, lo si
poteva anche dire un bel ragazzo.
VI.
I Bollati avevano poderi in più parti del Veneto, ma la loro villa
signorile era posta sulla Brenta, ed essi andavano a passarvi alcune
settimane della primavera e dell'autunno. Vi andavano per tradizione,
per non rimanere a Venezia quando non c'era nessuno, ma quel soggiorno
campestre non aveva per loro la minima attrattiva, come non può averne
per quelli che portano in campagna i gusti e le abitudini della città.
Già per la contessa Chiaretta era un affar di stato il solo tragitto da
Venezia a Fusina, e prima di avventurarvisi ella consultava una dozzina
di volte l'aspetto del cielo e il parere dei gondolieri esperti nelle
cose meteorologiche. Quando non c'era neanche una nuvola, quando non
spirava un fiato di vento, quando i barcaiuoli erano d'accordo nel
pronosticar la durata del bel tempo, quando a Sua Eccellenza non doleva
un callo (ciò ch'era per lei un sintomo infallibile di cambiamenti
atmosferici), quando non era nè martedì, nè venerdì, allora
s'intraprendeva finalmente il gran viaggio. Partiva prima la gente di
servizio coi bagagli (parevano le salmerie d'un esercito), poi venivano
i padroni in due gondole, portandosi, fra l'altre cose, un gatto
favorito dentro un paniere. A Fusina si trovavano le carrozze pronte e
la comitiva si avviava verso la Mira. E anche qui S. E. Chiaretta era in
preda a notevoli trepidazioni.---Le bestie son bestie---ella diceva
saviamente,--ed è sempre un miracolo quando non ne fanno di
grosse.--Cosicchè ella sottoponeva il cocchiere a un interrogatorio in
piena regola.--Era proprio sicuro dei cavalli? Non aveva mica dato loro
troppa biada? E le ruote della carrozza le aveva esaminate bene? Non si
sa mai; si senton tante disgrazie.... Adagio.... Era inutile di correre
in quella maniera.
Basta; presto o tardi s'arrivava, e il fattore, il giardiniere e il
gastaldo venivano a baciar la mano ai padroni. La contessa Chiaretta,
tutta intontita dal viaggio, si ritirava prestissimo nel suo
appartamento, e per quel giorno non discendeva nemmeno a desinare, ma si
faceva servire un brodo in camera da letto. Nè è a credere che nei
giorni successivi ella uscisse frequentemente in giardino o facesse
delle gite nelle vicinanze; tutt'altro; gran parte della giornata ella
la passava in un gabinetto con le imposte accostate per non lasciar
entrare il sole, coi vetri chiusi per non lasciar entrare le mosche e la
polvere; e soltanto a ora di colazione e di pranzo si trascinava a gran
fatica fino in tinello, dicendo che non aveva fame e che non capiva come
ci fosse della gente che poteva trovarsi bene fuori di città. La sera
però, quand'erano accesi i lumi, quando capitavano l'arciprete, il
cappellano, il medico condotto e qualche villeggiante per il tresette,
la fronte di S. E. si spianava un poco, ed ella si abbandonava un poco
alla dolce illusione d'essere nel salottino del suo palazzo di Venezia.
E poichè le seccava di andare a letto presto, essa costringeva quei
poveri diavoli a farle compagnia fino a mezzanotte, e li teneva
svegliati a forza di tazze di caffè.
Il conte Zaccaria, in fondo, aveva per la campagna la stessa passione di
sua moglie, ma non voleva dirlo, e si dava l'aria d'intendersene di
agricoltura, e ne sballava di grosse col fattore e col gastaldo, i
quali, pur mostrando di ascoltarlo con deferenza, si prendevano gioco di
lui. Il peggio si era che di tratto in tratto egli non si contentava
delle chiacchiere accademiche, ma s'impuntava a ordinar sui suoi fondi
dell'esperienze in -corpore vili- e sciupava il tempo e i quattrini.
In quanto al contino Leonardo, egli avrebbe assai volentieri fatto senza
della villeggiatura. Egli trovava che i ranocchi, le cicale, le
lucertole valevan meno dei granchi e che la carrozza valeva meno della
gondola. A far lunghe passeggiate non ci aveva gusto; l'imparar a guidar
delle bestie gli pareva ignobile, e l'equitazione gli era venuta in
uggia dopo che un cavallo lo aveva gettato a gambe levate sopra un
mucchio di ghiaia. Sicchè, tutto sommato, s'annoiava mortalmente; tanto
più che, cosa abbastanza singolare, in campagna aveva meno libertà di
quella che avesse in Venezia. A Venezia andava in gondola anche solo
affatto, e quand'egli riusciva a scender nell'entratura e recarsi presso
alla -riva-, era sicuro di non esser molestato più.--Sarà con
qualcheduno dei barcaiuoli,--dicevano in famiglia, e nessuno aveva altro
da soggiungere, e don Luigi era esonerato dall'obbligo d'invigilare sul
suo pupillo. In campagna invece don Luigi doveva seguire il contino
dappertutto, e badare ch'egli non andasse sotto una carrozza, o non
fosse morsicato dai cani idrofobi, o non isdrucciolasse giù nella
Brenta.--Con l'acqua dolce non si scherza--sentenziava S. E. Zaccaria.
Don Luigi, a tener dietro a S. E. Leonardo, non ne poteva più, e alla
fine della giornata aveva l'aria d'uno di quei cani che per ore e ore
inseguono la selvaggina, e alla sera si accovacciano sul vestibolo
ansanti e con la lingua penzoloni. Onde, se gli riusciva di sgattaiolar
via con la scusa di qualche indisposizione appena faceva notte, correva
a rifugiarsi nella sua camera, e si cacciava sotto le coperte,
maledicendo al destino che costringeva lui, un uomo di tanto merito, a
sciupar la sua vita con un ragazzo balordo e maleducato. Ma
ordinariamente non gli era concessa neppur questa consolazione, perchè
S. E. Chiaretta, che aveva sempre bisogno di seccar qualcheduno e
trovava assai comodo di seccare di preferenza il prete di casa, lo
sforzava spesso a rimanere alzato per fare il quarto a tresette in un
tavolino o per leggerle la -Gazzetta- fino a che le venisse sonno. Già
ell'aveva dichiarato che alle sue indisposizioni non credeva punto, e
che a ogni modo non poteva permettere ai suoi dipendenti di darsi il
lusso dell'emicrania e del mal di nervi.
Per don Luigi era meglio che ci fossero ospiti in quantità. E infatti ne
capitavano ogni autunno, ed erano, qual più qual meno, tipi di parassiti
spiantati e famelici.
Uno degli assidui era il nobiluomo Pietro Canziani, dell'ordine dei
segretari, poeta sprositato, autore di madrigali galanti in lode della
contessa Chiaretta, la quale si ostinava a chiamar -sonetti- tutti i
componimenti di vario metro che il suo devoto e maturo adoratore le
dedicava. Il signor Barnaba Sughillo, impiegato di contabilità, nel fare
il suo giro per le varie villeggiature sulla Brenta, non dimenticava i
Bollati, e intratteneva anche loro co' suoi giuochi di prestigio e con
la sua prodigiosa abilità nell'imitare il canto degli uccelli, meriti
che gli avevano procurato il benigno compatimento delle famiglie
patrizie. Nè mancava, sebbene non invitata, la contessa Ficcanaso, la
quale, dichiarando di non poter stare a lungo senza vedere i suoi
dilettissimi amici, veniva a stabilirsi in casa loro per un paio di
settimane almeno. Ella veniva con uno scarso bagaglio di biancheria, ma
con una ricca collezione di pettegolezzi, che le facevano perdonar dai
padroni l'uggia della sua visita. Nascite, morti, matrimoni, scandali
aristocratici e borghesi, arrivi e partenze di forestieri, promozioni e
traslochi d'impiegati, tutto aveva un posto nella cronaca della contessa
Ficcanaso, e Sua Eccellenza Chiaretta, tra uno sbadiglio e l'altro,
pendeva dalla sua inesauribile parlantina. Gli scandali l'attraevano in
ispecial modo, come accade a molte donne oneste, che sono piene di
curiosità patologiche. E di S. E. Chiaretta, fosse virtù vera, o
freddezza, o salute cagionevole, o mancanza di occasioni, non si poteva
davvero dir nulla.
I Rialdi poi, l'ho già detto, facevano in villa Bollati la permanenza
più lunga possibile. Certo che talvolta, pur di rimanere, dovevano ceder
la loro stanza e contentarsi dei peggiori bugigattoli della casa. Ma se
ne contentavano perchè la contessa Zanze voleva far economia, il conte
Luca aveva bisogno d'una boccata d'aria libera dopo le fatiche
dell'impiego, e Fortunata non riprendeva un po' di colore che quand'era
in campagna. Il solo Gasparo preferiva di passare in collegio anche le
vacanze.
Gli ospiti di minor riguardo erano vittime del lugubre buon umore di S.
E. il conte Zaccaria. Così il nobile Canziani, il signor Sughillo, la
contessa Ficcanaso, i Rialdi avevano di tratto in tratto la compiacenza
d'esser svegliati prima di giorno da un gallo nascosto in un canterale,
o di trovar sparsa l'assafetida sulle lenzuola, o di sentirsi nel cuor
della notte strappar via le coperte che erano state insidiosamente
legate a una cordicella di cui uno dei capi era fuori della stanza.
Quando la burla passava la misura--Ah,--borbottava la contessa Zanze al
marito,--se foste almeno nell'amministrazione!
Il conte Luca si stringeva nelle spalle. Gli scherzi del cugino Zaccaria
non gli turbavano la digestione, a lui non pareva vero di poter mangiar
bene tutti i sette giorni della settimana e di dare qualche capatina
furtiva in cucina per assaporare prima del tempo i ghiotti manicaretti
apprestati dal signor Oreste. Inoltre, poichè -non de solo pane vivit
homo-, il nostro conte Luca aveva, in quel periodo della villeggiatura,
delle insigni soddisfazioni d'amor proprio. Al caffè della Mira non
c'era nessuno che gli tenesse testa agli scacchi. Perciò, sia ch'egli
giocasse, sia ch'egli assistesse alle partite d'altri giocatori, egli
trovava, al cospetto della scacchiera, un brio e una loquacità
inesauribile, ed esilarava la compagnia con certi sali attici d'ottimo
gusto, come: -Fiat lux, faccia lui.----Veda lei che ha quegli occhi così
bei.----Tacete su quegli olmi, o passeri inquieti.----Pur che il reo non
si salvi i giusto- POMI (garbatissima variante al verso del Tasso).---Tu
taci Solimano e a nulla pensi.----Fermi là e nessun si muova---e altre
spiritosaggini simili.
Di Fortunata non si discorre neanche. Ella si lasciava cucinare in tutte
le salse, e i capricci dei cugino erano altrettante leggi per lei.
Leonardo, il quale non voleva intorno a sè che persone sommesse, stava
appunto con Fortunata, con la Rosa nipote del gastaldo, chiamata per
vezzeggiativo Rosetta, e con tre o quattro ragazzi di contadini, ch'egli
pigliava a scappellotti se si mostravano recalcitranti ai suoi ordini.
Ma già la Fortunata e la Rosetta erano le sue favorite. Con loro
deludeva spesso la vigilanza del precettore, e s'inzaccherava nei fossi,
o si ravvoltolava sui mucchi di fieno, o andava a zonzo pei campi
sgranellando i grappoli d'uva lungo le viti. Ora, per un gran tempo, la
Fortunata e la Rosetta, ch'erano quasi coetanee, procedettero d'amore e
d'accordo, senza ombra di gelosia, chè la Rosetta riconosceva la sua
inferiorità di fronte all'altra, la quale, per quanto spiantata, era
sempre una damina. Ma in quell'autunno 1838 il contino Leonardo, che
sentiva ormai le prime inquietudini dell'adolescenza, si divertì a
prendere verso le due ragazze un atteggiamento di sultano fra le
odalische, e accordando ora una preferenza a questa, ora a quella, fece
sorger tra loro una specie di rivalità. Sicchè esse finirono col non
potersi soffrire, e Fortunata, che pur adorava la campagna, vide con
piacere la villeggiatura giungere al suo termine. A Venezia, ella
pensava, le cose torneranno come erano prima, e quella pettegola della
Rosetta non farà più le sue smorfie.
Quest'era vero, ma Fortunata errava grandemente nel credere che, levata
di mezzo, almeno per qualche tempo, la Rosetta, il cugino Leonardo non
avrebbe avuto altri grilli pel capo. Invece, giunto in città, Leonardo
mostrò di aver progredito in pochi mesi in malizia più di quello che in
molti anni non avesse progredito nell'ortografia, e Fortunata non gli
pareva che una bimba insipida con la quale non c'era sugo a perdere il
tempo.
Le tribolazioni di don Luigi in questa fase critica del suo allievo non
si possono descrivere. Quand'egli usciva a passeggio col contino, costui
guardava le donne in una maniera così sguaiata, così provocante, si
lasciava sfuggir di bocca delle esclamazioni così ardite che il povero
sacerdote avrebbe desiderato d'esser mille miglia sotterra, tanto se ne
vergognava. E borbottava fra i denti:--Anime sante del Purgatorio! Che
cosa mi tocca!
Finalmente don Luigi dichiarò che proprio egli non si sentiva in grado
d'andar più fuori di casa solo col contino, perchè, lasciando stare il
resto, egli non poteva nè tenerlo per le falde del vestito, nè corrergli
dietro quando il ragazzo s'impuntava a seguir le serve, o le crestaine,
o.... c'intendiamo.... chè già un paio di volte i monelli gli avevan
dato la baja, a lui sacerdote per bene, e avevan fatto sul suo conto chi
sa che razza di supposizioni offensive.
Il conte Zaccaria accolse con filosofica serenità questi avvertimenti, e
disse che riconosceva in suo figlio il sangue dei Bollati. I Bollati
erano stati sempre così, e poco più d'un secolo addietro il nobiluomo
Giuseppe Antonio era fuggito a quattordici anni con una cameriera.
Effetti del sangue.
Nondimeno per vigilar meglio sul suo chiaro rampollo, il conte Zaccaria
deliberò di affidarlo meno alle cure del precettore e di condurlo più
spesso con sè, al caffè Suttil di giorno, al teatro la Fenice la sera,
quando c'era spettacolo o c'erano prove. Poichè il conte Zaccaria ch'era
uno dei presidenti, aveva libero accesso anche al palcoscenico. In quel
recinto sacro alle Muse il contino Leonardo trovò subito oneste e liete
accoglienze, soprattutto dal corpo di ballo. Infatti le pudiche allieve
di Tersicore avevano troppa stima del conte Zaccaria da non far buon
viso al suo nobile erede, il quale mostrava le migliori disposizioni a
seguir gli esempi paterni. Il contino Leonardo, dal canto suo, si
pavoneggiava molto di queste sue nuove conoscenze, e quand'era in palco
con sua madre nominava a una a una le vaghe giovinette di rango francese
o italiano che volteggiavano sulla scena in vestito succinto.
E se la contessa Chiaretta si sgomentava delle inclinazioni libertine
del figliuolo e manifestava dei timori al marito, questi tirava in campo
la solita scusa del sangue caldo dei Bollati, e soggiungeva:--Ci
vogliono le valvole di sicurezza, ci vogliono. Se no la macchina
scoppia.
VII.
La savia massima paterna non rimase infeconda, e a sedici anni appena il
contino Leonardo cominciò ad applicar largamente il sistema delle
valvole di sicurezza. La prima di queste valvole si chiamava Candida, e
occupava un posto onorifico tra le Greche del ballo spettacoloso, -La
caduta di Missolungi-. Senonchè, finita la stagione della Fenice, la
Candida prese il volo per altri lidi e le successe una Olimpia ascritta
tra le -Scozzesi- di una -Lucia di Lammermoor- che si rappresentava al
teatro S. Benedetto. L'Olimpia non durò un pezzo neppur lei, e le tenne
dietro una Serafina, -virtuosa- di canto, che, insieme con molte altre
cose, aveva perduto la voce. Nè con la Serafina, è inutile il dirlo, si
chiuse il ciclo romantico del nostro giovinetto. Giova bensì notare come
queste frequenti conquiste asciugassero le tasche del contino Leonardo,
il quale non riceveva dal signor padre che un modesto peculio mensile.
In questa critica condizione di cose il nostro Leonardo trovò
un'assistenza impreveduta nell'ottimo signor Oreste, il cuoco, uomo
danaroso e liberalissimo, sovventore magnanimo di piccoli bottegai e
merciaiuoli ambulanti con cui egli teneva conto corrente al mite saggio
dell'un per cento alla settimana. Trattandosi ora di levar d'impiccio il
padroncino, era naturale ch'egli fosse pronto a dare, nonchè i
quattrini, anche il sangue. Onde, in quel modo delicato che rende più
preziose le offerte, il signor Oreste mise la sua cassa a disposizione
del contino Leonardo, ritirandone di volta in volta delle cambialette
rinnovabili ogni anno fino al momento in cui il giovane divenisse
maggiore. S. E. Zaccaria, che ignorava ogni cosa, potè intanto cullarsi
nella dolce illusione che il figliuolo sapesse far baldoria e spenderne
pochini, ciò che non sapevano altri giovani del patriziato.
Il sagace lettore non troverà punto strano che il contino Leonardo,
entrato ormai in dimestichezza con le Candide, le Olimpie e le Serafine,
guardasse con un sorriso di compassione tutte le femmine le quali non
appartenevano a quella casta rispettabile. Fortunata divorava in
silenzio il suo dolore pel mutato atteggiamento del cugino verso di lei,
ma la contessa Zanze non sapeva dominar la sua stizza, e le accadeva
sovente di tirar giù a campane doppie contro i Bollati, ch'erano
stupidi, ignoranti, vanitosi, villani, egoisti, e lasciavano crescere
come l'erba matta il solo maschio che avessero.--Già--ella diceva--per
poco che quello sbarazzino continui la vita che fa, egli crepa
sicuramente.... E sarà quello che si merita--ella soggiungeva urlando
come un'ossessa e dimenticandosi per un momento l'idea da lei
vagheggiata di avere il contino Leonardo per genero.
Gasparo Rialdi trionfava, vedendo di non esser più il solo della
famiglia ad avere in uggia il giovane Bollati. E quando gli toccò
d'imbarcarsi, perch'egli era ormai cadetto di marina e doveva andar con
la squadra in Levante, egli prese da parte la sorella e le disse con
maggior dolcezza dell'ordinario:--Credilo, sorelluccia mia, io me ne
vado più contento sapendo che tu bazzichi meno con Leonardo....
Quell'intimità non m'era piaciuta mai, e sarai persuasa che non avevo
torto. Leonardo è stato da piccolo in su un monellaccio e nient'altro, e
adesso che da un anno in qua fa a modo suo, è uno dei più scapestrati
che vi siano in paese. Tu non sei una bimba, hai quasi quindici anni, e
a quindici anni una giovinetta deve guardar bene a chi accorda la sua
confidenza e le sue preferenze.... Capisco che noi non possiamo troncar
le nostre relazioni coi Bollati; il babbo e la mamma non lo vorrebbero,
e forse avranno ragione, forse è vero che ci conviene usar dei riguardi
a quei nostri parenti.... abbiamo, pur troppo, delle obbligazioni con
loro.... Ma un giorno, se la fortuna m'aiuta!... Intanto sta in
guardia, e soprattutto non curarti di Leonardo... Son meglio i suoi
disprezzi che le sue carezze.--Le parole di Gasparo erano per Fortunata
tante punture di spillo. Ella non osava contraddirlo, si sentiva piccina
piccina di fronte a lui; ma egli era troppo impetuoso, troppo violento,
troppo assoluto da potersele insinuare nell'animo, da poter sradicarne
le simpatie segrete coltivate con lungo amore. Poichè non è mica vero
sempre che i forti trascinino i deboli; la bufera che abbatte la quercia
passa talvolta sul gracile stelo senza far altro che piegarne la cima. A
veder suo fratello così accanito contro Leonardo, ella, pur riconoscendo
i torti di costui, aveva come la coscienza d'un'ingiustizia, di una
persecuzione della quale ell'era muta e impassibile testimonio. Le
pareva che sarebbe convenuto tener modi diversi, usar la dolcezza,
cercar con le ammonizioni e i consigli di ricondurre il traviato sul
retto sentiero, e avrebbe dato dieci anni della sua vita per saper far
lei quello che non sapevano o non volevano fare gli altri. Così Gasparo,
con tutta la sua perspicacia, s'era affrettato troppo a rallegrarsi
della scemata intrinsichezza di sua sorella con Leonardo Bollati.
Sicuro, le apparenze gli davano ragione, e Fortunata si trovava di rado
a quattr'occhi col cugino, ma chi le fosse disceso in fondo al cuore
avrebbe visto che i nodi che la stringevano a lui, anzichè rallentarsi,
accennavano a diventare più saldi e indissolubili.--Non sei una
bimba--le aveva detto Gasparo, ed era vero. E appunto per questo
riusciva meno facile a lei stessa di raccapezzarsi in quel tumulto di
sentimenti nuovi e di nuovi pensieri che l'agitavano. Ciò ch'ella
provava per Leonardo Bollati non era l'affetto uguale, ingenuo e devoto
dei primi anni; era a volte un'attrattiva invincibile, a volte una
strana ripulsione; ond'ella ora lo cercava ed ora lo sfuggiva, ma sia
che lo cercasse o lo sfuggisse, non sapeva staccare il pensiero da lui.
Dei genitori vigili, intelligenti, avrebbero avvertito il pericolo e
cercato di ripararvi in tempo, ma il conte Luca era un uomo nullo che
aveva abdicato in favore della moglie, e la contessa Zanze, sebbene non
fosse una sciocca, non era nata per capir certe cose, e aveva poi uno
spirito singolarmente sconclusionato. Dimodochè, dopo aver dipinto
Leonardo con le tinte più fosche, dopo avergli pronosticato ogni specie
di malanni, ella mutava a un tratto registro e tornava a far castelli in
aria e ad almanaccare sulla possibilità che sua figlia entrasse in casa
Bollati e ch'ella, Zanze Rialdi, divenisse un giorno la suocera
dell'erede di un gran nome e di un gran patrimonio. Inoltre, anche nei
momenti in cui ell'era meno disposta alle illusioni, ell'avrebbe riso in
faccia a chi fosse venuto a dirle che il solo mezzo efficace di salvar
Fortunata dalle amarezze e dai disinganni era quello di non frequentar
troppo i Bollati, di non mantener con essi che le relazioni strettamente
necessarie. Colmarli di contumelie quand'essi non potevano sentirla,
era, per la contessa Zanze, la cosa più naturale del mondo, ma perdere i
vantaggi d'una parentela simile le sarebbe parso un delitto verso sè
stessa e verso la propria famiglia. Ah, in verità non c'era che lei che
avesse un po' di sale in zucca! Suo marito era un bamboccio, Gasparo,
con tutto il suo ingegno, non sapeva il viver del mondo, e Fortunata era
una buona diavola, ma prendeva di tratto in tratto certi atteggiamenti
di vittima ch'erano molto noiosi. Adesso ell'aveva l'aria di fare una
grazia ad andar l'autunno in campagna, come se si potesse rinunziare a
un sistema che, senza contare il benefizio fisico, permetteva di chiuder
la casa e di raggranellar quattro soldi per l'inverno.
La ragione, per la quale Fortunata andava mal volentieri in villa
Bollati, non è difficile a immaginarsi. Il contino Leonardo, si curava
poco di lei e si curava troppo della nipote del gastaldo, la Rosetta,
che in brevissimo tempo s'era fatta una bella ragazza. Vispa,
civettuola, la Rosetta sapeva di piacere e si divertiva a lasciarsi
corteggiare, per rider dei gonzi, diceva lei, giacchè non era così
grulla da innamorarsi a spese della salute e del buon umore, e in quanto
al prender marito non c'era furia, chè un marito è un tiranno e
nient'altro. A ogni modo, di mariti c'era abbondanza; bastava volere.
Per ora preferiva spassarsela, e d'autunno quando i padroni erano in
villa accettava di buon animo gli omaggi del conte Leonardo, certa di
far arrabbiare le sue carissime amiche e di suscitar la gelosia dei
bellimbusti del paese. Perciò ella non aveva nessun riguardo a lasciarsi
vedere con Leonardo per le strade maestre e a scambiar la domenica in
chiesa occhiate e sorrisi con lui. Che se anche le -amiche- e i galanti
si vendicavano col tener sul suo conto ogni specie di discorsi e
coll'esagerare l'importanza della tresca, ella si stringeva nelle
spalle, tant'era sicura che al finir dell'autunno i galanti sarebbero
tornati ai suoi piedi, docili come cagnolini. Delle -amiche- poi non si
dava pensiero; chiuder loro la bocca era impresa impossibile.
La Rosetta, come si vede, sfidava la cosidetta opinione pubblica per
vanità, poichè questa sua vanità non sarebbe stata soddisfatta se la
gente non avesse saputo che il contino Bollati spasimava per lei. Ma
dove la vanità non era in giuoco ell'era invece prudentissima, e
Leonardo non riusciva a indurla nè a passeggiate in luoghi solitari, nè
a furtivi colloqui di sera. Anzi quand'egli era troppo insistente, la
ragazza fingeva di corrucciarsi e lo sfuggiva per più giorni di seguito.
Già i pretesti non le mancavano; o doveva attendere alla cascina, o
aveva da lavorar di cucito per lo zio e i cuginetti. Allora Leonardo si
sfogava con Fortunata e diceva che la Rosetta era la più civetta di
tutte le tose ch'egli aveva conosciuto, e ch'ella s'ingannava a partito
se credeva di far colpo sopra di lui con quelle sue bizze da
principessa. C'era proprio pericolo ch'egli la prendesse sul serio! Ma
queste confidenze non davano un gran conforto a Fortunata, che, di lì a
qualche giorno, vedeva Leonardo più sommesso di prima alla capricciosa
contadinotta.
Era impossibile che in casa non s'accorgessero di questa tresca, e
seppur non se ne fossero accorti, la contessa Zanze si sarebbe assunta
la briga di spargerne la notizia. Ella n'era scandalizzatissima, e non
risparmiava fatiche per risvegliare il senso morale del conte Zaccaria e
della contessa Chiaretta e per indurli a far valere la loro autorità
prima che accadesse una catastrofe. Ma quelli non se ne davano per
intesi. O che toccava a loro di vigilare sul prezioso onore d'una
villana?
E se dobbiamo esser sinceri, quegli a cui spettava anzitutto
quest'ufficio delicato era il gastaldo, zio della Rosetta, volpe
vecchia, il quale lasciava correre, sia che si fidasse della furberia
della nipote, sia che non volesse disgustare il giovane conte, e in ogni
evento, sperasse di tirar l'acqua al suo molino.
L'ultimo rifugio della contessa Zanze era don Luigi. O che aveva gli
occhi foderati di prosciutto? O che non sentiva il debito sacrosanto di
alzar la voce, e di sottrarre alla perdizione il suo allievo?
Povero don Luigi! Che ci poteva lui? Non la capivano ancora ch'egli non
era più il precettore? Era il cappellano della famiglia, era una specie
di mastro di casa; ma il precettore no. E su certi argomenti non aveva
diritto di entrare... fuori che nella confessione.... Allora le sue
ragioni sapeva dirle e non aveva bisogno delle lezioni di nessuno, come
non intendeva render conti a nessuno.... E poi perchè venivano a
discorrergli di tresche scandalose?... Credevano che un sacerdote non
avesse da far di meglio che spiare i passi di due monelli senza
giudizio?
--Bei ministri di Dio!--borbottava la contessa Zanze riferendo al marito
questi colloqui.--Bei ministri del Vangelo! Si lavano le mani come
Ponzio Pilato.
--E perchè non ve le lavate anche voi le mani?--rimbeccava il conte
Luca.--Siete un ministro di Dio, voi! Andate proprio a cercarli col
lumicino i fastidi? Che può importarvi di ciò che passa tra Leonardo e
la Rosetta? Per la Vergine santissima, lasciate che si sbrighino loro e
non ve ne impicciate. Tanto, a voi non ne va e non ne viene. Mi spiego?
E il pacifico uomo tornava al caffè a giuocare ai suoi scacchi.
VIII.
Forse il conte Luca aveva ragione a voler mantenere una politica di
assoluta neutralità, ma, d'altra parte, la contessa Zanze non aveva
torto nel presagire che quest'intrigo del contino Leonardo e della
Rosetta sarebbe andato a finir male. Era una cosa troppo lunga, e, come
dice il proverbio, le cose lunghe diventan serpi. In città, Leonardo
aveva mille distrazioni che gl'impedivano di pensare alla nipote del
gastaldo, ma quand'era in campagna gli occhi bellissimi e il sorriso
affascinante della Rosetta esercitavano sopra di lui il solito impero.
Inoltre c'era ormai di mezzo anche un po' di puntiglio. Egli giurava e
spergiurava a sè medesimo di venirne a capo, di non voler essere
raggirato più a lungo da una contadina, di non voler più contentarsi
d'una carezza e d'un bacio a ogni morte di papa. Per la Madonna! Egli
non aveva mai avuto queste abitudini, e le Candide, le Olimpie e le
Serafine non lo avevano mai fatto sospirar tanto. Però questi propositi
risoluti del contino Leonardo si spuntavano contro le arti sopraffine
della ragazza, la quale pareva aver imparato la civetteria in una
capitale. Ella accettava i regalucci del suo spasimante, gli diceva di
volergli bene, accordava quello che non era possibile di negargli, ma in
quanto al resto, nemmen per sogno. Comunque sia, questa tattica era
piena di pericoli, ed era evidente che non poteva durare a lungo,
soprattutto, se, in mezzo ai tanti farfalloni che svolazzavano intorno
alla Rosa, fosse spuntato un pretendente serio. In verità il pretendente
serio tardò abbastanza a venire, e le buone amiche della Rosa si
tenevano sicure ch'esso non sarebbe venuto più, perchè, siamo giusti,
chi doveva sposare quella sguajata? C'era bensì un tal Menico, garzone
di caffè, povero di quattrini e di spirito, il quale dichiarava di
languir d'amore per lei e d'esser pronto a darle il suo nome, ma a
nessuno passava pel capo che la Rosetta si adattasse a sposar quello
zotico di cui ella era la prima a burlarsi, quantunque Menico fosse
sotto la protezione del gastaldo, ch'era suo santolo.
Per altro, allorchè Beppe Gualdi, il figlio dell'oste, finita la ferma
militare, tornò in paese e s'attaccò subito ai panni della ragazza, si
cominciò a susurrare nei crocchi che, se la Rosetta aveva giudizio, lo
sposo era bell'e accalappiato, perchè Beppe non era uomo da perdersi in
galanterie senza costrutto e aveva già detto di voler prendere moglie.
Naturalmente uno sciame di persone officiose, per la maggior parte
madri che avevano figliuole da marito e zitelle che cercavano un
collocamento, si diedero premura di metter sull'avviso il giovinotto,
informandolo di tutte le chiacchiere che correvano sul conto della
Rosetta. Era proprio peccato che un galantuomo cascasse in così cattive
mani. Ma Beppe troncò presto i discorsi, rispondendo che aveva ormai il
dente del giudizio e ch'era in grado di regolarsi da sè. Ai suoi intimi
poi diceva che le chiacchiere dei maligni non gli facevano nè caldo, nè
freddo, e che non si stupiva punto se la Rosetta aveva tante nemiche,
perch'era più bella e più vivace delle altre. Del resto egli era
disposto ad ammettere che le fosse piaciuto di farsi corteggiare anche
dal contino Leonardo, ma al suo posto tutte avrebbero fatto lo stesso. A
lui bastava che queste galanterie non avessero seguito, ed egli non
avrebbe certo domandato formalmente la mano della Rosetta finchè non si
fosse assicurato da sè che tra lei e il contino era troncata ogni
relazione.
La Rosetta non provava nessun entusiasmo per Beppe Gualdi, che aveva una
diecina d'anni più di lei, ma non voleva disgustarlo, nè darla vinta
alle sue rivali che gli tendevano le loro reti; inoltre, per aliena
ch'ella fosse dal matrimonio, non era poi così grulla da rinunziar
troppo leggermente a un buon partito. Onde si mostrava piena di
deferenza pel suo nuovo adoratore e rideva e scherzava con esso intorno
al contino Bollati, i cui stupidi omaggi, ella diceva, non avevano
servito che a tenerla di buon umore.
Il figlio dell'oste era ripatriato alla fine dell'inverno, mentre i
Bollati non erano in villa, ciò che sulle prime diede buon gioco alla
nostra civettuola. Le difficoltà vere dovevano affacciarsi più tardi,
nell'autunno, quando la Rosetta sarebbe stata messa al punto o di
decidersi per uno dei suoi due innamorati o di sfoggiare un'arte
maggiore del solito per corbellarli entrambi. Era anche fuor di dubbio
che allora tutti quelli che le volevano male sarebbero stati con tanto
d'occhi aperti per coglierla in fallo.
Ne venne di natural conseguenza che il contino Leonardo Bollati,
quell'anno, trovò la Rosetta notevolmente mutata, cosa che non poteva
accadergli in peggior momento, giacchè egli s'era impegnato con certi
suoi compagni di libertinaggio a non tornare a Venezia senz'aver vinto
l'ultime resistenze della capricciosa fanciulla. E a raggiungere meglio
il suo fine, egli s'era munito d'un anellino di brillanti il cui
splendore, a parer suo, era atto a trionfare di ben altre virtù
femminili che di quella della nipote del suo gastaldo.
Dinanzi agli ostacoli impreveduti che intralciavano la sua via, il
contino Leonardo, quantunque fosse un balordo, si condusse, per una
volta tanto, da uomo di spirito. Non andò in escandescenze, non perdette
il suo sangue freddo, ma non depose le armi e fidò nella fragilità
femminile.
C'era un'altra bellezza campagnuola che pretendeva contrastar la palma
alla Rosetta, e ch'era stata tra le più implacabili nel giudicarla. Il
giovine conte, che non s'era occupato mai di costei, cambiò tattica a un
tratto, le si avvicinò ripetutamente, le disse di quelle paroline che
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