tegola che mi casca sul capo. Quanto più Varedo s'accorgeva che Zonnini sarebbe stato disposto a -sacrificarsi-, tanto maggior riluttanza egli provava a spianargli il cammino. --Vedremo--egli sospirò.--Capisco che prima di domattina non mi converrebbe di partire... Intanto spedirò un telegramma. --Naturale... Usciremo insieme, se non vi dispiace--propose San Giustino. --Ma scusa--disse Zonnini a Varedo,--che tu parta stasera o domattina, se non vieni domani alla Camera per me è lo stesso. Bisogna ch'io lo sappia. --Te lo farò sapere, diamine. --Presto. --Prestissimo. Magari con un telegramma. --Me ne incaricherò io--dichiarò San Giustino.--Ma non partirà, non partirà. Ormai erano discesi tutti e quattro in istrada. --Io volterei verso Ponte Sant'Angelo--disse Varedo.--Imposterò il mio dispaccio alla succursale di Borgo Nuovo. --Vengo anch'io volentieri da quella parte--soggiunse San Giustino.--S'incontra meno gente. Ma Zonnini e Fraschelli erano dispiacenti di dover prendere la direzione opposta. --C'è questo demone tentatore--spiegò Zonnini accennando al giornalista--che vuol condurmi all'Alhambra, a veder -la rivale di Venere-. Fraschelli protestò.--Non gli date retta. Ne ha più voglia lui di me... Ci va tutte le sere. --Che esagerazioni! Ci fui due volte... Ma vi assicuro io ch'è un bocconcino... A commento delle sue parole, l'onorevole Zonnini portò la mano alla bocca e si baciò le punte delle dita. --Basta; tu Varedo, hai ben altro pel capo, e poi, si sa, sei un puritano. Di San Giustino è in un momento in cui tutti gli occhi son fissi sopra di lui e non deve prestar il fianco alle malignità... Se no, insisterei perchè ci faceste compagnia... È un vero godimento estetico... --Addio, addio, capiscarichi. --Buona sera, Varedo--gridò Zonnini, e Fraschelli gli fece eco,--ti auguro di ricevere migliori notizie da Torino. --Grazie, buona sera. --Ecco il ristoratore del sentimento religioso--disse Varedo a San Giustino appena furono soli. --Bah, Zonnini è un furbo che sente di dove il vento spira. --Se partissi domattina alle 8--ripigliò Alberto--sarei a casa prima di mezzanotte. --Ma no, ma no--insisteva San Giustino--non potete partire che domani sera. Era una bella notte estiva, un po' fresca come sogliono esser le notti di Roma. I due camminavano frettolosi; solo quando furono sul Ponte Sant'Angelo rallentarono alquanto il passo. Gonfio per le pioggie recenti, il Tevere s'ingolfava con un rumore cupo sotto le arcate; torreggiava di fronte, quasi in atto di minaccia, la mole Adriana; a sinistra, slanciandosi altera fuor del viluppo degli edifizi minori, s'ergeva la cupola di San Pietro; la curva del Gianicolo si protendeva con netti contorni sul cielo limpido, senza luna; qua e là, mobili o fissi, brillavano piccoli punti luminosi. --È pur suggestiva questa Roma--notò San Giustino. Varedo fece un segno d'adesione, ma il suo pensiero era altrove. --E dire che tutta quanta la colpa è di questo sciagurato Ministero il quale non ha mai avuto un lampo d'ingegno, non ha avuto altro che una qualità (se si può chiamarla tale), quella di saper menare il can per l'aia. --È vero--rispose San Giustino che non intendeva bene.--Ma, scusate, la colpa di che? --La colpa del bivio terribile in cui mi trovo--ripigliò Alberto con impeto.--Non siamo qui da più di due settimane? Non si doveva spicciarci subito?... Oh sì, il Ministero è riuscito a guadagnare ancora otto o dieci giorni... Con che frutto poi? che la caduta è forse meno sicura? Solo che invece d'esserne fuori, si è proprio oggi al momento critico, e io sono in questa bella situazione: che, se resto, manco ai miei obblighi verso la famiglia, se parto, manco a quello verso me stesso, verso i principî, verso le idee che sostengo, che desidero di far trionfare. Era buio, e San Giustino, scettico amabile, poteva liberamente sorridere. Più che della ingenua sfuriata contro il Ministero temporeggiatore egli sorrideva di quell'allusione superba di Varedo alle idee da far trionfare. O che si va al potere per questo? --Partendo domani sera voi concilierete ogni cosa--egli disse.--Del rimanente, a dispetto del Ministero, voi avreste fatto il vostro discorso e la Camera avrebbe già dato il suo voto, se, al solito, non si fossero avuti troppi oratori... Anche dalla nostra parte, Dio buono, quanta eloquenza!... Quanti aspiranti a un portafoglio o a un sottosegretariato!... Come contentarli tutti?... E gli scontenti non tarderanno a diventare avversari. --È ignobile. --Non lo nego... E non nego che vi saranno eccezioni... Voi, per esempio, non ne dubito... Però, siate sincero, o che non mi serbereste rancore se dessi a Zonnini o a un altro il posto che ho promesso a voi?... Varedo si voltò bruscamente.--Scusate... Questo non c'entra... Qui c'è una promessa. --Lo so, e volevo scherzare. San Giustino non aveva parlato a caso. Il miglior modo di trattenere Varedo era quello di ricordargli che fra i suoi cari amici ce n'era più d'uno pronto a levargli la polpetta di bocca. All'Ufficio di Borgo Nuovo, Alberto Varedo spedì un lungo telegramma a sua moglie. Diceva che il dispaccio di lei non gli era giunto in tempo da permettergli di prender il diretto di quella sera, che i colleghi lo scongiuravano di assistere alla importantissima seduta di domani alla Camera e di svolgervi il suo ordine del giorno, che sarebbe partito domani sera al più tardi. In ogni modo si sarebbe regolato sulle ulteriori notizie che pregava di fargli aver subito e che sperava migliori. --Va bene così?--egli chiese a San Giustino mostrandogli la minuta. --Benissimo. E fatevi animo. Il diavolo non sarà tanto brutto come pare. Poich'erano in via e non avevano voglia nè l'uno nè l'altro di rincasare, si spinsero fino a San Pietro, discorrendo animatamente di politica, facendo il computo dei voti pei quali il Ministero sarebbe stato battuto, almanaccando sulla maggiore o minor probabilità di risolver presto la crisi. Sicuro di ricever l'incarico dal Sovrano, San Giustino aveva già il suo bravo Gabinetto in pectore, ma egli era troppo pratico dell'ambiente parlamentare da non temer gli ostacoli, le sorprese, le insidie dell'ultima ora. La vasta piazza era quasi deserta; pochi -fiacres- immobili erano allineati a destra e a sinistra lungo il colonnato del Bernini; nel gran silenzio s'udiva solo la voce liquida, monotona, delle due fontane i cui zampilli ricadendo a terra spargevano intorno come un pulviscolo acqueo. --Si sta più freschi qui--disse San Giustino fermandosi tra l'obelisco e una delle fontane. Alberto Varedo levò gli occhi verso il Vaticano. --Ecco la forza. Di San Giustino lo guardò.--Siete un convertito? --Non mi fraintendete... La forza d'inerzia, una delle più formidabili che ci siano. Aver dietro di sè una tradizione di diciotto secoli; per diciotto secoli aver bandito gli stessi dogmi, aver ripetuto, con poche varianti, le stesse parole, aver detto audacemente alle generazioni che si succedono:--Noi siamo la salute, noi siamo la luce, ecco la potenza vittoriosa, inespugnabile della Chiesa.... Anche una menzogna ribadita per diciotto secoli diventa, agli occhi di molti, una verità... Noi, che militiamo nell'altro campo, siamo più leali e sinceri negando l'esistenza d'una verità assoluta, immutabile, sostenendo il principio dell'evoluzione; ma le nostre schiere si sgretolano, ma non avremo mai intorno a noi un esercito compatto, disciplinato come quello che ci sta di fronte. --Credete dunque che la Chiesa finirà col vincere? --Ah no. Non vincerà nessuno... Noi non costruiremo nulla di solido, di durevole, ma non saremo vinti per questo. Nè noi, nè loro. Nessuna tendenza dello spirito umano può esser vinta. Non quella che porta verso la fede e s'appaga d'una certezza comunque ottenuta, non quella che ricerca e che dubita e si gloria delle sue affannose inquietudini. Sarà una lotta lunga quanto il mondo. --Caro Varedo--interruppe San Giustino tra serio e scherzoso,--voi parlate d'oro ma vi raccomando di non dir queste cose domani alla Camera. Fareste arricciare il naso a più di qualcheduno... in tutti e due i campi. E non dimenticate che il nostro dovrebb'essere un Ministero conciliativo. --La politica a base di puntigli e dispetti, le guerricciuole meschine non piacciono neppure a me--replicò Alberto Varedo.--E poi non giova esasperare i nemici che non si possono spegnere. Chiacchierando così, ritornarono sui loro passi. Di San Giustino accompagnò Varedo fino all'albergo di Santa Chiara. --Procurate di riposar qualche ora--gli disse nel prender commiato--e ricordatevi che per domani facciamo assegnamento sopra di voi... No, non voglio fermarmi sull'ipotesi che siate costretto a partir domattina... E, in qualunque caso, badate di non partire senza che ci siamo rivisti... Non abbiate riguardi, potete passar da me alle sei, alle cinque, quando vi piace... Se non vi vedo prima delle sette e mezzo è buon segno, e ci troveremo più tardi a Montecitorio. Alberto Varedo andò a letto ma non dormì. Per quanti sofismi egli accumulasse, la sua coscienza non era tranquilla. Il suo posto non era a Roma, non era in Parlamento, era a Torino presso sua moglie, presso la sua piccola Bebè. Da oltre a due settimane egli l'aveva lasciata pallida, malaticcia, simile a una pianta che intristisce miseramente, e dopo d'allora non era stata mai bene, nè mai egli aveva ricevuto da Diana o dalla signora Valeria una lettera che gli concedesse d'aprir l'animo a liete speranze. E più d'una volta l'intonazione di quelle lettere gli era parsa amara, più d'una volta egli vi aveva trovato un'allusione alla sciagurata politica che lo teneva lontano; non lo si richiamava però, si era rassegnati a vederlo rimanere a Roma sino al termine della battaglia parlamentare... Che cosa era accaduto nella giornata di ieri, da un momento all'altro? Che cosa aveva indotto Diana a telegrafargli? Era stata un'ispirazione sua? O un suggerimento del medico? Se Giraldo aveva consigliato il dispaccio, le condizioni della bimba dovevano esser ben gravi!... E allora perchè non usare un linguaggio più esplicito? Perchè non dire:--C'è pericolo imminente. La tua presenza è indispensabile? Ma, in fin dei conti (e di nuovo Varedo s'arrampicava sugli specchi per giustificare la propria condotta) aveva egli forse risposto con un rifiuto? No, aveva chiesto una breve proroga di ventiquattr'ore per compiere il suo ufficio di cittadino, di deputato, di uomo al quale il vigor dell'ingegno, la tenacità dei propositi, la serietà degli studi assegnavano una parte cospicua nella vita del suo paese. Questo a casa sua non volevano intenderlo; non volevano intendere che vi sono obblighi pubblici sacri quanto i privati e che il venirvi meno è colpa e viltà. Nella notte insonne tornavano in mente a Varedo i passi principali del suo discorso, frutto di lunghe meditazioni, destinato, se non lo illudeva l'orgoglio, ad allargar gli angusti orizzonti della politica italiana, a sollevarla dalle miserie parlamentari, ad additar forse lui, Alberto Varedo, come un possibile rinnovatore della coscienza nazionale. A nessuno, neanche a San Giustino, egli aveva comunicato tutti i punti salienti di quella arringa; egli ne serbava le primizie alla Camera di dove la sua voce, udita dai colleghi, raccolta dagli stenografi, sarebbe volata lontano... E ora, alla vigilia del suo trionfo, egli avrebbe disertato il campo? Avrebbe lasciato che Zonnini parlasse in vece sua? Che impicciolisse le questioni con quel suo spirito di stenterello?... Varedo si rifiutava a fregiar del nome di emulo questo Zonnini leggero, superficiale, che aveva inforcato per -snobismo- il cavallo delle idealità religiose, e mentre pretendeva ristorar la fede in Italia frequentava assiduo i -cafés chantants- e correva dietro a tutte le -cocottes- di Roma... In verità, se non sorgevano rivali più formidabili!... Però qualche volta anche i mediocri, se le occasioni li favoriscono, fanno un buon tratto di via e sarebbe stata per Zonnini una gran bella occasione quella di potere, in una giornata memorabile, prendere alla Camera il posto di Alberto Varedo... Prima delle cinque Alberto era in piedi, meravigliato di non veder giungere altre notizie da Torino, incerto sul significato da darsi a questo silenzio. Aveva aperto la finestra, e ogni tanto si affacciava al davanzale, guardando nella via di Santa Chiara ancora buia e deserta. E pensava: Veglieranno essi pure laggiù.... Veglieranno accanto a una culla.... Diana, mia suocera, forse lo zio Gustavo che deve voler molto bene a sua nipote, se, nonostante la sventura che l'ha colpito, ha rinunziato al suo viaggio in Francia e in Inghilterra per restare in mezzo alle malinconie della mia casa... Veglieranno tutti... chi sa che non ci sia Giraldi con loro... mandato a chiamare in fretta... L'aria frizzante della mattina gli metteva dei brividi addosso: l'ora grigia lo disponeva ai tristi presentimenti. Varedo si ricordava d'aver letto che sul far dell'alba è maggiore la depressione nervosa degli organismi, maggiore quindi il numero delle morti... Se adesso, appunto adesso, la sua Bebè?... Ma no, ma no, perchè accoglier queste lugubri idee, perchè disperare?... Ecco il sole rischiarava già i comignoli delle case, rigava di una striscia luminosa le cornici e gli sporti; in alto il cielo si tingeva d'azzurro; il giorno s'annunziava pieno di liete promesse agli uomini; perchè sarebbe stato apportatore di sventura a lui solo? Da Piazza della Minerva, da Piazza del Panteon veniva il rumore di qualche carrozza; qualche pedone attraversava la via solitaria di Santa Chiara. A ogni passo che Varedo sentiva avvicinarsi, il sangue gli dava un tuffo.--Sarà il fattorino del telegrafo. Le cinque e mezzo, le sei, le sei e mezzo... Nessuno.... Ormai la città era svegliata; come acqua che uscendo da' suoi serbatoi si riversa per mille rigagnoli, da per tutto si spargeva la vita. L'onorevole finì di vestirsi.--Che faccio?--egli chiedeva a sè stesso.--Se per le sette e mezzo non mi capita nessun telegramma parto o rimango?... E non sapeva decidersi, e si crucciava con quelli di Torino che lo lasciavano in queste ambasce. Egoisti! Egoisti! Zitto! Qualcheduno sale le scale, qualcheduno s'inoltra nel corridoio, s'arresta all'uscio, picchia. --Avanti! Varedo, pallidissimo, strappò dalle mani del telegrafista il dispaccio e lo aperse con dita tremanti. Quando alzò gli occhi dal foglio, vide che il fattorino era immobile in mezzo alla stanza, aspettando. --Ah,--disse il deputato.--Scusate. Firmò rapidamente la ricevuta, la consegnò con pochi soldi di mancia, e rilesse: -Condizione stazionaria, sempre grave. Parti appena puoi.- VALERIA. Ahimè, il dispaccio non recava nessuna parola confortatrice. E tuttavia in quella frase -appena puoi-, Varedo credette scorgere un tacito assenso alla sua dichiarazione che sarebbe partito la sera, perchè prima non poteva. Se una vera urgenza ci fosse stata, sua suocera (perch'era lei e non Diana che gli telegrafava) avrebbe usato un diverso linguaggio. Inoltre la condizione, benchè -sempre grave-, si dipingeva come -stazionaria-; dunque ci era una tregua, un respiro; c'era ancora tempo da lottare, da resistere... Dopo qualche altra piccola esitazione, il nostro onorevole decise di rimaner tutta la giornata a Roma e di fare il suo discorso alla Camera; poi senza indugi ulteriori, e quand'anche avesse avuto migliori notizie, si sarebbe messo in viaggio per Torino col direttissimo delle 20,50. Formati ch'ebbe questi propositi nella mente, egli corse all'ufficio centrale, telegrafò a San Giustino per dirgli che restava, telegrafò a casa sua annunziando il suo arrivo per le 10,25 dell'indomani, e pregando di fargli avere ancora un dispaccio a Roma prima di sera. Così gli parve d'esser in pace con la sua coscienza, gli parve d'aver acquistato il diritto d'astrarre per poche ore dalle sue angustie domestiche e di consacrar tutte le forze dell'ingegno e dell'animo a ciò che in quel dì memorabile si attendeva da lui. Strada facendo, egli comperò i giornali del mattino. Tutti quanti, favorevoli e avversi, accennavano all'aspettazione vivissima che c'era nei circoli parlamentari pel suo discorso; solo la -Rupe Tarpea- conteneva questa noticina: «Abbiamo visto iersera il nostro amico, onorevole Varedo, molto inquieto circa alla salute di una sua bimba, ammalata a Torino. Egli ci diceva che, ove non avesse avuto nella notte notizie migliori, sarebbe partito questa mattina rinunziando a parlare oggi alla Camera. In questo caso, che vivissimamente auguriamo non abbia ad avverarsi, il noto ordine del giorno sarà svolto dall'altro egregio amico nostro, onorevole Zonnini». --Ah--esclamò Alberto Varedo--è lui, non c'è dubbio, è Zonnini che ha inspirato questo -entrefilet-. È lui che si prepara garbatamente il terreno... Ma l'uva non è matura, carino. I conoscenti che lo incontravano per via lo fermavano. --Dunque non parti? Dunque hai ricevuto migliori notizie? Ed egli era costretto a rispondere:--Pur troppo la condizione è sempre gravissima... C'è una sosta, ecco... Partirò stasera a ogni modo... --Ma lo fai il discorso? --Sicuro; rimango appunto per questo... Mi pareva d'aver assunto un impegno morale... Ah, beati quelli che stanno fuori della vita pubblica! Altri insistevano per aver biglietti. --Onorevole, onorevole, se potesse favorirmi due bigliettini, uno per me e uno per mia moglie?... La mia signora non va mai alla Camera, ma quando ha saputo che deve parlare l'onorevole Varedo ha dichiarato subito che non voleva perder l'occasione di sentir uno dei nostri primi oratori. --Sarà una grande delusione--notava, modestamente, Varedo.--Io sono sempre un oratore di seconda o di terza categoria. Si figurino oggi! Con questo tarlo che mi rode. Quanto più presto potè, e dopo aver dato l'ordine che gli portassero a Montecitorio i dispacci che arrivassero per lui, Alberto Varedo si rifugiò nella biblioteca della Camera ad attendervi l'ora della seduta. XXI. Un intermezzo glorioso. Nonostante il caldo, l'aula di Montecitorio presentava quello che i giornalisti dicono -un aspetto imponente-. C'erano bensì, durante la lettura del processo verbale, parecchi vuoti nei vari settori, ma si sapeva che i deputati erano sparsi nei corridoi, e avrebbero preso il loro posto al momento opportuno. Gremite erano le tribune; così quella della stampa e la diplomatica come quella riservata al pubblico; due dame di Corte erano nella tribuna reale. E le signore, in eleganti -toilettes- estive, abbondavano. Mogli e figliuole di senatori e di deputati, donne politiche e semplici curiose, forestiere di passaggio per Roma, attratte dal desiderio di veder la Camera italiana e di assistere a quell'interessante spettacolo che si chiama -la caduta di un Ministero-. Poichè sulla crisi non c'era dubbio, e il Gabinetto combatteva puramente per l'onor delle armi. Nei crocchi femminili, dall'alto, si additavano i morituri. Il Presidente del Consiglio vecchio e floscio benchè gli scintillassero ancora sotto le lenti gli occhietti furbi; il Ministro della guerra troppo grasso; il Ministro della marina troppo magro; quello del tesoro troppo mastodontico quasi avesse ingoiato il collega delle finanze che infatti non era presente perchè indisposto; il Guardasigilli troppo negletto nel vestire e come tale poco indicato a regger un dicastero che s'intitola di -grazia- e giustizia; solo i titolari degli esteri, dei lavori pubblici, dell'agricoltura e commercio, delle poste e telegrafi avevano l'aria -comme il faut-, e avrebbero meritato di salvarsi dalla catastrofe. Ma quando il Presidente disse: l'-onorevole Varedo ha la parola-, il cinguettìo delle tribune cessò: solo si udì quel bisbiglio caratteristico ch'è segno d'intensa aspettazione e precede i grandi raccoglimenti. Nell'aula gli scanni ancor vuoti si empirono quasi tutti, parecchi deputati scesero nell'emiciclo per esser più vicini all'oratore. Alberto Varedo cominciò con una discreta allusione alle sue angustie domestiche che alla Camera non fece nè caldo nè freddo, ma gli conciliò la simpatia di buona parte del pubblico. Solo un supremo dovere lo induceva oggi a parlare, solo la convinzione profonda che vi siano momenti nei quali chi ha accettato un ufficio non possa, per sue private ragioni e per quanto il cuore gli sanguini, in alcun modo sottrarvisi. Il più sacro degli affetti umani lo chiamava altrove e certo egli avrebbe risposto all'appello; non prima però d'aver sciolto l'obbligo ch'egli primo firmatario dell'ordine del giorno, aveva assunto verso gli amici, verso il partito, verso sè stesso. Ed egli proseguì dicendo che quantunque l'ordine del giorno si limitasse a esprimere sfiducia assoluta verso il Gabinetto, egli credeva d'interpretare, oltre al proprio, anche il pensiero degli amici suoi affermando ch'essi miravano a un fine molto più alto che non fosse quello di dar l'ultimo colpo ad uomini personalmente rispettabili ma politicamente già morti. E forse appunto perch'egli li considerava morti consacrò dieci minuti a farne l'autopsia rilevando tutte le malattie mentali da cui erano afflitti e provocando gli applausi e l'ilarità dei vari gruppi dell'opposizione. Ma questi, egli ripetè, non erano che esercizi da sala anatomica, e il paese voleva ben altro che la critica degli errori passati. Dopodichè, l'oratore si elevò a un esame sereno e obbiettivo della situazione presente, ne additò i pericoli economici, politici, sociali; le istituzioni insidiate, perfino il concetto dell'unità e della libertà della patria affievolito nelle coscienze; ogni disciplina dello spirito scossa; ogni più formidabile problema gettato in pascolo alle moltitudini analfabete; ogni decoro prostituito dinanzi ai due idoli della giornata, il danaro e la folla. Era un conservatore che parlava, e le sue sferzate contro le aberrazioni demagogiche suscitavano qualche mormorio sui banchi della montagna, ma egli riebbe il favore dell'intera sinistra stigmatizzando le cosidette classi dirigenti che nulla dirigono e di nulla si curano tranne che di accumulare e di goder la ricchezza, e mendicano croci e trafficano titoli nobiliari, e costituiscono a poco a poco una nuova aristocrazia che della vecchia ha i vizi e non le virtù. Indi Alberto Varedo proclamò la necessità d'una riforma morale che nessun Governo può operare, ma che -un buon- Governo può agevolare se comincia a dar l'esempio della probità e dell'austerità, se non vizia le elezioni, se non corrompe i suoi funzionari, se non cede ai sollecitatori, se non promette ciò che non può mantenere, se non induce negli animi il sospetto che la giustizia sia un nome vano, se colpisce pronto gli abusi, se onora i degni e prostra gli abbietti, se rinuncia a viver di sotterfugi e d'intrighi. Uno scroscio d'applausi salutò le generose parole. Non applaudivano solo i puri, i sinceri, gli ingenui: quelli ch'erano stati a vicenda corruttori e corrotti, quelli che avevano sollecitato e ottenuto, quelli che avevano promesso e fallito agl'impegni, quelli che avevano mercanteggiato il voto, quelli che si erano inchinati alla viltà trionfante, quelli che, potendo, avrebbero rinnovato domani gli errori e le colpe di ieri, applaudivano con più calore degli altri. Al sommo d'una delle scalette che scendono nell'emiciclo comparve un usciere di servizio con un dispaccio in mano. E accennava a dirigersi verso il banco di Alberto Varedo, ma ristette vedendo che il discorso non era ancora finito, e, a un deputato che lo interrogava con lo sguardo, disse a bassa voce: --C'è un telegramma d'urgenza per l'onorevole Varedo. --Or ora--rispose piano il deputato. E gli fece segno d'attendere. Varedo concludeva intanto la sua arringa con una perorazione a cui la brevità non toglieva efficacia. --Sì, l'Italia domanda un Ministero che abbia un programma di Governo e sappia attuarlo. Ma se questo non fosse consentito dalla malignità dei tempi, sarebbe già un gran passo verso la rinnovazione morale che tutti invochiamo l'aver su quei banchi un gruppo d'uomini irrevocabilmente decisi a cader con la propria bandiera (-bravo, benissimo-). Voi che delle bandiere ne avete agitato una mezza dozzina (-ilarità fragorosa-), voi che per prolungare una tisica esistenza avete innumerevoli volte mutato idee, amicizie, indirizzi (bene) voi dovete rassegnarvi ad abbandonare ingloriosamente quel posto che sarebbe stato meglio per la vostra fama e per noi non aveste mai occupato. Tranne i pochi rimasti fedeli al Ministero, tutti i deputati si levarono ad acclamar l'oratore. --La seduta è sospesa per dieci minuti--disse il Presidente. E soggiunse per ossequio al regolamento:--Prego le tribune di far silenzio. Intanto i colleghi si affollavano con braccia aperte o con mani tese intorno a Varedo, prodigando gli epiteti ammirativi. --Splendido! --Superbo! --Stupendo! --Tanto più terribile quanto più misurato. --Come li hai bollati! --Che chiusa! --Tutto, tutto era bello. Le congratulazioni di San Giustino e di Zonnini non erano le meno calorose, quantunque il primo trovasse che il suo collaboratore aveva avuto torto a far un discorso da Presidente del consiglio, e il secondo, invidiosetto per sua natura, giudicasse in cuor suo l'eloquenza di Varedo un po' vuota ed enfatica. Magnifiche frasi, chi lo nega? Ma sotto il brillante involucro, che cosa c'è? Comunque sia, e San Giustino e Zonnini si guardarono bene dal lasciar trasparire i loro intimi sentimenti. --Bravo!--disse il capo preconizzato del futuro Gabinetto.--Avete avuto una delle vostre migliori giornate. --Quando si parla così--seguitò Zonnini--non è permesso di cercar sostituti... Sarai contento del tuo trionfo. --Eh, miei cari--replicò Varedo--io vi ringrazio dal fondo dell'anima, ma non posso pensare a quello che voi chiamate il mio trionfo... Sono sulle spine... Dopo questa mattina non ho ricevuto altre notizie di casa mia... Di San Giustino principiò:--Nessuna nuova... Ma dovette interrompersi alla vista dell'usciere che s'era fatto coraggio e s'insinuava tra i deputati biascicando:--Con permesso, con permesso... Un dispaccio per l'onorevole Varedo. --Ah--disse questi scartando bruscamente i vicini e afferrando il telegramma. Un gran silenzio successe alle congratulazioni clamorose di prima. Dalle tribune qualche signora sporgendosi con mezza la persona, guardava curiosamente in giù. Varedo lesse, impallidì, e con faccia stravolta si slanciò fuori dell'aula seguito da San Giustino, da Zonnini e da altri intimi. --Morta?--si arrischiò a chiedere San Giustino. --No, ma è lo stesso... E prima di stasera non c'è una corsa... E prima di domani alle 10.25 non posso essere a Torino... Fatemi la grazia, consultate gli orari... Se ci fosse modo di anticipare... per la via di Sarzana e Parma... che so io?... Ah perchè, perchè non mi avete lasciato partire? Zonnini ebbe un'impercettibile scrollatina di spalle. Gl'indicatori ufficiali delle ferrovie, sfogliati in ogni senso, non davano un responso favorevole. Ormai non c'era altra corsa da prendere che quella delle 20.50. I campanelli elettrici tintinnavano in tutte le sale di Montecitorio chiamando a raccolta i deputati. --Andate, andate--insisteva lo stesso Varedo.--La seduta ricomincia. La Camera è impaziente, e forse si voterà oggi. --Se c'è il voto, dobbiamo farti avvertire? --No, il mio voto non conta... Il Ministro avrà contro di sè una maggioranza enorme... E io passerò all'albergo per gli ulteriori preparativi... Addio, addio... e grazie... Scusate, che ore sono? --Quasi le cinque. --È già tardi... Non ho tempo da perdere. --Ci rivedremo a ogni modo alla stazione... Se si vota oggi ci sarà un assalto ai treni. --Mi raccomando--ripigliò Varedo.--che la stampa non dia notizie inesatte... Pur troppo non ho illusioni, ma la catastrofe non è ancora successa. In fatti il telegramma, spiegato sul tavolino, diceva soltanto: -Le cose precipitano. Nessuna speranza. Non tardare di più.- VALERIA. Continuava il disperato appello dei campanelli elettrici. --Andate, andate. Nell'uscir da Montecitorio dopo aver, dall'ufficio stesso del Parlamento, spedito alcuni dispacci, Alberto Varedo non potè evitare lo sciame infesto dei -reporters-, petulantemente ossequiosi e curiosi. --Onorevole, che successo! --Onorevole, ci permetta di stringerle la mano. --Onorevole, che fortuna sarebbe se alla Camera parlassero solo quelli che parlano come lei! --Onorevole, ed è vero ch'ella parte subito? --Per la ragione già accennata dalla -Rupe Tarpea-? --Dev'essere molto piccola la sua bimba. --Ed è un pezzo ch'è ammalata? --E che male ha? Ah, dover rispondere a tutti questi indiscreti, dover almeno trovar per tutti una parola garbata, non poter chiuder loro la bocca quand'essi vogliono penetrare nel vostra santuario domestico, scrutare i moti del vostro cuore, che supplizio, che umiliazione! E come sbarazzarsene, Dio buono, se appartengono anch'essi alla razza -degl'imi che comandano ai potenti,- e l'averli ostili significa spesso inimicarsi i giornali ch'essi infiorano della loro prosa di studenti bocciati? XXII. Da Roma a Torino. --La -Tribuna- con la caduta del Ministero. Questo grido caro al suo orecchio aveva accolto l'onorevole Varedo nell'atto di montare in -fiacre- per recarsi alla stazione, e lungo tutta la via, in mezzo al brulichìo della folla, in mezzo al rumore delle vetture e dei tram, da cento voci di ragazzi e d'adulti, egli aveva sentito ripetere: --La -Tribuna- con la caduta del Ministero. Anch'egli aveva comperato un numero del giornale e alla fioca luce del crepuscolo vi aveva letto il resoconto della seduta, scorrendo rapidamente il sunto abbastanza esatto del suo discorso, e soffermandosi in particolar modo sugli incidenti successi poi: l'impazienza febbrile della Camera; le poche, incisive, efficacissime parole di San Giustino: le confuse dichiarazioni balbettate dal Presidente del Consiglio, Crugnoli, le grida di -basta, basta, ai voti-; la votazione nominale infine, che nonostante una cinquantina di astensioni, aveva dato una maggioranza schiacciante contro il Gabinetto, e l'esito della quale aveva provocato una salva d'applausi, raddoppiati d'intensità quando Crugnoli annunziava ufficialmente la crisi con le frasi di prammatica:--Il Ministero si riserva di prender gli ordini di Sua Maestà. Sotto la rubrica -Ultime notizie-, il giornale si scusava di non poter, per l'ora tarda, diffondersi in ampi commenti, e si limitava a constatare il successo trionfale dell'onorevole Varedo, il cui discorso aveva superata l'aspettativa che pur era grandissima.--Le sorti del Gabinetto erano già decise--soggiungeva la -Tribuna-,--ma è certo che la poderosa requisitoria dell'onorevole deputato di... vinse molte perplessità e rinforzò di parecchi voti l'opposizione. Alcune righe più basso e proprio in fondo alla terza pagina, si leggeva in caratteri cubitali: «Secondo le informazioni che ci giungono al momento di andare in macchina, i Ministri appena sciolta la seduta si sono recati al Quirinale per rassegnare le loro dimissioni che non si dubita saranno accettate da Sua Maestà. Tutto fa prevedere che la crisi sarà di breve durata. Qualche amico intimo dell'onorevole Crugnoli afferma ch'egli stesso indicherà al Sovrano l'onorevole di San Giustino come l'uomo voluto dalle circostanze». In Piazza di Termini l'onorevole Varedo ripiegò il foglio e lo ripose in tasca. Omnibus d'albergo, tram, vetture di piazza e vetture private convergevano da ogni parte verso la stazione che, ormai illuminata, spiccava bianca sul fondo grigio del cielo crepuscolare. Nel Piazzale dei Cinquecento numerosi capannelli discutevano intorno alla crisi; qualche cittadino, che aveva comperato il giornale della sera ne perlustrava le fitte colonne al chiarore d'una lampada elettrica; i rivenditori seguitavano a urlare:--La -Tribuna- con la caduta del Ministero. Quando Varedo scese di carrozza, più d'uno lo riconobbe e lo salutò. Egli ricambiava macchinalmente i saluti, toccandosi la tesa del cappello, ma non si fermò con nessuno ed entrò difilato in stazione. Qui non potè sfuggire a una dozzina di colleghi che prendevano anch'essi il suo treno, e gli toccò subire congratulazioni, condoglianze, auguri, e rinunziare alla speranza di viaggiar solo. Ma forse era meglio così. Meglio aver il capo intronato dalla politica che fermarsi su quell'altro, orribile pensiero. Sotto la tettoia lo raggiunse di San Giustino, e lo tirò in disparte. Parlava piano, breve, concitato, nella sorda irritazione prodottagli dai cent'occhi che gli erano piantati addosso. --La crisi si risolverà presto. Anche il Presidente del Senato oltre a quello della Camera suggerisce il mio nome. Credo che domani sarò chiamato al Quirinale. In quarantott'ore presenterò la mia lista. Terrò per me la Presidenza e gl'interni, e voi sarete il mio sottosegretario di Stato.... Meritereste di più, meritereste un portafoglio... Questo, Varedo lo sapeva benissimo. Pure la coscienza della propria forza gli permetteva d'attendere ed egli non aveva mai profferito una parola che tradisse il suo intimo pensiero. --Grazie--egli disse, interrompendo San Giustino;--ma in Italia si diffida dei giovani e la mia età potrebb'essere una debolezza pel Gabinetto. San Giustino fece una spallucciata. --Ciò importerebbe poco... Vi vedrebbero alla prova... Gli è piuttosto che si son presi tanti impegni.... --Non vi confondete, caro amico. Il sottosegretariato agl'interni è già un bellissimo posto. --E contate d'esser presto di ritorno?--chiese San Giustino. --Che impegni posso prendere con questa spada di Damocle che mi pende sul capo? Vi telegraferò. --Signori, in vettura. Varedo salì in uno scompartimento ove c'erano già tre colleghi. Gli sportelli si chiusero, ma prima del fischio della partenza arrivò trafelato Zonnini il quale veniva a stringer la mano all'amico. --Meno male che arrivo in tempo... Con quei benedetti tram non c'è regola... E hai avuto altre notizie? --Nessuna... Ne troverò a Pisa o alla Spezia... --Speriamo bene. Varedo tentennò la testa sfiduciato. Dalla macchina all'ultimo vagone corse il grido: Pronti! Pronti! Il treno si mosse. --Ricordati di farmi spedir le bozze del discorso--gridò Varedo a Zonnini cacciando il capo fuori del finestrino e salutando a destra e a sinistra. Nell'interno della vettura i tre colleghi almanaccavano sulla crisi e sulla sua probabile soluzione. --Ecco chi la sa lunga--disse uno di loro accennando a Varedo.--Specialmente dopo la conferenza avuta or ora col -divo-. --Io ne so quanto voi--rispose Alberto. --Già, già, non vogliamo essere indiscreti. L'onorevole Cataldo, ch'era il più anziano dei tre e aveva cinque medaglie, cominciò a spifferar la sua lista. San Giustino, Presidenza e interni, Rutigliano, esteri, Lentini, guerra, Bavardi, marina, Pietrasanta, tesoro... --Neanche per idea--interruppero gli altri. Erano d'accordo nel tener per fermo che l'incarico sarebbe dato a San Giustino, ma circa alla formazione del Ministero ognuno aveva la sua opinione. --Se non fate parlare Varedo, è inutile--disse con la sua vocina di musco l'onorevole Orsara ch'era seduto a uno degli angoli e succhiava un pezzetto di cioccolata. --Quando vi ripeto che non so niente... Senza curarsi delle proteste, Cataldo seguitava la sua enumerazione. Modica, finanze, Brusasco, grazia e giustizia, Sardi Gallese, istruzione pubblica... --Ma che? Non è adatto... --Importa molto!--replicava Cataldo.--Un Ministero si fa come si può, e nemmeno San Giustino farà miracoli. Del resto, caro Varedo, oggi noi vi abbiamo aiutato a rovesciar Crugnoli che era ormai un Presidente del Consiglio impossibile. Ma non ostante il vostro magnifico discorso, non siamo così ingenui da credere che sorgerà un'era nuova. Ne ho acquistata dell'esperienza in cinque legislature, e vi assicuro io che -plus ça change plus c'est la même chose-. La Camera è quella che è. --La Camera si cambia--notò Varedo. --La scioglierete, non c'è dubbio, e probabilmente di San Giustino salendo al potere, avrà il suo bravo decreto in tasca.... Ma il paese vi rimanderà su per giù gli stessi uomini... Continuarono a discutere per un poco; poi l'onorevole Orsara fece una proposta. --Se cercassimo di dormire per qualche ora? E si levò in piedi per abbassar la fiamma del gaz, ma, breve di statura com'era, non ci arrivava. --Son qua io--disse il suo vicino, l'onorevole Francioni, ch'era una pertica.--Ma io mi guarderò bene dall'addormentami. Scendo a Grosseto. --E noi scendiamo a Pisa--soggiunsero i due compagni.--Non c'è che Varedo il quale faccia un viaggio lungo. --Pur troppo. E che viaggio! --Ma!--sospirarono i colleghi con quell'accento di simpatia discreta che le persone educate hanno sempre a loro disposizione come la moneta spicciola che si tiene nel taschino della sottoveste. Il treno divorava lo spazio. Col berretto calato sulla fronte, l'onorevole Orsara russava, Cataldo e Francioni sonnecchiavano a occhi aperti. Alberto Varedo era ben desto, e il suo sguardo fisso esprimeva l'angoscia di chi non sa scacciare da sè una visione dolorosa. Quanto più egli s'allontanava da Roma, e gli cresceva la solitudine intorno, e si smorzava l'eco degli applausi che gli avevano, poche ore addietro, dolcemente accarezzato l'orecchio, tanto più egli sentiva la terribilità della tragedia domestica che lo aspettava. No, egli non l'avrebbe trovata viva, la piccola Bebè, egli non avrebbe udito la sua vocina esile, non avrebbe visto le sue manine bianche, sottili, quasi trasparenti, scorrer volubili sui balocchi sparsi ai suoi piedi... E anche un altro pensiero lo crucciava, lo sgomentava. In qual modo lo avrebbe accolto sua moglie? Gli avrebbe perdonato il suo ritardo? Avrebbe ascoltato pazientemente le sue ragioni? Perchè nessuno degli ultimi dispacci era firmato da lei? Perchè non aveva ella almeno fatto rispondere alle parole di conforto, d'affetto che egli le aveva mandate sulle ali del telegrafo? Dio, Dio, com'ella s'era, a grado a grado, appartata da lui! E pure ella lo aveva sposato per amore, e pure c'era stato in principio un pieno consenso delle loro anime, ed ella pareva appassionarsi pe' suoi studi, per la sua gloria, pel suo avvenire! Che barriera s'era levata fra loro. E Varedo ricordava che la freddezza di Diana aveva cominciato sin da quando ell'era rimasta incinta di Bebè. La maternità che suole ravvicinar le donne al marito aveva prodotto su lei un effetto contrario. Certo ella lo accusava di non aver prodigato sufficienti tesori di tenerezza alla bimba, di non averle dedicato una parte maggiore del suo tempo e delle sue cure. Ma non era un'accusa ingiusta? Possono gli uomini dimenticar ciò che devono alla scienza, alla patria, alla società? E Diana pretendeva questo, ella che era intelligente e colta, ella che nel primo anno di matrimonio lo stimolava alle grandi cose? In vero una fatalità pesava sulla loro unione, un complesso di circostanze cospirava a dividerli, a renderli pressocchè estranei l'uno all'altra. Ma non mai come ora questa fatalità li aveva perseguitati. L'aggravarsi repentino di Bebè proprio nei giorni in cui motivi imperiosi lo tenevano assente sembrava l'opera d'un cattivo genio che provasse la voluttà crudele di nuocere. Il treno correva, correva nella notte profonda; tutta la vettura oscillava, scricchiolava, tremava. Alla fioca luce che pioveva dall'alto, Varedo vedeva i suoi compagni dormire, diversamente atteggiati: Orsara, rannicchiato in un angolo, coi pugni serrati sotto il mento; Cataldo con la cravatta sciolta, le braccia ciondoloni, la testa dondolante, la bocca aperta; Francioni rigido come una sbarra, con le lunghe gambe distese fin sotto il sedile dirimpetto. Nei cristalli dei finestrini, chiusi, nonostante il caldo, per paura della malaria, si riflettevano con linee indecise le immagini del di dentro: la lampada, le pareti, i divani, le valigie nella reticella, le persone dormienti... e, insieme col resto, una faccia pallida, ansiosa.... Di tratto in tratto, con la rapidità di uno strale, fischiando e rumoreggiando, guizzava, diretto in senso opposto, un altro convoglio; di tratto in tratto, nel passare senz'arrestarsi davanti a una stazione secondaria, veniva dall'esterno un chiarore improvviso, sorgeva, spariva un fabbricato, una tettoia, una pompa, una grù, una fila di vagoni immobili; poi le tenebre si addensavano più fitte e più nere. --Oh... oh... oh...--fece a un certo momento Francioni, agitando le lunghe braccia a guisa di due assi di un telegrafo ottico.--Ho dormito?... Ove saremo?... Che ore sono? Si alzò che, quasi toccava con la testa il cielo della carrozza, e guardò l'orologio. --Per bacco! Siamo proprio vicini a Grosseto... Se non mi svegliavo da me... --Vi avrei svegliato io; non dubitate--disse Varedo. --Oh grazie, Varedo... Credevo che dormiste anche voi... Questi qui sono due ghiri. In fatti Orsara e Cataldo non si mossero nemmeno quando a Grosseto Francioni fece aprir lo sportello e discese salutando Alberto Varedo. --Coraggio... Chi sa ancora... Suppongo che ci rivedremo presto a Roma, perchè il nuovo Ministero... il vostro Ministero... dovrà presentarsi alla Camera a far votare l'esercizio provvisorio... Addio, addio... E la magra figura donchisciottesca scomparve nell'ombra. Il convoglio ripigliò la sua corsa sfrenata. Ormai esso non si sarebbe fermato che a Pisa, e a Pisa Varedo avrebbe trovato indubbiamente un telegramma da Torino. Oimè, che altro poteva dirgli quel telegramma se non ch'egli sarebbe giunto troppo tardi per veder viva Bebè? L'atmosfera era soffocante. Benchè si fosse ancora in piena Maremma, l'onorevole abbassò i vetri del suo finestrino, mise fuori la testa, guardò il cielo stellato, sentì, o credette sentire, la voce del mare, sentì il mormorio dei cipressi carezzati dal vento; indi richiuse di nuovo la finestra, e stette raccolto nel suo cantuccio cercando di rievocare il suo trionfo di ieri, le congratulazioni, gli applausi, rimuginando le parole dettegli quella sera stessa da San Giustino: -Meritereste un portafoglio-.--Sì certo, presto egli se lo sarebbe conquistato un portafoglio, e allora sarebbe divenuto arbitro del Parlamento, iniziatore felice di radicali riforme che avrebbero mutato faccia all'Italia!... Ah come impallidivano al paragone le gioie, i dolori privati, com'erano vani i giudizi che poteva pronunziare sul conto suo una donnicciuola inetta ormai ad abbracciare un orizzonte più largo di quello delle pareti domestiche! Ma ai voli superbi della fantasia succedevano le precipitose cadute. Sarebb'egli stato pari alle circostanze ed alla fortuna? Possedeva egli veramente le grandi qualità che le magnanime imprese richiedono: il colpo d'occhio sicuro, il volere tenace, il dominio assoluto di sè, la prontezza nel decidere e nell'eseguire, il coraggio di affrontare le responsabilità ed i pericoli, lo sdegno della facile popolarità? E se falliva alla prova? Se incappava nei lacci che gli avrebbero teso gli avversari e gli amici malfidi, invidiosi della sua troppo rapida esaltazione? Se di lì a qualche mese si fosse parlato di lui come d'una delle tante meteore apparse sul nostro firmamento politico e dileguate senza lasciar traccia? Vinto sui campi dell'azione, avrebbe egli potuto trovar la calma, la serenità necessarie a chi coltiva gli studi? Avrebbe potuto riprendere con buon successo la sua opera interrotta? O le antipatie accumulate sul suo capo mentr'egli era al Governo non avrebbero continuato a sfogarsi contro l'uomo di scienza? Così, in quella insolita depressione di spirito, tutto il suo bel sogno di gloria si scioglieva in fumo, e nella sua visione interiore si riaffacciava la scena funebre: una bambina moribonda o morta, una madre disperata. E quella bambina era Bebè, e quella madre era Diana! Uno dopo l'altro, automaticamente, mentre il treno s'avvicinava a Pisa, si svegliarono Orsara e Cataldo. --Oh bella!--disse Orsara spalancando la bocca a un enorme sbadiglio.--Siamo in tre soli? --Naturale--soggiunse Cataldo....--Francioni è disceso a Grosseto. --E non ce ne siamo accorti? . 1 2 ' 3 - - , 4 . 5 6 - - - - . - - 7 . . . . 8 9 - - . . . , - - 10 . 11 12 - - - - , - - , 13 . ' 14 . 15 16 - - , . 17 18 - - . 19 20 - - . . 21 22 - - - - . - - , 23 . 24 25 . 26 27 - - ' - - . - - 28 . 29 30 - - ' - - 31 . - - ' . 32 33 34 . 35 36 - - ' - - 37 - - ' , - 38 - . 39 40 . - - . 41 . . . . 42 43 - - ! . . . 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