tegola che mi casca sul capo.
Quanto più Varedo s'accorgeva che Zonnini sarebbe stato disposto a
-sacrificarsi-, tanto maggior riluttanza egli provava a spianargli il
cammino.
--Vedremo--egli sospirò.--Capisco che prima di domattina non mi
converrebbe di partire... Intanto spedirò un telegramma.
--Naturale... Usciremo insieme, se non vi dispiace--propose San
Giustino.
--Ma scusa--disse Zonnini a Varedo,--che tu parta stasera o domattina,
se non vieni domani alla Camera per me è lo stesso. Bisogna ch'io lo
sappia.
--Te lo farò sapere, diamine.
--Presto.
--Prestissimo. Magari con un telegramma.
--Me ne incaricherò io--dichiarò San Giustino.--Ma non partirà, non
partirà.
Ormai erano discesi tutti e quattro in istrada.
--Io volterei verso Ponte Sant'Angelo--disse Varedo.--Imposterò il mio
dispaccio alla succursale di Borgo Nuovo.
--Vengo anch'io volentieri da quella parte--soggiunse San
Giustino.--S'incontra meno gente.
Ma Zonnini e Fraschelli erano dispiacenti di dover prendere la
direzione opposta.
--C'è questo demone tentatore--spiegò Zonnini accennando al
giornalista--che vuol condurmi all'Alhambra, a veder -la rivale di
Venere-.
Fraschelli protestò.--Non gli date retta. Ne ha più voglia lui di
me... Ci va tutte le sere.
--Che esagerazioni! Ci fui due volte... Ma vi assicuro io ch'è un
bocconcino...
A commento delle sue parole, l'onorevole Zonnini portò la mano alla
bocca e si baciò le punte delle dita.
--Basta; tu Varedo, hai ben altro pel capo, e poi, si sa, sei un
puritano. Di San Giustino è in un momento in cui tutti gli occhi son
fissi sopra di lui e non deve prestar il fianco alle malignità... Se
no, insisterei perchè ci faceste compagnia... È un vero godimento
estetico...
--Addio, addio, capiscarichi.
--Buona sera, Varedo--gridò Zonnini, e Fraschelli gli fece eco,--ti
auguro di ricevere migliori notizie da Torino.
--Grazie, buona sera.
--Ecco il ristoratore del sentimento religioso--disse Varedo a San
Giustino appena furono soli.
--Bah, Zonnini è un furbo che sente di dove il vento spira.
--Se partissi domattina alle 8--ripigliò Alberto--sarei a casa prima
di mezzanotte.
--Ma no, ma no--insisteva San Giustino--non potete partire che domani
sera.
Era una bella notte estiva, un po' fresca come sogliono esser le notti
di Roma. I due camminavano frettolosi; solo quando furono sul Ponte
Sant'Angelo rallentarono alquanto il passo.
Gonfio per le pioggie recenti, il Tevere s'ingolfava con un rumore
cupo sotto le arcate; torreggiava di fronte, quasi in atto di
minaccia, la mole Adriana; a sinistra, slanciandosi altera fuor del
viluppo degli edifizi minori, s'ergeva la cupola di San Pietro; la
curva del Gianicolo si protendeva con netti contorni sul cielo
limpido, senza luna; qua e là, mobili o fissi, brillavano piccoli
punti luminosi.
--È pur suggestiva questa Roma--notò San Giustino.
Varedo fece un segno d'adesione, ma il suo pensiero era altrove.
--E dire che tutta quanta la colpa è di questo sciagurato Ministero il
quale non ha mai avuto un lampo d'ingegno, non ha avuto altro che una
qualità (se si può chiamarla tale), quella di saper menare il can per
l'aia.
--È vero--rispose San Giustino che non intendeva bene.--Ma, scusate,
la colpa di che?
--La colpa del bivio terribile in cui mi trovo--ripigliò Alberto con
impeto.--Non siamo qui da più di due settimane? Non si doveva
spicciarci subito?... Oh sì, il Ministero è riuscito a guadagnare
ancora otto o dieci giorni... Con che frutto poi? che la caduta è
forse meno sicura? Solo che invece d'esserne fuori, si è proprio oggi
al momento critico, e io sono in questa bella situazione: che, se
resto, manco ai miei obblighi verso la famiglia, se parto, manco a
quello verso me stesso, verso i principî, verso le idee che sostengo,
che desidero di far trionfare.
Era buio, e San Giustino, scettico amabile, poteva liberamente
sorridere. Più che della ingenua sfuriata contro il Ministero
temporeggiatore egli sorrideva di quell'allusione superba di Varedo
alle idee da far trionfare. O che si va al potere per questo?
--Partendo domani sera voi concilierete ogni cosa--egli disse.--Del
rimanente, a dispetto del Ministero, voi avreste fatto il vostro
discorso e la Camera avrebbe già dato il suo voto, se, al solito, non
si fossero avuti troppi oratori... Anche dalla nostra parte, Dio
buono, quanta eloquenza!... Quanti aspiranti a un portafoglio o a un
sottosegretariato!... Come contentarli tutti?... E gli scontenti non
tarderanno a diventare avversari.
--È ignobile.
--Non lo nego... E non nego che vi saranno eccezioni... Voi, per
esempio, non ne dubito... Però, siate sincero, o che non mi serbereste
rancore se dessi a Zonnini o a un altro il posto che ho promesso a
voi?...
Varedo si voltò bruscamente.--Scusate... Questo non c'entra... Qui c'è
una promessa.
--Lo so, e volevo scherzare.
San Giustino non aveva parlato a caso. Il miglior modo di trattenere
Varedo era quello di ricordargli che fra i suoi cari amici ce n'era
più d'uno pronto a levargli la polpetta di bocca.
All'Ufficio di Borgo Nuovo, Alberto Varedo spedì un lungo telegramma a
sua moglie. Diceva che il dispaccio di lei non gli era giunto in tempo
da permettergli di prender il diretto di quella sera, che i colleghi
lo scongiuravano di assistere alla importantissima seduta di domani
alla Camera e di svolgervi il suo ordine del giorno, che sarebbe
partito domani sera al più tardi. In ogni modo si sarebbe regolato
sulle ulteriori notizie che pregava di fargli aver subito e che
sperava migliori.
--Va bene così?--egli chiese a San Giustino mostrandogli la minuta.
--Benissimo. E fatevi animo. Il diavolo non sarà tanto brutto come
pare.
Poich'erano in via e non avevano voglia nè l'uno nè l'altro di
rincasare, si spinsero fino a San Pietro, discorrendo animatamente di
politica, facendo il computo dei voti pei quali il Ministero sarebbe
stato battuto, almanaccando sulla maggiore o minor probabilità di
risolver presto la crisi. Sicuro di ricever l'incarico dal Sovrano,
San Giustino aveva già il suo bravo Gabinetto in pectore, ma egli era
troppo pratico dell'ambiente parlamentare da non temer gli ostacoli,
le sorprese, le insidie dell'ultima ora.
La vasta piazza era quasi deserta; pochi -fiacres- immobili erano
allineati a destra e a sinistra lungo il colonnato del Bernini; nel
gran silenzio s'udiva solo la voce liquida, monotona, delle due
fontane i cui zampilli ricadendo a terra spargevano intorno come un
pulviscolo acqueo.
--Si sta più freschi qui--disse San Giustino fermandosi tra l'obelisco
e una delle fontane.
Alberto Varedo levò gli occhi verso il Vaticano.
--Ecco la forza.
Di San Giustino lo guardò.--Siete un convertito?
--Non mi fraintendete... La forza d'inerzia, una delle più formidabili
che ci siano. Aver dietro di sè una tradizione di diciotto secoli; per
diciotto secoli aver bandito gli stessi dogmi, aver ripetuto, con
poche varianti, le stesse parole, aver detto audacemente alle
generazioni che si succedono:--Noi siamo la salute, noi siamo la luce,
ecco la potenza vittoriosa, inespugnabile della Chiesa.... Anche una
menzogna ribadita per diciotto secoli diventa, agli occhi di molti,
una verità... Noi, che militiamo nell'altro campo, siamo più leali e
sinceri negando l'esistenza d'una verità assoluta, immutabile,
sostenendo il principio dell'evoluzione; ma le nostre schiere si
sgretolano, ma non avremo mai intorno a noi un esercito compatto,
disciplinato come quello che ci sta di fronte.
--Credete dunque che la Chiesa finirà col vincere?
--Ah no. Non vincerà nessuno... Noi non costruiremo nulla di solido,
di durevole, ma non saremo vinti per questo. Nè noi, nè loro. Nessuna
tendenza dello spirito umano può esser vinta. Non quella che porta
verso la fede e s'appaga d'una certezza comunque ottenuta, non quella
che ricerca e che dubita e si gloria delle sue affannose inquietudini.
Sarà una lotta lunga quanto il mondo.
--Caro Varedo--interruppe San Giustino tra serio e scherzoso,--voi
parlate d'oro ma vi raccomando di non dir queste cose domani alla
Camera. Fareste arricciare il naso a più di qualcheduno... in tutti e
due i campi. E non dimenticate che il nostro dovrebb'essere un
Ministero conciliativo.
--La politica a base di puntigli e dispetti, le guerricciuole meschine
non piacciono neppure a me--replicò Alberto Varedo.--E poi non giova
esasperare i nemici che non si possono spegnere.
Chiacchierando così, ritornarono sui loro passi. Di San Giustino
accompagnò Varedo fino all'albergo di Santa Chiara.
--Procurate di riposar qualche ora--gli disse nel prender commiato--e
ricordatevi che per domani facciamo assegnamento sopra di voi... No,
non voglio fermarmi sull'ipotesi che siate costretto a partir
domattina... E, in qualunque caso, badate di non partire senza che ci
siamo rivisti... Non abbiate riguardi, potete passar da me alle sei,
alle cinque, quando vi piace... Se non vi vedo prima delle sette e
mezzo è buon segno, e ci troveremo più tardi a Montecitorio.
Alberto Varedo andò a letto ma non dormì. Per quanti sofismi egli
accumulasse, la sua coscienza non era tranquilla. Il suo posto non era
a Roma, non era in Parlamento, era a Torino presso sua moglie, presso
la sua piccola Bebè. Da oltre a due settimane egli l'aveva lasciata
pallida, malaticcia, simile a una pianta che intristisce miseramente,
e dopo d'allora non era stata mai bene, nè mai egli aveva ricevuto da
Diana o dalla signora Valeria una lettera che gli concedesse d'aprir
l'animo a liete speranze. E più d'una volta l'intonazione di quelle
lettere gli era parsa amara, più d'una volta egli vi aveva trovato
un'allusione alla sciagurata politica che lo teneva lontano; non lo si
richiamava però, si era rassegnati a vederlo rimanere a Roma sino al
termine della battaglia parlamentare... Che cosa era accaduto nella
giornata di ieri, da un momento all'altro? Che cosa aveva indotto
Diana a telegrafargli? Era stata un'ispirazione sua? O un suggerimento
del medico? Se Giraldo aveva consigliato il dispaccio, le condizioni
della bimba dovevano esser ben gravi!... E allora perchè non usare un
linguaggio più esplicito? Perchè non dire:--C'è pericolo imminente. La
tua presenza è indispensabile?
Ma, in fin dei conti (e di nuovo Varedo s'arrampicava sugli specchi
per giustificare la propria condotta) aveva egli forse risposto con un
rifiuto? No, aveva chiesto una breve proroga di ventiquattr'ore per
compiere il suo ufficio di cittadino, di deputato, di uomo al quale il
vigor dell'ingegno, la tenacità dei propositi, la serietà degli studi
assegnavano una parte cospicua nella vita del suo paese. Questo a casa
sua non volevano intenderlo; non volevano intendere che vi sono
obblighi pubblici sacri quanto i privati e che il venirvi meno è colpa
e viltà.
Nella notte insonne tornavano in mente a Varedo i passi principali del
suo discorso, frutto di lunghe meditazioni, destinato, se non lo
illudeva l'orgoglio, ad allargar gli angusti orizzonti della politica
italiana, a sollevarla dalle miserie parlamentari, ad additar forse
lui, Alberto Varedo, come un possibile rinnovatore della coscienza
nazionale. A nessuno, neanche a San Giustino, egli aveva comunicato
tutti i punti salienti di quella arringa; egli ne serbava le primizie
alla Camera di dove la sua voce, udita dai colleghi, raccolta dagli
stenografi, sarebbe volata lontano... E ora, alla vigilia del suo
trionfo, egli avrebbe disertato il campo? Avrebbe lasciato che Zonnini
parlasse in vece sua? Che impicciolisse le questioni con quel suo
spirito di stenterello?... Varedo si rifiutava a fregiar del nome di
emulo questo Zonnini leggero, superficiale, che aveva inforcato per
-snobismo- il cavallo delle idealità religiose, e mentre pretendeva
ristorar la fede in Italia frequentava assiduo i -cafés chantants- e
correva dietro a tutte le -cocottes- di Roma... In verità, se non
sorgevano rivali più formidabili!... Però qualche volta anche i
mediocri, se le occasioni li favoriscono, fanno un buon tratto di via
e sarebbe stata per Zonnini una gran bella occasione quella di potere,
in una giornata memorabile, prendere alla Camera il posto di Alberto
Varedo...
Prima delle cinque Alberto era in piedi, meravigliato di non veder
giungere altre notizie da Torino, incerto sul significato da darsi a
questo silenzio. Aveva aperto la finestra, e ogni tanto si affacciava
al davanzale, guardando nella via di Santa Chiara ancora buia e
deserta.
E pensava: Veglieranno essi pure laggiù.... Veglieranno accanto a una
culla.... Diana, mia suocera, forse lo zio Gustavo che deve voler
molto bene a sua nipote, se, nonostante la sventura che l'ha colpito,
ha rinunziato al suo viaggio in Francia e in Inghilterra per restare
in mezzo alle malinconie della mia casa... Veglieranno tutti... chi sa
che non ci sia Giraldi con loro... mandato a chiamare in fretta...
L'aria frizzante della mattina gli metteva dei brividi addosso: l'ora
grigia lo disponeva ai tristi presentimenti. Varedo si ricordava
d'aver letto che sul far dell'alba è maggiore la depressione nervosa
degli organismi, maggiore quindi il numero delle morti... Se adesso,
appunto adesso, la sua Bebè?... Ma no, ma no, perchè accoglier queste
lugubri idee, perchè disperare?... Ecco il sole rischiarava già i
comignoli delle case, rigava di una striscia luminosa le cornici e gli
sporti; in alto il cielo si tingeva d'azzurro; il giorno s'annunziava
pieno di liete promesse agli uomini; perchè sarebbe stato apportatore
di sventura a lui solo?
Da Piazza della Minerva, da Piazza del Panteon veniva il rumore di
qualche carrozza; qualche pedone attraversava la via solitaria di
Santa Chiara. A ogni passo che Varedo sentiva avvicinarsi, il sangue
gli dava un tuffo.--Sarà il fattorino del telegrafo.
Le cinque e mezzo, le sei, le sei e mezzo... Nessuno.... Ormai la
città era svegliata; come acqua che uscendo da' suoi serbatoi si
riversa per mille rigagnoli, da per tutto si spargeva la vita.
L'onorevole finì di vestirsi.--Che faccio?--egli chiedeva a sè
stesso.--Se per le sette e mezzo non mi capita nessun telegramma parto
o rimango?...
E non sapeva decidersi, e si crucciava con quelli di Torino che lo
lasciavano in queste ambasce. Egoisti! Egoisti!
Zitto! Qualcheduno sale le scale, qualcheduno s'inoltra nel corridoio,
s'arresta all'uscio, picchia.
--Avanti!
Varedo, pallidissimo, strappò dalle mani del telegrafista il dispaccio
e lo aperse con dita tremanti. Quando alzò gli occhi dal foglio, vide
che il fattorino era immobile in mezzo alla stanza, aspettando.
--Ah,--disse il deputato.--Scusate.
Firmò rapidamente la ricevuta, la consegnò con pochi soldi di mancia,
e rilesse:
-Condizione stazionaria, sempre grave. Parti appena puoi.-
VALERIA.
Ahimè, il dispaccio non recava nessuna parola confortatrice. E
tuttavia in quella frase -appena puoi-, Varedo credette scorgere un
tacito assenso alla sua dichiarazione che sarebbe partito la sera,
perchè prima non poteva. Se una vera urgenza ci fosse stata, sua
suocera (perch'era lei e non Diana che gli telegrafava) avrebbe usato
un diverso linguaggio. Inoltre la condizione, benchè -sempre grave-,
si dipingeva come -stazionaria-; dunque ci era una tregua, un respiro;
c'era ancora tempo da lottare, da resistere...
Dopo qualche altra piccola esitazione, il nostro onorevole decise di
rimaner tutta la giornata a Roma e di fare il suo discorso alla
Camera; poi senza indugi ulteriori, e quand'anche avesse avuto
migliori notizie, si sarebbe messo in viaggio per Torino col
direttissimo delle 20,50.
Formati ch'ebbe questi propositi nella mente, egli corse all'ufficio
centrale, telegrafò a San Giustino per dirgli che restava, telegrafò a
casa sua annunziando il suo arrivo per le 10,25 dell'indomani, e
pregando di fargli avere ancora un dispaccio a Roma prima di sera.
Così gli parve d'esser in pace con la sua coscienza, gli parve d'aver
acquistato il diritto d'astrarre per poche ore dalle sue angustie
domestiche e di consacrar tutte le forze dell'ingegno e dell'animo a
ciò che in quel dì memorabile si attendeva da lui.
Strada facendo, egli comperò i giornali del mattino. Tutti quanti,
favorevoli e avversi, accennavano all'aspettazione vivissima che c'era
nei circoli parlamentari pel suo discorso; solo la -Rupe Tarpea-
conteneva questa noticina:
«Abbiamo visto iersera il nostro amico, onorevole Varedo, molto
inquieto circa alla salute di una sua bimba, ammalata a Torino. Egli
ci diceva che, ove non avesse avuto nella notte notizie migliori,
sarebbe partito questa mattina rinunziando a parlare oggi alla Camera.
In questo caso, che vivissimamente auguriamo non abbia ad avverarsi,
il noto ordine del giorno sarà svolto dall'altro egregio amico nostro,
onorevole Zonnini».
--Ah--esclamò Alberto Varedo--è lui, non c'è dubbio, è Zonnini che ha
inspirato questo -entrefilet-. È lui che si prepara garbatamente il
terreno... Ma l'uva non è matura, carino.
I conoscenti che lo incontravano per via lo fermavano.
--Dunque non parti? Dunque hai ricevuto migliori notizie?
Ed egli era costretto a rispondere:--Pur troppo la condizione è sempre
gravissima... C'è una sosta, ecco... Partirò stasera a ogni modo...
--Ma lo fai il discorso?
--Sicuro; rimango appunto per questo... Mi pareva d'aver assunto un
impegno morale... Ah, beati quelli che stanno fuori della vita
pubblica!
Altri insistevano per aver biglietti.
--Onorevole, onorevole, se potesse favorirmi due bigliettini, uno per
me e uno per mia moglie?... La mia signora non va mai alla Camera, ma
quando ha saputo che deve parlare l'onorevole Varedo ha dichiarato
subito che non voleva perder l'occasione di sentir uno dei nostri
primi oratori.
--Sarà una grande delusione--notava, modestamente, Varedo.--Io sono
sempre un oratore di seconda o di terza categoria. Si figurino oggi!
Con questo tarlo che mi rode.
Quanto più presto potè, e dopo aver dato l'ordine che gli portassero a
Montecitorio i dispacci che arrivassero per lui, Alberto Varedo si
rifugiò nella biblioteca della Camera ad attendervi l'ora della
seduta.
XXI.
Un intermezzo glorioso.
Nonostante il caldo, l'aula di Montecitorio presentava quello che i
giornalisti dicono -un aspetto imponente-. C'erano bensì, durante la
lettura del processo verbale, parecchi vuoti nei vari settori, ma si
sapeva che i deputati erano sparsi nei corridoi, e avrebbero preso il
loro posto al momento opportuno. Gremite erano le tribune; così quella
della stampa e la diplomatica come quella riservata al pubblico; due
dame di Corte erano nella tribuna reale. E le signore, in eleganti
-toilettes- estive, abbondavano. Mogli e figliuole di senatori e di
deputati, donne politiche e semplici curiose, forestiere di passaggio
per Roma, attratte dal desiderio di veder la Camera italiana e di
assistere a quell'interessante spettacolo che si chiama -la caduta di
un Ministero-.
Poichè sulla crisi non c'era dubbio, e il Gabinetto combatteva
puramente per l'onor delle armi.
Nei crocchi femminili, dall'alto, si additavano i morituri. Il
Presidente del Consiglio vecchio e floscio benchè gli scintillassero
ancora sotto le lenti gli occhietti furbi; il Ministro della guerra
troppo grasso; il Ministro della marina troppo magro; quello del
tesoro troppo mastodontico quasi avesse ingoiato il collega delle
finanze che infatti non era presente perchè indisposto; il
Guardasigilli troppo negletto nel vestire e come tale poco indicato a
regger un dicastero che s'intitola di -grazia- e giustizia; solo i
titolari degli esteri, dei lavori pubblici, dell'agricoltura e
commercio, delle poste e telegrafi avevano l'aria -comme il faut-, e
avrebbero meritato di salvarsi dalla catastrofe.
Ma quando il Presidente disse: l'-onorevole Varedo ha la parola-, il
cinguettìo delle tribune cessò: solo si udì quel bisbiglio
caratteristico ch'è segno d'intensa aspettazione e precede i grandi
raccoglimenti. Nell'aula gli scanni ancor vuoti si empirono quasi
tutti, parecchi deputati scesero nell'emiciclo per esser più vicini
all'oratore.
Alberto Varedo cominciò con una discreta allusione alle sue angustie
domestiche che alla Camera non fece nè caldo nè freddo, ma gli
conciliò la simpatia di buona parte del pubblico.
Solo un supremo dovere lo induceva oggi a parlare, solo la convinzione
profonda che vi siano momenti nei quali chi ha accettato un ufficio
non possa, per sue private ragioni e per quanto il cuore gli sanguini,
in alcun modo sottrarvisi. Il più sacro degli affetti umani lo
chiamava altrove e certo egli avrebbe risposto all'appello; non prima
però d'aver sciolto l'obbligo ch'egli primo firmatario dell'ordine del
giorno, aveva assunto verso gli amici, verso il partito, verso sè
stesso.
Ed egli proseguì dicendo che quantunque l'ordine del giorno si
limitasse a esprimere sfiducia assoluta verso il Gabinetto, egli
credeva d'interpretare, oltre al proprio, anche il pensiero degli
amici suoi affermando ch'essi miravano a un fine molto più alto che
non fosse quello di dar l'ultimo colpo ad uomini personalmente
rispettabili ma politicamente già morti. E forse appunto perch'egli li
considerava morti consacrò dieci minuti a farne l'autopsia rilevando
tutte le malattie mentali da cui erano afflitti e provocando gli
applausi e l'ilarità dei vari gruppi dell'opposizione. Ma questi, egli
ripetè, non erano che esercizi da sala anatomica, e il paese voleva
ben altro che la critica degli errori passati.
Dopodichè, l'oratore si elevò a un esame sereno e obbiettivo della
situazione presente, ne additò i pericoli economici, politici,
sociali; le istituzioni insidiate, perfino il concetto dell'unità e
della libertà della patria affievolito nelle coscienze; ogni
disciplina dello spirito scossa; ogni più formidabile problema gettato
in pascolo alle moltitudini analfabete; ogni decoro prostituito
dinanzi ai due idoli della giornata, il danaro e la folla.
Era un conservatore che parlava, e le sue sferzate contro le
aberrazioni demagogiche suscitavano qualche mormorio sui banchi della
montagna, ma egli riebbe il favore dell'intera sinistra stigmatizzando
le cosidette classi dirigenti che nulla dirigono e di nulla si curano
tranne che di accumulare e di goder la ricchezza, e mendicano croci e
trafficano titoli nobiliari, e costituiscono a poco a poco una nuova
aristocrazia che della vecchia ha i vizi e non le virtù.
Indi Alberto Varedo proclamò la necessità d'una riforma morale che
nessun Governo può operare, ma che -un buon- Governo può agevolare se
comincia a dar l'esempio della probità e dell'austerità, se non vizia
le elezioni, se non corrompe i suoi funzionari, se non cede ai
sollecitatori, se non promette ciò che non può mantenere, se non
induce negli animi il sospetto che la giustizia sia un nome vano, se
colpisce pronto gli abusi, se onora i degni e prostra gli abbietti, se
rinuncia a viver di sotterfugi e d'intrighi.
Uno scroscio d'applausi salutò le generose parole. Non applaudivano
solo i puri, i sinceri, gli ingenui: quelli ch'erano stati a vicenda
corruttori e corrotti, quelli che avevano sollecitato e ottenuto,
quelli che avevano promesso e fallito agl'impegni, quelli che avevano
mercanteggiato il voto, quelli che si erano inchinati alla viltà
trionfante, quelli che, potendo, avrebbero rinnovato domani gli errori
e le colpe di ieri, applaudivano con più calore degli altri.
Al sommo d'una delle scalette che scendono nell'emiciclo comparve un
usciere di servizio con un dispaccio in mano. E accennava a dirigersi
verso il banco di Alberto Varedo, ma ristette vedendo che il discorso
non era ancora finito, e, a un deputato che lo interrogava con lo
sguardo, disse a bassa voce:
--C'è un telegramma d'urgenza per l'onorevole Varedo.
--Or ora--rispose piano il deputato. E gli fece segno d'attendere.
Varedo concludeva intanto la sua arringa con una perorazione a cui la
brevità non toglieva efficacia.
--Sì, l'Italia domanda un Ministero che abbia un programma di Governo
e sappia attuarlo. Ma se questo non fosse consentito dalla malignità
dei tempi, sarebbe già un gran passo verso la rinnovazione morale che
tutti invochiamo l'aver su quei banchi un gruppo d'uomini
irrevocabilmente decisi a cader con la propria bandiera (-bravo,
benissimo-). Voi che delle bandiere ne avete agitato una mezza dozzina
(-ilarità fragorosa-), voi che per prolungare una tisica esistenza
avete innumerevoli volte mutato idee, amicizie, indirizzi (bene) voi
dovete rassegnarvi ad abbandonare ingloriosamente quel posto che
sarebbe stato meglio per la vostra fama e per noi non aveste mai
occupato.
Tranne i pochi rimasti fedeli al Ministero, tutti i deputati si
levarono ad acclamar l'oratore.
--La seduta è sospesa per dieci minuti--disse il Presidente. E
soggiunse per ossequio al regolamento:--Prego le tribune di far
silenzio.
Intanto i colleghi si affollavano con braccia aperte o con mani tese
intorno a Varedo, prodigando gli epiteti ammirativi.
--Splendido!
--Superbo!
--Stupendo!
--Tanto più terribile quanto più misurato.
--Come li hai bollati!
--Che chiusa!
--Tutto, tutto era bello.
Le congratulazioni di San Giustino e di Zonnini non erano le meno
calorose, quantunque il primo trovasse che il suo collaboratore aveva
avuto torto a far un discorso da Presidente del consiglio, e il
secondo, invidiosetto per sua natura, giudicasse in cuor suo
l'eloquenza di Varedo un po' vuota ed enfatica. Magnifiche frasi, chi
lo nega? Ma sotto il brillante involucro, che cosa c'è?
Comunque sia, e San Giustino e Zonnini si guardarono bene dal lasciar
trasparire i loro intimi sentimenti.
--Bravo!--disse il capo preconizzato del futuro Gabinetto.--Avete
avuto una delle vostre migliori giornate.
--Quando si parla così--seguitò Zonnini--non è permesso di cercar
sostituti... Sarai contento del tuo trionfo.
--Eh, miei cari--replicò Varedo--io vi ringrazio dal fondo dell'anima,
ma non posso pensare a quello che voi chiamate il mio trionfo... Sono
sulle spine... Dopo questa mattina non ho ricevuto altre notizie di
casa mia...
Di San Giustino principiò:--Nessuna nuova...
Ma dovette interrompersi alla vista dell'usciere che s'era fatto
coraggio e s'insinuava tra i deputati biascicando:--Con permesso, con
permesso... Un dispaccio per l'onorevole Varedo.
--Ah--disse questi scartando bruscamente i vicini e afferrando il
telegramma.
Un gran silenzio successe alle congratulazioni clamorose di prima.
Dalle tribune qualche signora sporgendosi con mezza la persona,
guardava curiosamente in giù.
Varedo lesse, impallidì, e con faccia stravolta si slanciò fuori
dell'aula seguito da San Giustino, da Zonnini e da altri intimi.
--Morta?--si arrischiò a chiedere San Giustino.
--No, ma è lo stesso... E prima di stasera non c'è una corsa... E
prima di domani alle 10.25 non posso essere a Torino... Fatemi la
grazia, consultate gli orari... Se ci fosse modo di anticipare... per
la via di Sarzana e Parma... che so io?... Ah perchè, perchè non mi
avete lasciato partire?
Zonnini ebbe un'impercettibile scrollatina di spalle.
Gl'indicatori ufficiali delle ferrovie, sfogliati in ogni senso, non
davano un responso favorevole. Ormai non c'era altra corsa da prendere
che quella delle 20.50.
I campanelli elettrici tintinnavano in tutte le sale di Montecitorio
chiamando a raccolta i deputati.
--Andate, andate--insisteva lo stesso Varedo.--La seduta ricomincia.
La Camera è impaziente, e forse si voterà oggi.
--Se c'è il voto, dobbiamo farti avvertire?
--No, il mio voto non conta... Il Ministro avrà contro di sè una
maggioranza enorme... E io passerò all'albergo per gli ulteriori
preparativi... Addio, addio... e grazie... Scusate, che ore sono?
--Quasi le cinque.
--È già tardi... Non ho tempo da perdere.
--Ci rivedremo a ogni modo alla stazione... Se si vota oggi ci sarà un
assalto ai treni.
--Mi raccomando--ripigliò Varedo.--che la stampa non dia notizie
inesatte... Pur troppo non ho illusioni, ma la catastrofe non è ancora
successa.
In fatti il telegramma, spiegato sul tavolino, diceva soltanto:
-Le cose precipitano. Nessuna speranza. Non
tardare di più.-
VALERIA.
Continuava il disperato appello dei campanelli elettrici.
--Andate, andate.
Nell'uscir da Montecitorio dopo aver, dall'ufficio stesso del
Parlamento, spedito alcuni dispacci, Alberto Varedo non potè evitare
lo sciame infesto dei -reporters-, petulantemente ossequiosi e
curiosi.
--Onorevole, che successo!
--Onorevole, ci permetta di stringerle la mano.
--Onorevole, che fortuna sarebbe se alla Camera parlassero solo quelli
che parlano come lei!
--Onorevole, ed è vero ch'ella parte subito?
--Per la ragione già accennata dalla -Rupe Tarpea-?
--Dev'essere molto piccola la sua bimba.
--Ed è un pezzo ch'è ammalata?
--E che male ha?
Ah, dover rispondere a tutti questi indiscreti, dover almeno trovar
per tutti una parola garbata, non poter chiuder loro la bocca
quand'essi vogliono penetrare nel vostra santuario domestico, scrutare
i moti del vostro cuore, che supplizio, che umiliazione! E come
sbarazzarsene, Dio buono, se appartengono anch'essi alla razza
-degl'imi che comandano ai potenti,-
e l'averli ostili significa spesso inimicarsi i giornali ch'essi
infiorano della loro prosa di studenti bocciati?
XXII.
Da Roma a Torino.
--La -Tribuna- con la caduta del Ministero.
Questo grido caro al suo orecchio aveva accolto l'onorevole Varedo
nell'atto di montare in -fiacre- per recarsi alla stazione, e lungo
tutta la via, in mezzo al brulichìo della folla, in mezzo al rumore
delle vetture e dei tram, da cento voci di ragazzi e d'adulti, egli
aveva sentito ripetere:
--La -Tribuna- con la caduta del Ministero.
Anch'egli aveva comperato un numero del giornale e alla fioca luce del
crepuscolo vi aveva letto il resoconto della seduta, scorrendo
rapidamente il sunto abbastanza esatto del suo discorso, e
soffermandosi in particolar modo sugli incidenti successi poi:
l'impazienza febbrile della Camera; le poche, incisive, efficacissime
parole di San Giustino: le confuse dichiarazioni balbettate dal
Presidente del Consiglio, Crugnoli, le grida di -basta, basta, ai
voti-; la votazione nominale infine, che nonostante una cinquantina di
astensioni, aveva dato una maggioranza schiacciante contro il
Gabinetto, e l'esito della quale aveva provocato una salva d'applausi,
raddoppiati d'intensità quando Crugnoli annunziava ufficialmente la
crisi con le frasi di prammatica:--Il Ministero si riserva di prender
gli ordini di Sua Maestà.
Sotto la rubrica -Ultime notizie-, il giornale si scusava di non
poter, per l'ora tarda, diffondersi in ampi commenti, e si limitava a
constatare il successo trionfale dell'onorevole Varedo, il cui
discorso aveva superata l'aspettativa che pur era grandissima.--Le
sorti del Gabinetto erano già decise--soggiungeva la -Tribuna-,--ma è
certo che la poderosa requisitoria dell'onorevole deputato di... vinse
molte perplessità e rinforzò di parecchi voti l'opposizione.
Alcune righe più basso e proprio in fondo alla terza pagina, si
leggeva in caratteri cubitali:
«Secondo le informazioni che ci giungono al momento di andare in
macchina, i Ministri appena sciolta la seduta si sono recati al
Quirinale per rassegnare le loro dimissioni che non si dubita saranno
accettate da Sua Maestà. Tutto fa prevedere che la crisi sarà di breve
durata. Qualche amico intimo dell'onorevole Crugnoli afferma ch'egli
stesso indicherà al Sovrano l'onorevole di San Giustino come l'uomo
voluto dalle circostanze».
In Piazza di Termini l'onorevole Varedo ripiegò il foglio e lo ripose
in tasca. Omnibus d'albergo, tram, vetture di piazza e vetture private
convergevano da ogni parte verso la stazione che, ormai illuminata,
spiccava bianca sul fondo grigio del cielo crepuscolare. Nel Piazzale
dei Cinquecento numerosi capannelli discutevano intorno alla crisi;
qualche cittadino, che aveva comperato il giornale della sera ne
perlustrava le fitte colonne al chiarore d'una lampada elettrica; i
rivenditori seguitavano a urlare:--La -Tribuna- con la caduta del
Ministero.
Quando Varedo scese di carrozza, più d'uno lo riconobbe e lo salutò.
Egli ricambiava macchinalmente i saluti, toccandosi la tesa del
cappello, ma non si fermò con nessuno ed entrò difilato in stazione.
Qui non potè sfuggire a una dozzina di colleghi che prendevano
anch'essi il suo treno, e gli toccò subire congratulazioni,
condoglianze, auguri, e rinunziare alla speranza di viaggiar solo. Ma
forse era meglio così. Meglio aver il capo intronato dalla politica
che fermarsi su quell'altro, orribile pensiero.
Sotto la tettoia lo raggiunse di San Giustino, e lo tirò in disparte.
Parlava piano, breve, concitato, nella sorda irritazione prodottagli
dai cent'occhi che gli erano piantati addosso.
--La crisi si risolverà presto. Anche il Presidente del Senato oltre a
quello della Camera suggerisce il mio nome. Credo che domani sarò
chiamato al Quirinale. In quarantott'ore presenterò la mia lista.
Terrò per me la Presidenza e gl'interni, e voi sarete il mio
sottosegretario di Stato.... Meritereste di più, meritereste un
portafoglio...
Questo, Varedo lo sapeva benissimo. Pure la coscienza della propria
forza gli permetteva d'attendere ed egli non aveva mai profferito una
parola che tradisse il suo intimo pensiero.
--Grazie--egli disse, interrompendo San Giustino;--ma in Italia si
diffida dei giovani e la mia età potrebb'essere una debolezza pel
Gabinetto.
San Giustino fece una spallucciata.
--Ciò importerebbe poco... Vi vedrebbero alla prova... Gli è piuttosto
che si son presi tanti impegni....
--Non vi confondete, caro amico. Il sottosegretariato agl'interni è
già un bellissimo posto.
--E contate d'esser presto di ritorno?--chiese San Giustino.
--Che impegni posso prendere con questa spada di Damocle che mi pende
sul capo? Vi telegraferò.
--Signori, in vettura.
Varedo salì in uno scompartimento ove c'erano già tre colleghi.
Gli sportelli si chiusero, ma prima del fischio della partenza arrivò
trafelato Zonnini il quale veniva a stringer la mano all'amico.
--Meno male che arrivo in tempo... Con quei benedetti tram non c'è
regola... E hai avuto altre notizie?
--Nessuna... Ne troverò a Pisa o alla Spezia...
--Speriamo bene.
Varedo tentennò la testa sfiduciato.
Dalla macchina all'ultimo vagone corse il grido: Pronti! Pronti!
Il treno si mosse.
--Ricordati di farmi spedir le bozze del discorso--gridò Varedo a
Zonnini cacciando il capo fuori del finestrino e salutando a destra e
a sinistra.
Nell'interno della vettura i tre colleghi almanaccavano sulla crisi e
sulla sua probabile soluzione.
--Ecco chi la sa lunga--disse uno di loro accennando a
Varedo.--Specialmente dopo la conferenza avuta or ora col -divo-.
--Io ne so quanto voi--rispose Alberto.
--Già, già, non vogliamo essere indiscreti.
L'onorevole Cataldo, ch'era il più anziano dei tre e aveva cinque
medaglie, cominciò a spifferar la sua lista. San Giustino, Presidenza
e interni, Rutigliano, esteri, Lentini, guerra, Bavardi, marina,
Pietrasanta, tesoro...
--Neanche per idea--interruppero gli altri. Erano d'accordo nel tener
per fermo che l'incarico sarebbe dato a San Giustino, ma circa alla
formazione del Ministero ognuno aveva la sua opinione.
--Se non fate parlare Varedo, è inutile--disse con la sua vocina di
musco l'onorevole Orsara ch'era seduto a uno degli angoli e succhiava
un pezzetto di cioccolata.
--Quando vi ripeto che non so niente...
Senza curarsi delle proteste, Cataldo seguitava la sua enumerazione.
Modica, finanze, Brusasco, grazia e giustizia, Sardi Gallese,
istruzione pubblica...
--Ma che? Non è adatto...
--Importa molto!--replicava Cataldo.--Un Ministero si fa come si può,
e nemmeno San Giustino farà miracoli. Del resto, caro Varedo, oggi noi
vi abbiamo aiutato a rovesciar Crugnoli che era ormai un Presidente
del Consiglio impossibile. Ma non ostante il vostro magnifico
discorso, non siamo così ingenui da credere che sorgerà un'era nuova.
Ne ho acquistata dell'esperienza in cinque legislature, e vi assicuro
io che -plus ça change plus c'est la même chose-. La Camera è quella
che è.
--La Camera si cambia--notò Varedo.
--La scioglierete, non c'è dubbio, e probabilmente di San Giustino
salendo al potere, avrà il suo bravo decreto in tasca.... Ma il paese
vi rimanderà su per giù gli stessi uomini...
Continuarono a discutere per un poco; poi l'onorevole Orsara fece una
proposta.
--Se cercassimo di dormire per qualche ora?
E si levò in piedi per abbassar la fiamma del gaz, ma, breve di
statura com'era, non ci arrivava.
--Son qua io--disse il suo vicino, l'onorevole Francioni, ch'era una
pertica.--Ma io mi guarderò bene dall'addormentami. Scendo a Grosseto.
--E noi scendiamo a Pisa--soggiunsero i due compagni.--Non c'è che
Varedo il quale faccia un viaggio lungo.
--Pur troppo. E che viaggio!
--Ma!--sospirarono i colleghi con quell'accento di simpatia discreta
che le persone educate hanno sempre a loro disposizione come la moneta
spicciola che si tiene nel taschino della sottoveste.
Il treno divorava lo spazio. Col berretto calato sulla fronte,
l'onorevole Orsara russava, Cataldo e Francioni sonnecchiavano a occhi
aperti.
Alberto Varedo era ben desto, e il suo sguardo fisso esprimeva
l'angoscia di chi non sa scacciare da sè una visione dolorosa. Quanto
più egli s'allontanava da Roma, e gli cresceva la solitudine intorno,
e si smorzava l'eco degli applausi che gli avevano, poche ore
addietro, dolcemente accarezzato l'orecchio, tanto più egli sentiva la
terribilità della tragedia domestica che lo aspettava. No, egli non
l'avrebbe trovata viva, la piccola Bebè, egli non avrebbe udito la sua
vocina esile, non avrebbe visto le sue manine bianche, sottili, quasi
trasparenti, scorrer volubili sui balocchi sparsi ai suoi piedi...
E anche un altro pensiero lo crucciava, lo sgomentava. In qual modo lo
avrebbe accolto sua moglie? Gli avrebbe perdonato il suo ritardo?
Avrebbe ascoltato pazientemente le sue ragioni? Perchè nessuno degli
ultimi dispacci era firmato da lei? Perchè non aveva ella almeno fatto
rispondere alle parole di conforto, d'affetto che egli le aveva
mandate sulle ali del telegrafo?
Dio, Dio, com'ella s'era, a grado a grado, appartata da lui! E pure
ella lo aveva sposato per amore, e pure c'era stato in principio un
pieno consenso delle loro anime, ed ella pareva appassionarsi pe' suoi
studi, per la sua gloria, pel suo avvenire! Che barriera s'era levata
fra loro.
E Varedo ricordava che la freddezza di Diana aveva cominciato sin da
quando ell'era rimasta incinta di Bebè. La maternità che suole
ravvicinar le donne al marito aveva prodotto su lei un effetto
contrario. Certo ella lo accusava di non aver prodigato sufficienti
tesori di tenerezza alla bimba, di non averle dedicato una parte
maggiore del suo tempo e delle sue cure. Ma non era un'accusa
ingiusta? Possono gli uomini dimenticar ciò che devono alla scienza,
alla patria, alla società? E Diana pretendeva questo, ella che era
intelligente e colta, ella che nel primo anno di matrimonio lo
stimolava alle grandi cose?
In vero una fatalità pesava sulla loro unione, un complesso di
circostanze cospirava a dividerli, a renderli pressocchè estranei
l'uno all'altra. Ma non mai come ora questa fatalità li aveva
perseguitati. L'aggravarsi repentino di Bebè proprio nei giorni in cui
motivi imperiosi lo tenevano assente sembrava l'opera d'un cattivo
genio che provasse la voluttà crudele di nuocere.
Il treno correva, correva nella notte profonda; tutta la vettura
oscillava, scricchiolava, tremava. Alla fioca luce che pioveva
dall'alto, Varedo vedeva i suoi compagni dormire, diversamente
atteggiati: Orsara, rannicchiato in un angolo, coi pugni serrati sotto
il mento; Cataldo con la cravatta sciolta, le braccia ciondoloni, la
testa dondolante, la bocca aperta; Francioni rigido come una sbarra,
con le lunghe gambe distese fin sotto il sedile dirimpetto. Nei
cristalli dei finestrini, chiusi, nonostante il caldo, per paura della
malaria, si riflettevano con linee indecise le immagini del di dentro:
la lampada, le pareti, i divani, le valigie nella reticella, le
persone dormienti... e, insieme col resto, una faccia pallida,
ansiosa.... Di tratto in tratto, con la rapidità di uno strale,
fischiando e rumoreggiando, guizzava, diretto in senso opposto, un
altro convoglio; di tratto in tratto, nel passare senz'arrestarsi
davanti a una stazione secondaria, veniva dall'esterno un chiarore
improvviso, sorgeva, spariva un fabbricato, una tettoia, una pompa,
una grù, una fila di vagoni immobili; poi le tenebre si addensavano
più fitte e più nere.
--Oh... oh... oh...--fece a un certo momento Francioni, agitando le
lunghe braccia a guisa di due assi di un telegrafo ottico.--Ho
dormito?... Ove saremo?... Che ore sono?
Si alzò che, quasi toccava con la testa il cielo della carrozza, e
guardò l'orologio.
--Per bacco! Siamo proprio vicini a Grosseto... Se non mi svegliavo da
me...
--Vi avrei svegliato io; non dubitate--disse Varedo.
--Oh grazie, Varedo... Credevo che dormiste anche voi... Questi qui
sono due ghiri.
In fatti Orsara e Cataldo non si mossero nemmeno quando a Grosseto
Francioni fece aprir lo sportello e discese salutando Alberto Varedo.
--Coraggio... Chi sa ancora... Suppongo che ci rivedremo presto a
Roma, perchè il nuovo Ministero... il vostro Ministero... dovrà
presentarsi alla Camera a far votare l'esercizio provvisorio... Addio,
addio...
E la magra figura donchisciottesca scomparve nell'ombra.
Il convoglio ripigliò la sua corsa sfrenata. Ormai esso non si sarebbe
fermato che a Pisa, e a Pisa Varedo avrebbe trovato indubbiamente un
telegramma da Torino. Oimè, che altro poteva dirgli quel telegramma se
non ch'egli sarebbe giunto troppo tardi per veder viva Bebè?
L'atmosfera era soffocante. Benchè si fosse ancora in piena Maremma,
l'onorevole abbassò i vetri del suo finestrino, mise fuori la testa,
guardò il cielo stellato, sentì, o credette sentire, la voce del mare,
sentì il mormorio dei cipressi carezzati dal vento; indi richiuse di
nuovo la finestra, e stette raccolto nel suo cantuccio cercando di
rievocare il suo trionfo di ieri, le congratulazioni, gli applausi,
rimuginando le parole dettegli quella sera stessa da San Giustino:
-Meritereste un portafoglio-.--Sì certo, presto egli se lo sarebbe
conquistato un portafoglio, e allora sarebbe divenuto arbitro del
Parlamento, iniziatore felice di radicali riforme che avrebbero mutato
faccia all'Italia!... Ah come impallidivano al paragone le gioie, i
dolori privati, com'erano vani i giudizi che poteva pronunziare sul
conto suo una donnicciuola inetta ormai ad abbracciare un orizzonte
più largo di quello delle pareti domestiche!
Ma ai voli superbi della fantasia succedevano le precipitose cadute.
Sarebb'egli stato pari alle circostanze ed alla fortuna? Possedeva
egli veramente le grandi qualità che le magnanime imprese richiedono:
il colpo d'occhio sicuro, il volere tenace, il dominio assoluto di sè,
la prontezza nel decidere e nell'eseguire, il coraggio di affrontare
le responsabilità ed i pericoli, lo sdegno della facile popolarità? E
se falliva alla prova? Se incappava nei lacci che gli avrebbero teso
gli avversari e gli amici malfidi, invidiosi della sua troppo rapida
esaltazione? Se di lì a qualche mese si fosse parlato di lui come
d'una delle tante meteore apparse sul nostro firmamento politico e
dileguate senza lasciar traccia? Vinto sui campi dell'azione, avrebbe
egli potuto trovar la calma, la serenità necessarie a chi coltiva gli
studi? Avrebbe potuto riprendere con buon successo la sua opera
interrotta? O le antipatie accumulate sul suo capo mentr'egli era al
Governo non avrebbero continuato a sfogarsi contro l'uomo di scienza?
Così, in quella insolita depressione di spirito, tutto il suo bel
sogno di gloria si scioglieva in fumo, e nella sua visione interiore
si riaffacciava la scena funebre: una bambina moribonda o morta, una
madre disperata. E quella bambina era Bebè, e quella madre era Diana!
Uno dopo l'altro, automaticamente, mentre il treno s'avvicinava a
Pisa, si svegliarono Orsara e Cataldo.
--Oh bella!--disse Orsara spalancando la bocca a un enorme
sbadiglio.--Siamo in tre soli?
--Naturale--soggiunse Cataldo....--Francioni è disceso a Grosseto.
--E non ce ne siamo accorti?
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