Giraldi visitò quella sera stessa la madre e la figliuola. A Bebè non
s'era rinnovata la febbre; ella stava come il solito.
Messo alle strette, il dottore dichiarò che nello stato presente della
bimba egli non trovava nulla d'allarmante, che spesso le infezioni
malariche sono ostinate e occorrono mesi e mesi e estirparle.
Confidava, in estate, nella montagna; intanto non sapeva suggerire che
una cura igienica non disgiunta da molti riguardi; perchè questo egli
non poteva dissimulare, che un organismo indebolito era sempre più
esposto alle insidie ed era meno resistente di un organismo robusto...
In quanto alla signora Diana, ella non aveva alcuna malattia; aveva
solo un'eccitazione nervosa che si sarebbe calmata da sè. Prescriveva
intanto piccole dosi di bromuro.
Varedo volle dar un nuovo saggio della sua equanimità.
--Sia giudice lei, Giraldi. Di fronte a ragioni gravi, imperiose che
mi chiamano, a Roma, ne vede di più imperiose, di più gravi che mi
vietino di partire?
Un sorriso doloroso sfiorò il labbro di Diana.
A un quesito posto così, Giraldi da quella persona accorta ch'egli
era, non poteva rispondere che in un modo. Quando, nelle famiglie de'
suoi clienti, lo si voleva arbitro in qualche questione, egli, se non
gli veniva fatto di cavarsela con una frase ambigua, si metteva dalla
parte del più forte, non per viltà, non per secondi fini, ma per amore
del quieto vivere, ma per abborrimento dalle discussioni lunghe.
--Ah no, professore--egli disse--non è il caso ch'ell'abbia da
trascurare i suoi doveri civici. -Salus publica suprema lex.- Siamo al
gran cimento, e guai se i capi non conducono le loro schiere al
fuoco... Perchè lei, onorevole Varedo, è ormai uno dei capi... È
inutile schermirsi, quest'è la verità... Una bella soddisfazione,
signora Diana, aver un marito a cui tutti tengono gli occhi addosso
come a un luminare del Parlamento... Sicuro che c'è il rovescio della
medaglia: le frequenti assenze, le molte occupazioni.... Ma come si
fa?... Non c'è rosa senza spine.
Di lì a poco Giraldi e Varedo uscirono insieme discorrendo di
politica.
A un certo punto, côlto da uno scrupolo, l'onorevole riprese:--Dunque,
dottore, per Bebè, mi rassicura?
Quantunque non ci fosse nessuno, Giraldi abbassò la voce.
--Senta, non vorrei esser frainteso... Oggi pericolo non ne vedo...
Non vedo niente che mi autorizzi a mettere il veto alla sua partenza
per Roma ov'ella non va per un capriccio, ma perchè deve andare...
Inoltre, se mettessi il veto oggi, converrebbe che lo mettessi domani,
e doman l'altro, e chi sa per quanto ancora... La bambina è gracile,
pur troppo, ha avuto una scossa forte, non si può aspettarsi che
rifiorisca in pochi giorni.... Siamo, direi così, in un periodo di
equilibrio instabile dal quale, spero, usciremo col tempo e con la
pazienza.
Varedo tentennò la testa.--Mi dispiace di lasciar Diana sola...
nell'agitazione in cui è... Se potesse esser qui mia suocera...
Il dottore esclamò:--Bravo! M'ha levato le parole di bocca. Perchè la
signora Inverigo non potrebbe venir a passare un mesetto con la
figliuola?
--Gli è che Diana preferirebbe d'aver la compagnia di sua madre in
montagna, nel luglio o nell'agosto....
--Per la signora Valeria non si tratterebbe che d'anticipare di
qualche settimana.
--Questo è appunto il difficile; ch'ella s'induca a una troppo lunga
assenza da casa sua... A ogni modo, ben pensandoci, potrei scriverle
io di mia iniziativa.
Confortato dall'approvazione di Giraldi, Alberto Varedo si appigliò a
questo partito che conciliava le sue sollecitudini domestiche col suo
desiderio di stare a Roma una ventina di giorni senza esser
disturbato.
XVIII.
Quando le disgrazie cominciano...!...
--Dio! che ciera da funerale!--disse Diana a Eugenio Bardelli venuto
come il solito a sentir se le occorreva qualche cosa e a prender
notizie della bimba.
Egli si sforzò di ricomporsi e sviando il discorso chiese:--Bebè?
--Così... Ha dormito discretamente... Ora è di là con l'Irene che la
veste per condurla fuori... Io stamattina non posso... La giornata è
buona?
--Deliziosa.
--Non c'è vento?
--Punto.
--E il sole non dà disturbo?
--No... È proprio una temperatura giusta.
Diana sospirò:--Purtroppo non ci sono mai tutele che bastino.
Bebè entrò a mano dell'Irene; vide il suo -Elli- e gli tese le braccia
sottili. Egli la tirò a sè, la sollevò, se la pose sulle
ginocchia.--Hop, hop, cavallo!
La testolina della bimba dondolò alquanto come frutto maturo sopra un
ramo esile; poi, vinta dalla stanchezza, si abbandonò sulle spalle
dell'amico.
Diana si torceva le dita.--E non ride, e non si diverte più nemmeno
con lei, Bardelli!
Questi riconsegnò la piccina alla bambinaia, dicendo
malinconicamente:--Sono io che non so più farla divertire.
Di nuovo la Varedo fu colpita dall'espressione dolorosa della sua
fisonomia.
--Ma che cos'ha oggi?... Altri dispiaceri in famiglia?
Egli chinò il capo in silenzio.
Diana, fatta un segno all'Irene, riaccompagnò lei e Bebè fino
all'uscio, aggiunse alcune raccomandazioni e tornò con ansiosa
sollecitudine presso Bardelli che teneva gli occhi fissi a terra per
nasconder le sue lacrime.
--Parli, via--insistè Diana.--Che cos'ha?
Senza mutare atteggiamento, egli borbottò con voce sorda:--Ho torto...
Non è permesso portare in giro le proprie miserie... specialmente dove
ci sarebbe bisogno d'un po' d'allegria.
--Non dica questo--ribattè la Varedo.--Sa che io... sa che noi le
siamo amici, e gli amici si cercano appunto nei giorni tristi...
E--soggiunse--sono più atti ad intenderci quando hanno anch'essi le
loro afflizioni.
--Ella è buona, signora Diana!--esclamò Bardelli alzando il viso
commosso.--È una santa, meglio di quelle che si adorano sugli altari.
--Lasci le iperboli--ella interruppe con un languido sorriso,--e mi
racconti... Si tratta sempre di quella disgraziata questione
domestica?
Bardelli accennò di sì. E, guardandosi intorno, narrò che in casa sua
erano ai ferri corti. Paolo era riuscito a far mettere un sequestro
sul calice che suo fratello s'impuntava a regalare al Museo piuttosto
di venderlo, e Girolamo dal canto suo protestava che il giorno in cui
quell'oggetto di arte gli fosse stato portato via avrebbe appiccato il
fuoco al negozio... Non lo si riconosceva, Girolamo... Un uomo così
mite, così pacifico, che non aveva in vita sua torto un capello a
nessuno, adesso schizzava veleno da tutti i pori, non ascoltava
consigli di moderazione, rispondeva seccamente alla madre, rispondeva
male a lui verso il quale s'era pur mostrato sempre tanto affettuoso;
insomma una trasformazione completa, di quelle che non si credono
possibili da chi non ne sia testimonio... E come sarebbe andata a
finire?... Come sarebbe andata a finire?
--Ma l'altro--disse Diana--ma Paolo non intende ragione? Non capisce
che non gli conviene spinger le cose agli estremi? Perchè Girolamo,
l'orefice, ha qui a Torino molte aderenze, è stimato un perfetto
galantuomo, un figlio e un fratello esemplare, e sarà difficile
persuader la gente ch'egli sia dalla parte del torto.
--Paolo--ripigliò Bardelli--ha un gran cattivo inspiratore, il
bisogno... E se non bastasse, è sobillato dalla moglie, dagli amici
malfidi, da quel leguleio di pochi scrupoli che ha assunto la sua
causa... È un artista, Paolo, è un ragazzo impressionabile, non si può
domandargli il sangue freddo... Ah, cara signora Diana, che disgrazia!
E pensi, la mia mamma, alla sua età, assistere a questa catastrofe!
Eugenio Bardelli singhiozzava.
La Varedo si provò a rincorarlo.--Andiamo, non si perda d'animo. È il
solo che possa interporsi fra i litiganti... Si rimetta all'opera con
calore, con perseveranza, con fede in sè stesso...
Egli scrollava la testa.--Non ne ho più della fede in me stesso... Non
ho diritto di averne... Non c'è cosa che non mi vada a rovescio... Che
autorità ho io sui miei fratelli, io che vivo a carico d'uno di loro,
io che dopo tanti anni di studi non mi sono ancora fatto una posizione
indipendente?... E non ero mica pessimista per natura... può dirlo
lei... anzi m'illudevo troppo, m'illudevo sempre... Adesso basta...
--Perchè si accascia in questo modo?--soggiunse Diana.--Lei ha
ingegno, cultura, buon volere... dunque?...
Ma Bardelli seguitava a far segni negativi col capo.
--No, signora Diana... Vedrà che anche a Palermo sarà un fiasco...
Tutti ne sono convinti... Tutti, mio fratello Paolo per primo, mi
ricantano l'antifona che già io non concluderò mai nulla... Non c'è
che lei, signora Diana, che creda nel mio avvenire!... E io non mi
sento un po' rinfrancato che vicino a lei... Ma nemmen questo
durerà... Non ci verrò più da lei, non mi riceverà più.
Diana lo guardò stupita.--Vuol proprio crearseli i dispiaceri....
Perchè non dovrei riceverlo più?
D'improvviso egli le afferrò la mano, e gliela coperse di baci.
Ella si svincolò dolcemente ritraendosi alquanto, mentre Bardelli,
esaltandosi, diceva:--Com'è buona! Com'è misericordiosa!... Come
meriterebbe di esser felice!... Invece, per una delle solite
ingiustizie della fortuna, è piena di tribolazioni, è trascurata da
chi...
Diana, severa, gli troncò le parole in bocca.
--Non si occupi di me, Bardelli, non tenga questo linguaggio... Glielo
proibisco.
Mortificato, confuso, il giovine ammutolì per un momento; poi, come se
una forza irresistibile lo spingesse, riprese con l'impeto, con la
furia disordinata e scomposta di un timido che ha paura della propria
resipiscenza:--No, bisogna ch'ella mi lasci terminare... Sarà l'ultima
volta... Non ci tornerò più in questa casa... non avrò più neanche
questa consolazione... ma non posso tacere.... non posso... Mancherei
di sincerità se le tacessi questo sentimento che provo per lei...
Pallidissima, Diana s'era levata in piedi, e con la voce alterata e
col gesto intimava a Bardelli di smettere.
--Basta, Bardelli, basta... Non può immaginarsi che dolore mi dà... Se
avessi supposto, se avessi avuto il più lontano sospetto...
--Neppur io credevo--balbettò l'antico assistente di Varedo,--neppur
io... Avrei voluto esser sempre il suo servo docile, devoto, che non
osa alzare il pensiero fino alla sua signora... E a poco a poco, quasi
senza ch'io me ne accorgessi vedendola così pietosa con me, così buona
e paziente con tutti... vedendola soffrire, piangere in silenzio....
oh la ho sorpresa più d'una volta che piangeva... a poco a poco ho
capito che la mia affezione per lei era d'altra natura... ch'ella era
per me quell'ideale che ogni uomo ha nel cuore...
--Insomma, Bardelli--ripetè Diana non ancora rimessa dallo stupore
dell'inattesa rivelazione,--le ho ordinato di smettere...--E vada
via... perchè avrà anche capito che ormai...
Egli le risparmiò l'ufficio penoso di pronunciar la parola di sfratto,
e retrocedendo a piccoli passi con l'aria umile del cane percosso che
accetta la sua condanna,--Lo so--singhiozzava,--lo dicevo io stesso...
È finito... Addio, signora Varedo... E dia per me un bacio a Bebè... E
che il cielo faccia risanare, faccia rifiorire quel suo angioletto...
Appena l'uscio si fu richiuso dietro Bardelli, Diana, come esausta di
forze, si abbandonò sulla sedia e si coperse il viso colle mani. Le
pareva d'uscire da un sogno. Era possibile? Eugenio Bardelli, il
giovine goffo, impacciato, dall'aspetto d'adolescente, ch'ella, a
Torino, era usa a vedere ogni giorno e a trattare con la dimestichezza
d'uno di famiglia, il piccolo Bardelli le aveva fatto una
dichiarazione d'amore? A lei che non aveva da rimproverarsi la più
innocente civetteria con nessuno, a lei per cui la donna galante era
un fenomeno incomprensibile? Ed ecco che ora un'amicizia di oltre tre
anni era rotta per sempre e Bardelli non sarebbe entrato più in
casa!... Oh, egli aveva ben compreso che non poteva rientrarvi, e
Diana gli era riconoscente di essersi licenziato da sè... E pure, a
pensare ch'egli non sarebbe venuto nè quella sera, nè il dì appresso,
nè mai, ch'egli non avrebbe mai ripreso in collo Bebè a cui voleva
tanto bene, ella provava una pena, uno strazio!... E l'assaliva il
dubbio d'esser stata troppo rigida, troppo impassibile, e la crucciava
il rimorso di non aver saputo fermar sul labbro dell'imprudente
ragazzo le frasi irrevocabili... Se subito, assumendo verso di lui non
già l'aria d'una regina offesa ma quella d'una sorella maggiore, ella
lo avesse richiamato al senso della realtà, forse egli si sarebbe
ravveduto in tempo, forse...
Diana scattò dalla seggiola, si mise a passeggiar su e giù per la
stanza.
No, a nulla avrebbero approdato le sue ammonizioni; no, quand'anche
Bardelli non avesse detto tutto ciò che aveva nell'animo, la
condizione delle cose non sarebbe stata diversa, e l'incendio nascosto
non sarebbe stato meno pericoloso. La dichiarazione Bardelli
gliel'aveva fatta prima ancora di parlare, quand'egli, afferrandole
con impeto la mano, l'aveva coperta di baci. Diana li sentiva quei
baci, come una bruciatura acuta, sul dorso della sua mano bianca,
sentiva in tutta la persona, il calore dell'atmosfera di fuoco che
l'aveva investita. Ben è insidioso e maligno l'amore se, pur non
diviso, turba così. E in questo turbamento, troppo comprensibile in
lei che udiva per la prima volta il linguaggio della passione, Diana
trovava una scusa alla propria severità. Oggi, non mai, era il caso
d'invocar quel -dovere-, che, in bocca di suo marito, le suonava da un
pezzo come una parola vana, ma ch'ella non aveva cessato un istante di
considerar legge suprema della vita. Sì, ella -doveva- condursi come
s'era condotta, -doveva- stare in guardia contro ogni debolezza
improvvida, contro ogni indulgenza funesta.
Mentre per la disposizione, insita in noi, di esagerar l'importanza di
ciò che ci accade, Diana ingrandiva la sua facil vittoria, e il povero
Eugenio Bardelli prendeva a' suoi occhi le forme d'un seduttore
temibile, spuntava nel suo animo e si mesceva alle impressioni
dolorose, inavvertito forse, non confessato certo, un sentimento
diverso, quasi un risveglio di femminilità, quasi una compiacenza
segreta d'aver potuto inspirare un palpito, un desiderio, una simpatia
che non avesse i soli caratteri della rispettosa amicizia.
Ah, se Alberto sapesse! Ma Alberto -non- avrebbe saputo. Ella non gli
avrebbe dato un comodo pretesto di non occuparsi più affatto di
quell'infelice Bardelli, il quale, adesso sopra tutto, aveva la
necessità imprescindibile di ottenere un impiego... Senza dubbio,
Alberto, tornando a Torino, si sarebbe maravigliato di non aver tra i
piedi il suo fido satellite, ma, come sogliono gli uomini pieni
d'affari, egli avrebbe accettato per buona moneta qualunque pretesto.
Intanto la posta di quella sera recava a Diana nuove emozioni e nuove
sorprese.
«--Mi son decisa a venir a passar teco qualche settimana--le scriveva
sua madre da Venezia--e spero che Gustavo mi accompagni. Mi par
mill'anni d'abbracciar te e la bambina le cui condizioni non buone di
salute mi affliggono».
E subito dopo la signora Valeria soggiungeva:--«Sono tutta sossopra
per la morte (dopo due giorni di malattia; una pneumonite acuta) d'una
mia carissima amica, l'Adelaide Nocera. Tu le facevi il viso
dell'arme, e io non pretendo che fosse una donna perfetta; ma era così
buona, così intelligente e vivace! E aveva il segreto della eterna
giovinezza. A quarantacinque anni ne mostrava poco più di trenta...
Anche adesso, composta nel suo letto, se tu la vedessi!... L'abbiamo
assistita, Gustavo ed io... Povero Gustavo che l'amava tanto, da tanto
tempo, che affrettava col desiderio il momento di darle il suo
nome!... Povero Gustavo!... In che stato è ridotto!... È per questo
che lo voglio portar via da Venezia... Andrà a Parigi, andrà a
Londra... Domani ci sono i funerali... Partiremo doman l'altro
mattina, telegrafandoti...
«Non badare alla sconnessione di questa lettera. Io domando ancora a
me stessa: È vero, o non è vero?... L'Adelaide, qualche ora prima di
morire, ha nominato anche te.--Credo--ella mi diceva--che Diana
avrebbe finito col volermi bene...».
Nelle condizioni d'animo in cui Diana si trovava, l'annunzio datole da
sua madre le fece una impressione immensa. Sì certo, ell'aveva sempre
resistito al fascino che l'Adelaide Nocera esercitava su quanti
l'avvicinavano, ell'aveva sempre giudicata con severità quella donna
briosa e leggiadra, che, vivente il marito, aveva una tresca palese e
alla quale la voce pubblica attribuiva, almeno in passato, altre
galanterie. Ma, tra perchè alcune sue idee andavano a mano a mano
modificandosi, tra perchè l'Adelaide, ormai vedova, sarebbe diventata
presto sua zia, Diana non aspettava che un'occasione per riannodare i
suoi rapporti con lei. Non le aveva parlato più dopo la sera di quella
scena breve e violenta, al Lido, tra lo zio Gustavo ed Alberto, (eran
quasi tre anni!) e le sembrava ancora vederla ritta, immobile, con le
mani dietro la schiena, col dorso appoggiato al parapetto della
terrazza, la piccola testa ed il busto spiccanti in ombra sul nitido
azzurro del cielo ove sorgeva alta la luna... Ah, nella memoria di
Diana riviveva, minuto per minuto, quella sera, in cui, provvida
diversione allo scandalo minacciato, il suo repentino malessere aveva
attratto la curiosità dei presenti, ed ella, per segni non dubbi,
s'accorgeva d'esser madre... Così un intimo, misterioso legame univa
il suo ultimo incontro con l'Adelaide alla nascita di Bebè... E oggi
l'Adelaide, l'immagine della forza e della salute, era morta, e Bebè
era tanto gracile, tanto pallida, tanto debole!
Diana scacciò da sè con un grido le terribili suggestioni di queste
coincidenze fortuite, corse dalla bimba, la prese sulle ginocchia, la
baciò e ribaciò, le disse che domani sarebbe venuta la nonna... Non se
la ricordava la nonna Valeria, che la faceva giocar l'estate scorsa a
Belgirate, sul lago... dove c'era il piccolo battello con la
banderuola azzurra, e c'era -Cinci-, il cane dell'ortolano....?
---Bau-, -bau---fece la piccina.
Sicuro, -bau-, -bau-... Ma adesso bisognava accoglier bene la nonna
che si moveva apposta per abbracciar la sua bimbetta, e chi sa che
belle cose le avrebbe portate da Venezia....
--Nonna--ripetè Bebè, senza entusiasmo, e piuttosto perch'era avvezza
a sentirla nominare che perchè ne conservasse, dopo un anno,
l'immagine chiara e distinta.
Diana invece pensava con infinita tenerezza, con riconoscenza infinita
alla sua mamma che cercava un conforto al proprio dolore venendo a
star qualche tempo con lei; ne magnificava in cuor suo la bontà
operosa, lo spirito equilibrato, il consiglio sicuro... Ah com'era
provvidenziale questo arrivo della mamma, in questo momento, come
avrebbe potuto giovare anche a Bebè!... E il povero zio Gustavo, chi
sa se si sarebbe trattenuto almeno un pajo di giorni a Torino?... A
ogni modo, col solo venirci, egli mostrava di volersi riconciliare
appieno con lei... Ah sì, sì; troppo era stato penoso, troppo a lungo
era durato il dissidio, troppo era triste che occorresse una sventura
per porvi termine.
Nella sua impazienza di far giungere a' suoi cari una parola
d'affetto, Diana buttò giù due righe di telegramma alla signora
Valeria:
-Profondamente commossa, vi aspetto a braccia aperte.-
E firmava. Ma non le parve d'aver detto a bastanza, ed aggiunse: -I
vostri lutti sono i miei lutti. Dì allo zio Gustavo che soffro con
lui.-
--Al telegrafo, subito, con questo dispaccio--ell'ordinò alla Luisa.
--Signora--obbiettò la cameriera che adempiva anche agli uffici di
cuoca;--com'è possibile?... Ho l'arrosto... Se andasse l'Irene?
--No, non mi piace che l'Irene esca sola di casa a quest'ora.
--Non è poi una Venere--rispose, alquanto piccata, la cameriera,--e
non credo che gli uomini debbano correr dietro più a lei che a
un'altra.
--Tss, tss!--fece Diana.--Tornate pure in cucina, e mandate qui
l'Irene.
La Luisa rimase un istante perplessa, divisa fra il pensiero
dell'arrosto e gli stimoli della nativa petulanza; indi l'arrosto
prevalse ed ella si ritirò in dignitoso silenzio.
--Scendi in portineria--disse la Varedo all'Irene--e prega in mio nome
il portinaio o sua moglie d'impostare immediatamente questo
telegramma.
La bambinaia tentennò la testa.--Ho paura che non ci sia nessuno di
disponibile... Gasparo è fuori senza dubbio, e la moglie ha i suoi
reumi e non è in grado di muoversi... Se vuole, vado io.
--Quando non ci sia altri, per forza...
--Ha furia?
--Un telegramma, s'intende... Perchè?
--Perchè, se non aveva una gran furia, sarebbe capitato il professor
Bardelli...
--Non viene oggi Bardelli--interruppe precipitosamente Diana,
imporporandosi in viso.--Vai tu allora... Va e torna... Ecco il
danaro...
--E ce la darà lei la pappa a Bebè?
--Ce la darò io... Va, va.
Seduta sopra un tappeto, con un simulacro di bambola (erano i miseri
avanzi della bambola che lo zio Gustavo le aveva spedita a Roma pel
suo dì natalizio) Bebè si era mantenuta tranquilla, assorta nella
grave occupazione di strappar gli ultimi quattro capelli all'infelice
pupattola. Ridotta ch'ebbe costei nello stato di assoluta calvizie, la
prese uno de' suoi accessi d'inquietudine accorata, e voleva l'Irene e
voleva Bardelli, e piangeva, piangeva di quel pianto irrefrenabile
ch'è proprio dei bambini gracili e malaticci.
--Oh, Signore, Signore, non vedrò più la mia Bebè d'una
volta?--esclamava Diana dopo aver tentato inutilmente con celie, con
fiabe, con baci e sorrisi e carezze di rasserenare quella piccola
fronte.
Nella notte insonne che seguì la tempestosa giornata Diana non riuscì
a staccar la mente dall'Adelaide Nocera.--«Domani ci sono i
funerali»--le aveva scritto sua madre, e Diana evocava con la fantasia
la chiesa affollata, le armonie solenni dell'organo, il fumo degli
incensi, la luce gialla dei ceri, la bara coperta di fiori... Ma ormai
la chiesa era deserta, e muto l'organo, e spenti i ceri, e dissipati
gli incensi... Ormai l'Adelaide era sepolta, forse, amara ironia,
accanto al marito ch'ella non aveva potuto soffrire, e le ghirlande
appassivano sul tumulo recente nella triste isola di San Michele.
Del resto, non era ella stata felice? Non aveva attraversato la vita
come in una striscia di sole, nel calore degli sguardi accesi ed
intenti, nella musica delle parole dolci ed appassionate? Non aveva
conservato oltre i limiti ordinari del tempo il bene supremo della
giovinezza? Non aveva avuto al suo capezzale fino all'ultimo l'uomo
nobile, integro che l'aveva tanto amata, che l'amava tanto?... Perchè
dunque commiserarla? Che poteva ella sperare di più vivendo altri
dieci, altri venti, o trent'anni?... Le gioie d'un esistenza
casalinga, d'un tramonto placido e sereno?... Ma s'ella non era nata
per gustar quelle gioie, per apprezzar la quiete di quel tramonto? Se
avesse ripreso le sue abitudini leggere, se a dispetto dell'età avesse
voluto essere ancora una donna galante, se avesse reso ridicola sè
stessa, ridicolo il nuovo marito?... Ah in tal caso meglio per lei,
meglio per lo zio Gustavo che fosse morta!
Vani discorsi! Intanto lo zio spargeva sulla tomba dell'Adelaide
Nocera assai più lacrime di quelle che non avrebbe sparse Alberto
sulla moglie e sulla figliuola se le avesse perdute entrambe in un
giorno. O che Alberto si curava di loro, laggiù alla capitale, in
mezzo agli intrighi parlamentari, in mezzo ai preparativi della grande
battaglia per rovesciare il Ministero abborrito?
Ricondotta insensibilmente a meditar sulle proprie miserie, Diana
tornava col pensiero alla dichiarazione di Bardelli, allo strappo
irreparabile che n'era seguito, al vuoto che la mancanza di
quell'amico fedele lasciava nella casa. E le spuntava una strana
domanda sul labbro:--Come si sarebbe regolata in una contingenza
simile l'Adelaide Nocera?
XIX.
Per un calice.
La mattina dopo, Diana, uscita di casa sola per far qualche spesa,
trovò a pochi passi dalla sua porta cinque o sei individui che, fermi
sul marciapiede, parevano discutere animatamente. Mentre essi si
ristringevano per farle posto ella colse una frase:--Peccato! Era un
fior di galantuomo.
Proseguendo nel suo cammino, s'imbattè in due popolane una delle quali
diceva all'altra:
--Non c'è più timor di Dio. Ecco perchè succedono ogni momento di
queste brutte cose.
In fine, nello sboccare in Piazza Castello, la Varedo udì queste
parole che un fiaccheraio, dall'alto del suo cassetto, slanciava a un
compagno:--S'è avvelenato col cianuro di potassio.
Dunque si trattava d'un suicidio accaduto da poco, e se tutti quanti
ne discorrevano doveva trattarsi del suicidio di persona ben nota. Chi
era mai?
In preda a una vaga inquietudine, Diana girò gli occhi intorno in
cerca d'un conoscente a cui chieder notizie. Non ne vide alcuno, non
osò interrogare gli estranei, e tirò innanzi voltando dalla parte dei
portici di Po.
Ma, inconsciamente, ella s'era avvicinata al luogo della catastrofe, e
notò subito un fermarsi e sciogliersi di capannelli sotto le arcate,
sulla soglia dei negozi, e un affrettarsi di curiosi verso un punto
ove molta gente era già agglomerata e ove sulla massa confusa di teste
spiccava un pennacchio di carabiniere.
--Povero Bardelli!--esclamò qualcheduno.
Diana credette che le mancasse il terreno sotto i piedi. Bardelli!
Avevano proprio detto Bardelli?
E forse non si sarebbe potuta reggere senza l'aiuto del professore
Sali, della facoltà di lettere, che passava in quel momento, avviato
all'Università.
--Signora Varedo--egli disse offrendole il braccio,--non stia in
questa baraonda....
La tirò fuori della folla e fattala entrare nel Caffè di Parigi ordinò
al tavoleggiante di portarle un bicchierino di cognac.
--Certe cose producono una penosa impressione a tutti--egli
soggiunse.--Figuriamoci poi a loro signore che sono più delicate.
Finalmente Diana potè articolar la domanda tanto naturale che non le
voleva uscir dal labbro.
--Ma scusi, professore... quale dei Bardelli è?
--Come? Non lo sa?--replicò il Sali con accento di meraviglia.--È
l'orefice... Il nome non lo ricordo...
--Ah!... È l'orefice?--ripetè Diana. E un po' di sangue tornò sulle
sue guance scolorite, e la sua fisonomia contratta andò a grado a
grado ricomponendosi.
Così è. Quando a un male temuto se ne sostituisce un altro che sia o
ci appaja minore, noi sulle prime non proviamo che un senso di
liberazione; lieti che una determinata cosa non sia avvenuta, ci
accorgeremo solo più tardi della gravità di quella che avviene in sua
vece.
Diana, pur dianzi, a udir pronunciato il nome di Bardelli, era corsa
immediatamente col pensiero ad Eugenio, e non dubitando che il suicida
fosse lui aveva creduto scoprire un'intima connessione fra questa
tragedia e la scena di ieri. Per colpa di lei dunque quell'uomo s'era
tolto la vita? Ed ella avrebbe sempre quel rimorso nel cuore, avrebbe
sempre quell'immagine negli occhi!
Ora l'incubo tremendo l'era levato di dosso... Non era Eugenio, era
Girolamo...
E il professor Sali riferiva a Diana ciò ch'egli aveva raccolto sul
triste avvenimento.
Girolamo Bardelli s'era recato quella mattina per tempissimo nella sua
bottega (appunto la bottega sotto i Portici, a guardia della quale
stavano adesso i carabinieri) e vi si era chiuso dentro col suo
garzone apprendista per finire un'opera di cesello che gli premeva.
Arrivati alle sette i lavoranti, egli s'era ritirato nella
retrobottega a scrivere una lettera a suo fratello Eugenio che poi
aveva consegnata al ragazzo con l'incarico di recapitarla. Verso le
otto, uno dei giovani gli aveva chiesto se dovesse aprir la bottega ed
egli aveva risposto che aprisse pure. Di lì a qualche minuto s'intese
un tonfo ed un rantolo. Gli accorsi al rumore non trovarono che un
cadavere. Una boccettina di cianuro di potassio era, vuota, sul
tavolino.
Con un gesto di ribrezzo, Diana accennò a volersi alzare.
--Tornerei a casa--ella balbettò.
--L'accompagno io, diamine--disse il professore.--Ma è meglio
aspettare ancora... è meglio che si rinfranchi di più... E poi...
Di fuori s'udiva il sordo mormorio ch'è proprio della folla la quale
speri d'esser finalmente ricompensata d'una lunga attesa.
--Lo portano via--sussurrò uno dei camerieri.
Lo portavano via in fatti, dopo le constatazioni di legge, sopra una
barella dell'ospedale; ma dal caffè non si vedeva nulla, non si vedeva
che la schiena dei curiosi assiepati sotto le arcate e guardanti verso
la strada.
Passato che fu il triste corteo, la gente si disperse alquanto delusa.
Un signore di complessione apoplettica brontolò, asciugandosi i
sudori, e con l'aria d'un cittadino leso ne' suoi diritti:--Non valeva
la pena di prendersi il sole in faccia per così poco.
Diana si levò in piedi.--È finito, sembra. Grazie di tutto,
professore... Posso benissimo andar sola.
--Nemmeno per sogno--protestò Sali.--Non la lascio che sul
pianerottolo del suo appartamento... Desidera che chiami un -fiacre-?
--No... È qui presso... Preferisco camminare. E poich'ella vuole a
ogni costo accompagnarmi....
--Questo s'intende... S'appoggi, s'appoggi.
--Che colpo per la vecchia Bardelli!--sospirò Diana quando fu
all'aperto.
--La conosce?
--Sì.
--E il fratello del defunto, quello ch'era assistente di suo marito,
viene sempre in casa sua?
Diana fece un segno affermativo col capo. Non poteva, non voleva dire
che avrebbe cessato di venirci.
--Ma!--soggiunse il Sali.--Attribuiscono questo suicidio a dispiaceri
coi fratelli...
--Non però con Eugenio--interruppe vivamente la Varedo.
--Appunto... Dev'esser con l'altro... lo scultore... un cervello
balzano... che ha fatto un certo matrimonio... Ah, le donne!... Che
parte hanno nella nostra vita... in bene e in male!... E chi sa che
anche nel suicidio di questo disgraziato non c'entri una donna?...
Dicono ch'egli avrebbe voluto sposare una vedova, e ch'era stato
costretto a rinunziarci in causa delle mignatte che gli succhiavano il
sangue... Non ha sentito?
--Sarà... Non ricordo...
---Cherchez la femme-, -cherchez la femme-, hanno ben ragione i
Francesi.
Il professore Sali, da quel dotto uomo ch'egli era, s'avventurò in una
disgressione sull'influenza della donna attraverso i tempi. Diana lo
ascoltava appena, di null'altro desiderosa che di arrivare a casa, e,
poichè la strada era breve, ci arrivò prima che il suo interlocutore
avesse oltrepassato la guerra di Troia.
Ma nemmeno a casa ebbe pace. Quanto più ci pensava tanto più le pareva
grave, irreparabile la sventura che aveva colpito i Bardelli. Il
momentaneo sollievo da lei provato apprendendo che il suicida era
Girolamo e non Eugenio ora quasi svaniva dinanzi alla considerazione
che la morte del primo aveva, per la madre, conseguenze infinitamente
maggiori. E forse per lo stesso Eugenio, il cui destino era d'esser
soverchiato dai violenti e dai furbi, per lo stesso Eugenio sarebbe
stato meglio il morire che l'assistere allo sfacelo della famiglia...
Che se poi gli veniva lo scrupolo di non aver saputo con un po'
d'energia impedir la catastrofe, quale strazio doveva essere il
suo!... E a quelle anime buone, a quella madre, a quel figliuolo che
si sarebbero fatti a pezzi per lei, ella, Diana, in un'occasione
simile, non avrebbe mandato, non avrebbe portato una parola di
conforto? Portarla? Andar dunque dai Bardelli, incontrarsi con
Eugenio, dopo la scena di ieri? scrivere invece?... Scrivere una delle
solite lettere di condoglianza, accozzar le solite frasi contorte che
non dicono nulla, mentre si può dir tanto con una stretta di mano, con
una lacrima? E scrivere a chi? Alla signora Marianna? O che quei
poveri occhi logorati dal piangere sarebbero stati in grado di
decifrare una sillaba?... E se scriveva ad Eugenio come avrebb'ella
potuto fingere che niente fosse accaduto fra loro? O come avrebbe
potuto alludervi in una lettera non certo destinata a rimanere
segreta?
Nella dirittura della sua mente, Diana prese il partito migliore, e
nel pomeriggio, coricata Bebè che ogni giorno era messa a dormire un
paio di orette, si recò in persona dai Bardelli.
Una vicina che la riconobbe in portineria la precedette per le scale,
annunziò il suo arrivo, gettò lo scompiglio nelle donnicciuole che
attorniavano la signora Marianna, pose in fuga Eugenio ch'era
anch'egli presso la madre.
Questa volle alzarsi in piedi a ogni costo, raggiustò con un movimento
istintivo la cuffia che ricadeva per indietro lasciando a nudo il suo
cranio pelato, e sorretta da un'amica fece due passi verso la
visitatrice e le si abbandonò fra le braccia singhiozzando.
Era un'ombra, una larva; così bianca come se le sue vene avessero dato
tutto il loro sangue.
--Oh signora Varedo--ella gemeva,--che disgrazia, che disgrazia!... Ma
dov'è Eugenio?... Era qui or ora. Credevo che le fosse venuto
incontro...
E interrogava con gli occhi le femminette che s'eran tirate in
disparte.
Una di esse mostrò l'uscio a sinistra.--È andato di là.
--Ma che venga dunque--ripigliò la Bardelli con la sua voce
fioca.--Deve aver capito male... Quando saprà chi è... Chiamatelo,
chiamatelo.
--Forse avrà da fare--disse Diana Varedo.--Non lo disturbino.
La signora Marianna s'ostinava.--No, no, lui stesso non mi
perdonerebbe se non lo chiamassi... E poi è lui che ha la lettera...
la lettera terribile... Vedrà, signora Diana, vedrà...
S'era rimessa a sedere, teneva, parlando, nelle sue mani la mano della
Varedo, di tratto in tratto un tic nervoso le scomponeva la faccia...
--È stato per quel calice... Oh, se il mio povero marito avesse potuto
immaginare?... Ma Eugenio le dirà meglio... Ah, eccolo che viene...
Eugenio Bardelli apparve sulla soglia. C'era tanto dolore nel suo
volto, c'era tanta trepidazione e tanto sgomento che Diana cedette
senz'altro all'impulso del suo animo buono, e svincolatasi con
dolcezza dalla madre si avvicinò con la destra tesa al figliuolo.
--Coraggio, Bardelli!
Egli quasi non credeva a se stesso. Gli perdonava ella dunque? Era
disposta a dimenticare?
Egli rimase perplesso un istante; quindi prese la mano pietosa che gli
si offriva e la portò alle labbra. La mano baciata era quella di ieri;
era quella di ieri la bocca baciante; ma come diverso era il bacio!
Non più caldo e fremente di passione repressa, ma discreto, ma
rispettoso, ma timido... Diana sentì che tutto era finito.
--Coraggio!--ella ripetè.--Pensi alla sua mamma.
La vecchia Bardelli si voltò verso il figlio.--Dalle la lettera.
Eugenio esitava.--Perchè funestarla?
Ma l'altra insistette.--Oh la signora Diana è come una di famiglia...
La signora Diana ci perdona... Lo sa che veniva in mezzo alle
tristezze... Voglio che la veda quella lettera... lei che conosceva il
mio Girolamo, che lo apprezzava... non è vero?
--Molto, molto--assentì Diana.
--Era più giusta di noi con quella santa creatura... che non ha fatto
che del bene nella sua vita... e che anche morendo non ha una parola
d'astio per nessuno--seguitava la signora Marianna logorata dall'ahi
tardo rimorso di aver disconosciuto quel modello di figlio, di
fratello, di artista.
Appoggiata ai bracciuoli della sedia, ella si chinava verso Diana che
stava scorrendo la lettera consegnatale da Eugenio.
--Legga ad alta voce, signora Diana... se non le dispiace--supplicò la
Bardelli.--Io non posso... non posso vederci...
Bella invero e toccante, nella sua semplicità, era la lettera di
Girolamo.--«Fin che ho creduto d'esser utile--egli scriveva--ho
lavorato serenamente, ho serenamente vissuto con voi e per voi. Ora la
mia testa è confusa, ora dubito, vivendo, di far più male che bene.
Forse Paolo ha ragione, forse io ho usurpato diritti che non avevo, e
sarebbe stato meglio per tutti di far delle divisioni nette sin dal
principio. A ogni modo vi giuro, e tu, Eugenio, puoi assicurarne la
mamma e il fratello, che alla resa dei conti e alle divisioni mi sarei
prestato anche adesso se non ci fosse stato di mezzo quel calice che
per sè solo rappresenta due terzi del nostro piccolo patrimonio e di
cui per conseguenza bisognava privarsi. Non sapevo adattarmi all'idea
che quel prezioso oggetto d'arte, quel gioiello del nostro
Rinascimento, andasse in mano d'estranei, fuori d'Italia ove vanno
tante cose nostre... Regalarlo al Museo era una pazzia, lo capisco...
oltre che io non potevo regalare ciò che non apparteneva a me solo...
e non dò colpa a Paolo s'è ricorso alle vie legali per impedirmelo...
Ma a Paolo e a te, Eugenio mio, raccomando di tentare almeno che il
compratore, se pur non vuol essere il Governo o uno dei nostri Musei,
sia un Italiano. Ce ne sono ancora dei ricchi in Italia, i quali non
dovrebbero permettere questa continua spogliazione del loro paese.
«Non lascio un centesimo di debiti. Nella cassaforte troverete 450
lire in biglietti di banca, un libretto della Cassa di risparmio con
1148 lire, e una cartella di duecento lire di Rendita. I pochi crediti
sono registrati in un quaderno che c'è nella scrivania. Un altro
libro, chiuso nella scrivania anch'esso, contiene l'inventario fatto
in Gennaio. Le variazioni avvenute poi le desumerete dallo sfogliazzo
che vi mostrerà Giovanni, il mio lavorante anziano.
«Di lui potete fidarvi come di me stesso. E con lui non vi sarà
difficile intendervi per l'andamento della bottega. È buono, bravo,
onesto allo scrupolo, vi farà patti convenienti.
«E ora un abbraccio a tutti. A te cara mamma, che mi perdonerai
d'abbandonarti nella tua vecchiaia, a te, Eugenio mio, che diventi il
capo della casa e che spero avrai presto la cattedra di Università che
ti meriti; e anche a te, Paolo, a cui non serbo rancore, a cui auguro
gloria e fortuna.
«Addio, addio, e rammentate con affetto e con indulgenza,
Il vostro
GIROLAMO».
Due volte Diana, profondamente commossa, aveva dovuto interrompere la
lettura di questa lettera; due volte le preghiere insistenti della
Bardelli l'avevano costretta a riprenderla.
Quando la sua voce malferma si fu spenta sulle ultime righe, la
signora Marianna ebbe un nuovo accesso di disperazione. E fra pianti e
singhiozzi incolpava sè del suicidio del figliuolo... Lei, lei era
stata la vera causa, non Paolo che aveva ceduto ai cattivi consigli,
ch'era esacerbato dalle ingiustizie del mondo e aveva la grande scusa
del bisogno... Lei, lei che era la madre, che avrebbe avuto l'obbligo
di ricordare i sacrifizi fatti da Girolamo per la famiglia, la sua
bontà da bambino in su, la sua delicatezza, la sua pazienza
infinita... Non una parola acerba mai, nemmeno se lo si rimproverava a
torto; non un'osservazione amara, neppure durante la dolorosa
questione nella quale ella gli si era messa risolutamente contro...
Solo ieri, dopo una breve disputa in cui ella non aveva saputo tenere
in freno quella sua maledetta lingua, egli, carezzandola, le aveva
detto con dolcezza:--No, mamma, tu non dovresti parlarmi in questo
modo.--Così si erano separati. Ella non lo aveva più visto... ella non
lo rivedrebbe più... neanche morto... perchè lo avevano trasportato
all'Ospedale e a lei non permettevano di andarci... C'era Paolo a
levar la maschera... per scolpir poi il busto... Ecco quello che le
sarebbe rimasto del suo Girolamo!...
Diana si strappò a fatica a quella scena straziante promettendo di
tornar presto.
Timido, peritoso, Eugenio Bardelli la seguì sul pianerottolo. Non
osava alzar gli occhi verso di lei, non osava formular la domanda che
meglio avrebbe espresso il suo pensiero:--Mi ha perdonato?
Chiese invece, e gli parve una grande audacia:--Come sta Bebè?
--Così... Non come vorrei--sospirò Diana. E soggiunse:--Quando sarà
più tranquillo, venga a vederla.
La fisonomia contraffatta del giovine professore si trasfigurò per un
istante; per un istante egli scordò le sue pene, la tragedia
domestica, le angustie dell'avvenire... Ella gli riapriva la sua
porta, ella consentiva a gettare un velo d'oblìo sul passato...
--Grazie, grazie...
E Bardelli avrebbe voluto accompagnar Diana almeno fin giù delle
scale, manifestarle la sua immensa gratitudine.
Ella lo fermò con un gesto.--No... La sua mamma l'aspetta.
Non gli lasciò tempo di replicare e si dileguò, rapidissima.
Ma, nel frastuono della strada, il vigore fittizio che l'aveva
sostenuta fino allora l'abbandonò ad un tratto per dar luogo ad un
senso di smarrimento e di prostrazione, ed ella si affrettò ad
accettare l'offerta d'un fiaccheraio che, agitando la frusta e
rallentando la corsa, le passò vicino con la sua vettura.
A casa, a casa! Già troppe ore n'era stata lontana in quel giorno,
troppe ore era stata lontana dalla sua bambina... E quante emozioni da
ieri in poi! E che soffio di tempesta aveva traversato la sua vita
uguale, opaca, monotona!
Era la Provvidenza che aveva inspirato alla sua mamma di accorrer da
lei in questo momento! Cara mamma! Care braccia amorose sempre pronte
ad aprirsi! Caro porto sicuro ove le procelle si quietano!
Diana guardò l'orologio. Erano quasi le 4, e la corsa sarebbe arrivata
poco dopo le 7.
XX.
Fra due doveri.
--Non è solo?--chiese Alberto Varedo al servo dell'onorevole San
Giustino che lo precedeva per annunziarlo.
Il San Giustino abitava in un piccolo quartiere al secondo piano in
corso Vittorio Emanuele.
--Nossignore--rispose il domestico.--C'è con lui l'onorevole Zonnini
con quel giornalista... Fraschetti, credo sia il direttore della -Rupe
Tarpea-.
--Ah, Fraschelli?
--Appunto.
--Che seccatura!--pensò Varedo che avrebbe preferito discorrere a tu
per tu col futuro ministro. Pur dissimulò la sua noia ed entrò nel
salotto ov'erano riuniti i tre amici politici. Il direttore della
-Rupe Tarpea- era sempre l'amico politico degli uomini in auge.
--Che buon vento?--disse San Giustino.
S'erano lasciati da due sole ore, dopo un lungo colloquio in una delle
sale di Montecitorio.
--Non è un buon vento, pur troppo--replicò Varedo.
--Oh, oh!... Qualche cattiva notizia di casa vostra?... La bambina s'è
aggravata?
I conoscenti di Alberto sapevano che la sua figliuola era inferma.
--Mi arriva questo telegramma. Leggete.
E il professore consegnò a San Giustino un dispaccio di poche
parole:---Condizioni peggiorate. Giraldi inquieto. Parti subito.
Diana.-
--Però la vostra signora è apprensiva?--soggiunse San Giustino,
restituendo il foglio.
--In quanto a questo sì... Non per sè, ma per la bimba... Apprensiva
al massimo grado.
--E allora è probabile che esageri--osservò Zonnini.
E Fraschelli, tanto per dir qualche cosa, spifferò questa sentenza
peregrina:--Quando si tratta dei loro figliuoli le mamme esagerano
sempre.
Alberto Varedo tentennò il capo.
--Vorrei che fosse così anche questa volta... ma perchè mia moglie mi
avrebbe telegrafato proprio stasera sapendo che avrei da parlare
domani alla Camera?... Perchè, se non ci fosse un'urgenza?
--Le donne, caro amico--ripigliò San Giustino,--certi riguardi non li
capiscono... Io ho avuto la disgrazia di perder la mia ancora giovane
e la ricordo e la rimpiango... Credo tuttavia che con lei la mia
carriera politica sarebbe stata troncata a mezzo... Quello che mi ha
tempestato di lettere e di dispacci una volta che la nostra
primogenita ammalò di morbillo! Pareva che una catastrofe fosse
imminente... Io ebbi la debolezza di darle retta; abbandonai la
capitale, piantai in asso il Parlamento, gli uffici, due commissioni
che dovevo presiedere, corsi in Toscana nella nostra villa e trovai la
mia figliuola già in piedi... ciò che non toglie che la mia signora
consorte mi strapazzasse come un cane perchè non ero arrivato prima...
Ell'aveva una scusa, ell'era sola, in una campagna fuori di mano...
Vostra moglie invece è in una grande città, ha compagnia...
--Ha sua madre e suo zio... Ho pregato apposta mia suocera di andar a
Torino.
--Vedete bene!--soggiunse il vedovo rassegnato con un accento che
suonava amaro rimprovero all'egoismo di Diana Varedo.--Vedete bene!...
A ogni modo, non è possibile che partiate subito.
--Veramente quest'era la mia intenzione...
--Di partir subito? Stasera?... Se non c'è una corsa?
--Per la Maremmana è tardi, lo so... Quando è capitato il
telegramma... forse, con un buon cavallo, volando, sarei potuto
giungere in tempo alla stazione... Forse... non ne son neanche
sicuro... E poi come partirei senza che ci fossimo scambiati due
parole?... Adesso potrei prendere la via di Bologna.
--Parte alle 23,10--notò Zonnini.
--Siete matto?--esclamò San Giustino.--Una corsa eterna che sarebbe a
Torino domani alle sette pomeridiane... Via, non ci pensate nemmeno...
meno... Partirete domani sera... Anche se non ci sarà stato il voto...
pazienza... Avrete fatto il vostro discorso, svolto il vostro ordine
del giorno... Se no, chi lo svolge?... Voi, Zonnini, siete il secondo
firmato... Toccherebbe a voi...
L'idea di dare il gambetto al suo carissimo amico non era lungi dal
sorridere al buon Zonnini; però egli fece il modesto e il ritroso.
--Per carità, allontanate da me questo calice... Non si renderebbe un
servizio al partito... Io non ho l'eloquenza di Varedo... Certo che se
fosse assolutamente necessario, mi sacrificherei... Ma sarebbe una
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