concorso?
--Pare che il Ministero si deciderà ad aprirne uno a Bologna--disse
Eugenio Bardelli.
--Non c'è dubbio--ripigliò la signora Marianna con l'usato
ottimismo--non c'è dubbio che il professore favorirà la tua nomina...
È una specie d'obbligo morale per lui... Io però farei qualche cosa di
più... Io senza perder tempo andrei a visitare la signora Diana, ch'è
in villeggiatura sul Lago Maggiore fra Stresa e Belgirate, e la
pregherei di patrocinar la mia causa... Quella è un angelo...
--Oh sì, sì--esclamò Eugenio con enfasi.--E m'ha anche invitato ad
andarla a trovare... Gli è che non vorrei cascare in un giorno che ci
fosse il professore.
--Perchè? Se ci fosse, meglio. Vi spieghereste a voce. Ma già ora è a
Roma... E poi ci s'informa.
Non ci volle molto a persuadere Eugenio Bardelli dell'opportunità di
questa visita. Più ancora che del posto perduto egli si crucciava
all'idea di non poter frequentare la casa Varedo con la solita
intimità, e gli pareva mill'anni di assicurare la signora Diana che i
suoi sentimenti per la famiglia erano inalterati, e che, assistente o
no, egli era sempre al servizio di lei, del professore e di Bebè.
Adesso la loquace signora Bardelli venne al nocciolo della questione.
Se Eugenio non aveva il posto, naturalmente egli non riscuoteva
neanche lo stipendio.
L'orefice capì a volo.--Quant'era?
--Una miseria. Cento lire al mese--replicò la madre.--Ma gli bastano
pel suo vestito, per i suoi libri, pe' suoi minuti piaceri... Un
giovinotto non può star senza un centesimo in tasca... Se davo retta a
lui, non te ne parlavo...
--No, proprio--disse Eugenio mortificato. Tu hai tutto il carico della
casa sulle spalle.
Girolamo sorrise con bontà.--Non pensare a questo, oggi.... Tu avrai
col tempo la tua brava cattedra e sarai indipendente. Frattanto per
quel che occorre, son qua io.
Mentre Eugenio, commosso, si profondeva in ringraziamenti e la madre
tributava i dovuti elogi alla bontà del suo primogenito sempre
disposto ad aiutare i fratelli, Girolamo faceva tra sè e sè alcune
giudiziose considerazioni.--Già io non ho inclinazione pel matrimonio,
ma se pur ne avessi, sfido io a prender moglie fin che questi
benedetti ragazzi non siano sistemati.... E la signora Merlini non
capisce la ragione per cui certi uomini vivono scapoli.... Gliela
spiegherò io la ragione, stasera, al Valentino.
--Girolamo!--riprese con qualche esitanza la signora Marianna.
Egli si scosse e credendo ch'ella volesse andarsene disse
pronto:--Eccomi qua. Vi faccio uscire per la porticina.... Io rimango
un paio d'orette sinchè ho finito un lavoro.
La signora Bardelli, impacciata contro il suo solito, accennò
negativamente col capo.
--No.... Abbi pazienza... Dovrei dirti ancora qualche cosa....
--Oh Dio!... Altre disgrazie?
E l'orefice interrogò con lo sguardo Eugenio che teneva gli occhi
fissi al suolo.
La madre intervenne pronta.--No, no, lui non c'entra.
--Paolo allora!... Ha da gettare dei nuovi quattrini nei suoi progetti
colossali?
--Oh Girolamo--saltò su la vecchia signora in tuon di rimprovero.--Tu
pure diffidi del genio di Paolo?... E sì che presto o tardi quello
farà strabiliare il mondo.
Girolamo mise un sospirone.--Aspetta cavallo che l'erba cresca.
--Oh--ella seguitò con amarezza,--lo sa il povero Paolo, lo sa, che i
primi a dubitare di lui sono i suoi fratelli... Meno male Eugenio che
non ha l'obbligo d'intendersene d'arte. Ma tu...
--Io, mamma--rispose Girolamo--non son che un povero manuale
innamorato degli antichi... L'arte moderna non la comprendo, ciò che
non vuol dire ch'io non apprezzi l'ingegno di Paolo e che non gli
auguri i maggiori trionfi.... Sentiamo, via, mamma, che cos'ha Paolo?
Non hanno accettato il suo bozzetto a Monaco?
--Oh sì--ribattè la signora Marianna agitando furiosamente il
ventaglio--vorrei vedere che non glielo avessero accettato... Il
bozzetto non lo ha spedito lui all'ultimo momento perchè non finiva di
piacergli... È coscienzioso, Paolo... Ma non si tratta di questo.
--Di che si tratta dunque?
--Ecco--principiò la vecchietta, e non c'era verso che trovasse la sua
parlantina--ecco.... tu conosci la Gegia, quella che ha servito di
modella a tuo fratello per la sua magnifica baccante?....
--Sì, la conosco di vista... Gira sempre sotto i portici.
--Girava.... Ora non più.
--Insomma--chiese Girolamo inquietissimo--che significa questo
preambolo?
--Se ti riscaldi... disse la madre.
--No, sono calmo... Ma vorrei sapere...
--Or ora... Ecco... da circa un mese la Gegia vive con Paolo...
--È per questo ch'egli dorme nello studio, con la scusa d'esser pronto
la mattina a lavorare?... E tu, mamma, eri a parte del segreto?
La signora Marianna si mise una mano al cuore.--Giuro che fino a oggi
ero all'oscuro di tutto.
--Tu almeno Eugenio, sarai stato nelle confidenze...
--Io?... Neanche per sogno...
--Ma, in conclusione, se ha taciuto prima perchè parla adesso? Che
c'entriamo noi con le sue sudicerie?... Gli artisti, pur troppo, in
tutti i tempi hanno avuto di queste debolezze, ma è inutile che
vengano a raccontarle in famiglia.... Pensi piuttosto a sbarazzarsene
della sua Gegia, che già non avrà mica lo scrupolo di averla
compromessa... O che si compromettono quelle donne?... Ah, spero di
aver indovinato... Paolo ha bisogno di qualche centinaio di lire per
liberarsi... Quanto, via...?... Glieli presterò io i denari... Me li
restituirà con comodo... e se potrà... dopo la prima commissione...
Sempre più confusa, la signora Bardelli si guardava attentamente le
unghie, tentennando la testa.
Girolamo perdette la pazienza.--Non è questo?... In nome di Dio, che
cosa è?
La signora Marianna si decise a spifferar la verità intera.--È... è...
che sembra vi siano delle conseguenze.
Vedendo che il figliuolo sgranava gli occhi, ella soggiunse
timidamente:--Sembra... non si è ancora sicuri... magari non fosse!...
--E se fosse?--gridò l'orefice.
--Se fosse--rispose la madre--pensa quel che faresti tu.
--Ha intenzione di sposarla? Di sposar la Gegia?
--Mettiti nei suoi panni...
--Ah no, mamma--proruppe Girolamo, e la sua faccia ingiallita fuori
dell'aria e del sole si colorava rapidamente e i suoi occhi smorti
mandavano lampi--no ch'io non posso mettermi nei panni di mio
fratello, perchè io non sarei stato tanto minchione da convivere con
una baldracca a rischio ch'ella mi affibbiasse un figliuolo non mio...
--Oh Girolamo! Ma se tu avessi invece l'intima persuasione d'esser il
padre?...
--Con la Gegia?... Figurati se l'avrei!... Se l'avessi?... Non so...
forse riconoscerei la creatura, povero innocente, ma non farei certo
la pazzia di sposare la madre... E in ogni caso, qualunque sproposito
io commettessi, vorrei subirne io tutta la responsabilità e tutta la
vergogna... Non proporrei alla mia mamma di accettar per nuora una
Gegia; non domanderei a un fratello che lavora e suda da mattina a
sera di far nuovi sacrifici per mantenere oltre a me anche la mia
rispettabile consorte e il bimbo di cui mi fosse piaciuto assumere la
paternità... Perchè--continuò Girolamo Bardelli animandosi sempre
più--tutti i salmi finiscono in gloria, e se si ricorre a me non è per
domandar consigli (o che sono in grado di darne io dei consigli alla
gente ch'empirà l'Italia di capolavori?); è per aver quattrini.
--Ma Girolamo!--esclamò la signora Marianna congiungendo le palme. Non
aveva mai visto il suo primogenito così acceso in volto, non aveva mai
inteso da lui una simile sfuriata.
Egli s'accorse di aver passato il segno, si pentì d'aver tradito il
malanimo dell'artista coscienzioso, disinteressato, modesto verso il
sognatore spavaldo che vuol conquistare d'un sol colpo la gloria, e
chinandosi sulla madre ne' cui occhi luccicavano due lacrimette, la
baciò in fronte e le disse:--Perdona, mamma, qualche volta si perde la
testa.
--Oh, sei stato ingiusto, molto ingiusto con Paolo--ella replicò poco
opportunamente.
Ma l'orefice aveva ormai ricuperato il dominio di sè.--Paolo--egli
soggiunse con calma--io l'ho aiutato, io seguiterò ad aiutarlo in
tutto quanto si riferisce alla sua arte. Se non ha ancora avuto
fortuna, pazienza. La fortuna e il merito non sono l'identica cosa...
E se il suo ideale è diverso dal mio, non gliene faccio mica una
colpa... Questo diglielo pure; glielo avrei detto io s'egli non avesse
preferito d'incaricar te delle sue ambasciate... Ma circa al resto,
circa ai suoi progetti di matrimonio... di quel matrimonio... non
parlatemene più, chè tornerei ad andare in escandescenze.
Insistente per sua natura, e mortificata di non poter recare una
migliore risposta al suo figliuolo prediletto, la signora Marianna era
lì lì per replicare; ma Eugenio s'interpose.
--Basta per oggi, mamma... Ormai Girolamo sa quello che doveva
sapere... Egli è così buono che possiamo fidarci interamente di lui...
Non c'è pericolo ch'egli abbandoni nessuno della sua famiglia...
Girolamo protestò contro questo certificato di bontà che pareva un
certificato di debolezza.
--Buono, buono... Non tre volte però...
E avrebbe forse ribadito le sue prime dichiarazioni se gli sguardi
supplichevoli del fratello non lo avessero indotto a smettere.
--Adesso, mamma, vi apro la porticina--ripigliò Girolamo.
--Anche di festa lavori?--sospirò la signora Marianna.
---È necessario--egli disse. E dandole il braccio l'accompagnò fin
sulla soglia.
Quand'ebbe richiusa la porta dietro a sua madre e a suo fratello
Eugenio, egli s'avviò pian piano al suo banco, accese una lampada ad
alcool, e tirò fuori da un cassetto una catenella d'oro di cui
s'accinse a saldare le maglie con la stessa minuziosa sollecitudine
con cui avrebbe cesellato una coppa o sfaccettato un diamante.
Nella bottega chiusa giungevano gli echi del giorno festivo,
giungevano i canti dell'allegre brigate che andavano a passare il
pomeriggio in campagna. Per Girolamo Bardelli non c'era vacanza; a lui
non era lecito di bever un mezzo litro con gli amici; non gli era
lecito di far la corte alle ragazze e meno che mai di avere una bella
moglietta al suo fianco.... No, no, egli non si sarebbe recato quella
sera al Valentino in cerca della signora Merlini; che le avrebbe
detto? Che il suo dovere era di tirar la carretta per gli altri e di
restar scapolo tutta la vita... come forse il dovere di suo fratello
Paolo era quello di sposar la modella...?... Sono pur comiche le cose
di questo mondo!
XI.
Effusioni epistolari.
I fiocchi bianchi scendevano lenti, assidui, silenziosi. Era come se
una trina interminabile si svolgesse dal cielo verso la terra. Regnava
intorno la gran quiete dei giorni di neve, in cui ogni tono si smorza,
ogni eco si spegne, e perfin la voce umana sembra frenare i suoi
scatti.
Nella camera da letto, seduta a un tavolino, Diana scriveva,
interrompendosi di quando in quando per dare un'occhiata a Bebè che
dormiva tranquilla nella sua cuna, con le manine ingiunte sul petto e
i giocattoli sparsi sulle coperte.
Diana scriveva a sua madre.
--Non turbarti, mamma, se la mia lettera è triste. È una giornata
fatta apposta per metter uggia addosso. Nevica incessantemente da
stamattina, e chi sa per quanto nevicherà ancora... e siamo in
principio dell'inverno... Voi altri forse avrete la pioggia, lo
scirocco, l'alta marea... forse avrete il sole... Il nostro inverno
veneziano è molto più mite e comincia molto più tardi. Ad ogni modo,
se fossi accanto a te, nel tuo salottino, povera e cara mamma, come il
tempo mi volerebbe! Te ne ricordi, mamma, di quegli anni in cui t'ero
sempre attaccata alle gonnelle? Ti ricordi la rabbia di Miss Jeanne
perchè volevo star con lei il meno possibile, ti ricordi le tue
rampogne amorevoli per indurmi a esser più espansiva con
l'istitutrice? Son passati quegli anni... tutto passa.... E anche se
fossi rimasta con te sarei ora una vecchia zitella, malcontenta,
brontolona, inacidita come la Olga Duranti... Eppure, non so, mi
sembra che se fossi rimasta con te sarebbe stato meglio; mi pare che
ci si farebbe buona compagnia e ch'io sarei ormai rassegnata a non
maritarmi, ad avvizzire tranquillamente sul ramo come un frutto non
côlto... Si sta tanto bene sul ramo!... È vero che non avrei Bebè!
«Così, per conciliar tutto, mi basterebbe che fossero ancora i bei
giorni di Belgirate quando noi due, quasi sempre sole con Bebè, ci
godevamo in pace il magnifico lago... Non son corsi che quattro mesi e
mi pare un secolo, un secolo che non ti vedo mamma; come mi pare
un'eternità, a pensarci, il tempo che dovrò stare senza vederti.
«Ecco, mamma, lo sento, ti dò un dolore tenendo questo linguaggio. Sei
tanto buona che tu preferiresti, non già ch'io ti dimenticassi (son
cose da dirsi queste?) ma che ti desiderassi meno, che le mie lettere
non fossero che variazioni sopra un identico tema. Sono felice, sono
felice!... Io avrei ben l'obbligo di esser tale perchè il mio
matrimonio l'ho fatto io con quell'ostinazione ch'è una delle mie
prerogative!
«Comunque sia, dinanzi alle disgrazie vere che ci sono nel mondo, ho
torto a lagnarmi, e probabilmente lo -spleen- di oggi deriva dal cielo
grigio e dall'indisposizione di Bebè... Non te lo avevo detto ancora
che Bebè è indisposta, o, piuttosto, è stata indisposta? Ha avuto due
febbricciattole reumatiche di nessuna importanza, ma che mi avevano
messo in un orgasmo! Ora è senza febbre, ma la tengo a letto per
precauzione. Mentre scrivo, ella dorme tranquilla, e io, alzando gli
occhi dalla carta, vedo il suo visino affilato dalla breve malattia,
vedo le sue manine rosee che spiccano sulla coperta bianca... Caro,
caro angiolo! Se non avessi lei!... Com'è buona, com'è docile e
ubbidiente, come ha preso la medicina che le fu ordinata dal dottore,
una piccola dose di citrato e magnesia! Hai ragione tu, è una bimba
che non somiglia a nessun'altra.
«Alberto, per miracolo, è a Roma, e non sarà qui che verso Natale
quando la Camera andrà in vacanza. Ci scriviamo un giorno sì e un
giorno no; ma che lettere fredde! Io gli parlo di Bebè, egli appena mi
risponde e mi parla invece di politica; mi dà notizie del Ministero,
il suo incubo!... Non casca mai questo benedetto Ministero... o non
sanno farlo cascare. Due occasioni, secondo Alberto, due occasioni di
rovesciarlo si son perdute per irresolutezza, per accidia dei capi
dell'opposizione. Così Alberto se la prende anche coi suoi amici che
si mostrano impari alle circostanze.
«Io, qualche volta, tanto per farla finita, vorrei che succedesse
questa famosissima crisi e che vedessimo i successori alla prova. Per
farla finita, proprio per questo soltanto, non per fede ch'io abbia
negli uomini nuovi. Non l'ho più la fede. L'aveva nei primi mesi del
mio matrimonio, quando credevo che Alberto non vagheggiasse la
deputazione che per amore di patria, per sete di giustizia e di
verità. Oggi son convinta che quello a cui si mira è di sopraffarsi a
vicenda, e che le frasi ridondanti e sonore non servono che a
mascherare le ambizioni piccine. E come sono obliosi questi signori!
Varedo per esempio non rammenta più che i medesimi individui sono
stati a vicenda esaltati e vituperati da lui, a seconda che hanno o
lusingata o ferita la sua vanità. Ma guai a rilevare queste perpetue
contraddizioni! A provarmici un giorno mi sono attirata addosso una
risciacquata di capo! Con l'acredine di chi sa d'aver torto e non vuol
riconoscerlo, Alberto mi disse che le donne non capiscono nulla, che,
mancando esse di logica, tacciano d'incoerenza le più naturali
evoluzioni dello spirito, e, mancando di profondità, non sanno
intendere i motivi che possono determinare delle mutazioni di giudizi
su persone e su cose... Niente meno!
«Dunque acqua in bocca. Perchè in quanto a far la parte compiacente
dell'eco, ah questo no... Saremo creature inferiori, noi povere donne
(così affermano i nostri padroni) saremo frivole, leggere; ma la
nostra personalità l'abbiamo noi pure, abbiamo un criterio, una
coscienza nostra che non possiamo, che non dobbiamo lasciar soffocare.
Non ch'io non intenda quello che c'è di alto e fecondo nella fusione
di due cuori, di due anime, di due intelligenze... Era questo anzi il
mio sogno. Fondersi come si fondono il rame e lo stagno per formare un
metallo più nobile e più resistente, il bronzo: ecco l'ideale. Ove si
tratti invece di non esser che la lega bassa e spregiata che serve a
mantener la coesione delle particelle d'oro e d'argento e si perde in
esse, io mi ribello con tutte le mie forze.
«Già, lo riconosco lealmente, una vera e propria comunione spirituale
è tanto difficile. Talvolta nelle prime ebbrezze dell'amore noi
crediamo che il miracolo si sia operato. Quale ingenuità! Gli è che
l'amore agisce sopra di noi come un anestetico; addormenta le nostre
suscettività nei nostri rapporti con l'essere amato; quando ci si
sveglia, e ci si sveglia di certo, allora si notano i solchi e le
lividure che il passaggio d'un estraneo ha lasciato in noi. Per
toccare un'anima senza ferirla occorre maggiore abilità che non
occorra al chirurgo per penetrare in un corpo col bisturi senza
lederne gli organi vitali. Ci riusciranno forse i semplici di cuore;
non mai gli uomini illustri, siano uomini di studio o d'azione. Che
mai vedono costoro fuori di sè, fuori della meta che si son prefissi?
«Tu cascherai dalle nuvole! Non riconoscerai più la tua figliuola
educata al rispetto, alla disciplina, alla religione del dovere! Eh,
mamma, noi siamo un oggetto di costante maraviglia a noi stesse. La
vita mi sembra uno di quei calendari ove non si può leggere la pagina
di sotto se non si strappa la pagina che sta sopra; con questa gran
differenza che nei calendari si sa sempre che giorno succede al giorno
in cui siamo; nella vita non si sa mai che cosa ci serba il domani e
che cosa noi saremo domani.
«Oimè, una scampanellata!... Chi può essere, con questo tempo?
. . . . . . . . . . . . . . .
«Ho dovuto interrompere la lettera per la visita della signora
Marianna Bardelli venuta, povera vecchietta, in mezzo alla neve per
sentir notizie di Bebè. Quante me ne ha contate! È piena di fede, di
energia, di vivacità, ma ha le sue tribolazioni anche lei. Il suo
Eugenio, quello che hai visto a Belgirate, lavora per prepararsi al
famoso concorso di Bologna che il Governo si è finalmente deciso a
bandire, ma intanto non ha nessuna occupazione retribuita, perchè,
come sai, le mie sollecitazioni in favor suo presso Alberto non
approdarono a nulla. Il figliuolo scultore accumula nello studio le
statue che non vende e s'impunta a voler sposare una modella,
nonostante l'opposizione del fratello orefice, il quale, alla sua
volta, è aizzato da una vedova inframmettente che cercherebbe di
accalappiarlo per sè. E capisco che il possibile matrimonio del suo
primogenito con la vedova spaventa la signora Marianna assai più di
quello dello scultore con la modella.
Ma sono argomenti che non possono interessarti, perchè, dal mio
professorino in fuori, non conosci alcuno della famiglia Bardelli. Il
mio professorino buono, ingenuo, entusiasta, quello sì ha conquistato
anche te, e son sicura che saresti contenta di saperlo a posto. Io
temo invece che, appunto per la sua eccessiva bontà e credulità, egli
si vedrà soverchiato da altri che valgono meno di lui. Quando, dopo
ciò ch'è successo, lo vedo così fiducioso nell'appoggio di mio marito,
rabbrividisco al pensiero dei disinganni che gli si preparano. Peggio
poi quando lo sento vantarmi le belle qualità del suo successore
Quinzani, una volpe fina che lo sfrutta lisciandolo. In principio,
Bardelli guardava con sospetto questo nuovo venuto, non perchè gli
serbasse rancore dell'averlo snidato dall'Università, ma perchè
temeva, povero grullo, che colui cercasse di soppiantarlo anche presso
di me e della bimba. Ci voleva proprio Bardelli per supporre che un
giovinotto elegante qual è Quinzani, giunto qui con lettere di
raccomandazione per la -highlife- torinese, perdesse il suo tempo con
noi altri due. Quinzani, compitissimo, fa alla moglie del suo
professore una visita al mese, manda ogni tanto a Bebè una scatola di
dolci di Baratti e Milano, e lascia a Bardelli il gradito ufficio di
mettersi a disposizione mia e di giocar con mia figlia. Allorchè
Alberto è a Torino, egli viene in casa più spesso, ma io non lo vedo o
lo vedo appena, e Bebè nemmeno si accorge della sua presenza.
Rassicurato su questo punto, Bardelli gli si è fatto amico, lo scusa,
lo giustifica, lo loda perfino. Non è un ingegno originale, questo no,
ma è uno che sa il conto suo, ed è un lavoratore indefesso, che ama
parlar di studi, provoca le obbiezioni, e, se le trova giuste, le
accetta con gratitudine.--Badi a me Bardelli--dico io--badi a me;
Quinzani si adornerà delle sue penne e finirà coll'arrivare in porto
prima di lei.--Ma quel buon uomo, già te lo immagini, protesta
energicamente contro le mie parole e sostiene che gli studiosi devono
aiutarsi a vicenda e che quando uno ci espone un dubbio o ci chiede un
consiglio non è lecito rispondere con un rifiuto.
«Oh mamma, che lettera ti scrivo! I foglietti si ammucchiano sul
tavolino proprio come i fiocchi di neve sul davanzale della mia
finestra. E non ho terminato e penso di dedicare a te anche una parte
della sera ch'è già cominciata... e non sono ancora le 4!
«La bimba è svegliata e guarda me, e guarda il lume, e mi chiama di
tratto in tratto:--Mamma! Mamma!... Non è insistente però, non è
noiosa; basta ch'io m'avvicini un momento, che l'accarezzi, ella si
cheta subito. E quando le dico:--Scrivo alla nonna. Che cosa mandi
alla nonna?--ella che capisce a volo, che capisce tutto,
risponde:--Baci.--E con che enfasi pronuncia quella parola -baci!-
Pare che ci metta due -ci-... Sta benino Bebè e se domani fosse una
giornata migliore l'alzerei. Ma c'è poco da sperare. Nevica sempre,
nevica più fitto di prima, e non mi stupirei che si dovesse starsene
tappate in casa per una settimana. Pazienza! Ce la conteremo con Bebè.
«Io poi mi son rimessa a leggere. E dacchè son discesa di grado e non
faccio più la -segretaria-, nè ho da ingolfarmi nei trattati di
sociologia mi sfogo coi libri di letteratura amena. Alberto non ne
compra, e mi rimprovera se ne compro io col mio -budget- particolare,
ma io sono abbonata a una biblioteca circolante, e ho inoltre una
fornitrice generosissima nella signora Erminia Sali, nata Frigidi,
vedova Maranzi, vedova Silveri. Il suo presente marito, professore di
filologia comparata, non ha che opere noiose, ma i due mariti
precedenti avevano una passione matta per i romanzi, e fra l'uno e
l'altro ne raccolsero parecchie centinaia che la moglie ereditò. Io
attingo a piene mani in questa grazia di Dio, e così mi metto al
corrente e faccio intima conoscenza con quegli autori che le mamme
savie non permettono alle loro figliuole. Ho divorato quasi tutto
Zola, e Guy de Maupassant, e Bourget... Non aver paura, mamma, che le
letture mi corrompano. Credo di non esser nè sentimentale, nè
sensuale, e l'adulterio, in qualunque salsa lo condiscano, è una
vivanda ripugnante al mio stomaco. Aggiungi che appena alzo il naso
dai libri -immorali-, non vedo che manoscritti e riviste e volumi
stillanti austera virtù. Basterebbe il primo tomo, testè uscito,
dell'opera di Alberto: -Le basi del dovere-. Come vuoi che caschi, o
scappucci, una donna seduta sulle basi del dovere?
«Sai piuttosto una cosa? Non dirlo a nessuno, ma ho scovato uno de'
miei vecchi quaderni, ho scorso un bozzetto di dieci anni fa e,
modestia a parte, mi è sembrato che, forse, qualche qualità di
scrittrice l'avrei avuta. E oggi, con un po' più d'esperienza del
mondo, che gusto sarebbe per me il poter ritrar le macchiette che mi
passano innanzi e il dar forma letteraria alle commedie di cui sono
spettatrice! Ma ho lasciato irrugginire le mie attitudini artistiche,
se pure ne avevo, e temo che, se mi mettessi alla prova, mi preparerei
amare delusioni.
«E ora, mamma, imita il mio esempio. Scrivimi a lungo (non come ti ho
scritto io, chè sarebbe importi una troppa grave fatica) ma scrivimi
meno brevemente delle ultime volte, e narrami delle tue serate e
parlami, oltre che di te, di tutti gli amici. Parlami anche di quel
cattivo dello zio Gustavo che non mi manda mai una riga, che non vuol
vedermi, che ha fatto fare da un altro in vece sua un'ispezione per
conto della sua Compagnia d'Assicurazioni all'Agenzia di Torino. L'ho
saputo in modo positivo e ne son rimasta così male! Che lo zio non
voglia incontrarsi con Alberto, pazienza. Gli sarebbe stato facile
scegliere uno dei momenti (son tanti quei momenti!) in cui Alberto era
a Roma, e da me poteva ben venire. Così puntiglioso non lo credevo.
Ammesso pure che il puritanismo di mio marito sia esagerato, o che lo
zio pretende che gli si chieda perdono in ginocchio per non aver
approvato la sua tresca con l'Adelaide Nocera? Fin lì non ci arrivo
neanch'io, quantunque veda le cose in un modo assai diverso da quello
che le vedevo una volta, tutto ciò che posso fare è di conceder le
attenuanti all'Adelaide ed a lui. Sento adesso che l'Adelaide è in
procinto di rimaner vedova. Che, avverrà dopo? Lo zio la sposerà?
«Diglielo tu intanto allo zio che io gli voglio sempre bene, digli che
gli sono riconoscente della compagnia che ti fa. Come vorrei
ringraziarli tutti quelli che fanno compagnia alla mia mamma!...
Povera mamma! La tua figliuola è così lontana, e in Febbraio sarà più
lontana ancora, perchè Alberto sembra ormai deciso di condurci a Roma
per un paio di mesi. Questo non sarebbe che un esperimento; in
avvenire, s'egli abbrancasse il sottosegretariato o semplicemente
ottenesse il trasloco all'Università della capitale, converrebbe
addirittura mutar domicilio. È un'idea, te lo confesso, che mi
sgomenta. La distanza che ci separa sarebbe accresciuta di duecento
chilometri. E, inoltre, chi sa come mi troverei in quella baraonda?
Chi sa se il soggiorno sarebbe propizio alla bimba?
«Non crucciamoci prima del tempo. Consoliamoci invece col pensiero che
passeremo insieme anche l'estate prossima, o di nuovo sul lago, o a
Venezia.
«E qui, proprio, metto il punto fermo. Non è una lettera questa; è un
pacco postale, che affiderò di qui a qualche ora all'immancabile
Bardelli.... Bebè, Bebè, che cosa devo mandare alla nonna? Baci....
Ecco ha risposto baci e non credo di poter finir meglio che con questa
parola. Tanti baci anche da me, mammina, cara.
La tua
DIANA.
XII.
A Roma.
L'onorevole Varedo, lasciata la sua solita camera all'Albergo di Santa
Chiara, aveva fissato per un trimestre, per sè e la famiglia, un
quartierino ammobigliato in vicinanza di Piazza del Panteon. Ivi Diana
era venuta a raggiungerlo verso la metà di febbraio, portando seco
Bebè, l'Irene e un'altra donna di servizio, la Lisa, che faceva da
cameriera e da cuoca.
Nel piano di sotto abitavano i padroni di casa, certi Feana, oriundi
piemontesi, moglie e tre figliuoli, più una vedova sulla quarantina,
che il signor Giacinto Feana chiamava sempre -la cognata sofferente-.
Il signor Giacinto era un uomo di svariate attitudini; sonava l'oboe
in orchestra, scriveva epigrafi per le tombe e versi giocosi per le
scatole di fiammiferi, dava lezioni di francese applicato alla
profumeria a due garzoni di parrucchiere, e faceva a ore perse il
regio impiegato presso il Ministero d'agricoltura, industria e
commercio. Ma tutti i ritagli di tempo che gli restavano liberi egli
li consacrava alla cognata sofferente, al cui lutto profondo egli
partecipava con discrezione, portando un velo nero intorno al braccio;
ciò che gli permetteva di conciliare il dolore e la economia. La
-sofferente-, che dal defunto consorte aveva ereditato un buon
gruzzolo di quattrini, era stata una manna del cielo per i Feana i
quali, nonostante l'ingegno versatile del signor Giacinto, avevano
menato fino allora una vita piena di tribolazioni. Invece, rimasta
vedova quella povera signora, i parenti erano riusciti a persuaderla
che la solitudine non le conveniva e ch'ella non aveva da far nulla di
meglio che riunirsi alla sorella, al cognato e ai nipoti. Presa quindi
una casa grande, di cui si subaffittava ammobigliata una parte, si era
assegnata alla signora Daria (così si chiamava) la camera migliore coi
migliori mobili (è vero che se li era portati con sè) e non le si
lasciava mancar nulla di nulla. Buona tavola, buon servizio,
passeggiate igieniche a piedi o in carrozza, la sua brava partita la
sera, la sua conversazioncella con gente seria, matura, coniugata,
senza fisime pel capo. La -sofferente- doveva essere difesa tanto
dalle correnti d'aria quanto dalle correnti matrimoniali.
Desiderosi d'ingraziarsi un uomo autorevole come Varedo, i Feana si
misero subito a disposizione di Diana, che per le occupazioni di
Alberto restava sola la maggior parte della giornata. Comandasse
liberamente, in qualunque cosa potesse occorrerle; scendesse da loro
di mattina, di sera, senza cerimonie, ogni volta che desiderava avere
qualche notizia o scambiar qualche parola. O se preferiva che
salissero essi da lei non aveva che da chiamarli; o l'una o l'altra
delle sorelle, o tutt'e due insieme sarebbero venute col loro lavoro.
Così, pure approfittando con parsimonia delle larghissime offerte,
Diana era entrata presto nelle confidenze de' suoi padroni di casa.
L'enciclopedico signor Giacinto le parlava delle sue cure di -pater
familias-, della responsabilità che si era assunta col tener presso di
sè la cognata, dei pensieri che gli dava l'educazione dei figliuoli, e
veniva pian piano a discorrere degli organici del Ministero ove
c'erano favoritismi indegni che l'onorevole conosceva sicuramente ma
ch'era vano sperar di togliere fin che non cambiassero gli uomini al
Governo. In quanto a lui, non era che un povero -travet-, e gli
conveniva usar prudenza. Non aveva che un unico modo di protestar
contro gli abusi; ed era quello di andar all'ufficio meno che fosse
possibile.
Anche la signora Amalia Feana s'apriva volentieri con la Varedo circa
alle inquietudini da lei provate per la sorella ch'era una testa
debole, e se non la guidavano, sarebbe stata capace di qualche
corbelleria. E sì che a quarantacinqu'anni (gliene cresceva quattro) e
dopo quello che aveva patito avrebbe avuto l'obbligo di ringraziare il
Signore che le permetteva di godersi in pace quel po' di ben di Dio
che l'era rimasto. Manco male che c'era chi stava in guardia.--E
poi--soggiungeva la signora Amalia nei momenti di maggiore
espansione--non abbiamo l'obbligo di cercare, mio marito ed io, che i
nostri figliuoli i quali son pieni d'attenzione per la zia, non siano
defraudati in favore d'un estraneo di ciò che può spettar loro in
futuro?
Diana se la cavava con monosillabi, senza scandalizzarsi troppo di
questa curiosa interpretazione del dovere... Non si scandalizzava più,
ormai.
Con la stessa mite ironia ella stava ad ascoltare gli sfoghi della
-sofferente-, se questa riusciva a coglierla sola. Volevano farla
passare per malata (in verità non ne aveva l'aspetto, bianca rosea e
grassa com'era) volevano tenerla sotto una campana... tutto per paura
ch'ella riprendesse marito. Ella non aveva nessun proposito deliberato
di passare a seconde nozze; ma, in fin dei conti, una donna a
trentasei anni (se ne calava cinque) non può mica imporre al suo cuore
di non batter più... E ad illustrare questa dichiarazione il cuore
della -sofferente- emetteva un sospiro che gonfiandole il seno
voluminoso faceva scricchiolar le balene del busto. Un altro sospiro
le strappava il ricordo di una sua bambina mortale a trenta giorni e
che adesso sarebbe stata quasi una ragazza da marito... Ma! Se quella
benedetta fosse vissuta, ella, dopo la sua vedovanza, si sarebbe ben
guardata dall'accettare le offerte di suo cognato e di sua sorella.
Così ragionava la signora Daria, quando non c'erano testimonî; ma in
presenza dei Feana ella ripigliava la sua maschera d'impassibilità, il
suo sorriso languido di donna grassa ed apatica, a cui pesa ogni
fatica del corpo e dello spirito. Discorreva poco, stava lunghe ore in
ozio, sonnecchiando in una poltrona.
C'era al terzo piano, un'altra inquilina con la quale Diana Varedo non
tardò a far conoscenza. Era costei una pittrice inglese, da parecchi
anni stabilita in Italia, Miss Olivia Harrison, d'età incerta,
intrepidamente brutta come le inglesi sogliono essere quando non sono
bellissime, schietta di modi, originale di carattere e d'ingegno.
Amava il nostro paese come pochi di noi lo amano; parlava, forse, in
virtù del suo lungo soggiorno in Toscana, un italiano, se non fluido,
corretto e preciso, cercando talvolta la frase, trovandola sempre.
Miss Olivia concepì una schietta simpatia per la Varedo fin dalla
prima volta che la vide. Indovinò in lei una donna non volgare, e, ciò
che più la interessava, una personalità non ancora ben sicura di sè,
ma vagamente desiderosa di affermarsi e di svolgersi. Ella pure, Miss
Olivia, era stata una ribelle; nella sua passione per l'arte, nella
sua smania d'indipendenza, aveva abbandonato la famiglia e la patria,
e mentre avrebbe potuto goder tutti gli agi nella casa paterna
preferiva di viver meschinamente del suo lavoro peregrinando in paesi
stranieri. Perchè c'era questo di singolare; che malgrado il suo
ingegno, la sua coltura, il suo finissimo senso estetico, ella non era
che un'artista mediocre. E sapeva di esser tale, e vi si rassegnava
con dignità, e non attribuiva all'ingiustizie del mondo la sua scarsa
fortuna. Non però accettava la sentenza che vieta ai mediocri i campi
dell'arte.--Sciocchezze!--ella diceva.--Ognuno faccia lealmente ciò a
cui le sue inclinazioni lo portano. Se non riesce, non è colpa sua.
Riuscirebbe ancora peggio nel resto. Io sono una cattiva pittrice.
Pazienza. Sarei stata una pessima maestra di scuola, una pessima
sarta, una pessima contabile, una pessima impiegata ai telegrafi. Così
almeno respiro l'aria che si confà ai miei polmoni, m'inebrio delle
visioni che si confanno ai miei occhi. Se copio male una Madonna di
Raffaello o del Perugino, ho almeno il conforto d'aver tentato di
penetrare nell'anima di quei due sommi; se non posso rendere ne' miei
acquarelli la maestà della campagna romana ho la gioia religiosa e
profonda d'interrogare, ammirando, quegli orizzonti e quelle rovine.
Vivere con sincerità, ecco l'essenziale. Non lasciarsi traviare
dall'ambizione o dal tornaconto, adattarsi a essere oscuri,
incompresi, derisi, pur di seguir docilmente gl'impulsi dell'anima,
ecco il dovere d'ogni creatura che si rispetta.
Date queste idee, è facile immaginarsi come Miss Harrison
incoraggiasse la Varedo a coltivar le sue attitudini letterarie. Diana
gliene aveva parlato per celia, ma ella, l'Inglese, aveva preso subito
la cosa con la serietà della sua razza, e non si stancava di eccitarla
a tentare la prova, magari coprendo i suoi primi saggi col velo
dell'anonimo. Carlo Dickens aveva cominciato così: Maria Evans era
rimasta nascosta per un pezzo dietro il nome di battaglia di George
Eliot.
--Ha un bel dire, lei--rispondeva Diana ridendo.--Lei non ha marito,
non ha figliuoli.
Miss Harrison, alla quale non isfuggiva la gravità dell'obbiezione,
tentennava la testa. Era un arduo problema che, per conto suo,
ell'aveva risoluto negativamente. La famiglia tende a sminuire
l'individuo; ella, nella sua smania sfrenata d'indipendenza, aveva
fatto a meno della famiglia. Lo capiva bene che l'esempio non poteva
trovare molti imitatori e non disconosceva i pregi d'una istituzione
accettata da tutti i popoli civili. Ma per lei non era virtù quella di
sacrificare interamente sè stessi all'esigenze tiranniche di un ente
collettivo; era una rinunzia pusillanime degna di spiriti piccini.
Le due donne discutevano non intendendosi che a mezzo; tuttavia Diana
sentiva che, in fondo, ella era d'accordo con Miss Olivia in molti più
punti che non avrebbe voluto. Anche visitando Roma (vista una sola
volta nella confusione del viaggio di nozze) sia che Alberto, con uno
sforzo meritorio, consentisse ad accompagnarla in rapida corsa, sia
che le facesse da guida Miss Harrison o qualche conoscente
presentatole da suo marito, sia che fosse sola soletta col suo
Baedeker, ella notava una profonda diversità fra le impressioni e
l'emozioni provate adesso e quelle di pochi anni addietro. Allora
ell'accettava facilmente le opinioni fatte, oggi aveva una ripugnanza
invincibile ad accogliere i giudizi che udiva pronunziare intorno a sè
o leggeva stampati nei libri. Le accadeva di rimaner fredda dinanzi a
vantati capolavori e d'esser colpita invece da ciò che la sua Guida e
i suoi ciceroni non degnavano menzionare, e di fantasticarvi su a
lungo, indifferente a tutto il resto, e poco curandosi se altri
interpretavano a rovescio la sua aria distratta. Una notte non dormì
avendo sempre negli occhi un ritratto femminile d'una galleria privata
sotto cui era scritto: -Ignota d'ignoto-. C'era tanta dolcezza nel
viso di quella donna sconosciuta, morta da' secoli; c'era tanta
passione, tanta pietà, tanto amore nel suo sguardo. Pietà, amore per
chi? Forse per l'uomo, sconosciuto anch'egli, che la ritraeva?
Pur le Gallerie ed i Musei non esercitavano la maggiore attrattiva su
Diana. Già le pareva una pretensione assurda quella di gustare i
grandi maestri fermandosi pochi minuti dinanzi alle loro opere.
D'altra parte, se stava troppe ore lontana da Bebè (e naturalmente ai
Musei non poteva condurla) le si metteva addosso una tale inquietudine
da toglierle la serenità necessaria alla contemplazione artistica. Ciò
ch'ella preferiva era di girellare per la città in compagnia
dell'Irene che non le dava disturbo e della bimba che pareva
divertirsi un mondo in queste gite all'aperto. Di rado prendeva il
-fiacre-; andava spesso a piedi, talora in tram o in omnibus, sostando
di preferenza nelle vicinanze del Foro Romano o del Colosseo; o,
spingendosi oltre il Tevere, scendeva a San Pietro, saliva al
Gianicolo, si fermava a contemplare da San Pietro in Montorio il
panorama di Roma. Dinanzi al grande spettacolo il sangue le correva
più rapido nelle vene, s'agitavano nella sua mente i forti e virili
pensieri, seppellendo in un oblìo momentaneo le sue piccole cure, i
suoi piccoli crucci, il piccolo dramma della sua esistenza sciupata.
Quasi tutto il giorno ella viveva nella Roma del passato; gli echi
della Roma contemporanea giungevano al suo orecchio la sera. Alberto
arrivava a pranzo carico di gazzette, vibrante ancora dei dibattiti
appassionati della Camera, degli uffici, dei corridoi, a vicenda
sfiduciato e baldanzoso, secondo che le sorti del Ministero abborrito
parevano più sicure o più vacillanti. A Torino era taciturno; qui alla
capitale la vicinanza del campo di battaglia lo rendeva loquace.
Checchè pensasse di Diana, comunque giudicasse lo scarso interesse
ch'ella prendeva alle aspirazioni ambiziose di lui, egli, quasi avesse
bisogno a ogni costo d'un uditorio, continuava con sua moglie i
discorsi interrotti con gli amici e con gli avversari politici, le
parlava delle prossime discussioni, dei prossimi voti, trinciava
giudizi su uomini e cose. Non erano momenti lieti per l'Italia; il
disagio economico si faceva sentire in tutte le classi sociali e in
tutte le parti della penisola; la gravezza dei balzelli, la scarsità
dei raccolti, la rovina di molte industrie esacerbavano gli animi,
alimentavano le inquietudini per l'avvenire. Di là dal mare i nostri
possessi d'Affrica apparivano sempre come un formidabile enigma, e
benchè non vi fosse guerra aperta inghiottivano vite e danari. Ma
peggio della miseria interna, peggio dell'Affrica, era la corruzione
che dilagava, era la quotidiana rivelazione d'abusi, di scandali,
d'indulgenze colpevoli, onde si proiettava una luce sinistra sui nomi
cari alla patria, e nell'animo delle moltitudini periva ogni fede, e
la stessa risurrezione politica, già nostro vanto ed orgoglio, pareva
macchiarsi d'una postuma infamia. Varedo aveva parole roventi contro i
prevaricatori; a loro imputava il decadimento della nazione, a loro
l'imbaldanzire dei partiti estremi, che trovavano un aiuto nella
coscienza pubblica offesa dai vizi delle classi imperanti. Ah, colpire
bisognava, colpire inesorabilmente, mostrar che la giustizia e la
legge non erano simboli vani, ristabilire la moralità, risollevar
l'ideale... Ma che sperar dalle mummie che s'aggrappavano al potere?
Mai essi avrebbero avuto l'energia necessaria. E come averla, se
neppure la loro riputazione era illesa? Se d'alcuni si diceva che
spendessero oltre alle loro forze, che non si peritassero di ricorrere
a quei banchieri e a quegli affaristi ch'essi avrebbero avuto
l'obbligo d'invigilare? Gente nuova ci voleva, gente a cui le
debolezze proprie non imponessero di chiuder gli occhi alle debolezze
altrui...
Di tratto in tratto le filippiche eloquenti di suo marito riuscivano a
scuoter lo scetticismo di Diana. Se fosse vero? Se realmente gli
ardesse in cuore la sacra fiamma del bene? S'egli fosse realmente
destinato a grandi cose? Che scusa avrebbe avuto ella, sua moglie, di
condannarlo come ambizioso? Ma l'ambizione che si volge ad alti fini
non è vizio, è virtù, e solo gli spiriti gretti possono farla oggetto
dei loro sarcasmi. E non era forse anche lei, Diana, inconsapevolmente
ambiziosa? Non si lasciava montar la testa da Miss Olivia, non sentiva
risorgere i desideri lungamente repressi, non vagheggiava la gloriola
di scrittrice e di romanziera?
Questo ella diceva fra sè, e avrebbe voluto pronunciar di nuovo le
parole piene di calore e di fede, ond'ella, a Torino, incoraggiava
Alberto disputante con gli amici beffardi. Ma non c'era verso. Una
forza maggiore di lei le paralizzava la lingua, mozzava sul suo labbro
le frasi già incominciate. Troppi rancori personali, troppe bizze,
troppi puntigli facevano capolino nei discorsi di Alberto Varedo
perchè le disposizioni benevole di sua moglie potessero durare a
lungo. Peggio se, come gli accadeva talora, egli portava a pranzo o un
collega del Parlamento o un rappresentante del cosidetto quarto
potere. Erano, così almeno affermava Varedo, i migliori uomini del
partito; non mercanteggiavano il voto, non bazzicavano negl'Istituti
di credito, non s'impicciavano in losche speculazioni; eppure, che
povertà d'ideali, che intemperanza di linguaggio, che fiacchezza di
convincimenti! Quel San Giustino, il preconizzato Ministro, che
delusione era stata per Diana! Con che voluttà strana e feroce aveva
egli, uomo di governo, narrate dinanzi a lei, che conosceva appena, le
cronache del Quirinale, ripetuti i pettegolezzi che correvano sulla
vita intima di questo o quello fra i membri del Gabinetto, sollevando
tutti i veli, penetrando in tutte le alcove!
Ma nulla nauseava Diana quanto certi voltafaccia improvvisi, onde il
deputato, il giornalista ieri coperto d'obbrobrio era giudicato oggi
con singolare indulgenza, se si poteva sperare di tirarlo a sè, o di
strappargli una lode.
--Povero diavolo!--si diceva.--Val meglio della sua fama.
--È guastato dall'ambiente, ma il fondo è buono.
--E non è senza ingegno, nè senza cultura.
Che miserie, santo Dio, che miserie! E come Diana ne arrossiva per suo
marito, per gl'interlocutori di suo marito, per l'abbassamento morale
di cui questa mobilità d'opinioni era uno dei sintomi più eloquenti!
Comunque sia, ella non sempre si lasciava vincere dallo sconforto; non
tutto era a' suoi occhi privo di nobiltà e di grandezza in questa
terza Roma precocemente invecchiata. Forse ciò che vi era di nobile e
grande mostrava meglio l'intima virtù sua resistendo alla prova dei
tempi corrotti. Ben potevano essere impari all'ufficio la Reggia, il
Parlamento, la stampa; restava sempre il fatto maraviglioso di questa
Italia ridestata dopo un sonno di secoli, affermata nella sua capitale
di fronte all'eterno nemico della sua unità e della sua indipendenza.
Diana aveva assistito a un paio di sedute della Camera; nè alcuna voce
di potente oratore era salita fino a lei, ma ell'aveva visto nella
tribuna diplomatica gli ambasciatori stranieri seguire intenti la
discussione, e aveva pensato che mezzo secolo addietro l'Italia era
chiamata un'espressione geografica; in due occasioni ell'aveva
incontrato il Sovrano, ne' dalla persona di lui l'era parso emanasse
alcun fascino particolare; ma egli era il Re d'Italia, era il simbolo
intorno a cui si raccoglieva le sparse membra della nazione... Ah,
questa nazione che vibrava d'un unico palpito dall'Alpi al Mar Jonio,
perchè non si sarebbe risollevata, dalle umiliazioni presenti, perchè
non avrebbe adempiuto le promesse mirabili del suo riscatto? Intanto
qual degno studio per un pensatore, per un filosofo l'investigar le
ragioni onde lo sviluppo del risorto organismo s'era arrestato per
via, e i caratteri s'erano infiacchiti, e allo spirito di sacrifizio
era succeduta la caccia agli onori e alle sinecure, la smania dei
godimenti, la febbre dell'oro che non conosce scrupoli e freni? Quanti
germi morbosi ereditati dagli avi s'erano desti in noi col nuovo
calore di vita che aveva rimesso in movimento il sangue nelle nostre
vene? Quanti vizi avevamo acquisiti dagli altri? Quanti ce ne venivano
dall'oppressione straniera e domestica a lungo patita? Quanti dalla
libertà male usata?
Problemi che non ella, debole donna, avrebbe risolto; che già le
pareva prosuntuoso enunciare. Più accessibile alla sua mente, più
conforme alle inclinazioni del suo spirito era un altro modo di
considerar la questione. Prendere un uomo, un giovinotto di 18 a 19
anni nel 1859, vigoroso, intelligente, entusiasta, appassionato,
sensuale; condurlo, spettatore ed attore, attraverso tutte le vicende
italiane contemporanee, dalle battaglie dell'indipendenza alle dispute
del Parlamento; farlo salire, salire ai gradi supremi, esposto a ogni
specie di tentazioni; farci assistere alle sue lotte con gli avversari
e con sè stesso, alle sue vittorie e alle sue cadute; mostrarcelo ora
levato sugli altari ora travolto nel fango; portarlo sino ai confini
del secolo che muore, e dare per sfondo alla sua matura virilità, alla
sua imminente vecchiezza questa magnifica Roma, ove dal Campidoglio,
dal Vaticano, dal Quirinale parlano tre diverse epoche della storia,
s'affacciano tre diversi aspetti dell'umanità; che quadro, che romanzo
da invogliare un redivivo Manzoni!
---Non nobis---ella doveva soggiungere;---non nobis-. Il protagonista
del suo romanzo ideale giganteggiava per modo che il suo occhio non
riusciva ad afferrarne i contorni; il gran quadro si spezzava in cento
quadretti di genere ove si movevano piccole figure subalterne
illuminate solo da una luce riflessa. Erano i tipi ch'ell'aveva
sottomano; erano i Bardelli, era Quinzani, era lo zio Gustavo, era
l'Adelaide Nocera, erano i Feana con la -cognata sofferente-, era Miss
Jane, la sua antica governante, e Miss Olivia, la pittrice inglese,
era Varedo, anche lui... e anche lui, oimè, una figura subalterna,
nonostante il suo ingegno, la sua dottrina e la sua interminabile
opera sul -dovere-.
Passavano e ripassavano tutte queste figurine sotto gli occhi di
Diana, si modificavano, si elaboravano nella sua fantasia, ed ella
sorrideva loro con tenerezza materna, e le vedeva col desiderio
acquistar forma e rilievo sotto la sua penna, e pregustava l'emozioni
d'autrice.
Finora però ella resisteva valorosamente alla tentazione. Anzi
negl'istanti in cui la fregola letteraria le si faceva sentir più
forte, ella come per antidoto, prendeva in collo Bebè ed
esclamava:--Io sono una sciocca. Devi esser tu, tu sola, il mio
romanzo, la mia letteratura, la mia gloria.
XIII.
Una festa che principia male....
Alberto Varedo, seduto al tavolino fra due riviste aperte, finiva di
scrivere una lettera:
«... e vi sarò grato se in forma puramente obbiettiva vorrete rilevare
la vacuità e superficialità di quella critica della -Revue des
sciences sociales-, raffrontandola, se così vi pare, all'articolo alto
e sereno comparso intorno al primo volume della mia opera nell'ultimo
numero della -Deutsche Rundschau-. Da un lato tutta la leggerezza e
presunzione francese; dall'altro la coscienziosità e la dottrina
tedesca. Bisogna pur convenire che oggi -Germania docet-.
«Del resto, la mia povera persona è il meno, e voi sapete ch'io non
vado in cerca di panegirici. M'irrita solo il veder disconosciuto dai
nostri vicini d'oltralpe il risveglio scientifico del nostro paese.
«Fraternamente, come sempre,
Vostro
ALBERTO VAREDO».
Il professore piegò il foglio e lo ripose in una busta già pronta,
indirizzata
-All'illustre signor cav. Ugo Soardi-Morini-
Direttore della -Rassegna giuridico-economica-
MILANO
Indi chiuse con dispetto la -Revue- che lo tartassava, chiuse con
amore la -Rundschau- che lo portava alle stelle e si accostò alla
finestra.
Ma un suono di passi lo fece voltare.
Era Diana che teneva per mano la bimba.
--Ecco Bebè che viene a darti il buon giorno--disse Diana.
Varedo si chinò sulla piccina, e le stampò un bacio sulla guancia
morbida.--Buondì, Bebè.
Un'occhiata di sua moglie lo avverti ch'egli dimenticava qualcosa ed
egli soggiunse:--A proposito, mille auguri.
--Su, Bebè, non rispondi?--sollecitò Diana che s'era spolmonata fino
allora a insegnar la lezione alla sua figliuola.
---Azie-, papà.
--Mostragli--continuò la madre--mostragli che cos'hai di bello.
Bebè, alzando le sue manine, additò le buccole che le pendevano dagli
orecchi e ch'erano appunto un regalo del babbo pel suo secondo
anniversario, ricorrente oggi 27 Marzo.
--E chi te le ha date quelle buccole?
--Papà.
--Dunque?
---Azie-, papà.
---Azie-, -azie-; non dirà mai -grazie- questa bricconcella?... E...
senti, Bebè, quanti anni compi oggi?
Bebè aggrottò le ciglia, cercò la risposta negli occhi materni e
finalmente pronunziò schietto:--Due.
--Brava la mia piccina!--esclamò Diana palpeggiando Bebè in uno
slancio d'entusiasmo.--Chi sa che bravure faremo l'anno venturo!...
Oggi intanto la giornata è in onore di Bebè... Andremo stamattina a
spasso a piedi... Andremo più tardi in carrozza... col vestito nuovo
che ha mandato la nonna... E noi che cosa abbiamo mandato alla nonna?
--Baci.
--Non era troppo grande quel vestito?--chiese Varedo.
--Era un po' grande... L'ho fatto ridurre... Ora sta a pennello... Tu
non verrai fuori con noi?
--Io, cara mia--disse Alberto,--uscirò subito dopo la posta e non
tornerò che per pranzo... Ho seduta agli uffici, seduta alla Camera e
si finirà tardi perchè i deputati vorrebbero cominciar le vacanze
sabato sera... Anche il Ministero ha fretta di congedarci, tanto per
guadagnar qualche giorno... Ma ormai è bell'e liquidato, e al
riaprirsi della sessione gli daremo il benservito.
--È più d'un anno che gli cantate il -de profundis---osservò Diana.
--Sì, ma questa volta son pronto a scommettere che non campa tre
mesi--ribattè Varedo fregandosi le mani con l'aria soddisfatta d'un
deputato italiano che fiuta una crisi.
--Vedremo--disse Diana.--A ogni modo, ti raccomando d'essere a casa
per le sette e mezzo.
--Procurerò... Se no, mettetevi a tavola senza di me.
--Non far questo torto alla regina della festa.
--Oh, la regina della festa, quando ha un pezzo di dolce, è
arcicontenta.
--Abbiamo altri commensali; i Feana e Miss Olivia.
--Dio, quei Feana, che noia!
--Son pieni di premure che bisogna ricambiare.
--Non avrai mica invitato i figliuoli, spero?
--Non ci sarebbe stato nemmen posto a tavola. Pranzano da una zia...
Quieta, Bebè, cosa fai?
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