--Oh, Bebè è un pessimo soggetto--rispose l'assistente celiando.--Ora
gliela riconsegno.... Va dalla mamma, Bebè, va dalla mamma.
E liberatosi dal prezioso fardello, il professorino si accomiatò dalla
Varedo.--Corro subito al telegrafo.
--Grazie Bardelli, grazie.... E scusi di tutto. Spero che Alberto sarà
contento della notizia che gli dò... E chi sa che quando riceve il mio
dispaccio non me ne mandi uno anche lui.
Ma il dispaccio non capitò. Capitò invece il dì appresso una lettera
lunghissima in cui Varedo si diffondeva con infinita compiacenza a
descrivere l'effetto prodotto dal suo discorso riportandone alcuni
motti arguti, alcune frasi ch'erano state più applaudite, e riferiva i
complimenti fattigli dal Presidente della Camera, dai Ministri e da
parecchi Deputati autorevoli. Infine egli invitava Diana a leggere i
vari giornali ch'egli le spediva sotto fascia, giornali amici e
avversari, constanti, gli uni con schietta soddisfazione, gli altri
con noia mal dissimulata, il bel successo del nuovo oratore.--«Leggi
specialmente la -Tribuna---egli le scriveva--ove c'è il miglior sunto
del mio discorso.» Varedo finiva coll'annunziare a sua moglie che di
lì a due o tre giorni, dopo una votazione a cui egli non poteva
mancare, sarebbe tornato per qualche settimana a Torino. A Bebè era
appena consacrata una riga a piedi del foglio: -Un bacio a Bebè-.
--Non aveva ancora ricevuto il telegramma--disse Diana per scusar suo
marito.--La lettera di domani sarà ben differente.
E per debito di buona moglie intraprese la lettura dei fogli che
Alberto le aveva trasmessi, soffermandosi specialmente sulla -Tribuna-
la quale portava un più ampio resoconto parlamentare. Bello senza
dubbio il discorso, interrotto spesso da approvazioni e da applausi
segnati fra parentesi in corsivo; bello, ma non tale che riuscisse ad
appassionare, ad interessare Diana Varedo.--Sarà l'argomento--ella
pensava.--Tuttavia pensava altresì che un tempo, nei primi mesi del
loro matrimonio, nessun argomento trattato dal suo sposo le sarebbe
parso poco interessante; ch'ella si sforzava, e non senza frutto, di
rendersi famigliari gli studi di lui, che andava superba di fargli da
segretario. O perchè era mutata adesso? Lo amava meno, o la maternità
aveva limitato gli orizzonti del suo spirito, le aveva fatto parer
vana ogni curiosità e ogni ricerca intellettuale? Certo si è che
quand'ebbe finito di scorrere i giornali e potè tornar ad occuparsi di
Bebè, ella ebbe il movimento di gioia dello scolaro al rintocco del
campanello che annunzia la ricreazione. Tanto più che Bebè, in dodici
ore, aveva fatto progressi maravigliosi. Non solo diceva ormai -mamma-
a tutto pasto, ma mostrava le migliori disposizioni ad arricchire di
nuove parole il proprio vocabolario.
Comunque sia, nei pochi giorni che precedettero l'arrivo di Alberto,
Diana rifece parecchie volte il suo esame di coscienza, confessandosi
in gran parte colpevole dei mutati rapporti fra lei e suo marito.
Troppo lo trascurava, troppo lo metteva in seconda linea, dacchè un
nuovo sentimento imperioso, dispotico, esclusivo aveva preso possesso
del suo cuore. Eppure, se questo sentimento era potuto nascere in lei
e recarle tanta dolcezza ella ne andava debitrice al suo sposo, come a
lui andava debitrice, se non degli agi della sua vita, della stima,
del rispetto ond'era circondata. Non doveva ella dunque
mostrargliesene riconoscente? S'egli era assorbito da' suoi studi,
dalle sue occupazioni parlamentari, se nelle lotte politiche, insieme
a poche compiacenze d'amor proprio, raccoglieva una larga messe di
fastidi e di note che di tratto in tratto turbavano l'equanimità del
suo carattere, non era tanto più necessario che in casa sua egli
trovasse accoglienze festose e amorevoli? Invece, Diana se ne
ricordava con sincero rammarico, nelle brevi gite di Alberto a Torino,
ella, impermalita forse di non vederlo abbastanza espansivo con lei e
con Bebè, finiva col chiudersi in un silenzio dispettoso e con
l'evitare a bello studio gli argomenti che soli avrebbero avuto la
virtù di alimentare i loro colloqui. Indi era accaduto più volte che,
tranne all'arrivo, alla partenza, e all'ora di desinare, si fossero
appena visti, che, in tre o quattro giorni, non avessero scambiate che
poche parole.
Questa volta non sarebbe stato così. E, in primo luogo, ella non si
sarebbe limitata a semplici congratulazioni circa al famoso discorso;
ne avrebbe parlato ad Alberto con conoscenza di causa, perchè lo aveva
tanto letto e riletto nei sunti ch'egli gliene aveva spediti da poter
ripetergliene a memoria l'esordio e la chiusa quali erano riprodotti
nella -Tribuna-. Ma quest'era un'inezia di fronte al programma
ambizioso ch'ell'agitava in mente. Non più sfinita dall'allattamento e
dalle veglie, Diana voleva riconquistar presso suo marito il posto che
s'era lasciata portar via dagli altri, da Bardelli per esempio ch'era
divenuto un po' troppo l'uomo indispensabile della casa. Non lo faceva
per secondi fini, povero Bardelli, non lo faceva per darsi importanza;
era sinceramente affezionato al suo professore, a lei, a Bebè;
tuttavia con prudenza, con delicatezza, bisognava moderarne lo
zelo.... Ed era così buono, così giudizioso ed equanime da capir
subito la ragionevolezza di ciò che gli si domandava.
In fine, nel suo momentaneo ottimismo, Diana si teneva sicura d'aver
un'alleata in Bebè. Bebè era per lei la tiranna, era, per Alberto, la
rivale, la Bebè aveva, appunto negli ultimi giorni, imparato a dire
papà, e questa parolina doveva, come una chiave magica, aprirle il
cuore del babbo.... E allora quanti malintesi sarebbero tolti di
mezzo!
VIII.
Fiasco.
Con queste dolci speranze, con questi forti propositi, in una bella
mattina di maggio, Diana Varedo, insieme alla bambinaia e a Bebè,
s'avviava alla stazione centrale incontro al marito. -Incipit vita
nova---le dicevano il cielo azzurro, l'aria tepida, il sole
limpidissimo, l'animazione insolita della gente che pareva bevere a
larghi sorsi la primavera. -Incipit vita nova---le ripeteva il suo
cuore.
Bebè, pavoneggiandosi in un vestito bianco con due fiocchi color di
rosa sulle spalle, dava segni manifesti di voler scendere in terra, di
voler provare i suoi piccoli passi nelle viottole del giardino di
Piazza Carlo Felice ove altri bimbi correvano e saltellavano; ma la
madre l'ammoniva a esser buona, e riserbar tutte le sue prodezze a
quando avrebbe visto il suo papà.
--Come dirai?
--Pa... pà... Papà.
--Ah che amor di bimba!--esclamò Diana, non potendo trattenersi dal
darle un bacio.--E come sarà contento il babbo!
Ma sotto la tettoia della stazione accadde cosa che scemò alquanto la
soddisfazione della signora Varedo. Poichè Bebè, riconoscendo Bardelli
in un gruppo di signori che chiaccheravano presso alla porta
d'ingresso, si commosse tutta, agitò le braccia, emise alcuni suoni
inarticolati che volevano esser espressione di giubilo e finì col
pronunziar schietto e tondo:--Papà, papà.
Diana e l'Irene le diedero sulla voce.--Ma no che non è quello il
papà... Deve venire il papà.
E Diana rivolgendosi un po' seccata a Bardelli che si avanzava
officioso e sorridente e accennava a prender lui in collo la
bimba,--no--disse--la lasci stare... Vede, le dà troppa confidenza.
Ordinò all'Irene di metterla giù, di farla camminare sul marciapiede.
Ma Bebè, con l'ostinazione della sua età, seguitava a voler Bardelli e
a ripetere il motto incriminato:--Papà, papà.
Oh insomma--disse Diana strappando alla bambinaia la piccola riottosa
e redarguendola severamente--insomma, Bebè, se sei cattiva ti mando a
casa. Hai capito? E soggiunse:--Mi faccia il piacere, Bardelli, vada
da un'altra parte... Finch'è qui lei, Bebè non si cheta... È venuto
anche lei per aspettar Alberto naturalmente?
--Già--rispose il giovine senz'avvertire il fondo d'ironia che c'era
in quel -naturalmente-.
--Ebbene, ci ritroveremo più tardi... Vada, adesso vada...
--Vado, vado--disse il docile Bardelli. E si allontanò pensando forse
che le donne hanno l'umore molto variabile.
Intanto, toccandosi rispettosamente il berretto, si presentò il
cavaliere Luini, capo-stazione, che, come Diana aveva notato, la
salutava con tanta maggior deferenza quanto più in credito saliva
Varedo alla Camera.
--L'onorevole arriva col direttissimo delle 10.13?--egli disse,
guardando l'orologio.
--Appunto. C'è ritardo?
--Nossignora--rispose il cavaliere.--Ma non sono che le 10... Desidera
accomodarsi?
E additò lì presso una panca ove ci sarebbe stato posto per lei e per
la bambinaia.
--Grazie--replicò Diana.--Sto ritta volentieri.
Il capo stazione indirizzò un complimento a Bebè che s'era pacificata
e coi suoi ditini pizzicava le guancie all'Irene.
--Come s'è fatta grande!
--Avrà presto quattordici mesi.
--Credevo molto di più.
La bimba per mostrarsi grata del giudizio favorevole manifestato sul
suo conto dall'egregio funzionario, pronunziò la parola ormai imparata
anche troppo:--Papà, papà.
--Aspetta il suo papà--spiegò Diana commentando l'uscita improvvisa
della figliuola, non senza però trovar strana in cuor suo l'estrema
facilità di Bebè a veder padri da per tutto.
Chiamato dai doveri del suo ufficio, il cavalier Luini sorrise e si
accomiatò... Alcuni treni arrivavano, altri partivano: ci fu un
momento di confusione tra il correre affrettato dei passeggeri che
scendevano e salivano sulle vetture, il vocìo dei conduttori e dei
facchini, i fischi delle locomotive e gli squilli delle cornette. Poi
tornò una quiete relativa. In attesa del direttissimo venivano
silenziosamente a schierarsi sul marciapiede le carriuole pel
trasporto dei bagagli. Due signore che avevano l'argento vivo addosso
scendevano ogni tanto sul binario per guardare dalla parte da cui
doveva giungere il treno, un servitore in livrea stava immobile,
contegnoso come se fosse nell'anticamera del suo palazzo patrizio; nel
crocchio ov'era Bardelli si seguitava a discorrere animatamente.
Reputando ormai finita la sua quarantena, il professorino lasciò gli
amici per riaccostarsi a Diana.--È buona adesso?--egli domandò
accennando a Bebè.
--Sì, è buona... ma per carità, non la tocchi, non la guardi....
Per fortuna Bebè era assorta nella contemplazione d'un cagnetto
-pinch- che una forastiera teneva sotto il braccio.
--E lei con chi era?--chiese la Varedo a Bardelli.
--Credevo li conoscesse... Quando il professore è a Torino vengon
tutti a cercarlo a casa... qual più qual meno...
Diana guardò con l'occhialino.--Aspetti, quello alto di statura mi
pare...
--Frascati, il cronista della -Piemontese-... quello col cappello a
cencio è il corrispondente della -Tribuna-; l'altro che ha gettato via
il sigaro...
Incapace di trattenere un moto d'impazienza, Diana interruppe:--Dica
la verità, e sono alla stazione per mio marito?
--Eh--notò scherzosamente Bardelli--gli uomini illustri...
Ma Diana scattò.--sa ch'è una bella sconvenienza?... Tanto farebbe
vivere in piazza... Mai un momento di pace, d'intimità... Sempre i
terzi incomodi...
Ella vide che Bardelli si turbava, arrossiva, e s'affrettò a
soggiungere:--Non dico per lei Bardelli; lei è come di famiglia...
Aveva capito ch'era una solenne ingiustizia il metterlo in mazzo con
gli altri, e si pentiva di essersi lasciata sfuggire qualche parola
che potesse offenderlo; si pentiva anche di quello che non aveva
detto, ma che aveva pensato sul conto di lui... No, anzi Bardelli
bisognava tenerselo caro e farsene un alleato contro quella massa
d'indiscreti, d'importuni...
La campana annunziante l'arrivo del treno tolse la possibilità
d'ulteriori spiegazioni.
--Ferma, Irene, ferma!--gridò Diana, richiamando vivamente la
bambinaia che s'era mossa come per andare incontro alla locomotiva.--E
tirati indietro.
Indi catechizzò un'ultima volta Bebè.--Adesso è qui il papà. A lui
devi dire: papà, papà.
Le idee di Bebè non erano chiare e sembrava che ella avesse di nuovo
tutta la propensione a dare il sacro nome di padre a Bardelli che le
stava vicino.
Sbuffando e romoreggiando, il convoglio, con una celerità appena
rallentata, imboccò la tettoia per poi arrestarsi con prestezza
mirabile sotto l'azione dei freni automatici. Un lungo gemito roco
usciva dalle ruote striscianti sul binario.
--Ecco il professore!--gridò Bardelli correndo ad aprir lo sportello
d'una vettura di prima classe. E chiamava:--Signora Diana, signora
Diana!
--Addio, Bardelli--disse Varedo consegnandogli una valigia.--Chiami un
facchino.
--Se non ha altro bagaglio non val la pena... C'è la signora con la
bimba.
--Le ho viste--rispose il deputato mentre accennava con la mano che
non si affrettassero.
Disceso che fu, abbracciò la moglie, baciò la figliuola, e--State
bene?--chiese a Diana.--Bebè sta bene?
--Non ti par florida?--domandò Diana. E soggiunse:--Che progressi ha
fatto!
--Lo so--rispose Varedo sorridendo.--Dice -mamma-, me lo hai
telegrafato.
--Oh dice anche di più--replicò Diana con aria di trionfo. Si rivolse
alla bimba con lo sguardo appassionato e supplichevole delle madri che
tremano di vedersi smentite dai loro piccoli tiranni.--Chi è
questo?... Chi è venuto adesso?
Pareva lo facesse apposta Bebè a far sfigurare la mamma. Aveva rivisto
il canino -pinch-, non aveva occhi che per lui.
--Lasciala in pace--ammonì Varedo.--Ha tempo di dir papà.
In quella egli s'accorse di Frascati e degli altri che gli facevano la
ruota attorno, e con un cenno li invitò ad avvicinarsi.
Diana fremeva.--Che seccatori!... Non me li presentare.
--Andate avanti con Bardelli--disse Varedo--e fermate un brougham a
quattro posti... Io mi sbrigo subito.
Ma Diana, l'Irene e Bebè erano in carrozza già da un paio di minuti
prima che l'onorevole si fosse levato di dosso quelle sanguisughe.
Bardelli con un piede sul predellino, ripeteva a Diana per quetarne la
crescente impazienza:--Or ora viene.
E venne in fatti, scusandosi.--Cara mia, i giornalisti bisogna
tenerseli amici... Salga anche lei, Bardelli, farà colazione con noi.
L'assistente, che aveva tuttora nelle orecchie le sfuriate di Diana
contro gl'indiscreti che turbavano l'intimità domestica, accattava
pretesti per schermirsi. E che aveva un impegno e che la colazione
l'aveva già fatta.
--Non ci son scuse--ribattè Varedo.--Se non ha fame, non mangerà, ma
in quanto agli impegni, abbia pazienza, non doveva prenderne. Doveva
immaginarsi che avrei avuto cento commissioni da darle.
--Salga, via--soggiunse Diana.--Se no, restiamo qui fino alla
consumazione dei secoli.
Bardelli ubbidì. Durante il tragitto, Bebè, seccata forse da tanti
ritardi, fu d'una perversità eccezionale. Non solo si rifiutò di dir
-mamma- e -papà-, ma pianse e strillò disperatamente senza lasciarsi
nè intimorire nè commuovere dalle esortazioni materne.--La
bell'accoglienza che fai al tuo babbo!... Cattiva!... Non ti
vergogni?... Non hai un bricciolo di amor proprio?
Alberto si burlava di sua moglie.--Oh l'amor proprio a quell'età!...
Basterebbe che non rompesse i timpani.
--È sempre un angelo--diceva Diana mortificatissima.--Ha il giudizio
d'una bambina grande... E oggi dev'esser così... Ho proprio paura che
non stia bene.
Varedo si stringeva nelle spalle, e sforzando la voce per soverchiar
gli urli della figliuola chiedeva conto d'un'infinità di cose a
Bardelli. Quante lezioni aveva fatte per lui all'Università? A che
punto del corso era arrivato? Era stato in tipografia a sollecitar
quelle bozze? Aveva letto il suo ultimo articolo comparso nella
-Rivista giuridica-? E quella memoria inserita nell'-Archivio
storico-?...
Ah, non poteva rimproverarsi d'esser stato in ozio a Roma, nonostante
la politica... Intanto il primo volume dell'opera sul -Dovere- l'aveva
finito lì, tra una seduta della Camera e l'altra, e adesso sperava di
dar mano al secondo...
Diana divorava le lacrime. Si sentiva messa in disparte, lei e la
bimba; l'impresa di riconquistar suo marito, di ricuperare il posto
ch'ell'aveva una volta presso di lui, quell'impresa che pur dianzi
l'era parsa di così agevol riuscita la sgomentava ad un tratto come
cosa irta di difficoltà insuperabili. Sempre più, sempre più le loro
vie divergevano e ogni tentativo di ravvicinarle era vano. Ecco, egli
nemmeno s'occupava di Bebè; un bacio, una carezza tanto per iscarico
di coscienza, e poi tutto era finito. È vero che oggi Bebè era
pestifera, ma egli doveva occuparsene per sgridarla, non far finta
ch'ella non ci fosse e parlar con Bardelli della sua Università e
delle sue Riviste. Ebbene; s'egli non si curava di Bebè, se non
domandava a lei, alla madre, i particolari delle sue prodezze, o
perchè doveva ella sdilinquirsi pel discorso ch'egli aveva tenuto alla
Camera? Glielo nominò, glielo lodò il suo discorso, gli fece le sue
congratulazioni (come avrebbe potuto esimersene?) ma quand'egli, preso
l'abbrivo, si diffuse con singolar compiacenza a descrivere il proprio
trionfo ella s'avvide che quel trionfo non destava che un'eco
debolissima nel suo cuore. E quanto più egli s'accalorava tanto più
ella si restringeva in sè stessa e diventava, suo malgrado, fredda,
pessimista ne' suoi giudizi. Certo egli era un uomo d'ingegno, ma era
anche un uomo di cuore? E quel dovere che gli tornava spesso sulle
labbra non era forse una lustra per mascherare le sue ambizioni?
Così Diana rientrò sconfidata nella casa che aveva lasciata un pajo
d'ore addietro piena di liete speranze, sedette senz'appetito alla
tavola che aveva voluto apparecchiar con le sue mani prima d'uscire e
ove aveva preparato un posticino per Bebè fra lei ed Alberto. Ma il
posticino rimase vuoto, perchè Bebè, lungi dal mostrarsi degna
dell'altissimo onore, seguitò a far capricci, e fu forza consegnarla
all'Irene che se la portasse via.
In luogo di Bebè c'era Bardelli a cui Alberto tra un boccone e l'altro
e sfogliando lettere e giornali seguitava a chieder notizie e a dar
commissioni.
L'assistente prendeva ogni tanto una nota sul taccuino.
--Povero Bardelli!--pensava Diana.--È una vittima.
E le venne un'idea, l'idea più luminosa che le fosse venuta in quella
giornata in cui tutto le andava a rovescio.
--Bardelli, che s'è sognato di dire che ha fatto colazione?... Non può
esser vero. Lei non fa mai colazione così presto.
E ordinò che aggiungessero una posata.
--Diamine!--esclamò il professore.--O chi poteva immaginarsi che
Bardelli fosse diventato un uomo così cerimonioso?... Mangi, mangi.
Allora Varedo si accorse che sua moglie toccava appena le vivande, e
le chiese:--Tu cos'hai?
--Niente, non ho fame.
IX.
Eugenio Bardelli si sente una pulce nell'orecchio.
Nelle brevi gite ch'egli faceva a Torino quando il Parlamento era
aperto, Varedo era sempre occupatissimo. Moltiplicava le sue lezioni
all'Università per riguadagnar l'ore perdute, spingeva innanzi con
alacrità i suoi lavori scientifici, dava una capatina nel suo
collegio, riceveva gli elettori che venivano in deputazione a
parlargli delle loro questioni locali, aveva continui abboccamenti col
Prefetto, col Sindaco e con altri pezzi grossi della politica e
dell'amministrazione. Per la famiglia non gli restavano che pochi
ritagli di tempo. Questa volta fu peggio del solito, e la vivacità di
Bebè contribuiva a far sì che l'onorevole, quando pur era in casa, si
chiudesse ermeticamente nel suo studio. Egli se ne scusava con
Diana--Cara mia, tu lo sai, senza la mia quiete io non posso nè
scrivere, nè leggere, nè pensare. Se vieni tu a tenermi compagnia mi
fai un piacere come me lo facevi in passato; ma lascia Bebè all'Irene
o mettila a dormire.
Per tentar di rivivere nel passato Diana si provava talora a venir
sola nello studio di suo marito. Sedeva in silenzio in un angolo
lavorando, o, a richiesta di lui, correggeva delle stampe, traduceva
qualche passo di libri inglesi e tedeschi. Ma era distratta. La sua
mente era altrove; ella trasaliva a ogni rumore del di fuori; e di
quando in quando si alzava e andava a dar un'occhiata a Bebè.
--Che cosa vuoi?--ella diceva ad Alberto.--Non mi fido dell'Irene.
--E se non te ne fidi, cambia bambinaia.
--Gli è che non mi fiderei di nessuna.
--Allora poi...
C'erano momenti in cui la bimba strillava per voler la sua mamma.
--Dio, come urla!--esclamava Varedo.
--Se vado io, tace subito.
--Va, va... già sei sulle spine.
No, non era assolutamente possibile di far rivivere il passato.
Adesso, nell'uscir dallo studio di Alberto per correre dalla sua
figliuola, Diana aveva l'ali ai piedi.
A Bebè il babbo dava una gran soggezione. Troppo spesso le
dicevano:--Zitto, il papà sta scrivendo--zitto, il papà ha
gente,--perchè, al cospetto di lui, ella non si ammutolisse. In vero,
nei pochi momenti ch'egli poteva dedicarle, ell'accettava rassegnata
le sue carezze, si lasciava portar sulle spalle e cullare sulle
ginocchia; ma di che gioia i suoi occhietti s'illuminavano quando egli
la deponeva per terra o la riconsegnava alla madre o alla bambinaia!
Varedo s'era proposto di rimanere a Torino tre settimane. Senonchè,
alla fine della seconda, gli capitarono da Roma delle lettere che lo
sollecitavano ad affrettare il suo ritorno. Il ministero era
vacillante, l'opposizione a cui Alberto apparteneva non disperava di
assestargli un colpo mortale anche prima delle vacanze, o almeno
d'indebolirlo in modo da rendergli difficile la vita a novembre. E,
nell'ipotesi d'una crisi, si faceva balenare agli occhi di Varedo,
ch'era tra i giovani più promettenti del Parlamento, la prospettiva
d'un posto di sotto-segretario di Stato. Ma, appunto per ciò,
conveniva ch'egli fosse sulla breccia.
Di questa possibilità d'un ufficio politico che l'obbligasse a una
dimora permanente alla capitale, il professore parlò a sua moglie,
come di cosa vaga e remota, soltanto il giorno prima di ripartire per
Roma, a tavola, in presenza di Bardelli, ch'era stato invitato a
desinare.
Dopo aver accennato alle condizioni precarie del Gabinetto e passato
in rivista quelli che, secondo lui, avevano maggior probabilità di
raccoglierne la successione, egli soggiunse:--L'uomo indicato per la
Presidenza del Consiglio, quello a cui credo del resto che si
rivolgerebbe subito la Corona, è San Giustino. Me ne appello a
Bardelli che ha letto il suo ultimo discorso...
--Eh sicuro--confermò l'assistente;--un discorso magistrale.
--Il suo e il mio--ripigliò Varedo--serbate sempre le debite
proporzioni, furono i due maggiori successi di questo scorcio di
sessione... Ah, era un pezzo che non si sentiva alla Camera un
discorso come quello di San Giustino, così organico, così ricco d'idee
e di soda eloquenza.
--Di dov'è San Giustino?--domandò Diana.
--È toscano... Ha la lingua, ha l'accento, beato lui!
--È giovine?
--Avrà quarantadue o quarantatre anni. E non è di quelli che abbiano
fretta. È dei pochi che non parlano quando non abbiano qualcosa da
dire.
--Ha famiglia?
--È vedovo... ha due figliuole in collegio... e un nipote, certo
Quinzani, figlio d'una sorella, un bravo giovine, dottore in legge,
che vuol percorrere la carriera dell'insegnamento. Ha già qualche
pubblicazione pregevole... Anzi, Bardelli, appena sarò a Roma farò
ch'egli le spedisca una copia di una sua memoria di diritto
internazionale... È molto ben fatta...
--Grazie.
--Con San Giustino--seguitò Varedo ch'era in vena di confidenze--ci
siamo legati d'amicizia in questi ultimi mesi... Egli dice sempre che
se andasse al potere si affretterebbe a offrirmi un segretariato.
--Capo di gabinetto forse?--chiese Bardelli.
--No, no, che diamine?... Sottosegretario di stato... ch'è il modo di
mettersi in vista per esser ministro a una prossima occasione... Te ne
stai lì incantata, Diana? Non ti sorride l'idea di esser
-sottosegretaria- di Stato fra un anno, e -ministressa- forse tra due?
Dov'è il bel fervore d'un tempo?... Ti ricordi delle serate al Caffè
Roma, di quando mi sostenevi valorosamente nella lotta contro i
colleghi arrabbiati i quali non ammettevano che un galantuomo, che uno
scienziato potesse aspirare alla vita politica?... Hai mutato parere?
Prima che sua moglie rispondesse, Alberto soggiunse celiando:--Sarebbe
un -chassez-croisez-, perchè han mutato parere anche loro, i colleghi
arrabbiati. Di due, Blevio e Sarioli, si sa benissimo che cercano un
collegio per mare e per terra e che non è colpa loro se non l'hanno
trovato, e gli altri non devono poi averla a morte con quei poveri
uomini parlamentari, se mi tempestano di lettere (Bardelli n'è buon
testimonio) per ottener favori e decorazioni.
--Ebbene--disse Diana,--ho paura proprio che tu abbia ragione, che sia
un -chassez-croisez-.
--Davvero?--fece Varedo con una risatina forzata.--Dunque ti dispiace
ch'io abbia in così poco tempo conquistato un posto onorevole alla
Camera?
--Oh--ella interruppe protestando,--non dare questo significato alle
mie parole... Come può dispiacermi?... Ma io penso che anche fuori
della Camera la tua riputazione non poteva che crescere... Meno
assorbito dalla politica, ti saresti consacrato con tanto più fervore
alla scienza...
--E ti pare ch'io l'abbia abbandonata la scienza?
--Neanche per sogno; ma il tempo che si dà ad una cosa non si può dar
all'altra.
--Eh, del tempo ce n'è d'avanzo... Basta volere. In quanto alla
scienza, io le faccio tanto di cappello, e la coltivo secondo le mie
forze... Ma la scienza deve esplicarsi nell'azione, e non è coi bei
libri che si manda avanti l'umanità.
Diana tentennò la testa.--Va poi avanti?
--Vede, Bardelli, quel che sono le donne--ribattè Alberto Varedo
rivolgendosi al suo assistente.--Scettiche e superstiziose... Credono,
se occorre, ai miracoli della Madonna di Lourdes, e diffidano del
progresso, diffidano dell'influenza che gli uomini d'ingegno e
d'energia esercitano sui propri simili.
--Avrò torto--disse Diana facendosi umile.--Forse in fondo alle mie
querimonie non c'è che il rammarico di veder quasi sciolta la nostra
famiglia.
--Quasi sciolta?--esclamò Varedo.--Che esagerazioni! Come se anche
lontano io non fossi con voi? Come se le mie assenze si prolunghino
mai oltre un certo limite?... Naturalmente, se un dì o l'altro
appartenessi al Governo, queste mie gite a Torino sarebbero molto
difficili; ma allora ci sarebbe un rimedio, verresti tu pure a Roma
con Bebè.
--Tu lasceresti l'insegnamento?
--In via provvisoria... come si fa sempre, il giorno in cui si
abbandona il potere si riprende la cattedra.
--Vedi se val la pena di spiantar casa!... Per quello che durano i
Ministeri in Italia!... Questo qui ha poco più di due anni e trovate
che ha già vissuto troppo.
--Sfido io... Quel povero Crugnoli ha perso la bussola... E ha certi
collaboratori... Oh, Bebè!
Bebè, la cui comparsa arrestava sulle labbra paterne il panegirico dei
collaboratori di Crugnoli, veniva in tavola, come d'ordinario, alle
frutta e l'Irene, dopo averla portata in giro acciocchè tutti la
baciassero, l'accomodò nel seggiolino accanto alla mamma.
Le manine della bimba si protesero subito con energia verso la
fruttiera.
--Or ora, or ora--disse Diana prendendo alcune ciliege e levandone il
nocciolo... Ecco... Apri la bocca, Bebè.
Ma Bebè non voleva essere imboccata, voleva mangiar da sè; ciò che
diede luogo a una breve contestazione tra madre e figliuola.
E poichè Bebè principiava a strillare, Varedo si turò gli orecchi con
le dita.
--Zitto, Bebè!--disse Diana.--Il papà non vuol sentir piangere le
bambine.
L'ammonizione ebbe un effetto salutare; Bebè trattenne le lacrime e
borbottò:--Papà citto.
A forza di sentirsi ordinare di star zitta in presenza del suo babbo
ell'aveva finito con l'affibbiare questa specie di nomignolo
all'autore de' suoi giorni.
Senza più curarsi di lei, il professore si voltò verso Bardelli per
domandargli se avesse finito la traduzione di certi passi d'una
recente opera tedesca.
--Fra tre o quattro giorni--rispose l'assistente--le spedisco ogni
cosa.
Varedo parve sconcertato dall'annunzio.
--Ah, Bardelli mio, questa volta ha dormito.
--È una cinquantina di pagine fitte, sa, professore--osservò l'altro,
scusandosi.--E io non supponevo che lei partisse così presto...
--Appunto, non lo supponevo neanch'io... È una disdetta, perchè io
speravo di legger quella traduzione in strada ferrata.
--Domani?... Com'è possibile?
--Eh, pazienza....
Desolato, Bardelli ripigliò:--Se fosse per domani sera potrei
forse....
--No, è inutile... Quando non l'ho per domattina...
Bardelli si grattava la nuca.--Per domattina?... A che ora parte la
corsa?
--Alle 8.55. Ma le ripeto che non importa.... Invece mi porti il libro
alla stazione.... Ci darò un'occhiata durante il viaggio... Non ho col
tedesco la famigliarità che ha lei, ma lo intendo benissimo.... E a
Roma, in caso di bisogno, incaricherò della versione Quinzani che ha
studiato a Lipsia.
Questo nome di Quinzani, ripetuto dopo un così breve intervallo, destò
nell'animo di Bardelli un sentimento istintivo di gelosia.
--Aspetti, aspetti, professore... Ancora non è detta l'ultima parola.
--Cioè?
--Non so, non m'impegno, ma, ripensandoci su, trovo che le 8,55 di
domattina sono lontane.
Diana, che stava facendo il caffè con la macchina, alzò gli occhi
verso Bardelli.
--O che vorrebbe patir la notte?
--Forse non sarà neanche necessario; basterà andar a letto un'ora più
tardi e alzarsi un'ora prima...
--Ma Alberto, tu non devi permettere--insistè Diana; e intanto con uno
spillone stuzzicava il lucignolo sotto la macchina. Bebè stendeva i
suoi cubi sulla tavola, meditando qualche grande opera architettonica.
Varedo si mise a ridere.--Non si tratta di permettere o non
permettere. Bardelli è fuori di minorità... Io non esigo nulla...
S'egli non può portarmi la traduzione, mi riporti il volume.... senza
cerimonie.
--Avrà la traduzione, professore--dichiarò Bardelli.--Ormai mi pare di
poter dargliene l'affidamento.
--Oh--disse Varedo accendendo un sigaro per sè e offrendone uno al suo
interlocutore,--quel libro io l'ho sfogliato e son persuaso che non
abbia nulla di nuovo. Ma quei tedeschi son così pedanti che un autore
il quale non tenesse conto delle loro ultime pubblicazioni avrebbe per
questo solo avversa tutta la critica. E in ogni modo io desidero che
la mia opera, almeno nell'esposizione delle varie dottrine, sia
completa ed esauriente.
L'onorevole si stropicciò le mani in aria d'uomo contento di sè.--Ella
lo sa benissimo, Bardelli, nel primo volume di cui ho consegnato
giorni fa l'ultime pagine all'editore, io prendo in esame coscienzioso
e sereno lo stato presente della questione. Ipotesi ottimista, ipotesi
pessimista, imperativo categorico di Kant, spiritualismo, naturalismo,
positivismo, evoluzionismo, tutti insomma i sistemi principali della
morale contemporanea sono riassunti e discussi. Il secondo volume sarà
consacrato interamente allo svolgimento della teorica del dovere che
io faccio derivare dalla trasformazione dell'egoismo gretto primitivo
in egoismo illuminato e dell'egoismo illuminato in altruismo. Così...
--No, non si regge--interruppe Bardelli facendo per alzarsi dalla
sedia.
Ma il professore, un po' piccato, lo trattenne pel braccio.
--Come non si regge?... E che cosa guarda?
È forza riconoscere che Bardelli, perduto assolutamente di vista
l'imperativo categorico, fermava la sua attenzione sopra una minuscola
torre di Babele che Bebè andava via via erigendo co' suoi cubi e che
minacciava rovina.
In fatti, -patatrac-, l'edifizio precipitò con fracasso sulla tavola e
Bebè, rossa in viso ed irritatissima, se la prese coi cubi e cominciò
a scagliarli di qua e di là per la stanza.
--O Diana--gridò Varedo--a che cosa badavi?
E con le palme aperte si riparava dai poco pericolosi proiettili.
--Badavo al caffè--rispose tranquillamente la signora, mentre, senza
scomporsi, imprigionava nelle sue le manine della bimba.
--Il caffè ce lo manderai nel mio studio--disse l'onorevole levandosi
da tavola.--Venga di là, Bardelli. Ripiglieremo in pace il nostro
discorso... Non sente che strilli?
Bebè che non s'era potuta sfogare col bombardamento si sfogava urlando
come un'ossessa. E nella sua disperazione invocava il soccorso del suo
amico Bardelli.---Elli, Elli!-
--Se provassi io a quietarla,--insinuò questi, timidamente.
--È matto?--saltò su Varedo.--O che fa la bambinaia, lei?... Venga,
venga con me.
I due uomini si mossero, ma Diana li arrestò con un gesto.
--È inutile, Bebè cede il campo. La porto io dall'Irene e torno subito
a versare il caffè ch'è bell'e pronto.
Così dicendo, ella uscì con la piccola ribelle che si divincolava
invano e che tra minacciosa e implorante esauriva tutto il suo
vocabolario.--No... Mamma... -Elli-... Più... Papà -citto-.
Alberto Varedo si rimise a sedere, accavalciò le gambe e con
l'impassibilità olimpica di Farinata degli Uberti, non turbato
dall'interruzione di Guido Cavalcanti, riappiccò la conversazione
filosofica al punto in cui l'aveva lasciata.
--Io parto da questo concetto. La tendenza intima dell'essere si
manifesta sotto due aspetti apparentemente contrari, l'egoismo e la
simpatia. L'istinto personale della conservazione, estendendosi da un
individuo agli altri individui con cui egli è in rapporti, basta a...
--Se prima beveste il caffè?--propose Diana ch'era rientrata
tacitamente nel salotto da pranzo e aveva ripreso il suo posto.
Il professore fece un gesto d'impazienza.--Beviamo pure questo caffè,
ma dopo passeremo nella mia camera da studio.
--Ecco--balbettò Bardelli posando sulla tavola la chicchera offertagli
dalla padrona di casa--ecco.... se mi permettesse....
--Che cosa?
--Dovendo finire quella traduzione...
--Ah, quella del libro tedesco?... Ci tiene proprio a finirla lei?
--Sì, professore, le confesso che sarebbe per me un gran dispiacere
che altri vi mettesse le mani....
--Se le sta a cuore davvero, faccia come crede...
Bardelli vuotò in fretta la chicchera e si alzò.
--Grazie... Allora vado... La signora Diana mi scusa...
--Io?... S'immagini... Piuttosto non s'ammazzi per lavorare....
Alberto, hai un assoluto bisogno di quella traduzione per domattina?
--Ma no... Quello di cui ho bisogno è il libro... Ho già detto a
Bardelli che la traduzione posso farla fare a Roma da Quinzani.
Ancora Quinzani! Tre volte Alberto Varedo lo aveva nominato nel corso
di quella sera, e ogni volta Bardelli ne aveva risentito una
impressione oscuramente penosa.
--Alle 8.55 sarò alla stazione col manoscritto--egli disse prendendo
commiato.
Dopo ch'egli ebbe rinchiuso l'uscio dietro di sè, Diana si rivolse a
suo marito.
--Povero Bardelli! Lo appoggerai al primo concorso.
Varedo sorrise.--Oh i ragionamenti delle donne! Perchè ci è devoto,
perchè ci è affezionato.... del resto anche noi gli usiamo molte
attenzioni... deve aver i titoli per vincere un concorso
universitario...
--Ma li ha, i titoli.
--Può darsi.... Bada però che non è mica un'aquila.
Diana sbarrò tanto d'occhi.
--Se lo lodavi sempre?
--È un bravo giovine, è un giovine colto, studioso, ma non è
un'aquila... E poi prometteva di più di quello che non ha mantenuto.
Diana non soggiunse verbo:--Bardelli è un debole e un
sentimentale--ella pensava.--Sarà schiacciato dai forti.
X.
Nella bottega dell'orefice.
Era una domenica di luglio e stava per sonare il mezzogiorno. Uno dei
garzoni si avvicinò al padrone e chiese:--Si deve chiudere?
--Chiudete pure--rispose Girolamo Bardelli.
Una signora vestita a bruno, ch'era in compagnia d'un fanciullo fra i
sei e sett'anni e ritta dinanzi al banco chiacchierava confidenzialmente
con l'orefice, esclamò:--Diamine! È così tardi?... Vado, vado... Su,
Pinotto...
--Eh, non c'è fretta, signora Merlini--disse Bardelli.--Prima di tutto
a chiudere ci vogliono dieci minuti... Poi si può uscire per la
porticina di dietro: e in fine si può anche restare, perchè io resto.
Pronunziate queste parole, Girolamo Bardelli diventò rosso come un
papavero, perch'egli era timidissimo col bel sesso, e una proposizione
siffatta gli pareva il colmo dell'audacia, quantunque dovesse capire
che la presenza di Pinotto era una salvaguardia contro tutti i
pericoli.
La signora Merlini sorrise maliziosamente.--Eh, signor Bardelli, che
direbbe il mondo?... No, no, me ne vado... E siamo intesi...
Occorrendo, posso fare assegnamento su lei per la stima di quei pochi
oggetti...
--Ma per qualunque cosa, si figuri...
--Già se non potessi proprio fare a meno di venderli, verrei qui...
Lei non è uno speculatore, è un amico....
--Questo sì, ma speriamo che non abbia bisogno...
--Eh, una povera vedova con un figliuolo da educare, non si sa mai...
Una gran brutta condizione, caro signor Bardelli, quella d'una vedova
che sia ancora abbastanza giovine e che voglia restar ligia al proprio
dovere... Se non è un mostro--e la signora Merlini ebbe un gesto che
significava: «Io non sono tale;»--se non è un mostro, degli appoggi ne
trova in quantità; ma a qual prezzo?
Questa volta l'orefice arrossì per conto della signora Merlini e
balbettò:--Pur troppo gli uomini sono raramente disinteressati.
Ella lo interruppe.--Ce ne sono però; siamo giusti. Ce ne sono e ne
conosco anch'io... molto da vicino....
Così dicendo, la vedova porse al signor Girolamo una mano bianca e
grassottella ch'egli prese con delicatezza in una delle sue, mentre
con l'altra accarezzava i capelli di Pinotto.
La signora Merlini puntò sul banco tutti e due i gomiti e chinandosi
verso Bardelli sussurrò a bassa voce:--C'è una cosa ch'io non riuscirò
mai ad intendere.
--Ed è?
--Perchè gli uomini migliori non si facciano una famiglia.
La onesta curiosità della signora Merlini rimase inappagata, perchè
giusto in quel momento due persone irruppero nella bottega che i
garzoni non avevano ancora finito di chiudere. Era la signora Marianna
Bardelli in compagnia del figliuolo Eugenio.
--Scappo--disse la vedova ripigliando la posizione verticale. E
soggiunse in un soffio:--Stasera alle nove conduco Pinotto a prendere
una boccata d'aria al Valentino.
Indi, voltandosi verso i nuovi arrivati.--Buon giorno, signora
Bardelli, come sta? Buon giorno professore... Pinotto, da bravo,
levati il berretto. Questi ragazzi non imparano mai la creanza.
Scambiati i saluti, la signora Merlini uscì rapidamente, tenendo a
mano il figliuolo.
La signora Bardelli la seguì con uno sguardo sospettoso e
malevole.--Che civetta!
--Oh Dio--obbiettò l'orefice.--Non vedo...
--Civetta sopraffina--ribadì la madre.--E come si dipinge gli occhi!
--Non mi pare...
--Tu non te ne intendi, caro mio... E bazzica molto in questa bottega,
la signora.... Grandi affari, ha...
--Desidera ch'io le stimi degli oggetti d'oro...
--Uhm!... Son donne da starne lontani le mille miglia.... Basta, spero
bene che non cascherai nella rete...
--Oh mamma, che idee!--E mutando discorso, domandò:--Hai da
parlarmi?... Anche tu, Eugenio?
A un cenno affermativo degli interrogati, egli si rivolse ai
garzoni:--Andatevene pure e date i catenacci anche per di fuori... Io
uscirò dalla porticina di dietro, e chiuderò a chiave da tutte e due
le parti.
Quando non ci fu più nessun estraneo, Girolamo Bardelli precedette sua
madre e suo fratello nella retrobottega ove spirava un po' d'aria, li
fece sedere e disse:--Che cera scura avete! Ci son dei guai?
--Pur troppo--sospirò Eugenio.
La signora Marianna gli diede sulla voce--Oh, lui esagera sempre.
Certo ch'è una cosa sgradevole.
--Ma spiegatevi, in nome del cielo--insistè Girolamo.
Eugenio tirò fuori una lettera dalla tasca del soprabito, e la
consegnò a suo fratello.--Leggi: è del professore Varedo.
Con molte circonlocuzioni, Alberto Varedo scriveva da Roma a Bardelli
ch'era dispiacentissimo di non poter conservargli il posto di
assistente che egli occupava già da due anni. Questi posti destinati a
essere un utile tirocinio pei giovani aspiranti all'insegnamento non
erano mai dati a perpetuità allo stesso individuo; anzi molti
professori ad ogni nuovo anno scolastico prendevano un assistente
nuovo. Egli, Varedo, aveva resistito fino allora alle molte
sollecitazioni che gli venivano fatte, e se adesso aveva ceduto non
era certo per mancanza di stima e d'affezione verso Bardelli alla cui
opera efficace si onorava di render giustizia; era soltanto per non
incorrer nell'accusa di favoritismo. Sperava che questa deliberazione
non sarebbe stata presa in mala parte dal suo valido collaboratore col
quale egli si riprometteva di mantenere intatti i rapporti di amicizia
personale e di fratellanza scientifica.
--È una bella lettera, non si può negarlo, una lettera che si potrebbe
metter in cornice come qualunque diploma--osservò la signora Bardelli
facendosi fresco col ventaglio.
L'orefice ripiegò il foglio, lo rimise nella busta e lo restituì a
Eugenio, dicendo:--Sì, la lettera è gentile, ma...
--Ma la conclusione si è che ho perduto il posto--continuò
l'assistente.--Lo so benissimo che non son posti conferiti a
perpetuità, e nemmeno io potevo pretendere di esercitar questo ufficio
fino alla consumazione dei secoli. Aspettavo sempre che s'aprisse un
concorso a qualche cattedra della mia materia o di materia affine...
Quello che mi pesa di più è il modo.... Perchè il professore non m'ha
detto niente l'ultima volta che ci siam visti? Perchè, volendo mutare,
non ha scelto uno dei giovani usciti dalla nostra Università? Perchè
mi dà per successore un certo Quinzani che ha fatto i suoi studi parte
a Pisa, parte a Lipsia, e che qui non si conosce punto?...
--Nella lettera non c'è nessun nome--interruppe Girolamo.
--Quest'è il peggio... Il nome l'ho saputo all'Università a cui il
professore Varedo l'ha comunicato per le formalità d'uso.... Quinzani!
Una assoluta mediocrità che ha pubblicato una memoria insignificante
di diritto internazionale... Ma è nipote d'un uomo politico...
La signora Bardelli che aveva la pretesa di esser una donna pratica e
positiva rimise in carreggiata la discussione.
--Son chiacchiere vane... Sia uno o l'altro il successore, è lo
stesso. L'essenziale è d'intendersi sul -quid faciendum-. Eugenio
crede che ormai sia inutile qualunque passo per far recedere il
professore Varedo dalla deliberazione presa.
--Inutilissimo.
--Sarà. A ogni modo è necessario rispondere. E poichè il professore
mostra tanta amicizia, tanta deferenza, bisogna coglier la palla al
balzo e sollecitare il suo appoggio in un prossimo concorso... Non ho
ragione, Girolamo?
--Sì.... veramente--rispose il figliuolo maggiore....--Ma c'è questo
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