speditegli dagli editori due giorni innanzi. Quest'ufficio di
corregger le stampe Diana l'aveva conservato anche durante la
gravidanza, e le prime cartelle delle bozze che Varedo esaminava erano
state riviste da lei la mattina stessa. Ora Alberto pensava che per un
bel pezzo neanche questo piccolo aiuto egli avrebbe potuto aver da sua
moglie. Meno male che c'era Bardelli.
Ed era appunto di Bardelli, del nostro amico Eugenio Bardelli, la
timida voce che, di dietro l'uscio chiuso, domandava:--È permesso?
--Avanti!--gridò il professore.
E soggiunse:--Non l'ho sentito nè sonare il campanello, nè camminare.
È entrato pel buco della serratura?
--Ho sonato adagio e ho camminato in punta di piedi... Passavo di qui
e desideravo saper qualche cosa, anche per conto della mamma.
--Grazie, non c'è ancora nulla di nuovo.
--Lo so... Ho parlato con la signora Valeria... La mamma rinnova le
sue offerte... Se c'è bisogno di lei, è sempre a disposizione... Ha
pratica di parti, la mia mamma.
--Grazie, grazie. Ma vede bene, non può occorrer nulla... C'è la
levatrice, c'è mia suocera, c'è la mia cameriera, c'è stato il
dottore... Tutto va in regola; non c'è che da lasciar tempo al tempo.
--Eh, capisco--riprese Bardelli girando fra le mani il cappello a
cencio.--A ogni modo anch'io se posso...
--Lei, caro Bardelli, può anche meno delle donne... Dica piuttosto, fa
freddo fuori?
--A bastanza... Un freddo asciutto però.
--E qui le pare che si stia bene!
--Qui si sta da papi.
--A me pare tutt'altro... I caloriferi sono spenti e ho dovuto
chiuderne le bocche... Prima di mattina si gelerà.
--In camera della signora Diana c'è la stufa?
--Sì, ed è accesa... Ma quella non riscalda me.
Eugenio Bardelli atteggiò il viso ad un'espressione di sincero
rammarico, come deplorando di non poter mutarsi lui in una stufa o in
un braciere per riscaldare il suo amato professore.
Non essendo facile il tradurre in parole un sentimento così generoso,
il giovine assistente (perchè fin dall'ottobre Bardelli aveva
conseguito il posto onorifico) balbettò:--Per domattina
all'Università, vado io...
--Sì, va lei, e fa ripetizione... Ma mi raccomando, Bardelli, non
abbia quell'aria d'uomo che domanda perdono di esistere. Il sapere è
una bella cosa, ma bisogna anche mostrar di sapere, sopra tutto quando
s'ha da fare coi giovani.... Se no, malgrado la sua dottrina finiranno
col prenderla di sotto gamba.
Era pur troppo quello che avveniva, ma Bardelli non osava confessarlo.
--L'arte di tener la disciplina, caro amico--continuò Varedo--non c'è
maestro che la insegni. Ci sono di quelli che la sanno già il primo
giorno che salgono in cattedra; ce ne sono altri che non la imparano
mai.
Bardelli chinava il capo in segno d'assenso, sbirciando nello stesso
tempo i frontispizi dei libri nuovi sparpagliati sulla tavola.
--Sono gli ultimi acquisti della Biblioteca della Scuola--spiegò il
professore.--Ci son anche due volumi di Spencer, ancora intonsi...
Vuol portarseli via?
Gli occhi dell'assistente brillarono di compiacenza.
--Così mi risparmia la briga di tagliar le carte. A me basterà
riaverli entro domani.
--E delle prove di stampa ce n'ha?--disse Bardelli.
--Queste finisco di correggerle io, tanto fa--disse Alberto.--Da
domani in poi, fin che mia moglie è impedita, ricorrerò a lei.
--Si figuri!--esclamò l'altro, contento come una Pasqua.--Sarà un
onore per me.--E soggiunse tentennando la testa:--Eh, la signora Diana
dovrà stare in riposo per un bel pezzetto.
--Chi sa?... I parti delle donne son faticosi, son dolorosi, non c'è
dubbio; però, nella peggiore ipotesi, è una fatica, è un dolore di
uno, di due giorni... Noi uomini di studio, siamo nel travaglio del
parto tutto l'anno, e le nostre creature fatte, rifatte, distrutte
persino con le nostre mani ci costano molti più spasimi di quelle che
non abbiamo costato noi alle nostre genitrici.
Il professore Varedo parlava come persona convinta di esser vittima
d'un'ingiustizia sociale. O che forse non meritava anch'egli una parte
dell'interesse, della sollecitudine ansiosa che in quel momento si
consacrava a sua moglie?
Non avvezzo a considerar la questione sotto questo aspetto originale,
Bardelli se la cavò con poche frasi sconnesse.
--Sicuro... Anche gli uomini di studio.... è positivo... sono in
gestazione continua.
Varedo lo licenziò.--Buona notte... Vada, vada, lei che può coricarsi
tranquillamente.... Prenda i due libri, e arrivederci...
Dopo aver dato un'altra capatina in camera di Diana, Alberto riprese
la correzione delle sue stampe. Finita che l'ebbe, principiò a
camminar su e giù per la stanza col capo chino, con le mani
intrecciate dietro la schiena, sotto la vestaglia. Camminava adagio
nel poco spazio lasciato dai libri e dai mobili, camminava riflettendo
ai casi propri e commiserandosi. Lo assaliva un amaro rimpianto dei
primi mesi del suo matrimonio, allorchè Diana era tutta sua, tenera,
espansiva sovente, devota, affezionata sempre, sempre pronta ad
accogliere le sue confidenze, ad assisterlo nei suoi studi. Così egli
lo comprendeva il matrimonio; quella poteva chiamarsi davvero l'unione
di due anime. O perchè non era durato così? Dal giorno che Diana s'era
sentita madre, tutto era mutato d'aspetto. Egli le parlava ed ella lo
ascoltava distratta, mal dissimulando la propria indifferenza pegli
argomenti ch'egli era riuscito a renderle cari e domestici. E cercava
sviare il discorso e tirarlo sul grande avvenimento che stava per
compiersi e a fronte del quale ogni altro pensiero le pareva vano. Che
s'egli, alla sua volta, non rispondeva a tuono alle domande di lei
circa alla cuna del bimbo, al corredo, alla diversa disposizione da
darsi al loro quartierino durante il periodo dell'allattamento, una
nuvola le si stendeva sulla fronte, una lacrimetta le spuntava negli
occhi, ed ella biascicava con voce dolente:--Ecco, non -gli- vuoi
bene.--Santo Iddio, che bene doveva volergli se per lui -egli- non
esisteva ancora? Ma guai se Varedo non avesse soffocato questo grido
dell'anima! E si difendeva dall'accusa di non volergli bene,
quantunque non potesse volergliene come lei che lo portava nel suo
grembo e lo nutriva del suo sangue... Erano dispute brevi che si
rinnovellavano spesso e turbavano l'antica armonia. Senza dire del
dissidio latente che c'era tra Alberto e Diana a proposito dello zio
Gustavo. La scenata del Lido non aveva avuto conseguenze; i due uomini
s'erano in apparenza riconciliati, ma non vi poteva esser buon sangue
fra loro. E Gustavo, che non voleva metter la nipote in una condizione
difficile verso il marito, non le scriveva più, ed evitava di venir a
Torino ove pure gli affari della sua Compagnia d'Assicurazioni
l'avrebbero chiamato di quando in quando. Diana sentiva amaramente la
mancanza di questa corrispondenza e di queste visite, e sebbene i suoi
principî rigidi le impedissero di giudicar in modo diverso da Alberto
le relazioni fra lo zio e Adelaide Nocera, non permetteva alcuna
allusione men che rispettosa a un parente che nel cuore di lei aveva
tenuto un posto vicinissimo a quello occupato dalla sua mamma.
Comunque sia, nelle meditazioni peripatetiche di quella notte, Alberto
Varedo dedicava appena un pensiero fuggitivo al mondano ingegnere. Non
era lui il nemico del suo benessere coniugale; il nemico vero (la
dichiarazione aveva almeno il merito della franchezza) era il
nascituro. Era inutile; questo marmocchio che gli avrebbero presentato
forse di lì a pochi istanti dicendogli:--È il tuo figliuolo--non
destava nell'animo del professore il minimo senso di tenerezza.
Avrebbe fatto, si intende il suo dovere verso di lui (quando non lo
faceva, egli, il proprio dovere?) avrebbe lavorato per non lasciargli
mancar nulla; l'avrebbe protetto, consigliato, difeso; ma come gli
sarebbe stato riconoscente se fosse rimasto -in mente Dei-!... E pure
non gli accadeva nulla che non fosse nell'ordine naturale delle cose,
e il suo collega professor Feroni, grande odiatore del bel sesso, a
cui egli non aveva saputo dissimulare la sua noia per la gravidanza
della moglie, aveva esclamato per spaventarlo:--Eh caro mio, le donne
son capaci di tutto, anche di darvi due gemelli... Chi non vuol
disgrazie segua il mio esempio e ne stia lontano.
Certo il dubbio che in fondo a questa mala soddisfazione per
l'imminente paternità ci fosse una buona dose d'egoismo veniva ogni
tanto a molestare il professore Alberto Varedo, a turbar l'alto
concetto ch'egli aveva della sua perfezione morale. Anche adesso una
voce importuna gli ripeteva di quando in quando:--tu che non soffri,
tu che puoi, se ti piace, stenderti sul tuo letto e dormire, tu ti
lagni e ti crucci, e tua moglie che patisce da nove mesi, tua moglie
che ora si dibatte negli spasimi, che potrebbe soccombere alla prova,
è raggiante di gioia nell'aspettativa della gracile creatura che
uscirà palpitante dalle sue viscere. E questa creatura ella per un
anno la nutrirà del suo latte, consacrerà ad essa i suoi giorni e le
sue notti, le insegnerà a balbettare le prime parole, a provare i
primi passi, ne scruterà ogni moto, ogni gesto, sentirà ripercotersi
in cuore l'eco d'ogni suo lamento, tremerà d'ogni ombra che ne
offuschi le pupille, che ne veli le gote;... tu frattanto accudirai
alle tue occupazioni ordinarie, correrai dietro come prima a' tuoi
sogni ambiziosi; non avrai del bambino che le carezze e i sorrisi... E
osi lagnarti?
Ma Varedo non durava fatica a soffocar queste timide rampogne della
sua coscienza. Chi discute con sè medesimo finisce sempre col trovar
gli argomenti che gli danno ragione. Egli non negava nè le sofferenze
presenti nè le passate di Diana; non negava il coraggio con cui ella
dissimulava i suoi dolori; nè l'abnegazione piena d'entusiasmo con cui
si disponeva ad adempire ai suoi uffici. Ma che per ciò? Se l'ideale
della donna è quello d'esser madre, se nel conseguimento di questo
ideale è la sua maggior voluttà, si capisce bene che per raggiungerlo
ella affronti risoluta e serena qualunque pericolo e si sobbarchi a
qualunque sacrifizio. Il dolore, il pericolo sono condizioni
indispensabili della sua gioia; il sacrifizio, o quello che ci par
tale, è anch'esso una gioia per lei. Non convien quindi magnificare
oltre misura i suoi meriti.
Alberto Varedo era arrivato a questo punto della sua ingegnosa
dissertazione quando lo ferì un grido acuto, straziante, come d'un
animale colpito a morte. E a quel grido ne succedette un secondo, ed
un terzo più straziante, più acuto... indi un gran silenzio... Il
professore sentì un brivido corrergli dalla punta dei piedi alla
radice dei capelli, sentì bagnarsi d'un sudor freddo le tempie e le
mani, guardò istintivamente l'orologio che segnava le tre del mattino,
e barcollando sulle gambe uscì dalla stanza.
Era entrato appena nel salotto attiguo che si incontrò con la suocera
la quale, a vederlo così pallido, diede un passo indietro. Ma
ricompostasi subito--Sei tu?--disse.--Venivo ad annunziarti che tutto
è finito.
--Finito?--balbettò Alberto.
--Già... finito in bene... e prima di quello che non si credesse... Ma
per questa volta bisogna aver pazienza. È una femmina...
Che fosse una femmina o un maschio non era cosa che importasse molto a
Varedo; ond'egli non fece un grande sforzo di magnanimità a dichiarare
che gli bastava di saper Diana fuori di pena.
--Vieni a darle un bacio--proseguì la signora Valeria. E lo precedette
dalla figliuola.
Nella camera nuziale una matrona baffuta, con un neo sul mento che
sembrava un cespuglio, immergeva in una vasca d'acqua tepida un
mostriciattolo paonazzo e strillante; la donna di servizio cacciava in
un angolo un mucchio di panni sanguinolenti. Bianca come il guanciale
su cui posava la testa, la puerpera si voltò languidamente verso il
marito, e gli sussurrò in un soffio:--Sto bene adesso... L'hai vista?
--Or ora gliela porto--disse la matrona baffuta, mentre Alberto,
docile agli eccitamenti della suocera, si chinava su Diana e accostava
la bocca alla bocca scolorita di lei.
La matrona, conosciuta in arte sotto il nome di Carlotta Rossetti,
levatrice approvata, infarinò rapidamente con la cipria il
corpicciuolo umido e viscoso della bambina, e la presentò in tutta la
sua seducente nudità al felice genitore.
--Baciala--suggerì la signora Valeria.--È una bellezza.
Reprimendo un gesto di maraviglia all'audace affermazione, Varedo
sfiorò con le labbra la guancia della sua primogenita.
--Una bellezza--sentenziò la levatrice approvando le parole della
signora Valeria. Ma soggiunse con arguzia:--La prossima volta faremo
un maschio.
Diana tirò fuori faticosamente una mano dalla coperta e accennò ad
Alberto d'avvicinarsi.
--Non sei andato a letto?--gli chiese.
--No...
--Povero Alberto!... Vacci ora... Tra poco spero anch'io di dormire.
--Sarai stanca.
--Tanto stanca.
--Hai sofferto molto?
--Molto... Ma è passato... E dopo si prova una gran pace.
--Tss, tss!--fece la signora Valeria, appressandosi alla
figliuola.--Non affaticarti a discorrere... E tu, Alberto, procura di
riposare il resto della notte.
--È quello che gli dicevo--bisbigliò Diana.
--Tutti, tutti dobbiamo pigliarci qualche ora di riposo... Anch'io
guardo con desiderio a quel letto lì...
E la signora Valeria accennò al letto di suo genero ch'ell'avrebbe
occupato per quella notte e per le seguenti.
Indi rispose:--Appena la signora Carlotta avrà finito i suoi affari
con la -principessina-...
--Ho finito, io... Ecco Madamigella
E prima di collocarla nella cuna tepida e civettuola che l'aspettava
la riofferse, avvolta in pannolini caldi, al bacio della nonna e dei
genitori.
--O perchè non posso tenerla qui accanto?--chiese Diana.
Sua madre si oppose.--No, assolutamente no.
--Perchè?... Dovrò alzarmi per vederla.
--Abbi pazienza... Per questa volta fa conto d'aver dieci anni di meno
e ubbidisci alla tua mamma... La cuna è attaccata al tuo letto... Non
hai che da voltare un momento la testa... Tutti questi lumi li
porteremo via... Non resterà che il lume da notte là sul cassettone...
proprio in fianco alla cuna... Guarda, la piccola s'è chetata
subito... O dov'è la signora Carlotta? Se ne sarebbe andata alla
-romana-?
La donna di servizio rispose:--No, si mette il cappello e torna.
In fatti, la signora Rossetti riapparve col cappello in testa e
imbacuccata nella pelliccia.
--Son qui a dar la buona notte a tutti... principiando dalla nostra
sposa...
S'accostò alla puerpera, la palpeggiò in tutto il corpo con la mano
esperta, e diede segni di viva soddisfazione.--Bene, benissimo... Sarò
qui domattina alle dieci.
--Domattina verrà anche il dottore.
--È naturale--osservò la levatrice.--Ma non avrà da ordinar nulla.
--E--domandò ansiosa Diana--la piccola non avrà bisogno di niente...
Non avrà fame?... Non avrà sete?
--Che fame?--protestò la signora Carlotta.--Che sete?... Fin dopo la
mia visita di domani non le diano neppur un gocciolo d'acqua.
--E per domani mi verrà il latte?
--Sì, non dubiti... E stia di buon animo... Se si agita, guai... Buona
notte...
--Buona notte.
La signora Valeria accompagnò la levatrice fino nell'anticamera.--Tutto
in regola, non è vero?
--Perfettamente.
--Sia ringraziato Iddio... E se ne va così sola?... ... Oh, lei qui
di nuovo?
Queste ultime parole erano indirizzate a Bardelli apparso come per
incanto.
--Sì... Passavo... Sento che la signora Diana s'è liberata... Mi
rallegro, anche in nome della mamma.
--Grazie, signor Bardelli... ci vedremo domattina... Adesso si va
tutti a letto...
--E il professore?
--È di là... Ma è meglio lasciarlo stare...
--Diamine! Se posso servire in qualche cosa?
--Niente, signor Bardelli, niente... O piuttosto, sì... forse potrebbe
far un tratto di strada insieme con la signora Rossetti.
--Ben volentieri...
Ma la levatrice, che aspettava il momento buono per congedarsi
definitivamente, dall'alto della sua statura di un metro e 82
centimetri squadrò il piccolo e sbarbato professorino e disse non
senza malizia:--Chè? Chè? Ho l'abitudine di andar sola a qualunque
ora... Con un giovinotto poi, comprometterei la mia riputazione...
--A ogni modo--ripigliò sorridendo la signora Valeria--il professor
Bardelli potrebbe chiamarle un fiacre.
--Immediatamente. Ce ne dev'essere in Piazza Vittorio Emanuele.
E Bardelli si precipitava; ma la signora Rossetti lo trattenne.--Non
si disturbi... fin che posso, preferisco trottar con le mie gambe che,
grazie a Dio, sono ancora buone.
Battè due colpi con la palma sulla rotella del ginocchio e
soggiunse:--A me nessuno osa dar molestia... E poi, creda a me,
-madama- Inverigo, quando una donna ha un certo contegno...
Terminò d'infilarsi un paio di grossi guanti di lana, alzò il bavero
della pelliccia, e uscì con passo marziale.
Eugenio Bardelli, sgattaiolò per proprio conto.
. . . . . . . . . . . . . . .
Rientrando nella sua camera da studio, Alberto ebbe l'ingrata sorpresa
di trovarsi in un'atmosfera densa ed irrespirabile. La lampada a
petrolio s'era spenta; il fungo formatosi in cima allo stoppino
mandava un chiarore rossastro. Il professore dovette spalancare la
finestra, posar il lume sul davanzale, e lasciar aperto per qualche
minuto. Era una notte di marzo limpida e fredda; il termometro
all'esterno segnava otto gradi sotto zero; i tetti, bianchi di neve,
scintillavano ai raggi della luna. Non saliva dalla strada suono di
passi o di voci. Allorchè Varedo si decise a rinchiudere i vetri,
anche la stanza era una Siberia, ed egli, messosi a letto, non potè
dormire nè riscaldarsi per quanto si coprisse. Prima dell'otto era in
piedi, starnutando e tossendo. E queste furono per lui le prime
dolcezze della paternità.
VI.
Nuovi orizzonti.
L'avevano battezzata per Valeria, ma, poichè il nome pareva troppo
solenne, preferivano, fin che era piccola, di chiamarla -Bebè-. A sei
mesi ell'era piuttosto brutta che bella, piuttosto cattiva che buona,
e spiegava istinti voraci ch'esaurivano il petto materno e
costringevano a ricorrere all'aiuto del latte di capra, delle pappe e
degli zuccherini, di cui la bimba era ghiotta fuor di misura, tanto da
strillar di gioia quando glieli davano e da strillar di rabbia quando
non volevano ripeterglieli. Del resto, indipendentemente dagli
zuccherini, quegli strilli da pavone empivano spesso la casa, e il
professore, turandosi gli orecchi, urlava da una camera all'altra alla
moglie:--Per carità, falla tacere.--Ma Diana si maravigliava della
estrema suscettibilità del marito, e domandava ingenuamente:--O che
disturbo ti dà?... A ogni modo, chiuderò anche quest'uscio.
E, -pif paf-, si sentiva il rumor d'un'usciata, che aveva il
significato dispettoso d'una protesta. Tuttavia i due coniugi vivevano
in passabile accordo. Ella si sforzava di consacrare ad Alberto le ore
che l'eran lasciate libere dalla figliuola e gli ricopiava qualche
pagina di manoscritto, gli correggeva qualche bozza di stampa; egli
dal canto suo cercava coscienziosamente di far vibrar dentro di sè le
corde ribelli della paternità, e di tratto in tratto consentiva a
prender Bebè sulle ginocchia, e ad ammirarne le riposte bellezze. Ma
era una disdetta. La piccola non poteva star due minuti col suo babbo
senza rendersi colpevole di infrazioni più o meno gravi alle regole
della creanza; allora il professore, inorridito, restituiva il dolce
pondo a Diana che si metteva a ridere, e, ridendo, lo faceva
arrabbiare.--O, vorresti pigliar queste cose in tragico?--diceva lei.
E Varedo, di rimando:--Sarebbe ben meglio che tu la lasciassi con la
bambinaia.--Meno che posso gliela lascio--ribatteva Diana.--Le madri
devono badar esse ai loro figliuoli.
Quel famoso dovere ch'era stato per tanto tempo ed era ancora, come
direbbero i vagneriani, il -leit-motiv- dei discorsi di Varedo, aveva
trovato in Diana un terreno propizio per fruttificare. E innestandosi
adesso sull'amore vivissimo ch'ella portava a Bebè dava a quell'amore
quasi la rigidezza d'una disciplina militare. Alla massima generica e
indiscutibile che le mamme devono occuparsi personalmente della loro
prole si aggiungevano altri precetti particolari che la giovine sposa
non avrebbe trasgrediti per tutto l'oro del mondo. Così per esempio
ell'aveva voluto continuar ad allattare benchè l'allattare la
estenuasse; così ella non cedeva a nessuno l'ufficio di fare ogni
mattina il bagno alla bimba; così ella s'imponeva la regola di uscir
pochissimo di giorno se non poteva portar seco Bebè, e di non uscir
mai la sera nemmeno se Bebè dormiva tranquillamente. Non doveva ella
invigilarla sempre? Non doveva esserle accanto se si svegliava?
Che se Alberto la rimproverava di esagerare, ell'aveva la risposta
pronta:--In fatto di dovere, -melius abundare quam deficere-; l'hai
detto tu, in un latino che capisco anch'io. Tu fai il tuo dover di
professore, di scienziato, io faccio quello di buona mamma.
Sarebbe stato facile di replicare che nella vita i doveri son molti e
che l'essenziale è di saperli conciliare, mentre a prenderne troppo in
epico uno solo si rischia di mancare agli altri; ma Alberto Varedo non
aveva neppur lui un concetto abbastanza limpido del rapporto esistente
fra i vari doveri per dare una risposta così semplice e naturale;
anch'egli era propenso a considerar come tali soltanto quelli che
convenivano a' suoi gusti e a' suoi fini, e la distinzione fatta da
Diana implicava in favor suo un certo grado di libertà che non gli
tornava sgradito.
Ond'egli si limitava a borbottar qualche parola e lasciava cadere il
discorso.
Fu appunto in quel tempo, fra il sesto e il settimo mese di Bebè,
quando l'apparizione del primo dente in bocca alla figliuola era
salutata da Diana come il primo apparir della terra dai compagni di
Cristoforo Colombo, fu appunto allora che il professore Alberto Varedo
veniva sollecitato all'adempimento d'un nuovo dovere, quello di servir
la patria nella politica.
Rimasto vacante per la morte d'un deputato un collegio della provincia
di Cuneo, gli elettori pensaron a lui e delegarono una Commissione di
notabili a offrirgli la candidatura nei termini più lusinghieri.
Sarebbe stato singolarissimo onore pel collegio l'essere rappresentato
da un uomo di tanto merito, un uomo che, così giovine, era già una
gloria dell'Università, uno spirito liberale, un parlatore facondo, un
luminare degli studi giuridici, ecc., ecc. La verità si era che il
collegio constava di tre frazioni in lotta fra loro, nessuna delle
quali era capace di far riuscire il candidato del suo cuore, nè
rassegnata a lasciar trionfare il candidato d'una delle frazioni
rivali. Bisognava quindi cercar uno che non fosse della provincia,
meglio ancora che non fosse della regione, e Alberto Varedo possedeva
questo prezioso requisito.
Già più d'una volta era balenata alla mente di Varedo la possibilità
di entrare presto o tardi nella vita pubblica. Più d'una volta, al
Caffè Romano, in quei crocchi di neo-professori ove si parlava d'arte,
di letteratura, di filosofia, di matematica -et de omnibus rebus-,
egli aveva difeso la politica contro gli attacchi furibondi di alcuni
colleghi.
--La politica guasta tutto ciò che tocca--urlavano quelli.--Sciupa
gl'ingegni e annebbia le coscienze.
--Il nostro Senato è un ospizio d'invalidi, la nostra Camera è un
immondezzaio--soggiungevano i più arrabbiati.
Ma egli, senza scomporsi, sosteneva che quanto più basso era caduto il
Parlamento italiano tanto più era necessario di rinnovarlo, di
purificarlo con elementi incontaminati.
--O che poni la tua candidatura?
--Che c'entro io?--replicava Varedo.--Si discorre in tesi generale.
E, tra serio e scherzoso, egli citava una sentenza di Cicerone da lui
già tradotta per uso di Diana:---Neque enim est ulla res in qua
propius ad deorum numen virtus accedit quam civitates aut condere
novas, aut conservare jam conditas.-
Ella, Diana, dubitosa sulle prime, trepidante al pensiero che se
Alberto fosse deputato sarebbe troncata la tranquilla intimità della
loro vita domestica, ella a poco a poco era andata mutando opinione.
Se la gioventù avesse effettivamente una missione da compiere? Se
portando alla Camera dei criteri rigidi, austeri, ella potesse
arrestare la corruttela che dilagava, cooperare alla rigenerazione
morale di quella terza Italia riuscita così inferiore all'aspettativa,
o ch'era lecito alle donne d'intralciare il cammino ai figliuoli, ai
mariti, ai fratelli? Non era anzi obbligo loro di aiutarli a svolgere
tutte le proprie attitudini?
Ma già da un bel pezzo nè Diana pensava a ciò, nè Alberto tirava in
campo l'argomento. Ella era così assorbita dalla sua maternità che
Varedo, uso a non ammettere che si potesse distrarsi mentre egli
parlava, aveva finito coll'intrattenerla molto più raramente de' suoi
disegni, delle sue aspirazioni.
Adesso però il silenzio era impossibile, e Varedo informò sua moglie
della proposta che gli era fatta. Non disse ch'era deciso in cuor suo
d'accettarla; finse per cortesia di attendere il parere di lei, le
rammentò le dispute romorose con gli amici al Caffè Romano, e la parte
ch'ella pure vi aveva preso, e l'ardore con cui ella lo aveva
appoggiato nella sua lotta contro l'egoismo scientifico.
A Diana quei giorni sembravano tanto remoti. La piccola cuna ove,
placida e rosea, Bebè dormiva i suoi sonni innocenti aveva scavato un
abisso fra il passato e il presente. Le dispute del caffè l'erano
quasi sfuggite dalla memoria; non capiva com'ella vi si fosse
immischiata, come avesse mostrato uno spirito così battagliero, come
avesse potuto prender sul serio cose e questioni che oggi le parevano
di piccolissimo conto.
Benchè nella sua perspicacia ell'avesse subito capito che Alberto era
ormai legato da una promessa e non la consultava che per salvar le
apparenze, ella non mostrò d'aversene a male, nè volle mettersi in
contraddizione con le sue opinioni d'un tempo. Ma i suoi motivi erano
affatto diversi. La missione della gioventù, la fede negli alti e
severi propositi con cui Alberto sarebbe entrato alla Camera,
l'orgoglio di essergli consigliera ed ispiratrice, tutto ciò insomma
che le aveva brillato dinanzi agli occhi come un sogno di gloria e di
poesia oggi la faceva sorridere come un'illusione infantile. Sentiva
la vanità della gloria, e, in quanto alla poesia, sentiva che per la
donna non ce n'è nessuna che valga il bacio e la carezza d'un suo
bambino....
Ell'accolse quindi le comunicazioni di Varedo senza entusiasmo e senza
ostilità, con una calma benevola in cui c'era un fondo d'indifferenza.
--E sei poi sicuro d'essere eletto?
--Spero... Non ci sono competitori seri... Dovrò andare nel collegio a
tenere un discorso.
--Quando?
--Mi avviseranno. Forse domenica prossima... Oh, un viaggio breve....
Sarò di ritorno la sera....
Ella sorrise.--Quando sarai deputato le tue assenze saranno più
lunghe.
--Sfido io... Ma ormai non ci sono distanze, e anche da Torino a Roma
si va così presto.... E poi, di tratto in tratto, verrai anche tu a
passar qualche settimana alla capitale.
--Io?... Ora Bebè è troppo piccola.
--Quando sarà svezzata.
--E l'Università?--chiese Diana.
--Ci sono tanti professori nel mio caso.
--Professori che non fanno lezione--soggiunse ella con una punta
d'ironia.
Ella rammentava le sfuriate di Alberto contro i colleghi negligenti.
--Chi dice questo?--egli replicò infastidito.--Intendo professori che
sono deputati.
--E fin che sono a Roma non possono essere a Torino.
--Con un po' di attività si concilia ogni cosa--ribattè Varedo.--La
Camera non è sempre aperta, non tutte le discussioni sono
interessanti... All'Università c'è l'assistente; io ho Bardelli ch'è
pieno di zelo;... a ogni modo, quando urge essere da una parte o
dall'altra, un dispaccio è presto spedito e ricevuto.
--Che gusti!--pensava Diana.--Esser metà dell'anno in ferrovia, non
aver un'ora di pace, aspettar sempre un telegramma che vi chiami di
qua e di là...
E involontariamente ella confrontava quell'agitazione perpetua e
febbrile con l'esistenza placida ch'era serbata a lei, sempre fra le
pareti domestiche, sempre accanto a Bebè, sempre intenta a scoprire il
miracolo di quella vita che sbocciava sotto i suoi occhi. Le future
assenze di Alberto non la turbavano; nel suo inconscio, tranquillo
egoismo ella considerava che, col marito lontano, non avrebbe avuto
rivali presso la figliuola, che sarebbe stato suo, non d'altri che
suo, quell'affetto onde, sin dai primi mesi, ell'era gelosa.
Quante volte, dopo la comunicazione di Varedo, mentre ferveva la lotta
elettorale ed egli era in giro pel suo collegio ad accaparrarsi i
voti, Diana, sola con Bebè e palleggiandola fra le braccia, le parlava
come s'ella potesse intenderla.
--Il babbo chiacchiera co' suoi bifolchi, bel matto! Ci trovo ben più
sugo io a chiacchierare con te!... Andrà a Roma il babbo... Ma noi che
siamo qui, ci faremo compagnia... non avremo bisogno di nessuno, non è
vero, caro tesoro?
Venne finalmente il giorno dell'elezione. Il professore assicurava
che, in fondo, non ci teneva affatto, che aveva accettata la
candidatura perchè gli sembrava doveroso accettarla, ma che, se non lo
nominavano, se ne sarebbe dato subito pace. Poteva dir senza
presunzione:--Tanto peggio per gli elettori;--perchè il nome su cui
gli avversari suoi s'erano concertati era un nome insignificante,
ridicolo e peggio. Anche prima d'esser uomo politico Alberto Varedo
aveva degli uomini politici l'equanimità e la temperanza... Dunque, a
sentir lui, non gl'importava riuscire, ciò che non toglie che la notte
precedente al gran giorno egli non chiudesse mai occhio, e che la
mattina fosse in piedi all'alba e spedisse Bardelli al telegrafo con
un fascio di dispacci intesi a smentire due o tre notizie inesatte
sparse sul conto suo da un foglio della provincia. Bardelli,
figuriamoci, era venuto a mettersi a disposizione del professore prima
che si spegnessero i lumi per le strade.
--Io me ne infischio, ma vedrà, caro Bardelli, vedrà che faccio
fiasco.
Quest'era il ritornello di Varedo, a cui l'assistente contrapponeva
una serie di affermazioni documentate che davano la sicurezza della
vittoria. Egli aveva fatto il computo dei voti; garantiva una
maggioranza schiacciante.
Il profeta di buon augurio fu trattenuto a colazione, poi mandato qua
e là nelle redazioni dei giornali amici per aver notizie. In vero
delle notizie dei giornali non c'era bisogno, perchè presto
cominciarono ad arrivare telegrammi diretti dalle varie parti del
collegio, prima sulla formazione dei seggi, più tardi sul concorso
degli elettori, finalmente sui risultati, sezione per sezione. Alle
cinque l'esito non era più dubbio, e Diana desiderò avvisarne sua
madre con un dispaccio che l'officioso Bardelli s'incaricò di portar
egli stesso al telegrafo.
--Dopo torni qui e resti a desinare con noi--dissero, all'unisono, i
Varedo.
La sera vi fu una processione di gente che veniva a congratularsi.
Erano in maggioranza giornalisti, studenti, professori. Uno di questi,
il dottor Sali della facoltà di lettere, portò anche la moglie, la
signora Erminia, ex bella donna, di cui si diceva all'Università
ch'era -alla sua terza- -maniera- perchè prima di sposarsi con Sali
era rimasta vedova due volte, di due professori, l'uno della facoltà
di scienze, l'altro della facoltà giuridica. Non le restava ormai da
assaggiare che la Scuola d'applicazione.
Ma la visita che fece più colpo fu quella del Rettore professor
Andriani, che aveva appartenuto alla Camera subalpina e che adesso
apparteneva al Senato, brav'uomo, eloquente ai suoi tempi, facondo
sempre; solo che, per una disgraziata conformazione dei denti, veri o
posticci, non poteva da alcuni anni dir quattro parole senza mettere
un fischio.
Sebbene côlta alla sprovvista, Diana non tardò a ricomporsi e ad
adempiere convenientemente ai suoi uffici di padrona di casa. Fece
accendere il gaz in tutte le stanze a eccezione della camera da letto
ove dormiva Bebè (figuriamoci! quella doveva esser chiusa ai profani)
accettò con garbo i rallegramenti, distribuì rinfreschi a' suoi
ospiti. Certe bottiglie di vecchio Barolo che dormivano polverose in
cantina furono stappate per l'occasione, e contribuirono a crescere il
buon umore. Si propinò alla salute del neo eletto, gli si augurò un
sottosegretariato fra sei mesi, un portafoglio fra un paio d'anni.
Egli, modesto, si schermiva.--Adulatori!... Ho proprio la stoffa del
Ministro, io! E se credete ch'io sia uomo da ambire il titolo
d'Eccellenza!... Lo dico a cuore aperto, non so nemmeno quanto tempo
resterò deputato...
--Eh via...
--Ma sì... Quando vedessi chiaro che non si cava un ragno dal buco,
darei le mie dimissioni.
Frattanto il Rettore Andriani, slanciando a destra e a sinistra i
soliti fischi come di locomotiva in partenza, s'era impegnato in un
discorso lungo sul periodo classico delle nostre lotte parlamentari, e
citava alcune sedute memorabili del 1860 e 61, e raccontava una serie
d'aneddoti del Conte di Cavour e di Urbano Rattazzi.
Ma Diana sgattaiolava di tratto in tratto in silenzio, andava in
camera da letto a dar un'occhiata alla bimba, si fermava in estasi a
contemplarla.
--Cara, cara... Questo è il mio Parlamento... Questo è il mio
Ministero... Oggi ti ho dovuta trascurare... Ma non sarà più così,
sai...
Una volta la bimba si svegliò, si mise a piangere, e Diana se la prese
sulle ginocchia e si slacciò il busto per offrirle il seno, orgogliosa
di quel suo ufficio di madre, ascoltando come una musica nuova e
soavissima il tenue rumore del latte che, succhiato con labbra avide,
scendeva a goccia a goccia nelle fauci della bambina. Anche era per
lei una voluttà dolorosa il sentir sulle carni delicate la punta dei
primi dentini nascenti, e le pareva che ogni sofferenza creasse fra
lei e quel suo angioletto un legame di più. Ella diceva fra sè:--Di là
i sogni dell'ambizione, della potenza, della gloria; di qua una povera
diavola che dà il latte alla sua creatura... Sono una povera diavola,
io, nonostante i grandi pronostici che si facevano sul mio conto...
Non sono che la moglie di un uomo illustre... e piuttosto che brillar
soltanto di luce riflessa è meglio rimanere all'oscuro.
A poco a poco il sonno dolce e benefico allargò e distese le sue ali
sull'esile corpicino di Bebè; gli occhi si chiusero, le labbra si
staccarono dal capezzolo, la testa ricadde alquanto all'indietro,
abbandonandosi sul braccio materno. Diana, asciugata con un bacio
lieve la bocca umida della bimba, la posò sulla cuna, le ravviò sul
petto le coperte e tornò in salotto ove i visitatori non attendevano
che lei per partire.
--Domando mille scuse, ma sono una balia, e le balie non possono far
complimenti.
--Ma s'intende, ma ci mancherebbe altro!
--Beata lei che ha già una bambina!--esclamò la signora Sali.--Io, con
tre mariti, non sono mai riuscita ad aver figliuoli... Che uomini mi
son toccati!
Varedo, al quale sembrava che quella sera, Diana non avrebbe
dovuto occuparsi che di lui e del suo trionfo, ebbe un moto
d'impazienza.--Quella piccina è viziata... Si avrebbe potuto
svezzarla da un pezzo.
Indi rivoltosi a Bardelli, soggiunse:--Non vada mica via, lei.
Usciremo insieme.
--Esci?--chiese Diana.
--Sì; devo andare al telegrafo e alla -Gazzetta Piemontese-.
In quella giunse un dispaccio. Era della signora Valeria e portava le
felicitazioni di lei e degli amici che raccolti in casa Inverigo
bevevano lo sciampagna alla salute del nuovo onorevole e della sua
compagna.
--Povera mamma!--sospirò Diana.--Il suo cuore è sempre con noi.
Rilesse il dispaccio in silenzio. Nessuna menzione dello zio Gustavo.
Egli non era fra quelli che si rallegravano della vittoria di Alberto.
Com'era tenace nei suoi rancori!
--Piovono le congratulazioni--notò Alberto a sua moglie (erano rimasti
loro due soli e Bardelli).--Non ci sei che tu che non m'hai ancora
detto nulla.
Già disposta alla commozione dal telegramma della madre, Diana, a
questo mite rimprovero in cui c'era un'intonazione affettuosa, sentì
salirsi le lacrime agli occhi, e tendendo tutt'e due le mani a suo
marito,--Io...--balbettò--io... ma io sono una parte di te.
I due sposi si scambiarono un bacio.
VII.
Due "maiden-speeches".
Un sabato sera (Varedo era già deputato da qualche mese) Diana
riceveva da Roma questo telegramma.
-Discorso esito trionfale. Congratulazioni deputati
ministri.--Dettagli per lettera. Manderò giornali.-
ALBERTO.
Era la prima volta che Varedo parlava alla Camera. Da uomo accorto
egli non aveva voluto precipitar nulla; sapeva che i deputati non ci
guadagnano a mostrar soverchia impazienza; che devono prima farsi
conoscere e apprezzar negli uffici, e stringere amicizie personali, e
acquistar la certezza che, partecipando a una discussione pubblica,
saranno ascoltati. «Dall'esito di quello che gli Inglesi chiamano il
-maiden speech---egli aveva scritto a sua moglie--«può dipender tutto
l'avvenire di un uomo politico».
Ecco dunque che il suo -maiden speech- egli l'aveva fatto, riportando,
a quanto pareva, un vero successo oratorio.
Diana si voltò verso Bebè che, accomodata nella sua seggiolina davanti
alla tavola, era occupatissima a sovrappor l'uno all'altro alcuni cubi
di legno, e mugolava al suo solito: -umm-, -umm-.
--Ha fatto un bel discorso il babbo, e tu non sai dire che -umm-,
-umm-. Vergogna!
Bebè guardò la sua mamma con occhi incantati, poi fece il bocchino da
piangere.
--No, no, non ti sgrido mica--si affrettò a soggiunger la madre quasi
scusandosi.--Buona, buona!... Non ne hai colpa tu se non parli.
La bimba aveva più di un anno ed era svezzata da un mese; capiva
tutto, conosceva tutti, era, che s'intende, un portento, ma non
articolava ancora nessuna parola, e quest'era un gran cruccio per
Diana, che sfogava le sue inquietudini col medico di casa, il dottor
Giraldi, e di tratto in tratto, sommessamente, arrischiava l'idea di
consultare uno specialista.
Il dottor Giraldi rideva.--Consulti chi vuole, ma è un'idea
stravagante... Bebè non ha nessun difetto alla lingua; parlerà senza
dubbio, un poco dopo di qualche sua coetanea, un po' prima di qualche
altra... perchè ci sono bambini che tirano avanti fino a un anno e
mezzo e due anni;... ma parlerà, la sbalordirà, ne stia certa.
Le medesime cose, su per giù, le scriveva da Venezia la madre, e la
vecchia Bardelli, nelle sue visite settimanali, ripeteva sempre che il
suo Paolo (l'artista, quello de' suoi figliuoli ch'ella teneva in
maggior conto) era stato muto come un pesce fino a sedici mesi e due
giorni.
Così lo specialista era lasciato dormire, tanto più che Diana non
osava nemmeno accennarvi nelle sue lettere ad Alberto; ma non per
questo ell'era tranquilla, chè anzi la sua inquietudine cresceva d'ora
in ora. E quella sera, sotto l'impressione che Bebè fosse rimasta
mortificata dal rimprovero, a lei scendeva nell'anima una invincibile
tristezza che le inumidiva le ciglia e la rendeva quasi dimentica del
trionfo di suo marito.
--Caro, caro tesoro--ella esclamò prendendo in collo la bimba e
coprendola di baci--che tu parli o no, la tua mamma t'intenderà
sempre.
In quella stretta, Bebè ebbe un postumo desiderio del latte ond'era
privata da un mese, e le sue piccole dite scorrevano indiscrete sui
bottoni del vestito materno, mentre la bocca rosea mordeva la stoffa e
commentava l'atto espressivo col solito suono indistinto: -umm-,
-umm-.
Diana, severa, ammoniva.--Nossignora, non si può... Non c'è più
niente.
Forse Bebè lo sapeva e voleva ridere soltanto. Ora aveva afferrato un
bottone e lo tirava con violenza.
--Insomma se sei cattiva, vai di là.
In mezzo a questi contrasti giunse Eugenio Bardelli, l'assistente e il
factotum di Varedo che lo seguiva come la sua ombra quand'egli era a
Torino, e durante le sue assenze ne riceveva ed eseguiva zelantemente
gli ordini, e passava mattina e sera da Diana a offrirle i propri
servigi.
--Vengo dalla Redazione della -Gazzetta Piemontese---egli disse.--Ho
visto un telegramma fresco fresco da Roma... Il professore ha
riportato un grande successo.
--Lo so, lo so--rispose Diana sorridendo.
E accennò al dispaccio ch'era aperto sulla tavola; indi
soggiunse:--Grazie lo stesso... Sempre gentile, Bardelli.
--O le pare!--ripigliò l'assistente dopo aver dato un'occhiata al
telegramma di Varedo.--Sì, dev'esser stato un trionfo... Ma non è da
maravigliarsene... Parla così bene il professore... Che dote
l'eloquenza!
Diana sospirò al pensiero che la sua figliuola non dava pel momento
alcun segno di possedere questa qualità preziosa.
Intanto l'arrivo di Bardelli aveva distratta Bebè da' suoi attacchi
insidiosi. Bardelli era un amico che d'ordinario s'occupava molto di
lei. O perchè non se ne occupava oggi?
---Umm-, -umm---ella fece per richiamare la sua attenzione.
--Buondì, Bebè--disse il giovine.
Diana tentennò la testa.--Ah, è cattiva... Or ora la consegno
all'Irene che la porti a letto.
L'Irene era la bambinaia.
Bebè protestò nel suo linguaggio contro la perversa
intenzione.---Umm-, -umm-.--E guardava Bardelli quasi per invocare il
suo aiuto.
--Vuoi venire con me?--Chiese l'assistente. E le tese le braccia.
Ella fece altrettanto.
Diana si mise a ridere.--Bardelli, che vuol prendersi lei questo
impiccio?
--Sicuro, siamo buoni amici con Bebè... Non è vero, Bebè?
--Ebbene--ripigliò la signora Varedo con una risoluzione
improvvisa--gliela dò per un pajo di minuti; fin tanto che scrivo due
righe di telegramma per Alberto. Me le imposta lei quando esce,
Bardelli?
--Naturalmente.
--Ah, Bardelli, come ci avvezza male!
--Ma, signora Diana...--principiò il professorino. Dovette però
interrompere la frase, perchè Bebè gli tirava i capelli.
--No, Bebè, no...
Appena la bimba vide che il suo amico si occupava di lei le sue mani
si allentarono spontaneamente, ed ella parve tutta assorbita da un
grande sforzo intellettuale.
Bardelli ebbe un'inspirazione luminosa.--Bebè, chi è quella? Dì
-mamma-, -mamma-...
---Umm-, -umm-.
Diana, con la penna sospesa tra le dita, guardava ansiosa.
---Umm-, -umm-.
--Ecco, non le riesce--piagnucolò la madre.--Nessuno mi leva dalla
mente che ha un vizio organico.
--Nemmeno per sogno... Vedrà... Dì mamma, Bebè.
Questa volta il miracolo accadde.---Umm-, -umm-... -amm-... -mamm-...
-mamma-.
Diana balzò dalla seggiola.--L'ha detto?... Ha detto mamma?
--Già, l'ha detto e lo tornerà a dire... Aspetti, non la confonda...
Bebè, chi è quella?
--Mam... mamma--ripetè la piccina.
Adesso poi Diana non seppe più frenare il suo entusiasmo e volle
stringersi al petto la figliuola che aveva compito il prodigio.
--Cara, cara, tesoro mio, viscere mie... lo dici ancora... mamma,
mamma.
Bebè, disturbata dall'impetuoso amplesso materno, non cedette
all'intimazione e tornò al suo solito -umm-, -umm-, a cui però ella
dava un accento di protesta.
--Cattiva! Con me gioca a dispetti!--esclamò la Varedo guardando
Bardelli con aria mortificata.--Gliela restituisco.
--Brava!... E intanto scriva il suo dispaccio.
--Ha ragione... Il dispaccio... Così annunzio ad Alberto che Bebè
comincia a parlare.
--E--soggiunse Bardelli--se non le dispiace, insieme alle sue
congratulazioni pel discorso mandi anche le mie.
Il discorso di Alberto! Quasi quasi Diana se n'era dimenticata; certo
esso le pareva cosa di ben tenue importanza di fronte all'altro
avvenimento che la empiva di giubilo.
Nondimeno si accinse a scrivere, e scrivendo leggeva:--«Deputato
Alberto Varedo, Albergo di Santa Chiara. Roma.--Mille felicitazioni
pel tuo trionfo, anche da Bardelli qui presente. Sappi che finalmente
stasera Bebè ha detto mamma--Diana».
--Va bene?
--Benissimo.
Bardelli si alzò tenendo la bimba in collo, prese il foglio, e lo
ripose in tasca.
--Badi--disse Diana,--Bebè le ha slacciato il nodo della cravatta.
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