--Sfido io... Quando si dorme... Voi, Varedo, non dormite in ferrovia? --Questa notte non dormirei in nessun posto... --Ah, è vero.... Scusate... Cataldo tirò giù dalla reticella le valigie sue e quelle del compagno, infilò un leggero soprabito e aperse i finestrini. --Auff, si respira... Un lungo fischio echeggiò nell'aria. Orsara, ancora sonnolento, si scosse tutto come un cane bagnato.--Ci siamo. Varedo scattò in piedi. --Aspettate qualcheduno qui?--domandò Cataldo. --Un dispaccio aspetto, o qui, o alla Spezia. Ma a Pisa non c'era niente, e Alberto, ormai solo in vettura, dovette rassegnarsi a un'altra ora e mezza d'attesa. Dalla stazione aveva telegrafato egli stesso a Torino, lagnandosi delle ritardate notizie, confermando il suo prossimo arrivo. Spuntava l'alba; la tinta grigia della campagna si staccava dalla tinta grigia del cielo; indi le cose andavano via via prendendo forma e colore; un colore prima scialbo, poi più chiaro e più vivo. Tenui vapori lambivano la superficie del mare che, or sì or no, appariva all'occhio tra le piante e i caseggiati della costa tirrena. Ed ecco Viareggio la cui spiaggia salubre avrebbe fra qualche ora brulicato di vita, e Pietrasanta, e Serravezza, e Massa, e Sarzana, biancheggianti di marmi che nel silenzio dei crepuscoli mattutini davano ai luoghi l'aspetto di cimiteri. E a guardia del suo golfo ecco Spezia, bella e gagliarda, che sorride dalle sue verdi colline e minaccia dai suoi arsenali e dalle sue rocche munite. Prima che il treno si fermasse, Alberto Varedo, sporgendosi fuori con mezza la persona, cercava di girar la maniglia dello sportello. Un signore che già da un pezzo passeggiava sotto la tettoia si precipitò verso di lui. --Alberto! Alberto! Più che la fisonomia, Varedo riconobbe la voce. Era l'ingegnere Gustavo Aldini. Non si vedevano da tre anni, e non s'erano lasciati amici. Ma le nuove sventure scancellavano gli antichi rancori. --Morta?--disse Alberto indovinando il significato di quell'incontro. L'ingegnere l'abbracciò, salì con lui nello scompartimento.--Coraggio! E facendo scivolare un biglietto da dieci lire nella mano del conduttore che rinchiudeva lo sportello, accompagnò l'atto eloquente con una raccomandazione sussurrata a bassa voce:--Procurate di lasciarci soli. --Morta?--ripetè Varedo.--Quando? --Iersera... Dopo le sette e mezzo... Era tardi per telegrafarti a Roma... Si poteva, lo so, telegrafar lungo la via... Ma per dar questa notizia era meglio che venisse qualcheduno... E son corso alla stazione appena in tempo di prendere il diretto delle 8.15... A Pisa non era possibile d'arrivare.... A Spezia ero già da due ore... Alberto chinò la fronte. --Dev'esser stato un peggioramento improvviso--egli disse dopo una breve pausa.--Quando son partito io da Torino, il medico mi aveva assicurato che non c'erano pericoli.... Pregai la mamma d'affrettarsi, unicamente perchè tenesse compagnia a Diana. --A noi--soggiunse lo zio Gustavo--fece subito un'impressione penosissima. Io non l'avevo vista, fuori che in fotografia, ma mia sorella se la ricordava florida, vispa, sana, l'anno scorso a Belgirate. --Era un bocciolo di rosa--gemette Varedo.--Sino a pochi mesi fa... sino al momento in cui s'ammalò a Roma. E pure io speravo sempre... A quell'età... E nemmeno le ultime lettere di Diana, nemmeno le lettere della mamma lasciavan preveder quel ch'è successo. --Le donne s'illudevano... E poi le cose potevano tirare in lungo... Per me la bimba era condannata, ma io non mi sarei certo maravigliato se fosse vissuta ancora alcuni mesi. --E Giraldi--seguitò il professore--come mai Giraldi non s'accorgeva della crisi imminente? --Ah, se i medici fossero onniscienti!... Del resto, se n'è accorto l'altro giorno... E fu per suo consiglio che Diana ti mandò quel dispaccio.... --Ero legato--esclamò Alberto Varedo volendo scusarsi.--Legato con le mani e coi piedi... Non potevo partire. --È stata una fatalità!--disse l'ingegnere Aldini con un'intonazione che cresceva gravità alle parole. --Chi lo nega?--replicò il deputato con veemenza.--Ma non potevo... Si trattava della mia riputazione, del mio avvenire... --Ieri ci fu un consulto con Mazzioli--riprese lo zio per evitare una discussione intempestiva. --Tardi, tardi... --In qualunque momento sarebbe stato lo stesso... Mazzioli approvò interamente la cura seguita dal collega. Varedo si strinse nelle spalle.--È sempre così. Poi chiese, esitante:--Soffriva molto? --No--rispose l'ingegnere.--S'è spenta. --Non conosceva più nessuno? --Fino a iermattina la sua mamma... Più tardi nemmeno quella. Alberto si passò il fazzoletto sugli occhi. --E Diana--egli replicò.--in che stato è? --Puoi figurarti. E adesso quelle due donne son sole in casa... sole con la cameriera e con l'Irene? --No... C'è il portinaio, e c'è Eugenio Bardelli che ha voluto restare a ogni costo! Varedo tentennò il capo.--Povero Bardelli!... Anche lui ha avuto una gran disgrazia in famiglia... --Tutti ne hanno delle disgrazie--mormorò Aldini con voce sorda. L'altro si risovvenne.--Tu pure. È vero. Tacquero per qualche minuto. Un'ombra s'era levata fra loro; l'ombra della donna leggiadra che Varedo aveva insultata e di cui Aldini portava il lutto sul volto e nel cuore. E poco più si dissero fino a Genova, mentre, ansando e sbuffando, il convoglio passava di tunnel in tunnel. Seduti dirimpetto, immersi nei loro pensieri, i due viaggiatori appena alzavano la testa quando nell'intervallo di due gallerie il sole irrompeva nella vettura e si svolgeva dinanzi a loro il panorama incantevole della riviera ligure: il mare azzurro, scintillante; gli scogli neri, dalle forme fantastiche, investiti, schiaffeggiati dall'onda; i borghi industri, popolosi schierati lungo la spiaggia o inerpicati sui monti; le ville, i giardini ove difese dai venti crescevano le palme e fiorivano i cedri. Entrando nella stazione di Porta Principe, Varedo tirò bruscamente le tendine. --Se si potesse non esser disturbati... --Mi sono raccomandato al conduttore... Speriamo... Non partiva molta gente e non occorse disturbarli. Passando davanti al compartimento chiuso, qualcuno sussurrò:--Ci dev'essere un malato. I rivenditori di giornali correvano lungo il treno offrendo i fogli del mattino con la caduta del Ministero. Un ragazzo più loquace degli altri gridava tutta una filastrocca:---La Gazzetta del Popolo appena arrivata con gli ultimi telegrammi da Roma. La seduta di ieri. Il gran discorso dell'onorevole Varedo. Centoquindici voti di maggioranza contro il Gabinetto. Notizie recentissime della crisi.- --Dunque--disse Aldini,--hai fatto un gran discorso ieri? --Ho parlato, sì... Dovevo parlare. --E abbiamo la crisi? --Quella ci sarebbe stata in ogni caso. --Il Re chiamerà San Giustino? --Non c'è dubbio... È l'uomo della situazione. --Tu avrai un sottosegretariato? --Certo che se San Giustino è ministro, io avrò un ufficio nel Governo--rispose Varedo. --Dovrai stabilirti a Roma. --Appunto... Sarà meglio anche per Diana... Tanto meglio quanto più presto. L'ingegnere non rispose. Successe un lungo, lungo silenzio. Tutti e due, di mano in mano che si appressavano alla meta, si sentivano invasi da una tristezza più cupa e profonda. Alla stazione d'Asti un giornalaio dalla voce stridula e fosca ricantava l'antifona:---La Gazzetta del Popolo con la caduta del Ministero. Il discorso dell'onorevole Varedo.- --Dio, che noia!--borbottò Alberto. Aldini si sforzò di sorridere.--Sono gl'inconvenienti della gloria. In quell'ultima ora di viaggio, Varedo fu singolarmente nervoso. Ogni momento si alzava in piedi, mutava posto. A un tratto, si piantò davanti allo zio Gustavo e lo interrogò a bruciapelo. --Credi che Diana avrà difficoltà a venir subito a Roma? --Senti--disse lo zio uscendo dal suo riserbo,--s'io avessi a darti un consiglio, ti suggerirei di non prender Diana di fronte, di non opporti oggi a ciò ch'ella desidera. --E che cosa desidera?--chiese il professore turbandosi in volto. --Vuol andare a Venezia con la sua mamma. --Vuol fuggire da me... Le sono diventato odioso... È inutile che tu cerchi d'indorar la pillola... Odioso, è la parola... E quanto tempo vuol rimanere a Venezia?... Un mese?... Due mesi? --Fidati di noi, Alberto; noi eserciteremo tutta la nostra influenza perchè vi resti il meno possibile... Ora è meglio non toccar questo tasto. --Ah, capisco--proruppe Varedo.--Diana vorrebbe una divisione amichevole... Ma se presume di avere il mio assenso, s'inganna... Io le proibirò di partire... Io le imporrò di seguirmi... Aldini non ismarrì la sua calma.--Tu hai la legge per te... hai la forza... Considera se ti giova d'usarne. --Diana affronterebbe uno scandalo? --Chi lo sa?... Tu la conosci... Quando ha preso un dirizzone... --Ma insomma--ripigliò Alberto mettendo nel suo discorso quanto più calore persuasivo poteva,--di che colpe m'accusa?... Come giustificherebbe dinanzi all'opinione pubblica la sua rivolta?... Sono un marito che la maltratta, che la tradisce, che la disonora?... Via, modestia a parte, novantanove donne su cento invidierebbero la sua sorte, sarebbero orgogliose di portare il mio nome... Se, tre settimane or sono, non potei, cedendo alle sue preghiere, restare a Torino, se non potei ieri esserle accanto in un momento supremo della sua vita, o che le paion queste ragioni bastevoli per distruggere una famiglia?... Avrebb'ella il coraggio di sostenere ch'io fossi assente per motivi frivoli?... E la sventura che la colpì non colpisce me pure?... Come mai?... Il dolore che ravvicina sovente due coniugi fra cui le reciproche offese avevano scavato un abisso sarà causa di separazione per noi che non abbiamo nulla di grave a rimproverarci? Nella naturale rettitudine del suo spirito, Gustavo Aldini era costretto a riconoscere che c'era molto di vero nelle argomentazioni di Varedo. Ma, data l'indole di sua nipote, egli si spiegava altresì la risoluzione manifestata da Diana al letto della bimba agonizzante:--Mi porterete subito a Venezia con voi... L'uomo che per non rinunziare a un trionfo oratorio dimentica i suoi doveri di marito e di padre ha spezzato ogni legame domestico. Comunque sia, non erano propizi a una discussione nè il luogo, nè il tempo, e l'ingegnere si limitò a dire:--Diana oggi non può essere equanime... Bisogna compatirla. XXIII. Dinanzi alla piccola morta. Alla stazione (perchè si sapeva che Varedo sarebbe giunto con quella corsa) c'erano due o tre colleghi d'Università, un assessore del Municipio un segretario di Prefettura, incaricato di porger le condoglianze e di offrire i servigi del signor commendatore Prefetto, il quale, poveruomo, nell'interregno di due Ministeri, voleva accattivarsi l'animo dei nuovi padroni senza provocar troppo apertamente la collera dei vecchi, capacissimi di colpire, -in articulo mortis-, un onesto funzionario, e ricorreva perciò al peregrino espediente di essere indisposto. È inutile avvertire che c'erano pure alcuni -reporters- di giornali cittadini, occupati a notar nel loro taccuino i nomi dei presenti e i gesti e l'attitudine dell'onorevole. I personaggi ufficiali e gli amici, con l'aria contrita voluta dalle circostanze, accompagnarono Alberto Varedo fino alla carrozza, non senza mescere all'espressioni del proprio cordoglio qualche discreta allusione alla memorabile giornata di ieri. --Il suo nome è su tutte le bocche--disse l'assessore municipale. E il segretario di prefettura, che non era ancora cavaliere, arrischiò una frase più elaborata:--Ella ha dato ieri un grande esempio di virtù civica. Distribuite le necessarie strette di mano, Varedo salì in -fiacre- con lo zio Gustavo e fino a casa non aprì bocca. Nell'andito gli venne incontro singhiozzante, la suocera. --Oh Alberto, Alberto, che disgrazia! E soggiunse, accompagnandolo attraverso le stanze impregnate d'un acuto profumo di ginepro:--Se tu fossi arrivato almeno iersera! --Era impossibile--egli balbettò.--E poi sarebbe stato lo stesso... Nemmeno iersera sarei arrivato in tempo... --Per la bimba no... Ma per Diana... --Diana?... Che cosa l'è successo?... dov'è?--chiese Varedo, turbato da questa frase sibillina. --Sempre di là... Sempre... Son tre giorni che non si spoglia... La signora Valeria s'interruppe per voltarsi verso un ometto tutto vestito di nero che s'era levato in sussulto da un divano ove sedeva mezzo assopito. --Vada, Bardelli, vada a riposarsi per qualche ora... Oh Alberto, che Provvidenza è stato Bardelli per noi! Come ha dimenticato le sue pene per venire a divider le nostre! Varedo, che sulle prime non aveva riconosciuto il suo antico assistente, gli tese la mano:--Grazie, Bardelli... E perdoni se non le ho mandato una riga di condoglianza quando mi è giunta la notizia... --Oh professore--biascicò Bardelli. Ma le lacrime gli fecero un nodo alla gola e non potè dir altro. La signora Valeria precedette suo genero nella camera mortuaria. Curva sul letticciuolo della piccola estinta che ell'aveva, insieme all'Irene, finito appena di lavare e di pettinare, Diana trasalì leggermente e senza moversi di dov'era alzò lenta lenta il pallido viso. Non però fece un gesto, non disse una parola per respingere il marito che le si avvicinava. Si sentì egli, prima di toccarla, respinto da una forza misteriosa; sentì egli al cuore e ai polmoni la stretta violenta di chi entra improvviso in una atmosfera di gelo. Le sue braccia che stavano per aprirsi ricaddero inerti, le sue labbra s'ammutolirono. E fermandosi alla sponda opposta del letto, egli si chinò a deporre un bacio sulla fronte di Bebè. Allora, dalla bocca di Diana, uscì un'esclamazione crudele:--Tardi! --Oh Diana--egli disse, guardandola con aria di rimprovero.--Non esser spietata. Ella non rispose, ma sostenne lo sguardo che fra dolente e imperioso si fissava su lei. Nell'atteggiamento del suo volto non era nè sfida nè collera; era una tristezza accasciata che pareva significare: A che prò tormentarci? Quello che si è spezzato fra noi non si accomoda più. --Diana--egli replicò.--È vero che vuoi andar via con tua madre? --È vero. --E se invece io volessi... se ti pregassi di seguirmi a Roma? --No, no. --E perchè?... Ho il diritto di chiederlo... e di saperlo. A questa specie d'intimazione un fuggitivo rossore accese le guance sparute di Diana, un lampo passò ne' suoi occhi. Pur si contenne, e additò in silenzio il corpicino di Bebè steso fra loro. --È giusto--assentì Varedo.--Non ora, non qui... Più tardi. Stettero ancora qualche minuto uno di fronte all'altro, divisi dal letticciuolo ove giaceva la creaturina innocente che, viva, li aveva disgiunti, che, morta non valeva a riunirli. La signora Valeria passò il braccio sotto quello di suo genero, e lo ricondusse fuori dalla camera. --Avrai bisogno di un caffè, di una tazza di brodo... Ho fatto preparare nel tuo studio... C'è anche il letto pronto... E continuò supplichevole:--Permettile di venire a Venezia... Oggi non potrebbe nè restar qui sola, nè andare a Roma che risveglia in lei così tristi memorie... Te la riporteremo noi... spero te la riporteremo guarita. --Ma io non intendo ch'ella disponga di sè come se io non ci fossi--ribattè Varedo.--Non intendo che mi tratti come un malfattore. --Devi perdonare all'eccitazione de' suoi nervi--disse la signora Valeria.--Ah se aveste ieri sera confuse le vostre lacrime!... Non ne avrai colpa... non ti giudico... Ma il Signore ha voluto aggravar doppiamente la mano sopra di noi... Mi concedesse egli almeno di riuscire a far sì che vi lasciaste in buona armonia! Sulla scrivania dello studio Alberto trovò un mucchio di biglietti da visita, di lettere, di fogli, di telegrammi arrivati per lui quella mattina. E mentr'egli prendeva in fretta una cucchiaiata di brodo e beveva un sorso di vino, altri biglietti, altre lettere, altri fogli, altri telegrammi arrivavano via via senza posa. E capitavano pure ambasciate e richieste di colloqui.--A che ora potrebbe l'onorevole ricevere? --Non rispettano neanche questo giorno!--esclamò, scandalizzata, la signora Valeria. --Lo vede, mamma, se noi uomini pubblici siamo padroni del nostro tempo. --Dà la consegna di non lasciar passare nessuno--insistè la suocera. --Nessuno, è difficile... A ogni modo, non riceverò anima viva prima delle tre... a eccezione di Bardelli... che mi aiuterà a sbrigar tante cose... Non c'è di là, Bardelli? --Non c'è, ma tornerà prestissimo, non dubitarne. --Perchè pur troppo ci sono tristi necessità che non patiscono indugio. --Di quelle si occuperà Gustavo... Ha detto che può servirsi d'un paio d'impiegati della sua Compagnia di Sicurtà. --Grazie... In questo caso... Varedo prese un foglietto di carta e tracciò in fretta due righe di partecipazione. --Basterà inserirle in tutti i giornali cittadini... le partecipazioni private sono inutili... Ce vorrebbero troppe e si commetterebbero infinite dimenticanze... Aggiungerete l'ora... È fissata? --Le nove di domattina--rispose la signora Valeria. E non potè frenare uno scoppio di pianto. --Coraggio!--sospirò Alberto. E nel riaccompagnarla fino alla soglia disse:--Fate tutto voi... Disponete voi... decorosamente... Circa a Bardelli, siamo intesi... Appena viene, mandatemelo. --E non vuoi riposare? --Mi butterò vestito sul letto per una mezz'ora. Di lì a mezz'ora, l'onorevole era in piedi. Camminando su e giù per la stanza, apriva i giornali, le lettere, i dispacci, gettava nel cestino, o sulle sedie, o per terra le carte inconcludenti; poi, seguitando a camminare, dettava un telegramma, un biglietto a Eugenio Bardelli, che, seduto al tavolino con la penna in mano, aspettava gli ordini. La vita lo aveva ripreso ne' suoi ingranaggi, le superbe promesse dell'avvenire lo distraevano dalle tristezze presenti. Era lui che, di tratto in tratto, diceva una parola di conforto all'altro. --Si faccia animo... Sia un uomo... Scriva, scriva. Non c'è quanto il lavoro per stordirsi. Docilmente, Bardelli s'asciugava le lacrime con la manica del vestito e si rimetteva all'opera. E Varedo pensava che mai avrebbe trovato un segretario così fedele, così devoto, d'una devozione e d'una fedeltà che resistevano a tutte le prove e a tutti i disinganni. Anche lo pungeva il rimorso di non aver fatto per Eugenio Bardelli quello che avrebbe dovuto fare. Non gli aveva conservato il posto d'assistente, non lo aveva appoggiato nei suoi concorsi universitari, non aveva seguito con l'interesse che tanti professori mostrano verso i loro antichi studenti lo svolgersi della sua attività scientifica. Fu dunque, almeno in parte, l'onesto desiderio di riparare ai propri torti che gli suggerì la domanda:--Bardelli, accetterebbe ella un impiego a Roma? Colto di sorpresa, il giovine alzò gli occhi mezzo trasognato. Varedo proseguì, a modo di spiegazione:--Andando al Governo... parlo nell'ipotesi che la crisi si risolva secondo le previsioni generali... andando al Governo, avrei la facoltà di chiamar presso di me qualche persona di mia fiducia... Lei potrebbe essere, che so io, il mio segretario particolare... Ciò non pregiudicherebbe le sue aspirazioni all'insegnamento superiore... Ma quei benedetti concorsi son così rari e ci son sempre tanti aspiranti... Neppur la cattedra di Palermo sarà facile averla... Bardelli lo sapeva già che a Palermo gli si preparava un nuovo fiasco e che probabilmente quel fiasco non sarebbe stato l'ultimo; lo sapeva che le sue condizioni economiche non eran tali da permettergli di restar lungo tempo disoccupato; e nondimeno sentiva che l'offerta del professore non era oggi accettabile... Ah, con che cuore l'avrebbe accettata quattro o cinque mesi addietro! Seguitar a vivere nell'intimità della famiglia Varedo, veder ogni giorno Diana, veder ogni giorno Bebè, non era stato questo il suo sogno?... Ora la famiglia era disciolta; Bebè era morta, Diana non avrebbe accompagnato il marito a Roma... E se pur si fosse indotta più tardi a raggiungerlo, avrebbe ella gradito la presenza assidua di un uomo che aveva osato farle una dichiarazione d'amore? Ed egli stesso, Bardelli, era sicuro appieno di sè, sicuro di non esser ripreso dalla sua follia? Mentr'egli studiava una risposta, Alberto lo levò momentaneamente d'impaccio dicendogli:--Non importa che si decida subito... Rifletta fino a domani... Già, per oggi, non c'è nulla di positivo. E in fatti non c'era ancora la notizia che San Giustino fosse stato invitato al Quirinale. Alle tre cominciarono le visite. Venne il Rettore dell'Università, vennero alcuni professori, e il Sindaco che non s'era potuto recare la mattina alla stazione, e il Presidente del Consiglio provinciale, e i direttori di due fogli cittadini, e altri ch'erano o desideravano di esser creduti in dimestichezza con un uomo vicino ad afferrar il potere. Parlavano poco della disgrazia, e molto della crisi, molto del discorso di Varedo che faceva le spese di tutti quanti i giornali. E giù elogi, auguri, pronostici di grandezza e di gloria. Ma Varedo rifiutava gli elogi, gli auguri, i pronostici. Il ricordo di quel discorso sarebbe stato per lui un cruccio eterno. Già egli nemmeno si rendeva conto del come gli fosse riuscito trovar frasi appropriate, aggruppar gli argomenti in ordine logico avendo sempre il pensiero rivolto a casa sua... Certo era che per cagione di quel discorso egli aveva ritardato la sua partenza da Roma e giunto a Torino non aveva abbracciato che un cadavere... Ah, se i successi oratorî si pagano a sì caro prezzo! Gli amici lo commiseravano, lo confortavano, e il collega Sali, della facoltà di lettere, citava vari esempi di personaggi storici trovatisi come Varedo nella necessità di sacrificare i loro interessi particolari e le loro affezioni più sacre a qualche supremo dovere pubblico. Alberto tentennava la testa.--È la scusa di noi altri uomini... Non c'è dubbio poi che in parecchi casi le esigenze della vita esteriore ci distolgono dal ruminar troppo i nostri dolori privati. Le povere donne non hanno questa valvola di sicurezza. Indi tutti gareggiavano in sollecitudine nell'informarsi di Diana. Il Sindaco, il Rettore, il professore Sali dissero che le loro consorti sarebbero venute volentieri a visitarla, ma avevano inteso ch'ella non riceveva. L'onorevole la scusò.--Non è in grado di veder nessuno... È affranta... E soggiunse:--La mando per alcune settimane a Venezia con la sua mamma... Qui rischierebbe di rimaner sola, perchè io non sono sicuro di non esser chiamato a Roma... Qualcheduno interruppe:--O piuttosto siete sicuro che vi chiameranno. --L'avvenire è sulle ginocchia degli Dei--replicò Varedo con circospezione.--Ma non importa. Io volevo dire che se mi trasferissi a Roma non mi fiderei di condurvi tosto mia moglie, indebolita com'è, fissa nell'idea che a Roma appunto la nostra figliuola abbia preso il germe della malattia che l'uccise. Ci verrà più tardi, quando si sarà ritemprata e rinfrancata. Da savio politico che fa apparir quali concessioni spontanee le necessità a cui gli tocca piegarsi, Alberto Varedo si premuniva così contro le interpretazioni sfavorevoli che altri avrebbe potuto dare al viaggio di Diana. Egli aveva meditato sulle parole dettegli dallo zio Gustavo in strada ferrata. «Tu hai la legge per te. Hai la forza. Vedi se ti conviene d'usarne». Come esitar nella risposta? Come non capire che uno scandalo famigliare, in quei giorni, con le ire e le invidie destate dalla subitanea fortuna avrebbe avuto conseguenze incalcolabili? Una cosa ormai sarebbe bastata a Varedo: che Diana smettesse verso di lui quella sua aria di giustiziera, che riconoscendone l'autorità spogliasse i suoi atti d'ogni carattere di ribellione. Ma mentr'egli col suo linguaggio calmo e misurato lasciava nell'animo degli ascoltatori l'impressione di un marito pieno di mansuetudine e di riguardi verso la moglie, e con tutto il suo contegno infondeva nei presenti il mite benessere ch'è proprio di chi, recatosi a fare una visita di condoglianza, si trova al cospetto di persone bell'e rassegnate, Diana implorava da sua madre e da suo zio la grazia di risparmiarle un colloquio con Alberto. --Date retta a me--ella diceva--consigliatelo di non insistere. Correrebbero tra noi le parole irreparabili che tolgono perfino la remota possibilità d'un ravvicinamento... E credete pure ch'io non m'illudo... Anche nell'infinita miseria di questi momenti ho la mia testa lucida... Non mi illudo... Il mondo mi chiamerà un'esaltata, una visionaria, una pazza... Io dovrei gloriarmi d'esser la signora Varedo... Che mi manca? Di che mi lagno?... O, piuttosto, quante ragioni non ho di essere invidiata?... L'uomo di cui porto il nome non è già illustre nella scienza e nella politica? Non passa di trionfo in trionfo? Non sarà domani sottosegretario di Stato e forse tra qualche mese Ministro?... E, ciò che più vale, non è onesto in mezzo a tanti corrotti, semplice nella vita, austero nei costumi, alieno da quelle galanterie che pur si considerano peccatucci veniali?... Sì tutto questo è vero; ma il mondo non sa che mio marito mi ha a poco a poco disseccato il cuore... Ero timida, schiva, ritrosa, ma ero anche assetata di affetto... Egli non ha inteso il grido che dal fondo della mia anima si levava verso di lui... Finchè ha potuto avermi docile strumento nelle sue mani, pronta a sopprimer me stessa per compiacerlo, gli fui, o gli parvi, cara... senza entusiasmo però, senza espansione, senza tenerezza... Non ubbidivo io, servendolo, a quella legge del dovere ch'egli predicava con fervore d'apostolo?... Ma quando un nuovo dovere è sorto per me e per lui, un dovere che poteva sprigionar la scintilla onde le nostre intime fibre avrebbero finalmente vibrato all'unisono, allora egli mi ha gettato in un canto come un abito frusto... Ha gettato in un canto me, e la mia, la -sua-, bambina... Mai non le ha voluto bene, mai non s'è occupato di lei... Sana, ella lo infastidiva con la sua vivacità; malata, coi suoi lamenti... Non le ha sacrificato un giorno, un'ora, un minuto... Poche settimane fa, io che prevedevo, l'ho scongiurato di non partire, di non lasciarci sole. --Appunto perchè non restaste sole ha scritto a me di anticipare la mia venuta--notò, indulgente, la signora Valeria. Diana ebbe un gesto d'impazienza. --Oh la bella cosa di scaricarsi dei propri pesi sulle spalle degli altri... specialmente per chi si atteggia a moralista!... E che conto ha fatto delle mie lettere... delle notizie sempre più sconfortanti che gli mandavamo da qui?... Già. il -dovere- lo tratteneva a Roma... quello de' suoi doveri che si conciliava con la sua ambizione... Te ne ricordi, mamma? Te ne ricordi, zio Gustavo? Voi mi dicevate «Vedrai, almeno una corsa a Torino la farà». Io che lo conosco, io vi rispondevo: «No...» Neanche il mio telegramma è valso a scuoterlo... E sì che quella era la tavola di salvezza che si getta al naufrago... Perchè non l'ha afferrata? Perchè non ha udito il mio appello, il mio ultimo appello?... Perchè ha lasciato morire la sua figliuola?... Ebbene, è morto anch'egli... come lei. Diana si pentì dell'eresia che l'era scappata di bocca, e voltandosi verso l'uscio della camera dove la bambina giaceva, tra i fiori, sul suo letticciuolo:--Che dico mai?--esclamò.--Tu non sei morta, il mio caro tesoro... Tu vivi qui dentro... Si portò la mano al cuore che si spezzava, e balbettò:--Egli, egli è morto. La signora Valeria le sussurrò piano, baciandola in viso:--Perdona... Ah tu non sai quante cose le donne perdonino! Perdonano il tradimento, perdonano l'infedeltà... Ma Diana l'interruppe con un'energia ch'era veramente meravigliosa in quel corpo sfatto dalle veglie, distrutto dall'angoscia:--Oh, il perdono è facile alle donne che sono state amate, alle donne che amano... Dove c'è l'amore, c'è posto per tutto... Io non l'ho trovato mai nel mio matrimonio, l'amore... per quanto l'abbia cercato... Io non ho sentito parlare che di dovere... E ho creduto che potesse bastare!... Tu taci, zio Gustavo.... Ma allora tu leggevi nel futuro... Tu sorridevi tristemente di quella nostra pretesa d'edificar una famiglia sul solo dovere... --Non curarti di quello che ho potuto pensare--rispose lo zio.--Io penso adesso che convien sempre fare quanto dipende da noi perchè la vita non sia peggiore di quella che è... La via che hai scelta non conduce a nulla di buono... --Sicchè tu pure, come la mamma, sei per il perdono, per la riconciliazione? L'ingegnere accennò affermativamente col capo. --E io--replicò Diana--sono costretta a ripetere a te e alla mamma: No... Una riconciliazione oggi sarebbe un'ipocrisia, e io ho mille difetti, ma non sono ipocrita... Del resto che bisogno ha -egli- di me? Egli ha raggiunto la sua mèta; passata che sia (e passerà presto per lui) l'emozione di questa sventura domestica, egli sarà un uomo felice... Non ha bisogno del mio perdono, nè della mia compagnia... Che ne farebb'egli a Roma d'una donna sempre in lacrime, sempre fissa in un'idea dolorosa? Via, mamma, tu gli rendi un servizio portandomi teco... Solo un puntiglio feroce potrebbe indurlo ad opporsi.... --Non si opporrà, ne sono convinta--disse la signora Valeria.--Ma non ha tutti i torti se desidera che tu gli chieda licenza. --Chiedetegliela voi in mio nome--rispose Diana.--Ancora una volta, ve ne supplico a mani giunte, risparmiatemi la prova terribile di un colloquio con mio marito... Ve ne supplico in nome stesso di quelle speranze che voi coltivate nel segreto dell'anima vostra.... Ditegli che non lo odio, che riconosco i suoi meriti, che gli auguro gloria e fortuna... ma che oggi non posso... non posso... I singhiozzi le impedirono di continuare; le forze le vennero meno; levatasi in piedi, si sentì vacillar sulle gambe, ma prima che sua madre o suo zio accorresse a sostenerla, ella ebbe il tempo di precipitarsi nella camera vicina e di cadere ginocchioni presso il letto di Bebè. La signora Valeria la seguì e si chinò amorevolmente a lisciarle i capelli. --Calmati, Diana.... Non ci ostiniamo più... Faremo a modo tuo... Ma tu pure sarai compiacente, non è vero? Diana alzò, interrogando, il viso bianco come quello della piccola morta che le aveva strappato il cuore. --Ti coricherai per qualche ora. --Oh.... perchè?... È inutile. --Per essere in grado di partire domani--ripigliò la madre.--Tu non vuoi restar qui dopo che... --No, no--disse Diana con terrore.--Non un minuto... --Vedi dunque... La signora Valeria passò il braccio sotto l'ascella della figliuola e l'aiutò a rimettersi in piedi. Diana ribaciò sulla fronte e sugli occhi il cadaverino che già si dissolveva e svaniva, e mormorò con un filo di voce:--Torno, sai, Bebè. Indi, con la testa appoggiata alle spalle materne, col fazzoletto alla bocca per soffocare i suoi gemiti si lasciò condur via docilmente. XXIV. Un Ministero fatto e una famiglia disfatta. Quante corone! Quante corone! Del Rettore e dei professori dell'Università, dell'onorevole San Giustino (bellissima, ordinata telegraficamente da Roma), di Eugenio Bardelli, degli studenti della facoltà giuridica, dell'Associazione costituzionale monarchica, degli elettori liberali del collegio rappresentato in Parlamento da Alberto Varedo, della casa editrice che pubblicava l'opera sul -Dovere-, delle Redazioni di due giornali politici e di un giornale scientifico, ecc., ecc. E quanta gente dietro il piccolo feretro! Quante carrozze di privati e di autorità, da quella del Sindaco a quella del Prefetto, il quale, la sera prima, guarito improvvisamente dalla sua indisposizione nel ricever alle sette la notizia ufficiale dell'incarico dato da Sua Maestà a San Giustino, era voluto venir in persona alle otto a casa Varedo a rinnovar le sue condoglianze! A farlo apposta la povera Bebè non avrebbe potuto scegliere un momento più opportuno per morire ed esser sepolta in mezzo a unanimi attestazioni di simpatia e di compianto. Chiuso nel suo soprabito nero abbottonato d'alto in basso, Alberto seguiva a piedi il carro funebre, e la sua fisonomia, bench'egli si sforzasse di frenarne i moti, assumeva atteggiamenti sempre diversi. Era a volte una commozione sincera, a volte una concentrazione a cui la triste realtà del presente sembrava estranea, a volte un cruccio segreto contro qualcheduno e contro qualche cosa, un lampo fugace d'orgoglio, o una mal repressa impazienza d'uscir da quell'atmosfera di morte, di tornar nella lotta, nella vita che lo chiamava. Nondimeno, sciolto il corteo, scambiate le parole d'uso e le strette di mano automatiche, egli entrò con Gustavo Aldini, Eugenio Bardelli e altri pochi nel recinto del cimitero, deciso a rimanervi sino alla fine. Vide calar nella fossa la bara, ahi così lieve a quelli che la portavano, udì il sordo rimbombo delle palate di terra gettate a colmar l'orribile buca, e il fruscìo delle ghirlande ammucchiantisi sul tumulo ove in brevi giorni le avrebbe arse il sole e sbattute la pioggia... E gli parve che di sotto a quei fiori, di sotto a quelle zolle venisse, fra timida e maliziosa, un'esile voce:---Papà citto.- L'ingegnere gli toccò il braccio.--Andiamo. Varedo si scosse con un movimento brusco, come di chi vuol liberarsi da un incubo.--Eccomi. Fuori dal cancello li aspettava un landau chiuso. --Monti anche lei. C'è posto--disse Gustavo Aldini a Eugenio Bardelli ch'era in uno stato da far pietà. --Sì, monti, monti pure--ripetè Alberto.--E non si lasci abbattere in quel modo. Ormai egli aveva ripreso l'assoluta padronanza di sè, e le lacrime di Bardelli lo infastidivano. --Bisogna sapersi dominare--egli sentenziò in tuono cattedratico.--È più penoso, ma è più virile. Indi si volse allo zio Gustavo. --È stata una dimostrazione molto lusinghiera, una dimostrazione di cui serberò eterno ricordo... Scrivine tu a tua nipote. S'interruppe per guardare il suo ex-assistente che seduto di fronte a lui seguitava a passarsi sugli occhi il fazzoletto inzuppato come una spugna, e stette in forse se continuare il discorso. Ma riflettendo che Bardelli era persona fidata cedette alla tentazione di sfogar l'animo suo. --Le dirai che c'erano ottimi mariti e ottimi padri i quali non avevano l'aria di giudicarmi un padre e un marito snaturato... Ah, oggi Diana ha vinto il suo punto... È partita con sua madre senza nemmeno prender commiato... Per evitare pubblicità non mi son voluto valere de' miei diritti... ma ch'ella non faccia assegnamento sulla mia debolezza... E sopra tutto che non s'atteggi a vittima... Non lo tollererei; e se ci mettessimo in lotta aperta si vedrebbe... --Non parlare con quell'asprezza--rispose l'ingegnere Aldini.--Dà tempo al tempo... Fidati nell'opera conciliativa di mia sorella. --Di mia suocera non ho che da lodarmi--convenne Varedo.--E anche di te... che pur non avevi nessun dovere.... Aldini gli chiuse la bocca con un gesto. --Voi avete un torto--egli disse....--intendo tu E Diana,... sicuro, anche Diana.... Avete il torto di parlar troppo di diritti e di doveri. --E su che altra base vorresti piantare i rapporti sociali? --Amare, compatire e perdonare--replicò l'ingegnere--sorridere qualche volta delle debolezze umane, ecco tutta quanta la mia filosofia.... Ma non discutiamo, per carità... Io non sono in grado di misurarmi teco... E poi sono uno spirito pigro e credo poco all'efficacia della discussione... Sono convinto che ogni uomo abbia le opinioni che meglio si adattano al suo temperamento e al suo ingegno. Eugenio Bardelli taceva. Ma durante questa piccola disputa fra i due congiunti egli sentiva crescere l'ostilità latente contro il suo antico idolo, contro Varedo, reo di non aver amato Bebè, di non aver compreso Diana e di non tener adesso sul conto di lei un linguaggio abbastanza rispettoso... Oh perchè, perchè non poteva egli proclamarsi campione di quella donna santa, di quella donna perfetta?... Perchè non poteva almeno infonder maggior calore nelle difese, secondo lui, fiacche ed insufficienti che della nipote faceva l'ingegnere Aldini? E Bardelli si risovveniva altresì ch'egli era in debito d'una risposta al professore, e che quella risposta era attesa entro la giornata. Mille ragioni lo costringevano a rifiutare l'offerta, ma non si dissimulava le conseguenze che questo rifiuto avrebbe esercitato sul suo avvenire, prevedeva le querimonie di sua madre, le beffe dei conoscenti, le aumentate difficoltà di trovare un posto anche mediocre dopo essersi lasciato sfuggir l'occasione d'averne uno di ottimo. Tali erano i pensieri che lo angustiavano, quando, poco prima che la carrozza si fermasse, il deputato lo chiamò a nome. Egli si scosse e arrossì fino alla radice dei capelli. --Abbia la compiacenza di salir con noi--disse Alberto.--Sarà arrivata la posta e dovrò forse pregarla di qualche commissione. In ogni caso le staccherò uno chèque da riscuoter subito alla Banca popolare. E soggiunse, voltandosi verso l'ingegnere:--Mi passerai la nota del danaro che hai sborsato per conto mio. --Sì, sì, non c'è fretta.... --Anzi ce n'è molta, perchè probabilmente partiamo entr'oggi tutti e due per destinazioni diverse.... Vai a Parigi? --Ma! Sono incerto.... Il portinaio venne ad aprir lo sportello e consegnò a Varedo un fascio di lettere e dispacci e giornali. Su in casa la cameriera aveva apparecchiato la colazione in salotto da pranzo. Varedo invitò Bardelli a sedere a tavola. Il giovine si schermiva.--Se mi dispensasse... Proprio non ho appetito... Già sulle scale s'era sentito di nuovo empir gli occhi di lacrime, aveva provato la tentazione di andarsene. --E crede che noi ne abbiamo dell'appetito?--replicò Alberto, seccato che altri manifestasse un dolore più forte del suo.--Si prende un boccone per tenersi ritti. E tra due cucchiaiate di minestra egli cominciò lo spoglio della sua corrispondenza. I semplici biglietti da visita li metteva da parte, senza nemmeno guardarli. E metteva insieme con quelli le lettere e i dispacci che portavano soltanto parole di condoglianza. --A tutti questi signori converrà spedir le nostre carte di ringraziamento. Se ne incaricherà lei, Bardelli, con comodo... A Varedo bastarono pochi minuti per prender conoscenza di quella massa di roba. Ciò che gli premeva di più non c'era. San Giustino gli aveva bensì telegrafato la sera innanzi informandolo dell'incarico ufficiale avuto dal Re, ma se l'era cavata con lo stretto necessario, aggiungendo: -Il resto a domani-. Ora il nostro onorevole aveva sperato di trovar una lettera o un lungo telegramma del capo del futuro Gabinetto, e benchè il ritardo non avesse nulla di strano, gli pesava d'esser rimasto deluso... Cercò quindi nervosamente, dispettosamente le notizie della crisi nei giornali della mattina, arrabbiandosi delle contraddizioni e delle assurdità che vi riscontrava. Tutti avevano le loro informazioni da -ottima fonte-, tutti ammannivano ai lettori una lista ministeriale diversamente combinata; non tanto pei nomi che, su per giù, eran gli stessi quanto per la distribuzione dei portafogli. Al professore scappava la pazienza. --Oh che balordi! Anche questi qui, come Cataldo, vogliono assegnare l'istruzione a Sardi Gallese.... Si starebbe freschi.... E questi altri che danno il tesoro a Modica!... L'agricoltura e commercio, forse... O le poste.... Erano brevi monologhi che Varedo borbottava per conto suo. Gustavo Aldini era fuori nell'andito, sollecitato dalla cameriera di sbarazzarla di certi importuni che pretendevano la mancia per uffici prestati durante i funerali; Bardelli seduto davanti al suo piatto vuoto, girava gli occhi intorno a guisa d'uomo che non sa se dorma o sia desto. Gli usci, tranne quello che dava nell'andito, erano spalancati, ed egli spingeva lo sguardo or a destra ed ora a sinistra nelle note stanze di dove non gli sarebbe più venuta incontro Bebè, dove non avrebbe più visto Diana.--Addio, Bardelli--gli aveva detto Diana quella mattina.--Grazie di quello che ha fatto per noi... E che il Signore la ricompensi....--Pochi minuti dopo, mentre il corteo si moveva, egli aveva creduto scorgere per un istante il bianco viso di lei alla finestra, fra gl'interstizi di due cortine... E adesso ell'era partita per non tornare, come non tornava Bebè.... La bambina adorabile che lo aveva amato, la donna angelica che lo aveva assolto, le due dolci creature che avevano brillato, luci benefiche, nel grigio orizzonte della sua vita, s'erano dileguate per sempre. Ogni cosa qui parlava di loro, ogni cosa ricordava la loro presenza, ogni rumore evocava il suono dei loro passi, delle loro voci; ma esse non c'erano... Una sola persona pareva indifferente a tanta miseria, ed era il capo di quella famiglia distrutta... Ambizione e vanità, ecco i moventi unici dell'uomo ch'egli, Bardelli, aveva ciecamente ammirato... No, egli non poteva aver più nulla di comune con lui... Poteva ubbidire oggi ai suoi cenni, poteva prestargli ancora per qualche giorno l'opera sua (e forse lo attirava con un fascino triste e invincibile la casa piena di memorie) ma invocarne, ma accettarne i favori, non mai. --E ora--disse Varedo avviandosi--venga di là con me. --Alberto, Alberto!--chiamò l'ingegnere Aldini che rientrava nel salotto da pranzo, seguito dalla bambinaia.--C'è l'Irene. La ragazza s'avvicinò asciugandosi gli occhi col grembiule. --Non ho altro da fare--ella balbettò.--Se il professore non ha comandi... --Ah--replicò Varedo--bisognerà regolare i vostri conti. --No, no; li ha regolati.... con molta generosità.... la signora.... Volevo prender congedo, domandar scusa se ho mancato... e implorare una grazia. --Parlate.... liberamente. --Se si contenta di lasciarmi.... come ricordo di quel caro angioletto.... queste due scarpine.... le ultime ch'ell'ha portato... E le tirò fuori di tasca, piccole tanto che le stavano nel pugno. --Tenetele pure--disse Varedo commosso. L'Irene gli baciò la mano, riconoscente. --Grazie, signor professore... E così Iddio assista lei e la buona signora.... e mandi loro altri bambini. Nella sua semplicità popolana l'Irene non poteva ammettere che le bizze fra marito e moglie dovessero durare eterne. Senza rispondere all'augurio, Varedo le regalò un biglietto di cinquanta lire e la congedò con parole amorevoli. Ella uscì confusa e singhiozzante. Con uno sforzo energico di volontà, il professore ringhiottì le lacrime che gli salivano al ciglio, e accennò a Bardelli di seguirlo nello studio, ove gli dettò due dispacci e gli consegnò lo -chèque- per la Banca. --Mi fa il piacere di spicciarsi, perchè il danaro mi occorre... Quando poi sarà tornato, discorreremo con comodo di quell'affare di ieri... I dispacci li imposti strada facendo.... Aspetti, aspetti, che forse ci sarà qualcos'altro. E mosse incontro alla cameriera che portava su un vassoio tre - - . . . . . . , , ? 1 2 - - . . . 3 4 - - , . . . . . . . 5 6 , 7 . 8 9 - - , . . . 10 11 ' . 12 13 , , . - - 14 . 15 16 . 17 18 - - ? - - . 19 20 - - , , . 21 22 ' , , , 23 ' ' . 24 , , 25 . 26 27 ' ; 28 ; 29 ; , . 30 , , 31 ' . 32 33 34 , , , , , 35 36 ' . 37 38 , , 39 40 . 41 42 , , 43 , . 44 45 46 . 47 48 - - ! ! 49 50 , . ' 51 . 52 53 , ' . 54 . 55 56 - - ? - - ' . 57 58 ' ' , . - - ! 59 60 61 , ' 62 : - - 63 . 64 65 - - ? - - . - - ? 66 67 - - . . . . . . 68 . . . , , . . . 69 . . . 70 . . . . 71 ' . . . . . . . 72 73 . 74 75 - - ' - - 76 . - - , 77 ' . . . . ' , 78 . 79 80 - - - - - - ' 81 . 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