la signora Veronica Somariva, moglie di un pretore, e alla sinistra la signora Pasqua Orsolini, consorte di un farmacista, vestite entrambe abbastanza dimesse e atteggiate a un ossequio riverenziale che avrebbe dovuto lusingare la vanità della signora Cherubina. Ma la signora Cherubina era in quel giorno di pessimo umore, perchè la contessa Basili che era la pigionale del primo piano, non le aveva ancora restituita la visita. E il pessimo umore della signora Cherubina si manifestava in escandescenze democratiche. -- Sì -- ella gridava inferocita -- bisogna finirla con questo sciocco pregiudizio della nobiltà. Chi sono queste schizzinose che non si degnano di stare con noi? Non sono anch'esse di carne e di ossa come noi altre? Vogliono imporci perchè si chiamano marchese, contesse, duchesse? O credono forse che non si sappia che c'è stato l'ottantanove? -- L'ottantanove -- interruppe la signora Pasqua -- è uscito anche nell'ultima estrazione. -- O signora Pasqua, che dice mai? -- esclamò ridendo la signora Veronica ch'era un po' donna di lettere; -- non si tratta di un numero del lotto, ma di un anno. La signora Pasqua si fece rossa, ed estraendo il fazzoletto da un manicotto di pelo di gatto si soffiò romorosamente il naso. Ma la signora Cherubina, senza curarsi di quest'incidente, continuò, gonfiando la voce: -- E si dice che siamo in un'epoca di libertà, in un'epoca di uguaglianza! È un obbrobrio.... Una casta a parte in questo secolo!.... In nome di che?... Sono più belle di noi?.... Sono più virtuose? Domandiamolo ai loro mariti.... Più eleganti? Io credo che noi altre (parlo di quelle che possono) si vesta come si vestono loro... E noi si paga il conto... E le nostre case (parlo sempre delle famiglie che possono) non sono forse addobbate come le loro?... Mi guardi il cielo dal citarmi ad esempio, ma vorrei sapere se questo salotto non è tale da potervi ricevere chiunque, fosse anche l'imperatore del Mongol!... Un tappeto, signora Veronica, che mi costa la bellezza di sette lire al metro, e il negoziante m'ha giurato che ne vendè uno di simile alla marchesa Liani.... Anche le tendine son tali e quali quelle della baronessa Rodolfi.... Abbiamo lo stesso tappezziere. La signora Pasqua e la signora Veronica si sdilinquirono in parole d'ammirazione circa al tappeto e alle tende della signora Cherubina. -- No, no -- rispose costei schermendosi modestamente. -- Dico per dire.... che in fin dei conti noi siamo -chic- quanto loro, e questa superbia muove lo stomaco... So io quello che ci vorrebbe -- ella soggiunse in tuono misterioso e solenne: -- Un novantatrè ci vorrebbe. -- Avrà da aspettarlo un pezzo -- era sul punto di dire la signora Pasqua considerando che questo numero non era compreso nella cabala. Ma per sua fortuna ella ricacciò le parole nella gola. -- Basta, mi perdonino questo sfogo -- ripigliò la signora Cherubina facendosi fresco con un fazzoletto di battista profumato di -patchouli- -- e discorriamo d'altro. Come vanno le feste di ballo al casino? -- Ma! bene -- rispose la signora Veronica. -- Iersera c'erano cinquantacinque signore... Dovrebbe venirci anche lei, signora Cherubina. Il cavaliere suo marito è socio! -- Sì.... voleva anzi condurmi.... Verrò forse.... Ma non so come sia, le feste di società mi piacciono poco.... Dico il vero, c'è troppa mescolanza... Io sono democratica, mi pare che non ci possa esser dubbio in proposito; ma quel trovarmi a contatto di certa gente.... Via, mi dica che signore di conoscenza c'erano. -- Tanto per non dimenticarmi, c'ero io.... La signora Cherubina chinò leggermente il capo con aria di degnazione. -- E poi? -- C'era la signora Pasqua. -- Oh per me -- disse la persona nominata raggomitolandosi tutta per eccesso d'umiltà. La signora Cherubina fece una smorfia quasi impercettibile. -- Le due Azzolini -- continuò la signora Veronica -- due belle ragazze. -- Quelle che han per madre una contessa Ruspi di Ferrara? -- chiese premurosamente la signora Cherubina. -- Appunto... C'era anche la madre. -- Ah c'era anche lei.... Una donna che si conserva bene.... -- Non dimentichi la signora Coradelli -- suggerì la moglie del farmacista alla signora Veronica. -- Una sposa.... bellina tanto. -- Quale Coradelli? Sposa di chi? -- interruppe la signora Spiccioli arricciando il naso. La signora Pasqua, intimidita dall'accento e dal gesto della padrona di casa, rivolse alla signora Veronica uno sguardo supplichevole che significava: -- Venga in mio aiuto. La -pretoressa- tentennò il capo come persona che comprende essersi toccato un cattivo tasto; pure messa alle strette diede alla signora Spiccioli la spiegazione voluta. -- La moglie di Gaetano Coradelli, il negoziante... quello ricchissimo. -- Negoziante di oggetti di guttaperca! -- esclamò la signora Cherubina nel massimo scandalo. -- È proprio vero?... E poi si lagnano se non si va alle loro feste?... Ma non c'è una commissione di scrutinio al Casino? Ma accettano dunque il primo venuto purchè paghi sessanta lire all'anno? L'ho sempre detto io che questo è un paese ove non è possibile la vita di società. Io sono democratica, ma questa non la posso mandar giù. Il signor Coradelli!.... Un uomo che vende fianchi artificiali e che cingendo la vita della sua ballerina può riconoscer la roba sua sotto il vestito!... Espresse queste savie considerazioni, la signora Cherubina Spiccioli si avvolse silenziosamente nella sua maestà di regina offesa. -- Che continuazione di belle giornate! -- osservò la signora Veronica per rianimare il dialogo. La signora Cherubina non rispose, ma con un cenno del capo mostrò di partecipare all'opinione della sua interlocutrice. Quindi, tornando al suo tema favorito: -- Ecco -- soggiunse -- se si potesse mettere insieme una società della buona borghesia, una società a modo, come io la intendo.... una società insomma da farla tenere a queste signore contesse e marchese.... rendendo loro la pariglia.... -- Col non invitarle -- disse la -pretoressa-. -- Nemmeno una. In quel punto il servo sollevò la portiera e annunziò la contessa Basili. La nobil dama insignita di questo nome cospicuo si presentò sulla soglia e fece il più compito inchino che possa immaginarsi. La signora Cherubina diventò rossa come un gambero cotto, si alzò tutta d'un pezzo, come se le fosse scattata sotto una molla, nella gran furia inciampò prima nel piumino, poi in un lembo del proprio vestito; nondimeno riuscì a mantenersi in equilibrio e corse verso la nuova arrivata. La signora Veronica e la signora Pasqua si levarono in piedi esse pure. -- Contessa -- balbettò la signora Spiccioli stentando a trovar le parole, tanto era commossa. -- Quale onore!... Ha voluto disturbarsi. Davvero che non osavo sperare.... La prego, s'accomodi.... qui, vicino a me. E le additò la sedia davanti alla quale stava ritta la signora Pasqua che dovette cedere il posto e accomodarsi un po' più lontano. La contessa Basili si guardò intorno con l'occhialino, poi disse: -- Prima di tutto ero venuta per fare un dovere. -- Un dovere! che dice mai? -- interruppe la signora Cherubina, conservando quella magnifica tinta scarlatta di cui ella si era suffusa al giungere della illustre pigionale del primo piano. -- Un dovere?... È tutta bontà sua. E strinse con effusione la mano alla contessa. Intanto la signora Veronica e la signora Pasqua allungavano il collo come due colombe in amore per vedere di essere presentate alla gran dama. Ma la gran dama si limitava a guardarle di tratto in tratto con l'occhialino, e la signora Spiccioli non aveva nessuna voglia a far sapere alla contessa che ella era in qualche intimità con la moglie di un farmacista e di un pretore. La contessa era prossima ai quarant'anni, aveva la bocca un po' grande e il naso un po' lungo, usava senza troppo risparmio il nero sulle ciglia e il minio sulle gote, onde un giudice imparziale l'avrebbe detta piuttosto vecchia che giovine, piuttosto brutta che bella. Ma la signora Cherubina era in estasi; nelle orecchie intente, negli occhi umidi e imbambolati, nell'atteggiamento tutto della persona le si leggeva l'ammirazione sconfinata, profonda, simile a quella che un devoto o un artista potrebbe sentire davanti a una Madonna di Raffaello. -- Lei mi confonde -- ripigliò la contessa con un sorrisetto. -- Volevo dire che la mia visita aveva anche un altro scopo. -- Un altro scopo?... Parli, signora contessa, mi comandi... ove posso... -- Noi daremo, lunedì quindici, una festicciuola.... senza pretesa... e io sono qui a pregarla di volerci favorire con suo marito.... Sarà per le dieci di sera... Mi dice di sì? -- soggiunse la contessa con voce melliflua ed insinuante. Il ritardo della signora Cherubina nel rispondere dipendeva dall'eccesso della gioia. Essere invitata dalla contessa Basili in persona, alla presenza della signora Somariva e della signora Orsolini che potevano rendere testimonianza del suo trionfo, era tal fatto da togliere il dominio di sè anche a una donna più forte della signora Spiccioli. -- E come potrei dire di no, signora contessa? -- ella rispose finalmente con l'accento con cui la Ristori avrebbe potuto declamare la -Francesca da Rimini-. -- Siamo intesi dunque -- ripigliò la contessa. E poi si mise a conversare di cose indifferenti. La signora Pasqua e la signora Veronica, visti riuscir vani tutti gli sforzi per richiamare l'attenzione della padrona di casa sopra di loro, non tardarono ad accommiatarsi, senza che la signora Cherubina dicesse una parola per indurle a prolungare la loro visita. Dovevano oramai essere persuase della sua superiorità; la loro presenza non giovava più a nulla. -- Ha visto? -- disse la signora Pasqua alla signora Veronica appena furono giù delle scale! -- A proposito di democrazia! Ci ha lasciate andare quasi senza salutarci. La -pretoressa- schizzava veleno, ma rispose seccamente: -- È una indegnità. -- Poichè ella era convinta che se non vi fosse stata la moglie del farmacista la presentazione avrebbe avuto luogo per lei. E non oserei affermare che la signora Pasqua, malgrado la sua singolare modestia, non avesse un'opinione analoga a quella della signora Veronica. -- Chi sono quelle due signore? -- domandò la contessa Basili alla signora Cherubina quando rimase sola con lei. -- Oh! -- disse questa con noncuranza. -- Una certa signora Somariva e una certa signora Orsolini... Sa... vecchie conoscenze. E si affrettò a mutare discorso. Di lì a qualche minuto la contessa Basili si alzò per andarsene e la signora Cherubina, dopo avere tirato il campanello con tanta forza che gliene rimase in mano la nappa, volle accompagnare l'eccelsa visitatrice sino al fondo dell'anticamera ove le ripetè in mille modi i suoi ringraziamenti. Poi tornò trionfante in salotto e fiutò con ineffabile compiacenza il profumo di muschio che la contessa aveva lasciato dietro di sè. Finalmente, giacchè non le capitavano altre visite, ella passò nel gabinetto attiguo e scrisse una riga alla sarta ordinandole di recarsi tosto da lei. La signora Cherubina intervenne sfolgorante di gemme alla festa della contessa Basili ed ebbe la insigne soddisfazione di ballare con parecchi giovinotti della gran società, e di essere presentata ad altre due contesse e ad una marchesa. Onde il nuovo salotto di casa Spiccioli non istette molto a popolarsi di gente -comm'il faut-, cosa dalla quale la salute della signora Cherubina ritrasse maggior giovamento che non ne avesse ritratto l'anno addietro da un mese di cura alle acque di Recoaro. Nondimeno la signora Cherubina è sempre democratica, e se una contessa non le restituisce presto la visita o non la invita ai suoi balli, ella sente un fremito repubblicano nell'anima e invoca un altro -novantatrè-. LA CONFESSIONE DI DORETTA -- Oh bravo il signor Anselmo, -- disse Doretta andando incontro al nuovo venuto e prendendogli le mani nelle sue. -- Capita a proposito. Al confessionale io non vado, ma a un vecchio amico di casa, a uno che m'ha visto fanciulla e che può quasi esser mio padre.... -- Grazie. -- Di che? -- Di quel -quasi-. -- A lei insomma, -- continuò la giovine, -- sono disposta ad aprir intieramente l'animo mio.... Sarà il mio confessore. -- Oh vi pare? -- Lo voglio, lo voglio assolutamente. È il primo servizio che le domando dopo tanto tempo.... Non deve dirmi di no. -- Se credete proprio che sia necessario.... -- Necessariissimo. Giudicherà lei.... Sono qui da due giorni a visitare la mia famiglia, e mi si intenta un processo, per iniziativa di mio marito. -- Cara Doretta, -- interruppe il signor Anselmo, -- non si potrebbe prender la cosa con più flemma? E per esempio non si potrebbe sedere? -- Sediamo pure, -- disse Doretta. Ma seduta che fu, non rallentò la foga del suo discorso. Doretta, come si vedrà, era alquanto ciarliera. -- Sa già di che si tratta. -- Veramente lo so molto poco, -- Lo sa meglio di me. Si tratta del tenentino Baraldi, che dicono mi faccia la corte, e dal quale, a sentirli, io me la lascerei fare di buon grado. Falsità se mai ve ne fu... Io vidi Baraldi per la prima volta tre mesi or sono in Firenze dalla contessa Orelli... cioè non è contessa niente affatto, ma vuol che la chiamino così... ormai non mi accade più di trovare una persona che non sia nobile, e anche la mia serva pretende d'esser cugina dei Peruzzi. Ma torno a bomba perchè non mi piacciono le lungaggini. Ero dunque dalla contessa Orelli, di sera; saremo stati una dozzina di persone al più. La Orelli aveva mal di capo, e il salotto non era rischiarato che da due lumi a -carcelles-, uno col cappello di carta rosa e l'altro col cappello di carta verde. La padrona di casa, che stava dalla parte del lume verde, pareva un limone acerbo, sua sorella, la Derilleri, che era accanto al lume rosa, pareva una barbabietola. In mezzo c'era una zia con un profilo verde e un profilo rosa, bellissimi entrambi a vedersi. Del resto, la Orelli e la Derilleri son due donne mature che però non vogliono ancora battere in ritirata. Della Orelli tutta Firenze sa che ha una relazione... -- Ma Doretta!... -- Oh una relazione platonica. Si figuri.... con un consigliere di cassazione. Cosa vuol che facciano i consiglieri di cassazione anche se vanno, come questo, ogni estate a Oropa per la cura idropatica? In quanto alla Derilleri, le attribuiscono, sarà malignità, il vecchio generale Roscio, e la chiamano l'ospizio degli invalidi, perchè vogliono che prima di lui avesse il colonnello in pensione Merilli che ha perduto una gamba a San Martino. Della zia non credo si dica nulla. Ci mancherebbe altro... Con quel viso e quella persona! Una pedante che quando non isputa sentenze s'addormenta in conversazione, e se per caso si risolve a tacere quand'è svegliata, vi fa venir il capogiro a forza di fregarsi le mani una sull'altra come se stesse lavandosele con acqua e sapone. -- Questo però, Doretta, c'entra poco. -- Come, c'entra poco? Anzi c'entra moltissimo, scusi. Alle corte, la sola donna giovine di quel salotto ero io; d'uomini c'erano i due in carica presso le due sorelle, cioè il consigliere di cassazione e il generale, poi un signore, arricchito, a quel che dicono, con tre fallimenti di borsa; c'era un deputato, non so se di destra o di sinistra, ma insulso sicuramente; c'era un letteratino, che Dio ce ne scampi e liberi; c'era Baraldi e c'era mio marito. Levi un po' Baraldi e me, e veda che compagnia. Perchè, mi lasci dire, mio marito è un buonissimo diavolo, ma, via, non sosterrà che non sia noioso.... già è marito; e pare che sia nell'istituzione dei mariti d'esser noiosi. Non tentenni la testa così. Lei, signor Anselmo, non ha voce in capitolo. Bisognerebbe che fosse donna e maritata per una settimana.... vedrebbe! I mariti, anche quando sono piacevoli fuori di casa, sono, in casa, sgarbati e brontoloni. Non c'è nulla che li contenti, nulla che non dia loro l'occasione di far delle cantafère lunghe come l'anno della fame. Ci si aggrappano alle sottane quando vorremmo che andassero via; se ne vanno quando vorremmo che restassero; fanno tutto fuori di tempo. Se poi ci accompagnano a spasso o a teatro hanno un muso lungo due palmi finchè son soli con noi, e non principiano a rasserenarsi che quando vedono le mogli degli altri. Così, alla fin fine, noi donne si sta meno peggio quando si riesce a formare una partita doppia di due mogli e di due mariti. In questo caso ci può essere un -chassez-croisez- che abbia qualche attrattiva.... Ma guai se il marito vuol restare in un crocchio ove non ci sia altra donna che sua moglie e ci siano invece parecchi uomini. Il signor marito è quello che guasta la conversazione. Pare faccia apposta a metter sul tappeto i temi più scabrosi, più sconvenienti. E se vi son proprio delle cose che non si posson dire ad alta voce, eccolo chinarsi all'orecchio del vicino e susurrargli qualche trivialità; e allora si sente scoppiettare intorno un riso sguaiato che pare uno starnuto di gatti infreddati. -- Mia cara Doretta, voi avete molto spirito, ma mi permettereste di dire una parola? -- Dica pure. -- Ecco, volevo dire che andando di questo passo non saprò mai più quello che dovevo sapere.... Si sbaglia strada. -- Tutt'altro. O che strada avrei da tenere? Ma basta. Mi spiccierò. Ho descritto l'ambiente in cui mi trovai la prima volta con Baraldi. Era indispensabile. Può immaginarsi se si annoiava anche lui. Il letteratino l'aveva inchiodato in un angolo, e con la scusa che Baraldi si diletta di poesia gli declamava a mezza voce alcuni versi suoi. Alla lunga, quando fu liberato dal suo seccatore, il giovine ufficiale mi si avvicinò e si cominciò a discorrere. Egli mi dipinse coi colori più vivi la sua dolorosa situazione di poco addietro. Il poeta in erba gli stringeva forte il ginocchio fra il pollice e l'indice della destra, e sia pel gran calore che metteva nella recitazione, sia per non alzar troppo la voce, gli si era avvicinato col viso in maniera da fargli sentir troppo il suo alito... e anche qualcos'altro. Era come, diceva Baraldi, se mi fossi trovato nella vicinanza d'una cascata, in mezzo a quella specie di polvere acquea che vi penetra nei panni e nelle ossa... Insomma si rise un po' del letterato, un po' degli altri componenti la società... Avremmo fatto crocchio a parte, ma sfido io, tra quelle mummie! Mio marito mi piantava ogni momento gli occhi addosso; che uggioso! Voleva che mi mettessi a far conversazione con lui? Il giorno dopo Baraldi portò i suoi biglietti di visita: -Lodovico Baraldi, luogotenente del Genio-. In un angolo la sua brava corona di conte. Quella lì già non mi fa più impressione perchè ormai l'hanno tutti. Dev'esser stampata in precedenza sul cartoncino. Nella settimana il compìto ufficiale venne in persona da me. Era suo dovere. Del resto egli non mi trovò sola. C'era la Rinucci, quella che ha un occhio di vetro e i fianchi di -cautsciù-, tantochè assicurano che un giorno ne abbia perduto uno per istrada. Sarà e non sarà. Faccio per dimostrare che non vi fu un colloquio a quattr'occhi. Ma la Rinucci è una cattiva lingua, e cominciò subito i suoi -cancans-. A sentirla, io avevo dato appuntamento al tenente alle Cascine. Bisogna esser proprio brutta com'è lei per inventar simili fandonie. Sicuro ch'io dissi a Baraldi che quando sono a Firenze vado alle Cascine ogni giorno alle quattro.... di qualche cosa bisogna pur discorrere.... Ma che colpa ne ho io se le quattro son parse anche a lui un'ora buona per passeggiare? Io andavo in carrozza, egli andava a piedi; naturalmente le carrozze sul piazzale si fermano, e i pedoni vengono allo sportello a salutar le loro conoscenti. Un giorno solo, tanto per isgranchire le gambe, sono scesa un momento e ho fatto un giro.... -- Col tenente? -- Sì, col tenente, e anzi son rimasta scandalizzata a veder la marchesa Dal Pozzo che filava il perfetto amore percorrendo in su e giù un viale sotto il braccio di un onorevole, il quale avrebbe fatto molto meglio ad essere a Roma, ove, per causa di queste distrazioni dei signori deputati, la Camera non è mai in numero.... Però io non mi immischio negli affari degli altri.... Credo d'aver passeggiato dieci minuti.... Se ne fece un chiasso ridicolo.... Proibizione di andare alle Cascine alle quattro, e poi gita a Bologna per passare qualche settimana in famiglia. Adesso un altro -casus belli-, perchè Baraldi è venuto a Bologna anche lui. O che ci posso far io? Sono il suo colonnello? La gente non ha forse il diritto di viaggiar per le strade ferrate come le pare e piace?... Anche mia suocera, che mi scrive dei sermoni, dovrebbe un po' badare ai fatti suoi e pensare a quello che si dice delle sue debolezze di gioventù.... perchè, quantunque a vederla non si crederebbe, è stata giovine.... A questo punto l'orologio ch'era in salotto cominciò a batter le ore. -- Le tre forse? -- chiese Doretta. -- No, le quattro. -- Le quattro! Diamine, diamine! Non posso trattenermi un minuto di più.... Ho ordinato la carrozza per le tre e mezzo.... -- Ma, Doretta, adesso tocca a me a parlare.... -- Un altro giorno. Oggi è impossibile.... La mia confessione io la ho fatta. -- Però vi osservo, figliuola mia, che avete confessato sopratutto i peccati degli altri.... In quanto ai vostri... -- I miei sono così piccoli che meritano l'assoluzione piena ed intera. E non dubito che persuaderà i miei genitori. -- Un momento.... -- Non c'è momento che tenga. Grazie, signor Anselmo, e a rivederci. E Doretta sgusciò via come una biscia, lasciando con un palmo di naso il suo confessore. LO SPECCHIO ROTTO I. Patatrac. Patatin. Questi due suoni si fecero sentire quasi contemporaneamente una mezz'ora prima del tempo di desinare in casa del signor Pacifico Rosettini, dottore in legge e possidente, e loro tenne dietro un rumoroso pianto infantile. La signora Virginia, seconda moglie del signor Pacifico, la quale sedeva nel salotto da lavoro curva sopra un ricamo; il signor Pacifico stesso che stava preparando una -conclusionale-; la cameriera Adelaide che apparecchiava la tavola, e due ragazzini fra gli otto e i dieci anni tornati in quel momento dalla scuola e ronzanti intorno alle casseruole della cucina, convennero da vari punti sul luogo dond'era venuto il rumore, e accolsero con differenti esclamazioni e domande un fanciullo che poteva avere poco più di un lustro d'età e che scendeva una breve e agevole scaletta con una guancia più rossa dell'altra, un gran furore negli occhi lacrimosi e i due piccoli pugni stretti in atto di collera e di minaccia. -- Che c'è, Gino? -- Che cosa è stato? -- Hai fatto una delle tue solite? -- Ti sei fatto male? -- Che bambino senza giudizio! -- Via, strapazzatelo per soprammercato. -- Ih! Che strepito!.... In mezzo a questo fuoco incrociato di punti interrogativi ed ammirativi, la signora Virginia s'era chinata sul bimbo, e presolo per disotto le ascelle lo esaminava e palpava da tutte le parti. -- Via, via, non ha nulla, -- disse il signor Pacifico. Intanto il fanciullo singhiozzava -- Cattiva nonna.... cattiva.... -- Ah! È stata la nonna. Che cosa ti ha fatto? Gino segnò la guancia sinistra e piangendo con assai più rabbia che dolore, disse: -- Mi ha picchiato qui.... -- Ti ha dato uno schiaffo?... Ma sarai stato cattivo.... Le avrai messo sossopra la camera. -- Niente.... niente.... È caduto.... solo.... lo.... specchio. La cameriera, nell'intento lodevolissimo d'esaminare -de visu- la posizione, aveva salito i pochi gradini della scala che metteva all'appartamento della -padrona vecchia- e stava già per entrar nella camera ov'era successo il contrasto fra nonna e nipote, quando sentì chiuder l'uscio con molta violenza e dare il chiavistello per di dentro. -- Che basilisco! -- ella mormorò fra i denti battendo la ritirata. -- Benedetta donna! -- soggiunse la signora Virginia. -- Già, già, bisogna lasciarla sbollire da sè, -- disse il signor Pacifico. -- Ma badiamo bene che anche Gino va castigato. -- Lo castigo io, -- rispose con una certa ansietà la signora Virginia mentre faceva riparo al colpevole con la sua persona. -- Siamo intesi, -- replicò gravemente il marito. -- Ehi, signorini, che c'è da ridere? Subito in camera fin che suoni il campanello del pranzo. Hanno capito? Ha capito, Giorgio? Ha capito, Roberto? Queste parole erano indirizzate ai due ragazzi poc'anzi accennati, figli del primo letto del signor Pacifico. Essi si avviarono lentamente alla loro stanza canterellando: -- Torototela torototà. -- Mal educati! -- brontolò, il signor Pacifico, senza badare che questo rimprovero veniva a ricadere sopra di lui. -- Mal educati! -- E rientrò nel suo studio. Gino fu condotto via da sua madre che gli asciugò le lacrime. -- Cattivello che sei, perchè sei andato a disturbare la nonna?... Adesso venga qui ad aspettare il castigo. Il bimbo guardò la genitrice con aria d'incredulità, e in prova del suo ravvedimento, appena giunto nel salotto da lavoro, rovesciò il paniere ove la signora Virginia teneva le sue lane da ricamo. -- Gino, Gino, -- gridò la mamma, -- vuoi proprio un altro schiaffetto? -- E lo minacciò con la mano. Ma Gino aveva cacciato le gambe entro il paniere e si rotolava sul pavimento con tanta grazia e rideva con sì schietta allegria, che la signora Virginia ebbe una voglia matta di dargli un bacio anzichè uno schiaffo. Il furbacchiotto capi benissimo le disposizioni materne; quindi non si spaventò punto nel veder la signora genitrice alzarsi dalla seggiola, ma anzi con raddoppiata ilarità levò in aria le gambe con suvvi il paniere tanto da farlo parere una cornucopia rovesciata. -- Domando io, -- disse la signora Virginia raccogliendo da terra il suo Gino e pigliandoselo in collo, -- domando io come si fa a schiaffeggiare un visino simile. E continuava, rivolgendosi a un interlocutore immaginario. -- Guardate mo; non vi pare che si vedano ancora i segni di quelle cinque brutte dita lunghe ed ossute?... Che orrore!... Picchiarmi il mio Gino.... Nè paga di guardarselo e di baciarlo da tutte le parti, lo portò davanti allo specchio, e contemplandone con infinita compiacenza l'immagine, tornò a dire: -- Un bambino simile! Gino, incoraggiato così, ripetè la frase, -- Brutta nonna. La madre gli mise una mano sulla bocca. -- Non si dicono queste parole.... Mi racconti piuttosto che cos'ha fatto.... Ha rotto lo specchio grande della nonna? -- No.... il piccolo. -- Quello fatto come un -o-? -- Sì, sì, -- rispose Gino, -- come un -o- grande. -- Ma che bravo bambino! -- esclamò la signora Virginia. -- Conosce già le vocali. -- Indi ripigliando un tuono che voleva esser serio: -- Ah lei ha rotto lo specchio che somiglia ad un -o-; così ha fatto gridare la nonna.... la nonna è stata troppo buona, non le ha dato che uno schiaffo solo, io gliene darò due. Dette queste parole, amministrò al delinquente due schiaffetti piccoli e gentili che arrivando su quelle guancie pienotte diedero un suono grasso e simpatico; indi lo depose in terra e continuò: -- Adesso poi bisogna prepararsi a domandar perdono alla nonna. Stia attento e ripeta quello ch'io dico: -Signora nonna-.... Andiamo, via, Gino.... -Signora nonna-. -- -Signora nonna-.... -- Bravo. Così va bene. Avanti: -Le domando scusa-.... -- -Le domando scusa-.... -- -Di quello che ho fatto-.... -- -Di quello che ho fatto-.... -- -E le prometto-.... Serio, Gino, non bisogna ridere. -E le prometto-.... -- -E le prometto-.... -- -Che non lo farò mai più-. Ha capito?... -Che non lo farò mai più-. -- -Che non lo farò mai più-. -- Bravissimo. Faccia conto ch'io sia la nonna, si metta lì in fondo, venga verso di me e torni a dir tutto quello che ha detto. Il bambino con aria grave e marziale si condusse fino alla parte opposta, là si girò tutto di un pezzo e fissò i suoi occhi biricchini in viso alla signora madre. La signora madre guardò lui nella stessa maniera, e ambedue scoppiarono in una sonora risata. La quale risata nel piccolo Gino si prolungava in maniera da impedirgli di fare un passo e da incutere un legittimo timore di serie conseguenze; onde la signora Virginia si alzò e corse alla riscossa del suo rampollo, prendendoselo nuovamente in grembo e dichiarando ad alta voce che un demonietto uguale non vi era stato e non vi sarebbe mai e poi mai. Questa eccellente lezione di belle creanze fu interrotta dall'annunzio che la minestra era in tavola. -- Dunque, Gino, siamo intesi, -- disse la signora Virginia dando la mano al bimbo e avviandosi con esso verso il salotto da pranzo. Ivi si trovavano Giorgio e Roberto, il primo dei quali aveva già versato un poco di vino sulla tovaglia, e ivi giungeva, contemporaneamente alla moglie e all'indomabile Gino, il signor Pacifico asciugandosi col fazzoletto i sudori e dichiarando che non era possibile immaginarsi la quantità di persone venute al suo studio nel corso della giornata. -- Come se non bastassero i clienti, -- osservava l'egregio signor Pacifico, -- ci sono le faccende pubbliche. E non c'è mica caso di lavarsene le mani.... Oh sì!... Vi dicono che bisogna prestarsi pel paese, che bisogna fare, lavorare, ecc. E ora c'è Consiglio provinciale, e ora Consiglio comunale, e poi la relazione sul gaz.... Giorgio, sta quieto.... e poi le ferrovie, e il bilancio.... Roberto, va a vedere che cosa fa la nonna che non viene a pranzo. Insomma, basta avere un grano di cervello in zucca che in questo benedetto paese tocca far tutti i mestieri.... E il signor Pacifico spiegò il tovagliuolo, tornò a passarsi il fazzoletto sulla fronte e si atteggiò a vittima dell'amor di patria. Poscia il suo occhio olimpico degnò abbassarsi al piccolo Gino. -- Lo hai castigato? -- egli chiese alla moglie corrugando la fronte. -- Sicuro. -- Così va bene. -- E soggiunse: -- Si fa pel tuo meglio, caro. Se diventerai un uomo pubblico.... -- Scotta, -- gridò Gino con voce piagnucolosa, occupandosi più della minestra che degli augurii paterni. -- Soffia, bambino, soffia -- suggerì la signora Virginia -- Così.... O vuoi che passiamo nell'altro piatto? -- La nonna non vuol venire a pranzo -- disse Roberto che rientrava in quel momento in salotto. -- Non vuol venire? Te lo ha detto lei? -- Sicuro. È chiusa in camera. Ho picchiato. Prima non ho inteso che un brontolio.... Poi ho picchiato di nuovo; e lei s'è alzata di dov'era a sedere, perchè ho sentito mover la scranna, e gridò brusca: -Chi è la'?- Le dissi che ero io e che venivo a ricordarle che il pranzo era in tavola e che l'aspettavamo. -- O credete forse ch'io sia sorda e che non abbia inteso il campanello? -- ella rispose. -- A pranzo non vengo perchè non mi accomoda di venire, e non mi seccate. Dopo questo sproloquio, Roberto sedette al suo posto e immerse con grande enfasi il cucchiaio nella zuppiera di riso. Il signor Pacifico fece un viso disgustato, e si rivolse alla moglie: -- Prova tu. La signora Virginia, che in mezzo a' suoi difettucci non aveva fiele di sorta, rinnovò infruttuosamente il tentativo di Roberto; il signor Pacifico ottenne lo stesso risultato, cosa che offese il suo amor proprio, e convenne quindi rassegnarsi a desinare quel giorno senza la nonna. II. La signora Paola, che così si chiamava la nonna, aveva settant'anni sonati; ma era ancora assai vigorosa. Il suo passo era franco e sicuro, l'occhio vivo, il volto solcato da pochissime rughe. I suoi capelli erano quasi tutti bianchi, non radi però, chè anzi di poco ne era scemato cogli anni il volume. E docili ancora si bipartivano con bella regolarità sulle tempie dando una maestà severa alla sua fisonomia. Ella era anche buona e caritatevole, la signora Paola, nè in famiglia si mostrava punto esigente come usano talvolta le persone dell'età sua. Anzi se qualcheduno aveva davvero bisogno di lei, se v'erano malati in casa, ella diveniva un miracolo di attività e di abnegazione. Fuori che in queste occasioni si notava in tutto il suo contegno un certo riserbo, un desiderio frequente di solitudine e di silenzio. Non era espansiva nè con la nuora, nè col figlio, nè coi nipoti. Verso questi ultimi era affettuosa, ma senza gli spasimi che le nonne sogliono avere. Il solo Gino, che cacciava il naso dappertutto e non aveva soggezione d'anima viva, penetrava volentieri nel santuario della sua camera e forzava le carezze della rigida matrona. Appunto una di queste visite era finita colla catastrofe dello schiaffo. Che cosa facesse Gino lo sappiamo; non ci siamo però ancora resi ragione dell'impeto subitaneo della signora Paola. A capacitarcene è forza conoscere qualche fatterello assai semplice. Alla signora Paola era accaduto ciò che accade a moltissime donne. Come suo figlio aveva avuto successivamente due mogli, così ella aveva avuto due mariti. Era stata fedele all'uno ed all'altro, ma l'amor suo, l'amore della sua anima ardente ella non lo aveva dato che al primo.... O perchè adunque s'era rimaritata? chiederanno i pedanti. Bella domanda. Si fa presto a dire: la vedova che amava sul serio lo sposo non deve rimaritarsi, non deve profanare il santuario delle sue memorie, ecc. ecc. Son frasi. Figuratevi una povera giovinetta che a poco più di vent'anni resta priva del compagno ch'ella si era scelto per tutta la vita. È bella; viver sola non può senza esporsi a cento insidie, a cento pericoli; tornare nella famiglia, s'ella ha ancora famiglia, lo può certamente, ci torna anzi; ma ci starà sempre, ma la sua casa sarà quella ch'era prima? La cameretta ov'ella dormì i suoi sonni di vergine avrà mutato aspetto; nei volti dei suoi genitori non sarà certo scolpito un amore men vivo, sarà forse una tenerezza maggiore, e tuttavia anche l'espressione di quei volti sarà cambiata. Pei fratelli, pelle sorelle ella sarà sempre carissima, ma cara in un altro modo; non glielo si dirà certamente, ma si sentirà che ella porta nella sua vecchia dimora un fardello di tristi memorie.... Non è più la spensierata fanciulla di qualche anno addietro; bisogna usarle speciali riguardi; ella ha ormai un passato di cui non conviene evocare fuor di luogo le ricordanze; in faccia a lei certe allegrezze troppo rumorose non istanno bene.... E poi mettiamo che un'altra sorella abbia un giovine che la corteggi; la vedova non è più la natural confidente di questi amori come quand'era ragazza; adesso ella è una seconda edizione della mamma, severa come lei senz'averne l'autorità. E mamma e babbo e fratelli d'ambo i sessi sono d'accordo a dire ch'è stata una grande disgrazia -per tutti- che la povera Elisa, o Matilde, o Lucia, comunque si chiami, abbia dovuto rimanere così a quell'età!... E la povera Elisa, o Matilde, o Lucia, che indovina i loro pensieri e non può asfissiarsi col carbone, o perchè i suoi sentimenti religiosi glielo proibiscono o perchè ha paura della morte, dopo aver detto di no tre o quattro volte, si decide finalmente ad accogliere una nuova proposizione di matrimonio, e domandando perdono all'ombra del suo indimenticabile Arturo, o Luigi, o Aristodemo, passa a tentar la fortuna del secondo talamo. La signora Paola era vissuta da due anni col suo primo marito, due anni di cielo, come si dice in linguaggio poetico. No, non è possibile esser tanto felici. Quando s'era sposata ella aveva sedici anni ed egli ne aveva ventuno, e agli occhi di lei era bello come un Adone, buono come un angelo, e pieno d'ingegno, di brio, di coraggio. Si chiamava Ettore. Non è ben certo ch'egli avesse tutte le qualità attribuitegli da sua moglie; spaventato forse dell'idea di dover col tempo scendere dal piedestallo di gloria su cui ella lo aveva collocato, egli pensò bene di pigliarsi una perniciosa e di morire. Morì lasciandole un bambino di 13 mesi di nome Paride. Benedetta guerra di Troia! Non ce la siamo ancora dimenticata. Vedova nell'età in cui le altre donne sogliono essere ancora ragazze, la signora Paolina, immersa nella più vera e profonda desolazione, giurò di consacrarsi intera alla memoria del suo Ettore e all'educazione di quel pegno diletto che gliene era rimasto.... Era tutto lui. Negli occhi, nel naso, nei capelli ricciuti!... Guai a chi le parlasse di matrimonio, guai!... Ma la sventurata Paolina non era per anco rinvenuta dallo sbalordimento di quel primo colpo, quando gliene toccò un altro non meno terribile. Il suo Paride, il suo bimbo, il suo tesoro, la sola sua ambizione, il solo scopo della sua vita, morì anch'egli che non aveva due anni. La morte falcia volentieri le testine bionde. È inutile descrivere lo spasimo della madre. Si temette ch'ella ne perdesse la vita o almeno la ragione. Risentitasi dopo alcuni mesi, si trovò come smarrita nel mondo. Sarebbe andata monaca se il suo Ettore non le avesse lasciato in retaggio un orrore invincibile pei chiostri. Fece adunque quello che fanno le altre donne nella sua condizione; si ridusse presso la sua famiglia, traendovi una vita vegetativa. Ma era di mezzi di fortuna molto ristretti. Il suo Ettore sarebbe diventato sicuramente un grand'uomo, ma gliene era mancato il tempo, e intanto, appunto per estendere la sua conoscenza degli uomini e delle cose, aveva assottigliato la non cospicua dote della moglie. -- Che non mi si venga a discorrere d'interesse -- aveva detto la vedova -- perchè non voglio saperne. Vergogna! Così la signora Paola, senz'accorgersene, finì coll'essere a carico della famiglia. Ma queste cose non possono rimaner sempre occulte, e anche la poveretta, per quanto i suoi glielo dissimulassero, alla lunga venne a saperlo. Allora pianti, e sospiri, e disperazioni, e fra lei e suo padre uno di que' dialoghi che sogliono tenersi in simili circostanze. -- Bisogna ch'io veda di rendermi utile, che io faccia qualche cosa. -- Nemmen per sogno, io non te lo permetterò mai. -- In fin dei conti son libera. -- Finchè son vivo io, mia figlia non si abbasserà a lavorar per guadagno. -- Pregiudizii. È necessario che le donne comincino a procurarsi da sè i mezzi della loro esistenza. -- Idee nuove che io non accetto. -- Idee vecchie sono piuttosto le vostre.... -- Oh bravissima. Si metta a censurar suo padre. È di moda.... -- No, babbo.... io non volevo.... Ah me infelice! Il mio Ettore! Il mio Ettore! E giù in un pianto dirotto. Questa scena rinnovata più volte con piccole variazioni finì col produrre singolari cambiamenti nel modo di vedere della signora Paolina, e in capo a quattr'anni di vedovanza, ella, senza nemmeno saper rendersi conto del come, si trovò fidanzata una seconda volta. Il suo nuovo marito si chiamava Mansueto e l'unico figlio ch'ella n'ebbe, si volle a tutti i costi battezzar per Pacifico. Dal nome in giù era una completa antitesi fra il suo primo e il suo secondo consorte, il suo primo e il suo secondo figliuolo. Il suo Ettore era bello, vivace, aitante della persona, il signor Mansueto era di fisonomia insulsa, piccolo, goffo. Paride prometteva di far onore al suo nome, era nelle fasce un vero angioletto; a due anni, quando soccombette a una malattia di poche ore, camminava già solo, parlava, aveva messo più denti; questo Pacifico invece non cresceva mai, non riusciva mai a reggersi sulle gambe, non imparava nemmeno a dir -mamma- e -babbo-, e benchè in complesso fosse sano, era sempre triste e piagnucoloso. Quindi la signora Paola era tratta irresistibilmente ai confronti, e quantunque facesse il possibile per amare il suo rispettabile consorte, e amasse con sincero affetto l'unico frutto di questo suo connubio, il suo pensiero correva al passato. E il passato diventava tanto più bello agli occhi di lei, quanto più larga tratta di tempo ne la divideva, e a poco a poco con le virtù della immaginazione ella se ne era fatta una specie di paradiso terrestre. Ma di questo paradiso, di questa età dell'oro della sua vita non le restavano altre reliquie che due ciocche di capelli ed un piccolo specchio. Due ciocche di capelli recise dalla testa del suo Ettore e di Paride suo nel giorno in cui erano morti, e lo specchio medesimo rotto tanti anni dopo dall'insolentissimo Gino. La storia di quello specchio si chiude in poche parole. Esso era una suppellettile di casa della Paolina e stava nella sua camera da letto. Se ne era fatta una festa quando glielo avevano regalato, ed era veramente, nella sua piccolezza, leggiadro e nitidissimo. Ma i pregi esteriori svaniti col tempo non eran quelli che glielo rendessero caro. Era piuttosto l'averlo avuto compagno per tanta parte della vita, l'esservisi vista riflessa in sì diverse condizioni ed età; era poi qualche episodio insignificante in sè, ma prezioso per lei. No certo, ella non dimenticherà mai quel giorno, il giorno delle prime sue nozze, in cui, seduta davanti al suo specchio favorito, ancora in vesta da mattina e mezzo discinta, coll'accappatoio sulle spalle, ella si lasciava acconciare i capelli dalla cameriera, mentre la madre e una vecchia zia la contemplavano estatiche da tutte le parti. Pallida, tremante, ma piena in cuore di una ebbrezza ineffabile e nuova, ella guardava nel suo cristallo come attraverso le lenti di un panorama. E vi vedeva prima di tutto sè stessa, in verità un bel visino, proprio una rosa bianca sbocciata appena e stillante rugiada dai petali; poi, curve sopra di lei in vari atteggiamenti e la cameriera, e la mamma, e la zia; quindi, in un piano posteriore, le suppellettili della sua camera in un certo disordine, il letto sfatto, il suo letto di fanciulla ove ella credeva di aver dormito per l'ultima volta, e le sedie, e l'armadio, e il sofà sul quale era distesa la sua candida vesta di sposa e la sua ghirlanda di fiori di cedro: finalmente, nel fondo, l'altro specchio men limpido ma assai più grande ch'era infisso alla parete e nella cui luce ella si sarebbe di lì a poco mirata tutta intera e in tutto lo splendore del suo abbigliamento nuziale. Ed ecco l'uscio dietro di lei socchiudersi pian piano, e dallo spiraglio far capolino prima un riccio di capelli, poi un naso, un occhio e la punta d'un baffo. -- Che cos'hai? -- chiese la madre, la quale non aveva avvertito altro che il rossore improvviso diffusosi sul volto alla Paolina. Ma la cameriera aveva visto ogni cosa nello specchio e sorrideva senza scomporsi. La vecchia zia allora si voltò bruscamente e si accorse che qualcheduno aveva cacciato la testa attraverso l'uscio e che -quel qualcheduno- era nientemeno che il signor Ettore, il promesso sposo. -- Ah signor impertinente! -- disse la venerabile matrona con una voce che somigliava al suono di una pentola fessa. -- Non sa che non si può entrare? Troppo tardi! Il nemico aveva sorpreso la posizione. Messosi al posto della cameriera, il signor Ettore s'era curvato sulla sua Paolina, e a lei che, stringendosi quanto più poteva l'accappatoio alle spalle seminude e mettendo un piccolo grido, s'era arrovesciata sulla spalliera della seggiola, aveva stampato un sonoro bacio sulla bocca. Scossa allo spettacolo e forse rammentando chi sa che cosa, la vecchia zia aveva fiutato in gran furia due prese di tabacco, la cameriera sorrideva in un angolo, e la buona madre, mentre tentava di allontanare lo sposo e di raccomandargli la calma, non poteva trattenere le lagrime. Era un bel quadretto che lo specchio riproduceva con la sua scrupolosa fedeltà e di cui la Paolina non aveva certo agio, in quella voluttà e concitazione dell'animo, di coglier tutti i particolari, ma del quale ella aveva visto, come attraverso una nuvola d'oro, l'insieme. E così quello specchio le divenne tanto caro che ella volle portarselo seco nella sua nuova dimora. E lo collocò come un fedele e discreto amico nel suo abbigliatoio in mezzo ad altri mobili più belli ed eleganti ma meno simpatici al suo cuore. Dinanzi ad esso ella continuò a pettinarsi, in esso vide riflessa la gioia serena de' suoi tempi felici, in esso vide la ingenua sorpresa del suo bambino quando gli si affacciava di là un'altra immagine infantile, ed egli sporgeva le labbra a baciarla. Mutati i tempi, vide nello specchio le nubi che oscurarono la sua fronte, e le lagrime che colarono dalle sue ciglia, e le rughe che solcarono le sue gote. Tutta la sua vita era passata, ombra fuggitiva, di là. Dalla casa maritale tornò alla casa paterna, da questa entrò sotto il tetto di un nuovo marito, e lo specchio la seguitò sempre come un quadro di famiglia. Ed era un quadro veramente, era tutta la sua galleria domestica, senonchè le figure v'erano evocate da uno sforzo d'immaginazione. Vive sempre nella sua fantasia, esse non pigliavano mai così esatti contorni come nella luce di quel breve e fragil cristallo. Non maravigliamoci adunque se la signora Paola sta in atteggiamento di profondo dolore dinanzi ai frantumi di quella sua cara reliquia; pensiamo piuttosto quante volte al giorno, più colpevoli assai dell'imprudente bambino, o con una parola acerba, o con un gesto villano, o con un ghigno beffardo, noi turbiamo caste e sante memorie, noi interrompiamo l'opera laboriosa con la quale altri ritesse la tela del suo passato. IL PARASSITA INDIPENDENTE Avete conosciuto il conte Mario Rinalducci? No! Peccato. Era un carattere originale. Adesso non lo conoscerete più perchè è morto. Il conte Mario apparteneva a una famiglia nobile decaduta. Fino a vent'anni crebbe in mezzo agli agi ed alle mollezze, cullato nella falsa opinione d'essere un gran signore, nudrito di una educazione tutta d'apparato, la quale servì piuttosto ad assopire che a svolgere le attitudini naturali del suo spirito. Infatti egli non era uno sciocco; aveva anzi quella versatilità d'ingegno, quella facilità d'imparare, che quando non sono ben dirette, corrono il pericolo di convertirsi in vere disgrazie per chi le possede. Il fanciullo vedendo di poter afferrare con poca fatica quanto gli s'insegna, non istudia; la madre grida al miracolo e porta in processione di casa in casa il suo illustre rampollo, affine di far dispetto alle altre madri sue amiche, le quali non sono beatificate di prole sì cospicua e magnanima. Il nostro contino imparò superficialmente una gran quantità di cose; a tredici anni faceva versi, nientemeno che versi, strimpellava il pianoforte, biascicava il francese, disegnava un po' di figura, tirava di scherma, ballava, e cominciava persino a corteggiar le signore. Sedicenne, con la prima lanugine sulle guancia, bello della persona, era il beniamino delle società eleganti; non c'era festa a cui non lo si invitasse, non allegra brigata di giovani onde egli non facesse parte. Quanto al progresso negli studi, c'era forse un po' di sosta; a tredici anni Mario prometteva di più; nondimeno egli continuava a mandar di pari passo la poesia, la musica, il disegno e gli esercizi ginnastici. In poesia mostrava soverchia indipendenza dalle regole grammaticali, in musica dicevano che qualche volta stuonasse, in disegno offendeva frequentemente la prospettiva, nella scherma era mediocre; perfetto era soltanto nel ballo. Del resto sua madre ripeteva sempre: -- Importa molto che Mario studi! Pur che ci si metta, in un giorno egli fa più strada che gli altri non facciano in un mese. E suo padre, buon uomo, obeso e torpido, ma non mancante di boria, soggiungeva con una logica tutta sua: -- Gli studi regolari convengono a chi non può o non vuole mantenersi indipendente. Mario, grazie al cielo, non avrà mai bisogno di lavorar per guadagno. Mario aveva vent'anni quando padre e madre gli morirono coll'intervallo , , 1 , , 2 3 . 4 5 , 6 , 7 . 8 . 9 10 - - - - - - 11 . 12 ? ' 13 ? , 14 , ? ' 15 ' ? 16 17 - - ' - - - - 18 ' . 19 20 - - , ? - - 21 ' ' ; - - , 22 . 23 24 , 25 . 26 27 , ' , , 28 : 29 30 - - ' , ' 31 ! . . . . ! . . . . 32 ? . . . ? . . . . ? 33 . . . . ? 34 ( ) . . . 35 . . . 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