(nome impostogli dalla padroncina in un momento di fervore per la storia di Persia) e un'abitudine inveterata di dormire tutte le sere d'inverno dalle sette alle otto col sullodato animale sulle ginocchia nella stanza ove stanno Clarina e suo padre, a cui l'Angelica dice di voler tener compagnia. Altro che compagnia! Ella dorme come un serpente boa dopo che si è ben pasciuto. In questo momento però ella è tuttora svegliata, quantunque il capo cominci a divenirle grave, e il silenzio, in lei inusato, accenni all'approssimarsi di Morfeo. Il gatto Artaserse con occhi semichiusi le sonnecchia in grembo, e solo di quando in quando mette fuori la lingua a leccarsi i baffi, umidi ancora di qualche ghiotto manicaretto; le corse precipitose e un miagolio erotico di altri gatti sul tetto delle case vicine rompono la quiete della stanza. L'Angelica dà un balzo sulla sedia con notevole incomodo del tranquillo Artaserse il quale si sente minacciato nella sua posizione. Nondimeno la bestia, se oso chiamar così un quadrupede tanto stimato, ritrova presto il suo centro di gravità, e l'Angelica cacciandogli la mano entro il morbido pelo e carezzandogli il muso con quell'espansione che non volle usare con nessun uomo al mondo, esclama: -- Beato te, Artaserse, che non hai di queste seccature! -- Il ben pasciuto animale non si preoccupa dell'allusione offensiva, ma torna a socchiudere gli occhi, e a russare. Il signor Emilio sorride fuggevolmente, e la fanciulla dà una scrollatina di spalle. Suonano le sette all'orologio dell'andito. È l'ora in cui l'Angelica e il suo micio sogliono addormentarsi davvero, è l'ora delle confidenze tra padre e figliuola. Ma stasera le labbra di entrambi sono suggellate. -Tic tac-, -tic tac-; battono i secondi, passano i minuti, le ultime bragie scoppiettano nel camminetto, i due dormienti empiono la stanza del loro grave respiro, ma la Clarina ed il signor Emilio non dicono una parola. Finalmente Clarina si alza dal suo posto, comincia col dare un'occhiatina al termometro appeso alla parete vicino alla credenza, poi fa un rapido cambiamento di fronte, e sfiorando appena il tappeto co' suoi piedini leggieri, va a sedersi accanto al signor Emilio, gli mette un braccio intorno al collo, gli leva di bocca il sigaro e di mano il giornale e bisbiglia: -- Babbo. Egli alza su lei il viso atteggiato a infinita dolcezza, le ravvia con la mano i bruni capelli sulla fronte, e dice: -- Clarina mia, ti senti proprio bene stasera? -- Come un pesce. O perchè sono un po' pallida mi crederesti ancora malata? -- Dunque non c'è proprio più nulla, nulla? -- Ma nulla affatto. Vuoi vedermi ballare? -- Eppure, via, non me lo nascondere, non sei del tuo umore consueto. -- Oh bella! A vederti così serio gli è naturale. Me ne sono accorta, sai.... -- Di che? -- interruppe il signor Emilio, arrossendo subitamente. -- Del tuo cangiamento d'umore, -- rispose Clarina, facendosi rossa alla sua volta. -- Ah!... -- esclamò egli, come se fosse sollevato d'un peso. -- T'inganni, Clarina. -- No, babbo, è così.... Oh ma io non sono indiscreta; so che non ami di essere interrogato su questo proposito, e mi taccio.... È un tuo difetto, ma ci vuol pazienza. Del resto, è vero, non son ilare nemmeno io... Penso.... -- A che cosa?... -- Non saprei spiegarlo, è una folla di pensieri che mi si accumulano in mente.... Ma, prima di tutto, penso ad -una- che non ho conosciuta.... -- A tua madre, povera Clarina? -- Sì, babbo, e quando rifletto che sei rimasto così solo.... -- Solo, bimba mia? Non ci fosti sempre tu? -- Oh è un'altra cosa, -- mormorò la fanciulla, chinando gli occhi a terra, e mettendosi un dito sul labbro. -- Chi sa ch'io non sia invece un inciampo?... -- Clarina, -- proruppe con accento severo il signor Emilio, -- t'ho io mai dato il diritto di parlarmi così? Vaneggi forse stasera? -- Babbo, babbo, non prendere in mala parte le mie parole, -- disse supplichevole la vezzosa giovinetta, chiudendogli la bocca con un bel bacio. -- Credimi, ho tanti peccati verso di te.... Voglio dire.... ma mi lasci proprio cominciar da principio? -- Su, parla, la singolare fanciulla che sei. -- Son quindic'anni e più, non è vero? da -quella sera-? La povera mamma così bella, e buona, e giovine, domandava di me. -- -La Clarina dorme-, -- le dissero. Ella sorrise con mestizia, susurrò a fior di labbra: -- -Or ora dormirò anch'io-, -- si volse dolcemente sul fianco, portò la mano sotto il capo, e si addormentò.... per sempre.... Nella stanza contigua, pargoletta di due anni e mezzo, dormivo io pure, ma d'un sonno diverso.... Ero io pure piegata da un lato, avevo io pure la mano sotto la testa, precisamente come -lei-.... Me lo disse tante volte l'Angelica.... Tu, poichè tentasti invano di rianimar co' tuoi baci quella tua cara, ti trascinasti fino alla mia cameretta, e là, abbandonata la persona sopra una sedia vicino al mio letticciuolo, posasti il capo stanco sulla mia coltrice, cercando nelle linee del mio viso le sembianze della povera estinta, e sentendo nel mio respiro un alito della sua vita. L'Angelica, occupata in più tristi cure, non venne mai nella stanza, tanto solitaria, tanto fievolmente rischiarata, quanto la stanza vicina era piena di moto e di luce sinistra. L'alba, penetrando attraverso le persiane, trovò me dormente e te vigile accanto, e quand'io mi svegliai, fu per te il mio primo sorriso che, subito dopo, per quel che mi assicurano, si mutò in pianto dirotto. Vedendo poscia altri bimbi in condizioni simili, mi parve capire che in quell'età la sventura non s'intende, ma s'indovina.... non si sa perchè si pianga, ma si sente bisogno di piangere.... Tutti codesti particolari io li ebbi in parte da te, in parte dall'Angelica; se non son veri, dimmelo.... -- Sono verissimi, ma non so perchè tu mi faccia questo discorso.... Sono ricordi penosi.... -- Devi permettermi di parlare: ho il cuore che mi trabocca.... Quando siamo rimasti così, tu ed io, tu avevi venticinque o ventisei anni; t'eri ammogliato giovanissimo. Eri bello, gagliardo, intelligente, operoso; potevi avere il mondo per te, potevi ricominciare la vita come si ripiglia una strada un momento interrotta.... ma c'ero io, così gracile, eppure così insuperabile intoppo..., -- Oh! Clarina.... -- Si, intoppo. Perchè nessuno si frapponesse a noi due, tu hai voluto rimanere solo, perchè io non dovessi subire le vicende di una esistenza avventurosa, tu ti sei negato il soddisfacimento di ogni onesta ambizione: potendo essere, pur che tu lo volessi, felice e celebre, hai prescelto di essere derelitto ed oscuro.... Oh lo so, lo so quello che tu vuoi dire: che il mio amore ti compensava di tante altre cose.... E fino a un certo punto lo credo anche.... ma non è tutto.... io ero cresciuta amandoti di un amore appassionato, ma sospettoso, egoista. Non solo credevo di poter bastare a quanto v'era d'affetto nell'anima tua, ma mi pareva anzi che tu non avessi diritto a domandare di più; che tu dovessi appagarti de' miei sorrisi, divertirti de' miei giuochi, andar pazzo pe' miei capricci. Ero superba, ma ero anche gelosa di te. I giorni che tu venivi a prendermi a scuola erano per me giorni di festa. Quando t'inchinavi a baciarmi in presenza delle mie compagne, io mi guardavo intorno pavoneggiandomi tutta, come se volessi dire alle altre: -- Quale è di voi che abbia un così bel babbo? -- Vedi; tu hai conservato la tua elegante persona, sei ancora un bell'uomo, non c'è che dire (non ridere!) ma c'è qualche impertinente filo bianco nei tuoi capelli, c'è qualche grinza sulla tua fronte. Allora, dieci, o dodici anni fa, eri nel tuo pieno splendore.... -- Oh che bimba! -- disse il signor Emilio, carezzandole i capelli. -- Ma, -- continuò imperturbata la Clarina, -- ma se tu poi pigliavi sulle ginocchia un'altra fanciulla, e anch'ella per quel tuo fascino arcano ti sorrideva festosa, non ti so dire quanta stizza io provassi. Già te ne sarai accorto, perchè io non facevo complimenti.... Un giorno solenne per la mia vita fu quello in cui, divenuta ormai grandicella (aveva, credo, dieci anni) potei uscire di casa attaccata al tuo braccio. Mi conveniva stare un po' in punta di piedi, ma avrei fatto altro che quello! Io ritengo che mi sarei fatta volentieri precedere per le vie da un tubatore che annunziasse ai popoli la grande novella. Ben se ne rammenta l'Angelica che sa quali esigenze io avessi in quel dì pel vestito e l'acconciatura. A forza di star dinanzi allo specchio mi persuasi (vedi vanità) che, se io andavo superba del mio -cavaliere-, tu non potevi scontentarti della tua -dama-. Lungo la strada s'incontravano signori e signore a cui tu facevi bellissime scappellate, mentre io salutavo con un sorriso di degnazione. Mi ricordo di aver tossito due volte passando dinanzi alla fruttaiola che stava sull'angolo per richiamar la sua attenzione sull'importante spettacolo. Ma la volgarissima donna occupata a smerciare un panierino di fragole, non se ne diede nemmeno per intesa. Dopo quel giorno io non credo d'averti lasciato tranquillo una settimana. Bisognava far sempre quella famosa passeggiata, bisognava sempre mostrarsi al colto pubblico. Già io non sapevo nemmeno concepire che tu potessi desiderare un miglior trattenimento di quello del condurmi a passeggio, e quando tu mi adducevi un'occupazione, o un impegno, io mi annuvolavo subitamente. Era però ben altra cosa se qualche sera tu ti proponevi di rimanere in casa a tenermi compagnia. Allora, s'era d'estate, ci mettevamo sul bel terrazzo che dà in giardino, lì in mezzo a quelle piante di limoni che spandono una sì grata fragranza; e, s'era d'inverno, stavamo qui in questo salottino, proprio come adesso, senonchè l'Angelica allora non pigliava sonno così facilmente. Ed io t'interrogavo sul passato, e tu mi parlavi della mamma, e me la descrivevi con tanta evidenza che mi pareva sempre d'averla dinanzi agli occhi, bella, elegante, gioconda. E ad ogni uscio che s'apriva e a ogni fruscìo di veste che mi feriva l'orecchio mi pareva impossibile che non dovesse esser -lei-, proprio -lei- che mi venisse dinanzi e dicesse: -- Son qui, Clarina. M'hai aspettata un pezzo, non è vero? ma ormai starò sempre, sempre con te. -- E così del suo soffio e della sua immagine io avevo popolato la casa, e spesso mi faceva l'effetto come s'ella fosse davvero con noi.... E allora m'accorsi che le mie gelosie eran per lei, che io dovevo custodire in nome di lei le pareti domestiche da ogni intromissione profana. Con questo pensiero mi parve di nobilitare il mio ufficio di guardiana ombrosa ed arcigna. L'Angelica mi secondava benissimo, e tengo per fermo che due creature meno ospitali di noi non potessero trovarsi in tutta Italia, a cercarle col lumicino. Non puoi immaginarti che profonda antipatia io sentissi per quella signora Agliani che è poi andata a stabilirsi in Torino. Con la scusa ch'eravamo condiscepole con la sua bimba, e che per cagion nostra, vi eravate incontrati più volte alla scuola, ella t'invitò a farle visita.... che sfacciataggine!... e poi, sempre per accompagnare quella sua figliuola lunga e sottile come un giunco, ella veniva ogni momento nel nostro giardino, e raccontava ch'era vedova, senz'appoggi, col cuore vuoto, ecc., ecc. Che cosa me n'importava a me di questa roba? Basta, babbo, purchè tu non mi sgridi, ti confesserò che un giorno instigai l'Angelica a metterle farina invece di zucchero nella tazza del caffè.... -- Oh che sgarbata! -- disse il signor Emilio tra il serio e il faceto. -- Più tardi l'Angelica mi raccontò che la signora Agliani aveva messo gli occhi su te per farsi sposare, ma che tu non hai voluto nemmeno pensarci per cagion mia.... Eppure, babbo, quando di fanciullina divenni ragazza, e si svegliaron in me nuove fantasie e nuove idee, e mi si affacciarono agli occhi i languidi barlumi d'un mondo ancora inesplorato, e sentii l'irrequietezza dei quattordici a quindic'anni, principiai ad accorgermi che per te dovevano esservi altri orizzonti, altri desiderii, altre speranze. Ma il primo movimento dell'animo mio non fu generoso: fu un accrescimento di sospetti. Mi pareva sempre che tu dovessi dirmi da un momento all'altro: -- Cara la mia Clarina, io ti voglio un gran bene, ma tu non mi basti. -- E se tu parlavi a bassa voce con l'Angelica, e se facevi ridipinger le stanze, o ricevevi un'ambasciata inattesa, io ero lì con tanto d'occhi e d'orecchi nella paura di una rivelazione sgradevole. Oppure entravo nella mia cameretta, e pensavo alla mia mamma, e piangevo.... -- Sciocchina! -- interruppe il signor Emilio. -- Perchè immaginarti ciò che non era? O, in ogni modo, perchè non venir franca da me, e dirmi: -- Babbo, -nessun altro- deve entrare in casa nostra: -Clarina non lo vuole!- -- Ah! Perchè? Perchè? Perchè in mezzo a tutto io sentivo una specie di rimorso del mio egoismo; e avrei voluto esser più buona, più ragionevole, più generosa.... ma non c'era caso. -- Andiamo bimba mia, datti pace, io ti voglio bene ugualmente, e se tu mi hai preso per confessore, io ti assolvo. Ti basta? Con queste parole, il signor Emilio diede un gran bacio a Clarina e fece atto d'alzarsi. Ma ella premendogli la mano sulla spalla gli impedì di muoversi dicendo.... -- Chè? Chè? Siamo ancora al principio.... -- Al principio, di che cosa? -- Oh bella! del mio racconto. -- Davvero? Parla allora. -- Ti ricorderai che la mia selvatichezza aveva qualche eccezione. Due anni fa io andavo ancora al collegio. Ero una delle alunne più grandi e quindi più saggie, di quelle che ricevono le confidenze delle maestre e tentano d'isolarsi dalle loro condiscepole. In quel tempo appunto si allontanò dalla scuola per prender marito quella bella e sentimentale signora Adelina che c'insegnava il francese e la musica. Io ero vissuta con lei in qualche dimestichezza, e anzi ci fu un tempo ch'ella esercitava su di me un fascino irresistibile. Non so che cosa nasca in voi altri uomini quando siete adolescenti; so che in noi giovinette accade spesso di provare un non so che di romantico, d'ineffabile per qualche persona del nostro sesso che riempie alcune delle condizioni del nostro ideale. Ci dispiace quasi di non essere uomini per poter dirle: -- Se siete malinconica, io cercherò di farvi sorridere; se siete sola, io vi terrò compagnia; se avete bisogno d'affetti, io v'amerò; Ecco la parola.... l'ho detta. -- Sai, Clarina, che stasera per una ragazza.... -- Parlo troppo, non è vero? Me ne accorgo anch'io, ma bisogna che tu mi lasci parlare.... Oh la signora Adelina! Con quella persona svelta, con quegli occhi neri, grandi, soavi, con quell'aspetto così gracile, con quel viso così pallido! Ah il pallore e la gracilità, non lo nego, avevano gran parte nella mia simpatia. Ci sarebbe voluto poi di tratto in tratto qualche leggero colpo di tosse, e non già una malattia di consunzione, (Dio guardi!).... ma una lontana minaccia. Da questo lato la signora Adelina era alquanto restìa a compiacermi, ella non aveva mai un dolore di capo, mai un po' di languore, ed era fornita di un grande appetito. Nondimeno, io l'ero sempre ai panni, e m'aspettavo ogni giorno che dovesse accaderle qualche strepitosa avventura. Perciò, in mezzo a tutta la mia ammirazione, non volevo condurla troppo spesso a casa, parendomi che nulla dovesse resistere alla sua virtù affascinatrice.... Fetonte non fece un maggior capitombolo di quello che io mi facessi un giorno che la signora Adelina mi chiamò da parte annunciandomi ch'ella voleva dirmi qualche cosa in segreto. Mi preparai a una rivelazione straordinaria, orgogliosa fuor di misura dell'onore di cui mi si credeva degna. Supponevo che vi sarebbero lagrime, svenimenti e singhiozzi, e, quanto a me, ero già commossa in anticipazione. La signora Adelina mi condusse nel salotto ove la direttrice soleva ricevere le famiglie delle alunne, e ivi con faccia più ilare ch'io non avrei voluto, mi disse: -- Dunque, la mia bimba, ci lasciamo. -- Oh! -- fec'io con voce tremula. -- Sì, cara, io mi marito. Il mio sposo non è nè troppo giovine, nè troppo bello, ma è benestante, ha fondi propri, ha uno stato assicurato, e io non potevo aspettarmi meglio di così..... Che cos'hai, Clarina? -- Nulla.... il dispiacere della vostra partenza. -- balbettai confusa. -- Coraggio, coraggio! -- rispos'ella ridendo -- verrai a trovarmi a X.... nella nostra farmacia.... Di male in peggio. Quest'uomo nè bello, nè giovine, era anche farmacista! E Adelina acconsentiva a sposarlo, e Adelina non si strappava i capelli, e Adelina non isveniva nelle mie braccia!... T'assicuro, babbo, che questo fu uno de' maggiori disinganni della mia vita. -- Senti, Clarina, -- interruppe il signor Emilio, -- tu racconti le cose con bastante buon garbo, ma io non so intendere ove tu voglia riuscire. -- Pazienza, e arriveremo. Quindici giorni dopo la partenza della signora Adelina giunse nella scuola la istitutrice che doveva sostituirla. Grande curiosità nelle alunne; soddisfazione poca. Già era impossibile agguagliare la signora Adelina. La nuova venuta, la signora Fanny, doveva essere più vicina ai trenta che ai venti, e dicevano anzi che anche i trenta li avesse passati. Il tipo di lei non era perfettamente italiano, e invero era nata di madre inglese. Era piuttosto alta della persona, aveva gli occhi azzurri, e i capelli biondi che le scendevano in lunghe anella sul collo. Questa dei capelli era forse la sua maggior bellezza, era certo l'unica sua vanità. Il suo volto era alquanto affilato, e aveva un fondo di malinconia: sulla sua fronte era la traccia di molti dolori patiti, mista a un non so che di risoluto e virile che imponeva il rispetto. Vestiva semplice, quasi dimessa, e non mi ricordo d'aver visto mai un colore smagliante nel suo abbigliamento. Poichè ella adempiva egregiamente all'ufficio suo, e, da questo lato, convien dirlo senza reticenze, era di gran lunga superiore alla signora Adelina, non tardò a conciliarsi la stima di tutta la scuola. I suoi modi dolci, benchè un po' riservati, l'assennatezza de' suoi discorsi da cui traspariva una cultura fuor del comune ne facevano un perfetto contrapposto della signora Adelina così gaja, così giovanilmente spensierata, così proclive a scherzare con noi. Avvezza a chiedere la tua opinione su tutto, e a farne un grandissimo conto, t'interrogai anche riguardo alla signora Fanny, dopo un primo colloquio che tu avesti seco. Tu mi rispondesti con breviloquenza telegrafica. -- Ti pare una signora di garbo?... io chiesi. -- Molto -- fu la tua risposta. -- E bella? -- Punto. Era quello ch'io desideravo. La signora Fanny, donna di assai garbo, ma punto bella, poteva essere ammessa in casa nostra. Clarina decideva così nella sua onnipotenza. E così avvenne. Siccome io lasciavo allora la scuola, la signora Fanny avrebbe continuato a darmi lezioni di lingua inglese e di musica. Quanto più io la conoscevo, tanto più la compagnia di lei m'era gradita e istruttiva, e perchè tu pure avevi agio di apprezzarla nei frequenti colloqui, una certa dimestichezza si andò formando tra voi. Oh! Quantunque siano passati ormai tanti mesi non dimenticherò mai una sera del penultimo autunno.... -- Quale, Clarina? -- La signora Fanny veniva anche allora come viene adesso spessissimo a visitarci verso le otto. Quella sera faceva un tempo magnifico, spirava un'aria mite, il cielo era d'una limpidezza cristallina. Sedemmo tutti e tre sul terrazzo. Di discorso in discorso, tu fosti tratto a raccontare del tuo matrimonio e della tua felicità così presto svanita. Incuorata dalla tua espansione, la signora Fanny volle ricambiartene con uguale confidenza e ti narrò d'un suo unico amore finito miseramente. Ella era stata più infelice di te, perchè non aveva convissuto nemmeno un giorno con la persona diletta. Una palla a San Martino le aveva ucciso sul colpo il fidanzato: ella non aveva potuto nè chiudergli gli occhi, nè deporre un fiore sulla sua tomba. Era una storia semplice come la tua: nulla di singolare, nulla di fantastico; ma questi due dolori così schietti e sinceri che per un momento si mischiavano insieme nello sfogo delle confidenze reciproche avevano in sè una potenza ammaliatrice contro cui io non sapevo resistere. Mentre voi parlavate, io piangevo in un angolo del terrazzo. Tu ti alzasti pel primo e porgendo la mano alla signora Fanny le dicesti: -- Abbiamo tutti e due delle memorie da custodire, una specie di fuoco sacro da alimentare: ciò forma fra noi un vincolo fraterno. -- Ella non rispose nulla, ma strinse la mano che tu le offrivi, passandosi il fazzoletto sugli occhi. Poi si alzò anch'ella dalla sedia, venne presso di me e mi baciò in fronte. Io le gettai le braccia al collo abbandonandole il capo sulla spalla, e lasciai sgorgare le mie lagrime liberamente.... Tu eri rientrato nella stanza.... Oh come io mi sentivo meglio dopo quel vostro colloquio! S'era formato tra voi un legame che nulla turbava, che non feriva nessuna delle mie ricordanze, che non destava nessuno dei miei timori. Il cammino della mia vita, dal quale tu avevi con tanta sollecitudine sviato gli ostacoli e le amarezze, mi era reso ancora più facile: io avevo un altro braccio a cui appoggiarmi, un altro cuore in cui versare ciò che traboccava dal mio.... Egoista! Egoista! Sciocca ed egoista! -- Perchè ti accusi in tal guisa, Clarina? Ciò che ti rese tanto felice non esiste ancora? Non siamo sempre ottimi amici, la signora Fanny ed io? Non ti vuol ella il bene d'una volta? E che può farti pentire se tu cerchi in sì caste emozioni la tua felicità? -- La mia felicità? Ma sono io sola sulla terra, ma non ho obblighi che con me stessa, ma non ho da guardar che a me sola? E tu non ci sei per nulla nella mia vita? -- O che c'entro io in tutto ciò? -- Senti, babbo, bisogna proprio che tu non mi giudichi male da quel che ho fatto sinora... Adesso mi son ravveduta.... -- Ma tu parli per indovinelli, Clarina. -- Mi spiegherò, purchè tu mi lasci discorrere tutto d'un fiato, purchè tu non m'interrompa, e non faccia nè -ih-, nè -oh-, nè esclamazioni di sorta alcuna.... Tu ti ricordi benissimo il caso stragrande che si fece da te e dall'Angelica della mia ultima malattiuccia.... Quanto a me ritengo che non ci fosse il menomo pericolo.... -- Oh ce n'era, ce n'era -- uscì a dir vivamente il signor Emilio, rannuvolandosi in viso, e stringendo a sè la ragazza come per tema di qualche novella insidia. -- Non lo disse forse anche il medico? -- Bella ragione! Ma ciò poco monta. Fatto si è che pareva non dovessero esservi nè cure, nè riguardi sufficienti per me. E io te ne ringrazio, sai, e ne ringrazio anche l'Angelica la quale per una figliuola non avrebbe potuto fare di più. In quei giorni la signora Fanny veniva spessissimo a informarsi di me, a salutarmi, e vedendo quante brighe tu e l'Angelica vi davate per amor mio, e come vi negavate il sonno e il riposo, s'offerse a dividere in giusta misura con voi le fatiche e le veglie. O perchè ella cogliesse meglio nel segno, o perchè fosse di carattere meno apprensivo, fatto si è ch'ella era molto più tranquilla, e quindi poteva con minor dispendio di forze prestare opera efficacissima. Ella volle rimanere parecchie notti nella mia stanza, sempre fedele esecutrice delle prescrizioni del medico, sempre indovinando ogni mio desiderio. Quand'io la vedevo pender su me e rassettarmi le coperte, e bagnarmi le tempie infuocate dalla febbre e guardarmi con que' suoi occhi intelligenti e tranquilli, e calarsi giù giù sul mio capezzale fino a che qualche riccio dei suoi capelli biondi veniva a sfiorarmi la fronte, mi pareva come se la povera mamma vegliasse lei presso il mio letto.... Già la malattia aveva traversato quella che voi chiamate la crisi, e piegava verso una soluzione felice; nondimeno io mi sentivo immensamente debole: i miei giorni trascorrevano in lunghi sopori, i miei occhi s'aprivano a fatica, ond'io scorgevo, come attraverso un velo di nebbia, gli oggetti che mi passavano innanzi, e, pure avendo la coscienza di quanto mi avveniva d'intorno, non sapevo uscire dalla mia condizione d'inerte spettatrice.... Era una di quelle notti. La signora Fanny aveva a poco a poco lasciato cader la testa sulla sponda del mio letto: ella dormiva vicino a me: io sentivo il suo dolce respiro aleggiarmi tepidamente d'intorno, io sentiva la fragranza della sua morbida chioma diffusa. La lampada da notte posta sopra un tavolino in un angolo spargeva una luce tremula e fioca nella stanza, allungando talora con guizzi improvvisi l'ombra delle sedie, degli armadi e del letto. L'uscio si aperse. Eri tu, nè me ne meravigliai: quelle tue visite erano cosa solita. Ti approssimasti in punta di piedi, mi mettesti la mano sulla fronte; poscia, inchinandoti lieve lieve su me, mi baciasti a fior di labbra la bocca. La signora Fanny era sempre assopita. Tu rimanesti alcuni secondi immobile a contemplarci; poscia ti vidi abbassarti di nuovo e deporre rapidamente un bacio sopra i capelli di lei. -- (Qui Clarina pose la mano sulla bocca del signor Emilio che voleva parlare). -- Ti rizzasti con un moto subitaneo, sospettoso quasi, e uscisti dalla camera.... Quello ch'io provai non so dirtelo:... al primo istante fu maraviglia.... -- E di che mai, Clarina? -- interruppe il signor Emilio, allontanando la mano con la quale ella voleva chiudergli le parole in bocca. -- Seppur quello che credi aver visto non è un parto della tua fantasia, che cosa vi sarebbe da stupire se io mi fossi lasciato vincere dall'emozione vedendo un'estranea far teco le veci di madre? -- No, babbo.... Il dì appresso, quando il medico ti disse che potevi smettere ogni apprensione, ti vidi nella tua contentezza baciar l'Angelica quantunque avesse attorno un grande odor di cipolla, e perfino la zia Lena quantunque fosse più brutta del consueto; ma era un altro modo di baciare.... -- Orsù Clarina, tu fai discorsi inutili, e anche un poco sconvenienti per una ragazza. -- Ci vuol pazienza. Ho incominciato, e bisogna che dica tutto, e che tu ascolti tutto. Descrivere lo stato dell'animo mio in quella notte, dopo che tu uscisti della mia stanza, sarebbe impresa assai assurda. Dissi che il mio primo sentimento fu di maraviglia. È vero. La dimestichezza formatasi tra la signora Fanny e te non aveva mai passato quel limite oltre al quale comincia la galanteria. V'era nella vostra amicizia un non so che di contegnoso che pareva dire. -- Fino a questo punto, sì; più in là, no. -- Alla meraviglia (perchè dovrei negarlo?) successe un granellino di rancore verso la signora Fanny. La donna ch'io amavo senza sospetto, la donna alla quale io avevo parlato e contavo parlare tante volte ancora della mia mamma, s'intrometteva invece fra me e lei, distruggeva il mio bel sogno, diveniva una rivale di quella che io non avevo mai conosciuto, ma che avevo imparato da te ad amare con tutte le potenze dell'anima. Io sentivo sotto le palpebre chiuse gli occhi gonfiarmisi di lacrime, io sentivo affollarsi nella mia mente i rimproveri che avrei indirizzato alla signora Fanny, appena ne avessi avuto la forza. Ma in verità, questa forza l'avrei mai avuta? Non sarei stata disarmata dalla dolcezza e dalla serena mestizia del suo volto? Da quella fronte severa che il dolore aveva potuto solcare, ma che la vergogna non aveva mai fatto arrossire? Nel mentre io m'abbandonavo a queste fantasie, ella si era svegliata, quasi vergognosa che il sonno l'avesse colta, e dopo d'essersi piegata su di me per veder s'io dormiva (e, tra per la mia debolezza, tra per gli affetti che si combattevano nell'animo mio, io fingevo davvero di dormire) guardò l'orologio, tolse la lampada da notte dal tavolino e schiudendo le invetriate la posò sul davanzale e la spense: indi, aperti alquanto i registri delle persiane, lasciò entrare nella stanza un po' d'aria e di luce. Appoggiata allo stipite della finestra, stette colà qualche minuto, immobile, ritta, pensosa, stringendo sul petto la veste discinta.... I primi chiarori dell'alba facevano risaltare di più il pallor naturale del suo viso, la brezza mattutina agitava lievemente i suoi biondi capelli che le scendevano giù pel collo in vago disordine. Nel fissarla attentamente, con un occhio a cui le inattese rivelazioni di quella notte accrescevano la virtù indagatrice, io m'accorsi che, se la signora Fanny non era bella, le traccie della bellezza v'erano ancor sul suo viso, ma sepolte, per dir così, sotto lo strato che vi avevano deposto i lunghi anni di patimenti. E non so s'io m'ingannassi, ma mi pareva che qualche lampo almeno di quell'avvenenza dovesse brillar nuovamente, solo che la gioia tornasse nell'anima alla poveretta. A che pensava ella in quell'istante? Forse a' bei sogni di fidanzata quando ella intrecciava la ghirlanda pel suo giorno di nozze? Forse al campo sanguinoso di san Martino ove il suo diletto cadeva per non rialzarsi mai più? O sospirava vedendosi omai al confine estremo di giovinezza, con le rose del volto sfiorite, con l'anima deserta d'affetti, e costretta a viver sempre d'una memoria? O sentiva un arcano bisogno d'amare, d'essere amata prima che il tempo inesorabile gliene contendesse perfino la speranza?.... Povera signora Fanny! Una lacrima le colava lentamente dal ciglio: ella si passò la mano sulla guancia per asciugarla, poi si tolse bruscamente alla sua fantasia, e tornò da me. Io feci le viste di svegliarmi allora, e pentita d'aver, fosse pure un istante, accolto nel mio cuore de' sentimenti ingenerosi verso di lei, feci uno sforzo supremo, e presa la mano ch'ella mi tendeva, la portai alle labbra coprendola d'ardentissimi baci. -- Calmati, calmati, Clarina mia, -- mi diss'ella, -- perchè agitarti così? -- Perchè sento, -- io risposi, -- che non potrò mai renderle la centesima parte di quello che ella ha fatto per me. -- E che ho fatto, piccina? Non è mica un merito quello di volerti bene. E poi, noi altre vecchie zitelle, dobbiamo pure affezionarci a qualcheduno. E quando vediamo soffrire delle creature giovani, leggiadre come tu sei, ci pare, assistendole, di assistere i figli che avremmo potuto avere. Sedette vicino a me, carezzando la mano che io lasciavo cader penzoloni dal letto, e non aggiunse parola. -- Io era ancora troppo debole per continuare il colloquio, ma fissavo con occhi intenti quel suo volto pensoso, e quand'ella si alzò nuovamente, e dinanzi allo specchio ricompose alquanto il suo abbigliamento e ravviò sulla fronte i capelli disordinati, io le tenevo sempre dietro con lo sguardo e, più ancora, con l'anima. E pensavo agl'incidenti di quella notte, e a un'altra esistenza isterilita in gran parte per colpa mia. Si, v'era un'altra persona che s'avvicinava a quello stadio della vita in cui le maggiori dolcezze non sono più che una memoria ed un desiderio, v'era un'altra persona che per me aveva logorato i suoi anni più belli, compressi i suoi palpiti più ardenti, anticipato l'età in cui ogni passione si spegne naturalmente... Oh babbo: ho bisogno di dirtelo? Quella persona eri tu. Espiare i miei torti, riparare a due sventure in un tempo, qual nobile impresa non era la mia? Quanto più io ero stata fino allora sospettosa, egoista, tanto più sentivo corrermi l'obbligo di essere ormai il buon angelo della casa, di farmi uno stromento di quella felicità che avevo voluto impedire. Ebbene, babbo, da quell'istante io non ebbi altro pensiero. Ciò che tu provassi per la signora Fanny ormai io lo sapevo.... -- Ma tu t'inganni, Clarina, ma tu deliri, -- proruppe il signor Emilio, visibilmente commosso. -- No, non m'inganno e non deliro, e nulla potrebbe sradicare questo convincimento dall'animo mio. Quello ch'io non potevo sapere ancora con ugual sicurezza era ciò che pensasse la signora Fanny. Da quell'istante, usando un'arte ond'io non mi credevo capace, spiai accortamente ogni suo atto, ogni parola, ogni sguardo.... e infine.... -- Infine, che cosa? -- chiese il signor Emilio, mal potendo nascondere la sua agitazione. -- Zitto! -- gridò Clarina, tendendo l'orecchio. Il campanello di strada aveva suonato, il gatto Artaserse con un immenso e incivile sbadiglio si era ritto sulle quattro zampe arcuando portentosamente la schiena, tanto da parere un dromedario, l'Angelica s'era scossa ella pure, dicendo con rara ingenuità: -- Oh!... hanno suonato.... Ero lì lì per addormentarmi.... -- Intanto s'intese aprire e poi chiudere l'uscio della scala, e un passo di donna si fece sentire nell'andito. -- E proprio la signora Fanny, che viene a farci la sua solita visita, -- disse Clarina, muovendosi in fretta per andarle incontro. -- Bada, Clarina, -- interpose serio serio il signor Emilio, -- che non voglio fanciullaggini. E tutta la tua cicalata di questa sera dev'esser come non avvenuta.... Già, io uscirò di casa.... -- E si alzò in piedi, inquieto, turbato. -- Un momento, un momento, -- susurrò la vispa ragazza, con accento deciso. Era appunto la signora Fanny, vestita a bruno, e con una fascia di lana violetta intorno al capo e alla bocca. -- Come siete rossa in viso, signora Fanny! -- esclamò Clarina, aiutandola a levarsi d'intorno lo scialle e la fascia. -- Fa proprio freddo fuori? -- Si gela. -- Ebbene; si metta presso al camminetto. Su, Angelica, falle posto. La zittellona si levò un po' brontolando, e tenendo fra le braccia il preziosissimo micio che dava segni non equivoci di disapprovazione. Mentre la signora Fanny stava per sedersi, la Clarina disse con indifferenza e come se si trattasse d'una cosa da nulla: -- A proposito, signora Fanny, la sa la notizia? -- Quale? -- Che il babbo è sul punto di riprender moglie. Queste parole caddero nella stanza come un fulmine, e gli effetti da esse prodotti ebbero un carattere di -contemporaneità- che non si può rendere nella narrazione. -- Misericordia! -- gridò l'Angelica esterrefatta, lasciando cadere il pingue Artaserse, che, sorpreso dell'insolito trattamento, corse a rifugiarsi sotto la credenza soffiando in un modo affatto ostile. Il signor Emilio die' un balzo prorompendo in tuono di rimprovero: -- Clarina! Ma intanto la signora Fanny era divenuta bianca come un lenzuolo, e aveva afferrato convulsamente con una mano la spalliera della seggiola, mentre si passava e ripassava l'altra mano sugli occhi, come per diradare la nebbia che vi si andava addensando. Clarina le fu addosso in un attimo, e gettatele le braccia al collo (la signora Fanny s'era lasciata cader sulla seggiola) le disse con lacrime dirotte: -- Oh perdona; lo sapevo che tu dovevi essere la mia mamma. Era il babbo, cattivo, che, pur volendoti bene, non si persuadeva a niun costo di ciò ch'io avevo indovinato.... La signora Fanny mise un grido ineffabile, e questa volta svenne davvero. Le furono tutti attorno, l'Angelica che non capiva sillaba dell'avvenuto, il signor Emilio, ormai inabile a simulare, e di null'altro sollecito che di confermare le indiscrezioni della figliuola, e la Clarina finalmente, giuliva, trionfante, come un generale che ha vinto una battaglia. Il resto ve lo potete immaginare. Solo vi dirò che, al finire di quella sera così piena di emozioni, il signor Emilio, abbracciando teneramente Clarina, le disse: -- Sai che il tuo si può chiamare un -colpo di Stato-? -- Lo so, ma se fossero tutti di questo genere, il mondo non avrebbe a lagnarsene. DUE ORE IN FERROVIA Io non sono azionista di nessuna società ferroviaria, non ho garantito (ci mancherebbe altro,) il prodotto chilometrico di nessun tronco, non mi appassiono troppo nelle questioni del riscatto e dell'esercizio governativo, non ho un trasporto straordinario per le frasi di metodo sul -fischio della locomotiva che è l'araldo della civiltà-, ecc., ecc.; eppure vi dico: viaggiate in strada ferrata. Non c'è un modo migliore di raccogliere osservazioni, di tener desta la fantasia. E non è punto necessario di accingersi a viaggi lunghi, di andare da Venezia a Pietroburgo e da Pietroburgo a Parigi. Basterà di tanto in tanto una breve corsa di un paio d'ore. Se volete seguire per intero il mio consiglio, prendete il biglietto di seconda classe e scegliete i treni omnibus. Vi spiego subito il perchè. La terza classe è troppo incomoda; troppi uomini che sanno d'aglio, troppe donne sgangherate, troppe galline che legate insieme per le zampe e cacciate sotto i sedili fanno uno strepito d'inferno. La prima è troppo compassata; troppi Inglesi che consultano la guida del Baedeker e il dizionario tascabile, troppi senatori e deputati che discorrono di politica, troppi banchieri, troppi conti, troppi baroni. Nella seconda classe invece trovate la maggior varietà di tipi, quindi la più ricca fonte di osservazioni. Quanto al treno omnibus, per chi non ha fretta, esso è di gran lunga il migliore. Coi treni diretti la compagnia non si muta che a grandi intervalli; invece coi treni omnibus è un continuo succedersi di figure diverse, come per effetto di una lanterna magica. -- Ma, -- direte voi, -- se s'incontra una compagnia piacevole che gusto c'è a mutare? Questa domanda mostra in chi la fa una grande inesperienza del vero carattere del viaggio in ferrovia dal punto di vista ond'io amo considerarlo. Anche astraendo dal fatto che le compagnie piacevoli non sono le più comuni, è indubitabile che l'impegnarsi in un dialogo nuoce al raccoglimento necessario all'osservazione. Nel viaggio di ferrovia, come io lo intendo, è utilissimo il non imbattersi in nessuna persona di conoscenza, e l'andare a rilento prima di mettersi a conversare cogl'ignoti. Il carattere dei proprii simili s'indovina meglio quando tacciono che quando parlano con gente veduta per la prima volta. E, in strada ferrata, il meglio che si può fare a questo scopo è di rannicchiarsi in un angolo, aprire un libro e guardar di sottecchi. Non è poi una grande indiscrezione; a ogni modo è una indiscrezione che, qual più qual meno, commettono tutti. Che in compartimento si sia in quattro, in otto o in dieci, è certo che questi otto, sedici o venti occhi s'incontreranno con piglio scrutatore. Si principia sempre nella stessa maniera. Le sacchette, le valigie portatili, gli ombrelli, gli scialli sono collocati alla meglio sulla reticella, le donne raccolgono le sottane, gli uomini si stringono quanto più possono, qua e là è bisbigliato qualche -scusi- sommesso, a cui succede un cerimonioso -oh la prego-; poi tutti si lagnano della Società ferroviaria che vuole stipare la gente nei carrozzoni come le sardelle in barile, tutti rilevano con impaziente ironia gli interminabili gridi di -partenza- senza partir mai; c'è l'uomo arguto che paragona la macchina che si provvede d'acqua ai cavalli a cui si dà la biada; c'è la donna di spirito che al sentir il campanello, al cui suono si parte davvero, dice con un sorriso pretenzioso: -Ecco il campanello della messa-. Finalmente il convoglio esce dalla tettoia e si stabilisce un certo silenzio. Guardiamo un po' intorno a noi. Trovo a questo proposito i ricordi d'una gita recente. Chi è quella signora dall'aria sentimentale, seduta presso il finestrino a sinistra con un libro in mano? Prima di tutto un'occhiata di sbieco al libro. Se non si può vedere il titolo contentiamoci per ora dei connotati esteriori. Formato in-12.º, coperta gialla; ahimè! indizio gravissimo, sulla coperta una macchia d'unto. La lettrice dovrebbe essere una cameriera. La letteratura della cucina ha quasi sempre questo segno caratteristico. Una cameriera? Eppure le vesti sono abbastanza eleganti. Si, ma quando le si osservi con un po' di attenzione si vedrà che sono vesti piuttosto fruste; senza dubbio gli abiti usi della padrona. Però il -vis-a'-vis- maschile (un giovinotto in calzoni caffè e latte e panciotto bianco a fiori lilla) non ha questi sospetti o è superiore ai pregiudizi di casta e comincia a slanciare alla viaggiatrice certi sguardi di fuoco che fanno temere un incendio. Il primo raggio di sole che entra nella carrozza dà appiglio alla conversazione: -- Vuole tirare la cortina?... Aspetti.... Ecco qua. -- Poi c'è un buffo di vento importuno. -- Vuol chiudere il vetro? -- Se non disturba a lei. -- Anzi, le pare? Ecco fatto. -- Questi due sono messi in movimento. Lasciamoli stare. Proprio di fronte a me c'è un bellimbusto in guanti chiari che par poco soddisfatto della compagnia. Nella signora che legge egli ha fiutato la cameriera e non vuole sprecare per essa le sue occhiate da conquistatore, nè si degnerebbe a ogni modo di competere con quel tipo di garzone di negozio che le fa la corte; la sua vicina immediata ha una circonferenza di due metri e una buona quarantina d'anni sulle spalle, e una giovine che è con lei e siede alla mia sinistra è magra e gialla come una carota. Il bellimbusto, esaminate tutte queste cose, si leva i guanti. Fra la signora magra e la cameriera patetica siede un uomo di mezza età e in occhiali, che tiene spiegata davanti a sè la -Gazzetta dei Prestiti-. Dirimpetto a lui, il numero dei quattro si compie con un vecchietto sudicio e tabaccone che va mangiando ciambelle e raccoglie e beccola le briciole che gliene cadono giù pei calzoni. E il treno cammina, e gli alberi piantati lungo la strada paiono correrci incontro rapidamente, e i fili del telegrafo per una strana illusione ottica sembrano alzarsi e abbassarsi a vicenda, e i cantonieri ritti, impalati dinanzi alle loro garette, fanno il segnale d'obbligo, e la macchina fischia, rallenta il suo corso e si ferma alla prima stazione. Movimento. La signora grassa e la signora magrissima discendono. Un -oh- di soddisfazione esce da tutti i petti. Si amerebbe che scendesse anche il vecchietto sudicio, ma egli rimane e seguita a mangiar ciambelle e a raccoglierne le briciole con la punta del dito bagnata sulla lingua. Restano due posti vuoti. Chi li prenderà? La gente passa davanti allo sportello e guarda dentro. Poi si ritira. Non le piace la compagnia. Il bellimbusto è inquieto e pare in forse di cambiar vagone. Quand'ecco il conduttore che precede due passeggieri e addita loro i due posti. Entra prima un signore maturo e urta nelle gambe della cameriera esageratamente protese verso quelle del suo -vis-a'-vis-. Al signore maturo tien dietro una giovinetta vispa, saltellante, vestita di percalle bianco e celeste, la quale con un passo di grazia evita l'ostacolo che arrestò un istante il suo signor padre e viene a sedersi proprio vicino al giovinotto elegante. Costui si ricompone, infila di nuovo i guanti e prende un atteggiamento pari alla circostanza. Il convoglio si muove. Il giovinotto, prima di riaccendere il sigaro che si è spento, chiede alla sua vicina se il fumo la disturba, e la vicina risponde con un garbatissimo -- -No, grazie-. Il signor padre intavola un discorso con la persona grave che ha in mano la -Gazzetta dei Prestiti-. La questione d'Oriente è il tema della conversazione. -- Povero Abdul Aziz! Dicono che si sia suicidato, ma chi ci crede? -- Lo avranno ammazzato, non ne dubiti. In Turchia si ammazzano tutti i sultani -- dice il lettore della -Gazzetta dei Prestiti-, che è stato a Costantinopoli e conosce gli usi orientali. -- Quell'Ignatieff -- osserva l'altro con aria di mistero -- voleva farla ai Turchi. -- Sì, e i Turchi l'hanno fatta a lui. -- C'è l'Inghilterra. -- Un osso duro -- Altro! -- L'Inghilterra vuole l'integrità dell'impero ottomano. -- Se la vuole! ha letto l'articolo dello -Standard-, organo di Derby? -- No signore. -- Lo legga e vedrà. -- Brutti affari. Perchè la Russia pesca nel torbido. Gran potenza anche la Russia. -- Cospetto! -- Ma in mare l'Inghilterra la supera. -- Non si può dir nulla come andrà a finire. -- Non si può dir nulla. -- Il meglio è stare a vedere. Mentre i due politicanti deliberano di stare a vedere, il bellimbusto cerca di attaccar conversazione con la ragazza vestita di percallo, ma non riesce a cavarle di bocca che monosillabi. Allora egli si studia di produrle impressione in altra maniera, estrae di tasca un libro, e se lo pone sulle ginocchia in modo che la vicina ne veda il frontispizio e capisca che è un libro francese. Quando egli è ben convinto che la giovinetta ha acquistato questa importante cognizione, egli si mette a leggere, di tratto in tratto ripiega il volume sull'indice della destra e guarda nel vuoto come persona che medita. Ma non c'è caso; la fanciulla non gli abbada e invece interrompe il padre nel bel mezzo delle sue disquisizioni politiche per chiedergli se prima di uscire di casa si sia ricordato di ordinare alla serva che dia da mangiare al canarino. Il mangiatore di ciambelle ha lasciato cadere la testa sulla spalliera del sedile e dorme con la bocca semiaperta e con la barba piena di briciole. La cameriera e il suo galante continuano a intendersela molto bene e colgono ogni occasione per toccarsi le mani. Il giovinotto -chic- comincia a invidiare la sorte del compagno di viaggio meno esigente. Nuova fermata e cambiamento di scena su tutta la linea. Discendono padre e figliuola, la cameriera, il bellimbusto, l'uomo della -Gazzetta dei Prestiti- e il vecchietto sudicio. Si resta per un momento in due: il don Giovanni di cucina ed io. Il don Giovanni di cucina, dopo aver seguito con l'occhio sin fuori della stazione la cameriera patetica, vede ch'io non posso certo risarcirlo di tanta perdita, e si rannicchia di malumore nel suo cantuccio. -Secondi avanti-, grida il conduttore; -sei posti vuoti-. Ed ecco in primo luogo due signore in lutto strettissimo, poi una famigliuola di tre persone, marito, moglie e un bimbo di tre anni. Il marito mette a posto una sacchetta, una valigia di cuoio spelata, due ombrelli, uno sciallo, una cappelliera di cartone. Senza dubbio è un impiegato traslocato. Per due volte egli porta macchinalmente la mano al taschino del panciotto, e la ritira con un gesto che non tradisce la più schietta soddisfazione dell'animo. Si rischia poco a scommettere che il pover'uomo ha impegnato in questi ultimi giorni l'orologio. La moglie ha un cerchio ribelle, che per quanto ella faccia, prende le più strambe posizioni e tiene alzata la gonna fino al collo del piede. Non ci guadagna proprio nulla. Il piede della signora è brutto per sè ed è reso ancora più brutto da un paio di stivali da uomo. Saranno stivali dimessi dal marito. Il bimbo che sarebbe bellino non brilla neppur esso per buon gusto nell'abbigliamento. Invece c'è da scommettere che egli non istarà mai fermo, e comincia a cascarmi addosso appena il convoglio si rimette in moto. Poi piagnucola perchè non è presso al finestrino, nè può vedere gli alberi. Affine di chetarlo, lo faccio venire nel mio angolo, lo sollevo ritto sul sedile e lo tengo perchè non cada. Ma di lì a un minuto gli viene una voglia irresistibile di tornar dalla mamma e senza cerimonie eseguisce il gran passaggio sulle mie ginocchia. Scandalo e scuse dei genitori. Il marito mi conferma a bassa voce che è un impiegato traslocato. Non osa lagnarsi del suo destino perchè teme lo si traslochi un'altra volta. Tanto e tanto bisogna ringraziare il cielo che non sia accaduto di peggio. Era a Treviso e va a Lecce. Una bagatella di oltre a mille chilometri di distanza: ma se lo mandavano in Sicilia? Mentre lo ascolto distratto, la mia attenzione si ferma sulle due signore vestite a bruno. Son giovani ancora, non però giovanissime, e hanno un aspetto triste e patito. Non parlan nemmeno fra di loro e tengono il viso basso e il velo calato. A un punto una d'esse, come per un segnale convenuto, tocca con la mano il ginocchio dell'altra, e alzando il velo spinge la testa fuori del finestrino. La sua compagna fa lo stesso. Vinto dalla curiosità, guardo anch'io da quella parte. Non vedo sulle prime che una lunga distesa di campi; poi fissando la pupilla in lontananza, mezzo nascosta da una macchia d'alberi, discerno a fatica una casetta bianca sormontata da una banderuola metallica che scintilla ai raggi del sole. È là che le due donne appuntano gli sguardi, nè li rimuovono finchè la casetta bianca non scompare dall'orizzonte. Allora una d'esse, la più giovine, quella che ha l'aspetto più addolorato, si porta rapidamente una mano alle labbra e invia un bacio alla cara visione. Poi entrambe riabbassano il velo e ritirano il capo nell'interno della carrozza. Quella stessa che inviò il bacio passa, sotto il velo, il fazzoletto, e si copre gli occhi. Intanto il mio vicino discorre del progetto Depretis sul miglioramento della sorte degl'impiegati, ma io non gli do retta. Penso al dramma intimo di cui le due viaggiatrici abbrunate portano seco il facile segreto, penso alla casetta bianca ove pochi giorni addietro qualcuno dava l'ultimo addio alla luce, penso a questo atto così universale, così costante della morte, eppur sempre così nuovo, così misterioso, così terribile. -- Adesso non si può; a momenti, alla prima stazione -- dice la signora -impiegata- al suo bimbo. Il bimbo strilla un poco, quindi s'acqueta e ripiglia i suoi pellegrinaggi da una parte all'altra della carrozza. Fa caldo, la conversazione s'interrompe, le teste diventano pesanti, gli occhi hanno una tendenza a socchiudersi. Quand'ecco il silenzio è interrotto da una fiera protesta del giovinotto dai calzoni color caffè e latte, il quale, mentre sonnecchiava, sentì lungo le gambe una impressione assai poco gradevole e incolpa del fatto il fanciullo, che ad avvalorare i sospetti, si trova precisamente da quella parte. I genitori si profondono in iscuse, ma la vittima non si calma così presto. -- Non si conducono in viaggio bambini di questa età. Questa proposizione stravagante fa montar la mosca al naso al -Travet-. -- Oh sì.... Anzi un funzionario traslocato non condurrà seco la prole. -- E allora bisogna sorvegliarla, -- replica il giovinotto guardando con stizza i suoi calzoni caffè e latte che presentano l'aspetto di una carta geografica. Questo era il punto vulnerabile, e l'impiegato slancia un'occhiata fulminea alla sua metà che stava catechizzando il fanciullo e brontolava quasi parlando a sè stessa. -- Sorvegliare.... sorvegliare.... Son cose presto dette... Un folletto di tre anni.... Vorrei che il signore fosse al mio posto. -- Sicchè, a sentir la signora, dovrei ringraziare... chieder scusa io. E giù un'altra occhiata alle gambe. -- Non dico questo; anzi scusi, ma santo Iddio, senza un po' di pazienza a questo mondo.... Ce ne abbiamo tanta noi impiegati.... E poi, stia certo, non lascia macchia.... Il battibecco minaccia di non finir più quando il fischio della locomotiva annunzia l'avvicinarsi di un'altra stazione. Era quella a cui dovevo scender io e per buona ventura della famiglia del -Travet- anche il giovinotto, vittima del fatale accidente. -- Corpo di Satanasso! -- esclama costui levandosi in piedi e guardando sempre quei benedetti calzoni. -- Come si fa adesso? -- Perdoni, non ha un -plaid-? -- dico io intervenendo nella questione. -- Sì, signore. -- Lo tenga in modo che le cada sul davanti.... Così.... Benissimo.... Adesso non si vede nulla. -- Ma un bel gusto, sa, con questo caldo a tenersi il -plaid- fino ai piedi. -- Crederanno che abbia le febbri intermittenti.... Il peggio sarebbe.... -- Che si vedesse.... Capisco.... -- Dunque dei due mali il minore.... Oh non c'è tempo da perdere.... Qui il treno non si ferma che un mezzo minuto. -- Scende qualcuno? -- dice il conduttore affacciandosi allo sportello. -- Sì, due. E siamo in terra d'un salto. -- Ecco due posti, -- ripiglia lo stesso conduttore voltandosi verso due viaggiatori, che dopo essersi accommiatati con molti baci da un gruppo di parenti e di amici cercavano una carrozza di seconda classe in cui salire. Questi due non lasciano dubbio alcuno sull'esser loro. Sono due sposi novelli. Lo si vede all'aspetto raggiante, al vestito accurato, all'abbandono soave con cui la giovinetta si appoggia al braccio del valido marito. Entrati che sono nello scompartimento essi rinnovano l'addio agli amici e ai congiunti. I loro volti ilari che si toccano quasi nel vano del finestrino fanno un singolare contrasto con le fisonomie malinconiche delle due signore abbrunate: il loro saluto alla lieta schiera che li ha accompagnati alla stazione è ben diverso da quello che le due donne avevano mandato prima alla casetta bianca perduta nella campagna; per la coppia felice l'avvenire è tutto gioia e speranza. Chi sa che vicende le riserbi la sorte? Il treno s'è dileguato, ma ancora si vede fra gli alberi il suo pennacchio di fumo. È scomparso anche il viaggiatore dai calzoni color caffè e latte. Il guardiano della stazione (una piccola stazione intermedia) mi squadra con curiosità dalla testa ai piedi. Che cosa faccio? Che cosa penso? In verità non faccio nulla, non penso a nulla.... Ma, dopo tutto, in due ore di ferrovia, che avvicendarsi di persone, che contrasto di faceto e di serio, e per chi conosce la voluttà del sorriso e delle lagrime, che miniera inesauribile di sensazioni! LA DEMOCRAZIA DELLA SIGNORA CHERUBINA La signora Cherubina Spiccioli, moglie del signor Innocente Spiccioli, negoziante arricchito alla Borsa, aveva inaugurato da tre venerdì il suo nuovo salotto. Un amore di salotto con tappeto di felpa, tendine di seta, mobili con dorature ed intagli. Sulle cantoniere cento gingilli, sulla mensola un magnifico orologio a dondolo con puttini di bronzo che ne reggevano il disco, pendente dal soffitto una gran lumiera di cristallo; alle quattro pareti quattro nitidissimi specchi di Francia, in cui la signora Cherubina aveva la soddisfazione di vedersi riflessa quattro volte. La signora Cherubina Spiccioli era anch'essa addobbata sfarzosamente come il salotto e si pavoneggiava sopra una sedia foderata di velluto, appoggiando i piedi sopra un piumino di lana a fiori. Aveva alla destra ( 1 ) ' 2 ' 3 , ' 4 . ! 5 . 6 , , , 7 , ' . 8 , 9 , 10 ; 11 12 . ' 13 . 14 , , 15 , ' 16 ' 17 , : - - , 18 , ! - - 19 ' , 20 , . , 21 . 22 23 ' ' . ' ' 24 , ' 25 . 26 27 . - - , - - ; 28 , , 29 , , 30 . 31 32 , 33 ' , 34 , 35 ' , , 36 , 37 : - - . 38 39 , 40 , : - - , 41 ? 42 43 - - . 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