-- Ah! -- pensa il signor Odoardo -- vediamo di scavar terreno.
Ed avvicinandosi alla Doretta, la piglia per una mano, la conduce fino
al canapè, e se la pone a sedere sulle ginocchia.
-- Orsù, Doretta, perchè fai così cattiva cera alla signora Evelina?
La bimba diventa rossa, si confonde, non sa che rispondere.
Il signor Odoardo continua:
-- Che cosa ti ha fatto la signora Evelina?
La Doretta si scontorce, vorrebbe nascondere il viso, e balbetta:
-- Nulla mi ha fatto.
-- Eppure non le vuoi bene.
Silenzio profondo.
-- Ella invece te ne vuol tanto.
-- Non me ne importa....
-- Che sgarbata!... E se tu ci dovessi stare con la signora Evelina?
Qui la fanciulla prorompe:
-- Non voglio starci, non voglio starci mai.
-- Oh, queste sono sciocchezze -- ammonisce in tuono severo il signor
Odoardo, deponendo a terra la Doretta.
Ella si scioglie in un pianto dirotto.
-- Ma insomma.... È questa la compagnia che fai al babbo?... Basta così,
Doretta.
Il signor Odoardo ha un bel dire, la Doretta ha bisogno di piangere. I
suoi occhi bruni nuotano nelle lagrime, il suo piccolo petto è ansante,
la sua voce è rotta dai singhiozzi.
-- Che capricci! -- esclama il signor Odoardo arrovesciando il capo sui
guanciali del canapè.
Il signor Odoardo è ingiusto, e ciò ch'è peggio, egli dice una cosa
di cui egli stesso non è persuaso. Egli sa, egli deve sapere che
quelli della Doretta non sono capricci. Egli deve saperlo meglio che
non lo sappia ella medesima, la quale forse non sarebbe in grado di
spiegare ciò ch'ella prova. È il presentimento d'un pericolo nuovo,
è la ripetizione di un antico dolore. Ella non aveva ancora sei anni
quando le è morta la mamma, eppure gliene è rimasta una impressione
incancellabile nell'anima. E adesso le pare che la mamma le torni a
morire.
-- Quando avrai finito di piangere, Doretta, verrai qui -- dice il signor
Odoardo.
La Doretta, rincantucciata, piange meno ma non ha finito di piangere.
Proprio come fuori. Nevica meno, ma non ha finito di nevicare.
Il signor Odoardo si copre gli occhi con una mano. Quanti pensieri gli
si affollano alla mente, quanti affetti si combattono nel suo cuore!
Oh se potesse scacciar via l'immagine della signora Evelina! Ma non
gli riesce. Quelle ciocche bionde egli le vede ancora, vede ancora
quelle pupille azzurre, quel sorriso lusinghiero, quella persona tutta
grazia e armonia. Egli non avrebbe da dir che una parola e la signora
Evelina sarebbe sua, verrebbe a rianimare la sua casa solitaria, ad
empirla di vita, d'amore. Per virtù di lei egli ringiovanirebbe di
dieci anni, crederebbe di essere come quand'era fidanzato la prima
volta. Eppure no, no. Come la prima volta non poteva essere. Egli era
allora ben diverso da quello di adesso, e -l'altra-, oh anche -l'altra-
era diversa molto dalla signora Evelina. Com'era modesta e vereconda!
Quanto riserbo di vergine perfino ne' suoi trasporti d'amante! Come
erano belli i rossori improvvisi che le tingevano il volto, com'era
dolce l'incanto di quelle sue lunghe ciglia pudicamente abbassate! Egli
l'aveva conosciuta nella intimità delle pareti domestiche, semplice,
timida, buona figlia, buona sorella, come doveva essere buona moglie
e buona madre. L'aveva amata qualche tempo in silenzio ed ella aveva
amato parimente lui. Un giorno, passeggiandole a fianco in giardino,
egli le aveva preso la mano con impeto subitaneo se l'era portata alle
labbra, dicendole -- Le voglio tanto bene. -- Pallida, tremante, ella era
corsa a gettarsi in braccio alla mamma con un grido -- Come sono felice!
Oh bei tempi, oh bei tempi! Egli era poeta allora, egli susurrava
nell'orecchio della sua fanciulla con l'accento della più sincera
passione:
T'amo più che non s'ami umana cosa,
Sei la speranza mia, sei la mia fè,
Se' il mio Dio, la mia patria e la mia sposa.
Non amerò nel mondo altri che te.
Versi bruttini, ma che facevano palpitare di voluttà la giovine
fidanzata. Oh bei tempi, oh bei tempi! Oh lunghe ore passate come
un lampo in soavi colloqui, oh segreti dell'anima che l'anima scopre
a sè stessa soltanto per rivelarli alla persona diletta, oh carezze
desiderate e temute, oh rabbiette fuggitive, oh lagrimuccie rasciugate
coi baci, oh sgomenti pudichi, oh ingenuità sante, oh abbandono d'un
amore puro ed ardente, chi può sperar di trovarvi due volte nella vita?
No, la signora Evelina non può rendere al signor Odoardo ciò ch'egli
ha perduto. No, questa vedova disinvolta, che dopo sei mesi va alla
ricerca del secondo marito, non può ispirargli la fede che -l'altra-
gli aveva ispirata. Oh donna del primo amore, perchè morire? I morti
non hanno più nè baci, nè carezze, e i vivi hanno bisogno di carezze e
di baci.
Chi parla di baci? Uno tiepido e lieve se n'è posato or ora sulle
labbra del signor Odoardo e lo ha fatto trasalire. -- Ah!... Sei tu,
Doretta? -- È lei, è la Doretta, che non dice nulla, ma che vorrebbe
far la pace col suo babbo. Ella appoggia la sua guancia alla guancia
di lui, egli tiene stretta la sua testina perchè la non gli scappi.
Anch'egli tace; che dovrebbe dirle?
Si va facendo buio e gli occhi del gatto Melanio cominciano a brillare
nell'angolo della stanza, vicino alla stufa. Il servo picchia all'uscio
e chiede se deve portare un lume acceso.
-- Riaccendete intanto il fuoco, -- dice il signor Odoardo.
Le legne cigolano, scoppiettano, mandano faville e poi finiscono ad
ardere con una gran fiamma, con un suono uniforme, possente, come il
respiro d'un gigante addormentato. Nella mezza oscurità i riflessi
luminosi guizzano sulle pareti, fanno spiccare i rabeschi delle
carte, corrono fino a lambire lo spigolo dello scrittoio. Le ombre
s'allungano, s'accorciano, s'ingrossano, s'assottigliano, gli oggetti
paiono mutare continuamente di dimensioni e di forme. Il signor Odoardo
lascia andare i suoi pensieri a briglia sciolta, e passa in rassegna
gli anni trascorsi a fianco della moglie virtuosa, ricorda la cuna
della sua bimba, e i primi vagiti, e i primi sorrisi; sente, ahimè!
l'ultimo bacio della sua donna moribonda, l'ultima parola articolata
dal labbro di lei: Doretta. Oh no, egli non può fare infelice la
sua Doretta! Pur non è sicuro che il fascino della signora Evelina
non lo vinca di nuovo; pur teme egli stesso che al riveder domani la
bellissima ammaliatrice si dileguino i suoi virili propositi.... C'è
forse un mezzo, uno solo!
-- Doretta, -- dice il signor Odoardo.
-- Babbo.
-- Devi ricopiar questa sera la lettera per la nonna?
-- Sì.
-- E non preferiresti invece di andarci tu dalla nonna?
-- Con chi? -- chiede la bimba angosciosamente e, mentre ella attende la
risposta, il suo cuoricino batte d'un palpito affannoso.
-- Con me, Doretta.
-- Con te? -- ella esclama quasi non credendo a sè medesima.
-- Sì, con me, col tuo babbo.
-- Oh babbo mio! -- ella grida, e le sue piccole braccia cingono il collo
del signor Odoardo, e le sue labbra lo coprono di baci. -- Oh babbo mio,
buon babbo. Quando si parte?
-- Domattina, se non ti fa paura la neve.
-- Anche subito, anche subito.
-- Subito no. Per bacco, non vorresti nemmeno pranzare?
E il signor Odoardo, svincolandosi dolcemente dall'amplesso della
figliuola, si alza, suona il campanello e ordina che portino il lume.
Quindi con un moto istintivo egli guarda ancora una volta dalla parte
della finestra. Nella casa dirimpetto tutto è buio, il profilo della
signora Evelina non si disegna più dietro i vetri. È sempre brutto
tempo, cade sempre qualche fiocco di neve. Il servo chiude le imposte,
tira le cortine; nessuno sguardo profano penetra ormai nel santuario
domestico.
-- Tanto fa desinar qui, -- dice il signor Odoardo. -- In salotto sarà una
Siberia.
La Doretta mette in rivoluzione la cucina con la strepitosa notizia
del suo viaggio. Prima si crede ch'ella scherzi; quando non si può
dubitare che ella affermi il vero, si osserva sommessamente che il
padrone dev'esser impazzito. Partire nel cuore dell'inverno, con un
tempo simile! Almeno si aspettasse una bella giornata!
Ma che importa alla Doretta dei commenti della servitù? Ella non
capisce in sè dalla gioia, canticchia, saltella per la stanza e viene
ogni momento a dar un altro bacio al babbo. Poi versa la piena de' suoi
affetti nel cuore del gatto Melanio e della bambola -Niní-, alla quale
promette di portar da Milano un vestito nuovo.
A pranzo non fa che parlare della sua gita, mangia pochissimo, domanda
sempre che ora è e a che ora si parte.
-- Temi di perder la corsa? -- chiede il signor Odoardo sorridendo.
Eppure, quantunque egli lo dissimuli, non è meno impaziente di lei.
Ha bisogno di andar lontano, lontano. Forse non tornerà fino alla
primavera. Perciò ordina che gli preparino il bagaglio come se dovesse
rimanere assente almeno due mesi.
La Doretta si corica presto, ma non fa che ravvoltolarsi nelle
coltri, e svegliar venti volte la cameriera per domandarle: -- È tempo
d'alzarsi?
Anche il signor Odoardo è desto quando il servo alle sei della mattina
viene a chiamarlo.
-- Che tempo fa?
-- Brutto, signor padrone.... Su per giù come ieri.... Anzi io direi che
se non avesse proprio urgenza di partire....
-- No, Angelo. Ho urgenza.... È inutile.
. . . . . . .
Alla stazione ci sono pochissimi viaggiatori avviluppati nei mantelli
o nelle pelliccie; faccie scure, assonnate. Tutti si lagnano del tempo,
del freddo, dell'ora; tutti protestano che senza un gran bisogno non si
sarebbero alzati così di buon mattino. Un solo viso è ridente, una sola
persona è vispa, la Doretta.
Lo scompartimento di prima classe in cui entrano il signor Odoardo e la
Doretta è gelato, malgrado delle cassette d'acqua calda su cui posare i
piedi, ma la Doretta trova che la temperatura è deliziosa, e se stesse
in lei aprirebbe il finestrino per veder meglio fuori.
Una scampanellata, un fischio, e il convoglio si muove. Negli occhi
della Doretta si dipinge una gioia ineffabile.
-- Sei contenta, Doretta?
-- Oh! Tanto....
Dieci anni addietro, con una giornata migliore, ma parimenti d'inverno,
il signor Odoardo intraprendeva il suo viaggio di nozze. Gli sedeva
di fronte una giovine, che somigliava alla Doretta quanto una donna
può somigliare ad una fanciulla, una giovine leggiadra, composta,
soavemente amorosa. Anche a lei il signor Odoardo aveva chiesto
nell'istante della partenza. -- Sei contenta, Maria?
-- E anch'ella gli aveva risposto. -- Oh! Tanto....
-- Proprio come la Doretta.
Si corre, si vola. Addio, addio per sempre, signora Evelina.
. . . . . . .
È forse morta di disperazione la signora Evelina?
Oh no. La signora Evelina ha un ottimo temperamento e una buonissima
casa. L'ottimo temperamento le impedisce di prender le cose troppo
sul serio, la buonissima casa le offre mille distrazioni. Non tutte
le sue finestre si aprono dalla parte ove abita il signor Odoardo.
Ce n'è una, per esempio, che dà su un giardinetto appartenente ad un
rispettabile celibatario il quale nei giorni di sole viene a fumarvi
la sua pipa. La signora Evelina trova che il rispettabile celibatario
è una persona a modo, e il rispettabile celibatario, che esercita le
funzioni di liquidatore di avarie, trova che la signora Evelina ha un
gran bel paio d'occhi ed è assai ben costruita, con materiali solidi,
da poter meritare la classificazione 313 I. I. nei registri del -Bureau
Veritas-. Ne viene che il celibatario guarda qualche volta in alto
e la signora Evelina guarda qualche volta abbasso. Però la signora
Evelina osserva che la stagione non è propizia alle conversazioni
all'aria aperta, e invita il vicino a venirle a fare una visita. Il
vicino esita, la signora Evelina rinnova l'invito. Come resistere a
una bella signora? In fin dei conti una visita che conseguenze può
avere? Nessuna, e l'ottimo liquidatore si loda assai dell'accoglienza
ricevuta, tanto più che la signora Evelina gli ha dato facoltà di
venire un altro giorno con la sua pipa. Ella ama infinitamente l'odor
della pipa. È proprio una donna perfetta la signora Evelina, una donna
quale ci vorrebbe per un uomo d'affari che non fosse deciso a rimaner
celibe tutta la vita. Del resto, pensa il liquidatore, è verissimo
ch'egli è deciso a rimaner celibe, ma chi gl'impedisce di cambiare
d'opinione?
Fatto si è che quando il signor Odoardo ritorna con la Doretta dal
suo viaggio di tre mesi, egli riceve la comunicazione del prossimo
matrimonio della signora Evelina Chiocci, vedova Rombaldi, col signor
Archimede Fagiuolo, liquidatore di avarie.
-- Fagiuolo! -- esclama la Doretta. -- Fagiuolo!
E questo nome le desta un'ilarità sconfinata. Ma se badate a me,
ciò che la mette in buon umore non è tanto il -marito-, quanto il
-matrimonio- della signora Evelina.
UN RAGGIO DI SOLE
L'ultimo lembo dello strascico d'un vestito di seta spariva dietro
l'uscio del salotto di casa Mellari. Una signora innanzi negli anni,
ma con la fisonomia piena di vivacità giovanile, seguiva il dileguarsi
di quello strascico con uno sguardo lungo, tenero, appassionato; uno
sguardo quale non hanno se non le madri per le loro figliuole e le
avole per le loro nipoti. Ed era appunto una nipote della padrona di
casa colei che aveva lasciato in quel momento la stanza.
La signora Anna, moglie del professore commendatore Everardo Mellari,
sola in un angolo della camera, sedeva ad un tavolino su cui stavano
alcuni libri legati, un servizio da te, un astuccio da lavoro e un
moderatore di porcellana acceso; perchè, se non lo abbiamo ancora
detto, lo diciamo adesso: erano le dieci di sera. Intorno a una tavola
molto più grande collocata proprio nel mezzo dell'ampio salotto,
rischiarato da una lucerna appesa al palco, e tutta sparsa di opuscoli
e di giornali, discutevano di economia e di giurisprudenza sei uomini,
con certe inflessioni nasali e una maestosa solennità degna di chi
è socio di almeno cinque Accademie. Le sentenze si succedevano a
regolari intervalli come le cento e una salve d'artiglieria alla
nascita d'un principino. Vuole però giustizia che si facciano in questo
gruppo le debite distinzioni. Delle sei persone ivi raccolte quattro
avevano aspetto fossile, e il più fossile di tutti era un giovine non
ancora trentenne, uno di quei gingillini della scienza che camminano
servilmente sulle orme altrui, e si credono dotti quando hanno letto
una -memoria- papaverica dinanzi a un'assemblea sonnacchiosa. A costoro
par grave di non avere che venti a trent'anni, e simulano i modi e
la posatezza dell'età matura, gonfi, pettoruti, noiosissimi. Sul loro
labbro non v'è sorriso, nei loro occhi non v'è luce, nella loro parola
non v'è affetto, mummie prima di nascere.
Il professore commendatore Everardo Mellari, che al momento della
nostra narrazione passava i sessanta, aveva avuto anch'egli il gran
torto di non prendere la vita che da un lato solo, dal lato cioè dello
studio e della meditazione, trascurando quella verità detta senza
reticenze dal Giusti:
Se fa conoscere -- le vie del mondo
Oh buono un bricciolo -- di vagabondo!
Però in lui una intelligenza elevata, una dottrina profonda e un
cuore ottimo e tenace nelle amicizie facevano perdonare quel po' di
compassato e di convenzionale che v'era nel suo carattere. Quanto
alla persona, ella somigliava all'indole ed all'ingegno, ed era quindi
piuttosto poderosa che aggraziata.
Dissimile affatto dagli altri, e tale che lo si sarebbe detto una
stuonatura in quel concerto di dottoroni, stava in piedi appoggiando
una mano alla spalliera della seggiola del professore Everardo, e
tenendo con l'altra dinanzi agli occhi un giornale senza apparire
troppo concentrato nella lettura, il signor Maurizio Dardi, il più
vecchio e fidato amico di casa Mellari. Anch'egli fra i sessanta e i
settanta, ma ritto, sottile, aitante delle membra, con una fisonomia
briosa ed ironica spesso, con uno sguardo vivo, intelligente, pieno di
fuoco, con dei capelli che ormai quasi bianchi del tutto conservavano
la curva elegante della giovinezza e che si arricciavano di tratto in
tratto con con una tal quale aria di provocazione come se volessero
dire: -- Oh se sapeste quante manine gentili ci hanno fatto scorrere
fra le loro dita! -- Dal complesso poi della persona tuttora attraente e
dal vestire lindo e accurato, si vedeva l'uomo che aveva molto vissuto
nella miglior società.
Il signor Maurizio aveva egli pure seguito con lo sguardo il dileguarsi
del vestito di seta, e quando l'uscio si fu rinchiuso, con un movimento
rapidissimo si fece accosto alla signora Anna, trasse un profondo
sospiro dal petto come chi si sente sollevato da un peso, e avvicinando
una sedia al tavolino, disse: -- Si può fare un po' di conversazione con
voi, signora Anna?
Ella che se ne stava fantasticando si scosse, e con un sorriso pieno di
benevolenza: -- Figuratevi! -- rispose. -- Vi confesso anzi che mi pareva
impossibile di vedervi in mezzo a tanti uomini seri.
-- Grazie del complimento. Però, ve lo dico col cuore in mano, vostro
marito solo lo digerisco, ma in compagnia con quegli altri no e poi
no. Everardo mi va ripetendo sempre che io sono uno scapato come a
vent'anni, e che egli stesso non sa spiegarsi come, tanto dissimili
d'indole, noi abbiamo potuto rimanere amici tutta la vita. E in verità
la cosa fa meraviglia anche a me.... Ma, vedete, a Everardo io perdono
tutto.
-- Oh bella! Siete voi che perdonate? -- interruppe la signora Anna.
-- Sicuro, perchè, in fin dei conti, queste esistenze seppellite in
mezzo alla polvere delle biblioteche sono esistenze sbagliate. Bandire
il sorriso dalla vita val quanto bandire il sole dall'universo.
-- Oh diamine! Siete sentenzioso... Su via, cattiva lingua, di chi avete
a dir male stasera?
-- Di molte persone, ma se non vi dispiace, mi limiterò ad una sola.
-- Molti i chiamati e pochi gli eletti -- osservò sorridendo la signora
Anna. -- E chi è oggi l'eletto?
-- È una -eletta-.
-- Una donna?
-- Per l'appunto.
-- E chi dunque?
-- Voi stessa.
-- Io!
-- Sissignora... Credete davvero ch'io sia stato ad ascoltare in
tutto questo frattempo le dissertazioni sulle imposte indirette di
quell'amenissimo dottor Belgini, che, se si sta alla fede di nascita ha
ventinove anni, e se si vede e si sente, ne ha almeno sessanta?
-- Ma via, screanzato, parlate piano,
-- Oh siate certa che non ci odono -- rispose il signor Maurizio
accostando però la sedia a quella della sua interlocutrice e abbassando
alquanto la voce. Indi continuò:
-- O vi par forse probabile ch'io abbia prestato una grande attenzione
agli apoftegmi giuridici partoriti con tanto -aplomb- dal consigliere
Marino, il quale, allorchè ha parlato, si volta a destra e a sinistra
come per dire: -Avete mai inteso nulla di simile?-
La signora Anna fece uno sforzo per non ridere, e con un tuono
malizioso soggiunse a mezza voce;
-- Non c'è forse il commendatore Brullo?
-- Oh! -- proruppe il signor Maurizio -- quello è un bell'originale. Non
v'è cosa che non gli sia accaduta, non v'è paese in cui egli non sia
stato, non v'è idea che prima di venire agli altri non fosse venuta
a lui. In casi eccezionali egli fa delle concessioni. Stasera, per
esempio, si discorreva della Groenlandia. Egli osservò: -Io dovevo
andarci-. Maravigliato d'un tuono tanto rimesso: -Eppure io tenevo per
fermo-, diss'io, -che ci foste già stato-. Credete forse ch'egli abbia
capito ch'io mi burlavo di lui? Tutt'altro. Prese le mie parole per un
complimento.
-- In fin dei conti poi c'è Everardo -- concluse la signora Mellari con
accento serio e senza ironia di sorta.
-- Ah sì, c'è Everardo -- rispose con l'accento medesimo il signor
Maurizio -- e ad Everardo ci faccio di cappello, ma, ve lo ripeto, a
quattr'occhi, e quando posso levargli la crosta dell'accademico. Via,
non v'impazientite. Ricevendo in casa sua de' pedanti gli tocca divenir
qualche volta pedante anche lui per ospitalità... Ma, insomma, voi mi
fate parer maldicente...
-- Oh poveretto, non siete mica tale -- esclamò la signora Anna. -- E, a
proposito, non dovevate dir male di me?
-- Ah, questo sì, e comincio subito.
La signora Anna avanzò alquanto la sedia, e appoggiando il gomito al
tavolino fece puntello al mento con l'avambraccio, e si pose in atto di
benevola aspettazione.
-- Dovete dunque sapere -- principiò il signor Maurizio con un tuono
scherzoso che temperava la asprezza apparente delle parole -- dovete
dunque sapere, mia cara amica, che io ho inteso gran parte del vostro
colloquio con vostra nipote, e che fra voi e lei avete detto delle
solenni corbellerie.
-- O sentiamole un po' queste solenni corbellerie.
-- Non mi negherete che la Evelina vi dicesse male di suo marito.
-- Male poi no... Faceva alcune rimostranze.
-- Or bene: quanto a me che del matrimonio...
-- Risparmiatemi le vostre teorie. Già lo si sa che voi l'avete a morte
col matrimonio.
-- Falsissimo. Io la credo una ottima istituzione a benefizio dei
celibi. Che cosa farebbero i celibi se non fossero gli ammogliati?
-- Eh vergognatevi di questo cinismo.
-- Sono meno cinico di quel che credete, amica mia, e mi sarebbe facile
il provarlo. Ma ora ripiglio il filo del discorso. Quanto a me dunque
che sono un celibatario ostinato ed impenitente, non ho nulla a ridire
se una moglie si lagna di suo marito. Ciò sta nell'ordine naturale
delle cose. Ma io mi metto dal punto di vista vostro, di una donna cioè
che ha un culto per l'istituzione del matrimonio, e non posso a meno
di strabiliare vedendo come voi lasciate tener quei discorsi a vostra
nipote, e abbiate anzi tutta l'aria di secondarla.
-- Oh se non avevate che a farmi questo sermone, mio venerabile signor
censore, potevate davvero risparmiarvi la briga. In primo luogo, io non
ho secondato niente affattissimo; e poi gli è appunto perchè ritengo
che il matrimonio e la famiglia siano cose sacrosante che m'irrito
quando ne vedo fraintesi gli obblighi dall'una parte o dall'altra.
-- Queste sono frasi. Io credo invece che il matrimonio, per non finire
in una catastrofe, debba essere un lungo esercizio di reciproca
tolleranza. Tolleranza intendiamoci, non già del vizio e della
dissolutezza, ma di tutti quei difettucci, di tutte quelle imperfezioni
che ciascuno dei due coniugi vede indubbiamente nell'altro. Oh via,
veniamo al fatto: di che cosa si lagna vostra nipote?
-- Sapete che siete curioso? Io potrei mandarvi pei fatti vostri, e
non dirvi nulla; ma voglio esser tre volte buona, e vi risponderò
schiettamente che Evelina ha ragione. Un uomo che ha una sposa come
Evelina, un fiore di gioventù, di bellezza, un angelo di bontà e
d'innocenza; un uomo che possiede una donnina simile e la trascura, e
non le consacra tutto ciò che v'è di migliore nella sua anima e nel suo
ingegno, meriterebbe.... eh lo so io che cosa meriterebbe. Il meno che
possa toccargli è che sua moglie si dolga di lui.
-- Voi siete una vestale che conserva il fuoco sacro. Ancora bollente
come a vent'anni! Io vi ammiro.
-- Eh ammiratemi meno, e ascoltatemi di più. O che vi pare che Evelina
avrebbe ad esser contenta? A sedici anni appena, la maritano (e un
po' di colpa ne ho anch'io) a un giovine sui cinque lustri, operoso,
valente, onesto, ma tutto pieno della sua ambizione, tutto preoccupato
dei suoi buoni successi. Egli è ora di qua, ora di là, oggi a Firenze,
domani a Milano, domani l'altro a Napoli, sempre a raccogliere
applausi, a mietere allori, a proferir discorsi, a tener conferenze, e
che so io, e dopo quindici mesi di matrimonio è molto se sta tre giorni
la settimana presso sua moglie per annoiarla coi racconti delle sue
glorie e de' suoi trionfi. Oh caro mio, non v'è nulla di più egoista
dei così detti uomini grandi, non v'è nulla di più gretto e meschino.
Nel santuario della casa che dovrebb'essere aperto agli affetti, alle
confidenze, alla celia, essi portano la loro vanità personale; al
pettegolezzo senza malizia e senza conseguenze della vita domestica
essi sostituiscono il pettegolezzo pieno d'acrimonia e di fiele della
vita pubblica e letteraria, e fanno cento volte desiderare il modesto
impiegato, l'umile uomo d'affari che, dopo adempito il suo ufficio
quotidiano, reca alla sua famiglia la parte migliore di sè; il sorriso
del suo labbro, la poesia schietta della sua anima. Perchè questa è la
gran differenza tra gli uomini comuni e quelli di maggior levatura; che
i primi cercano di piacere alla moglie perchè sanno che non possono
avere applausi da nessuno fuori di lei: gli altri, abbagliati dallo
splendore che li circonda, non vedono che tenebre e squallore nelle
pareti domestiche.
-- Per bacco! -- proruppe il signor Maurizio -- stasera voi siete più
eloquente di Mirabeau. Ma mi permettete di rispondervi?... In quello
che voi dite c'è molto di vero; non v'ha dubbio, ma l'arma che avete
brandita è un'arma a due tagli, e badate di non ferirvi da voi. Quando
una giovine possede, come Evelina, uno sposo di un merito superiore,
ella non ha che un mezzo per non divenire infelice. Ella non può
impedirgli di raccogliere i frutti del suo ingegno e della sua dottrina
e di essere acceso dalla febbre del buon successo: ella deve lasciarsi
irradiare dalla sua luce, ella deve associarsi alle sue ambizioni. La
neutralità le è proibita, perchè nella moglie l'esser neutrale vuol
dire essere ostile. S'ella non si accalora pei trionfi del marito,
il marito la trascura, ed ella finisce coll'odiar quella gloria che
avrebbe dovuto riflettersi su di lei. I due coniugi vivono allora
in due mondi diversi, le loro anime non hanno punto di contatto, e,
credetemelo pure, mia ingenua amica, quando i corpi sono costretti a
stare insieme senza che le anime si confondano, non può nascerne altro
che il tedio scambievole... Ma via, siamo giusti; come volete che un
uomo, esposto a tutte le seduzioni del mondo, blandito, accarezzato
in mille guise, riesca a trasformarsi di punto in bianco, e diventi
semplice, modesto, spensierato, appena egli abbia varcato la soglia
domestica? Ma una moglie saggia previene i pericoli, e poichè non può
mutare il marito muta sè stessa.
-- Oh! volete farne un'erudita?
-- Che! Voi sapete meglio di me come una donna di garbo possa prender
parte agli studi di suo marito senza perder nulla della grazia e della
semplicità nativa. Tutto sta che la sua trasformazione le sia dettata
dall'affetto verso il consorte, e non dalla smania di dottoreggiare
con gli altri: che in quest'ultimo caso non avete già dinanzi a voi una
persona colta, ma una noiosa pedante sul fare di quelle che si vedono
spessissimo nella società italiana, così diversa dalla società inglese
e tedesca, ove l'eleganza dei modi, le aspirazioni ad un ideale elevato
sono le cose più naturali e spontanee del mondo.
-- Ma voi parlate sempre degli obblighi della donna: l'uomo non ne ha
dunque nessuno?
-- Sì che ne ha; ma io vi ragiono dal lato della felicità e della pace
coniugale. E vi dico con la convinzione più profonda che l'uomo, anche
se fallisce a' suoi obblighi, può trovar nella gloria, nell'ambizione,
nel buon successo mille compensi, ma la donna, se non sa crearsi la
felicità nel tetto domestico, non vi trova che la sventura o la colpa.
-- Di che frasi sonore mi rintronate il capo! La colpa! Le donne
virtuose sanno rimaner tali anche nell'infelicità.
-- Nell'infelicità sì, -- rispose vivamente il signor Maurizio,
sorridendo a fior di labbro, -- e quando un grande dolore, quando
un grande disinganno occupa l'animo, io credo che la donna abbia
in questo disinganno e in questo dolore una salvaguardia contro le
tentazioni. Nel -Paolo Forestier- dell'Augier v'è un tipo di donna la
quale, per vendicarsi dell'uomo che adorava e che l'ha abbandonata,
si getta nelle braccia di un altro ch'ella disprezza, precisamente
nel giorno e nell'ora in cui deve accadere il matrimonio del suo primo
amante. È un concetto bizzarro che si fonda sopra l'ipotesi d'un fatto
possibile forse, ma non verosimile. Ciò che invece, a mio parere,
mette la donna sempre al limitare della colpa si è quella condizione
malaticcia dell'animo che non è la gioia e non è il dolore, vaga,
indefinita, vaporosa come il crepuscolo, piena di desideri che non
sanno acquistar forma e contorno, piena di malinconie che non hanno
nome e non saprebbero spiegarsi a sè stesse. Una donna che dice: --
-sono incompresa-, -- molte volte comincia col non comprender sè stessa,
ed è in quello stato di perplessità che costituisce un eterno pericolo.
Chi non sa che cosa si voglia accetta facilmente gli esperimenti,
perchè suppone che l'ideale sognato possa capitare quando meno si
crede. Gli è appunto il caso della vostra Evelina. Le è sfuggita una
frase ch'io colsi benissimo: -- Capisco -- ella disse -- che fra lui e me
non c'è modo d'intendersi. -- Ora, questa frase, sia che racchiuda un
profondo scoramento o una smisurata superbia, rivela in vostra nipote
l'intenzione di lasciare che le cose vadano per la loro strada. La sua
anima non è più occupata da suo marito....
-- Ma chi vi dice queste cose?
-- Lasciatemi finire. Il suo cuore è una casa vuota, e una casa vuota
può sempre trovare un pigionale nuovo.
-- Oh Maurizio -- esclamò la signora Anna alquanto risentita, e facendo
atto di alzarsi in piedi -- basta di ciò. Voi sapete quanta libertà
abbiate in questa casa, e come io vi consideri più che di famiglia:
ma ogni confidenza ha un limite, e io non posso concedervi queste
supposizioni sul conto di Evelina. Sermoneggiate me quanto vi piace, ma
lasciate stare quell'angiolo.
-- Via, non siate cattiva -- rispose il vispo vecchietto, tenendo la
signora Anna pel lembo dell'abito e non permettendole di muoversi dalla
seggiola. -- Rispetto la vostra tenerezza di nonna, e non vi dirò per
questa sera nulla più sul conto di Evelina. Ma senza insistere sul caso
speciale, vi ripeto che degli angeli ne ho visti perder l'ali parecchi,
e molte virtù naufragare, e molte altre salvarsi per un accidente; che
so io! per un soffio di vento o per un raggio di sole.
-- Che cosa c'entrano il vento ed il sole?
-- Oh se c'entrano! -- soggiunse il signor Maurizio, stropicciandosi le
mani -- volete proprio che ve la racconti la storia d'un raggio di sole?
La signora Anna sorrise, die' una rapida occhiata all'orologio che
stava sulla -consolle- e segnava le dieci e mezzo, e poi, voltasi al
suo interlocutore: -- Avete una voglia matta -- rispose -- di narrare
una delle vostre storielle che sono assai più numerose de' giorni
dell'anno. Posso concedervi tre quarti d'ora. Ma patti prima, mio caro.
Voi avete l'abitudine delle impertinenze, e io non ne voglio; avete
certi frizzi di cattivo genere, e io non amo sentirli; onde, o voi
state nei termini, o andate a raccontare le vostre frottole al caffè od
al casino.
-- Accetto le condizioni. E anzi perchè non vi sia il caso che io le
dimentichi, vi prego ogni volta ch'io stessi per uscire di strada, di
richiamarmi all'ordine come se voi foste il presidente di un'assemblea.
-- Si guardò attorno, e, adocchiato sul tavolino un paio di forbici, le
sospinse fino alla signora Anna, dicendole: -- Questo sarà il vostro
campanello. Quando voi alzerete queste forbici, capirò che bisogna
ch'io renda più castigate le mie espressioni.
-- Siete pure il gran fanciullone -- sclamò la signora Anna. -- Ora
parlate.
-- Adagino, adagino. Ho pur io una condizione da imporvi.
-- Sentiamola un po'.
-- Che quando io serbi quei modi di gentiluomo che mi prescrivete,
voi mi lascerete andare sino al fondo della mia storia, anche se per
avventura si trattasse di cosa che vi fosse già nota.
-- O come potrebbe essere?
-- Chi sa? Non è poi impossibile che l'abbiate udita a raccontare da
qualchedun altro.
-- E in questo caso voi vi sta a cuore di farne la seconda edizione?
-- Mi sta.
-- Ebbene, sia pure come vi aggrada.
-- Ho la vostra parola?
-- Ma sì, ma sì: vi occorre altro?
-- Datemi la mano?
-- Dio buono! Quante formalità! Si direbbe che voleste iniziarmi a
qualche loggia massonica. Eccovi la mano.
La signora Anna porse al Dardi una manina che l'età non aveva nè troppo
dimagrata nè troppo ingrassata; una manina giovine, se si potesse usare
questa frase, tanto ne erano ben tornite le forme, e morbide e delicate
le tinte, e pieni di una nervosa irritabilità i movimenti. Il lepido
vecchio parve molto compiacersi di quella stretta, e poich'ebbe tenuta
per alcuni secondi nella sua destra la destra della signora Anna si
soffiò due volte il naso, e si raschiò la gola come chi si accinge
a una perorazione accademica. Ella intanto, da avveduta massaia,
accendeva la macchina del tè, dicendo scherzosamente:
-- Perchè non accada ch'io pigli sonno durante la vostra chiacchierata,
mi preparo a bevere una seconda tazza.
-- Questa disgrazia non accadrà, maligna che siete, me ne fo
mallevadore. E comincio. Vi avviso però che quello ch'io faccio è il
racconto d'un racconto. Un amico a cui la faccenda è toccata, me la
narrò in tutti i suoi particolari. È una storia vera, capite?
-- Oh che bella verità, passata per due filtri; quello dell'amico e il
vostro!
-- La storia rimonta a poco meno di quarant'anni addietro -- continuò
il signor Dardi senza preoccuparsi dell'interruzione. -- Il mio amico
che ora è vecchio come me.... e come voi, era allora giovane e bello
com'ero io.... e come eravate voi in quel tempo.
-- Questo non ha che fare.
-- Egli aveva da poco finito i suoi studi all'università lasciandovi
fama d'ingegno piuttosto vivace che peregrino, di coltura piuttosto
varia che profonda. Comunque sia, in un tempo nel quale alle università
si studiava pochissimo, egli poteva ragionevolmente passare tra i
giovani più valenti, e quelli ch'erano tali davvero lo accoglievano
a braccia aperte nei loro crocchi ove il suo buon umore costante
contribuiva a tener allegra la brigata. E, fra parentesi, vi
contribuiva anche un po' la sua borsa, perchè egli era ricco e gli
studenti ricchi possono contarsi come le mosche bianche. In complesso
era davvero una eletta brigata di giovani, disseminatasi poscia qua e
là secondo le necessità della vita o i capricci del caso. Per una di
quelle bizzarrie che non sono sì rare, il mio amico s'era legato di
più intimo affetto con quello che, fra tutti gli altri del gruppo, si
discostava maggiormente da lui pel carattere. Quanto egli era festevole
e spensierato, altrettanto l'amico suo era serio e meditabondo, nè
la tempra del loro ingegno era meno dissimile di quella della loro
indole. L'uno andava qua e là succhiando il miele da tutti i fiori,
amava la poesia, la musica, la pittura; l'altro coltivava con assiduità
piuttosto germanica che italiana gli studii filosofici, giuridici,
storici. Ma, singolare a dirsi eppur vero, quegli che possedeva una
natura d'artista aveva un fondo di scettico incorreggibile, l'altro
sotto le gelide apparenze celava una buona fede da non potersi
immaginar la maggiore. Quanto alla severità della sua indole, e alla
rigidezza claustrale de' suoi costumi, vi basti sapere che non c'era
mai stato caso, mentre eravamo studenti insieme all'università....
-- O che cosa c'entrate voi?
-- Avete ragione. Adopero la prima persona credendo di far parlare il
mio amico.
-- Che amicizia! La vi fa persino dimenticare la vostra identità
personale, come dicono nei giornali di giurisprudenza di mio marito.
Proprio come Oreste e Pilade!....
-- Via, mi fate perdere il filo con le vostre malignità. Che cosa
dicevo? Ah dicevo che gli sforzi fatti per addomesticarlo erano
falliti, che non era stato possibile di renderlo soggetto alle
debolezze della sua età! A ventitrè anni, egli era....
La signora Anna mosse un momento le forbici e il signor Maurizio cambiò
metro.
-- Ma ciò poco importa. Nemmeno le quistioni politiche, e qui spero che
mi lascerete parlare, lo preoccupavano più che tanto. In quel tempo
singolare nella quale dalle poesie del Baffo e del Buratti (oh non fate
smorfie perchè le avrete lette anche voi) si passava alle liriche del
Berchet; e alla porta dei teatri e delle sale da ballo vi aspettava
talora la sedia di posta che doveva condurvi allo Spielberg, in quel
tempo in cui pareva non esservi posto nella vita che per la -farsa- e
per la tragedia, il nostro originale era riuscito a tenersi ugualmente
lontano dalle seduzioni del mondo elegante e da quelle allora assai
più nobili, ma assai più pericolose, delle società segrete. E non era
diffidenza, chè, come dissi, il suo animo era alieno dai sospetti; e
non era viltà, chè egli non aveva sortito natura codarda; era soltanto
quella sua grande passione dello studio che soverchiava in lui gli
altri affetti e gli altri pensieri, e lo rendeva noncurante di molte
cose che esercitavano un fascino sulla comune dei giovani.
Potete immaginarvi come rimanessero i suoi compagni quando seppero un
giorno ch'egli era perdutamente innamorato. Come! E di chi? Queste
domande correvano di bocca in bocca, e per uno o due giorni tutti
malignavano dicendo: Sta a vedere che grossa corbelleria egli ha
commesso!
-- -Egli!- -- interruppe la signora Anna. -- Abborro gli anonimi.
-- Volete proprio che ci mettiamo in regola con lo stato civile? Ebbene:
il mio amico lo chiameremo Ugo, e all'amico del mio amico imporremo
il nome di Alberto. Alberto adunque, poichè di lui si parla in questo
momento, non aveva commesso quella grossa corbelleria che gli si
attribuiva. Certo egli aveva avuto un gran torto ad innamorarsi sul
serio, ma almeno non s'era appigliato nè ad una brutta, nè ad una
civetta, nè ad una stolida; com'era pur verosimile in un uomo che aveva
sì poca pratica di queste faccende.
-- O che non aveva forse gli occhi codesto signor Alberto?
-- Occhi da erudito, mia cara Anna, buoni da decifrar palinsesti, e
capaci di fermarsi con maggior compiacenza sopra un'iscrizione in
lingua sanscrita che sulle forme divine della Vergine di Milo. A ogni
modo, la fanciulla amata da Alberto era tale da affascinare qualunque
anima d'artista. Non ve ne farò la descrizione. Mi basterà dirvi che
gareggiavano in lei la bellezza, l'ingegno e la grazia. Era una grazia
schietta, spontanea, che spirava da tutta la persona come l'olezzo
dal fiore, era un ingegno vivo, elegante, poetico, era una bellezza
piena a un tempo d'abbandono e di fuoco, di soavi malinconie e di
celesti sorrisi... E quella fanciulla non aveva, io credo, che sedici
a diciassett'anni....
-- Ih! come vi riscaldate: si direbbe che parlaste di una vostra
innamorata di ieri.
-- Cara mia, le cose paiono vicine o lontane secondo che sono più o meno
scolpite nella memoria....
-- Parlerete, io spero, della memoria del vostro amico.
-- Certamente, -- rispose il signor Maurizio con disinvoltura, quantunque
quella inchiesta suggestiva lo avesse un po' sconcertato. -- Ma io mi
investo ne' casi suoi.
-- Siete pure il prezioso amico, -- insinuò con un filo d'ironia la
signora Anna. -- Ma, a proposito, il nome di questa Dea?
-- Diamole nome Giulietta.
-- O c'è un Romeo?
-- Può darsi: non precipitate.
-- Già capisco tutta la vostra storia peregrina. È uno dei soliti
innamoramenti.
-- Ma per carità, mi avete promesso di non interrompermi. Lasciatemi
adunque tirare innanzi. La bella Giulietta, sorpresa dalla
dichiarazione di un giovine ch'ella aveva conosciuto il dì innanzi,
cominciò coll'esserne sgomenta, ma poi quella sua anima delicata e
gentile non potè a meno di rispondere a un affetto così vivo ed onesto,
così rispettoso nella sua violenza, e così lusinghiero per l'amor
proprio di lei. In generale anche le donne leggiere e che non vanno
pazze per l'ingegno piegano il capo dinanzi al buon successo: e Alberto
era fra i giovani più celebrati della università e tra quelli a cui si
augurava un più splendido avvenire. L'indole severa del suo intelletto
e dei suoi studi non era invero tale da affascinare una giovinetta
sedicenne, ma d'altronde come respingere un uomo del suo valore? Come
ributtarlo da sè, s'egli, tra mille, aveva scelto lei, modesta ed
oscura? Ecco perchè la fanciulla, pur non dividendo l'entusiasmo del
suo amante, porse orecchio benevolo alle sue parole e promise a sè
stessa che col tempo lo avrebbe ricambiato di uguale trasporto. Come si
rimovessero gli ostacoli frapposti dalla famiglia, come il matrimonio
si concludesse quando Alberto aveva appena ricevuta la laurea, sono
cose di cui non mette conto tener parola. Eppoi sapete ch'io non posso
scendere a troppo minuti particolari per non tradire il segreto che mi
è confidato. Questo bensì vi dirò, che gli amici di Alberto, dopo le
sue nozze, si sentirono sollevati da un gran peso sullo stomaco, perchè
egli li aveva noiati fuor di misura co' racconti della sua gelosia, de'
suoi dubbi e delle sue escandescenze. In alcune anime l'amore scende
come una pioggia benefica sulla terra preparata a riceverla; le compie,
le rallegra, le avviva, le fa capaci di spargere intorno a sè una gioia
pacata e serena: in altre invece esso irrompe come l'uragano sopra
un suolo granitico in cui l'acqua non filtra lentamente ma s'arresta
alla superficie formando larghe pozze e rigagnoli: anzichè assimilarsi
al loro organismo, l'amore crea in queste anime uno stato inquieto,
morboso, e toglie alle loro manifestazioni quel gentile riserbo,
quella verecondia soave che le mostra ricordevoli oltre che del
proprio pudore anche del pudore dell'essere amato. Alberto era, nelle
sue confidenze, pettegolo, indiscreto, qualche volta persino brutale;
tanto lo sgomentava la trasformazione esterna che s'era operata in lui,
tanta era la disarmonia, da lui non perfettamente compresa, fra questa
passione e il resto dell'esser suo.
«Allorchè egli divenne marito, le tendenze ingenite del suo animo e del
suo ingegno ripresero il disopra. Come coloro che, dormendo, ricevono
una impressione fisica che si mesce ai loro sogni, tantochè quando
si svegliano, ogni altra parte del sogno svanisce fuori di quella
impressione che è viva e reale, così Alberto, ritornato in sè stesso,
vide dileguarsi l'incanto che lo aveva posseduto e solo restargli
a fianco, bella e gentile, più che desiderata compagna, la moglie.
Ambizioso per indole, Alberto scorgeva in lei piuttosto un inciampo
che un aiuto alla sua carriera, e gli mancava l'arte di nascondere ciò
ch'egli sentiva. Giulietta invece, la quale, come accade alle fanciulle
virtuose, aveva, dopo il matrimonio, preso a voler più bene che mai
all'uomo che aveala fatta sua, rimase profondamente mortificata di
questo cambiamento, ma col riserbo misto di dignità ch'era il fondo
del suo carattere non si faceva scorgere e chiudeva in sè il suo
dolore. Tanto inesperta da non prevedere ciò che era avvenuto, ella
non sapeva per anco, a malgrado della sua intelligenza, scoprire i
mezzi di ripararvi. Non sapeva ancora che, mescolandosi agli studî ed
alle aspirazioni di suo marito, divenendo un valido sussidio de' suoi
lavori, ella avrebbe potuto riafferrare quell'amore che le fuggiva.
Le afflizioni senza lamento non hanno nemmeno la sodisfazione d'essere
intese dagli altri, o, se sono intese, porgono un facile appiglio a chi
vuol far le viste di non avvedersene. Chi non si lagna non soffre, dice
l'egoista, e chi ha la vita troppo affollata di occupazioni è spesso
egoista. Il tempo che è la stoffa del lavoro e della produzione è anche
la stoffa dei sentimenti. Se chi nulla fa nulla aggiunge al capitale
materiale della società, chi non riposa mai non aggiunge nulla al suo
capitale di gentilezza e di simpatia. A ciò gli economisti non hanno
pensato.
«Non erano corsi due mesi dalle nozze, che Alberto e Giulietta vivevano
in un'orbita diversa: egli tutt'inteso a' suoi studî; ella in una
solitudine malinconica che lasciava buon giuoco ai pellegrinaggi
della sua fantasia. Quantunque non ne andasse pazza, avrebbe gradito
i piaceri delle sue coetanee: i teatri, le feste, i ritrovi geniali;
ma suo marito o non aveva agio di condurvela, o conducendovela,
si rincantucciava con tanto di muso in modo da toglierle tutto il
divertimento. Nondimeno, ella avrebbe potuto passarsene. Spirito culto,
riflessivo, tranquillo, ella anelava essenzialmente a quella felicità
che nasce dal continuo scambio d'impressioni e di pensieri tra due
persone che si apprezzano e s'amano, e, sposandosi, aveva creduto
che questa felicità non dovesse mancarle. Vedendosi delusa nella sua
aspettazione, si trovava simile a chi s'accorge a mezzo il cammino
d'aver smarrito la via, nè sa qual nuovo sentiero debba prendere per
arrivare alla meta. Intanto compieva di per sè la manchevole educazione
del chiostro, faceva disordinatamente, febbrilmente, accatastando
lettura su lettura, gli studî ch'ella aveva sperati comuni con suo
marito. Già libri non ne mancavano nella sua nuova dimora.
«Aveva, più che le abitudini, gl'istinti dell'eleganza, e abbenchè
uscisse di rado assai, era sempre accuratissima nel vestito e
nell'acconciatura. Questa sua innata eleganza ella aveva saputo
infondere non in tutta la casa, ma in uno stanzino che era il suo
nido, il suo tempio. Era uno stanzino appartato del primo piano a
cui si giungeva anche per una scaletta laterale che da un andito
contiguo metteva in giardino. Le pareti d'un azzurro chiaro erano
fregiate di stucchi bianchi, e pure a stucchi era il palco leggiermente
arcuato....»
La signora Anna si scosse e chiese:
-- O come sapete voi tutti questi particolari?
-- Oh bella! Me li ha detti l'amico. Ma vi prego di non farmi perdere
il filo del racconto. La finestra del gabinetto (ve n'era una sola, ma
grande) dava sul giardino cinto da un muro basso, e di là dal quale
erano altri giardini più vasti, più signorili, con bellissimi abeti.
In un punto la verdura era men fitta e lo sguardo indovinava un ampio
orizzonte. I mobili.... debbo parlare anche dei mobili?
-- Come siete noioso! Lasciateli lì i mobili, e venite al punto.... O
se non volete venirci presto, smettiamo, chè già capisco che non val la
pena di continuare.
-- Via, non v'impazientite. L'avete forse intesa ancora questa storia?
A ogni modo dovete stare ai patti e lasciarmi dire. Sarebbe la prima
volta che manchereste alla vostra promessa.
-- È vero. Proseguite, ma senza digressioni.
-- Sarà difficile, perchè non è mio costume. La mia fantasia va sempre
caracollando e mai al galoppo. Ella ama far sosta qua e là, e cogliere
i fiori pendenti dagli arbusti lungo la via: le corse precipitose alla
Mazeppa non son fatte per lei.... Però torniamo a bomba, lasciando
stare i mobili. Vi chiedo grazia soltanto per una biblioteca d'acero
a lustro, piccina, graziosa, elegante, che era l'altare di quel
tempietto, tutto silenzio e raccoglimento. La giovine vi teneva i suoi
libri, una cinquantina di volumi al più, ma scelti e legati con ottimo
gusto. Ed ella stava lì soletta le lunghe ore del giorno, ora leggendo,
ora fantasticando alla finestra, certa, o quasi, di non veder giungere
suo marito fino all'ora del pranzo. Visite ne faceva poche, e quindi
poche ne riceveva, perchè le era troppo tedioso il sentirsi dire che
una sposina non doveva fare una vita così ritirata, e perchè abborriva
da quel sistema comodissimo che hanno tante mogli di lasciar sparlare
dei loro mariti senza negare nè assentire.
«Il mio amico che abbiamo detto di chiamar Ugo non abitava la medesima
città, ma veniva di tratto in tratto a visitare il suo compagno
di studî, ed era accolto festosissimamente anche dalla Giulietta
che vedeva una volta tanto una faccia aperta e gioviale. In quelle
sue visite che non solevano durar più di tre o quattro giorni egli
alloggiava sotto il tetto di Alberto, portandovi un soffio di vita,
un'eco del mondo esterno a cui quella casa pareva chiusa del tutto.
Ugo era elegante, frequentava i teatri, le società, e quindi non gli
mancavano mai argomenti da discorrere. Figuratevi! Erano quelli i
tempi della Pasta a della Malibran, della -Norma- e dell'-Otello-. La
Giulietta, che amava tanto la musica, non aveva mai potuto persuader
suo marito ad uscir per una settimana da quella loro misera cittadina
di provincia e condurla a vedere gli spettacoli della capitale. Onde,
quando Ugo gliene parlava, ella sentiva venirsi l'acquolina in bocca,
e pendeva de' suoi labbri con una curiosità piena di emozione. Non c'è
da maravigliarsi di questa parola. A que' tempi in Italia i trionfi
musicali destavano un vero entusiasmo. Lo dissi già prima; non c'erano
che due cose da fare: o cospirare, o divertirsi; o andare in carcere, o
andare a teatro.... semprechè non si preferisse di andare in entrambi i
luoghi. Alberto chiamava frivolezze questi discorsi, ma, in ogni modo,
poichè egli aveva ottimo cuore, riceveva l'amico suo a braccia aperte,
e quando questi gli diceva a tu per tu ch'egli aveva torto a trascurare
sua moglie, giovine, bella, adorna di tutte le virtù, gli dava un mondo
di ragioni, scusandosi soltanto col pretesto delle sue mille faccende e
della serietà de' suoi studi. Comunque sia, la presenza d'Ugo, ch'era
forse uomo un po' leggiero, ma certo vivacissimo e pronto d'ingegno,
era una vera provvidenza per quella casa. Per la Giulietta, egli non
provava che una viva amicizia, e poi la sincera e devota affezione che
lo legava ad Alberto avrebbe soffocato nell'animo di lui ogni altro
sentimento. Quanto maggiore la sicurezza tanto maggiore la confidenza:
confidenza fraterna, e quasi infantile.... Io non capisco, la mia cara
amica, perchè andiate agitandovi sulla sedia, mentre non mi sembra di
dir cosa che sia o possa parervi sconvenevole punto. Perciò vi supplico
che ve ne stiate buona e tranquilla, poichè la mia eloquenza, per
mantenersi, vuole il raccoglimento dell'uditorio.
-- Siete un grande originale -- rispose la signora Anna, sorridendo
fuggevolmente. -- E se vi dessi una tazza di tè, non mi risparmiereste
la seconda metà della vostra storia?
-- Accetto la tazza, ma continuo.
La signora Anna die' una scrollatina di testa come se volesse dir
nuovamente: -Che matto-! e versò il tè al suo lepido interlocutore.
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