si sentì quasi felice. È pur vero che noi non possiamo sbarazzarci affatto dell'amor di noi stessi nemmeno negli slanci più generosi dell'animo, e la soddisfazione di lenire un dolore altrui ci fa sovente dimenticare che sarebbe assai meglio che questo non ci fosse. Di lì ad alcune settimane il signor Menico tornò a visitare l'infermo. Aveva ancora la tosse e un filo di febbre, ma era pieno di speranze. La finestra della sua cameretta era spalancata, e il sole veniva a lambire il suo letticciolo, e le dolci aure di primavera accarezzavano la sua fronte. -- Che cosa le mandi a dire alla Gegia? -- chiese a Carletto la vecchia madre che gli sedeva vicino e lo guardava teneramente. -- Che sto meglio, e che mi alzerò domani e uscirò presto di casa giacchè ormai siamo in aprile e non ho più paura. -- Oh sì -- soggiungeva la madre. -- La primavera è un gran balsamo per te. -- Chi sa, domenica forse -- ripigliò il malato appoggiandosi su un gomito -- potrò andare a messa... E chi sa che non mi spinga fino dalla Gegia... -- Bada -- interruppe la vecchia -- non troppe cose in una volta. Ci andrai lunedì dalla Gegia... E bisogna che tu vada anche dall'avvocato... -- Sicuro; perchè egli mi passa sempre lo stipendio e mi conserva l'impiego... Insomma, o domenica o lunedì, se dura questo bel tempo la signora Gegia mi vedrà senza fallo. Il buon Menico, nel riferire questi discorsi alla ragazza, tentennava un po' la testa, come a significare ch'egli non credeva a questa rapida guarigione; ma la Gegia gli diceva che egli era sempre stato un pessimista ed ella aspettava senza fallo Carletto per lunedì. Non isperava nulla per sè, non s'illudeva più nel bel sogno d'essere amata: le bastava rivederlo. XII. Senonchè, fino dalla mattina di quel lunedì atteso con tanta impazienza ella s'accorse che per quel giorno almeno le era forza rinunziare alla visita del convalescente. La temperatura s'era abbassata da un punto all'altro; pareva tornato l'inverno. Veniva giù un'acqua fitta, spirava un vento freddo che soffiando di tratto in tratto più forte faceva sbatter le imposte e moveva in giri capricciosi il fumo dei camini. Oppressa da una malinconia tetra, invincibile, la Gegia non trovava il verso di mettersi al lavoro. Ella stava immobile a sentir lo scroscio della pioggia, a guardar le goccioline che si formavano dietro i vetri della sua finestra chiusa e colavano a guisa di lagrime. E pensava a Carletto che aveva tanto bisogno del sole e a cui forse una giornata come questa ritardava di qualche settimana la guarigione... Forse egli era rimasto a letto, forse contemplava anch'egli mestamente il cielo color della cenere e si ravvolgeva entro le povere coltri per ripararsi dall'aria umida che penetrava nella sua camera attraverso le imposte sconnesse. Assorta nelle sue tristi fantasie, la ragazza non sentì bussare una prima volta alla porta. Quando si bussò di nuovo: -- Chi è? -- ella chiese in sussulto. -- Amici. Non istà qui una signora Gegia? -- Sì -- ella rispose e tirò il cordone. Entrò un ometto di bassa statura con un pastrano che gocciolava da tutte le parti e sotto il quale pareva ch'egli nascondesse qualche cosa. La fisonomia non era nuova alla Gegia, ed ella che vedeva così poca gente, non tardò a riconoscerlo per la persona a cui la serva dell'avvocato Galeni aveva consegnato il vaso d'erbarosa. Egli veniva senza dubbio da parte di Carletto, ed è facile immaginarsi come battesse in quel momento il cuore della povera paralitica. -- Ah! Ho avuto il piacere di vederla un'altra volta -- soggiunse il nuovo arrivato, levandosi il berretto e scuotendolo in modo da spruzzar d'acqua i mattoni del pavimento. -- Sant'Antonio Abate! Che brutto tempo... Basta; ho un incarico poco allegro per questa signora Gegia... È lei, non è vero? -- Sono io!... Che c'è mai? -- Un incarico di Carletto. -- Di Carletto! -- esclamò la ragazza impallidendo. -- E come sta? -- Eh, sta meglio di noi adesso. -- Ma si spieghi... per carità... non mi faccia credere... -- Cara la mia -tosa-, ci vuol pazienza... Il Signore lo ha chiamato a sè. -- Morto? -- gridò la Gegia. -- Morto? -- Pur troppo. Stamattina alle 9. -- Oh Dio! -- È morto come un santo... -- Ma non istava meglio? -- Era spedito dal medico da un pezzo, ma son di quei mali!... Ancora ieri s'è provato ad alzarsi.... Iersera poi si sentiva più debole e ha voluto confessarsi e comunicarsi.. Io che sono il sacrestano della parrocchia avevo seguito il prete, e quando Carletto s'accorse ch'ero là, mi disse: -- Girolamo, più tardi, di qui ad un'ora, passate da me. -- Così ho fatto... Il poverino stentava a respirare, ma appena mi vide mostrò una gran consolazione e mi disse: -- Girolamo, dovete farmi un piacere. -- Mille, viscere mie, io gli risposi. -- Figuriamoci, l'ho visto nascere, e suo padre ed io eravamo come due fratelli. -- Ebbene -- egli ripigliò dopo aver preso fiato -- di facciata al portone dell'avvocato Galeni ci sta una povera -tosa- di nome Gegia, ch'io vedevo ogni giorno dalla finestra dello studio e che ha sempre mostrato molta premura per me. Quando sarò morto, e ormai sento che non passerò la giornata di domani, portatele quel vaso d'erbarosa ch'è lì sul balcone e che siete andato a riprendere poche settimane or sono... povero Girolamo, tant'era che non vi facessi fare che un viaggio solo... portateglielo per memoria mia, e salutatela tanto, e ditele ch'io pregherò il Signore e la Madonna perchè la facciano guarire delle sue infermità... e che si ricordi qualche volta di me... -- Oh me ne ricorderò sempre, sempre -- proruppe la Gegia in mezzo ai singhiozzi. L'altro intanto aveva deposto sopra una sedia la pianta d'erbarosa e si soffiava romorosamente il naso con un fazzoletto blù. -- Si dia pace... non faccia disperazioni... Tanto ha finito di patire... Se avesse visto com'era ridotto... -- Povero giovine! Povero giovine! Così buono! -- Oh buono sì... E timorato di Dio, sa... Non come tanti... Egli veniva sempre alle funzioni... Don Agostino, quando lo ha lasciato iersera, disse a me: -- Quello lì va in Paradiso dritto. -- E la sua mamma? -- Oh le mamme, si sa, stentano a rassegnarsi... Ma anch'ella stamattina mi disse asciugandosi gli occhi: -- Vi raccomando di eseguir la commissione del mio Carletto... E la saluterete anche per me, quella -tosa-. -- Grazie, grazie... oh come pagherei a potermi muovere e a venirla a trovare!... Ma è inutile!... E come vivrà adesso? -- C'è una sua sorella maritata con un orefice, e quella si è obbligata a passarle un tanto... Poi ha ancora quei quattro stracci di suo marito. -- O senta -- replicò la Gegia -- io sono una poveretta, ma se la mamma di Carletto dovesse trovarsi nella miseria, io darei tutto quello che ho per sollevarla... Glielo dica, sa, per l'amore che portava a quel giovine... glielo dica... E adesso, scusi, mi dia qui quel vaso. Ella prese e guardò quella pianta come si prende e guarda un bambino; poi la depose dolcemente ai suoi piedi, si frugò nelle tasche e trattone un biglietto da due lire, lo porse al sacrestano. -- Giacchè è tanto buono; faccia dire una messa al nostro defunto anche per me... Lo hanno già portato in chiesa? -- Oh no, lo porteremo domani... E sia tranquilla che si faranno le cose per bene... Le ripeto che tutti lo amavano... e ci sarà un funerale da povera gente... ma decoroso... Sono trascorsi alcuni anni, e la Gegia passa ancora le giornate al solito posto. Non sorride mai, non canta più, ha già qualche cappello bianco e qualche ruga sul fronte. Guarda spesso verso la finestra dirimpetto e i suoi occhi si bagnano di lagrime. Ella non sa persuadersi che un dì o l'altro non debba tornare Carletto a quella finestra e dirle: -- Buon giorno, signora Gegia. LE CHIACCHIERE DELLA NONNA «Egli le sì gettò ai piedi esclamando: Vi amo!» Quando l'Adelina ebbe letta questa frase, ella posò dispettosamente il giornale sopra la tavola e disse: -- Qui termina l'appendice, e bisognerà aspettare fino a domani. Non potevano stampare una riga di più e farci sapere che cosa abbia risposto la signora Clotilde? La nonna sorrise. -- Povera signora Clotilde! Ella si trova in una situazione difficile e vogliono lasciarle un giorno da pensarci su. La contessa Olimpia (la chiamavano -contessa-, quantunque a rigore ella non avesse più diritto a portare il suo titolo di famiglia dopo essersi sposata con un ricco banchiere) era una bella vecchietta sulla settantina. Occhi vivi e intelligenti, sorriso arguto e benevolo, persona svelta ancora ed elegante, a malgrado dell'età. Quel giorno ella aveva in capo una cuffia bianchissima con nastri verdi scuri e indossava un vestito di seta nera che dava risalto al candore del carnicino e dei polsini insaldati. Adagiata in una poltrona a molle, coi gomiti appoggiati ai bracciuoli, con la testa protesa in avanti come chi ascolta, la contessa Olimpia aveva seguito attentamente la lettura della nipote. L'Adelina poteva avere diciannove anni, ed era leggiadrissima di volto e di forme. Somigliava alla nonna negli occhi bruni, mobili ed espressivi; ma quegli occhi avevano una qualità che quelli della nonna non potevano avere, il fuoco della giovinezza. Nonostante il mezzo secolo e più che le divideva, le due donne s'intendevano e s'erano sempre intese fino dal giorno in cui l'Adelina, appena venuta al mondo, dopo aver strillato in braccio della levatrice, della balia e del babbo, s'era acquetata sulle ginocchia dell'ava. Nonna e nipote erano la gioventù della casa; i genitori e le sorelle dell'Adelina appartenevano alla razza di quelle creature linfatiche, che sono già vecchie a vent'anni e che non corrono mai rischio di smarrirsi per via, perchè camminano dentro un fosso. La contessa Olimpia, ava paterna dell'Adelina, aveva conosciuta e goduta la vita, aveva esercitato intorno a sè il fascino della grazia e della bellezza. I maligni pretendevano che a rivangar nel suo passato si potesse trovar qualche momento di oblio; era certo però ch'ella si conservava una persona simpatica, atta a compatire e a intendere gli altri, pronta a fare un sacrificio con animo sereno e viso ridente. Un suo difettuccio era quello d'essere un po' loquace, e questo difettuccio aveva la disgrazia di combinarsi con uno della nipote, d'essere un po' curiosa. Quando dico la nipote, voglio parlare dell'Adelina; chè le altre due erano floscie e insignificanti come i loro rispettabili genitori, e la nonna trovava che non c'era sugo a discorrer con esse. -- Eppure -- osservò l'Adelina -- gli uomini sono molto più arditi nei romanzi che nella vita reale. -- Uhm! -- fece in tuono dubitativo la contessa Olimpia. -- Non sei del mio parere, nonna? Ma scusa, per esempio, a badare ai libri, ci sarebbe ogni momento qualcheduno che si getta ai piedi di una donna.... E ho notato che la donna ha tre sistemi diversi.... Ti ricordi della novella del -Monde Illustré- del mese scorso? Quel cavaliere s'inginocchia davanti alla marchesa. Ella scuote il campanello, e dice al servo: -Eclairez Monsieur-. Questo è un sistema che non si può adottar che di sera. -- Pazzerella che sei. Smetti. -- -Sistema secondo-. -Egli- le si getta ai piedi secondo il solito, -ella- si alza sdegnata: Signore, voi violate le leggi dell'ospitalità; v'intimo di uscire.... Qui almeno non c'entra la servitù.... È vero che qualche volta il signore non esce. La nonna rideva. -- -Sistema terzo-. -Egli- fu come sopra; -ella- lo rialza cortesemente.... Mi pare un sistema da persone educate, ma è anche il più pericoloso. -- Sai, Adelina, che se la tua mamma ti sentisse.... -- Misericordia!... È appunto per questo che parlo quand'ella non c'è. -- Bell'onore che fai alla nonna. -- La nonna è più indulgente. -- Troppo indulgente. -- Non mi hai insegnato tu quella bella sentenza d'una scrittrice francese: -Tout comprendre c'est tout pardonner?- -- Ho fatto male a insegnartela. Certe cose non devono interpretarsi alla lettera. -- Sii buona, nonnina.... Dunque tu dici che anche nella vita reale gli uomini si gettano spesso ai piedi delle donne.... -- Io non ho detto nulla.... -- Ma l'hai lasciato capire.... È singolare.... A me non è accaduto mai.... -- Oh Adelina.... Non ti vergogni? Sei poco più di una fanciulla.... E vorresti? -- Tanto per vedere.... Deve fare un certo effetto.... Che effetto fa? La contessa Olimpia non potè a meno di ridere. -- Sai che è una domanda impertinente? -- Nonna, nonnetta, nonnina bella, se la cosa accade qualche volta, è impossibile che non sia accaduta anche a te.... -- O vediamo un po' la ragione, signora dottoressa. -- Perchè basta guardare il ritratto a olio appeso in salotto per dire: questa donna, nella sua gioventù, era affascinante. O gli uomini di quel tempo avevano un gran cattivo gusto, o.... -- Zitto, zitto, adulatrice. -- Nonna, nonnetta, nonnina bella, levami questa innocente curiosità; non s'è gettato nessuno ai tuoi piedi? -- Ma insomma? -- Il nonno, buon anima, che non ho mai conosciuto? La contessa si strinse nelle spalle. -- Lui?... Oh no.... Tuo nonno era un uomo serio e posato che attendeva ai suoi affari.... Egli chiese la mia mano ai miei genitori che gliel'accordarono.... Non c'era nessun bisogno ch'egli mi si inginocchiasse davanti.... Avevo allora sedici anni. -- Fosti sacrificata, povera nonna. -- No, no.... Mi trattò benissimo.... -- Ma aveva molti anni più di te.... -- Pur non era vecchio.... -- Ma non lo amavi. -- Non si ama mica quando si vuole.... Si viveva in buona armonia, quantunque ci fosse tra noi una gran diversità di carattere. Egli era freddo, calmo, positivo; io ero impetuosa, entusiasta, poetica;... egli avrebbe preferito una vita ritirata, io invece andavo pazza pei divertimenti, pei teatri, pei balli.... Dopo tutto, se uno di noi poteva lagnarsi era lui; perchè egli non aveva voluto impormi i suoi gusti ed io gli avevo imposto i miei. -- Quanto pagherei ad averti vista in quei tempi, la mia nonnetta! -- Non pagheresti nulla, perchè se tu mi avessi vista allora, saresti adesso all'incirca come me, con settant'anni sulle spalle, le grinze in viso e i capelli bianchi in testa.... Del resto, consolati, tutti dicono che mi somigli.... -- Dovevi esser più bella, dovevi vestire con un gusto squisito. -- Sì, non vestivo male.... E non ispendevo mica tesori.... Ma, sai, il buon gusto è una cosa che non s'impara; o lo si ha, o bisogna rinunziarvi.... -- Certo tu eri la regina di tutte le feste.... -- La regina è troppo, ma, non lo dissimulo, ero tra le signore più in voga.... -- Lasciamelo dire di nuovo; a costo di non esser più giovine adesso, avrei voluto vederti quand'eri fra i venti e i trent'anni, avrei voluto vederti nei balli, circonfusa di veli, splendente di gemme, vagheggiata da cento adoratori, superbi di raccogliere un tuo guanto, un fiore caduto dai tuoi capelli, assetati d'una tua parola, d'un tuo sorriso.... -- Eh ragazza mia, vedi che cosa è rimasto di tutto ciò. -- È rimasta una bella nonnetta.... E poi i ricordi non valgon nulla?.... -- .... Nessun maggior dolore Che ricordarsi del tempo felice Nella miseria.... -- Sì, lo dice Dante; ma tu mi hai fatto leggere l'altra settimana una poesia di De Musset che ha un'opinione contraria: Un souvenir heureux est peut être sur terre Plus vrai que le bonheur. -- Lei ha sempre la sua risposta pronta.... -- Non è vero, nonnetta mia; che gli uomini ti venivan dietro come tanti cagnolini? -- Sicuro che mi venivan dietro.... E c'era qualcheduna che ne aveva una rabbia.... La contessa Aureli specialmente. Era bella, ricca, più nobile di me che avevo macchiato il mio blasone maritandomi a un banchiere, e avrebbe voluto tener senza contrasto lo scettro della moda.... Ma per forza o per amore, doveva dividerlo meco.... Eravamo rivali, le due illustri rivali.... Il lunedì ella riceveva in casa sua, il sabato ricevevo io. Naturalmente ella veniva da me, io andavo da lei, non ci si poteva soffrire, ma si stava sempre insieme, per sorvegliarci a vicenda.... Se io non c'ero, ella aveva un gran circolo attorno; al mio arrivo tutti si alzavano e mi si faceva un posto presso la mia intima amica.... Il circolo si ricomponeva ma si badava a me.... La bellezza dell'Aureli era più regolare della mia, ma io piacevo di più; ella era più colta di me, ma la sua cultura era mal digerita.... la chiamavano l'-oca dotta-.... io invece avevo fama di essere una donna di spirito.... in quel tempo. -- Anche adesso, anche adesso. -- La contessa Aureli ambiva di farsi presentare gli uomini ch'erano in auge per una ragione o per l'altra, i forestieri sopratutto; già piuttosto che al vero merito ella guardava alla fama.... A ogni modo, ella riusciva ad aver le primizie di queste conoscenze, e noi, maligne, si diceva ogni lunedì: stasera l'-oca dotta- ha esposizione di animali rari. Infatti ella era lì in mezzo alle sue celebrità che poi conduceva alla sua volta negli altri -salons-, dondolandosi e gracchiando come il volatile domestico di cui le si era dato il nome: -Cuà, cuà, cuà-.... Povera Aureli!... A questi uomini illustri ella mi dipingeva in anticipazione quale una buona donnetta, un po' frivola, un po' vana.... Ond'io ero guardata sulle prime con qualche diffidenza.... ma non tardavo a prendere la mia rivincita.... In mezzo al corteo dell'Aureli c'era il buono e il cattivo, l'argento puro e l'argento -cristophle-, ed io sapevo distinguerli così presto! Dell'argento -cristophle- non mi curavo affatto, lo lasciavo tutto alla mia dolcissima amica; io badavo al buono e ti assicuro, Adelina mia, che gli uomini di vero ingegno non davano retta alla contessa Aureli, ma a me.... Che le valevano le sue citazioni dal greco e dal latino, le sue frasi lambiccate?... Io ero spontanea, incisiva, originale nelle mie osservazioni; avevo uno schietto entusiasmo per ciò che era grande, per ciò ch'era bello, avevo uno sdegno profondo per tutto ciò ch'era ignobile.... -- Voi avete una fisonomia vostra, voi siete -voi- -- mi disse un giorno una certa persona alla cui stima la contessa Aureli ci teneva di più. -- Ella è come l'acqua che s'adatta a tutti i vasi, come lo specchio che riflette tutte le immagini e non ne trattiene nessuna, come l'eco che ripete tutti i suoni.... La si ammira un momento, e si passa;... quanto a voi, vi si ammira.... e si resta. -- Nonnetta mia, come parlava bene quella -certa persona-! Chi era? -- Che t'importa il nome, la mia fanciulla? Quella persona è morta in esilio molto prima che tu nascessi.... -- In esilio? Una nube passò sulla fronte della contessa Olimpia; l'Adelina le si avvicinò, sedette sopra uno sgabello a' suoi piedi e si pose in ascolto senza batter palpebre. -- Eh Adelina, strani tempi eran quelli! Feste e baldorie alla superficie e sotto i piedi un vulcano. Quanti giovanotti azzimati, all'uscir d'un ballo, trovavano un commissario di polizia che li conduceva in prigione e di là allo -Spielberg-. Dopo il 1848 si cospirava con la speranza di riuscire; prima si cospirava con la certezza di sacrificarsi, e d'esser chiamati pazzi dagli spiriti positivi.... Allora ci voleva davvero una fede gagliarda, allora ci voleva una forza di carattere!... Uno di questi forti caratteri era.... era lui, quegli di cui ti discorrevo.... Apparteneva a una cospicua famiglia di Lombardia, era stato raccomandato alla contessa Aureli, l'avevo conosciuto presso di lei.... Non si sarebbe certo supposto ch'egli fosse un cospiratore. Era gioviale, elegantissimo, adorno di tutte le doti di società, parlatore facile e arguto, pianista distinto, e all'occasione perfino poeta estemporaneo. Io ero tentata di crederlo frivolo.... E invece egli era tra gli affigliati più attivi della -Giovine Italia-.... Si parlò per la prima volta di politica in un gran ballo dato da una delle nostre famiglie patrizie. C'era l'Aureli, c'ero io, c'erano tutte le signore della -high-life-, come usano chiamarla adesso, e c'era anche lui. I padroni di casa avevano poi stimato opportuno di comprendere tra gl'invitati alcuni ufficialetti austriaci.... Io ero italiana nel fondo dell'anima; mi faceva male la vista dei nostri oppressori; tremavo che uno di quegli ufficiali mi si facesse presentare e mi impegnasse per una -polka- o per una quadriglia.... Avrei voluto andarmene, ma come fare? Come avvertire mio marito, che s'era ritirato nella stanza da fumo insieme ad altri uomini seri?... Intanto gli ufficialetti trovavano liete accoglienze presso parecchie signore; l'Aureli mi passò vicino a braccio di un tenente; ma non c'era pericolo ch'ella me lo presentasse; era un principe, ed ella voleva tenerlo tutto per sè.... Girai gli occhi intorno; cercavo istintivamente -lui-.... il conte.... Forse egli poteva venirmi in aiuto. -- Ah! Era un conte? -- Sì... Lo vidi alla fine appoggiato allo stipite di una porta, e, appena egli rivolse lo sguardo dalla mia parte, gli feci segno col ventaglio di avvicinarsi. -- Siete accigliato stasera? Che avete? -- Nulla, contessa, ma me ne vado. -- No, non andate -- soggiunsi -- impegnatemi invece per tutti i balli che ho disponibili.... Qui c'è il mio libretto.... Riempite i vuoti col vostro nome... Lo so che ballate poco, ma si tratta di rendermi un servigio... Vi spiegherò poi... Fate presto. -- E gli posi in mano il libretto... Non c'era tempo da perdere, perchè proprio in quel punto la padrona di casa si fermava davanti a me con un ufficiale a braccio. -- Avete un -valzer- o una -polka- pel barone? -- ella mi chiese, presentandomi il suo tedesco di cui non rammento più il nome. -- Grazie, sono impegnata -- risposi. -- Per tutti i balli? -- Per tutti. -- Il barone non mi perdonerà certo d'essere arrivata troppo tardi -- ella disse. L'ufficiale aggiunse qualche complimento in pessimo italiano. Poi si allontanarono insieme. Io respirai. -- Era per questo? -- domandò il conte, che s'era tenuto alquanto in disparte. -- Sì, era per questo; non volevo ballare con un ufficiale austriaco. -- E io volevo andarmene appunto perchè c'erano gli ufficiali austriaci. -- Adesso siete contento di rimanere? -- Contentissimo; vi ringrazio e vi ammiro... più del solito. -- L'orchestra intuonò un -valzer-. -- È il quarto ballo, è mio -- esclamò il conte. Io mi alzai, egli mi cinse la persona col braccio, e ci slanciammo, cullandoci sull'onda dei suoni, in mezzo alle coppie che si urtavano, s'intrecciavano, si confondevano in una ridda vorticosa... Ah! la musica di quel -valzer- la ho ancora negli orecchi... E posso dire di aver presente tutta la festa come se fosse una cosa di ieri, onde al bisogno saprei descrivere perfino le -toilettes- delle signore, una per una... Che ciarliera di nonna, non è vero, Adelina? -- Parla, parla, mi diverto tanto.... E il conte? -- I miei sentimenti patriottici esercitarono sul suo animo un fascino maggiore della mia bellezza. Ebbi da lui confidenze che non avevano avuto i suoi più intimi amici, ed io sola, fra quante erano le sue conoscenti in Venezia, seppi che tempra di eroe egli avesse e quali cure ansiose e profonde si celassero sotto il suo sorriso.... Ero superba e tremavo... A ogni suo viaggio, e di questi viaggi a me erano ben noti gli scopi, temevo ch'egli non tornasse più..... Mi ricorderò finchè io viva d'una sera d'inverno.... Quanti inverni sono passati da allora, Adelina mia!... Il conte era partito da due mesi e non ne avevo notizia. Subito dopo pranzo m'ero ritirata nelle mie camere, e me ne stavo nel salottino da lavoro sentendo di fuori scrosciar la pioggia e il vento gemere sinistramente all'imboccatura del rio. M'ero messa a sfogliare un libro, poi avevo preso in mano il ricamo; poi, infastidita anche di questo, m'ero adagiata sulla poltrona davanti al caminetto. Ad un tratto s'aperse l'uscio dietro di me, e mi voltai in sussulto. -- Sono io -- disse una voce ben nota. Sentii che eravate qui e sono venuto senza lasciar tempo al servo di annunziarmi. -- Voi! -- esclamai, correndogli incontro. -- Ma perchè trasformato così? -- Il conte (era lui) non aveva più la sua folta barba. Egli si guardò attorno e mi chiese: -- Siete ben sicura che nessuno ci ascolti, che nessuno ci sorprenda? -- Chiusi gli usci di dentro. -- Ebbene? -- La polizia è sulle mie traccie -- egli soggiunse. -- Questa notte m'imbarco. -- Dio mio! Questa notte! E lasciate l'Italia? -- Per sempre forse -- egli rispose cupamente. -- Non ci vedremo più? -- diss'io congiungendo le mani. -- È per questo che scelsi la via di Venezia.... Per Genova mi sarebbe stato più facile l'imbarco, ma non vi avrei dato l'ultimo addio.... Come siete pallida, Olimpia.... e come siete bella nel vostro pallore!.... Figgete in me i vostri occhi stupendi ed il lume soave me ne resterà nell'anima per tutta la vita. -- Oh nonna, sentirsi parlare così! -- Egli era tanto eloquente ch'io pendevo rapita dalla musica di quella voce, dal fascino di quegli accenti.... Egli, il forte, egli che aveva la fibra d'un eroe di Plutarco, egli avvezzo al comando, egli era lì supplichevole davanti a me, povera donna.... Di fuori infuriava la burrasca, di fuori lo attendevano insidie infinite, la carcere forse, forse il carnefice, nella ipotesi men triste l'esilio; era in poter di me sola, prima che egli partisse, di versare qualche dolcezza su quell'anima esulcerata.... Oh certo, le coscienze rigide, inflessibili, mi condannano... -- Io no... -- Tu! Che ne sai tu della vita, o fanciulla? Vi fu qualche istante di silenzio. -- Finisci la storia, nonnetta mia -- disse timidamente l'Adelina. -- Conveniva romper gl'indugi. Ogni soverchio ritardo poteva esser fatale. Il conte volle che, in presenza sua, abbruciassi alcune lettere. -- Voi foste la mia confidente -- egli disse infine.... In quei tempi, Adelina mia, non ero la gran chiacchierona che sono adesso. -- Le cose che vi ho rivelate seppellitele nella vostra memoria, i nomi che avete intesi dimenticateli; se vi si interroga sul conto mio mostrate di avermi conosciuto solo come uomo di società... È impossibile misurar le conseguenze di una parola imprudente... E voi siete madre, non dovete affrontare inutili rischi.... -- Quand'egli si decise a partire, erano le dieci... -- E giunse in salvo? -- Sì, prima a Corfù, poi in Inghilterra... Ma la nostalgia l'uccise dopo tre anni.... Che cosa fai, Adelina? -- Nulla; rasciugo con un mio bacio quella lagrimetta che ti riga la guancia.... -- Basta; cose vecchie, cose vecchie -- disse la nonna, scrollando la testa come a cacciar via i pensieri importuni. -- E lei, signorina, è contenta di avermi tirato in lingua anche oggi?.... Faccio male, faccio assai male; bisognerà che mi metta un bavaglio alla bocca.... -- Nonnetta bella... -- Che c'è? -- Vorrei sapere... -- Ha saputo anche troppo, signora curiosa. -- Una domanda.... una sola. -- Via, sentiamo. -- -Quella sera-, dove mai s'era cacciato il nonno? -- Il nonno dormiva ogni sera nella sua camera dalle otto alle dieci. -- Ecco, dal suo punto di vista, sarebbe forse stato meglio ch'egli avesse dormito dalle sei alle otto. NEVICA Il termometro segna appena un grado sopra zero, il cielo è coperto di nubi bianche di cattivo augurio, spira un'aria rigida e acuta; che ragione può avere il signor Odoardo di starsene alla finestra della sua camera da studio alle nove della mattina? È vero che il signor Odoardo è un uomo robusto e ancora nel fior dell'età, ma via, non bisogna far troppo a fidanza con la propria salute, nè tirarsi i malanni addosso. Ahimè, ahimè, la ragione mi par d'averla scoperta. Dirimpetto alla finestra del signor Odoardo c'è la finestra della signora Evelina, e la signora Evelina ha gli stessi gusti del signor Odoardo. Anch'ella è li a prendersi il fresco, appoggiata al davanzale, in veste da camera, con le sue chiome bionde e ricciute che le cascano ogni momento sulla fronte e ch'ella respinge indietro con una leggiadra scrollatina di capo. La strada è abbastanza angusta e si può benissimo conversare da una parte all'altra, ma col tempo che fa non ci sono che due finestre aperte, quella del signor Odoardo e quella della signora Evelina. Non c'è che dire: la signora Evelina, venuta da qualche settimana ad abitare nella casa di facciata e una magnifica vedovella, i suoi capelli sono oro filato, la sua carnagione è un impasto di latte e di rosa, il suo nasino volto un poco all'insù non è greco sicuramente, ma è più gustoso che se fosse greco, la sua bocca fregiata di denti bianchissimi par che inviti ai baci, e i suoi occhi poi, i suoi occhi azzurri hanno la trasparenza di un cielo sereno, ed ella sa girarli in un modo! Nè le bellezze della signora Evelina finiscono lì; che persona giusta, spigliata, che linee morbide, eleganti, che manine, che piedi! Ah, signora Evelina, signora Evelina, comincio a credere anch'io che il signor Odoardo non abbia tutto il torto di starsene alla finestra a pigliare il fresco invece di chiuder le imposte e di mettersi vicino alla stufa che arde romorosamente nella stanza. Di lei piuttosto mi meraviglio, perchè in fin dei conti il signor Odoardo non è un brutt'uomo, ma è poco distante dai quarant'anni, ed ella non ne ha che ventiquattro. Così giovine e già vedova! Povera signora Evelina! È vero ch'ella ha una gran forza di carattere. Volge il sesto mese della sua vedovanza ed ella s'è omai rassegnata, quantunque il suo defunto marito le abbia lasciato appena quanto basta per vivere modestissimamente. Però la signora Evelina non ha imbarazzi di figliuoli, è sola, è padrona di sè e non dovrebbe esserle difficile di passare a seconde nozze, con quegli occhi, con quei capelli, con quel nasino volto all'insù. Non c'è niente di male a confessarlo, la signora Evelina aspira al matrimonio, e se il nuovo marito non fosse più di primo pelo, pazienza! Ora non è inutile a sapersi che il signor Odoardo è un uomo agiato, ed è vedovo anche lui... Che combinazione! Si sposino dunque, e che la sia finita!... Già è la conclusione ordinaria di queste faccende. Si sposino! È presto detto... Il signor Odoardo è ancora perplesso. Se si fosse trattato di levarsi un capriccio ho una gran paura che la perplessità gli sarebbe svanita. -Errare humanum est.- Ma la signora Evelina è una donna seria, non vuole frascherie, vuole un marito... oh la signora Evelina è una donna positiva; sa far girare le teste degli altri, ma sa tenere a posto la propria. È così furba la signora Evelina. Se è così furba, la spunterà. A forza di ronzarle attorno, il signor Odoardo terminerà col bruciarsi le ali. Questo è senza dubbio il suo parere, gentile lettrice, e non le dissimulo che è anche il mio. Così non può durare sicuramente. Le visite del signor Odoardo alla signora Evelina sono troppo frequenti; adesso ci si aggiungono anche i colloqui dalla finestra. Bisogna prendere una risoluzione, e il signor Odoardo ha una gran paura che la risoluzione gli sarà strappata più presto ch'egli non vorrebbe, in giornata forse, quand'egli si recherà a casa della vedova. L'uscio della camera da studio del signor Odoardo è proprio dirimpetto alla finestra. Perciò una corrente d'aria fredda che gl'investe la persona l'avverte che l'uscio fu aperto. E mentr'egli si volta, sente una voce cara e simpatica che gli dice: -- Addio, babbo, vado a scuola -- Buon dì, Doretta -- risponde il signor Odoardo chinandosi a baciare una vezzosa fanciulla tra gli otto e i nove anni, e nello stesso tempo dalla finestra dirimpetto la signora Evelina grida anche lei: -- Buon dì, Doretta. La Doretta che aveva già fatto una smorfia a vedere il babbo in conversazione con la vicina, ne fa un'altra a sentirsi salutare. E biascica di mala voglia: -- Buon giorno. Poi, mogia mogia, col suo panierino infilato al braccio, ella se ne va a raggiungere la donna di servizio la quale l'attende in andito. La Doretta si sente un gran pizzicore negli occhi, e basterebbe un nonnulla a farla piangere. -- Mi piace tanto quella bimba -- dice la signora Evelina con la più dolce inflessione di voce che si possa immaginare -- ma le sono antipatica. -- Oh non creda... La Doretta è ritrosa per sua natura. Il signor Odoardo risponde così, ma nel fondo del suo cuore è persuaso anch'egli che sua figlia non ha nessuna tenerezza per la signora Evelina. Intanto il freddo si fa sentire più acuto, e il vento porta in giro qualche piccolo fiocco di neve. Non c'è caso, a meno di voler rimanere intirizziti, bisogna mettersi al riparo dall'aria. -- Nevica -- dice la signora Evelina guardando in alto. -- Oh era da aspettarselo. -- Ebbene, vado a sbrigare le faccende di casa. A rivederci... Verrà a trovarmi più tardi? -- Sì mi procurerò questo piacere. -- A rivederci. La signora Evelina chiude gli sportelli, saluta nuovamente dietro i vetri con un cenno del capo e con un sorriso, poi si dilegua. Il signor Odoardo rientra anch'egli nello studio, e accorgendosi che fa molto freddo, caccia legne nella stufa, e inginocchiato davanti allo sportellino rianima il fuoco col soffietto. La fiamma divampa allegra, romorosa, e manda vivi bagliori sulla parete. Di fuori continua a cader qualche fiocco di neve. Forse non farà più di così. Il signor Odoardo con le mani nelle tasche dei calzoni, con la testa china al suolo, misura in lungo e in largo la stanza. Egli è turbato, profondamente turbato. Sente che è in un punto critico della vita, sente che in pochi giorni, in poche ore forse si deciderà di tutto il suo avvenire. È egli innamorato sul serio della signora Evelina? Da quanto tempo la conosce? Sarà buona come l'-altra-, saprà essere una seconda madre per la Doretta? S'ode un suono di passi nell'andito. Il signor Odoardo si ferma in mezzo alla camera. L'uscio si apre di nuovo, e la Doretta, rossa in viso, col cappuccio di lana calato sulla fronte, col soprabitino abbottonato fino al collo, con le mani incrociate e nascoste entro le maniche, corre verso il babbo. -- Nevica, e la direttrice ci ha mandate indietro. Ciò detto, la fanciulla si leva il cappuccio e il soprabito e va a riscaldarsi alla stufa. -- La stufa brucia, ma la camera è fredda -- ella esclama. Infatti, colpa la finestra rimasta aperta una buona mezz'ora, il termometro non segna che 5 gradi Réaumur. -- Babbo -- ripiglia la Doretta -- oggi voglio restar reco tutto il giorno. -- E se il babbo avesse da attender ai fatti suoi? -- No, no, smetti per oggi. E la Doretta, senz'aspettar risposta, va a prendersi i suoi libri, la sua bambola e il suo lavoro. Indi sciorina i libri sullo scrittoio, adagia la bambola sul canapè e colloca il lavoro sopra uno sgabello. -- Ah! -- ella esclama con aria d'importanza. -- Che bella cosa che oggi non ci sia scuola!... Così avrò tempo di ripassar la lezione... Ih! guarda adesso come nevica. Nevica infatti. Prima è un pulviscolo bianco, molto minuto, ma molto fitto, che mosso in giro vorticoso dal vento, viene a batter sui vetri con un suono secco, metallico; poi il vento rimette della sua violenza, i fiocchi si fanno più larghi e cadono silenziosi, incessanti, monotoni. La neve si distende come un soffice tappeto sulle vie, come un lenzuolo sui tetti, s'insinua nelle spaccature dei muri, s'accumula sui davanzali delle finestre, involge le sbarre delle inferriate, s'arrovescia e resta sospesa a festoni dagli orli delle grondaie e delle cornici. In istrada deve far sempre un gran freddo, ma la camera si riscalda rapidamente, e la Doretta montando sulla sedia osserva con soddisfazione che il termometro è salito a undici gradi. -- Sì, cara -- risponde il signor Odoardo -- e l'orologio segna undici ore. Va a ordinare che ci preparino la colazione. La Doretta obbedisce, e rientra di lì ad un momento. -- Babbo, babbo, sai la novità? La stufa del salotto non vuol ardere e tutta la stanza s'è riempiuta di fumo... -- Allora, bimba mia, facciamo colazione qui. Questa savia risoluzione empie di gioia l'animo della Doretta, che s'affretta a recar la notizia in cucina, poi in tre o quattro viaggi, porta ella stessa dal salotto da pranzo alla camera da studio le posate, i piatti, la tovaglia e i tovagliuoli, e con l'aiuto del servo apparecchia la mensa sopra un tavolino del babbo. Com'è allegra la Doretta! Come s'è dissipata la nube che un paio d'ore prima le ottenebrava la fronte! E come adempie bene agli uffici di casa! Il signor Odoardo la guarda con compiacenza, e non può trattenersi dall'esclamare: -- Brava Doretta! È innegabile, la Doretta è tutta la sua mamma. Anche la sua mamma era un'eccellente massaia, un modello d'ordine, di pulizia, di buon garbo. Ed era leggiadra come la Doretta, quantunque ella non avesse i capelli biondi e gli occhi affascinanti della signora Evelina. Insieme al servo che porta la colazione, entra un nuovo personaggio, il gatto soriano Melanio, il quale non manca mai ai pasti della Doretta. Il gatto Melanio è vecchio; ha visto nascere la Doretta e la onora della sua protezione. Non c'è mattina che egli non miagoli all'uscio della sua camera come a domandarle s'ella ha passato bene la notte, non c'è sera ch'egli non le tenga compagnia fino all'ora in cui ella si corica. Ogni volta ch'ella esce egli la saluta con un leggero -gnau gnau-; ogni volta che egli la sente venire le corre incontro e le si stropiccia intorno alle gambe. A pranzo e a colazione, quand'ella fa colazione in casa, egli si mette vicino alla sua seggiola e aspetta in silenzio ch'ella gli dia i rilievi della mensa. Però il gatto Melanio non ha l'abitudine di visitare lo studio del signor Odoardo, ed egli è piuttosto meravigliato di trovarvisi in questo momento. Dal canto suo il signor Odoardo accoglie con una certa diffidenza il nuovo ospite, ma la Doretta interviene in favore dell'animale e si fa mallevatrice della sua onesta condotta. È un pezzo che la Doretta non mangia di così buon appetito. E dopo ch'ella ha fatto onore alla sua colazione, ella sparecchia la tavola col garbo e con la prestezza con cui l'ha apparecchiata, e in pochi minuti la camera da studio del signor Odoardo è tal quale era prima. Rimane bensì il gatto Melanio che si è accomodato accanto alla stufa e al quale la Doretta ottiene la grazia di essere lasciato tranquillo.... finchè non disturbi. A forza di andare e venire la camera si è raffreddata di nuovo. Il termometro è disceso di un grado e mezzo e la Doretta per farlo salire vuota quasi tutta la paniera delle legne nella stufa. Come nevica, come nevica! Non sono più fiocchi staccati, è come se una tela bianca a trafori si svolgesse continuamente davanti agli occhi. Il signor Odoardo comincia a credere che non gli sarà possibile di far la sua visita alla signora Evelina. È vero che non c'è che un passo, ma bisognerebbe sprofondarsi quasi fino alle ginocchia. A ogni modo, chi sa? Può essere che più tardi smetta di nevicare. Già è appena suonato il mezzogiorno. La Doretta è colta da un'idea luminosa: -- Se rispondessi ora alla lettera della nonna! Di lì a poco la Doretta è nella poltrona del babbo, davanti alla scrivania, con due guanciali sotto al sedere per istar più alta, con le sue gambine penzolanti nel vuoto, con la penna sospesa in mano, con gli occhi fissi in un foglio di carta rigata su cui non si leggono finora che due parole: -Cara nonna-. Il signor Odoardo, addossalo alla stufa, guarda la figliuola e sorride. Pare che la Doretta abbia finalmente trovato il modo di cominciare, perchè ella rituffa la penna nel calamaio, abbassa la mano sulla carta, corruga un poco la fronte, e spinge fuori la punta della lingua. Dopo alcuni minuti di lavoro assiduo, ella alza il capo e domanda: -- Che devo dire alla nonna circa all'invito di andar a passare qualche settimana con lei? -- Dille che adesso non puoi, ma che ci andrai nella primavera. -- Insieme con te? -- Insieme con me -- risponde macchinalmente il signor Odoardo. Certo però, che s'egli fosse fidanzato con la signora Evelina questa visita alla suocera gli recherebbe non lieve imbarazzo. -- Ho finito -- esclama la Doretta con aria trionfante. Ma a questo grido ne succede un altro, mezzo di dolore, mezzo di rabbia. -- Che c'è? -- Uno sgorbio. -- Vediamo.... Che fai, scioccherella?... Adesso non c'è più rimedio. La Doretta era corsa con la lingua sulla macchia d'inchiostro e aveva sciupato il foglio. -- Bisogna ricopiare -- ella osserva mortificata. -- Ricopierai stasera. Dà qui intanto.... Non c'è male, non c'è proprio male. Ci sarà da aggiungere e da levar qualche lettera, ma in complesso, per una bambina della tua età, si può contentarsi. Brava Doretta! La Doretta riposa sugli allori, giuocando con la bambola. Ella veste la sua -Niní- con l'abitino di lusso e la conduce a far visita al gatto Melanio. Il gatto Melanio, che sonnecchia con gli occhi semiaperti, si mostra piuttosto annoiato di quegli omaggi, si rizza sulle quattro zampe, piega ad arco il corpo flessuoso e poi si raggomitola, voltando la schiena alla visitatrice. -- Ah, Melanio è poco gentile oggi -- dice la Doretta mentre riconduce la bambola verso il canapè. -- Ma non tenergli il broncio; egli non è mica sempre scortese; dev'essere effetto del tempo.... Anche a te, -Niní-, fa sonno questo tempo, non è vero?... Andiamo a dormire.... Così... dormi, dormi, piccina. -Niní- dorme. La sua testa di legno riposa sopra un guanciale, il suo corpicino di cenci e di crine è involto da una coperta di lana, le sue palpebre sono abbassate. Poichè -Niní- alza ed abbassa le palpebre secondo che si trova ritta o giacente. Il signor Odoardo guarda prima l'orologio e poi guarda fuori della finestra. Sono le due suonate e nevica sempre. La Doretta ha un'altra idea. -- Babbo, sta a sentire se so bene quella favola di La Fontaine: -Le corbeau et le renard-. -- Sentiamo pure la favola -- risponde il signor Odoardo, prendendo dalle mani della fanciulla il libro aperto alla pagina 18. La Doretta comincia: -Maître corbeau, sur un arbre perché,- -Tenait en son bec un fromage.- -Maître... maître... maître....- -- Avanti. -- -Maître-.... -- -Maître renard-. -- Adesso mi ricordo: -Maître renard, par l'odeur alléché,- -Lui tint à peu près ce langage:- -Hé! bonjour....- A questo punto la Doretta interrompe la sua declamazione perchè il babbo non bada a lei. Infatti il signor Odoardo ha chiuso il libro sull'indice e guarda da tutt'altra parte. -- Ebbene, Doretta -- egli osserva distrattamente -- perchè non prosegui? -- Ecco, non dico altro -- ella replica ingrugnata. -- Ih, che permalosa! Che cosa c'è? La bimba, ch'era seduta su un panchettino, s'è alzata in piedi, e ha capito benissimo perchè il babbo non le dia retta. Nevica meno, e di là dalla strada, dietro i vetri della finestra dirimpetto, è comparsa una testa bionda, è comparso il busto della signora Evelina. Coraggiosissima donna! Ella spalanca gli sportelli, e con una paletta di ferro sbarazza in parte il davanzale dalla neve. I suoi occhi s'incontrano con quelli del signor Odoardo; ella compone le labbra a un sorriso, e tentenna il capo, come a significare; Che razza di tempo! Bisognerebbe esser proprio incivili per non dire una parola alla intrepida signora Evelina. E il signor Odoardo, che non è incivile, cede alla tentazione di socchiudere un momento la finestra. -- Brava, signora Evelina, non ha paura della neve. -- Oh, signor Odoardo, che tempo indemoniato!... Ma, se non m'inganno, c'è la sua Doretta con lei.... Buon dì, Doretta. -- Doretta, vieni qui, vieni a salutar la signora. -- La lasci stare, la lasci stare, i bimbi fanno così presto a buscarsi un reuma.... Ah, non c'è caso, bisogna chiudere.... Capisco che per oggi devo rinunziare alla sua visita.... -- Ma.... Vede che strade! -- Eh, uomini, uomini.... Si dicono il sesso forte.... Basta... a rivederla. -- A rivederla.... Si richiudono gli sportelli da una parte e dall'altra, ma questa volta la signora Evelina non iscompare. Ella è lì seduta accanto alla finestra, e poichè adesso nevica meno, il suo profilo stupendo si disegna nitidissimo dietro i vetri. Dio! Dio! Com'è bella la signora Evelina! Il signor Odoardo passeggia per la stanza di pessimo umore. Gli pare di far male a non andare dalla seducente vedovella e gli pare che farebbe peggio ad andarvi. Sul fronte della Doretta s'è calata nuovamente una nuvola, quella nuvola stessa che vi si era calata la mattina. Non si parla più della favola di La Fontaine. Invece il signor Odoardo brontola infastidito: -- È sempre freddo in questa benedetta camera. -- Sfido io, -- replica la Doretta con un po' di acredine nella voce, -- apri la finestra ogni momento. . 1 ' 2 ' , 3 . 4 5 ' . 6 , . 7 , 8 , 9 . 10 11 - - ? - - 12 . 13 14 - - , 15 . 16 17 - - - - . - - . 18 19 - - , - - 20 - - . . . 21 . . . 22 23 - - - - - - . 24 . . . 25 ' . . . 26 27 - - ; 28 ' . . . , , 29 . 30 31 , , 32 ' , ' 33 ; 34 . 35 , ' ' : 36 . 37 38 39 . 40 41 , 42 ' 43 . ' 44 ' ; ' . ' , 45 46 . 47 , , 48 . 49 , 50 . 51 52 . . . 53 , ' 54 55 ' 56 . 57 58 , 59 . : 60 61 - - ? - - . 62 63 - - . ? 64 65 - - - - . 66 67 68 ' 69 . , 70 , 71 ' ' . 72 , 73 . 74 75 - - ! ' - - 76 , 77 ' . - - ' ! 78 . . . ; . . . 79 , ? 80 81 - - ! . . . 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