-- Oh, va via? -- rispose questa, che avrebbe voluto dirle tante cose. -- Sì, addio di nuovo, chè se i miei genitori sanno che sono venuta di qua, mi fulminano. -- E -- balbettò l'altra -- non ci vedremo,... più? -- Sì, di qui a un mese.... Questa volta metteremo presto giudizio ai matti.... -- E se si vince noi, invece? -- Chi? noi...? Oh, anche tu, Gegia, -- esclamò la Lotte col tuono del -tu quoque, Brute-. Poi soggiunse ridendo: -- Va là, che non c'è questo pericolo. -- E volò via. Pochi minuti dopo un servitore che rimaneva a custodia del palazzo venne a richiudere le imposte. Nel 1866 Venezia attraversò un periodo di alcune settimane che fu tra i più curiosi ed originali che si riscontrino nella storia. Abbiamo mille esempi dell'ansietà di un popolo che attende da una guerra il proprio riscatto e di questa guerra segue con animo intento le varie vicende, ma non son molti i casi nei quali una intera città per venti e più giorni esulta della indipendenza conquistata sotto gli occhi dei nemici che si trovano ancora entro le sue mura, e che di feroci e spietati ch'erano prima diventano indifferenti e quasi benevoli e assistono, con l'arma al braccio alle dimostrazioni fatte contro il loro governo. Uno spettacolo simile l'offerse Venezia dalla metà di agosto al 19 ottobre di quell'anno 1866. Sottoscritto l'armistizio, si trasse come un gran sospiro dai petti. Finalmente! Finalmente se ne vanno! Dopo tante disillusioni, dopo tante lagrime, dopo tanto sangue è giunto il gran giorno! e la vita del paese era tutta in questo pensiero, e ciascuno aveva bisogno di espandere la sua gioia, di narrare agli altri ciò che gli altri sapevano, e di farsi narrare ciò che un momento prima egli stesso aveva narrato. Le cose ripetute cento volte non perdevano mai della loro novità, erano come una musica divina che l'orecchio non si stanca di intendere. Nè si parlava più a bassa voce come per lo addietro, nè si cercavano i crocchi fidati degli amici; era amico chiunque favellasse italiano. Si consumava la giornata nelle vie, in piazza, ai caffè. Di tratto in tratto circolava per le bocche una voce. Son passati pel Canalazzo, son scesi al Municipio o al Comando militare due, tre ufficiali del nostro esercito venuti a trattare degli alloggi, delle formalità della consegna, ecc., ecc. Talvolta era vero, talvolta no; nondimeno bastava il dubbio perchè nessuno rimanesse fermo, ed era un correre, un urtarsi, un farsi strada a furia di gomiti per giungere sino al luogo indicato, ove molto spesso si restava con un palmo di naso, perchè gli ufficiali o erano già partiti, o non erano neppure arrivati. Ma se spuntava un kepy, le grida, gli applausi non terminavano più, e lungo il passaggio della gondola che accompagnava i parlamentari alla stazione la gente si accalcava ai traghetti, sulle -fondamente-, alle finestre, sventolando i fazzoletti e salutando di giocondi -viva- i fratelli che entro pochi giorni sarebbero venuti a fermar stabile dimora in Venezia. E le bandiere tricolori, preparate a migliaia nel segreto delle pareti domestiche, cominciavano a mostrarsi qua e là come se non potessero tollerare più a lungo l'ipocrisia di quel nascondiglio e anelassero all'aure aperte e serene. In qualche luogo solitario e remoto della città si addestrava intanto con serietà eroicomica una larva di guardia nazionale, vestita d'uniformi di fantasia, armata di fucili di legno, che i fucili buoni non erano ancora permessi e forse avrebbero fatto paura ai guerrieri, e già si disegnavano in lontananza le ambizioncelle del pizzicagnolo aspirante a caporale, e del chincagliere che si sentiva chiamato agli alti destini di luogotenente. VII. Di questo moto, di questa vita un'eco giungeva sino alla buia ed angusta viuzza abitata dalla nostra Gegia e interrompeva la triste e monotona esistenza della poveretta. I grandi avvenimenti rendono espansivi e loquaci, e le vicine, perdonatole nella loro infinita clemenza lo scandalo del biglietto, salivano adesso più sovente da lei a chiacchierar delle cose del giorno. Inoltre una sua amica d'infanzia che aveva la commissione di parecchie bandiere tricolori per l'ingresso -degli italiani-, sentì che non poteva fare a meno di un aiuto e richiese la Gegia s'ella volesse lavorare con lei e spartire i guadagni. L'offerta fu accettata con entusiasmo, chè in quel tempo l'arte delle conterie dava alla Gegia ben poco da fare ed ella aveva supplicato invano suo padre di crescerle la mesata. Siccom'ella non si poteva muovere, l'altra trasportò da lei il proprio laboratorio, e le due ragazze stavano insieme dall'alba al crepuscolo a tagliare, a cucire quelle enormi pezze di lana, che coi loro vivi colori parevano illuminare la malinconica cameretta. L'amica della Gegia era una giovine vispa ed allegra e si divertiva un mondo a ridere a spese della zia Marianna, la quale non sapeva raccapezzarsi in mezzo a quelle novità. Si aveva un bel gridarle nell'orecchio che i Tedeschi andavano via d'amore e d'accordo; ella ripeteva sempre che li aveva visti per la strada con la loro brava baionetta al fianco e che bisognava aver perduto il senno a far le bandiere tricolori mentr'essi erano qui. -- Ne ho conosciuti di quelli che andarono sulla forca per meno, -- ella soggiungeva, ed era vero. Ma non c'era caso di farle intendere che i tempi erano cambiati. Ella scrollava le spalle e si ritirava nel campo trincerato della sua cucina ove la si sentiva brontolare: -- Che il Signore ce la mandi buona! Sono impazziti tutti! Il signor Menico invece, dacchè non v'era più dubbio sulla prossima partenza degli Austriaci, era diventato un eroe, e non era contento della soluzione pacifica delle cose. -- Credete pure, -tose mie-, -- egli diceva alla Gegia e alla sua compagna, -- che ci voleva un altro poco di sangue. -- Com'è cattivo, signor Menico! -- osservavano le ragazze tra il serio e il faceto. -- Cattivo! Cattivo! -- egli rispondeva, prendendo tabacco. -- Non è cattiveria.... È che noi altri uomini del 48 siamo fatti così. Quando si son vedute le bombe a due passi.... capite.... eh!... Non racconto frottole.... vi sono testimoni. Anche il padre della Gegia, Filippo, faceva in quei giorni men rare apparizioni nella camera della figliuola. I maligni susurravano che non gli dispiacesse fare il galante alla Pina, l'amica della Gegia, la quale era piuttosto belloccia ed appetitosa. -- Quel Filippo, -- soggiungevano le donnicciuole con un sorriso indulgente, -- benchè non sia lontano dai cinquanta, sta sempre dietro alle gonnelle. È vero ch'è un uomo da poter piacere ancora meglio di tanti zerbinotti. Una volta egli magnificava alle due ragazze la nuova livrea che avrebbe indossato il giorno dell'arrivo del Re. -- Oh come pagherei a vederlo in gran gala, -- esclamò la Pina. -- Paghereste a vedermi, -fia mia-? -- egli replicò chinandosi verso di lei tutto ingalluzzito. -- Ebbene, volete venir quel giorno a palazzo? Dirò ai padroni che siete una mia parente e vi troverò un posticino sulla -riva- o a una finestra perchè possiate assistere allo spettacolo e veder davvicino anche me. -- No, no, questi sotterfugi non mi vanno a genio. -- Eh che scrupoli.... Via! -- No, no e no. -- Andiamo, bella ragazza, non pigliate il caldo. Fatemi piuttosto sapere per quel giorno dove sarete, a che finestra, a che -traghetto-, e io farò il possibile perchè la gondola passi da quella parte, e quando sarò presso vi farò un segno, che, capite, coi padroni in barca, non posso mica chiamarvi.... -- Diamine, s'intende. Ma, quando sarà? -- Il giorno preciso non è ancora stabilito. Bisogna prima che entrino le truppe. -- E queste entreranno?... -- Il 19 del mese. -- S'era già in ottobre. -- Che spettacolo sarà anche quello! -- esclamò la Gegia. C'era un tal fondo di mestizia nella sua voce, che la Pina ne fu commossa, e soggiunse: -- Poverina! Che peccato che tu non possa veder nulla! -- Indi battendosi il fronte con la palma, continuò: -- A proposito; dicono che lasceranno andar la gente nell'entrata del palazzo di fronte che guarda sul Canal grande. Sapete, Filippo, che bella cosa dovreste fare? Un po' prima di andare in gondola coi padroni, venir qui, trasportar la Gegia abbasso, trovarle un buon posto, e poi, più tardi, passare a prenderla e riportarla su. Mentr'ella parlava, la Gegia la guardava prima con maraviglia, poi con commozione e con riconoscenza. Dopo tanti anni avrebbe potuto davvero uscire dal suo tugurio, risalutare il sole, riveder l'azzurro del cielo? Avrebbe potuto mescolarsi alla gioia degli altri, vivere un giorno nel mondo, ella, la sepolta viva? Ma quando i suoi occhi s'incontrarono in quelli del padre, ella capì che aveva sognato. -- Ma, Pina, che idee vi saltano in capo? -- proruppe Filippo con aria infastidita. -- Come volete che la Gegia, nello stato in cui si trova, vada in mezzo a quella calca? Sono momenti in cui rischiano di rompersi le gambe anche i sani, e lasceremo schiacciar lei ch'è malata?... Un bel servizio che fareste alla vostra amica!... Quanto a me poi avrò proprio tempo di portare in collo la gente.... La Pina stava per replicare, ma l'altra le accennò che tacesse. -- Basta, -- ripigliò Filippo in tuono più dolce, -- quasi quasi andavo in collera con voi, e io con le belle -tose- voglio esser sempre in buoni termini. Ma la Pina non gli diede retta e si voltò da un'altra parte. Alla Gegia intanto colavano due grosse lagrime per le gote, e Filippo che non voleva veder musi lunghi uscì dalla stanza, dicendo: -- Ecco ciò che si guadagna a tener discorsi senza sugo. VIII. Son passati sei mesi, sono entrate le truppe, è arrivato il Re, è arrivato Garibaldi, la città a poco a poco è tornata nel suo stato normale, e la -Calle Lombarda- ha ripreso un aspetto più calmo. Nondimeno le bandiere sventolano ancora dai balconi per qualunque pretesto, e gli -organetti-, che meriterebbero un po' d'indulgenza dai signori perchè sono l'orchestra del povero, vengono di tratto in tratto a suonare sotto la finestra della Gegia l'inno di Brofferio o quello di Garibaldi. È l'unica distrazione che le abbiano recato i tempi nuovi; ella non si è mossa neppur nei dì più solenni; non ha visto i bersaglieri, non ha visto il Re, non ha visto l'eroe di Marsala. Ha tutt'al più un'idea delle -camicie rosse-, perchè Maso, un ragazzo ch'era cresciuto sotto i suoi occhi ed era andato ad arruolarsi volontario nel maggio 1866, reduce in patria, volle farsi ammirare nella sua divisa dai vecchi suoi conoscenti e salì anche dalla Gegia. Del resto, ella non si occupa di politica, non legge nè il -Rinnovamento-, nè il -Corriere di Venezia-, quantunque li senta gridar dalla strada, non è informata nè delle tendenze radicali del fruttaiuolo il quale sparla volentieri del Governo, nè delle tendenze reazionarie di -siora- Veronica che comincia a vedere in pericolo la religione e teme si voglia assassinare il Papa. La solitudine si è rifatta intorno a lei; non ci sono più gli Austriaci, ma per essa il mondo è com'era prima. Aveva sperato senza saper precisamente nè per che ragioni sperava, nè che cosa sperava; ora che tutti quei bei sogni si sono risolti in nulla, la vince uno scoraggiamento infinito. Si prova spesso, tanto per ingannare il tempo, a cantar qualche aria che le ha insegnato la Pina, ma la sua voce esile, dolce, simpatica, muore nelle lagrime. Ed ella guarda la finestra chiusa del palazzo Dareni, e ripensa alla Lotte che con tanta sicurezza le aveva detto di tornare e ormai non sarebbe tornata più. Non andò molto infatti che i proprietari del palazzo lo appigionarono ad altri. Una parte ne fu presa da certo dottor Galeni, avvocato di grido, il quale consacrò ad uso di studio due stanze sul -rio- e il gabinetto respiciente la -calle-. La Gegia, che seguiva con grande attenzione questi preparativi, vide una mattina l'avvocato, persona grave e dall'aria diplomatica, accompagnar nel gabinetto un giovine alto, macilento, e vestito di panni sgualciti. -- Si metterà qui, -- disse l'avvocato accennando al suo interlocutore il tavolino appoggiato alla finestra. -- Qui c'è penna, carta e calamaio. Adesso le porteranno un documento da copiare e vedremo la sua calligrafia. Ciò detto, il dottor Galeni uscì. L'altro sedette, si guardò intorno, rimboccò le maniche del vestito, mise nell'asticciuola una penna nuova, che premette prima sull'unghia del pollice sinistro, quindi lambì con la lingua e finalmente immerse nel calamaio. Dopo fatti questi preparativi, egli segnò alcune cifre sopra un foglio e parve soddisfatto dell'opera sua. Intanto un uomo di mezza età venne nel gabinetto con una carta in mano. -- Copii da qui sin qui, -- egli disse posando la carta sul tavolino e ponendo il dito successivamente sul punto da cui doveva cominciare e su quello ove doveva finire la trascrizione. -- Quando ha terminato passi dal cavaliere. -- Col manoscritto? -- chiese il giovane timidamente. -- Già. Non si tratta appunto di questo?.... E badi che il cavaliere non vuole che ci siano pentimenti e scancellature. Il cavaliere, com'è agevole intendere, non era altri che l'avvocato Galeni, insignito appunto in quei giorni dell'ordine de' SS. Maurizio e Lazzaro. Rimasto solo, il candidato si accinse con grande impegno al lavoro che doveva decidere delle sue sorti. Tanta era la sua paura di distrarsi ch'egli non alzava mai gli occhi dal foglio, ma scriveva con la fronte increspata e morsicandosi il labbro inferiore. Dopo una mezz'ora, egli diede un'occhiata complessiva al suo compito e con qualche trepidazione uscì dal gabinetto per sottoporre la sua scrittura all'esame del principale. Quand'egli tornò, era un altr'uomo. Il saggio era riuscito soddisfacente e Carletto Miglioli era stato assunto all'altissimo ufficio di giovine di studio presso l'avvocato cavaliere Galeni collo stipendio cospicuo di -trenta- lire al mese e con l'obbligo di lavorare soltanto sette ore al giorno, dalle nove alle quattro. Bisogna riconoscere che il buon Carletto era uomo di facile contentatura. Il giovine d'avvocato, almeno in Venezia, è il -paria- della società, da' cui non riceve altro compenso che quello di esser chiamato -giovine- tutta la sua vita fino ai cent'anni inclusivi, se ha la poco invidiabile fortuna di arrivarvi. Egli può scegliere due strade, una dritta, ed una tortuosa. Seguendo la prima, egli adempie coscienziosamente a' suoi doveri, copia con meccanica esattezza le scritture forensi, porta ai clienti le lettere, del principale, si mantiene un perfetto galantuomo, e nel termine di un lustro al più perviene allo stato di piena indigenza e di compiuto idiotismo. Seguendo la seconda egli aggiunge alle sue mansioni altri piccoli uffici, assume certe cause minuscole che l'avvocato disdegna, si fa consigliere dei negozianti che vogliono fallire senza inciampare negli articoli del Codice penale, e aguzza così il poco ingegno e campa alla meno peggio, ma diventa in pari tempo un tipo esoso di -azzeccagarbugli-, uno degli esseri più sfuggiti dai galantuomini. In media il giovine d'avvocato guadagna meno del più modesto artigiano, ma ha d'altra parte l'inestimabile vantaggio di dover vestire con una certa cura affine di non esser preso in isbaglio per un facchino quando si reca nelle aule tribunalizie, e di non offendere con una -toilette- troppo democratica i nervi della moglie dell'avvocato quando ella viene nello studio del consorte. È vero che qualche volta all'abbigliamento del subalterno provvede la liberalità del principale, che cede al -giovine- la roba usata. Allora il -giovine-, secondo la sua statura, ha corte o lunghe le maniche, lunghi o corti i calzoni, e secondo il suo diametro acquista nel suo vestito l'aspetto di un naufrago che non riesce ad emerger dall'onda, o quello di un fiume che non può più stare fra le sue rive. Tra il signor Carletto e la Gegia non si tardò a scambiarsi ogni mattina il saluto. E al saluto tenne presto dietro qualche parola. -- Gran bella giornata -- disse una volta il giovine alzando gli occhi dalla carta e guardando il cielo ch'era tinto del più limpido azzurro. -- Beato lei che può passeggiare -- rispose la Gegia. -- Passeggiare! Passeggiare!... Il troppo moto fa appetito. -- Tanto meglio. -- Eh signora Gegia, tanto meglio per chi può soddisfarlo. Ma chi ne ha pochi del mese.... Rituffò la penna nel calamaio e si rimise a scrivere. La Gegia ricominciò anch'ella a infilare le sue perle. Di lì a poco ella chiese: -- Ha famiglia? Carletto mise un punto su un -i-, forbì la penna sulla manica, e poi rispose: -- La mia vecchia mamma.... Povera mamma!... Magari vivesse sempre.... Non so rassegnarmi all'idea di star solo. -- Via, signor Carletto -- disse la ragazza -- loro uomini hanno sempre qualcheduno che -gli- vuol bene. Se non ci fosse la mamma ci sarebbe la sposa. -- Oh sì, con un franco al giorno. -- È poco, assai poco, ma una brava massaia risparmia più che non costi.... Veda, per esempio, una moglie la divezzerebbe da quel brutto vizio.... -- Che vizio? -- Quello di forbirsi la penna nel vestito.... Sa, gli abiti non si conservano mica a quel modo.... -- Ha ragione, lo dice anche la mamma, povera vecchia.... Ma per quanto faccia ci ricasco sempre.... Oh dove siamo? -- egli ripigliò come fra sè. -- Sicuro, sicuro.... Ecco il punto. -- E lesse per meglio raccapezzarsi: -Non è vero e si nega essere l'istromento dotale fatto in modo da ingenerare equivoci. L'istromento dotale della sullodata nobil donzella, in data 8 giugno 1850 rogito Paolucci, dice chiaro: sono assegnati alla sposa di dote sessanta mila fiorini austriaci-.... Corbezzoli. Sessanta mila fiorini! Ha inteso, signora Gegia? -- Altro che inteso! Ma, così va il mondo! Chi troppo, chi troppo poco. -- A chi un milione di capitale, a chi una lira al giorno di stipendio. -- Ma potrà avere un avanzamento..... -- Noi giovani d'avvocato si resta sempre a un punto.... Basta, finiamo questa scrittura. La Gegia chinò gli occhi sulle sue perle e non aggiunse parola. Una mattina il giovine depose sul davanzale della finestra un vaso d'erbarosa. -- O cos'è quella, roba? -- chiese la Gegia sorridendo. -- Un capriccio mio. Mi piace tanto l'odore dell'erbarosa che ho voluto avere uno di questi vasi sul balcone dello studio.... La mamma ci ha lasciato il cuore a veder scompagnata la sua collezione. -- Ha una collezione di piante? -- Dico così per dire. Ci sono altri due vasi, uno d'erba cannella, l'altro di cedrina È il nostro lusso. Ogni mattina la mia vecchierella va a guardarseli, li rimonda, li odora, ogni dopo pranzo li inaffia.... -- C'è sole almeno a casa sua? -- Oh sì, grazie a Dio.... sulla finestra della mamma ce n'è a tutte le stagioni. Stiamo in una catapecchia, proprio sotto il tetto, ma sole ce n'è.... La non si muove mai di casa, la povera mamma; o che farebbe se non avesse il sole? La Gegia sospirò. -- E qui non capita mai. -- Dice davvero? -- Mai, fuori che un quarto d'ora al giorno per due settimane di giugno. -- Sicuro, è questo enorme palazzone qui che fa ombra. -- Carletto! -- gridò una voce imperiosa dal di dentro! -- Vengo, vengo.... È l'avvocato che chiama -- disse il giovine correndo dal suo principale. Di lì a poco egli tornò al suo posto con un fascio di carte sotto il braccio, borbottando: -- Oggi sto fresco. C'è da lavorare fino alle sei. Scrisse per un'ora senza fiatare; poi alzò gli occhi e disse: -- Ieri cantava, signora Gegia. Perchè oggi è così silenziosa? -- Ho paura di disturbarlo. -- No, in verità; mi fa tanto piacere a sentirla e lavoro lo stesso.... Ha una voce così dolce. La ragazza arrossì; e con una voce tremola dapprincipio ma che poscia si fece più sicura intuonò l'aria della -Traviata-: -Ah forse è lui che l'anima-, ecc. -- Oh la -Traviata-! Come mi piace! -- L'ha sentita? -- Una sola volta.... Che opera! IX. Era stato per una settimana un tempo diabolico. Quantunque fosse d'aprile era caduta un'acqua gelata, accompagnata da un vento di tramontana che metteva i brividi e trasportava in pieno gennaio. S'eran dovute tener chiuse le imposte, e la Gegia e il signor Carletto si erano appena salutati con un cenno del capo. Il primo giorno in cui ricomparve il sole, la Gegia si trovava come il solito per tempissimo alla sua finestra. Ella aveva una certa impazienza di ricominciare gl'interrotti colloquii e aspettava le nove. Ma le nove suonarono e Carletto non venne.... Nè alle dieci, nè alle undici, nè a mezzodì. La pianta d'erbarosa beveva allegramente i raggi del sole e una bianca farfalla, venuta non si sa di dove e smarrita in quel vicolo solitario svolazzava contenta intorno alle sue foglie. Sul mezzogiorno venne la serva dell'avvocato a tirar le cortine. La Gegia si fece coraggio e chiese: -- Non s'è visto stamane il signor Carletto! -- Mi pare -- rispose l'altra ch'era sgarbata e aveva una grande antipatia per la -zoppa chiacchierona-, com'ella chiamava la Gegia -- mi pare che se ci fosse l'avrebbe visto prima di me. La ragazza non rilevò il tuono scortese della risposta, ma soggiunse: -- È malato forse? -- Che vuol ch'io sappia? -- replicò la fantesca stringendosi nelle spalle. -- Non mangi oggi? -- chiese a ora di pranzo la zia Marianna alla Gegia quando vide che non toccava nemmeno le vivande. -- No, non ho fame. -- Come? -- fece la zia accostando l'orecchio. -- Non ho fame. -- Se non ti piace, non so che farci.... Che vorresti ch'io ti preparassi? Un piatto di fegatini?.... Povera scema! -- No, zia, non ho detto che non mi piace, ho detto che non ho fame. -- Pollame? Oh sì, proprio. La zia Marianna era più sorda del solito e la Gegia dovette rinunziare a farsi intendere. Nella sera venne per pochi istanti anche il barcaiuolo Filippo, le cui visite si facevano sempre meno frequenti. Quando s'accorse dell'umor nero della Gegia, invece di confortarla, corrugò la fronte, prese da un cassetto due o tre oggetti che gli occorrevano e se ne andò brontolando: -- C'è un bel gusto a venire a casa. Una è sorda come una campana e quell'altra ha sempre la cera scura e contrita.... Vorrei sapere che cosa le manca.... Povera Gegia! Che cosa le manca? L'aria, la luce, il movimento, la vita, tutto. La ragazza passò una notte angustiatissima. Ella non poteva scacciare il pensiero di Carletto. Se fosse malato assai? Era così pallido! E faceva una vita! Ma il sentimento di lei non era che un sentimento di pietà o vi si mesceva un altro più soave, più dolce, un altro di cui ella non osava render conto a sè stessa? Sarebbe possibile ch'ella, la povera rattratta, si cullasse in vaghe fantasie d'amore? E a che pro, infelice ch'ell'era? Chi avrebbe chiesto un sorriso dalle sue labbra, una stretta dalle sue braccia? La Gegia lo sapeva anche troppo, ma nondimeno appena alzata ella non istette dieci secondi senza volger gli occhi verso la finestra di faccia, e quando vide comparire Carletto non potè a meno di farsi rossa, di lasciar cader l'ago e le perle e di batter festosamente le mani gridando: -- Oh! è qua, signor Carletto. -- Buon giorno, signora Gegia. -- Fu malato! -- Ebbi un po' di febbre.... Sfido io! Con questi tempi. -- E tossì. -- Le è rimasta la tosse? -- Oh passerà. Indi, svolgendo le carte che aveva sul tavolino, -- Oggi c'è razione doppia, -- egli disse. -- Povero signor Carletto.... Invece per ristabilirsi le occorrerebbe l'aria, il sole.... -- I discorsi che faceva la mamma ieri.... Ma io le rispondevo: Abbiamo torto a lagnarci.... C è dirimpetto al mio studio una ragazza che non può muoversi mai.... E alla sua finestra non ci arriva un raggio di sole.... -- Ha pensato a me? -- Sicuro. E la mamma pronta: Hai ragione, Carletto.... Quella povera ragazza è a peggior partito di te.... E dille ch'io pregherò la Madonna che la faccia guarire.... -- Oh benedetta!... -- E dille, continuò la mia vecchia, che non si scoraggi e che la Madonna ha fatto ben altri miracoli che questi.... -- Grazie, grazie di queste parole, -- replicò la Gegia con le lagrime agli occhi. -- Oh come volentieri la ci verrebbe ella stessa a ripetergliele se non fossero ormai due anni che non fa le scale. -- Ma si figuri.... Speriamo che i pronostici della sua mamma si avverino, e se Dio vuole ch'io mi possa muovere da questa sedia, il primo luogo ove andrò, dopo la chiesa, sarà a casa sua.... -- E che festa le si farebbe! Carletto aveva tanto da lavorare che non fu detta quasi più una parola in tutto quel giorno; ma la Gegia provava in cuore una dolcezza ineffabile e nuova. Carletto aveva pensato a lei, aveva parlato di lei con sua madre. Ella non voleva guardar più in là, non osava chiedere a sè medesima se le sue belle fantasie fossero mai destinate a prender forma; perchè guardare il domani, se l'idea del domani non poteva che amareggiare le gioie dell'oggi? Oh se le fosse dato guarire! Era giovine tanto! Aveva tempo ancora di amare, di godere! Nel dopo pranzo sentì nella -calle- la voce di Maso, quel giovine ch'era stato con Garibaldi, e ch'ella aveva riveduto, dopo il suo ritorno, tre o quattro volte. -- Maso! Maso! -- ella gridò. -- O che mi chiama, Gegia? -- Sì, potreste venire un momento da me? Il giovinetto fece in quattro salti le scale. -- Mi fareste un gran piacere senza dirlo a nessuno? -- Dica liberamente. -- Conoscete la Filomena, Maso? -- La conciaossi, quella che anni fa veniva a curarla? -- Sì, quella appunto.... Se poteste cercarla e mandarmela? -- Anche subito. -- Grazie, Maso.... Basterà che venga domani sulle dieci, all'ora che non c'è la zia. -- A proposito, e dov'è adesso la signora Marianna? -- Dorme col gatto in grembo.... di là in cucina. Il giovine sorrise e poi domandò peritoso: -- Vuol riprendere la sua cura? -- Sì, Maso, vorrei tentare. Mi pare impossibile ch'io non debba guarir mai. -- Ha ragione, -- rispose l'altro con la baldanza della sua età. -- Provi, provi, abbia pazienza a curarsi e vedrà che tornerà anche lei come le altre. Oh la Filomena ne ha fatte delle cure, più assai dei dottori con tutto il loro latino. Coraggio, Gegia, se lo ricorda di quando si correva insieme? -- Se me lo ricordo! E la nostra gita al Lido.... quell'estate?... -- Ah sicuro.... Quanti anni sono? -- L'anno prima ch'io m'infermassi.... d'estate.... Mi par ieri, c'era il babbo che aveva una giornata di libertà, c'era tuo padre buon'anima e la tua mamma, oh guarda che adesso ti do del -tu- come allora.... -- Si figuri.... Ma è quello che deve fare.... -- Purchè tu faccia lo stesso.... -- Eh mi ci proverò. -- E c'era anche la Pina, -- continuò la ragazza, -- eravamo insomma una brigata d'otto o dieci. Ci dirigemmo a San Nicolò del Lido, tirava un venticello fresco ch'era una delizia e la barca andava su e giù, su e giù.... Mi par di vedere ancora una dozzina di barche di pescatori che, in fila, si dirigevano al porto.... Avevano il vento in poppa, le vele spiegate, certe vele a rattoppi, giallastre, rossiccie, con un emblema per ciascuna, o la Madonna, o un Santo, o un cuore, o un mostro marino.... Le ci sfilarono davanti una dopo l'altra queste barche, e noi si gridava «Buona pesca!» -- Che memoria ha! -- esclamò Maso. -- Oh Maso, -- replicò la Gegia, -- tu hai visto tante cose nel mondo, io ne ho viste così poche.... È naturale che me ne rammenti. -- Indi riprese animandosi sempre più: -- A un punto il babbo perdette la pazienza e disse: Come si va adagio! E afferrò il remo d'uno dei barcaiuoli e si mise a vogar lui.... Allora sì ci parve di volare sull'acqua.... E il desinare sotto il gran platano, lo hai presente? -- Un poco.... -- Soltanto il principio, siamo intesi.... Perchè ho una gran paura che noi ragazzi fossimo brilli dopo il primo bicchiere.... -- Lo credo anch'io, -- proruppe Maso ridendo, -- perchè ho una vaga reminiscenza che quel famoso albero mi volesse cascare ogni momento sulla testa. -- Ma! Per me le son cose finite.... E intanto ti trattengo qui con queste chiacchiere, e chi sa quante belle -tose- ti aspettano. -- Oh mi canzoni -- disse Maso. E soggiunse: -- Dunque andrò per la Filomena. -- Sì, grazie.... E scusa, sai. Il giovine sgusciò via. X. Era altrettanto facile di guarire la Gegia, quanto di far passeggiare per la piazza il campanile di San Marco; nondimeno la ciarlatana si guardò bene dallo scoraggiare la inferma; la rimproverò anzi di non aver fatto nulla da un paio d'anni, ma le soggiunse che ciò non rendeva punto disperata la cosa e che perseverando nei rimedi ella avrebbe potuto ricuperar pienamente l'uso delle sue gambe. Indi le ordinò certi empiastri di sua recente invenzione, che s'erano chiariti efficaci in casi più gravi del suo. E la Gegia sperò e ubbidì ciecamente alle prescrizioni della ciarlatana, dando fondo per pagarla a poche lire ch'ella aveva risparmiate in più anni. Non toccò per altro il napoleone d'oro che le era stato regalato tanto tempo addietro dalla Lotte; questo napoleone, che le rimordeva di quando in quando la coscienza, ella aveva destinato di serbarlo ad un'opera buona, di farlo servire a vantaggio di qualchedun altro. A Carletto la Gegia non disse nulla della cura intrapresa. Bensì a lunghi intervalli si lasciava sfuggir qualche parola che accennava all'idea della guarigione, faceva qualche progetto per quando fosse guarita. Così pure, da pochi giorni e precisamente dacchè Carletto le aveva riferito il colloquio avuto con sua madre intorno a lei, ella aveva ripreso ne' suoi ritagli di tempo un'occupazione smessa da un pezzo: quella dei fiori di carta. Un dì Carletto se ne accorse e le chiese: -- Anche i fiori sa fare con quelle sue manine? -- Sono inezie.... Ho imparato da una signorina tedesca che abitava costì.... -- Come son belli! -- Le piacciono? -- Tanto. E lavora per commissione? -- Sì -- rispose la Gegia abbassando gli occhi e sorridendo. -- Lo sa, signora Gegia -- disse Carletto alcuni giorni dopo -- che mi son fatto fare il ritratto? -- Mi canzona? Il ritratto? -- In fotografia.... C'è un mio amico che s'è messo a fare il fotografo e ha voluto usarmi questa cortesia. Me ne diede sei copie. -- Davvero? -- soggiunse la Gegia e non osava chiedergliene una. Poi, sforzandosi di parer disinvolta. -- Sarà una sorpresa che vorrà fare alla sua amorosa.... -- Ma se non l'ho, io, l'amorosa. La povera Gegia non osava sperare di esser lei la preferita; pur le era un gran conforto il sentire che il cuore di Carletto fosse libero. E si fece coraggio a dire: -- Già che ne ha sei copie, potrebbe darmene una? -- Sicuro che gliela darò. -- L'ha con sè? -- No, la porterò domani. -- Si ricordi, sa -- disse la Gegia a Carletto, quando questi alla solita ora si mosse per andarsene. -- Oh non dubiti. Di lì a un'ora si bussò alla porta della Gegia. -- Chi è? -- disse la ragazza. -- Sono io, sono Carletto che le porto oggi stesso il ritratto. Posso entrare? -- Vengo, vengo -- disse la Gegia tutta confusa di questa visita che le metteva addosso uno strano turbamento.... Non ch'ella potesse temere della sua riputazione. Prima di tutto c'era nella camera attigua la zia Marianna: poi chi si sarebbe sognato di attribuire un intrigo galante a lei, la storpia, la paralitica? Ella pensava invece che Carletto non l'aveva vista sino allora che dalla finestra; egli poteva crederla impedita nei movimenti, non rattratta com'era. Depose in fretta sopra il tavolino che le stava allato la ciotola di perle e gli aghi, si ravvolse le gambe in una coperta di filo, tanto per nascondere alla meglio la parte inferiore della persona; quindi tirò la funicella che girava tutto intorno alla parete e di cui uno dei capi pendeva vicino allo stipite della finestra, a portata della sua mano, l'altro era legato al saliscendi dell'uscio. Carletto entrò. -- Perdoni la libertà, signora Gegia -- egli disse -- ma ho pensato che domani debbo andare al tribunale per conto dell'avvocato e trattenermivi forse tutto il giorno. Così volli anticipare e farle oggi una visitina.... Eccole il ritratto. E le porse una fotografia molto mediocre, che per vero dire non adulava l'originale, nè faceva un grande onore all'artista. Carletto aveva stimato opportuno di farsi ritrarre in piedi, locchè dava maggior risalto al taglio disgraziato del suo soprabito e alla cortezza fenomenale de' suoi calzoni, dono generosissimo del principale, ch'era nomo di statura al disotto della mezzana. Inoltre per la paura di mandar a male la grand'opera col più piccolo movimento, il suo corpo aveva perduto ogni morbidezza di contorni ed era rigido e stecchito come quello di un assiderato. Le braccia tese scendevano fino all'altezza dell'anca, facendo un leggiero angolo acuto col busto, e le mani aperte a ventaglio parevano preoccupate sovra ogni cosa di persuadere il mondo ch'esse avevano il numero giusto di dita, tanto un dito era discosto dall'altro. Ad aggiunger grazia all'insieme contribuiva il fondo che figurava un giardino. -- Giacchè debbo viver sempre tra quattro muri, voglio stare almeno all'aperto in ritratto -- aveva detto il giovine al fotografo, e questi, per compiacerlo, lo aveva addossato ad un paravento su cui erano dipinte due magnifiche palme. La Gegia ch'era artista per istinto avrà notato senza dubbio queste stravaganze, ma non volle contristare con le sue critiche il buon Carletto, e lo ringraziò molto della sua premura. Senonchè, mentr'ella parlava, non potè a meno di osservare nel suo interlocutore un certo che d'impacciato, una preoccupazione non naturale, una singolare inquietudine dello sguardo. Parve ch'egli stesso trovasse necessario di giustificarsene, perchè, quando i suoi occhi s'incontrarono in quelli della Gegia egli divenne rosso e balbettò: -- Guardavo quei fiori lì sul tavolino. La ragazza ben s'accorse non esser questa se non una scusa; tuttavia volle accettarla per buona, stese il braccio a prendere i fiori ch'erano ancora sciolti e se li pose in grembo. -- Oh la bella rosa -- esclamò Carletto. -- Verrebbe voglia di odorarla.... E questo gelsomino!... -- Oh il gelsomino è facile; cinque pezzettini di carta bianca, guardi il garofano piuttosto. -- Ma davvero! Com'è brava! -- È affar di pratica. -- Che lavoro c'è! Almeno glielo compenseranno bene. La Gegia sorrise e disse: -- Sa per chi preparo questo mazzolino? -- No in verità. Come potrei saperlo? -- Ebbene, spero che la sua mamma non avrà difficoltà ad accettarlo. -- La mia mamma? -- esclamò Carletto. -- Sì -- soggiunse la Gegia con accento commosso -- da quando ho sentito che discorrono qualche volta di me con la sua mamma, m'è venuta l'idea di regalare a quella povera vecchia un lavoro mio.... Non ci vedremo mai; ella non si muove più di casa, io non mi muovo di questa camera, ma almeno.... io che sono la più giovine.... io che se fossi sana dovrei andarla a trovare.... pregherò questi fiori di far le mie veci. Mentre diceva così, annodava rapidamente il mazzolino con un sottile filo di ferro, e con la manica del vestito si asciugava due grosse lagrime che le colavano giù per le gote. -- Oh Gegia, com'è buona! com'è gentile! -- disse Carletto, volendo prenderle la mano. Ella si schermì con uno di quegli atti istintivi della donna che nega per consentire, e con un movimento un po' brusco della persona lasciò scivolare la coperta che teneva sulle gambe. -- Oh perdoni -- disse il giovine. E raccolse la coperta da terra e gliela stese addosso amorevolmente. Pur non potè a meno di avvertire, meglio che non avesse fatto sino allora, la sproporzione del corpicino di lei; onde le parole gli morirono sulle labbra e restò lì imbarazzato, confuso. -- Dunque li accetta questi fiori perla sua mamma? -- ripetè la povera Gegia macchinalmente, tendendogli il mazzolino e senza osar nemmeno di guardarlo in viso. -- Oh se l'accetto! Sì, con tutta la gratitudine -- egli rispose prendendoglielo dalla mano, che questa volta, egli strinse davvero nella sua. -- Vada via adesso -- ella replicò tenendo il capo voltato verso la finestra e accennando con la mano che le restava libera. -- Vada via, potrebbe venire la zia Marianna. Egli esitò ancora un istante; poi disse: -- Grazie ancora una volta, Gegia, e a rivederci. -- E se ne andò. Oh se la Gegia fosse stata una ragazza come tutte le altre, certo egli non le avrebbe ubbidito così presto! Appena egli ebbe chiusa la porta, la giovine appoggiò i gomiti al tavolino, nascose il viso fra le palme e ruppe in un pianto dirotto. Il pingue gatto soriano ch'era in cucina e durante questo colloquio aveva cacciato più volte il muso attraverso lo spiraglio dell'uscio e s'era sempre tirato indietro alla vista di un estranio, ora si avanzò adagio adagio sulle sue zampe vellutate, venne fino alla Gegia, si fermò un momento a guardarla; poi le saltò sulle ginocchia. -- Povera bestia! -- esclamò la Gegia. -- Povera bestia! -- E lo accarezzò con una tenerezza assai maggiore dell'ordinario, tantochè il micio non si mosse di là, finchè la zia Marianna non venne in persona a prenderselo. In quel giorno la Gegia aveva capito due cose: ch'ella amava Carletto, e che non avrebbe mai potuto essere amata come sono amate le altre donne. Carletto le aveva detto -- -A rivederci- -- ma c'era da scommettere ch'egli non aveva in animo di tornarla a visitare; certo egli intendeva dire soltanto che si sarebbero riveduti dalla finestra. Dalla finestra egli le porse infatti i ringraziamenti di sua madre pel dono dei fiori, ma non le fece altre visite, ed ella non cantò più; nè egli le chiese perchè non cantasse. Capiva forse di essere andato troppo avanti e non gli pareva onesto di lusingare la passione ch'egli aveva creduto scoprire nella Gegia. Così il primo colloquio intimo che i due giovani avevano avuto era stato anche l'ultimo, e il primo scambio di cortesie successo tra loro aveva contribuito a rallentare anzichè a stringere le loro relazioni. Poi sopraggiunse l'inverno coi suoi freddi, le sue nevi, le sue pioggie, e Carletto e la Gegia non si videro per più mesi che attraverso i vetri. XI. Quando venne la buona stagione e le due finestre tornarono ad essere aperte, la Gegia notò che Carletto era immensamente deperito. E invero egli aveva una tosse ostinata. -- L'inverno mi fa sempre male -- egli disse alla sua vicina -- e non istò ancora perfettamente. -- Non vuol curarsi. -- Ho preso tanti pasticci, più che altro per far piacere alla mamma.... Ma il meglio sarà ch'io resti in casa un paio di giorni.... Ne ho chiesto licenza all'avvocato. La Gegia sentì una trafittura al cuore. Le parve che una voce le dicesse ch'ella non avrebbe più rivisto Carletto. -- E quali giorni ha scelto per istare a casa? -- ella domandò. -- Comincierò domani ch'è domenica; spero così martedì o mercoledì al più tardi di rimettermi al lavoro.... A ogni modo, senta, se per mercoledì non vengo allo studio farò di tutto per passare un momento da lei. Era, dopo la visita dell'anno addietro, la prima volta ch'egli si proponeva di venirla a trovare a casa. -- Oh signor Carletto, è troppo buono -- ella disse -- non vorrei che queste cattive scale l'affaticassero. -- Non si dia pensiero, le farò adagio.... Se sapesse quante volte la mamma mi ha detto ch'io ho mancato con lei. -- Con me! -- sclamò la ragazza arrossendo. -- O come mai? -- Sì; perchè non son venuto di persona a ringraziarla dei fiori. -- Lo sa che non deve far complimenti.... Verrà quando potrà. Il mercoledì la Gegia passò una giornata agitatissima. Era forse tornato a brillare un raggio di speranza nel suo povero cuore? Pensava ella davvero a un ricambio della sua infelice passione? O piuttosto la sua inquietudine era dovuta soltanto al timore che la malattia di Carletto fosse più grave di quello ch'egli non credeva o non fingeva di credere, tantochè egli non fosse in grado d'uscir di casa nè quel giorno nè il giorno appresso, nè mai forse, mai più? Se il pensiero che angustiava la sventurata ragazza era questo, ella non si apponeva certo a torto. Non solo Carletto non comparve nel mercoledì, ma il giovedì mattina la Gegia vide la serva dell'avvocato che consegnava a un uomo maturo il vaso d'erbarosa. Ella ebbe appena la forza di chiedere: -- O non viene oggi il signor Carletto? La donna, sgarbata secondo il suo costume, scrollò le spalle senza rispondere, ma l'incognito prese egli la parola. -- No sicuro, non viene oggi e non sa quando verrà.... Per questo ha mandato a prendere il vaso d'erbarosa. -- Ma che cos'ha? -- Febbre e tosse.... Un affar lungo. -- Ma non mica serio? -- E chi può dir nulla? È attaccato al petto. E, salutata la Gegia, si allontanò. Ella, sopraffatta dal dolore, colse appena un frammento di dialogo tra la fantesca e il messaggero di Carletto. -- Chi è quella ragazza? -- Oh -un bel feudo-!... Ha perdute le gambe. La Gegia non aveva tempo di sentirsi mortificata da queste parole; il suo pensiero era corso alla camera ove languiva il solo uomo che per un istante aveva mostrato di provar per lei qualche cosa di più che un sentimento di sterile compassione... Oh così avesse potuto volare ella stessa a soccorrerlo, a vegliarlo! Così avesse potuto morire in vece sua, morire sotto i suoi occhi, ridonandogli la vita e la sanità! Che faceva ella nel mondo? A chi era necessaria? Non al padre, non alla zia; egli invece aveva una vecchia genitrice di cui era il solo conforto, egli poteva ancora trovare qualcheduno che lo amasse! La tormentava inoltre l'idea delle strettezze in cui Carletto si trovava sicuramente. Poveretto! Se la sua malattia era lunga, come ne avrebbe sopportato le spese? Ed ella ripensò alla moneta donatale dalla Lotte; a che opera buona l'avrebbe destinata se non a questa di soccorrere Carletto e la sua mamma? Il sabato, quando il vecchio Menico venne da lei come il solito, ella lo supplicò di ascoltarla con pazienza e di prepararsi a darle una prova del suo affetto per essa. Gli raccontò la storia del napoleone d'oro, il voto ch'ella aveva fatto d'impiegarlo un dì o l'altro in tal cosa che le facesse perdonare a sè medesima il modo in cui lo aveva ricevuto; gli parlò di Carletto, della sua malattia, dei suoi imbarazzi economici e del bisogno ch'ella sentiva di essergli utile. Finchè era sano, ella non aveva avuto il coraggio di offrirgli nulla, ma adesso ch'era infermo, ogni esitanza le sarebbe parsa colpevole, ed era certa che Carletto non avrebbe rifiutato un aiuto da lei. Perciò, s'era vero ch'egli le voleva bene, egli stesso, il signor Menico, doveva assumersi quest'ufficio delicato, doveva andare da Carletto, informarsi della sua salute, vederlo e fargli accettare quel po' di denaro. No, s'egli stava in forse di compiacerla, ella non avrebbe più creduto nemmeno a lui, avrebbe detto, povera disgraziata, che nessuno, nessuno aveva pietà di lei sulla terra, Menico, ch'era di cuor tenero, finì col cedere e adempiette così bene all'incarico che la Gegia gli sarebbe saltata al collo se il saltare fosse stato cosa da lei. Quand'egli le disse che a parer suo Carletto non istava poi tanto male come si voleva far credere, quando le soggiunse che il suo napoleone era stato accolto con lagrime di riconoscenza e aveva risparmiato alla madre del giovine la necessità d'impegnare un filo d'oro ereditato da suo marito, la Gegia - - , ? - - , . 1 2 - - , , 3 , . 4 5 - - - - ' - - , . . . ? 6 7 - - , . . . . 8 . . . . 9 10 - - , ? 11 12 - - ? . . . ? , , , - - 13 - , - . : - - , ' 14 . - - . 15 . 16 17 18 . 19 ' 20 , 21 22 23 , 24 ' , 25 ' . 26 ' 27 ' . 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