Così egli insegna ancora calligrafia nell'Istituto di ***. Gli studenti continuano a prendersi con lui le solite libertà; i colleghi non lo tengono in nessun conto, la signora Bettina lo strapazza senza misericordia, perchè non lascia la scuola e la scolaresca; anche il bidello, suo abituale confidente, lo consiglia a mettersi in quiete, ma il signor Antonino è ormai convinto, che il giorno in cui egli abbandonerà definitivamente il suo ufficio, si potrà preparargli la necrologia. L'OROLOGIO FERMO Non vedevo Federico Vivaldi da più di quindici anni. Eravamo stati a scuola insieme; poi come il solito, ciascuno era andato per la sua strada e ci si era perduti d'occhio. Nel 1866 avevo letto il suo nome tra i feriti della fazione di Monte Suello; più tardi seppi ch'egli esercitava l'avvocatura nella sua città natale, una piccola città di provincia. Pareva che non s'ingerisse nelle lotte politiche, poichè non m'era accaduto di sentirlo mai menzionare tra i candidati al Parlamento, o tra i consiglieri provinciali, o tra i pubblicisti, o tra gli oratori dei -meetings-. Chi sa? Forse, non era nemmeno cavaliere. Come le apparenze ingannano! A scuola gli si sarebbe presagito un luminoso avvenire. Imparava ogni cosa prestissimo scriveva con buon gusto, parlava con facilità, e teneva, se non il primo, uno dei primi posti. Un affare mi conduceva adesso nella città e nella casa di Federico. Lo trovai alquanto mutato, ma non era da meravigliarsene; in quindici anni ero ben mutato anch'io. Egli aveva la cera pallida, l'aria trista e patita, la barba e i capelli brizzolati di bianco. Il nostro incontro fu cordiale ma senza straordinaria espansione. Due uomini che si vedono dopo un lungo intervallo hanno un bel corrersi incontro con entusiasmo; essi sentono subito che le amicizie non si ripigliano dove si sono lasciate. Federico pareva anche più riguardoso di me. -- Sei stato sempre bene? -- gli chiesi. -- Sì, -- replicò brevemente. -- E la tua ferita? -- Oh! Una cosa da nulla. Dall'indole delle sue risposte, e dalla fretta con cui egli entrò a discorrere dell'affare che doveva formar soggetto del nostro colloquio, argomentai ch'egli fosse diventato uno spirito positivo, incapace di far altro da mattina a sera che compulsar codici e di trattar cause. Anzi, Dio mel perdoni, giunsi fino ad accusarlo di calcolar tempo perduto tutto quello che non si può far figurare nelle specifiche. Egli parlò per più di un'ora esaminando da tutti i lati con molto acume e molta lucidezza la questione che mi aveva chiamato da lui. Ci mettemmo pienamente d'accordo; dopodichè egli mi chiese licenza di rovistare alcune buste per cercarvi un documento che gli occorreva. -- Or ora, se vorrai, usciremo insieme, -- egli soggiunse. Lo disse in tuono così freddo che avrei avuto una gran voglia di piantarlo lì, ma in quel paese non conoscevo nessuno; che dovevo fare? Mi alzai da sedere, diedi un'occhiata a una piccola biblioteca che non conteneva nulla di peregrino; quindi mi affacciai alla finestra. -- Che bella vista! -- dissi tanto per non restare in silenzio. -- È più bella dall'altra stanza, -- osservò Federico che aveva trovato il documento e mi si era avvicinato. -- Passa pure. E, tenendo aperto un uscio, mi introdusse in una camera molto semplice ma molto pulita, dalle cui finestre lo sguardo abbracciava un'ampia distesa di colline e di ville. -- Tu dormi qui? -- gli chiesi. -- Sì. È la mia camera da letto. -- Come dev'esser piacevole aprir gli occhi la mattina e vedersi davanti questo immenso orizzonte! -- Voi a Venezia non ci siete avvezzi. Però adesso c'è troppo sole, -- egli continuò, -- e bisogna abbassar le tendine. Mentre Federico eseguiva questa operazione i miei occhi si fissarono a caso sopra un orologio a dondolo ch'era collocato su un canterale e che segnava le sei e quindici minuti. -- Oh, -- diss'io, -- quell'orologio è matto. -- È fermo, -- egli rispose in furia come se le parole gli bruciassero la lingua. Era un orologio di forma antica il cui disco cilindrico poggiava su due colonnine d'alabastro coi piedestalli e i capitelli di bronzo. Sulla mostra di maiolica erano incisi il nome della fabbrica e l'anno di fabbricazione -- 1822. -- È un oggetto da museo, -- ripresi ridendo, e mi chinai per vederne più da presso il meccanismo. Non so se facessi atto di prendere fra le dita il capo di un cordoncino che pendeva fra le colonne. So che Federico mi afferrò il braccio e mi gridò: -- Non lo toccare! -- con tale un accento ch'io mi voltai in sussulto, temendo quasi di aver dato fuoco a una miccia. -- In nome del cielo, che cosa c'è? -- esclamai sbigottito. -- Perdonami, -- rispose il Vivaldi con voce più calma e tentando di comporre le labbra a un sorriso. -- Avevo paura che tu movessi le lancette di quell'orologio. E mentr'egli pronunziava queste parole, i suoi occhi s'inondarono di lagrime. Lo guardai commosso ma senza osare d'interrogarlo, giacchè egli non mi sembrava disposto alle confidenze. Ci fu un buon minuto di silenzio, e mi parve un secolo. Alla fine Federico incrociò le braccia e si appoggiò alla spalliera di una seggiola volgendosi verso di me. -- Ti ricordi, -- egli mi disse, -- di venti anni fa quando passammo la domenica e il lunedì della Pentecoste in villa di Fausto Rioni, presso Sacile? -- Sicuro che me ne ricordo, -- replicai non intendendo bene ove egli volesse mirare. -- Fausto Rioni che adesso è deputato.... Ho perso di vista anche lui. -- E quella nostra salita sul ciliegio, te ne rammenti? -- Aspetta che mi raccapezzi.... ah sì.... sì. -- Era il dopopranzo della domenica. Noi due ci si era rampicati lì in alto e intanto una mezza dozzina di fanciulle stavano a' piedi dell'albero, e gridavano. -- Coraggio dunque! Fate le cose a modo. -- E noi spiccavamo le ciliegie fin dove si poteva arrivare con le mani, e poi scrollavamo i rami con quanto fiato ci restava in corpo. Era una pioggia di frutti, che le bimbe raccoglievano o nelle falde del vestito o nel grembialino spiegato.... Di quelle bimbe tre erano le sorelle di Fausto, tre erano loro amiche.... La maggiore poteva contare dieci anni.... Era una fanciulla alta, bionda, con due lunghe treccie che le cadevano giù per le spalle.... con due grandi occhi azzurri, pieni di dolcezza e d'ingenuità.... -- Oh adesso che ci penso, -- esclamai, -- l'ho presente anch'io.... Lascia ch'io compia la tua descrizione.... Le sue treccie bionde erano annodate da due fettuccie di seta blu.... -- È vero.... -- Vestiva un abitino di percallo bianco con fioretti rossi.... -- Sì, sì. -- La chiamavano.... Oh! qui la memoria mi tradisce.... -- La chiamavano Virginia. -- Sicuro, Virginia. Ebbene? -- Ebbene, parecchi anni dopo quella fanciulla divenne mia moglie. Mi guardai intorno. La camera da letto di Federico non era una camera nuziale. Indovinai un lutto domestico. -- È morta.... forse? -- chiesi con esitazione. Il Vivaldi chinò il capo con un cenno affermativo e si portò la mano sugli occhi. -- E da poco tempo? -- continuai. -- Oh.... no, -- egli rispose, -- dal marzo del 1866. -- Povero amico! -- diss'io commiserandolo sinceramente e rispettando un dolore che si manteneva così vivo dopo più di nove anni. -- Ma che c'entra in tutto ciò l'orologio, tu mi chiederai? -- egli ripigliò dopo una brevissima pausa. Federico aveva colto il mio pensiero. Io stavo infatti tormentandomi il cervello per iscoprire la relazione fra la morte della Virginia e l'incidente che aveva commosso in modo sì strano l'amico mio. -- Quando la Virginia infermò, -- egli disse, -- erano sei mesi ch'io l'avevo sposata.... sei mesi di una felicità senza nube.... Da che male ella fosse presa, non lo so; non lo seppero i medici, non lo seppe nessuno.... Ella non soffriva.... moriva a oncia a oncia. Ma non lo credevamo nè lei, nè io, e facevamo di gran disegni per l'avvenire.... Appena ella fosse guarita, avremmo piantato nuove aiuole di fiori nel nostro giardinetto, avremmo rimesso a nuovo, secondo le nostre modeste fortune, una parte della casa. -- Per esempio, -- ella osservò un giorno ridendo e additando quello che tu chiamavi giustamente un oggetto da museo, -- per esempio sarebbe assai bene poter cambiare quell'orologio antidiluviano. -- Io le promisi che avremmo fatto apposta una gita insieme a Venezia per comperare una cosa di suo gusto. Ne fu tanto contenta, la poveretta. Eravamo noi due soli. I suoi genitori erano morti, ero orfano anch'io. Del resto, io non volevo cedere a nessuno il privilegio di vegliare mia moglie. Quante notti sedetti, senza chiuder occhio, al suo letto! Ella si assopiva, poi si destava, mi diceva una parola affettuosa e tornava a cedere al sonno. Per ore ed ore non si sentiva nella camera che suo il respiro e il -tic-tac- dell'orologio. Quanto a me, se non fosse assurdo, direi che non respiravo neppure, tanto la mia vita era confusa con quella dell'amata creatura che mi languiva davanti. Una notte che la vedevo più inquieta del solito, le domandai: -- Ti reca disturbo il battito dell'orologio? -- Oh no, -- rispos'ella, -- tutt'altro. Era un orologio che si caricava ogni otto giorni. Finchè la Virginia era sana, ci pensava lei; durante la sua malattia ero succeduto io nell'ufficio. Ma i patimenti del corpo e le angustie dell'animo mi avevano tolto il giusto concetto del tempo e avevano scompigliato la mia memoria; una settimana caricai l'orologio per due giorni di fila, un'altra me ne scordai affatto. Il 29 marzo del 66 era il giovedì santo. Mi dimenticherò di tutto, non mi dimenticherò mai di quel giorno. Nella mattina la Virginia aveva discorso della Pasqua precedente quando noi ci preparavamo alle nozze, così lieti da non dover invidiare i più gran re della terra. -- Saremo felici anche l'anno venturo, non è vero? -- ella soggiunse, e per la prima volta mi parve di avvertire nella sua voce un leggero accento dubitativo che mi mise i brividi. Il medico, dopo la sua visita, tentennò il capo, ma non accennò a nessun pericolo imminente. Sulle quattro del pomeriggio la Virginia mi pregò che le sciogliessi i capelli; i legacci le davano molestia. Obbedii, e le sue belle treccie bionde le scesero giù per le spalle. -- E pensare che bisognerà tagliarle se guarirò. -- Ella vide l'espressione desolata del mio volto e corresse la frase -- -quando- guarirò. -- Indi mi disse: -- Apri un momento la finestra. È ormai la primavera. -- Io mi movevo come un automa senza profferire una parola. -- Oh come è bello! -- ella esclamò contemplando dal suo letto parte di quell'orizzonte che tu ammiravi poco fa. -- Basta, adesso.... Puoi chiudere. -- Ella abbassò le palpebre e cadde in un sopore. Le sedetti vicino prendendole una mano che penzolava fuor delle coperte. Il suo alito era lieve lieve; nel suo volto c'era una pace di paradiso. Avrei voluto chiamar qualcheduno, ma mi sentivo come inchiodato sopra la sedia. Andava facendosi buio; la luce che penetrava nella camera attraverso le stecche delle persiane diveniva sempre più debole, l'orologio misurava gli eterni minuti col suo uniforme -tic-tac tic-tac-. Ad un tratto il -tic-tac- cessò. -- L'orologio s'è fermato, -- disse la Virginia con voce quasi impercettibile. Nello stesso tempo ella mise un sospiro, e la sua mano, prima si agitò con un tremito, poi si irrigidì nella mia.... Accorse gente, si accesero i lumi. Virginia era morta. L'orologio, fermo, segnava le 6.15.... Tu piangi, amico mio?... Oh lo so che tu avevi sempre buon cuore. Federico mi baciò più volte singhiozzando. Quand'egli si fu alquanto calmato. -- Non so come le sopravvissi, -- egli soggiunse. -- Per buona fortuna non tardò a scoppiare la guerra. Corsi subito ad arruolarmi con Garibaldi, invocando una palla che mi togliesse di pena. Sa Iddio se l'ho cercata, ma non trovai che una palla spuria... la quale mi ferì ad un braccio.... Quando potei lasciare l'ambulanza era già sottoscritto l'armistizio.... Tornai a casa ove secondo i miei ordini nessuno aveva toccato l'orologio.... Mi rassegnai a vivere... ma non c'è più gioia per me.... Orsù, vuoi uscire? Mi offrì un sigaro e mi prese per il braccio. Allorchè fui sulla soglia non potei a meno di voltarmi indietro. L'orologio, fermo, segnava le 6.15. LA LETTERA DI MARGHERITA È una sera di dicembre. Il signor Massimiliano Nebioli, uomo sui sessanta, che porta parrucca ed occhiali, è seduto con tanto di muso dinanzi alla tavola del salotto da pranzo, e legge la -Gazzetta di Venezia-, lagnandosi di tratto in tratto perchè il lume a petrolio non fa abbastanza chiaro, o fuma, o scoppietta. La signora Geltrude sua moglie è sprofondata in una poltrona vicina alla stufa e sonnecchia, o fa le viste di sonnecchiare. Di fuori è un tempo d'inferno. Piove, nevica e soffia un vento di tramontana da intirizzire. È una di quelle notti nelle quali i felici del mondo, ravvolgendosi fra le coltri, mettono filantropiche esclamazioni: -- Poveretti quelli che non hanno fuoco da scaldarsi, nè panni da coprirsi, nè un buon bicchiere di vino da rifocillarsi il sangue! Poveretti i poveretti, insomma! -- Poi uno sbadiglio, una stiratina di braccia e tutto è finito. Qualche volta il vento è così forte che ne tremano anche le doppie vetrate del salotto e le tendine di lana si agitano con una leggera ondulazione. La fiamma del lume approfitta di questi momenti critici per dare un piccolo guizzo e il signor Massimiliano brontola più forte e protesta contro la servitù che non sa chiuder bene le finestre. -- Bisogna metter dell'altra legna nella stufa, -- egli dice a un certo punto rivolgendosi a sua moglie. Ella che obbedisce a suo marito come un cagnolino, si alza dalla poltrona, tira il campanello, poi torna al suo posto. Un osservatore attento noterebbe due cose: primo, che la signora Gertrude ha gli occhi rossi; secondo, che nel tragitto dalla poltrona al sofà ov'è il cordone del campanello, ella cammina in modo che il suo consorte non possa vederla in viso. Guai a lei s'egli s'accorgesse che ha pianto! All'appello della padrona è accorsa la Marina, la vecchia cameriera di casa, col naso rosso dal freddo, con le mani conserte sotto il grembiale e con la testa sprofondata fra le spalle, come lumaca che ha ritirate le corna. La Marina non ha neppur lei un viso allegro, effetto forse della stagione. -- Fate dell'altro fuoco, -- ordina la signora Gertrude. -- E chiudete meglio le imposte, -- soggiunge il signor Massimiliano. -- Ma se son chiuse benissimo, -- dice la cameriera. -- Niente affatto; venite qui e sentirete che arietta. -- Sfido io, col vento che c'è fuori. Vorrei che passasse un po' in sala.... Che Siberia! -- È una Siberia anche qui.... Non sapete nè accendere la stufa nè chiudere le finestre. La Marina, che ha la lingua lunga, sta per replicare, ma è trattenuta da uno sguardo supplichevole della padrona. Così ella ringhiotte le sue osservazioni, e inginocchiata davanti la portella della stufa caccia della nuova legna tra le brage, e con le molle, col soffietto e un po' anche col fiato, raccende il fuoco, che divampa allegro e rumoroso e illumina la parete. -- Avete aperto il registro, per Dio? -- grida in tuono burbero il signor Massimiliano. -- Eh mi pare che se non lo avessi aperto, a quest'ora ci sarebbe già la stanza piena di fumo. -- So che non fate mai nulla a modo, -- continua il signor Nebioli per giustificare la sua diffidenza. Questa volta la Marina non può reprimere un lunghissimo -auff-, che però, a uno sguardo della signora Gertrude, ella fa terminare in uno starnuto. Appena ella è uscita, il signor Massimiliano brontola: -- Petulante! Poi torna a immergersi nella lettura della -Gazzetta-, commentando da sè le notizie: -- Arnim fu condannato a tre mesi di carcere. Ci ho gusto. Non c'è modo di governare se non c'è rispetto per l'autorità. Ormai ciascuno vuol fare il suo talento. I popoli non vogliono obbedire ai governi come i figliuoli non vogliono obbedire ai genitori. Bel mondo! La signora Gertrude trasse un sospiro dal petto. -- Che cosa c'è? -- ripigliò il signor Massimiliano. -- Hai perduto la parola? Adesso in casa non si discorre che per sospiri. -- C'è proprio da stare allegri, -- insinuò timidamente la signora Gertrude. -- Cominciamo coi soliti piagnistei, -- disse l'ameno signor Nebioli, sbattendo con forza la -Gazzetta- sulla tavola. -- Vedi se non è meglio ch'io mi taccia? -- Meglio niente affattissimo.... Si discorre tranquillamente, quietamente come fanno gli altri... come faccio io.... Ed eccoci da capo a piagnucolare.... Vorrei sapere che cosa ci sia di speciale stasera.... -- Nulla, nulla.... -- Nulla un cavolo.... sentiamo, via. -- C'è, c'è.... che penso alle belle feste che ci si preparano. -- Oh corpo di un cannone! E ne ho colpa io se passeremo le feste male? -- Chi dice questo? -- Sono io che ho detto alla nostra figliuola di scapparci di casa? Sono io che l'ho gettata in braccio ad uno spiantato, ad un brigante, ad un ladro?.... -- Massimiliano per carità, quanto all'essere uno spiantato non c'è dubbio, ma un ladro poi, un brigante.... -- osservò la signora Gertrude con un coraggio di cui ella stessa non si sarebbe creduta capace. Infatti suo marito andò su tutte le furie: -- Già lo so che tu lo difendi, già lo so che tu trovi degnissima di lode la condotta di quei due signori..... -- Ma no, Massimiliano, no.... -- Ah non è un ladro, non è un brigante.... Sì che è un ladro, è un ladro di fanciulle; sì che è un brigante, perchè assassina una famiglia.... E poi ci sono questi conforti! Quando si mette in campo un tale argomento, quando si ragiona, -madama- prende le parti dell'avventuriere e della figlia insubordinata.... Avrei voluto vedere io se lei avrebbe consentito a farsi sposare in quella maniera, avrei voluto vedere se il suo signor padre mi avrebbe passato buono un tiro simile a quello di -colui-! Mi si è pesato e ripesato su non so quante bilancie, e ci mancò poco che non mi si rimandasse pei fatti miei perchè non avevo blasone. La signora era -contessa-, e ci teneva.... -- Oh Massimiliano, come puoi dir questo? -- Ci teneva tanto che il suo più bel sogno era quello di far contessa sua figlia, di darla ad un nobile.... Va là, cara, che l'hai trovato il genero nobile. -- Senti, Massimiliano, hai ragione, sono stati crudeli, sono stati infami, se vuoi, ma quel lasciarli patire... ricchi come siamo. Il signor Nebioli tornò a scoppiare come una bomba: -- Nemmeno un centesimo non voglio dar loro finchè vivo, no, nemmeno un centesimo.... Quando sarò morto s'ingrasseranno a loro agio.... Già lo so che molti desiderano la mia morte.... Ma io voglio farli aspettare un pezzo, perchè al mondo mi ci trovo benissimo.... Se non fossero questi piagnistei che ho in casa.... E alzatosi dalla seggiola si mise a passeggiare su e giù per la stanza. La signora Gertrude si alzò ella pure. Ella era combattuta fra la soggezione straordinaria che le aveva sempre ispirato suo marito, e il convincimento che la severità di lui era eccessiva e ch'ella non faceva opera di buona madre obbedendogli in tutto. Le si spezzava il cuore a pensar che sua figlia, a tanti chilometri di lontananza, non aveva forse modo di render meno squallido il suo desco per le feste del Natale. Ella avrebbe potuto mandarle qualche cosa di soppiatto, ma non sapeva nasconder nulla a Massimiliano, e Massimiliano non voleva neppure ch'ella scrivesse alla ingrata, alla perfida Margherita. E sì ch'egli l'aveva amata tanto questa figliuola, l'aveva fatta regina del suo cuore e della sua casa; burbero con tutti, era stato con lei dolce, compiacente, le aveva prodigato mille doni e mille carezze! E l'amava ancora, ed era soltanto la sua indole puntigliosa e caparbia che gl'impediva di perdonarle. Ma aveva i suoi momenti di debolezza ed erano appunto quelli in cui egli prorompeva con maggiore violenza. Sentendo che il fuoco andava languendo, lo attizzava egli stesso, si scagliava senza misura contro i colpevoli e quando li aveva colmati di vituperii tornava a persuadersi che il loro delitto era stato ben grave. Una donna più avveduta della signora Gertrude, anzichè atterrirsi di queste sfuriate, avrebbe dato loro il vero significato, le avrebbe accolte come sintomi di resipiscenza, e sarebbe tornata vigorosamente alla carica. Ma ella si ritirava subito impaurita e si limitava a piangere in silenzio e di nascosto. Il suo unico conforto era quello di non opporsi a suo marito, di seguire in tutto i suoi desiderii. I deboli non si accorgono mai che anche i despoti hanno qualche volta il desiderio di esser contraddetti, e che se non lo manifestano gli è perchè temono di perdere la riputazione di fermezza a cui devono la loro forza. A ogni modo quella sera la signora Gertrude era un po' meno timida del consueto. Ed ella si spinse fino a dire con un fil di voce: -- Non si potrebbe almeno per queste feste?... -- No, no, tre volte no, -- proruppe il signor Massimiliano dando un gran pugno sopra il pianoforte. Era un pianoforte a coda, di molto prezzo, ch'era stato comperato parecchi anni addietro per la Margherita. Ma dacchè la Margherita se n'era andata, nessuno l'aveva più aperto, nessuno aveva sentito più la sua voce armoniosa. Ora soltanto, al colpo che ne scuoteva tutta la compagine, le sue corde mandarono un gemito lungo lungo, che parve come un richiamo ai tempi fuggiti ed evocò nella malinconica stanza l'immagine della gentile fanciulla. Le ultime vibrazioni di quel suono si perdevano nell'aria quando si udì una grande scampanellata. -- Chi viene questa sera? -- esclamò il signor Massimiliano, fermandosi in mezzo al salotto con l'atteggiamento d'un cane di guardia che sente il calpestio di passi sconosciuti. Anche la signora Gertrude tese l'orecchio. -- Chiudono la porta. -- Quella stupida servitù avrà certo aperto senza veder prima chi sia, -- osservò il Nebioli pronto sempre ad interpretare ogni cosa nel modo meno benevolo. Intanto dal di fuori s'intese una voce: -- Non c'è bisogno che mi annunziate. Mi presento da me. -- È la voce del dottor Beverani, -- disse la signora Gertrude, pallida ed inquietissima. -- Il dottor Beverani! Che cosa può volere? -- masticò fra i denti il signor Massimiliano corrugando la fronte. Si spalancò l'uscio ed entrò un uomo alto e grosso, col bavero tirato su fino agli occhi, col cappello in testa e con le mani sprofondate nelle tasche della pelliccia. E sulla pelliccia e sulle falde del cappello si andavano liquefacendo larghi fiochi di neve. -- Buona sera! Buona sera! -- disse il nuovo arrivato. -- Domando scusa se entro così, ma fa un tal freddo che non ebbi il coraggio di levarmi il soprabito nell'andito. Il signor Nebioli avrebbe avuto una gran voglia di mandare a spasso l'incivile che veniva a colare come una grondaia nel suo salotto da pranzo, ma il dottor Beverani era una persona di riguardo, medico di casa da un pezzo, socio di più accademie, cavaliere di più ordini, e non conveniva usargli scortesia. Inoltre la sua visita non era certo senza grave motivo e destava una legittima curiosità anche nel signor Massimiliano. Il dottore spiegò tranquillamente sopra una sedia la sua pelliccia, depose sopra un'altra il cappello e poi si appoggiò con la schiena alla stufa. -- Ah qui si respira un'altra aria, -- egli esclamò soddisfatto. -- Dunque, con più calma, buona sera, signora Gertrude, buona sera, Massimiliano. La signora Gertrude rispose un timido -- buona sera -- e suo marito emise alcuni suoni inarticolati. Però il dottor Beverani non parve curarsi di questo gelido saluto, ed egli continuò: -- Beati quelli che possono far salire a forza di legna il termometro a dodici gradi! Fuori siamo a tre o quattro gradi sotto zero.... Fui or ora in una casa di poveri ove c'erano dei bambini che tremavano di freddo da far compassione. Un locale terreno, senza vetri alle finestre, un focolare spento, e lungo una parete due pagliericci senz'altre coperte che di miseri cenci. Su una sedia, ravvolta in uno scialle sdrucito, una vecchia con la febbre addosso. Ha una bronchite di cui potrebbe anche guarire se andasse all'ospedale.... -- E perchè non ci va? -- chiese il Nebioli infastidito. -- Perchè la mamma dei bimbi è morta l'anno passato, e durante il giorno quando il padre lavora, o chi guarderebbe quelle creaturine? Eh! A chi sta sdraiato nel suo seggiolone vicino al caminetto, la filosofia è facile e con un paio di sentenze si accomoda tutto.... Ma quando le cose si vedono dappresso, allora è un altro paio di maniche.... I comunisti hanno torto, ma nondimeno, una volta all'anno, in inverno, divento comunista anch'io.... -- Tanto fa petroliere, -- saltò su il signor Massimiliano, -- ma, scusate, non siete venuto a farci visita che per narrar queste malinconie? -- No davvero, per quanto piacere abbia di veder voi e la signora Gertrude, non mi sarei spinto fin qui senza una ragione seria, in mezzo al vento e alla neve. -- Vergine Santa! -- esclamò la signora Gertrude -- ho in cuore il presentimento di una disgrazia. -- E che disgrazie volete che ci sieno? -- urlò suo marito per dissimulare, secondo il solito, con le grida, l'inquietudine che si era impadronita anche di lui. E avrebbe continuato nel medesimo tuono se il dottor Beverani non avesse preso subito la parola. -- No, no, buona signora, -- egli disse avvicinandosele e prendendole ambe le mani -- non ci saranno disgrazie. Ho uno lettera da consegnare.... -- Una lettera? Per me dunque? -- interruppe il signor Massimiliano. -- Per voi e per vostra moglie.... La persona che scrive vuol essere sicura che la lettera sia giunta nelle vostre mani.... Ha scritto ancora, e.... -- E non voglio veder nulla, -- gridò il Nebioli voltandosi da un'altra parte. -- Ho capito chi è la persona che scrive; ella è morta per me. La signora Gertrude avrebbe dato dieci anni della sua vita per trovare un lampo di energia in quel momento, per farsi consegnar quella lettera, per aprirla, per baciarne i caratteri; ma era inutile, ella ormai non sapeva che piangere. E si nascose il volto fra le palme e soffocò i suoi singhiozzi. Il dottore non ismarrì punto la sua calma alle brusche risposte del vecchio bisbetico, ma estrasse di tasca la lettera e ripigliò: -- Voi leggerete questo foglio, Massimiliano. -- Vi dico di no, -- rispose costui dando però un'occhiata di sbieco alla sopracoperta che il medico aveva avvicinato al lume. -- O lo lascierete leggere a vostra moglie. -- Nemmen per idea. -- Allora lo leggerò io.... La Margherita me ne dà facoltà.... Fatemi portare una candela perchè alla luce del petrolio io non leggo... -- Vi ripeto, -- cominciava il signor Massimiliano, quando il dottore lo interruppe senza riscaldarsi, ma con una certa aria di autorità: -- Io spero che il medico di casa avrà il diritto di farsi portare una candela e di leggere una carta. Signora Gertrude, abbia la bontà di suonare il campanello. -- Non ce n'è alcun bisogno, -- disse il vecchio dispettosamente. E rivoltosi a Gertrude: -- Se vuole una candela, accendigliela; sulla credenza ce ne sono due.... O che fai lì come una statua? Santa pazienza! Il dottore teneva sempre la lettera fra le dita; il signor Massimiliano gliela strappò con un impeto subitaneo. -- Sapete dove meriterebbe di andar questa lettera? Nella stufa. Quantunque il Beverani fosse certo che una tale minaccia non avrebbe avuto effetto, egli ficcò gli occhi addosso al suo cliente, che pareva magnetizzato da quello sguardo e passava la lettera da una mano all'altra dopo averla tirata fuori dalla sopracoperta ch'egli stracciò in minutissimi pezzi. Intanto la signora Gertrude faceva inutili sforzi per accendere il lume. Le sue mani tremavano ed ella non riusciva a tener fermi i fiammiferi vicino al lucignolo. -- Lasci fare a me, buona signora, -- disse il dottore accostandosele con bontà. -- Torni a sedere e si rinfranchi. -- Quella fraschetta ha tempo da perdere, -- osservò il signor Massimiliano che aveva spiegato la lettera e l'aveva scorsa rapidamente con l'occhio. -- Dodici facciate fitte! E che scrittura! Figlia pessima in tutto, anche nella calligrafia! E gettò con aria sprezzante i foglietti sopra la tavola. -- Son qua io, -- prese a dire il dottore che si avvicinava tenendo in una mano la candela, e trascinando con l'altra una sedia. -- Non m'ero già offerto di farvi io la lettura? -- Se volete leggere, fate il vostro comodo. Nè io, nè mia moglie non aspettiamo lettere, non vogliamo saperne.... Per me riprendo la -Gazzetta-, -- replicò il Nebioli, quantunque con tuono alquanto più rimesso. E sedette fingendo d'immergersi nuovamente nel giornale. -- Va benissimo, -- disse il dottore senza scomporsi. Spinse verso la tavola la poltrona della signora Gertrude, le accennò di prendervi posto, estrasse dal taschino del panciotto un paio di lenti, le inforcò al naso dopo averle forbite col fazzoletto e poi cominciò: «-Caro babbo, cara mamma.- «Dopo tanti mesi torno a scrivervi. So che non mi risponderete e non oso chiedervi che mi rispondiate, ma in ogni modo seppure ho rinunciato alla speranza di ricevere una vostra lettera e forse di vedervi più mai, non voglio lasciarvi credere ch'io mi sia dimenticata di voi, ch'io non vi ami più. -- Si può dare un esordio più pretenzioso? -- brontolò il signor Massimiliano alzando gli occhi dalla -Gazzetta-. -- Ancora ha ragione lei. -- Attendete alla vostra politica, -- disse il medico. -- No, signora Gertrude, non pianga così! E ripigliò la lettura. «Son così piena di brighe che Dio sa quando finirò questa lettera che comincio oggi; dunque non vi metto nemmeno la data. A ogni modo voglio ch'essa vi arrivi prima del Natale, prima di quel Natale che mi desta in cuore una folla di pensieri e di ricordanze. Come volano gli anni! Mi par ieri quand'ero bambina e la povera nonna facendo capolino col suo gran cuffione bianco dall'uscio della sua camera, mi chiamava misteriosamente con un cenno del capo e tirava fuori dal cassetto una bambola nuova. Mi par ieri quando si preparava l'-albero- con la mamma, e i cugini e le cugine venivano a passar la serata in casa nostra. Anche il babbo si metteva di buon umore, e io dicevo a tutti: non è vero che il babbo sia burbero; vedete? egli ride. E ho negli orecchi lo scampanìo delle chiese che mi faceva sognare un mondo nuovo e mi empiva lo spirito di visioni dolci e solenni, onde stentavo tanto a dormire, ed ero così beata della mia veglia! Ahimè! La nonna è morta, i cugini e le cugine si sono dispersi, io ho cessato da un pezzo d'essere una bimba e non sono più con voi altri. Il signor Massimiliano si raschiò in gola e poi starnutì. -- Felicità! -- disse il dottore. «.... Non sono più con voi altri. Ebbene, babbo e mamma, se non sono più con voi altri, abbiatevi almeno i miei augurii per le feste che si avvicinano e per l'anno che sta per nascere.... Ch'esso vi porti tutte le gioie, ch'esso vi faccia dimenticare tutti i dolori.... -- Parole, parole.... Roba che si trova nelle antologie, -- esclamò il Nebioli. «Di questi dolori, lo so, io ve ne ho recato uno grandissimo, ho disposto del mio cuore contro i vostri desiderii e quando vi trovai inflessibili vi ho disobbedito. Era il mio primo atto di ribellione, ma, lo confesso, era un atto ben grave. O genitori miei, se io vi dicessi che per risparmiare le vostre lagrime avrei dato il mio sangue, voi non mi credereste.... -- No sicuro. «Eppure io direi il vero. Ma ciò che non potevo darvi era la mia fede, perchè non si riprende la fede giurata, perchè io amavo Ugo con tutto il trasporto dell'anima mia, come l'amo ancora, come spero di amarlo fino all'ultimo giorno della mia vita. Iddio vorrà concedermi questa grazia, di farmi morire appena o l'amor mio si raffreddi, o si raffreddi l'amor d'Ugo per me. -- Declamazioni da romanzo! ecco che cosa si guadagna a lasciar leggere cattivi libri alle ragazze. Ma mia moglie.... Gli occhi del signor Massimiliano s'incontrarono con quelli della povera donna i quali nuotavano nelle lagrime ed esprimevano una desolazione così profonda ch'egli troncò a mezzo la frase e prese in mano la -Gazzetta-, sottraendo in tal guisa la faccia agli sguardi indiscreti. Solo si stentava a comprendere com'egli potesse continuare a leggere un foglio, che, tenuto a quel modo, pareva dovesse servirgli da paralume. Il dottor Beverani fece le viste di non accorgersi di tutte queste manovre e proseguì: «Del resto, qual sia la mia colpa, per mesi e mesi dopo fatto il gran passo, io sperai nel vostro perdono, sperai che mi avreste riaperte le braccia, attesi una parola vostra, attesi almeno nuove rampogne.... Oh! il silenzio è peggiore assai dei rimproveri.... Basta!... Io non vi accuserò di durezza... -- Già, si scambian le parti, è creditrice lei, -- disse il Nebioli senza mutar posizione. «No, voi siete sempre il mio buon babbo e la mia buona mamma, e io mi figuro di chiacchierar con voi, come facevo una volta, quando tu, babbo, mi conducevi alla domenica in piazza, e quando con te, mamma, si facevano le nostre lunghe passeggiate fino ai Giardini.... Te le ricordi? Con chi esci adesso, la mia povera mamma? Conduci teco la Marina forse?... Oh, nell'inverno, come si ritornava contente a casa! Oh i bei tramonti dietro la cupola della Salute! Qui in questo romitorio a cui non si arriva che dopo due ore di mulo, si va sui cosidetti bastioni, e non c'è altro. Due filari di platani, quattro panche di legno, e intorno montagne da tutte le parti, e giù nella valle campi poveri di vegetazione e un fiumicello che pare un fosso. Il sole ha fretta di andarsene; c'è un monte alto, sassoso, sgarbato che ci affretta la sera almeno di due ore. E quando il sole è sparito, che aria fredda, sottile! Brr! «Però a passeggiare io ci vado poco. Ugo è così stanco quando viene a casa, e io pure, sapete, sono stanca. Lavoro dall'alba fino a sera.... C'è stata una interruzione, ma ne parleremo dopo. «Smetto un momento, indovinate perchè? Perchè sento la pentola che bolle e voglio ritirarla dal fuoco.... Vi scrivo dalla cucina.... Altro che il mio studio con le sedie imbottite! Tutto il nostro quartiere consiste in questa cucina e in una cameruccia. . . . . . . . «Fra la riga precedente e questa c'è corso un intervallo di due giorni. Non ebbi un minuto di libertà. Ugo fu in letto con un po' di febbre. Egli sapeva ch'io -avevo sul telaio- una lettera per voi altri e mi sollecitava a finirla, ma io ero così apprensiva che non sapevo tener la penna in mano. Grazie a Dio, tutto è terminato. «Ah, volevo dire alla mamma che non c'è di meglio per divenir brave massaie che il dover farsi tutto da sè.... Serva io non ne ho, potete immaginarvela; la fantesca della mia padrona di casa viene la mattina, per un paio d'ore; poi rimango io sola. Ho imparato a spazzare, a stirare, a cucinare.... In quest'ultima funzione riesco a meraviglia. Ugo mi dice sempre: se ci fosse la -materia prima-, che buoni piattini uscirebbero dalle tue mani! Ma quella che egli chiama la materia prima non c'è.... Qualche volta, in confidenza, sui venticinque o ventisei del mese, c'è alla mattina una preoccupazione nuova, curiosa, vale a dire se ci sarà da pranzo. Vi confesso che questo dubbio produce un effetto strano.... -- Povera Margherita! -- esclamò con voce flebile e con un gemito la signora Gertrude. Il dottore, sospendendo un momento la sua lettura, rivolse gli occhi dalla parte ove si trovava il signor Massimiliano. Ma egli continuava ad essere nascosto dietro la -Gazzetta-. «A ogni modo si arriva al giorno dello stipendio. Un bello stipendio in verità! Con quella gioia della trattenuta ci restano 75 lire e 45 centesimi al mese.... -- Peggio per lei! -- gridò il Nebioli facendo la voce grossa. -- Perchè ha lasciato la sua casa? perchè ha lasciato i suoi genitori? «E con 75 lire e 45 centesimi al mese un pover'uomo deve insegnare a sessanta bimbi, asini e cocciuti, provvisti di babbi più asini e più cocciuti di loro. Il segretario comunale ha levato il saluto a mio marito perchè non giudicò degno del premio suo figlio che in un anno non aveva ancora imparato a scrivere -caro- senza l'-h-. E il sagrestano lo guarda in cagnesco perchè egli osò mettere in burla il suo illustre rampollo, il quale un giorno in iscuola disse che il Tevere è la capitale d'Italia. C'è finalmente il barbiere, che attribuisce la caduta del suo primogenito all'esame a -mene consortesche-! Ho proprio paura che abbia ragione il brigadiere dei carabinieri, un lombardo, che quando mi vede mi dice sempre: -Che la mi creda, signora, l'è minga un paes per lee.- «Ho dovuto, volere o non volere, far la conoscenza delle -signore- del luogo. Ne conosco una ventina; dieci di esse non sanno leggere affatto; dieci leggono soltanto lo stampato, quattro anche il manoscritto. Che sappiano scrivere non ce ne sono che tre. Al mio arrivo s'è fatto un gran mormorare perchè ero troppo -elegante-, e un giorno in chiesa, mentre il curato predicava contro il lusso, tutti gli sguardi si sono rivolti su me. Avevo ancora l'abito di -piquet- violetto che mi hai fatto fare nel settembre dell'anno passato.... Adesso, sta tranquilla, mamma, che non pecco per eccesso di vanità. Ho venduto a un merciaiuolo ambulante il vestito violetto, il mio spillone a mosaico, i miei coralli.... ah i miei coralli m'è costato a venderli; me li avevi regalati tu quando compivo diciott'anni; ma come si fa?... C'erano spese indispensabili, urgenti.... Insomma sono ormai come le altre, quantunque mi facciano l'onore di dirmi che ho qualchecosa che non hanno le altre. Ho il -chic-, sentenziò la moglie del pretore che sa due parole di francese. «A proposito di francese, il babbo non mi rimprovererebbe più di aver sempre libri francesi per le mani. Qui non vi sono libri in nessuna lingua quando se ne levi qualche libro di devozione, e la cabala del lotto. Al caffè ci sono due giornali, ma un terzo ne riceviamo noi altri (è l'unico nostro lusso) e indovinate che giornale è? Il -Rinnovamento-, a cui Ugo s'è fatto associare da un suo amico di costì per compiacermi. Quando quel foglio arriva a questo romitorio dopo due giorni di viaggio, mi par che capiti un amico a darmi novelle della mia Venezia, de' miei parenti, e benedico a chi ha inventato i giornali. Guardo lo stato civile, i matrimonii, le morti, guardo i pettegolezzi, le feste da ballo, le baruffe, le serenate sul Canal Grande, e vivo ancora nella mia piazza, nelle mie calli, nei miei campi, negli sfondi misteriosi de' miei -rii-. E sento venirmi le lagrime agli occhi, ma le asciugo presto, perchè i poveri, e ormai sono povera anch'io, non hanno tempo da piangere, non hanno tempo da cullarsi in fantasie malinconiche. Adesso poi.... «Ah sì, avevo il capriccio di darvela soltanto per poscritto la grande novella, ma non posso indugiare di più e quasi quasi la penna scrive da sè... Il dottore Beverani fece una piccola pausa; la signora Gertrude lo guardò con trepida ansietà e il signor Massimiliano tese gli orecchi. «La grande novella è questa, che al 15 del passato mese di novembre, alle 9 precise di sera, ho dato alla luce un bambino....» Il Nebioli lasciò cader di mano la -Gazzetta-, sua moglie si alzò in piedi e appoggiandosi alla spalliera della sedia del medico cercò di leggere nel foglietto ch'egli teneva spiegato davanti; ma i suoi occhi indeboliti e velati dal pianto non vedevano che una gran confusione nella fitta e scapigliata calligrafia della figliuola. -- Un bambino! -- esclamò il signor Massimiliano, -- come mai? -- Probabilmente come le altre donne, -- rispose ironicamente il dottore. -- Ma forse dirà ella stessa qualche cosa di più. E riprese la frase interrotta. «...... Un bambino il quale sebbene nato in sette mesi....» -- Quando s'è maritata la Margherita? -- chiese il vecchio brontolone in tuono aspro a sua moglie. -- Non lo sai? In maggio, -- disse la signora Gertrude. -- Già, il mese.... ah stavo per dirla grossa. Maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre.... Per fare i sette mesi bisogna metterci della gran buona volontà.... -- Via, mettetecela, -- disse il dottore. E continuò: «..... Il quale sebbene nato in sette mesi è vispo e robusto e a cui ho dato il nome di Massimiliano.» Il signor Nebioli fece spalluccie in segno di indifferenza, ma nello stesso tempo si soffiò due volte il naso rumorosamente, e alzatosi dalla sedia si mise a passeggiare per la stanza. -- Massimiliano, -- disse con accento commosso la signora Gertrude, -- la senti? Gli ha dato il tuo nome. -- Commedie! commedie! -- Dottore, interponga lei una buona parola, -- soggiunse a mezza voce la povera donna. Ma egli le accennò ch'era meglio finir la lettura. «Voi non vi aspettavate di diventar nonni così presto, e giudicherete strano che nelle altre due lettere scrittevi io non vi annunziassi quello che si preparava. È giusto, ma non so perchè, io m'ero fitta in capo di farvi un'improvvisata a cose compiute. Speravo davvero che questa creaturina sarebbe stata un maschio (noi donne siamo tanto sfortunate) e pensavo che forse anche il babbo, se avessi potuto dirgli: ti è nato un nipotino, avrebbe spianato la sua fronte severa. Per amore di lui, babbo, se non per amor mio, perocchè egli, poveretto, colpe non ne ha. Le sue manine sono pure, i suoi occhi sono innocenti come quelli degli altri bimbi; o perchè dunque troverà egli, al suo entrare nel mondo, meno affetto, meno sorrisi, meno baci ad accoglierlo? Se il vostro cuore dev'essermi chiuso per sempre, oh non sia chiuso almeno per esso. Io gli insegnerò ad amarvi, le prime preghiere che i suoi labbri di rosa alzeranno al Signore saranno per voi; fate che io possa dirgli che voi pure gli volete bene, che voi pure qualche volta, tra le pareti della casa ov'io nacqui, pronunciate con dolcezza il suo nome e gli inviate un saluto per mezzo degli uccelli che volano, delle nubi che passano, e lo raccomandate al buon Dio che protegge i bambini. -- Oh dottore, dottore, non ne posso più, -- esclamò la signora Gertrude rompendo in un pianto dirotto. -- Già le donne non sanno altro che piangere, -- urlò il Nebioli che voleva mostrarsi impassibile. -- Lascialo finire, per Dio.... Avanti, avanti, Beverani... La mia signora figliuola ha la penna spedita come la lingua. E continuò a misurare in lungo ed in largo il salotto, guardando di tratto in tratto la sua ombra sulla parete e dando segni frequenti di essere molto infreddato. Il dottore indirizzò una parola affettuosa alla signora Gertrude, indi proseguì: «Assicurano ch'egli mi somiglia; io non lo so, so che mi par tanto bello. Potete immaginarvi che lo allatto io stessa; a trovare una balia si dovrebbe girar mezza provincia, e poi dove ci sarebbero i quattrini da pagarla? Già in questi paesi è sempre necessario applicare il proverbio: -Chi si aiuta Dio l'aiuta-. Se la mamma fosse qui, gliene racconterei di curiose circa al gran momento in cui il signorino è nato. Figuratevi che di levatrici non ce ne sono, ma c'è almeno una dozzina di femmine le quali in questi casi offrono i loro servigi e assordano con le loro grida e coi loro consigli. E siccome non vanno d'accordo fra loro, finiscono quasi sempre coll'attaccar briga e col tirarsi per i capelli. Ugo ha dovuto usar la violenza per cacciarle di camera; egli ha dovuto fare una -carica a fondo- come quand'era soldato di -Savoia cavalleria-. Quando fummo rimasti soli noi due, egli era pallido, aveva la febbre addosso, e mi chiese: -- Margherita, come si fa? Quasi quasi richiamerei qualcheduna di quelle megere. -- No, per carità, -- gli risposi -- spicciamoci fra noi altri. -- E stringevo la sua mano nella mia mano, e lo guardavo, ed egli guardava me con occhi pieni di lagrime, e diceva con un filo di voce: -- Margherita! Margherita! -- Di fuori intanto origliavano all'uscio due o tre delle più ostinate comari e gridavano ad Ugo: Signore, faccia così. -- No, faccia in quest'altra maniera. -- Insomma, com'egli facesse lo ignoro, so che di lì a poco ho provato una calma di paradiso e ho inteso un vagito che mi disse: sei madre. «Da quel momento (e passarono omai venticinque giorni) sono come un'altra persona e capisco che tutto quel che si dice dell'amor materno è al disotto del vero, o piuttosto non si può dirne nulla finchè non si è madri. Faccio mille castelli in aria, mi sento più ricca e non desidero ormai che due cose: di ricevere il vostro perdono e di vedere Ugo meno sfiduciato. Egli ha perduto una gran parte del buon umore che gli rendeva tollerabile la sua posizione, si affanna per l'avvenire mio, per l'avvenire del nostro Massimiliano e rimane qualche volta col bimbo in collo senza proferir parola. Ah! sento i suoi passi. Credevo di finir questa lettera oggi, ma la finirò domani. . . . . . . . «Ripiglio la penna ancora tutta sbalordita da una risoluzione che abbiamo presa con Ugo,... È una risoluzione assai grave, ma Ugo dice: a mali estremi, estremi rimedi. «Ieri egli era più mesto del consueto. Andò alla cuna del bimbo che dormiva e si chinò a baciarlo poi mi fissò gli occhi in viso due, tre volte, come se volesse parlare e gliene mancasse il coraggio. -- Ugo, gli diss'io in tuono di rimprovero, avresti segreti per me? -- Ascoltami, egli rispose, e mi passò il braccio intorno al collo: qui non ci posso più vivere, mi ci logoro la salute e l'ingegno, e del resto m'è insidiato anche lo scarso pane che guadagno. Il segretario comunale e alcuni consiglieri sono miei nemici e cospirano per togliermi il posto e mettere in vece mia una loro creatura che non avrà il torto massimo di essere forestiero. La mia dignità mi costringe a dar le mie dimissioni. -- E tu dàlle -- io proruppi. Egli sorrise tristamente. -- E poi? -- E poi, replicai, si cerca un altro nido. -- Senti amor mio, egli ripigliò, se per qualche mese, se per qualche tempo io dovessi girare il mondo in traccia di fortuna, credi tu che i tuoi genitori darebbero asilo a te e a nostro figlio?» -- Sì, sì, -- esclamò la signora Gertrude fra i singhiozzi. -- Che ne sai tu? -- interruppe suo marito con la usata ruvidezza. -- Sono io che devo decidere.... Vuoi scommettere intanto che quel Lucifero della nostra figliuola non si degnerebbe d'entrare in casa senza il suo illustre consorte?.... Oh! ma del resto è successo ciò ch'io prevedeva.... è successo appuntino... doveva finire così.... Quando si sposa un disperato, un.... -- Volete lasciarmi continuare? -- disse il dottore. -- Siamo ormai alle ultime pagine! «Io debbo essere diventata assai pallida perchè Ugo si affrettò a farmi sedere e mi supplicò che mi calmassi. Ma io m'ero aggrappata alla sua persona e gli gridavo con voce affannosa che non avrei consentito a staccarmi da lui nè per un giorno, nè per un'ora, nè per un minuto, che dovunque egli andasse sarei andata anch'io, che il godere gli agi ' * * * . 1 ; 2 , 3 , ; 4 , , , 5 , 6 , 7 . 8 9 10 11 12 ' 13 14 15 . 16 17 ; , 18 ' . 19 ; 20 ' ' , 21 . ' , 22 ' 23 , , , 24 - - . ? , . 25 ! 26 . 27 , , , , 28 . 29 30 . 31 32 , ; 33 ' . , ' 34 , . 35 36 . 37 38 ; 39 . 40 41 . 42 43 - - ? - - . 44 45 - - , - - . 46 47 - - ? 48 49 - - ! . 50 51 ' , 52 ' , 53 ' , 54 . 55 , , 56 . 57 58 ' 59 . 60 61 ' ; 62 . 63 - - , , , - - . 64 , 65 ; ? 66 , ' 67 ; . 68 69 - - ! - - . 70 71 - - ' , - - 72 . - - . 73 74 , , 75 , ' 76 . 77 78 - - ? - - . 79 80 - - . . 81 82 - - ' 83 ! 84 85 - - . 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