Alla finestra
Novelle
Enrico Castelnuovo
ALLA FINESTRA
NOVELLE
DI
ENRICO CASTELNUOVO
-Seconda edizione, con numerose aggiunte.-
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI.
1885.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Tip. Fratelli Treves.
AVVERTENZA DEGLI EDITORI.
-Questo libro non è una semplice riproduzione di quello da noi
pubblicato con lo stesso titolo nel 1878, e completamente esaurito.
L'autore ne tolse alcune novelle ed alcune ne aggiunse. Tolse
quelle che gli parevano più scadenti, aggiunse altre inserite già in
precedenti raccolte, del pari esaurite e da lui credute non indegne di
rivedere la luce.-
-Così dei sedici lavori che si trovano oggi riuniti sono riprodotti
dalla nostra prima edizione i seguenti:- Alla finestra, Le chiacchiere
della nonna, Nevica, La gamba di Giovannino, Il fratello del
grand'uomo. Due ore in ferrovia, La democrazia della signora Cherubina,
La confessione di Doretta, La pagina eterna.
-Invece -Un raggio di sole- e -Il colpo di stato di Clarina-
appartengono al volume -Racconti e bozzetti- stampato nel 1872 a
Firenze dal Le Monnier; -Lo specchio rotto, Il parassita indipendente,
Il maestro di calligrafia, L'orologio fermo, La lettera di Margherita-
sono tolti dai -Nuovi racconti- editi a Torino nel 1876 dal Casanova.-
-È insomma una scelta fatta dall'autore tra varie sue pubblicazioni e
speriamo che la scelta non sarà sgradita ai lettori.-
ALLA FINESTRA
I.
Alla finestra ci si sta negli altri paesi per veder la gente che passa;
in molte parti di Venezia ci si sta sopratutto per discorrere. E chi
conosce questa città singolare non deve farne le meraviglie; parecchie
delle nostre -calli- sono così anguste che la camera dell'inquilino
dirimpetto è assai spesso la cosa che si vede meglio affacciandosi
al verone; le finestre si aprono le une nelle altre e paiono strette
in sodalizio di mutuo soccorso; tu guarda qui, io guarderò costà.
In queste viuzze, d'inverno, le donne si ammiccano dietro i vetri,
si salutano con la mano; nella buona stagione, appena possono, si
appoggiano al davanzale e mandano innanzi quei dialoghi che non hanno
nè principio nè fine, e che il nostro Goldoni coglieva sul vero. Si
ciancia di tutto: del tempo e dell'economia domestica, delle funzioni
della chiesa e delle tresche della vicina, del grasso e del magro,
delle bizzarrie dei bimbi e dei numeri del lotto, del cappello che
la tale aveva domenica a messa e del rincaro del pollame, del puzzo
dei -rii- e del travaglio che danno le zanzare. In mezzo a queste
chiacchiere innocenti si formano adagio adagio i pettegolezzi, le
permalosità; indi mille soggetti di commedia che aspettano l'autore
comico. Talora fra le due finestre, se da una parte vi è un uomo,
s'inizia un intrigo galante che andrà a terminare nel matrimonio,
oppure si risolverà in nulla come una bolla di sapone. Ma in tal caso,
disgraziate quelle due finestre! Esse si terranno il broncio fin che
non muti l'uno o l'altro degli inquilini.
Fra le tante -calli- che vi sono in Venezia ce n'è una chiamata
-Calle lombarda-. Il perchè di questo nome domandatelo agli eruditi;
noi profani non sappiamo assolutamente che cosa ci abbia da fare la
Lombardia. Da un lato, e precisamente a destra di chi ci entra, nè
ci si entra che da una parte sola, sorgono alcune casupole disuguali,
povere e affumicate; di fronte c'è il muro posteriore di un palazzone
del seicento, la cui facciata guarda sul Canal grande, e un braccio
di questo muro facendo angolo retto col lato principale viene ad
occupare i due metri che fronteggiano l'imboccatura della -calle-, e
le dà appunto in tal modo il carattere di via cieca. Il palazzo, dalla
famiglia che l'ha edificato, è conosciuto sotto il nome di Cà Dareni
e sul Canale fa abbastanza bella mostra di sè. Verso la -calle- invece
esso non presenta che una muraglia sgretolata, nelle cui fessure cresce
il musco, e che finisce in un cornicione sotto il quale han posto il
nido i colombi. La porta, un po' piccina per quella mole ciclopica,
ha un pregevole martello di bronzo raffigurante un Prometeo legato
alla rupe. Sopra la porta, a tre piani diversi, ci sono tre finestroni
difesi da grosse inferriate. Sono i finestroni delle scale. Del resto,
lungo tutto il muro, per quanto è alto e largo, non ci si vede che una
finestra, precisamente all'estremità interna del vicolo. Essa dà luce
ad un gabinetto, che viene a terminare una fila di stanze, l'ultima
delle quali guarda il Canalazzo e le altre guardano un -rio-. Il muro
di Cà Dareni è alto e le catapecchie di rimpetto son basse, ragione
per cui il sole conforta le lucertole che sbucano dalle screpolature
del palazzo e non manda mai un raggio benefico alle creature umane le
quali abitano nelle catapecchie. Quanto alla -calle-, essa nuota nelle
tenebre tutto il giorno, ma è rischiarata la notte da un fanale a gaz
posto sull'angolo. Nondimeno la mancanza assoluta di sole mantiene il
selciato in una condizione semipaludosa che fa acquistare ai passanti
la buona abitudine dei piediluvi. Dico passanti così per dire, perchè
in verità non vi passano che gl'inquilini delle case e del palazzo,
quando se ne eccettui forse qualche coppia sentimentale che trova il
luogo propizio alle sue espansioni. Si sbaglierebbe però a credere che
la -calle- fosse sacra al silenzio. Prima di tutto vi sono i rumori
esterni, perchè la -calle- sbocca in una stradicciuola non larga ma
brulicante sempre di gente. Poi c'è il fruttaiuolo sulla cantonata che
vale per dieci. Dal giorno in cui la prima castagna raccolta sui monti
arriva a Venezia fino al giorno in cui è lecito arrostire castagne,
egli vende i suoi marroni caldi, e richiama i compratori gridando
a squarciagola -- -Di bollio! Ma di bollio!- Egli intende così di
esprimere in pretto toscano che i suoi marroni bruciano anzi -bollono-,
secondo la sua elegante dicitura. D'autunno egli lascia l'ufficio
di urlare alla moglie, la quale magnifica in note di soprano sfogato
la zucca santa e baruca, e non si stanca mai di ripetere -Cò negra!
Ma cò negra!- Finalmente nelle sere d'estate i due coniugi a vicenda
proclamano ai quattro venti i meriti delle loro -angurie- (cocomeri).
A ogni modo, nella -Calle lombarda- la conversazione è languida. Ciò
dipende dall'esser tutte le finestre, meno una, da una parte sola,
dimodochè per vedersi bisogna sporger la testa fuori del davanzale
e rischiare di prendere un torcicollo. Aggiungasi poi che in questa
infelice condizione di cose -siora- Annetta può discorrere con -siora-
Gertrude che le sta -muro con muro-, ma stenta a scambiare i suoi
pensieri con -siora- Veronica che abita quattro finestre più in là.
Una conversazione generale è difficilissima e non si tiene regolarmente
che il sabato dopo l'estrazione del lotto. Quando uno dei monelli che
assistettero all'estrazione in piazzetta, passa davanti all'imboccatura
della -calle- con le sue polizzine di numeri in mano e gridando -Cò
bei! siora- Annetta, -siora- Gertrude, e siora Veronica balzano tutte
alla finestra e una di esse chiama il ragazzo, cala il panierino col
suo centesimetto e ritira la lista di cui legge poi ad alta voce il
contenuto. Allora si discute sui numeri che naturalmente si trovano
assurdi perchè non si è guadagnato, e si conclude che oramai non -c'è
più regola-, e che anche la cabala è diventata vecchia e bisognerebbe
cambiarla.
Abbiamo già detto che sul muro del palazzo, oltre ai finestroni
delle scale a cui non s'affaccia mai nessuno, si apre una finestra.
Precisamente di fronte ad essa, sulla linea delle casupole, c'è una
finestretta molto invidiata dai vicini perchè è la sola che possa
vedere dentro Cà Dareni. Non s'invidia però la persona che da tanti e
tanti anni siede a quel posto e non se ne muove che per coricarsi sopra
un letticciuolo lì presso. Povera Gegia!
II.
Fino a dodici anni ella era stata un amore di bimba. Aveva lunghi
capelli biondi, occhi grandi e bruni e una personcina svelta, elegante,
su cui i cenci facevano l'effetto di sete e di trine. Mòrtale la mamma
mentr'essa era ancora in cuna, ella fu l'orgoglio del padre, gondoliere
presso una famiglia signorile, il quale, rimasto vedovo, aveva preso in
casa una sorella nubile per attendere alla fanciulla. Filippo (egli si
chiamava così) godeva di una singolare reputazione presso i barcaiuoli
come quegli che aveva vinto il primo premio in due -regate-, e che
conosceva tutte le regole dell'arte sua. Lo nominavano padrino nelle
sfide, lo invocavano a giudice nelle contese e quando una parola era
stata detta da Filippo, nessuno rifiatava più. Egli era inoltre un
avvenentissimo uomo e si pavoneggiava nella sua livrea blù coi galloni
d'oro. I bimbi lo guardavano con ammirazione e le donne più ancora dei
bimbi. Egli faceva buon viso alle donne ed al vino, ma mostrava d'amar
sopratutto la sua Gegia, che a nove anni sapeva leggere correntemente,
conosceva la -dottrina- come un canonico, e dava scacco matto per
bellezza a quant'erano le fanciulle della parrocchia. L'accompagnava
ogni domenica a spasso e di tratto in tratto la conduceva a visitare
i suoi padroni che le regalavano o una chicca, o una moneta, o una
vesticciuola. Di questi doni la moneta era il meno gradito per lei,
giacchè suo padre la metteva in tasca ed ella non ne sapeva più
notizia.
Anche i Dareni, patrizi molto boriosi e molto bene incamminati verso
il fallimento, si degnavano di sorriderle e di carezzarla e avevano
perfino consentito alle loro bambine d'invitarla a casa. La Gegia ci
era entrata come in un castello di fate, era corsa per la lunghissima
sala, aveva visto gli specchi e i lampadari di Murano su cui si
frangevano i raggi del sole, aveva visto i quadri coi parrucconi e le
poltrone dai grandi schienali dorati, aveva visto infine il conte Luca
alzar dalle pieghe della -Gazzetta di Venezia- il suo naso monumentale,
tirar fuori di tasca un fazzoletto di colore e soffiarsi con uno
strepito da svegliare i morti. Ma il suo maggior gusto era stato quello
di chiamare a nome dalla finestra del palazzo che dava sulla -calle-
tutti i bambini di sua conoscenza e di salutarli con un -bondì- pieno
di degnazione. Le aveva fatto poi un effetto singolare lo spinger gli
occhi da colà entro la stanzuccia della sua casa.
Quest'amicizia della Gegia coi -zentilomini- suscitava certo qualche
malumore, qualche invidiuzza, ma in complesso ella era benvoluta
da tutti. Era buona, servizievole, facile ad affezionarsi, e la sua
-aria di contessina- non le faceva sdegnare la compagnia di quelli
ch'erano da meno di lei. L'avevano carissima anche nella fabbrica di
-conterie- ove ella era entrata a undici anni e ove si distingueva
per la sua assiduità al lavoro e per la sua intelligenza. Il signor
Menico, il vecchio commesso che distribuiva le paghe il sabato, le
pizzicava volentieri la guancia e ogni tanto le donava un cartoccio di
perle colorate ch'ella portava a casa come un trofeo e con le quali
si conquistava il cuore di tutti i bimbi del vicinato, comprese le
contessine Dareni.
Quest'ultime però dovevano sparir presto dalla scena. Un bel giorno si
seppe che il palazzo andava all'asta e che i Dareni si stabilivano in
campagna. Infatti essi si dileguarono in silenzio lasciando dietro a
sè un lungo strascico di debiti. Le contessine non si curarono punto di
salutare la Gegia e la finestra sulla -Calle lombarda- si chiuse.
La Gegia ne provò un vivo dolore, ma in quell'età le afflizioni non
durano a lungo e l'ingresso del nuovo parroco avvenuto dopo alcune
settimane la compensò ad usura della conversazione che le era mancata.
Che spettacolo quell'ingresso! Tappeti a tutte le finestre, iscrizioni
per tutti i muri, festoni lungo le strade, e baracche sui -campi-
ove si friggevano i -galani-, e si vendevano giocatoli. Il babbo, che
nella pompa della sua livrea la teneva per la mano, aveva speso dieci
centesimi per comperarle una specie di girandola, e l'aveva poi presa
in collo in mezzo alla folla affinchè ella potesse veder meglio ogni
cosa. In questa posizione eminente ella aveva letto quattro versi
scritti in color verde sul muro della canonica nei quali si faceva
giocare con molto spirito il nome e cognome del nuovo pastore:
-Dei parrocchiani il core-
-Conforti Don Vittore,-
-Il cor dei parrocchiani-
-Conforti Don Milani.-
Le donnicciuole gridavano in estasi: -Siesta benedeta! Co'ben che la
leze! Co'bela che la xè!- Alla funzione in chiesa ella aveva poi saputo
attirare perfino l'attenzione del parroco, che s'era informato con
molta premura di lei.
A rendere ancora più memorabile quella giornata, la Gegia seppe che
il palazzo Dareni era stato appigionato ad una famiglia forestiera,
dimodochè fra poco si sarebbe riaperta la finestra prospettante quella
della sua casa.
Ma, prima che ciò avvenisse, la fanciulla infermò di un male strano.
Il medico della parrocchia non ci capiva nulla, un altro dottore
che Filippo fece venire a veder la figliuola, disse che c'era un
rammollimento della midolla spinale, che sarebbe occorsa una cura
lunga, una di quelle cure che la povera gente non può fare a casa sua,
e per le quali ci sono gli ospedali apposta. Ma alla parola ospedale
la Gegia gridò come un'ossessa, Filippo dichiarò che sua figlia non
andrebbe -in quei luoghi-, e le comari della -calle- dissero a una
voce e con molta solennità che i medici non ne indovinano una. Si
ricorse quindi ai sapienti consigli di una empirica, la quale si rese
mallevadrice della guarigione in quindici giorni. E siccome le febbri
che avevano prima travagliato la fanciulla andarono via via rimettendo
della loro intensità fino a sparire del tutto, così si cantò vittoria.
-Siora- Veronica, la moglie del falegname, giocò al lotto i numeri
della guarigione, e guadagnò un ambo.
Fatto si è che la Gegia non tardò a poter essere levata dal letto e
messa sopra una sedia, ma non c'era caso di farle fare un passo. Sarà
debolezza -- dicevano il padre e la zia e le vicine; ed aspettarono.
Ma il tempo, il gran medico, non seppe giovare in nulla alla
povera creatura. Le sue gambette che parevano fatte al torno si
assottigliarono, s'incurvarono; pareva che un soffio maligno avesse
arrestato lo sviluppo della leggiadra pianticella.
Con la beata spensieratezza della sua età, ella non dubitò un momento
che sarebbe guarita; si metteva piena di fede certi empiastri che
le erano suggeriti dalla ciarlatana, e faceva assegnamento sulla
buona stagione. Il male l'aveva colta d'autunno, poi era sopraggiunto
l'inverno, ma dopo l'inverno veniva la primavera, e con la primavera,
chi non lo sa? rinasce tutto a questo mondo.
Intanto s'era fatta trasportare nella cameretta, la cui finestra
guardava nella -calle-, e prospettava quella del palazzo Dareni. Questa
cameretta si apriva sulla scala, e aveva servito fino allora come
luogo di passaggio, ma la Gegia la preferiva alla stanza ove aveva
dormito per lo addietro, appunto per poter vedere i nuovi inquilini del
palazzo e sentire nella -calle- le voci dei suoi compagni di giuoco.
Ed ogni mattina, o si strascinava ella stessa carponi, o si faceva
collocar dalla zia sopra una sedia vicino alla finestra. Teneva uno
sgabello piuttosto alto sotto i piedi, e con una ciotola di conterie
sui ginocchi e un mazzetto d'aghi in mano passava tutta la giornata
a infilar perle. Dietro i vetri foschi e giallastri si vedeva così da
mane a sera la sua testina di Madonna, più spesso curvata sull'opera
sua, talora volta all'insù a cercar l'azzurro del cielo, e talora
intenta a guardar dentro il palazzo che s'era riaperto.
III.
Era venuta ad abitar Cà Dareni una ricca famiglia tedesca e il
gabinetto di fronte alla cameruccia della Gegia serviva di abbigliatoio
ad una ragazza di tredici anni, già alta di statura e in via di
acquistare proporzioni matronali. La chiamavano Lotte (Carlotta), aveva
occhi azzurri, capelli castani, di cui le scendevano due lunghe treccie
giù per le spalle; le rosee guancie davano l'immagine della salute.
Con un po' di tempo sarebbe certo divenuta una bella ragazza. Quando
vedeva la Gegia le sorrideva. Ma la vedeva poco, perchè era d'inverno,
ed essa sollevava di rado le cortine, e più raramente ancora apriva la
finestra.
La buona stagione non portò alla Gegia alcun miglioramento. I fanciulli
del vicinato ripigliarono i loro giuochi nella -calle-, le rondini
tornarono a far sentire i loro trilli armoniosi, ma ella era inchiodata
nella sua sedia a infilar perle. Un dolore inatteso le aveva poi recato
lo strano contegno di suo padre verso di lei. Nei primi tempi della
sua malattia egli le aveva prodigato ogni sorta di cure; adesso, non
isperando più ch'ella guarisse, era freddo, ingrugnato, le teneva il
broncio. Gli è che Filippo, nel fondo, era un grande egoista. Aveva
amato sua figlia finchè la bellezza di lei, gli elogi che le venivano
diretti, lusingavano il suo orgoglio; adesso la commiserazione ch'ella
destava negli antichi conoscenti muoveva la sua stizza, gli pareva
un'offesa; adesso sarebbe stato lieto di poter dimenticare che aveva
una figlia. Aveva amato il suo sorriso, non amava la sua mestizia e le
sue lagrime; l'aveva amata ritta, svelta della persona, vispa delle
movenze; non sapeva più amarla così rattratta, così pallida, così
diversa insomma da quella ch'ella era. E cercava ogni pretesto per
venire a casa meno che fosse possibile. Finalmente disse un giorno
che d'ora in poi doveva passar la notte nel palazzo dei padroni, ed
era vero, ma era vero altresì che aveva sollecitato egli stesso questo
favore e che per ottenerlo s'era offerto di far la guardia al -padrone
vecchio-, il quale contava più di settant'anni, e aveva bisogno che
qualcheduno gli dormisse nell'anticamera. Presa questa risoluzione,
Filippo lasciava trascorrere anche una settimana senza veder la sua
figliola e credeva di adempir largamente a' suoi doveri di padre
pagando la pigione di casa, e dando a sua sorella un piccolo peculio
per mantenere sè e la Gegia. Ma queste poche lire non avrebbero bastato
nemmeno a toccar la metà del mese, se non vi si fossero aggiunti i
quattrini che la fanciulla continuava a guadagnarsi anche dopo la
malattia col suo mestiere di infilatrice di perle. E l'ottimo signor
Menico le portava in persona ogni sabato il suo salario, e non poteva
capacitarsi che la più vispa delle sue operaie fosse ridotta così.
Ma in cospetto di lei si mostrava pieno di fiducia, le discorreva dei
miglioramenti introdotti nella fabbrica, dei nuovi locali che si erano
aperti, e del posto ove la si sarebbe messa, quando fosse guarita.
Ella stava intenta ad ascoltarlo, e sperava, e rinfrancata dalle sue
visite, subiva con animo paziente l'abbandono del padre e gli umori
bisbetici della zia Marianna. Costei non era cattiva ma brontolona,
ed era affetta da una sordità che cresceva ogni giorno. Diceva che la
Gegia non aveva voce affatto, ma s'arrabbiava poi s'ella gridava un po'
forte, come se avesse da discorrere con una sorda. E nella sua stizza
si chiudeva in cucina e faceva al gatto lunghe e feroci requisitorie
contro la nipote, che sentiva benissimo le impertinenze a lei dirette,
e sospirava.
Nell'aprile di quel primo anno di malattia, una bella mattina, la Lotte
spalancando le imposte si affacciò al davanzale della sua finestra.
Aveva un bianco accappatoio sulle spalle e doveva ancora pettinarsi.
Ella vide la Gegia nel solito posto.
La Lotte aveva imparato un po' d'italiano, e raccogliendo tutte le sue
cognizioni, chiese:
-- Come ti chiami?
-- Gegia, signora.
-- E stai sempre a quella finestra?
-- Sempre.
-- O perchè non ti muovi?
La poveretta arrossì, e sentì venirsi le lagrime agli occhi.
-- Sono malata -- rispose.
-- È vero. Sei un po' pallida. O che cosa hai?
-- Ho male alle gambe.
-- Da un pezzo?
-- Da sei mesi.
-- Oh, ma guarirai certo.
-- Sì, spero, quest'estate.
Da quel giorno le conversazioni fra le due finestre si rinnovarono
spesso. La Lotte era riconoscente alla fanciulla della buona cera
ch'essa le faceva. In quel tempo (era nel 1862) i Tedeschi non erano
avvezzi in Venezia ad esser trattati con cordialità.
-- Che cosa fai? -- domandò un dì la forestiera alla Gegia, vedendola
occupata in un lavoro diverso dall'ordinario.
-- Faccio un sottolume di perle a colori.... tanto per distrarmi.
-- Dovresti vendermelo.
-- Oh! Venderglielo, no.
-- Perchè?
-- Perchè vorrei regalarglielo.... se non si offende....
-- Poverina! No, che non m'offendo.... Ma tu non sei ricca.
-- Oh questa roba qui non val nulla.
-- Senti, Gegia, accetto il tuo regalo ad un patto.
-- Quale?
-- Che tu mi permetta ch'io t'insegni un lavoro che ti distrarrà ancora
di più.
-- Oh magari? E sarebbe?
-- Vedrai.
Così dicendo la Lotte si ritirò dalla finestra e scomparve.
Di lì a pochi minuti la Gegia sentì bussare all'uscio della scala, chè
quanto alla porta di strada essa soleva rimaner socchiusa gran parte
del giorno.
Tirò il cordone ch'era a portata della sua mano ed aperse.
Quale fu la sua maraviglia allorchè si vide dinanzi la Lotte in persona
accompagnata dalla cameriera, che per dir la verità aveva un'aria scura
ed uggita!
-- Non c'è in casa nè il babbo nè la mamma -- disse la ragazza -- e ho
voluto prendermi un po' di vacanza. -- Poi rivoltasi alla cameriera,
soggiunse in tedesco. -- Dà qui. -- La donna tolse, brontolando, un
involto enorme di sotto il braccio, e lo consegnò alla sua padroncina
che lo posò sopra il tavolino, e lo aperse. C'erano fogli di carta di
tutti i colori, forbici, fili di ferro, ecc., ecc. La Gegia guardava
esterrefatta.
-- Non capisci? Voglio insegnarti a fare i fiori di carta?
-- Oh! -- esclamò la Gegia, battendo le mani per la contentezza.
-- Non c'è da sedersi in questa camera? -- ripigliò la tedesca. E in pari
tempo andò in cucina, ove la zia Marianna stava attizzando il fuoco,
prese due seggiole di paglia, una per sè, l'altra per la sua cameriera,
e senz'aggiunger parola tornò dalla Gegia.
La sorda, sbalordita da quell'apparizione, le corse dietro col ventolo
gridando: -- Ehi chi è là? Chi è là?
La Lotte diede in una risata sonora.
Quando la donna riconobbe la signorina dirimpetto cominciò una filza
di scuse e di complimenti. La ragazza le rispose qualche cosa, ma
visto che l'altra intendeva a rovescio non si occupò più di lei, e si
consacrò tutta alla sua lezione.
-- To' -- diss'ella ad un tratto picchiandosi il fronte. -- Ci manca
il meglio. -- E con un ordine breve e con un gesto imperioso mandò la
cameriera a prendere quello che le mancava. Costei uscì borbottando e
in un paio di minuti fu di ritorno con un mazzolino di fiori. C'era una
camelia bianca cinta di violette.
-- Ecco -- osservò la Lotte pigliando il mazzolino -- gli esemplari
dipinti e gli stampi sono belli e buoni, ma quando non s'abbiano i
fiori vivi davanti non se ne fa nulla.
La Gegia mostrava una singolare attitudine ad imparare, e la sua
maestra la lasciò dopo un paio d'ore assai soddisfatta.
-- E questa roba? -- chiese timidamente la Gegia.
-- Che roba?
-- Questa carta, questi modelli?
-- Ti regalo tutto, diamine.
-- Oh, ma è troppo....
-- Ti ripeto che ti regalo tutto, e basta. Non sono avvezza a sentirmi
contraddire. Del resto anche tu mi regali il sottolume.... Via, non vo'
sentir altro, -- e le pose la mano alla bocca, -- ripiglieremo la nostra
lezione domani, posdomani, quando vuoi. -- Le carezzò i capelli e senza
lasciarle tempo a rispondere fu fuori della porta.
La Gegia era tra commossa e confusa. Pur pensava che non poteva
trascurare troppo il suo mestiere, e che avrebbe quindi dovuto
rallentare un po' la foga della sua amica. Ma non ce ne fu punto
bisogno; la Lotte era stranamente volubile, e corsero parecchi giorni
prima ch'ella riparlasse dei fiori di carta. Intanto la Gegia faceva
singolari progressi da sè, e non ci volle molto prima ch'ella ne
sapesse quanto la maestra.
Una volta la Lotte comparve con un signore vestito di nero.
-- Ho condotto qui il nostro medico, -- ella disse, -- voglio ch'egli ti
veda.
La Gegia arrossì.
-- C'è quella noiosa di tua zia?
-- No, è fuori.
-- Tanto meglio.
Il medico non sapeva una parola d'italiano, onde la Lotte doveva
servirgli d'interprete. Fu un interrogatorio in tutte le regole
sulle origini del male, sui sintomi, sulle sofferenze, ecc., ecc.
All'interrogatorio succedette un esame. Il dottore fece uno sproloquio
alla Lotte in tedesco, indi si ritirò con lei.
Per quel giorno la Lotte non si lasciò vedere alla finestra del
gabinetto. Il dì appresso ella ritardò a sollevar la cortina.
E la Gegia aveva tanta impazienza di saper da lei che cosa aveva detto
il dottore!
Finalmente, quando le due fanciulle si videro, la Lotte pareva
imbarazzata.
-- Dunque? -- chiese la Gegia, -- il medico?....
-- Ah! Il medico disse che.... guarirai... con un po' di tempo.
E la Lotte finse che qualcheduno la chiamasse per poter allontanarsi
subito dalla finestra.
Fatto si è che il medico aveva giudicato la malattia della fanciulla
non esser guaribile. Se fosse stata ricca, se avesse avuto i mezzi da
fare una cura lunga e regolare, ci sarebbe stato da tentar qualche
cosa, ma nelle condizioni in cui ell'era bisognava rinunciarvi. La
Lotte se ne dolse vivamente, ma ella non poteva pretender che la sua
famiglia sostenesse per un'estranea le spese d'una cura come quella che
il dottore reputava necessaria; così era forza ch'ella si rassegnasse.
Del resto si finisce sempre col rassegnarsi ai mali degli altri.
Quanto alla Gegia, ella non poteva a meno di dare un triste significato
alle parole mozze della sua protettrice. Si disperò e pianse. Ma ella
era in una età nella quale le illusioni ripullulano facilmente; aveva
sperato nella primavera e poi nell'estate, e adesso andava via via
persuadendosi che la primavera era stata troppo rigida e che l'estate
era troppo soffocante.... Forse in autunno, chi sa? o, in ogni caso, a
un'altra primavera.
IV.
Succedette un inverno freddissimo. Nevicava ogni secondo giorno, e la
Gegia stava rannicchiata sulla sua sedia collo scaldino allato tanto da
poter posarvi di quando in quando le mani che intirizzivano. La neve,
cacciata dal vento, si era rappresa sugli sporti, sulle inferriate,
nelle screpolature del muro di faccia, e spenzolava dal cornicione del
palazzo come il drappo d'un baldacchino, e orlava le imposte della
finestra della Lotte che appena ogni due o tre giorni sollevava un
momento le cortine e salutava con un cenno l'amica. Giù nella -calle-
c'era un gran baccano. I monelli si rincorrevano gettandosi addosso
la neve a manate, e la Gegia sentiva quel chiasso, sentiva le palle
di quel bombardamento da burla frangersi sulle porte e sui muri, e il
gridio dei fanciulli, e le voci corrucciate dei babbi e delle mamme, e
pensava con che voluttà si sarebbe ella pur commista all'ilare schiera.
Ma a dover stare così immobile, infilando perle alla luce colata che
scendeva dall'alto, quei fiocchi bianchi che venivano a posarsi in
silenzio sul suo davanzale le mettevano una malinconia da non dirsi.
E salutò con entusiasmo i venti di marzo che portavano via le ultime
traccie di neve, e salutò i colombi, che rinfrancati, non uscivano più
dal loro nido soltanto una volta al giorno per andare al tocco delle
due in piazza San Marco, ma passeggiavano sul cornicione, traversavano
la -calle- e si posavano sulla sua finestra a beccolarvi le briciole di
polenta ch'ella spargeva colà apposta per loro.
-- Come sono interessanti quelle bestiuole! -- esclamò una mattina la
Lotte affacciandosi al balcone dopo tanti mesi, e come se ripigliasse
un discorso interrotto pochi minuti prima. -- E che bene si vogliono!
E che baci si danno!... Che cos'hai, Gegia? Perchè mi guardi come una
bestia rara?
Ciò che la Gegia guardava era il gran mutamento operatosi nella sua
amica durante quell'inverno. I suoi occhi azzurri avevano acquistato
un'espressione nuova; parevano divenuti più grandi, più profondi;
le lunghe treccie non le scendevano più infantilmente giù per la
schiena, ma le erano raccolte intorno al capo; il vivo rossore delle
sue guancie aveva ceduto il posto ad un leggero incarnato, la faccia
già un po' troppo piena e paffuta s'era affilata alquanto e ridotta
di un bell'ovale; il collo lungo, ben tornito, sottile, si posava
superbamente sopra un magnifico giro di spalle degne d'esser modellate
da uno scultore. Dall'autunno non era forse cresciuta in altezza,
ma sembrava che fosse, tanto aveva acquistato ormai l'aspetto d'una
ragazza fatta.
La Gegia le esternò la sua ammirazione; ella fece spallucce e sorrise.
Era avvezza ormai a ben altri omaggi!
-- Ho continuato a intagliar fiori di carta, -- osservò la povera
inferma, credendo di dir cosa grata alla Lotte. -- Oh come debbo esserle
riconoscente per le lezioni che mi diede!...
-- Bah! -- rispose la tedesca con indifferenza. E mutò argomento. -- E
io ho ballato, cara mia ho ballato tutto questo inverno, ciocchè è
meglio che far fiori di carta. Avevo ballato anche negli anni scorsi,
ma non tanto, e non col gusto di quest'anno.... Che effetto singolare
quell'esser portate in aria.... Tutto si confonde insieme, il suono, la
luce, l'alito....
Ma si fermò a questo punto, chè le parve di veder una nube sulla fronte
della sua disgraziata interlocutrice. Tolse da un vaso un mazzolino
di fiori, e presa la mira lo gettò in camera della Gegia. -- Ti servirà
pei tuoi lavori, -- le disse. Poi, dimentica del riserbo delicato che le
aveva fatto poc'anzi interrompere il suo discorso, soggiunse: -- Ma non
ti darei per tutto l'oro del mondo quella viola lì. -- E additò un fiore
che era in un bicchiere, posato sul marmo del suo lavamano. -- Oh quella
viola non la darei a nessuno, a nessuno.
E si allontanò canticchiando la ballata di Goethe:
-Es war ein König in Thule-
-Gar treu bis an das Grab....-
La Gegia non era in grado di fare uno studio psicologico nè sugli
altri, nè su sè stessa; ella capiva soltanto che in quei pochi mesi un
mondo di pensieri nuovi, di nuove impressioni, di nuovi affetti s'era
spalancato dinanzi alla Lotte, e che in quel mondo ella ci era entrata
come una regina. Ormai a parlare con lei le sembrava di discorrere con
una persona che fosse sulla punta di un campanile; tanto ci correva
tra loro! La fortunata fanciulla (chè, grande e grossa com'era, non
toccava ancora i quindici anni) aveva la coscienza della sua bellezza,
della sua forza, e la lasciava trasparire con la baldanza dell'età
sua. Bisognava veder la mattina, quando faceva la sua -toilette-, come
si compiaceva a guardarsi nello specchio! Certa di non aver di fronte
altri che la Gegia, ella spesso non si curava nemmeno di abbassar le
tendine e terminava di vestirsi a finestre aperte. Eppur la Gegia la
divorava cogli occhi come se fosse stata un giovinotto, ed ammirava
quelle spalle che parevan tagliate nel marmo, e le curve del seno mal
dissimulate dal candido lino, le braccia ignude fin sotto le ascelle e
arrovesciate dietro la nuca ad annodare le diffuse treccie dei lunghi
capelli. E sentiva in cuor suo come un misto d'invidia, di desideri
ancora mal noti, di sfiducia desolata e profonda. Era ella pur nell'età
in cui nella fanciulla si sveglia la donna, e acquistavano un senso per
lei tante frasi udite, tante cose vedute, e il sangue le correva nelle
vene più infiammato, più rapido. Adesso capiva davvero il cinguettìo
delle coppie innamorate che ad ora tarda venivano a dirsi qualche
paroletta furtiva sotto la sua finestra, e adesso intendeva ciò che
significava l'esser -novizze-, come le si narrava or dell'una, or
dell'altra delle ragazze, che, un po' più grandicelle, avevano, anni
addietro, giuocato con lei. E, coricatasi, vegliava a lungo pensando,
e si voltava e rivoltava nel suo letticciuolo; poi quando cedeva alla
stanchezza e chiudeva gli occhi, i sogni si calavano in frotta sul
suo capezzale. Era, in sogno, bella anche lei, bella come la Lotte,
aveva anche lei il suo -moroso-, era fidanzata.... Poi si destava in
sussulto, la fredda realtà le si parava dinanzi, e piangeva.
Una notte, nella quale non le riusciva di quietarsi, intese aprire
adagio adagio le imposte della finestra dirimpetto. Tese l'orecchio
e distinse la voce della Lotte, a cui una voce d'uomo rispondeva
dal basso. Stettero forse cinque minuti a scambiarsi delle parole in
tedesco; poi si udì lo scoccare di due baci, di due baci innocenti,
intendiamoci, perchè l'uno scendeva da un primo piano alla strada,
l'altro saliva dalla strada a un primo piano. Ma i baci -mandati- fanno
più strepito dei baci -dati- e quel suono impedì alla Gegia di dormire
anche il resto della notte. La mattina poi, quando la Lotte si affacciò
alla finestra, ella le mise addosso certi occhi, che quella, contro il
suo solito, divenne rossa, parve confusa, ed abbassò il viso.
La Gegia non potè a meno di lasciarsi scappar dal labbro. -- Oh sia
sicura che non dirò niente.
-- Di che cosa? -- rispose la Lotte facendosi di tutti i colori.
-- Oh bella.... di questa notte.
-- Che intendereste dire? -- replicò la tedesca rizzando il capo in aria
corrucciata ed altiera.
Alla Gegia vennero le lagrime agli occhi. -- Scusi, -- balbettò, -- io non
ci ho colpa.... non dormivo....
-- Passate la notte alla finestra?
-- No, no.... ma sentivo ugualmente... Del resto non potevo capir
nulla.... Non capisco mica il tedesco, io.
-- Ebbene! che male c'è? Era il cameriere di una mia amica che veniva a
domandarmi se la sua padroncina aveva lasciato da me il suo ventaglio.
Non ci voleva un grande acume a capire che questa era una bugia, ma la
Gegia non aggiunse parola. La Lotte chiuse la finestra dispettosamente,
e non si fece più vedere per alcune ore. Ma sulle due ricomparve con
cera rabbonita, si guardò intorno e chiese alla Gegia -- C'è nessuno da
te?
-- Sì, c'è la zia -- rispose l'altra cui non pareva vero d'essere
interrogata amichevolmente.
-- Che seccatura!
-- Oh, la sta sempre in cucina e sente appena le cannonate.
-- Ebbene, vengo, dopo tanto tempo, a darti una nuova lezione di fiori.
E queste ultime parole le pronunciò ad alta voce, come se desiderasse
che fossero intese.
La Gegia aveva lasciato dormire da alcune settimane quei suoi lavorucci
di carta, e teneva tutto chiuso in un cassetto del suo tavolino. Aveva
bisogno di guadagnar quattrini e perciò doveva attendere a infilar
perle e preparar qualche ninnolo di conterie, che il buon Menico
vendeva per lei. Adesso tirò fuori dal tavolino la carta a colori, i
modelli e gli arnesi che le erano stati regalati dalla Lotte, e stette
in aspettazione della bella vicina.
-- Buondì, Gegia -- disse la Lotte entrando senza preamboli, e voltandosi
con una certa compiacenza a raccoglier la coda della sua lunga vesta di
percallo, che s'era impigliata nell'uscio. -- Stamattina fui cattiva, ma
che diamine? Se ti sentivano.... Basta.... -À quelque chose malheur est
bon-.
-- Le domando scusa di nuovo...
-- Ci hai creduto alla storiella del cameriere?
-- Ma.... sì.
-- Baie! Hai una testolina troppa svelta.
La Gegia non rispose. Dopo una pausa di qualche secondo, ella disse: --
Non siede?
-- Chè! Bisogna ch'io me ne vada subito.... I miei genitori sono andati
a fare una visita. Se tornano e non mi trovano in casa, sto fresca.
-- Ah! Credevo fosse venuta per i fiori -- osservò la Gegia guardando un
po' mortificata tutta la roba ch'ella aveva messo sul tavolino apposta.
-- No, no, i fiori non c'entrano -- replicò la Lotte. E si diresse verso
un cassettone sul quale erano collocati alcuni gingilli in conterie. --
Oh! il bel panierino! Oh il bel monile! Come mi piacerebbe averli!
-- Li prenda.
-- Purchè non sia come l'altra volta, sai. Voglio pagarli.
-- Valgono così poco...
-- Alle corte. Se non lasci ch'io me li pigli e li paghi, vado in
collera.
-- Che debbo dirle? Faccia lei.
-- Così mi piace. -- Involse i due oggetti nel fazzoletto bianco, poi
si avvicinò alla Gegia e le diede una moneta chiusa diligentemente
entro un pezzo di carta. Infine, chinandosele all'orecchio, le disse:
-- Se domani viene qui una donna portando -qualche cosa- per me, mi
prometti di passarmi quella cosa dalla finestra? -- E per prevenire ogni
obbiezione, soggiunse: -- Ho un panierino di paglia che farò scorrere
lungo una cordicella di cui ti getterò uno dei capi. Mi prometti?
La Gegia non s'era ancor formata un'idea chiara di ciò che le si
domandava. Aveva un confuso barlume che ci fosse qualche cosa di male,
ma come risponder di no alla Lotte, che, bella e gran signora com'era,
aveva tanta degnazione per lei? Così, divenendo rossa, articolò un sì
appena percettibile.
-- Grazie! -- disse la Lotte. Le passò la mano sui capelli e soggiunse: --
I bei capelli che hai! E anche il viso è bellino... Sembri una Madonna.
Indi, senz'altri indugi, sgusciò via rapida e leggera com'era venuta,
e la lasciò mezzo sbalordita.
Ma lo sbalordimento della Gegia s'accrebbe, quando, rimasta sola, ella
spiegò la cartolina che aveva ricevuta e vi trovò un napoleone d'oro.
Senza saper precisamente il perchè, ella si sentì montar le fiamme al
viso; credette per un istante a uno sbaglio, ma poi si ricordò che
quella cartolina era preparata, e che doveva essere stata preparata
appunto per evitare le obbiezioni ch'ella avrebbe mosso senza dubbio
nel ricevere un compenso tanto maggiore del prezzo di ciò ch'ella
dava. Non erano, no, i suoi gingilli che le venivano pagati con quel
napoleone d'oro; era il servigio che si era chiesto da lei e ch'ella
aveva promesso di rendere. Oh se avesse potuto ritirar la sua parola!
Se avesse potuto consigliarsi con qualcheduno! Ma con chi? Suo padre
non capitava quasi mai a casa, ed era diventato poco men d'un estranio
per lei; colla zia Marianna bisognava rinunziare a discorrere, tanto
era sorda; il signor Menico ella non lo vedeva che di lì a cinque
giorni. E poi poteva tradire il segreto della Lotte? E se, dopo tutto,
la Lotte non le avesse chiesto che la cosa più naturale del mondo? E se
avesse voluto beneficarla? Aveva ella il diritto di essere orgogliosa?
Di rifiutare un piacere a chi glielo domandava con tanta grazia? Ma
se non fosse un piacere onesto? Onesto! E sapeva ella veramente ciò
ch'era onesto e ciò che non era? Chi glielo aveva insegnato? Torturata
da questi dubbi, la Gegia passava quel napoleone d'oro da una mano
all'altra quasi fosse rovente, e si guardava intorno come a cercare
un'ispirazione che non veniva, un buon suggerimento che nessuno le
dava. Ma quando vide entrare la zia Marianna, la fanciulla ripose
istintivamente la moneta nel cassetto del suo tavolino; non era a lei
ch'ella avrebbe potuto confidarsi. La zia Marianna era brontolona
per indole; quel giorno poi ella accusava cento malanni, prevedeva
che sarebbe caduta inferma e che l'avrebbero spedita all'ospedale. E
si lamentava in anticipazione della sua cattiva stella e del pessimo
cuore degli altri. La Gegia era avvezza a questi pronostici e a questi
lamenti; pur quel giorno ne fu colpita più del consueto; pensò che
una volta tanto la zia poteva dire la verità e che s'ella infermava
sul serio sarebbe convenuto fare ogni sacrifizio per salvarla dallo
spauracchio dell'ospedale. In questo caso i quattrini non sarebbero
stati mai troppi e quel famoso -marengo- avrebbe servito a fare una
buona azione. Così si decise a tenerlo, lieta forse in cuor suo d'aver
trovato un motivo che giustificasse a' suoi occhi un tale proposito.
V.
Il panierino tragittò più d'una volta fra le finestre lungo la
cordicella. I bimbi della -calle-, ne ridevano e salutavano questi
passaggi aerei coi loro frizzi; le donnicciuole facevano i loro
comenti, tanto più ch'esse avevano visto una femmina ignota salire
replicatamente della Gegia. Nondimeno le cose sarebbero andate
liscie se un bel giorno il paniere non si fosse piegato troppo da
una parte e non avesse lasciato cadere il suo prezioso carico nella
via sottoposta. Il carico, che consisteva in una semplice letterina
scritta in carta sottile, fece parecchie leggiadre giravolte prima
d'arrivare in istrada, ma alla fine andò a terminare in grembo ad un
monello che giuocava sullo scalino di una porta. Si può immaginare
l'agitazione delle due ragazze. L'una, la Lotte, spintasi fuori con
mezza la persona dalla finestra, seguiva collo sguardo il volo del suo
biglietto; l'altra, la Gegia, che non poteva muoversi dalla sedia, lo
seguiva col pensiero e non era la meno inquieta. -- Ps! Ps! -- fece la
Lotte al ragazzo, vedendo che in quel momento non c'erano altri nella
-calle-. E avvicinate le mani alla bocca in modo da raccogliere il
suono, gli disse: Vieni subito al portone che scendo io. -- Lasciò la
finestra e fu presto sulle scale. Il fanciullo, cui non pareva vero
di prendersi una mancia dalla signorina, aveva prontamente obbedito
e, tenendo delicatamente fra le dita il biglietto, aspettava che il
portone si aprisse. Volle sfortuna che in quel momento arrivasse dalla
strada nientemeno che -Herr Graf- von Rheinstadt, il padre della Lotte.
Come costui vide il garzoncello all'uscio di casa sua, gli domandò
brusco che cosa volesse. L'interrogato, tra pella confusione, tra pel
dubbio di non farsi intendere in veneziano, si spiegò a gesti segnando
prima la finestra della Gegia, poi quella del palazzo e sforzandosi
a descrivere con la mano la caduta della lettera. Ma prima che la
spiegazione fosse compiuta, la porta si aprì, comparve la Lotte, la
quale rimase pietrificata alla vista del suo maestoso genitore. -Herr
Graf- credette d'aver capito abbastanza, strappò il biglietto dalle
dita del ragazzo e a titolo di mancia gli amministrò uno scappellotto.
Indi, spingendo avanti di sè la figliuola, entrò in casa e si tirò
dietro il portone con gran fracasso. Di lì a poco la cameriera tedesca,
che, mesi addietro, aveva accompagnata la Lotte in casa della Gegia,
venne alla finestra del gabinetto della sua padroncina, rivolse alla
povera inferma uno sguardo velenoso e le gridò due volte -Unverschämte!
Unverschämte!- (svergognata). Indi chiuse le imposte. Nello stesso
tempo il ragazzo ch'era stato così mal ricompensato dei suoi servigi
pensò di sfogar la sua stizza andando sotto al balcone della Gegia e
urlando: -- Tutto per colpa tua, brutta storpia! brutta....! E qui c'era
una parola brutta davvero che il lettore mi dispenserà dal ripetere.
Quando la cosa si divulgò nel vicinato, le femminuccie della -calle-
si mostrarono tutte piene di scrupoli virtuosi. Il giudizio meno
ostile alla Gegia fu quello di -siora- Veronica. -Poverazza! Bisogna
compatirla. Non la pol far ela e la tien terzo ai altri.- E il
barcaiuolo Filippo, informato della faccenda, s'infiammò di un sdegno
veramente magnanimo. -- Quella lì, vedete -- egli disse, parlando della
Gegia -- dopo una roba simile, io non la conosco quasi più per mia
figlia. -- Onde gli spiriti timorati convennero che Filippo era un
-uomo giusto- un uomo il quale, -in materia d'onore-, non guardava in
faccia nemmeno alle sue creature. In quanto alla zia Marianna, ella
aveva subodorato qualche novità. Ma siccome nessuno voleva perdere il
fiato con lei, così alle sue interrogazioni si rispondeva gridandole
nell'orecchio: -- -Domandate a vostra nipote-. Era un altro martirio per
la Gegia che diceva con voce supplichevole: -- -Mi lasci stare. Ma mi
lasci stare.- E la sorda si ritirava in cucina sbuffando e ripetendo su
tutti i tuoni: -- -Mi par d'essere in una gabbia di matti-.
In quale stato d'animo fosse la Gegia è facile immaginare. Il
rimprovero che la sua coscienza le aveva già diretto faceva sentir più
acerba la sua puntura dopo che la disgraziata ragazza trovava intorno
a sè la riprovazione degli altri. Perchè così nel biasimo come nella
lode che l'uomo dà a sè medesimo accade ben di rado che si astragga
affatto dal giudizio altrui, e la coscienza dell'individuo, per altera,
per illibata che sia, muta i suoi responsi col mutar dell'ambiente
in cui vive. Ma la Gegia, in mezzo alla sua mortificazione, aveva
un altro pensiero che la crucciava. Era il pensiero della sua amica
alla quale ella non sapeva che punizioni si fossero inflitte. A veder
sempre chiusa la finestra, ove la bella giovinetta soleva venir così
spesso a conversare con lei, ella sentiva stringersi il cuore. Certo
la Lotte era stata mandata via di casa, forse la si era cacciata in
un ritiro, povera creatura! La Gegia se la figurava già vestita di
saio, coi capelli corti, come, da bambina, aveva visto le monache nel
convento delle -Terese-. E anche lei, anche la Lotte, doveva dunque
rinunziare al mondo, doveva rinunziare all'amore! -Anche lei!- Chi
può assicurarci che nel pronunziar questa frase le Gegia non provasse
in cuor suo quell'amaro conforto che è pur nella certezza del dolore
diviso? Chi può assicurarci che ella non fosse in preda a quella
strana contraddizione, che, mentre sveglia in noi tutto lo spirito di
sacrifizio necessario a toglier di pena un amico, di farebbe accogliere
come un disinganno la notizia che l'amico non ha nulla sofferto?
Questo disinganno, se era tale, la Gegia non tardò a subirlo. Pochi
giorni dopo l'avvenimento della lettera, ella sentì salir dalla strada
la voce della Lotte, il fruscio della sua vesta, lo scoppiettar del
suo riso. -Cò presto la ghe xè passada!- dissero le comari della calle
vedendola vispa, ilare, elegante. Il romanzo della Gegia era andato
in fumo, la sua amica era sempre felice, ed ella piangeva a lagrime
dirotte.
Col chiudersi della finestra di facciata s'era chiusa per la Gegia una
gran parte del suo piccolo mondo. Ella passava intere giornate senza
scambiare una parola, chè con la zia Marianna era inutile discorrere
e le sue vicine non capitavano che di rado a visitarla. E poi queste
visite erano quasi sempre una fonte di mortificazioni per lei. Ogni
momento le si diceva: -- Sai, la tale si marita a Pasqua e la tal'altra
fa l'amore con questo o con quello. -- E qualche volta era la fidanzata
stessa che veniva a darle la buona nuova. Veniva tutta in fronzoli,
fresca, rosea, ridente, mostrando le -buccole- che le aveva regalato
-el novizzo-, vantando, col freddo egoismo dei felici, la buona ventura
che l'era toccata e descrivendo in lungo e largo i suoi piani per
l'avvenire.
Povera Gegia! E pensare che queste ragazze erano, da bimbe, men
belle di lei. Pensare che suo padre, il quale allora l'amava, non si
stancava di ripetere: -- Come la mia figliuola non ce n'è una in tutta
la parrocchia! -- Adesso ella conservava ancora un pallido ricordo di
quel suo profilo di vergine, conservava i suoi bei capelli biondi,
i suoi grandi occhi bruni. Ma quegli occhi erano scemi dell'usato
splendore, e giravano intorno null'altro esprimendo che una mestizia
quasi rassegnata; ma le guancie avvizzite avevano ormai la tinta
giallastra della cera. Nel suo complesso aveva il curioso aspetto di
una bambina vecchia. La statura, la sottigliezza delle braccia, la
curva appena visibile del seno, le avrebbero fatto dare tredici anni
al più, ma guardandola in viso, specialmente se vinta dalla stanchezza
ella chiudeva un istante gli occhi, si sarebbe detto: È una donna di
trenta. Nel fatto, al momento di cui parliamo, non ne aveva che sedici.
VI.
Era il principio del 1866. L'aria era piena d'elettricità. Si sentiva
vicina una nuova guerra, l'ultima forse, quella che dopo tanti amari
disinganni avrebbe finalmente riunito Venezia alla patria comune.
Non si discorreva d'altro; due nomi che da sì lungo tempo erano nel
cuore di tutti, tornavano sulle labbra e si ripetevano dagli adulti,
dalle donne, dai fanciulli con una baldanza che nulla valeva a
temperare: -Vittorio- e -Garibaldi-. I muri erano coperti ogni notte
di questa iscrizione bizzarra: -Viva VERDI-. Era un anagramma a cui
il celebre maestro di musica prestava ben volentieri il suo nome, e
significava -Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia-. La polizia aveva un
bel dar di bianco al voto sacrilego; era lavoro di Sisifo. I monelli
canticchiavano sommessamente per le strade l'inno di Garibaldi; gli
adolescenti aspettavano con impazienza che venisse il giorno opportuno
di passare il confine; dietro le vetriate dei merciai facevano capolino
le stoffe verdi, rosse, bianche, mal dissimulate dalle lane e dalle
sete d'altri colori.
Di tutto questo rimescolìo la Gegia capiva qualche cosa delle
chiacchiere delle vicine, ma le informazioni più esatte le riceveva dal
signor Menico, quand'egli veniva il sabato a pagarle la sua settimana.
Il signor Menico era stato guardia civica nel 1848-49, e se lo tiravano
in lingua raccontava come uno degli ultimi giorni dell'assedio, essendo
in fazione davanti una caserma in Cannaregio, da cui si vedevano i
forti, una palla di cannone era piombata sul tetto d'una casa vicina,
e dopo molti giri e rigiri era caduta a due passi da lui portandosi
dietro la grondaia. -- Capite? a due passi! egli diceva. E ingrossava
la voce e tentennava il capo con aria d'importanza come a significare:
Una cosa simile è toccata a pochi! Malgrado di ciò il signor Menico
non era un leone, e con la teoria che -i muri parlano-, egli lasciava
volentieri da parte la politica. Ma adesso, con la Gegia, egli si
faceva coraggio e dopo averle chiesto regolarmente se la zia Marianna
continuava ad esser sorda, le raccontava le novità del giorno, e le
assicurava sulla sua parola d'onore che questa volta i Tedeschi se
ne sarebbero andati davvero. Glielo aveva detto persona che non era
solita ad ingannarsi. E la Gegia a poco a poco andava infiammandosi
per questa idea della patria che non le riusciva ben chiara, ma che
pur doveva essere assai bella, e che forse l'era tanto più accetta
quanto più le dava da pensare e la distraeva dalla muta contemplazione
delle sue miserie. Del resto, gl'infelici sono rivoluzionari per
loro natura. Chissà che il mondo cambiando non diventi migliore
per essi, chi sa che le loro pene non si alleviino, che l'egoismo
altrui non si corregga! Se avessero domandato alla Gegia: credi tu
che -gli Italiani- restituiranno il vigore alle tue membra, faranno
giungere alla tua finestra il sole alla tua anima sitibonda l'amore?
ella avrebbe, sospirando, risposto di no; ma poichè nessuno glielo
chiedeva, ella si nutriva, inconsapevole, di dolci illusioni. Pur
la martellava un pensiero, il pensiero della Lotte che, quantunque
dimentica di lei, ella non aveva cessato di amare. Che sarebbe avvenuto
della giovinetta col mutar delle cose? Avrebbe ella dovuto soffrire?
S'era pur scritto anche sul muro di Cà Dareni -- -Morte ai tedeschi-
-- e quando nella -calle- giungevano gli accordi del pianoforte
della Lotte e il suono del suo canto, i monelli, ormai imbaldanziti,
urlavano -Canta, canta, che presto te tocarà pianzer-. Oh se la Gegia
avesse potuto consigliarla a fuggire! Ma non ci fu bisogno del suo
consiglio, perchè una settimana prima della dichiarazione di guerra
il conte di Rheinstadt risolse improvvisamente di andarsene con la
famiglia. La Gegia non ne sapeva nulla quando una mattina vide aprirsi
improvvisamente la finestra del palazzo e comparire la Lotte in abito
e cappellino da viaggio.
-- Addio, Gegia.
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