-faranno- ora! Se avesser cervello, scoperchierebbero il tetto." Qualche
istante dopo cominciarono a muoversi di nuovo e sentì il Coniglio che
diceva, "Basterà, una carrettata per cominciare."
"Una carrettata -di che-?" disse Alice; ma non restò molto in dubbio,
perchè subito una grandine di sassolini cominciò a scoppiettare nella
finestra, ed alcuni la colpirono in faccia. "Bisogna finirla," pensò
Alice, e gridò, "Fareste bene di non provarvici un'altra volta!" Queste
parole produssero un altro silenzio sepolcrale.
Alice osservò con un pò di stupore che i sassolini si convertivano in
pasticcini appena toccavano il pavimento, e subito un idea le sfolgorò
in mente. "Proviamo a mangiare uno di questi pasticcini," disse, "certo
essi produrranno qualche mutamento nella mia statura; e siccome non
potranno farmi più grossa di quel che sono, m'impiccoliranno forse."
E mangiò un pasticcino, e si rallegrò di vedersi subito impiccolire.
Appena che si sentì piccola abbastanza per uscire dalla porta, scappò
dalla casa, e incontrò una folla di animalucci e d'uccelli che
aspettavano fuori. La povera Lucertola (era Tonio) stava nel mezzo,
sostenuta da due porcellini d'India, che le davano qualche ristoro da
una bottiglia. Appena comparve Alice tutti le si avventarono addosso; ma
la bimba si mise a correre sino a che si ritrovò sana e salva in una
foresta.
"La prima cosa che dovrò fare," pensò Alice, vagando nella foresta, "la
è quella di ricrescere e giungere alla mia statura naturale; e la
seconda poi sarà di cercare il modo d'entrare in quell'ameno giardino. È
questo, mi pare, il miglior piano."
E davvero sembrava un piano eccellente, e imaginato assai per benino; ma
la difficoltà stava in ciò ch'ella non sapea da dove rifarsi per
metterlo ad effetto; e mentre aguzzava l'occhio fra gli alberi della
foresta, un piccolo latrato acuto al di sopra di lei la fece guardare in
su presto presto.
Un enorme cucciolo la squadrava con occhi dilatati e rotondi, e
allungando una zampa cercava di toccarla. "Poverino!" disse Alice con
voce carezzevole, e per allettarlo si provò a dirgli "te', te'!" ma
tremava a verghe temendo che fosse affamato, nel qual caso l'avrebbe
probabilmente divorata a dispetto di tutte le sue carezze.
Non sapendo che farsi, prese un ramuscello e lo presentò al cagnolino;
questo saltò in aria come un razzo, dando fuori un urlo di gioja, e
s'avventò al ramuscello come se lo volesse sbranare; allora Alice si
mise cautamente dietro ad un cardo altissimo per non esser da lui
rovesciata; quando si affacciò all'altro lato, vide che il cagnolino
s'era avventato nuovamente al ramuscello, ed aveva fatto un capitombolo
nella furia d'afferrarlo; ma siccome ad Alice sembrava che era come
scherzare con un cavallo di vetturale, così per evitare d'esser
calpestata dalle zampe della bestia, fuggì di nuovo dietro al cardo:
allora il cagnolino cominciò una serie di cariche verso il ramuscello,
correndo ogni volta al di là del segno, e correndo indietro più di quel
che gli conveniva, e sempre abbaiando raucamente sino a che s'accoccolò
a una breve distanza, anelante, con la lingua penzoloni, e con gli
occhioni semichiusi.
[Illustrazione]
Alice colse quell'occasione propizia per scappar via, e fuggì, e corse
tanto da perderne affatto il fiato, e sino a che il latrare del
cagnolino si perdè nella lontananza.
"Eppure che caro cucciolo era quello!" disse Alice, appoggiandosi a un
ranuncolo e facendosi vento con una delle sue foglie: "Oh quanto avrei
desiderato d'insegnargli dei giuocolini se--se fossi stata d'una statura
adeguata! Oimè! avevo quasi dimenticato che mi convien crescere ancora!
Vediamo--come -potrei- fare? Suppongo che dovrei mangiare o bere qualche
cosa; ma quale cosa? quì sta il punto!"
Davvero la gran quistione si aggirava su -quale cosa-? Alice guardò
tutt'intorno, i fiori, l'erba, ma non trovò niente che le paresse adatto
a mangiare o bere per quell'occorrenza. C'era però un grosso fungo
vicino a lei, press'a poco alto quanto lei, e dopo che l'ebbe osservato
di sotto, ai lati, e di dietro, le parve cosa naturale di vedere ciò che
v'era di sopra.
Si alzò sulla punta de' piedi, e affacciossi all'orlo del fungo, ed ecco
gli occhi suoi s'incontrarono con quelli di un grosso Bruco turchino che
se ne stava seduto nel mezzo con le braccia conserte, fumando
tranquillamente una lunga pipa turca, non facendo la minima attenzione a
lei, nè ad alcun'altra cosa.
[Illustrazione]
CAPITOLO V.
CONSIGLI D'UN BRUCO.
Il Bruco ed Alice si guardarono in faccia per qualche istante senza far
motto; finalmente il Bruco staccò la pipa di bocca, e le parlò con voce
languida e sonnacchiosa.
"Chi siete -voi-?" disse il Bruco.
Questa domanda non invitava troppo a una conversazione. Alice rispose
con un pò di timidezza, "Davvero io--io non saprei dirlo ora--so almeno
chi -ero- quando mi levai questa mattina, ma d'allora in poi temo essere
stata scambiata più volte."
"Che cosa mi andate contando?" disse il Bruco con voce austera.
"Spiegatevi meglio!"
"Temo non potere spiegarmi," disse Alice, "perchè non sono più me
stessa, com'ella vede."
"Io non vedo," rispose il Bruco.
"Temo che non mi sarà dato di spiegarmi più chiaramente," soggiunse
Alice con modo assai gentile, "perchè io non so capirla neppur io dopo
essere stata mutata di statura tante volte in un giorno, ciò confonde
davvero."
"Non è vero," disse il Bruco.
"Bene, forse non se n'è ancora accorto," disse Alice, "ma quando ella
sarà mutata in crisalide--e ciò le accadrà un giorno,--e poi diverrà
farfalla, ciò le sembrerà un pò strano, non è vero?"
"Niente affatto," rispose il Bruco.
"Eh! forse i suoi sentimenti saranno diversi da' miei," replicò Alice;
"ma quanto a -me- mi parrebbe molto strano."
"A voi!" disse il Bruco con disprezzo. "Chi siete -voi-?"
E ciò li ricondusse da capo al principio della conversazione. Alice si
sentiva irritata alquanto veggendo che il Bruco le rispondeva -secco
secco-, e s'impettorì come una matrona romana, e dissegli gravemente,
"Perchè non comincia -lei-, a dirmi chi è?"
"Perchè?" disse il Bruco.
Era quella una domanda imbarazzante; e perchè Alice non sapeva trovare
una buona ragione, e il Bruco pareva di cattivo umore, si voltò per
andarsene.
"Venite quì!" la richiamò il Bruco. "Ho alcun che d'importante a dirvi."
Quelle parole promettevano qualche cosa: ed Alice ritornò indietro.
"Non andate in collera," disse il Bruco.
"E questo è tutto?" rispose Alice, inghiottendo il suo dispetto.
"Nò," disse il Bruco.
Alice pensò che poteva aspettare, perchè non aveva altro di meglio a
fare, e perchè forse il Bruco avrebbe potuto comunicarle alcun che
d'importante. Per qualche istante il Bruco pipò senza dir nulla,
finalmente spiegò le braccia, staccò la pipa di bocca, e disse, "E così
voi credete di essere stata tramutata?"
"Signor mio, ho paura di sì," rispose Alice; "Non posso più rammentarmi
bene le cose come una volta--e non posso conservare per dieci minuti la
stessa statura!"
"-Quali cose- non potete rammentare?" domandò il Bruco.
"Ecco, cercai una volta di ripetere 'Rondinella pellegrina' e m'uscì
dalle labbra tutto diverso!" soggiunse Alice assai mestamente.
"Ripetetemi '-Guglielmo, tu sei vecchio-,'" disse il Bruco.
Alice incrociò le mani sul petto, e cominciò:--
[Illustrazione]
-"Guglielmo! tu sei vecchio,"--gli disse il giovanetto,
"Son bianchi i tuoi capelli--e meriti rispetto;
Eppur col capo in terra--ti veggo camminare--
Ma credi che convenga--a un vecchio un tale andare?"-
-"Quand'ero giovanetto"--rispose il Vecchierello,
"Credea che questo giuoco--sbalzasse il mio cervello;
Ma ormai che son persuaso--che in zucca non ho nulla,
Col capo in giù men vado--quando il cervel mi frulla."-
[Illustrazione]
-"Guglielmo! tu sei vecchio,"--soggiunse il suo figliuolo,
"Sei grosso e grasso e tondo--che sembri un cedrïuolo,
Eppur fai salti a ruota!--oh dimmi a quale scuola
S'insegna a sfondar l'uscio--con una caprïola?"-
-Rispose il buon Vecchino--"Nella mia giovinezza
Studiai di conservare--al corpo la sveltezza;
Virtù di quest'unguento--un franco per vasetto,
Ne vuoi comprare un pajo--garbato giovanetto?"-
[Illustrazione]
-"Guglielmo! tu sei vecchio,--e fiacche hai le mascelle,
Ed ingollar potresti--brodose minestrelle,
Ed hai mangiato un'oca--con l'ossa, e il becco intero?
O Babbo, com'hai fatto?--oh spiegami il mistero!"-
-"Un dì studiai le leggi"--il Babbo allor gli disse,
"Ed ebbi con mia moglie--sempre querele e risse,
Ciò dètte alle ganasce--tal forza muscolare
Che ormai potrei con l'oca--la moglie divorare."-
[Illustrazione]
-"Guglielmo! tu sei vecchio"--riprese il giovanetto,
"La vista non ti regge--e sai, ti fa difetto;
E porti in equilibrio--sul naso quell'anguilla!
Oh quì la tua destrezza--davver si mostra e brilla!"-
-"Risposi a tre domande--e ormai ti può bastare;
Non rompermi le scatole,--non voglio più parlare;
Oh credi che mi piacciano--le sciocche tue questioni?
Via, smetti, o per la scala--ti mando ruzzoloni!"-
"Non l'avete recitata bene," disse il Bruco.
"Temo di no," rispose timidamente Alice, "certo alcune parole sono
scambiate."
"Male dal principio alla fine," disse il Bruco con accento risoluto, e
successe un silenzio per qualche minuto.
Il Bruco fu il primo a parlare.
"Di che statura vorreste essere?" domandò.
"Oh non vado tanto pel sottile in quanto alla statura," rispose in
fretta Alice; "soltanto non mi piace di mutar tanto spesso, sa."
"Non -so- niente," disse il Bruco.
Alice non fiatò: giammai la poverina era stata tante volte contraddetta,
e stava lì lì per scoppiare.
"Siete contenta ora?" domandò il Bruco.
"Nò, davvero, vorrei essere un -pocolino- più grande, se non le
dispiacesse," rispose Alice: "si figuri, ho una ben meschina statura,
appena tre pollici!"
"L'è una buona statura, cotesta!" disse il Bruco con voce dispettosa,
rizzandosi come un fuso mentre parlava (egli era alto tre pollici per
l'appuntino).
"Ma io non ci sono abituata!" soggiunse Alice con voce carezzevole e
mesta. E poi pensò fra sè: "Vorrei che coteste creaturine non
s'offendessero così per nulla!"
"Vi abituerete col tempo," disse il Bruco, e rimettendosi la pipa in
bocca, rincominciò a pipare.
Questa volta Alice aspettò pazientemente che egli stesso riappiccicasse
il discorso. Passati due o tre minuti, il Bruco levò la pipa di bocca,
sbadigliò un poco, e si scosse tutto. Poi discese dal fungo, e andò
strisciando nell'erba, dicendo soltanto queste parole "Un lato vi farà
crescere di più, e l'altro vi farà diminuire."
"Un lato di -che cosa-? L'altro lato di -che cosa-?" pensò Alice fra sè.
"Del fungo," disse il Bruco, come se Alice l'avesse interrogato ad alta
voce; e subito disparve.
Alice rimase pensierosa riguardando al fungo e cercando di scoprire
quali fossero i due lati di esso; e perchè era tondo come l'O di Giotto,
non sapea trovarli. Ciò non di meno allungò quanto potea le braccia per
circondare il fungo, e ne ruppe due pezzettini all'orlo con ciascuna
delle sue mani.
"Ed ora, quale è l'uno e quale è l'altro?" disse fra sè, e si mise a
morsecchiare il pezzettino che aveva alla destra, così per provarne
l'effetto, quando si sentì in un attimo un colpo violento sotto il
mento; aveva battuto sul piede!
Quel mutamento subitaneo la spaventò moltissimo, ma non c'era tempo a
perdere, perchè spariva rapidamente; così si mise subito a morsecchiare
l'altro pezzettino. Il suo mento era talmente stretto al piede che a
mala pena potette aprir la bocca; finalmente riuscì a inghiottire un
bocconcello del pezzettino della mano sinistra.
* * * * *
"Ah! respiro finalmente, la mia testa è libera!" sclamò Alice con gioja,
ma tosto la sua allegrezza si mutò in terrore quando si accorse che non
potea più trovare le spalle: guardando in giù non potè vedere che un
collo lungo, lungo che s'elevava come uno stelo d'in mezzo a un campo di
foglie verdeggianti che stavano lungi, sotto a lei.
"Che cosa -è- mai quel campo verde?" disse Alice. "E -dove- sono andate
le mie spalle? Oh tapina me! come va che non vi veggo più, o mie povere
mani?" E andava movendole mentre parlava, ma non sembrava che ne
seguisse altro che un piccolo movimento fra le verdi foglie in
lontananza.
Non sembrando possibile di portar le mani al capo, cercò di piegare il
capo verso le mani, e fu contenta di vedere che il suo collo potea
piegarsi e dirigersi dovunque, come un serpente. Era riuscita a curvarlo
in giù in forma d'un grazioso -zigzag-, e stava lì lì per tuffarsi fra
le foglie, quando si accorse che erano le cime degli alberi sotto i
quali s'era smarrita. E sentì un gemito acuto per cui si ritirò
indietro in fretta: un grosso colombo era volato verso di lei, e le
sbatteva le ali contro la faccia in modo furioso.
"Serpente!" gridò il Colombo.
"-Non- sono un serpente, io!" disse Alice, adirata. "Va via!"
"Serpente, dico!" ripetè il Colombo, ma con voce più dimessa, e
soggiunse singhiozzando, "Ho cercato tutt'i rimedii, ma nulla m'è
giovato!"
"Io non so di che cosa mai tu parli," disse Alice.
"Ho provato le radici degli alberi, ho provato i poggetti, ho provato le
siepi," continuò il Colombo senza badare a lei; "ma i serpenti! Oh non
c'è modo di contentarli!"
Alice era sempre più meravigliata e confusa, ma pensò ch'era inutile
parlare sino a che il Colombo avesse finito.
"Come che fosse poca pena covar le uova," disse il Colombo, "mi
abbisogna vegliare a causa dei serpenti, e giorno e notte! Son tre
settimane che non ho chiuso un occhio!"
"Mi dispiace di vederti così angosciato!" disse Alice, la quale
cominciava a capire il Colombo.
"E giusto quando avevo scelto l'albero più elevato della foresta,"
continuò il Colombo con un grido disperato, "e mi credea liberato
finalmente da loro, ecco che mi piovono giù dal cielo! Ih!
Serpentaccio!"
"Ma io -non- sono un serpente, ripeto!" rispose Alice. "Io sono una----
Io sono una----"
"Bene, -chi- sei tu?" disse il Colombo. "Vedo bene che tu cerchi dei
raggiri per ingannarmi!"
"Io--Io sono una ragazzina," rispose Alice, ma quasi dubitando di sè
stessa, poichè si rammentava l'innumerevole serie di trasformazioni che
avea passate in quel giorno.
"Bella storiella!" disse il Colombo con voce di profondo disprezzo. "Ho
veduto molte ragazzine in mia vita, ma niuna con un collo simile. No,
no! Tu sei un serpente; e non serve negarlo. Scommetto che mi dirai che
non hai mai gustato un uovo!"
"Ma sì che -ho- gustato delle uova," soggiunse Alice, la quale era una
bambina assai veridica; "sai pure che le ragazzine mangiano quanto i
serpenti!"
"Non ci credo," disse il Colombo; "ma se pure è così, esse sono una
razza di serpenti, ecco quello che potrei dire."
Questa idea era così nuova per Alice, che restò muta qualche minuto; il
Colombo ne profittò per soggiungere, "Tu vai occhiando le uova, -lo-
comprendo; oh che importa a me che tu sia una fanciulla o un serpente?"
"Ma importa moltissimo a -me-," rispose subito Alice; "pure ora non vado
cercando uova; e quando anche ne cercassi non vorrei delle tue; crude
non mi piacciono."
"Via dunque da me!" disse brontolando il Colombo, e si accovacciò nel
nido. Alice s'appiattò il meglio che potea fra gli alberi, perchè il suo
collo s'intralciava fra i rami, e spesso dovea fermarsi per
sbrogliarsene. Dopo qualche istante si rammentò che avea tuttavia nelle
mani i due pezzettini di fungo, e si mise all'opera con molta
avvedutezza morsecchiando or l'uno or l'altro, e così ora cresceva ed or
diminuiva, sinchè riuscì a riavere la sua statura naturale.
Era tanto tempo che non avea più avuto la sua statura naturale, che da
prima le parve strano, ma vi si abituò in pochi minuti, e rincominciò a
parlare fra sè secondo il solito. "Ecco, sono a metà del mio piano! Sono
pure strane tutte queste trasformazioni! Non son mai certa di che
addiventerò da un minuto all'altro! Ad ogni modo sono tornata alla mia
giusta statura: ora bisognerebbe pensare al modo di penetrare nell'ameno
giardino--come potrò farlo, pagherei saperlo!" E così dicendo, giunse
senza avvedersene a una piazza che avea nel mezzo una casettina alta
quattro piedi circa. "Chiunque sia che vi abiti," pensò Alice, "non
converrebbe mai con questa mia statura andare a visitarli così
all'improvviso; farei loro una paura terribile!" E rincominciò a
morsecchiare il pezzettino che aveva alla man destra, e non osò di
avvicinarsi alla casa, se non quando si rimpiccolì tanto che avea nove
pollici di altezza.
CAPITOLO VI.
PORCO E PEPE.
Per qualche istante si mise a guardar la casa, e non sapea che fare,
quando ecco un servo in livrea venne frettolosamente dalla foresta--(lo
prese per un servitore perchè era in livrea, altrimenti al viso
l'avrebbe creduto un pesce),--e picchiò furiosamente all'uscio colle
nocche. La porta fu spalancata da un altro servitore in livrea, con una
faccia rotonda, e occhi grossi come un ranocchio; ed Alice osservò che
entrambi aveano in testa parrucche incipriate ed inanellate. Tutto
questo le eccitò la curiosità, e uscì un poco dalla foresta e si mise ad
origliare.
[Illustrazione]
Il Pesce-Servo cavò di sotto il braccio un letterone, grande quasi
quanto lui, e lo presentò all'altro, dicendo con voce solenne, "Per la
Duchessa. Un invito della Regina per giuocare una partita di -croquet-."
Il Ranocchio-Servo rispose con lo stesso tuono di voce, ma invertendo
l'ordine delle parole, "Da parte della Regina. Un invito alla Duchessa
per giuocare una partita di -croquet-."
Ed entrambi s'inchinarono sino a terra, e le ciocche de' loro capelli
s'imbrogliarono insieme.
Alice proruppe in una grossa risata, e dovette internarsi nella foresta
per paura di esser sentita; e quando poi tornò ad occhiare, il
Pesce-Servo era andato via, e l'altro sedeva a terra press'all'uscio,
stralunando stupidamente gli occhi verso il cielo.
Alice si avvicinò timidamente alla porta e picchiò.
"Non giova punto picchiare," disse il Servo, "e ciò per due ragioni. La
prima perchè io stò allo stesso lato dell'uscio dov'ella sta; la seconda
perchè di dentro stanno facendo un tale strepito che niuno potrebbe
sentirla." E davvero si -sentiva- un gran rumore nel di dentro--un
guaire e uno starnutire non mai interrotti, e di tempo in tempo un gran
fracasso, come se un piatto o una caldaia andasse a pezzi.
"Di grazia," domandò Alice, "che dovrei fare per entrare?"
"Il suo picchiare riuscirebbe a qualche effetto," continuò il Servo
senza badare a lei, "se la porta fosse fra noi due. Per esempio se lei
fosse -dentro-, potrebbe picchiare, ed io la farei uscire, capisce." E
continuava a guardare il cielo mentre parlava; e ciò pareva proprio
scortese ad Alice. "Ma forse non può farne a meno," disse fra sè; "ha
gli occhi incastrati sul cranio! Potrebbe però rispondere a qualche
domanda--Come potrei fare per entrar dentro?" disse Alice a voce alta.
"Io siederò quì," osservò il Servo, "sino a domani----"
In quell'istante l'uscio della casa si aprì, e un gran piatto volò verso
la testa del Servo, e gli sfiorò il naso, poi andò a sfracellarsi contro
a un albero ch'era dietro a lui.
"---- o sino a dopo domani, forse," continuò il Servo con la stessa
imperturbabilità, come se nulla fosse accaduto.
"Come potrei fare per entrar dentro?" gridò di nuovo Alice, ma con voce
più forte.
"Dovrà -ella- entrare?" rispose il Servo. "La è questa la quistione
principale."
E avea ragione; soltanto Alice non volea che le fosse fatta quella
domanda. "È orribile," mormorò fra sè, "il modo con cui arguiscono
coteste bestie. Mi farebbero impazzare!"
Il Servo colse quella propizia opportunità per ripetere l'osservazione
con qualche variante: "Io siederò quì, su per giù, per giorni e giorni."
"Ma che cosa debbo -io- fare?" domandò Alice.
"Quel che vuole," rispose il Servo, e si mise a zufolare.
"È inutile di parlar con lui," disse Alice, tutta disperata: "è un
idiota spaccato!" E aprì l'uscio ed entrò.
Quell'uscio menava diritto a una cucina spaziosa, da un capo all'altro
tutta ripiena di fumo: la Duchessa sedeva nel mezzo sopra uno sgabello a
tre piedi, e ninnava un bambino; la cuoca era in faccia al fornello,
mestando un calderone che parea pieno di minestra.
[Illustrazione]
"Certo c'è troppo pepe in quella minestra!" disse Alice a sè stessa, non
potendo rattenere gli starnuti.
Ma davvero c'era troppo pepe nell'aria. Anche la Duchessa starnutiva
qualche volta; e quanto al bimbo non faceva altro che starnutire e
strillava a vicenda senza posa. I soli due esseri che non starnutivano
nella cucina, erano la Cuoca, e un grosso gatto che stava accoccolato
presso il focolare e ghignando con la bocca, da un orecchio all'altro.
"Mi dica, di grazia," domandò Alice, un po' timidamente, perchè non era
certa se fosse buona creanza di cominciare a parlare, "perchè il suo
gatto ghigna così?"
"È un Ghignagatto," rispose la Duchessa, "ecco il perchè. Porco!"
Ella pronunziò l'ultima parola con una tale furia che Alice trasalì; ma
subito s'accorse che quel titolo era dato al bambino e non già a lei,
così si rianimò, e continuò a dire:
"Non sapea che i gatti ghignassero a quel modo: anzi non sapea neppure
che i gatti -potessero- ghignare."
"Tutti lo possono," rispose la Duchessa; "e la maggior parte ghignano."
"Non ne conosco alcuno che faccia il ghigno," replicò Alice con molto
rispetto, e contenta ch'era entrata in conversazione.
"Voi non sapete molto," disse la Duchessa; "e questo è quanto!"
Non piacque punto ad Alice quella risposta secca, e pensò di mutar
discorso. Mentre cercava un argomento, la cuoca tolse il calderone della
minestra dal fuoco, e tosto si mise a gittar tutto ciò che le stava
vicino contro alla Duchessa ed al bambino--pria volarono le molle e la
paletta; poi un nembo di casseruole, di piatti e di tondi. La Duchessa
non se ne dette per intesa nemmeno quando era colpita; e il bimbo guaiva
di già tanto forte che non si poteva sapere se i colpi gli facessero
male o no.
"Ma faccia attenzione a quel che fa!" gridò Alice, saltando quà e là
tutta spaventata. "Addio naso!" continuò a dire, mentre una grossa
casseruola volò vicino al naso del mimmo, e poco mancò che non glielo
portasse via.
"Se ognuno badasse alle proprie faccende," sclamò la Duchessa con voce
rauca, "il mondo girerebbe più presto di quello che nol fa ora."
"Ciò -non- sarebbe un bene," disse Alice, lieta di poter far pompa della
sua erudizione. "Pensi che confusione farebbe del giorno e della notte!
Ella sa che la terra impiega ventiquattro ore per girare intorno al suo
asse----"
"A proposito di asce!" gridò la Duchessa, "tagliatele il capo!"
Alice guardò con ansietà la cuoca per vedere se ella ubbidisse al cenno;
ma la cuoca era occupata a dimenare la minestra, e non parea che avesse
ascoltato, perciò andò innanzi dicendo: "Ventiquattr'ore, -credo-; o
dodici? Io----"
"Oh non mi seccate," disse la Duchessa; "Non ho mai potuto sopportare le
cifre!" E rincominciò a cullare il bimbo, cantando una certa
Ninna-Nanna, e dandogli una violenta scossa alla fine d'ogni strofa:--
"-Parla duro al tuo bambino,
Dàgli bòtte se starnuta;
Ei guaisce il malandrino
Perchè il pepe mio rifiuta!
Ei ci annoia co' suoi lai!-"
(Coro al quale si uniscono la Cuoca e il bimbo):--
"-Guai! Guai! Guai! Guai!-"
Mentre la Duchessa cantava la seconda strofa, faceva saltare il bimbo su
e giù con molta violenza, e il poverino guaiva tanto che Alice appena
potette udire le parole della poesia:--
"-Parlo duro al mio bambino,
Lo sculaccio se starnuta,
Perchè il pepe, il malandrino,
Quando ei vuol, non lo rifiuta.
Ei ci annoia co' suoi lai!-"
CORO.
"-Guai! Guai! Guai! Guai!-"
"Tenete! voi ve lo potrete ninnare un poco se v'aggrada!" disse la
Duchessa ad Alice, buttandole il bimbo in braccio. "Bisogna ch'io vada a
prepararmi per giuocare una partita a -croquet- con la Regina," e scappò
via. La cuoca le scaraventò addosso una padella, e per poco non la
colse.
Alice afferrò il bimbo ma con qualche difficoltà, perchè la era una
creaturina molto strana; e le sue mani e i suoi piedi guizzavano verso
tutt'i lati, "proprio come quell'animaletto marino che si chiama
stella," pensò Alice. Il poverino, quando Alice lo prese, stronfiava
come una macchina a vapore, e continuava a contorcersi e a
stiracchiarsi, di tal che ella ebbe la maggior pena del mondo per
tenerlo.
Quando la fanciulla trovò la maniera di ninnarlo a modo (e ciò
consisteva nell'averlo aggruppato bene come un nodo, e afferrato
all'orecchio destro e al piede sinistro, per non permettergli di
sciogliersi) lo portò all'aria aperta. "Se non porto via questo bambino
meco," osservò Alice, "è certo che qualche giorno l'ammazzeranno; non
sarei colpevole d'un assassinio se lo abbandonassi?" Ella pronunziò le
ultime parole a voce alta, e il poverino si mise a grugnire per
risponderle (non starnutiva più allora). "Non grugnire," disse Alice,
"non sta bene esprimersi a quel modo."
Il bimbo grugnì di nuovo, e Alice lo guardò con molta ansietà per vedere
che avesse. Aveva un naso che s'arricciava -troppo-, e non c'era dubbio
che rassomigliava più a un grugno che a un naso naturale; e poi gli
occhi s'impiccolivano tanto che non pareano occhi di bambino: tutto
insieme quell'aspetto non piaceva ad Alice punto, punto. "Forse
singhiozzava," pensò ella, e riguardò di nuovo a' suoi occhi per vedere
se vi fossero lagrime.
[Illustrazione]
Ma non ce n'erano. "Carino mio, se tu ti trasformi in porcellino," disse
Alice seriamente, "non voglio aver più nulla a fare con te. Bada a te
dunque!" Il poverino si rimise a singhiozzare (forse grugniva, ma era
difficile il distinguere), e andarono innanzi silenziosamente per
qualche tempo.
Alice aveva appena cominciato a riflettere, "Che cosa ho da fare di
questa creatura quando la porterò a casa?" allorchè grugnì di nuovo, e
tanto forte, che tutta spaventata si mise a riguardarla in faccia.
Questa volta -non- c'era più dubbio; era un porcellino bell'e buono, ed
essa fu persuasa che non c'era più ragione di portarlo oltre.
Così depose quella creaturina a terra, e si sentì sollevata quando la
vide trottare via quietamente verso la foresta. "Se fosse cresciuto,"
disse fra sè, "sarebbe stato un bruttissimo ragazzo; ma diventerà, un
bellissimo porco, credo." E riandò con la memoria a certi fanciulli che
conosceva, i quali potrebbero essere buonissimi porcellini, e stava per
dire, "se uno conoscesse il vero modo di mutarli--" quando trasaltò un
poco di paura veggendo il Ghignagatto, accoccolato sopra un ramo
d'albero, a pochi metri di distanza.
Il Gatto fece soltanto un ghigno quando vide Alice. Sembra di buon
umore, pensò; ciò non di meno ha le unghie -troppo- lunghe, ed ha troppi
denti, perciò bisognerà trattarlo con molta deferenza.
"Ghignamicio," cominciò a dire con un poco di timidità, perchè non
sapeva se gli piacesse quel titolo; ciò non di meno egli non fece altro
che ghignare più apertamente. "Via, ci ha piacere," pensò Alice, e
continuò, "Vorresti dirmi, quale via dovrei infilare da quì?"
"Ciò dipende molto dal luogo dove vorresti andare," rispose il Gatto.
"Poco importa dove----" disse Alice.
"Allora poco importa di sapere quale via dovresti prendere," soggiunse
il Gatto.
"---- purchè giunga a -qualche luogo-," riprese Alice, come se volesse
spiegarsi meglio.
"Oh certo, vi giungerai!" disse il Gatto, "sai il proverbio italiano,
-'tanto cammina sino che arriva.'-"
Alice sentì che quel proverbio non poteva essere contraddetto, e tentò
un altra domanda. "Che razza di gente abita in questi dintorni?"
"Di -là-," rispose il Gatto, girando la zampa destra, "abita un
Cappellaio; e di -quà-," indicando con l'altra zampa, "abita una
Lepre-marzolina. Visita chi vuoi de' due: sono entrambi matti."
"Ma non mi piace d'andare dai matti," osservò Alice.
"Oh, non c'è modo d'uscirne," disse il Gatto: "quì siam tutti matti. Io
son matto. Tu sei matta."
"Come sai ch'io sono matta?" domandò Alice.
"Tu devi esserla," disse il Gatto, "altrimenti non saresti venuta quì."
Non parve una ragione sufficiente ad Alice, ma pure continuò: "oh come
sai che tu sei matto?"
"Per cominciare," disse il Gatto, "un cane non è matto. Ne convieni?"
"Lo suppongo," rispose Alice.
"Bene," continuò il Gatto, "un cane brontola quando è arrabbiato, ed
agita la coda quando è contento. Ora -io- brontolo quando son contento,
ed agito la coda quando sono arrabbiato. Dunque son matto."
[Illustrazione]
"Io direi far le fusa, e non già brontolare," disse Alice.
"Dì come vuoi," riprese il Gatto. "Vai tu quest'oggi dalla Regina, a
giuocare a -croquet-?"
"Lo desidererei tanto," rispose Alice, "ma non sono stata ancora
invitata."
"Mi vedrai da lei," disse il Gatto, e sparì.
Alice non fu sorpresa da tutto questo: si era di già abituata a veder
cose strane. Mentre guardava ancora al ramo dov'era stato il Gatto,
eccotelo ricomparire di nuovo.
"A proposito, che n'è del bimbo?" disse il Gatto. "Avea dimenticato di
domandartene."
"Si mutò in porcellino," rispose Alice senza scomporsi, come che il
Gatto fosse riapparito in modo naturale.
"Me l'ero immaginato," disse il Gatto, e sparì di nuovo.
Alice aspettò un poco, mezzo persuasa che riapparisse nuovamente, ma non
ricomparve, e pochi istanti dopo si diresse alla via dove abitava la
Lepre-marzolina, "Di cappellai ne ho veduti tanti," disse fra sè: "sarà
più interessante per me la Lepre-marzolina, e come siamo a Maggio non
sarà poi tanto matta da legare--almeno meno matta di quel che l'era nel
Marzo." Mentre diceva queste parole, riguardò in alto, ed eccoti di
nuovo il Gatto, accoccolato sul ramo d'un albero.
[Illustrazione]
"Dicesti porcellino o porcellana?" domandò il Gatto.
"Dissi porcellino," rispose Alice; "ma ti prego di non apparire e
disparire come un lampo: mi fai girare il capo!"
"Sta bene," disse il Gatto; e questa volta sparì lentamente; cominciò
con la punta della coda, e finì col suo ghigno, e questo restò come una
visione sul ramo dopo che tutto era sparito.
"Oh bella! Ho veduto spesso un gatto senza ghigno," osservò Alice, "ma
un ghigno senza gatto! È la cosa più curiosa ch'io abbia mai veduta in
tutta la mia vita!"
Non si era dilungata di molto quando si trovò in faccia alla dimora
della Lepre-marzolina: pensò che quella fosse proprio la casa, perchè le
gole dei camini aveano la forma di orecchie, e il tetto era coperto di
pelo. La casa era tanto grande che ella non osò di avvicinarvisi se non
dopo aver morsecchiato un poco del fungo che avea nella mano sinistra, e
crebbe quasi due piedi di altezza: ciò non la liberò dall'ansietà, e
mentre si avvicinava timidamente alla porta, diceva fra sè, "E se poi
fosse matto furioso! Quasi quasi vorrei essere andata a trovare il
Cappellaio!"
CAPITOLO VII.
UN TÈ DI MATTI.
Sotto un albero in faccia alla casa c'era una tavola apparecchiata, e vi
prendevano il tè la Lepre-marzolina e il Cappellaio: un Ghiro che
dormiva profondamente stava fra loro, ed essi se ne servivano come se
fosse un guanciale, appoggiando i gomiti su lui e discorrendo sopra il
suo capo. "Che disturbo pel Ghiro," pensò Alice, "ma siccome dorme,
m'immagino che non ci farà attenzione."
La tavola era spaziosa, pure i tre stavano aggruppati insieme a un
angolo: "Non c'è posto! Non c'è posto!" gridarono, quando videro che
Alice si avvicinava. "C'è -molto- posto!" disse Alice, sdegnosa, e si
mise a sedere in un comodissimo seggiolone che stava ad una delle
estremità della tavola.
"Vuole del vino?" disse la Lepre-marzolina con modo attraente.
Alice guardò sulla tavola, e vide che non c'era altro che tè. "Non vedo
vino," osservò essa.
"Non ce n'è punto," replicò la Lepre-marzolina.
"Ma allora non è cortese, invitandomi a bere quel che non ha," disse
Alice sdegnosamente.
"Come non fu punto civile da parte sua di sedersi quì senz'essere
invitata," osservò la Lepre-marzolina.
"Non sapea che la tavola appartenesse a -lei-" rispose Alice, "è
apparecchiata per più di tre."
"Dovrebbe farsi tagliare i capelli," disse il Cappellaio. Egli aveva
osservato Alice per qualche istante, e con molta curiosità, e furon
quelle le prime parole che profferì.
"Ella non dovrebbe fare osservazioni che sanno di personalità," disse
Alice un po' severa: "ciò è molto sconvenevole."
[Illustrazione]
Il Cappellaio spalancò enormemente gli occhi udendo quelle parole; ma
-disse- soltanto, "Perchè un corvo è simile a un coccodrillo?"
"Via! Ora sì che ci divertiremo!" pensò Alice. "Sono contenta che hanno
cominciato a proporre degl'indovinelli--credo di potere indovinarlo,"
soggiunse ad alta voce.
"Intende dire che potrà trovare la risposta?" domandò la
Lepre-marzolina.
"Sicuramente," rispose Alice.
"Ebbene dica quel che intende," disse la Lepre-marzolina.
"Ecco," riprese Alice, in fretta; "almeno--almeno intendo quel che
dico--e ciò vale lo stesso, capite."
"Niente affatto lo stesso!" disse il Cappellaio. Sarebbe come dire,
"'Veggo quel che mangio' è lo stesso di 'Mangio quel che veggo?'"
"Sarebbe come dire," soggiunse la Lepre-marzolina. "'Mi piace ciò che
prendo,' è lo stesso che 'Prendo quel che mi piace?'"
"Sarebbe come dire," aggiunse il Ghiro che parea parlasse nel sonno,
"'respiro quando dormo' è lo stesso che 'dormo quando respiro?'"
"E -lo- stesso per voi," disse il Cappellaio, e quì la conversazione
cadde, e tutti sedettero muti per poco tempo, mentre Alice cercò di
ricordarsi tutto quel che sapea su' corvi e su' coccodrilli, ma non era
molto.
Il Cappellaio fu il primo a rompere il silenzio. "Che giorno del mese
abbiamo?" disse, volgendosi ad Alice, mentre prendeva l'oriuolo dal
taschino, e lo guardava con un certo turbamento, scuotendolo di tempo in
tempo, e appoggiandolo all'orecchio.
Alice pensò un poco, e rispose, "Li quattro del mese."
"Ritarda di due giorni!" osservò sospirando il Cappellaio. "Te lo dissi
che il burro non avrebbe giovato al movimento!" soggiunse, guardando
rabbiosamente la Lepre-marzolina.
"Era del -miglior- burro," rispose sommessamente la Lepre-marzolina.
"Sì, ma devono esserci entrate anche delle miche di pane," borbottò il
Cappellaio: "non dovevi metterlo dentro col coltello del pane."
La Lepre-marzolina prese l'oriuolo e lo guardò mestamente: poi lo tuffò
nella sua tazza di tè e lo guardò di nuovo: ma non potette far altro che
ripetere l'osservazione fatta pur dianzi: "Era del -miglior- burro che
si potesse avere, sapete."
Alice intanto lo guardava, con un poco di curiosità, di sopra le spalle,
e disse, "Che curioso oriuolo! Indica i giorni del mese, e non già le
ore del giorno!"
"Perchè no?" sclamò il Cappellaio. "Che forse il -suo- oriuolo le dice
in che anno viviamo?"
"No davvero," si affrettò a rispondere Alice, "perchè l'oriuolo segna lo
stesso anno per molto tempo."
"Ciò che appunto accade al -mio-," rispose il Cappellaio.
Alice provò un momento di grave imbarazzo. Le parea che l'osservazione
del Cappellaio non avesse senso di sorta, eppure parlava correttamente.
"Non la comprendo bene," disse con molta delicatezza.
"Il Ghiro è tornato a dormire," disse il Cappellaio, e gli versò un poco
di tè scottante sul naso.
Il Ghiro scosse il capo con un moto d'impazienza, e senza aprir gli
occhi, disse, "Già! Già! Appunto quello che stavo per dire."
"Ha ancora indovinato l'indovinello?" disse il Cappellaio, rivolgendosi
ad Alice.
"Mi dò per vinta," rispose Alice: "Quale è la risposta?"
"Non ne ho la minima idea," rispose il Cappellaio.
"Neppure io," disse la Lepre-marzolina.
Alice sospirò dalla noia e disse: "Ma credo che sarebbe bene di passar
meglio il tempo, che perderne, proponendo indovinelli che non hanno
senso."
"Se lei conoscesse il Tempo come lo conosco io," rispose il Cappellaio,
"non direbbe che noi ne perdiamo. Non si tratta di me, ma di lui."
"Non so che ella si dica," osservò Alice.
"Sicuro, nol sa!" disse il Cappellaio, scuotendo il capo con un'aria di
disprezzo. "Scommetto che lei non ha mai parlato col tempo!"
"Forse no," rispose prudentemente Alice; "ma so che debbo battere il
tempo quando imparo la musica."
"Ah! e questo spiega tutto," disse il Cappellaio. "Ei non vuol essere
battuto. Se lei non si bisticciasse con lui, egli farebbe dell'oriuolo
ciò che ella vuole. Per esempio, supponga che sieno le nove della
mattina, ch'è l'ora per le lezioni: basterebbe ch'ella bisbigliasse una
parolina al Tempo, e subito girerebbe la lancetta! Il tocco e mezzo,
l'ora del desinare!"
("Vorrei che fosse," bisbigliò la Lepre-marzolina.)
"Sarebbe magnifica, davvero," disse Alice, pensierosa: "ma non avrei
fame a quell'ora, capisce."
"Da principio forse, nò," riprese il Cappellaio: "ma lei potrebbe
fermarlo sul tocco e mezzo, quando vorrebbe."
"Ed -ella- fa così?" domandò Alice.
Il Cappellaio scosse la testa mestamente e rispose. "Io no! Ci siamo
bisticciati nello scorso marzo---- proprio quando -egli- divenne
matto----" (ed indicò col cucchiaino la Lepre-marzolina), "----già, fu
al gran concerto dato dalla Regina di Cuori:--ivi dovetti cantare:
[Illustrazione]
'-Tu che al ciel spiegasti l'ale
O mia testa Soppressata!-'"
"Conosce lei quest'aria?"
"Ho sentito qualche cosa che le rassomiglia," rispose Alice.
"La va di questo verso," continuò il Cappellaio:--
"'-Ti rivolgi a me, fettata,
Teco il pane aggiungerò!-'"
Giunto quì, il Ghiro si dette una scossetta, e cominciò a cantare in
mezzo al sonno "-Teco il pane; teco il pane aggiungerò-----" e via, via
andò innanzi, sino a che gli si dovettero dare de' pizzicotti per farlo
tacere.
"Ebbene, aveva appena finito di cantare la prima quartina," disse il
Cappellaio, "che la Regina proruppe furiosa, 'Egli sta assassinando il
tempo! Tagliategli il capo!'"
"Terribilmente feroce!" sclamò Alice.
"D'allora in poi," continuò mestamente il Cappellaio, "non ha voluto più
far quel che io gli chiedo! Segna sempre le sei."
Un'idea luminosa colpì Alice, e domandò: "È questa forse la ragione per
cui vi sono tante tazze apparecchiate?"
"Proprio così," rispose il Cappellaio, con un sospiro: "è sempre l'ora
del tè, e non abbiamo mai tempo di risciaquare le tazze."
"E così, andate girando sempre intorno, nei frattempi?" disse Alice.
"Proprio così," replicò il Cappellaio: "a misura che le tazze hanno
servito."
"Ma come fate quando venite a ricominciare da capo?" Alice ardì
domandare.
"Se mutassimo il discorso," disse, sbadigliando, la Lepre-marzolina.
"Cotesto costì mi secca mortalmente. Vorrei che la Signorina ci
raccontasse una storiella."
"Temo di non saper contarne alcuna," rispose Alice un poco intimorita.
"Allora il Ghiro ce ne dirà una!" gridarono entrambi. "Risvegliati,
Ghiro!" E lo punzecchiarono da' due lati.
Il Ghiro aprì lentamente gli occhi, e disse con voce debole e rauca,
"Non dormiva, io! Non m'è scappata neppure una parola di quello che
dicevate."
"Raccontaci una novella!" disse la Lepre-marzolina.
"Di grazia, ce ne dica una!" supplicò Alice.
"E fa' presto," soggiunse il Cappellaio, "se no ti raddormenterai prima
di finirla."
"C'erano una volta tre sorelle," cominciò in gran fretta il Ghiro, "e si
chiamavano Elce, Clelia e Tilla; e dimoravano nel fondo d'un pozzo----"
"Che cosa mangiavano?" domandò Alice, la quale prendeva sempre un vivo
interesse nelle quistioni di mangiare e bere.
"Mangiavano melazzo," rispose il Ghiro, dopo d'averci pensato su qualche
istante.
"Ma non lo potevano," osservò Alice, con garbo; "sarebbero cadute
ammalate."
"Lo erano, di fatto," rispose il Ghiro, "-molto- ammalate."
Alice cercò di figurarsi quella strana maniera di vivere, ma ne restò
confusa, e continuò: "Ma perchè vivevano nel fondo d'un pozzo?"
"Prenda un po' più di tè," disse la Lepre-marzolina, con molta premura.
"Non ho preso ancora nulla," rispose Alice, tutta offesa, "così non
posso prenderne di più."
"Vuoi dire che non ne può prender -meno-," disse il Cappellaio: "è molto
più facile prendere -più- che nulla."
"Niuno ha domandato il -suo- parere," soggiunse Alice.
"Chi è che fa ora delle questioni personali?" domandò il Cappellaio con
aria di trionfo.
Alice non seppe bene che rispondere, ma preso una tazza di tè con pane e
burro, e rivolgendosi al Ghiro, gli domandò di nuovo: "Perchè vivevano
nel fondo del pozzo?"
Il Ghiro si mise a riflettere un poco, e rispose, "Era un pozzo di
melazzo."
"Ma non s'è udito mai una cosa simile!" interruppe Alice con voce
sdegnosa; ma la Lepre-marzolina e il Cappellaio vociarono "St! st!" e il
Ghiro continuò con voce burbera, "Se non ha creanza, finisca la
novelletta da sè."
"Nò, la prego di continuare!" disse Alice molto umilmente: "Non la
interromperò più. Forse ce ne sarà -uno- di quei pozzi."
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