parenti. Non ho nessuno. In fondo, io non vi ho preferito che allo
Stato, col quale non ho mai avuto nulla di comune, e agli istituti di
beneficenza, che il più delle volte beneficano i loro amministratori. Nè
più, nè meno.
LIVIA
-(sempre guardando il soffitto)- Ciò non diminuisce la mia gratitudine.
IL DUCA
In questo momento sono io grato a voi che non vi sia parso anco una
volta disgustevole di dirmi una parola gentile.
LIVIA
Mi accorgo che poco fa non mi avete compresa. -(Stendendogli un
braccio)- Via, datemi la vostra mano. Sarebbe veramente una cattiva cosa
che proprio questa conversazione creasse qualche equivoco fra noi o
lasciasse qualche pena nell'animo vostro!
IL DUCA
-(andando a lei e stringendole la mano fortemente)- Sì, Livia, avete
ragione. Io sono in una condizione di spirito... terribile!
LIVIA
Lo vedo.
IL DUCA
-(sovreccitandosi e spasimando)- Io ho bisogno di dolcezza. Ho
bisogno... -(quasi non vorrebbe pronunziare la parola)- ho bisogno di
bontà. Ne sono come assetato. Per quanto ciò vi possa parere un fenomeno
maraviglioso, credetemi, credetemi, Livia, ve ne prego!
LIVIA
-(si è alzata e gli si trova di faccia, fissandolo come per penetrarne
il pensiero e per ispirargli fiducia.)- Vi credo.
-(Un silenzio.)-
IL DUCA
-(cercando di calmarsi)- Io, Livia, vi farò delle confidenze. Le farò a
voi.... Siete oramai la persona a me più vicina.... Vi farò delle
confidenze strane. E sarà strano, soprattutto, che a tante ore pazze che
abbiamo passate insieme ne succedano delle altre... così diverse, così
piene di tristezza! -(I suoi sguardi errano nel vuoto. Poi, egli sorride
quasi stupidamente. Poi, si rivolge a lei con timidità)- Volete
accogliere le mie confidenze?
LIVIA
-(fermamente)- Sì.
IL DUCA
Per assistere un condannato a morte, sarà pur necessario che cerchiate
nel fondo del vostro cuore qualche cosa che somigli alla tenerezza. E
forse la troverete davvero. La nostra natura ha complicazioni
imprevedibili.... -(Pausa.) (Scrutando sè stesso, tutto assorto,
siede.)-
LIVIA
-(gli resta accanto, dritta in piedi.)-
IL DUCA
Io, per esempio, da quando ho cominciato a sospettare non lontana la mia
fine, ho vagamente, inconsapevolmente, cercato di mettere in pace la mia
coscienza. E quando più tardi ho potuto ascoltare la condanna sicura, ho
avuta immediatamente la consapevolezza di questo mio desiderio di pace
intima. -Io!- Capite?... Inesplicabile! E ho rivangata tutta la mia
vita. Distinguere bene ciò che era stato biasimevole non sapevo, e non
saprei nemmeno adesso. A lungo andare se ne perde il concetto preciso.
E, inoltre, l'impossibilità assoluta di riparare suggerisce il dubbio
che quello che si chiama -pentimento- non sia... non sia che una
burletta, molto comoda. E poi!... Pentirsi solamente è un'impotenza! E
questa impotenza è asfissiante, è umiliante!... Un uomo come me,
abituato a non vedere ostacoli dinanzi alla propria volontà, non
dovrebbe potersi soltanto pentire. Pentirsi, va bene; ma anche -fare,
fare, fare- qualche cosa! -(Pausa.)- E... per uno solo degli episodi
della mia vita, io ho tentato, ho insistentemente tentato di tradurre in
-fatto- il pentimento! Ne avevo un ricordo che mi tormentava più di ogni
altro ricordo. Ai suoi tempi, quell'episodio non ebbe nessuna
importanza; ma nel ricordarmene assumeva un aspetto severo, concreto,
implacabile: un aspetto di colpa senza attenuanti.
LIVIA
-(misurando le parole)- Probabilmente, voi ingrandite l'aspetto di
questa colpa.
IL DUCA
-(reciso)- No, perchè io ho la sicurezza di avere una figlia!
LIVIA
-(ha un sussulto. Poi si ferma.)- Dov'è questa figlia?
IL DUCA
Non lo so. L'ho cercata. Ma non avevo nè una traccia, nè un indizio. Sua
madre mi sembrava d'averla riveduta, una sola volta, di sera, allo
sbocco d'un angiporto sinistro della vecchia Napoli, nella penombra. Uno
dei fantasmi della prostituzione più umile. Ne avevo avuto un senso di
fastidio momentaneo. Poi, più nulla. E dimenticai. Ebbene, in questo
periodo di risveglio della mia coscienza, in quell'angiporto sono
tornato io stesso più volte. Ma erano passati altri nove anni! Nessuno
seppe darmi notizie. Quel mondo, laggiù, è un immenso mare che l'occhio
non vede e che pur trasporta di qua e di là, capricciosamente, come nel
buio, creature vive a guisa di corpi morti. Talvolta le ingoia
addirittura, tal'altra le scompone, le ricompone, le trasforma, le
nasconde, le avvolge di mistero impenetrabile. Dove sono? Che fanno? Che
sono diventate?... Impossibile sapere!
LIVIA
-(pallida, sempre più acuendo il pensiero nella sua abituale
concentrazione, si allontana, siede.)- Devo dirvi lealmente quello che
penso?
IL DUCA
Lo desidero.
LIVIA
Io non so capire come il genere di donna a cui avete accennato possa
darvi la sicurezza che vi tormenta così. Che cos'era, infine, questa
donna?
IL DUCA
Che cos'era?... Niente. Era un misero corpicino umano, insignificante,
inerte. La più completa assenza di volontà. La più completa assenza del
discernimento di qualsiasi diritto. Un istinto di umiltà e di
sottomissione da innocua bestiolina domestica. Un povero cervello
d'idiota smarrita nella folla. Diciotto anni. Due occhi assai belli. E
una verginità scampata, per caso, alla curiosità degli uomini. Ecco
quello che era.
LIVIA
E voi...?
IL DUCA
Io non ebbi altro scopo che d'impiegare in una qualunque brutalità nuova
dieci minuti d'una giornata noiosa! -(Breve pausa)- Questa piccola
operaia senza lavoro, che era venuta a chiedermi non so quale
raccomandazione, uscì di casa mia con un po' di denaro, baciandomi le
mani e benedicendomi. Mi promise di non darmi nessuna noia, e mantenne
la promessa per circa un anno. Ma un giorno, la trovai dinanzi alla mia
casa. Lattava una bambina bruna. Mi disse timidamente, tremando: --
Eccellenza, questa bambina è vostra. -- Finsi di non credere. Mi
sottrassi a lei con uno sgarbo disdegnoso. Per mezzo d'un servo le
mandai ancora del danaro e l'ordine preciso di non farsi più vedere.
Ella volle che il servo mi riferisse le parole della sua
riconoscenza.... E non la vidi più.
-(Un silenzio.)-
LIVIA
-(stentando a mostrarsi calma)- Sicchè, se le ricerche da voi tentate
non fossero riuscite infruttuose, voi avreste raccolta e riconosciuta
come vostra la figlia di quella sciagurata?
IL DUCA
Certamente.
LIVIA
Anche se l'aveste trovata già nella perdizione, già nel fango, già in un
lupanare?
IL DUCA
-(si alza esaltandosi)- In tal caso l'avrei raccolta con una più grande
gioia, perchè mi sarebbe parso di compendiare nello sforzo della
riparazione tutti i sacrifizi necessari a ripagarmi la tranquillità. E
di questa tranquillità io sento l'urgenza, Livia!
LIVIA
È un'aberrazione!
IL DUCA
È una febbre, è una febbre atroce, che mi possiede e che cresce di
minuto in minuto. Io, vedete, non solo vorrei trovare mia figlia ma
vorrei pure... vorrei pure scorgerla attraverso un ostacolo da superare,
attraverso un pericolo, attraverso le fiamme di un incendio per poter
giungere a lei dopo essermi gettato in quelle fiamme, dopo aver sentito
nella carne viva le scottature più dilanianti, le trafitture delle
piaghe più profonde! -(Cade abbattuto sopra una poltrona.)-
-(Un breve silenzio.)-
LIVIA
-(col volto contratto dall'interno rodìo)- Continuate a cercare, e...
chi sa!
IL DUCA
Non ne avrò più il tempo!... Ne sono così persuaso che se mi facessi
saltare le cervella o ingoiassi un veleno, non mi parrebbe di compiere
un suicidio, ma soltanto mi parrebbe di evitare a me stesso il fastidio
dell'agonia.
LIVIA
-(ha un lampo passeggiero negli occhi.)-
IL DUCA
Ci pensate voi all'agonia d'un uomo come me? -(Rabbrividisce.)- Ci
pensate all'agonia spasmodica di quest'uomo, che ha solamente goduto e
non lascia nessuna traccia di bene e non vede intorno a sè che il
vuoto... il vuoto o le ombre delle vittime fatte dal suo egoismo? Ci
pensate, voi, Livia? Ci pensate a tutto questo?
LIVIA
-(fissandolo negli occhi)- Ma... voi non commetterete nessuna follia?!
IL DUCA
-(anch'egli in piedi, fissando lei alla sua volta)- E siete sincera
esortandomi a non commetterla?
LIVIA
-(ha un moto di sdegno e di asprezza felina che tradisce la sfinge.)-
SCENA IV.
-Il servo- GAETANO, -il- DUCA, LIVIA, LOLOTTE, GUIDOLFI.
-Il servo- GAETANO
-(dalla destra)- Eccellenza, sono venuti la signora Lola Bernardi e il
signor Guidolfi.
LOLOTTE
-(di dentro)- Ma che cos'è quest'etichetta? Che novità stupide! Io posso
entrare da per tutto. -(Sulla soglia, voltandosi indietro)- Tu no, tu
non puoi.
-(Il servo esce.)-
GUIDOLFI
-(di dentro)- Scusa, tu entri da per tutto perchè sei in casa del duca
di Vallenza; ed io entro da per tutto perchè sono in casa di Livia
Blanchardt. -(Entrando e scorgendo Livia)- Eccola lì, difatti. Ne avevo
sentito l'odore.
IL DUCA
Siete due -blagueurs-!
GUIDOLFI
-(va a stringere la mano a Livia.)-
LOLOTTE
-(è una donnina molto graziosa, dal viso capricciosetto, un po' avariato
e un po' imbellettato. Ha una- toilette -ricca e gaia. Il suo- décolleté
-rivela che la sua primavera tramonta.) (Corre verso il Duca.)- Duchino
mio, come stai? Da quanto tempo non ci vediamo! È un secolo! Hai fatto
bene, sai, a invitarmi. Meriti un bacino e te lo do.
GUIDOLFI
-(a Livia:)- Ed io lo do a te. -(Sta per darglielo.)-
LIVIA
-(scansandosi)- No.
GUIDOLFI
Oh, oh! Che aria da duchessa!
LOLOTTE
-(al Duca:)- Ma come sei sciupato, duchino! Hai una faccia pallidissima,
sai! Dunque non era un -canard-. Me lo avevano detto, sai, che eri stato
tanto male.
IL DUCA
Ho una malattia inguaribile, mia cara Lolotte.
LOLOTTE
Dio mio, quale?
IL DUCA
Invecchio. -(E siede come stanco.)-
LOLOTTE
Che mi dici!! Invecchi?... Livia, tu senti?... E non lo smentisci?...
All'epoca mia, sai, io avrei potuto attestare della sua gioventù.
GUIDOLFI
Aveva dodici anni di meno.
LOLOTTE
Ma tu sei pazzo! Io non l'ho mica conosciuto dodici anni fa. Dodici anni
fa io portavo ancora le vesti corte, sai!
GUIDOLFI
Sfido io: facevi la ballerina!
LOLOTTE
Avevo tredici anni ed ero una ragazzina onesta, capisci!
GUIDOLFI
Onesta sei anche adesso, almeno con me. Non mi costi niente.
LOLOTTE
Dovresti vergognartene.
GUIDOLFI
Io sono superiore a certi pregiudizi. E poi, visto che le donne si
affaticano a diventare uomini, è giusto che gli uomini ne profittino per
fare delle economie.
LIVIA
-(è in disparte, biecamente assorta.)-
LOLOTTE
Duchino, tu non la pensavi così. Sei ancora un galantuomo, tu, con le
donne.
GUIDOLFI
È lui che guasta la piazza!
LOLOTTE
-(al Duca:)- Se ti ripescassi, duchino?
IL DUCA
-(celiando)- Tenta.
GUIDOLFI
Per me, accomodatevi pure. Ma bisogna fare i conti con Livia Blanchardt.
LOLOTTE
Che ne dici, Livia?
LIVIA
Niente.
LOLOTTE
-(al Duca:)- È di cattivo umore?
IL DUCA
-(che sinora è stato con le spalle volte a Livia, torce il collo per
vederla)- Forse. -(Nota l'atteggiamento pensoso e sinistro di lei.)-
LIVIA
No, tutt'altro! Ascolto volentieri.
LOLOTTE
Sei proprio mutata, sai. Una volta eri più matta di me. Già, intendo.
Oramai, è diverso. Anzi, a proposito, -(al Duca e a Livia:)- è poi vero
che vi sposate? Dopo tutto, sarebbe una cosa di spirito.
GUIDOLFI
Specialmente per lui!
-(Un lungo silenzio imbarazzante.)-
GUIDOLFI
A che ora si pranza?
IL DUCA
Alle sette. Prendi un -vermouth-?
GUIDOLFI
No, grazie.
IL DUCA
E tu, Lolotte?
LOLOTTE
Nemmeno io. Prima di pranzo preferisco di fumare, per non avere appetito
a tavola. Se mangio, ingrasso; e allora, come si fa?
IL DUCA
Lassù ci sono delle sigarette.
LOLOTTE
No, no. Ne offro io a te. -(Cava fuori un portasigarette e lo porge al
Duca.)- Sono deliziose.
IL DUCA
-(ne prende una.)-
-(Fumano il DUCA e LOLOTTE.)-
GUIDOLFI
Gliele ha regalate a Nizza, Mister Colbin, ex Presidente degli Stati
Uniti.
IL DUCA
Quando è che gli Stati Uniti hanno avuto per Presidente un Colbin?
GUIDOLFI
Mai; ma non importa. Nei viaggi che fa senza di me, Lolotte ha sempre
l'occasione di respingere la corte di un re spodestato o di un ex
presidente di repubblica. Lei me lo racconta e io mi guardo bene dal
contraddirla. In fondo, ciò sodisfa il mio amor proprio.
LOLOTTE
Sei molto banale, sai.
IL DUCA
Vieni qua, Lolotte. Di' a me: come è andata questa faccenda dell'ex
Presidente degli Stati Uniti? -(Le circonda la vita col braccio, e la fa
sedere sul bracciolo della poltrona.)-
LOLOTTE
Mister Colbin era un ex Presidente che mi faceva una corte spietata.
Questa è la pura verità. Aveva una moglie splendida, sai. E quando io
gli facevo osservare che sua moglie era un ostacolo, egli mi rispondeva
di no, e diceva che, essendo io e lei di due generi diversi, l'uno non
escludeva l'altro.
GUIDOLFI
Ecco gli Stati Uniti!
LOLOTTE
-(al Duca:)- Ma io ritirai i ponti....
GUIDOLFI
-(rifacendola)-... sai!
IL DUCA
Lasciala parlare. -(A Lolotte:)- Perchè ritirasti i ponti?
LOLOTTE
Perchè di questa vitaccia ne ho abbastanza. A lungo andare, ci si
stanca. Non è così, Livia?
LIVIA
È proprio così.
IL DUCA
-(torcendo il collo, nota di nuovo il contegno di Livia e un chiodo gli
si mette nel cervello.)-
GUIDOLFI
Lolotte vuole maritarsi.
LOLOTTE
-(con festevolezza)- E avere dei bambini!
IL DUCA
Una bella idea!
LOLOTTE
Perchè no? Io sarei una madre eccellente.
IL DUCA
Non ne dubito. Ma, a trovarlo un marito!
LOLOTTE
Ti garantisco che lo trovo. Ho la mia dote, sai. E me la son fatta da
me.
GUIDOLFI
Questo è innegabile.
IL DUCA
-(a Guidolfi:)- Io poi dico: sposala tu, giacchè il matrimonio sembra
anche a te una cosa spiritosa.
LOLOTTE
Ah! Lui sì che vorrebbe.
IL DUCA
Ebbene?
LOLOTTE
Sono io che non voglio. Sposarlo addirittura, sarebbe troppo!
GUIDOLFI
Mi piacerebbe di sapere chi è che vuoi per marito.
LOLOTTE
Un uomo per bene.
GUIDOLFI
Ma gli uomini per bene non sposano più neanche le fanciulle!
LOLOTTE
La mia amica Zizì d'Arnau non sposò forse un conte vero?
GUIDOLFI
Che c'entra! Quello lì era un imbecille.
LOLOTTE
Ma un imbecille per bene, sai.
GUIDOLFI
Il marito imbecille non fa a' casi tuoi. E la ragione è semplice. Tu hai
questa particolarità: se l'uomo che ti sta accanto non si accorge delle
infedeltà che gli commetti, tu sei profondamente infelice. Con me sei
felicissima. Ma perchè? Perchè io me ne accorgo.
LOLOTTE
-(alzandosi)- Non sempre, sai!
IL DUCA
-(ride ostentatamente)- Parola d'onore, siete più divertenti del solito.
LIVIA
-(va alla finestra.)-
GUIDOLFI
Il che non impedisce alla duchessa... Livia di essere lugubre come non
l'ho vista mai.
IL DUCA
Non tormentarla. -(Con finta credulità)- In fondo, è preoccupata per la
mia salute.
GUIDOLFI
Preoccupata per la tua salute? Che gentile pensiero!
LIVIA
-(in un falso tono di gaiezza)- Vengono in comitiva tutti gli altri. Una
vera carovana! Io vado, Paolo.
IL DUCA
Sì, fate gli onori di casa intanto che io metto il frac -(Si leva.)- Vi
raggiungo subito. E... compiacetevi, Livia, di ordinare che il pranzo
sia servito alle sette precise. Guidolfi ha fame. -(La segue con lo
sguardo.)-
LIVIA
-(senza affrettarsi, esce dalla destra.)-
LOLOTTE
-(andando allegramente alla finestra)- Vediamo chi altro hai invitato,
duchino. -(Guardando attraverso le invetriate, con uno scatto di
entusiasmo)- C'è anche Riccardo Dalgas! -(In fretta, abbracciando il
Duca)- Duchino, tu sei un angelo! -(Esce correndo dalla destra.)-
IL DUCA
-(a Guidolfi:)- E tu non vai? -(È agitatissimo, impaziente,
angosciosamente cogitabondo.)-
GUIDOLFI
-(osservando dalla finestra gl'invitati che giungono, risponde al
Duca.)- Preferisco di arrivare dopo l'incontro di Dalgas e Lolotte. Che
vuoi! Dalgas è il più timido dei miei rivali, ed io ho per lui una
speciale considerazione.
IL DUCA
-(senza averlo ascoltato, ansimando)- Fammi un favore, Guidolfi. Prega
Livia di venire qui immediatamente.
GUIDOLFI
Che hai?
IL DUCA
Nulla, nulla. Non è altro che una curiosità... una semplice curiosità.
GUIDOLFI
-(esce.)-
SCENA V.
-Il- DUCA, -poi- LIVIA. -E poi le voci di- GUIDOLFI, -di- LOLOTTE -ed
altre-.
-(Nelle stanze attigue, un po' di cicaleccio.)-
IL DUCA
-(Come per difendersi dall'indiscrezione, chiude l'uscio di fondo con la
chiave. Cerca di concretare il suo pensiero. Cerca di riflettere, e
conclude fermamente:)- Voglio sapere quello che nasconde nel suo
silenzio!
LIVIA
Vi sentite male, Paolo?
IL DUCA
-(padroneggiandosi, scrutandola acutamente)- Sì, appunto, mi era parso
di non sentirmi bene!
LIVIA
Volete un medico?
IL DUCA
No, grazie. Sto già meglio. E, in verità, non per questo vi ho fatto
chiamare.
LIVIA
Avete da dirmi qualche cosa?
IL DUCA
Precisamente!
LIVIA
Parlate, dunque! Ma presto, perchè di là ci aspettano, e....
IL DUCA
Livia, io esigo che voi, guardandomi in faccia, rispondiate alla domanda
che vi ho rivolta pocanzi!
LIVIA
-(in tono dissimulatore)- A quale domanda?
IL DUCA
Quando qui, qui, dieci minuti fa, io vi ho parlato della tentazione di
risparmiare a me stesso il martirio di un'agonia tremenda, mi avete voi
esortato sinceramente a non affrettare la mia fine?
LIVIA
Sospettate in me un'impazienza infame!
IL DUCA
Ebbene, disgraziatamente la sospetto! Siete voi che dovete liberarmi da
questo incubo!
LIVIA
-(furibonda)- Non c'è nessun mezzo. Dalla vostra accusa brutale, io non
debbo difendermi.
IL DUCA
-(incalzando)- E potreste giurare in questo momento che voi mi augurate
di vivere?!
LIVIA
-(con uno scatto di fierezza crudele)- Non è il mio augurio che può
guarire il vostro spirito più malato del vostro corpo. Forse guarirete o
crederete di guarire riprendendo quello che voi avete voluto darmi!
Fatelo. Io non vi impedisco di cercare ancora vostra figlia. Ma non
aspetterò che l'abbiate trovata. Me ne vado adesso! -(Prendendo il suo
mantello con gesto risoluto e violento)- Addio!
IL DUCA
-(stranamente concitato, afferrandola per un braccio)- Ah, no! Non mi
lasciare! Io della tua malvagità raffinata non dubito più.... Ne ho il
convincimento, e ne gioisco! Tu hai avuto or ora l'audacia di giuocare
tutto per tutto! Ed hai vinto. No, non cercherò più, non cercherò più
mia figlia! Io scorgo in te lo strumento perfezionato della fatalità di
cui sono stato il giocattolo e mi riprometto un piacere nuovo ed enorme:
quello che inconsciamente ho invocato ed ho aspettato, quello che sarà
l'ultimo gradino della mia abiezione: stringerti fra le braccia
sentendomi dilaniare dal rimorso! -(Traendola a sè e avvinghiandosi a
lei in uno spasimo di ebbrezza morbosa)- E quanto più ti comprendo,
quanto più ti disprezzo, quanto più mi fai soffrire, quanto più mi fai
paura, tanto più ti desidero e ti chiedo aiuto! Sii perfida! Sii
mostruosa! Mi piaci così, e ti merito così! -(Stringendola forte)- Non
mi lasciare!...
LIVIA
Sei mio, di', sei mio?!
IL DUCA
Come un dannato!!
-(Restano avvinti.)-
-(Giungono delle voci graziosamente allegre e scherzose, appena
distinguibili, attraverso l'uscio di fondo.)-
UNA VOCE
È finito, sì o no, quest'idillio?
UN'ALTRA VOCE
Ma si può vedere finalmente a occhio nudo questo Duca felice?
-La voce di- LOLOTTE
Duchino, io muoio d'invidia, sai!
-La voce di- GUIDOLFI
Ed io muoio di fame!
IL DUCA
-(a Livia, staccandosi da lei:)- Va!
LIVIA
-(esce a destra.)-
-(Dopo un istante, si ode lieve, velata, come un'esclamazione corale)-
Oooh!
-(Silenzio profondo.)-
-La voce di- GUIDOLFI
-(lontanissima)- A tavola, a tavola!
IL DUCA
-(barcollando, si toglie la giacca, prende il frac, va innanzi allo
specchio. Appena infilato l'abito, porta la mano al cuore.)- O Dio....
Che cos'è questo?!... Io soffoco... soffoco... -(Gli manca il respiro.
Gli manca la voce.) (Si sorregge a una sedia. Fa uno sforzo per
gridare.)- Aiuto... -(La parola gli si spegne nella gola stretta.) (Ha
come un lampo di chiaroveggenza. Balbetta:)- Il testamento!... A lei,
no... no... no... -(Cerca di trascinarsi fino alla scrivania. Ma, come
le sue braccia si stendono e le sue mani si aggrappano al cassetto, egli
è vinto dalla paralisi e cade pesantemente -- morto.)-
-(Un po' di vocìo festoso giunge di nuovo a traverso l'uscio.)-
-(Sipario.)-
ATTO TERZO.
-L'abitazione di Nunzio e Paolina: una stamberga. È un pianterreno che
potrebbe servire da stalla. Non una finestra, non uno spiraglio. L'aria
entra soltanto dalla grande porta che si apre nel mezzo della parete in
fondo. Il livello del pavimento è inferiore a quello della strada,
sicchè dalla strada si accede scendendo un gradino. I muri sono
screpolati e grommati di muffa. Il soffitto basso mostra le travi
scoperte. Accosto alla parete destra, un letto per due persone, con le
scranne di ferro senza spalliera. Verso il lato sinistro della
stamberga, una tavolaccia, due o tre seggiole, una panchetta. A sinistra
della porta, un cassettone con su una statuina di Madonna, dinanzi alla
quale arde una bella lampada di ottone. Dalla stessa parte, nell'angolo,
un focolaretto, con pochi utensili da cucina, in creta. L'altro angolo,
a destra, è tutto nascosto da una gran cortina fatta di pannolini di
diversi colori, qua e là rattoppati, la quale pende da una cordicella
stesa in alto, di traverso, tra i due muri. Alla parete sinistra sono
conficcati dei chiodi in modo che vi si possa appendere qualche cosa. La
porta è tutta aperta. Si scorgono le finestre e i balconcini d'un
vicoletto angusto e bieco, illuminato dalla poca luce che penetra tra i
muri altissimi delle vecchie casupule accavalcate le une alle altre. Si
vede, molto di rado, passare per il vicoletto qualche femminuccia del
volgo affaccendata, qualche popolano, qualche figura indefinibile.-
SCENA I.
PAOLINA -e- NUNZIO, -poi- DONNA COSTANZA.
-(PAOLINA veste un abito succinto, povero, scuro: scarpacce grosse e
sporche: capelli ravviati con semplicità. È seduta sopra il letto, con
le gambe penzoloni. -- NUNZIO le sta accanto, in piedi, col violino sotto
il braccio, l'archetto in una mano, occupato ad insegnarle la canzone
del «Passero sperduto».)-
NUNZIO
Le parole, prima di tutto. Le ricordi bene?
PAOLINA
Sì. -(Ripete monotonamente le parole della canzone senza intenderne
abbastanza il significato e pur dando ad esse, involontariamente, una
vaga tinta di mestizia.)-
Un passero sperduto e abbandonato
su d'una casa bianca si posò.
Lì c'era un bambinello appena nato
che urlava tanto!... E il passero tremò.
E, vinto dal timore, il poverino
fuggì da quella casa e dal bambino.
Andò a posarsi in mezzo a una foresta
tutta frescura e tutt'erba odorosa.
Lì vide un uomo, e poi... vide una vesta,
e il passero comprese qualche cosa.
Gli disse l'uom: -Questa foresta è mia.-
Il passero gettò due penne, e via!
NUNZIO
-(fa il gesto analogo.)-
PAOLINA
Più tardi si posò su di una chiesa
piena di fiori e piena di lacchè,
Un principe sposava una marchesa...
Piangevan tutti e due -- chi sa perchè!
Il passero pensò: «Oh, che allegria!»...
NUNZIO -e- PAOLINA
-(terminando insieme la strofa.)-
E andò a cercare un'altra compagnia.
PAOLINA
-(non ricorda più, e tace.)-
NUNZIO
-(dandole lo spunto.)-
Allora si fermò...
PAOLINA
Allora si fermò quand'ebbe scorta
una capanna sopra una montagna.
C'era lì dentro una vecchietta morta.
Ei mormorò: «-Questa è la mia compagna.-»
Entrò, si mise accanto alla dormente,
e vi rimase in pace, finalmente!
NUNZIO
-(facendo l'eco)- «Finalmente.» Benissimo! Adesso vediamo se ricordi la
musica.
PAOLINA
La musica unita con le parole?
NUNZIO
S'intende.
PAOLINA
Ma falla tu pure col violino.
NUNZIO
La faccio pure io. -(Si mette in posizione per suonare.)-
PAOLINA
-(discende dal letto, e, in un atteggiamento di riflessione, gli occhi
rivolti in su, le mani unite sulla schiena, canta con la sua vocetta un
po' tremula ma intonata e toccante, quasi macchinalmente, la prima
strofa della canzone.)-
NUNZIO
-(l'accompagna, all'unisono, col violino, portando la battuta col
piede.)-
-(È un canto semplice e gentile: è una musica piana che semplicemente
racconta.)-[1]
PAOLINA
-(cantando:)-
Un passero sperduto e abbandonato
su d'una casa bianca si posò.
Lì c'era un bambinello appena nato
che urlava tanto!... e il passero tremò.
E, vinto dal timore, il poverino
fuggì da quella casa e dal bambino[3].
[3] -Musica- a pag. 369: Numero I.
NUNZIO
Lo vedi che va bene?
PAOLINA
E come fa il ritornello?
NUNZIO
Non c'è ritornello. Invece, a ogni strofetta, c'è la risposta del
violino, che è dolce assai: dolce come se fosse una voce di consolazione
per il povero passero vagabondo. Senti se ti piace. -(Suona. La sua
inesperienza non impedisce che le note della breve e lenta melodia si
effondano teneramente soavi.)-[4]
[4] -Musica- a pag. 369: Numero II.
.
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1
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2
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3
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