La piccola fonte (Dramma in quattro atti)
Roberto Bracco
ROBERTO BRACCO
TEATRO
VOLUME SESTO
=LA PICCOLA FONTE= -- FOTOGRAFIA SENZA....
NOTTE DI NEVE -- LA CHIACCHIERINA
2ª EDIZIONE.
REMO SANDRON -- Editore
Libraio della Real Casa
MILANO -- PALERMO -- NAPOLI
PROPRIETÀ LETTERARIA
-I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi, non escluso il Regno di Svezia e quello di Norvegia.-
È assolutamente proibito di rappresentare queste produzioni senza il
consenso scritto dell'Autore -(Art. 14 del Testo Unico 17 Settembre
1882)-.
=La Piccola Fonte= -- Original edition published June, 10, 1906 with the
privilege of copyright in the United States reserved under the approved
March 3, 1905, by Roberto Bracco and Remo Sandron, and English
translation copyright 1907 by Dirce St. Cyr.
=Notte di Neve= -- Copyright in the United States Jul. 10, 1908, by
Roberto Bracco.
Copyright 1909 by Roberto Bracco.
OFF. TIP. Sandron -- 132 -- I -- 081113.
-a Matilde Serao-
Signora,
-la vostra sensibilità di grande interprete dell'anima vi ha messa in
diretta e immediata comunione coi miei personaggi, sicchè voi avete
scritto di questa opera mia con quello stesso fervore spirituale che,
facendo passare l'altrui vita a traverso il vostro temperamento, crea le
palpitanti opere vostre. Scrivendo de La piccola fonte, voi, quasi per
iscusarvi presso i vostri lettori d'una effusione che non vi consentiva
un'analisi molto minuta del mio lavoro, avete dichiarato di non
possedere le fredde ragioni della critica. Ma io credo che la
chiaroveggenza della critica debba essere fatta, soprattutto, di
sensibilità profonda. E, invero, nella prosa, con cui voi avete legato,
dopo la rappresentazione di Napoli, il vostro nome illustre a una delle
più liete vicende del mio dramma, sono condensati i pensieri, le
impressioni e le ragioni dei critici che meglio mi hanno compreso. In
voi come in loro i segni sintetici e significativi, che io ho sostituiti
alla prolissità del metodico e formale svolgimento psicologico, da cui
sono deturpate così spesso le visioni dell'arte, hanno avuto il potere
di determinare quella virtù di penetrazione, che è il principio d'ogni
più vivo godimento intellettuale. A voi, come a quei critici, Stefano
Baldi non è parso un personaggio inventato da me per ottenere una facile
vittoria contro i famosi precetti egoarchici, che una moda passeggera ha
confusamente divulgati e screditati, ma soltanto è parso uno dei non
pochi moderni giovani megalomani, che, miserelli e impotenti, si agitano
e declamano inseguendo una chimera e che il disquilibrio tra la vanità
esuberante e l'ingegno limitato, tra l'egoismo crudele e la debolezza
congenita, rende grotteschi, simili a caricature, in mezzo alla società,
e talvolta tragici e deleteri nell'intima cerchia degli affetti
domestici. Voi, come tutti i critici che mi hanno compreso, contemplando
Stefano Baldi, avete sùbito riconosciuto in lui uno di quei pigmei che
si guardano in uno specchio d'ingrandimento, uno di quei rachitici che
esaltano la crudeltà, l'ambizione, l'estetica della forza, il diritto
della conquista, il culto della grandezza, e che poi traballano e
tramazzano annientati al primo urto. E come tutti i critici che mi hanno
compreso, voi, restando nell'àmbito della mia concezione, non vi siete
occupata del personaggio di Stefano Baldi se non per il significato di
correlazione ch'esso ha accanto alla mia Teresa. Voi, Signora, avete
scritto che tutte le verità morali formanti la coscienza del mio dramma
emanano da Teresa, «da questa creatura patetica, capace di fare il bene
anche con la sua morte». Voi avete scritto che la morale bellezza
dell'opera mia «è racchiusa in quell'anima muliebre», e la vostra
fantasia gentile si è piaciuta di avvicinarla «alle più pure e soavi
anime del teatro, da Ifigenia a Desdemona». Voi avete saputo vedere che
intorno a lei, intorno alla «piccola fonte», si stringono, in armonia o
in antitesi, tutti gli altri personaggi del dramma. Voi non avete
dubitato che da quella piccola fonte -- per una realtà flagrante, che pur
sembra un prodigio, perchè nessuna indagine può precisarne gli elementi
e nessun linguaggio può definirla -- sgorghi l'acqua salutare di cui
Stefano disconosce il beneficio e di cui Valentino, deforme, negletto e
rassegnato, sugge furtivamente qualche goccia in una specie di estasi
che solleva dalla miseria quotidiana la sua povera esistenza. Voi avete
intuita l'affinità che unisce tra loro Teresa, Valentino e il Vecchio
marinaio mendicante -- ingenuo rapsodo della saggezza e del fato -- , i
quali sono tre anelli della eterna e tenace catena di umile e dolorosa
bontà che sostiene il mondo squassato dalla superbia, dalla tracotanza e
dalla perversità. E voi avete, infine, intuìto il segreto dell'estremo
sagrifizio che la dolce Teresa, nella sua veggente follia, compie
sparendo in quel mare di cui il mendicante verseggiatore ha
suggestivamente decantata la fida amistà. Le parole vostre, che
compendiano tutta l'essenza di quell'ultima scena, non da me costruita,
bensì dallo spirito stesso di Teresa chino sull'uomo addormentato nel
primo riposo di sua vita, sono la formula concreta d'una divina legge di
punizione e di soccorso trasparita ai vostri occhi dall'inconscio
sagrifizio della demente. E, come per una creatura che sia davvero
vissuta, io ben vorrei fissare a guisa d'epitaffio sopra una lapide,
piuttosto che su questa carta destinata forse all'oblio, le parole con
le quali la vostra sensibilità ha pianta e celebrata la sparizione della
salvatrice:-
«Quella morte era necessaria, e in quell'uomo che Teresa lascia dormente
noi vediamo, nel tempo, la resurrezione d'una coscienza. Se Ella non
muore, non può Stefano risorgere puro e forte, perchè non ci sono
resurrezioni senza morti.»
-Quand'anche, Signora, questo mio dramma non fosse stato sorretto dal
plauso di tanti pubblici, quand'anche non avesse ispirato a tanti
critici di altissimo valore pagine così belle e vibranti e a me così
care, il commento vostro, offertomi non per dovere di giudice, ma per
una genuina emozione di artista, sarebbe bastato a non farmi disamare
l'opera mia. E per ringraziarvene ho scritto queste poche righe di
prefazione.-
ROBERTO BRACCO.
Napoli, gennaio del 1906.
LA PICCOLA FONTE
Dramma in quattro atti
rappresentato per la prima volta al teatro -Manzoni- di Milano dalla
Compagnia TALLI-GRAMATICA-CALABRESI, nel -febbraio- del -1905-.
PERSONAGGI:
STEFANO
TERESA
VALENTINO
LA PRINCIPESSA MERALDA HELLER
UN VECCHIO MENDICANTE
UNA VECCHIA MENDICANTE
DON FAUSTO
ROMOLO, -cameriere-
Epoca attuale.
Note per gli attori.
STEFANO ha trent'anni. È di aspetto bello e piacente.
TERESA è bellina, esile, senza alcun connotato notevole. Può avere dai
ventiquattro ai venticinque anni.
VALENTINO è quasi gobbo, bassotto. Faccia piuttosto smunta e ossuta.
Mustacchietti scarsi. Occhi piccoli e scintillanti. La sua età è poco
visibile: avrà un trentacinque anni.
LA PRINCIPESSA HELLER ha passata la trentina. È una donna affascinante.
ATTO I.
-Un lembo di parco a Posillipo. Un'ala del villino di STEFANO BALDI --
d'un'architettura semplice e aristocratica -- si profila a destra, di
sbieco, sopra una specie di terrazzino rettangolare senza ringhiera,
fatto di mattoni patinati, che, dal livello del terreno battuto, si
eleva per l'altezza di due o tre gradini, i quali sono di marmo ben
levigato. L'entrata principale del villino non si vede, perchè è alle
spalle di quest'ala. Si vede bensì un'altra porta, che dà sul terrazzino
e sulla quale è una tenda piegata, che, distesa, la ombreggerebbe. Al di
sopra della porta, sono tre finestrette graziose. Dal lato opposto del
villino, dirimpetto all'uscio, è una breve aiuola, nel centro della
quale si erge una magnifica musa con le sue immense foglie lievemente
ricurve dal peso. L'aiuola è fiancheggiata, a sinistra, dagli alberi
d'un boschetto. Di là dall'aiuola, sale e si perde, dietro questi
alberi, un viale carrozzabile. In fondo, la linea d'un parapetto di
pietra taglia l'orizzonte. Una striscia di mare d'un azzurro chiarissimo
e brillantato quasi si confonde col cielo. Del Vesuvio si scorge, a
sinistra, il declivio che dal vertice scende dolcemente sino al golfo.-
-Nello spazio rettangolare del terrazzino, sono comode seggiole a sdraio
di paglia e di bambù. Tra il margine dell'aiuola e il terreno battuto, è
un sedile di legno.-
-Il sole spande dovunque un biancore abbarbagliante.-
-L'aria è piena di gaiezza.-
SCENA I.
TERESA, VALENTINO, ROMOLO.
VALENTINO
-(la cui testa brutta sporge fra le spalle prominenti ed arcuate, è a
una delle finestrette -- la più visibile -- intento a ravvivare una gran
quantità di rose che sono in un orciuolo, sul davanzale. Giù, ROMOLO
regge per il bavero una giacca, e TERESA con grande cura la spazzola.)-
TERESA
Meglio qui. È inutile impolverare la casa.
VALENTINO
Signora Teresa! Che diamine fate?
TERESA
Non lo vedete? Spazzolo i panni di Stefano. Tenete su, Romolo, tenete
su.
VALENTINO
Ma potrebbe pensarci Romolo a spazzolare i panni del padrone.
ROMOLO
La signora non vuole.
VALENTINO
Perchè con quella tua prosopopea non fai mai nulla di buono. Si sa. Un
servo che si chiama Romolo non può abbassarsi a spazzolare i panni d'un
padrone che si chiama semplicemente Stefano. Come se poi il tuo padrone
fosse uno Stefano qualunque!...
ROMOLO
-(brontola:)- Abbaia, abbaia, cagnaccio della malora!
TERESA
-(redarguendolo)- Romolo! -(Piega attentamente la giacca.)-
VALENTINO
-(toglie le rose dall'orciuolo, vi muta l'acqua e ve le rimette a una a
una.)- Hanno vita corta queste rose, signora Teresa. Ho un bel mutar
l'acqua! Cominciano già ad afflosciarsi.
TERESA
Le avete lì da due giorni.
VALENTINO
E che sono due giorni?
TERESA
-(ponendo la giacca piegata, sopra una seggiola -- a Romolo)- Il -gilet-,
ora.
ROMOLO
-(prende un panciotto che penzola da una spalliera e lo porge a
Teresa.)-
TERESA
-(continua a spazzolare.)-
VALENTINO
Voi, qualche volta, le avete per una settimana, sempre fresche.
TERESA
Ma se la notte ve le chiudete in camera....
VALENTINO
Mi piace di dormire tra i profumi, signora Teresa!
TERESA
E questo nuoce a voi e nuoce alle vostre rose. -(Piega il panciotto.)-
VALENTINO
In altri termini, esse fanno male a me ed io faccio male a loro.
TERESA
Così è, caro Valentino. -(Consegnando i panni spazzolati al servo)-
Tutto questo nello spogliatoio.
ROMOLO
-(si avvia verso la porta, che è chiusa.)-
TERESA
Per dove andate, Romolo?!... Entrare e uscire sempre per l'altra porta.
E nello studio del padrone non dovete metterci il piede se non quando vi
si chiama. Non dimenticatelo.
ROMOLO
Sono in questa casa da dieci giorni e nessuno me l'ha mai detto.
VALENTINO
Te l'ho detto proprio io che mi pregio di essere il tuo immediato
superiore.
ROMOLO
-(facendo spallucce, va verso il fondo e svolta dietro l'ala del
villino.)-
VALENTINO
Come si fa, signora Teresa? Tutta l'umanità mi disprezza.
TERESA
Io, per esempio, no.
VALENTINO
Be', ma voi non fate parte dell'umanità.
TERESA
-(ridendo)- Ah ah!... Questa poi è nuova. -(Da un cestino di lavoro, che
è presso il sedile, tira fuori della stoffa di poco conto e l'occorrente
per cucire.)-
-(Un silenzio.)-
VALENTINO
-(sempre alla sua finestra, carica una pipetta, l'accende, e fuma. Poi,
scorgendo qualcuno)- Ehi brav'uomo! Chi cercate?
TERESA
Se è qualche seccatore di Stefano, non lo lasciate passare. Non è ora,
questa. Intanto, io me la svigno. -(In fretta, prima che l'uomo giunga,
vorrebbe rimettere la roba nel cestino.)-
VALENTINO
Lasciate lì, ci bado io.
TERESA
-(scappa per dietro il villino.)-
SCENA II.
VALENTINO, DON FAUSTO.
DON FAUSTO
-(che non ha udito, discende il viale, appoggiandosi al suo bastone, con
l'aria autorevole della persona molto panciuta.)-
VALENTINO
-(chiama forte:)- Brav'uomo!... Signore!... Signore col bastone!
DON FAUSTO
-(ha udito un poco e si volta a destra e a sinistra.)-
VALENTINO
Qui! qui! Alzate la testa.
DON FAUSTO
-(finalmente alza la testa.)-
VALENTINO
Oh! Don Fausto! Che venite a fare in questi paraggi? Aspettate: scendo
subito. -(Dopo un istante, ricomparisce dal fondo.)-
DON FAUSTO
Guarda, guarda! Siete proprio voi! M'era parso e non m'era parso. Di
giù, non vi vedevo le spalle. Io vi conosco meglio di spalle che di
faccia.
VALENTINO
Io, invece, vi conosco da tutti i lati.
DON FAUSTO
Come siete capitato qui?
VALENTINO
Ma io non ci sono mica capitato: io ci sto sempre. Sono impiegato presso
Stefano Baldi. Sono il suo segretario, il suo maggiordomo, il suo
copista, il suo galoppino.... È vero che, in sostanza, non faccio mai
niente, ma poichè egli mi fa mangiare, mi fa dormire, mi fa fumare e mi
fa prendere aria, io ci resto volentieri. Non è poi scritto che si debba
a forza lavorare. -(Comicamente)- Soltanto voi vi eravate fitto in mente
di non pagarmi se non a condizione ch'io lavorassi. E una persona come
me avrebbe dovuto fare il contabile nella vostra meschina fabbrica di
saponi?... Vedete quella finestra dove sono quelle rose?... È la
finestra della mia stanza, e lì... me la godo! Quando siete giunto, vi
ho guardato dall'alto in basso. Caro don Fausto, voi non potrete mai
immaginare fino a che punto io me ne infischi di voi.
DON FAUSTO
... Io non ho udito quasi nulla del vostro discorso. Fatemi il favore:
passate alla mia sinistra. Con l'orecchio destro non ci sento più.
VALENTINO
-(passando alla sinistra di don Fausto)- E io dovevo sapere che avete
perduto un orecchio?
DON FAUSTO
Mi meraviglio. Tutti sanno dell'avaria che ho sofferta.
VALENTINO
Ma perchè? Siete stato dichiarato monumento nazionale?
DON FAUSTO
Monumento nazionale un corno! Tutti furono edotti di quel che mi
accadde, perchè io misi un comunicato nei giornali.
VALENTINO
Un comunicato nei giornali?
DON FAUSTO
Contro il dottore specialista che mi aveva rovinato l'orecchio.
VALENTINO
In onor del vero, vendicativo siete stato sempre.
DON FAUSTO
Ah sempre! Questo sì. Canagliate io non ne voglio. Dunque, ripetetemi
tutto quello che mi avete detto.
VALENTINO
Ma io non ricomincerò certo da capo. Il succo è che io sono impiegato
presso Stefano Baldi.
DON FAUSTO
-(mettendogli una mano sulla spalla)- Forse, potreste essere l'uomo che
mi ci vuole. Avete influenza su questa bestia rara?
VALENTINO
Bestia rara siete voi.
DON FAUSTO
Insomma, avete influenza su questo sedicente poeta?
VALENTINO
Se non ritirate il «sedicente», non possiamo andare avanti.
DON FAUSTO
Ritiro il «sedicente».
VALENTINO
Tutte le persone che campano a spese di qualcuno hanno un po'
d'influenza sul medesimo. Io, poi, oltre a campare a spese di Stefano,
gli sono anche parente. Sissignore! Discendiamo dallo stesso ceppo.
DON FAUSTO
Da Adamo ed Eva?
VALENTINO
-(contraffacendolo)- «Da Adamo ed Eva!» -(Carezzandogli il mento)-
Quanto siete grazioso!
DON FAUSTO
Giù le mani!
VALENTINO
Gli sono cugino in terzo grado, e cavatevi il cappello!
DON FAUSTO
Io me lo caverò se riescirete a farmi dare le mille e settecento lire
che mi deve.
VALENTINO
Stefano ha preso da voi mille e settecento lire di saponi?!
DON FAUSTO
Ma che saponi! Sono cinque anni che ho smessa la fabbrica perchè insieme
con mio cognato -- quello che perdette il posto al Museo -- aprii in via
Costantinopoli un magazzino d'antichità. Neppure questo sapete?
VALENTINO
Chi volete che si dia la pena di parlarmi di voi?!
DON FAUSTO
Io misi un comunicato nei giornali.
VALENTINO
Un altro!
DON FAUSTO
Che c'è di straordinario? Per questo ci sono i giornali: per metterci i
comunicati.
VALENTINO
Bel concetto che avete del giornalismo!
DON FAUSTO
Veniamo al fatto.
VALENTINO
Veniamo al fatto.
DON FAUSTO
La bellezza di otto mesi fa, il vostro signor cugino in terzo grado
prese da noi una cornice e due sedie.
VALENTINO
Una cornice e due sedie, mille settecento lire?!
DON FAUSTO
La cornice, settecento; e le sedie, cinquecento ognuna.
VALENTINO
Dio sa quante volte mi sarò seduto su cinquecento lire e non me ne sono
mai accorto!
DON FAUSTO
Gli avrò scritto più di venti lettere.
VALENTINO
E lui?
DON FAUSTO
Lui, niente! Come se non ne avesse ricevuta nemmeno mezza.
VALENTINO
-(cacciandosi in tasca la pipetta spenta)- Non ci badate: è un po'
distratto.
DON FAUSTO
-(scaldandosi)- Un po' distratto?
VALENTINO
Del resto, la distrazione, si sa, è la malattia di tutti i poeti.
DON FAUSTO
-(alzando la voce)- Ma lo guarisco io di questa malattia!
VALENTINO
-(toccandogli la pancia come si fa carezzando un cavallo)- Buono, buono,
don Fausto!
DON FAUSTO
Giù le mani!
VALENTINO
Uno di questi giorni, gli parlo io.
DON FAUSTO
Oggi ho delle scadenze e mi necessita il contante per fare onore alla
mia firma. Per mezzogiorno al più tardi, il mio conto dev'essere
saldato.
VALENTINO
Per mezzogiorno, è un po' difficile. Questa è l'ora in cui Stefano è
chiuso nel suo studio, e guai a disturbarlo!...
DON FAUSTO
Chiuso o non chiuso, se fra un'ora non sono soddisfatto, mando al vostro
signor parente uno sveglierino per atto d'usciere e metto....
VALENTINO
-(continuando subito)- Un comunicato nei giornali.
DON FAUSTO
-(fermamente)- Nè più nè meno.
VALENTINO
Così Stefano vi risponderà in versi.
DON FAUSTO
E io lo chiamerò imbroglione in prosa.
VALENTINO
Ma, dico: che modo di parlare è questo?!
DON FAUSTO
E voi perchè mi stuzzicate?
SCENA III.
DON FAUSTO, VALENTINO, TERESA.
TERESA
-(venendo dal fondo)- Che c'è, che c'è, Valentino?
VALENTINO
-(a Don Fausto)- Questa è sua moglie. Fate il gentiluomo con lei. -(A
Teresa)- Non c'è niente, signora Teresa. Niente di serio. C'è soltanto
il signor Fausto Cantajello, qui presente, il quale avrebbe un conticino
di mille e settecento lire da farsi saldare. Una cornice e due sedie.
DON FAUSTO
Due sedie a bracciuoli, Errico Quarto puro....
VALENTINO
-(a Teresa)- Devono essere quei due seggioloni con quella spalliera...
-(fa dei gesti descrittivi.)-
DON FAUSTO
A servirvi. Su quei due seggioloni pare certo sia stato seduto Errico
Quarto in persona.
VALENTINO
E diamine! -(Gesto analogo)- Se ne vede ancora l'impronta.
DON FAUSTO
La cornice, poi, ha contenuto il primo ritratto a olio di Napoleone I.
VALENTINO
Ho capito: è per questo che Stefano ci ha messo il ritratto suo.
TERESA
-(che si trova alla destra di don Fausto)- Sì, ma io non credo che per
oggi mio marito abbia disponibile questa somma. Dovreste avere la bontà
di pazientare.
DON FAUSTO
-(che ha udito poco, -- a Valentino)- Dovrei avere la bontà... di che?
VALENTINO
A sinistra, a sinistra, signora Teresa.
TERESA
A sinistra!?...
VALENTINO
A destra è sordo. Parlategli a sinistra.
TERESA
-(passando alla sinistra di don Fausto)- Dicevo che dovreste avere la
bontà di pazientare.
DON FAUSTO
Ah no, signora mia. Ho già spiegato al cugino in terzo grado di vostro
marito le ragioni per cui non posso più pazientare.
TERESA
-(deviando involontariamente)- Valentino!
VALENTINO
-(accostandosi con zelo)- Comandate.
TERESA
-(piano)- Lo sapete che Stefano non vuole che vi si conosca come suo
cugino....
VALENTINO
È vero, sì, ogni tanto me ne dimentico.
TERESA
-(affettuosamente)- Ha i suoi principii.... Dobbiamo rispettarli....
DON FAUSTO
Dunque, signora, che si decide?
TERESA
Che volete che vi dica?... Io non ho l'abitudine d'incomodare mio marito
per simili faccende. E oggi, meno che mai. Tutt'al più, quando saprò che
ha dei quattrini....
DON FAUSTO
Quando saprete che ha dei quattrini, cara signora, sarà troppo tardi.
Per fortuna, -(cavando una carta da una tasca)- il conticino è firmato
da vostro marito a mo' di obbligazione. Ecco qua. -(Lo mostra)- Il
termine è trascorso da un pezzo; e quindi io ricorro ai ferri corti.
VALENTINO
Intimazione per atto d'usciere e pubblica denunzia nei giornali della
città.
TERESA
-(spaventata)- Dio mio! Che dite mai!?
DON FAUSTO
D'altronde, io ragiono così, cara signora: chi possiede un villino a
Posillipo, costruito, per giunta, a bella posta con parecchie decine di
migliaia di lire, e va in carrozza invece d'andare in tram o a piedi
come vado io....
VALENTINO
-(interrompendolo)- Poveretto! Con quella pancia!
DON FAUSTO
-(inalberandosi)- Con questa pancia vado a piedi, e ci vado a fronte
alta. Ciò che mi stupisce è che il signor Stefano Baldi....
VALENTINO
... vada in carrozza a fronte bassa.
DON FAUSTO
A fronte bassa dovrebbe andarci, visto che non mantiene i suoi impegni!
TERESA
Ma, signore, voi vi permettete di dire delle enormità!
DON FAUSTO
A me non piace di offendere nessuno; ma se mi si tocca in quel poco che
ho fatto coi miei sudori, non transigo.
VALENTINO
La cornice di Napoleone l'avete fatta con i vostri sudori?!
DON FAUSTO
-(con energia)- Precisamente!
VALENTINO
E allora è un altro paio di maniche!
DON FAUSTO
Breve breve, signora mia. I tempi sono tristi. Con l'abbondanza di
antichità che c'è sulla piazza e con la moda dello stile -libertino-, io
a stento mi tengo a galla. C'è qualcuno che gioca a farmi affogare? E io
lo tiro giù con me, e ci si affoga insieme. Quando vostro marito, dopo
otto mesi di preghiere, non si fa vivo, male parole, saette, uscieri,
comunicati, scandali, senza misericordia!
TERESA
-(tremando)- No, per carità! Piuttosto... sentite... sentite, signore:
cercherò di provvedere io.
DON FAUSTO
Un'ora di tempo avete.
TERESA
Valentino mio, soltanto voi potete aiutarmi.
VALENTINO
Per voi, qualunque cosa, signora Teresa; ma io non so veramente...
TERESA
Conoscete qualche agenzia di pegnorazione?
VALENTINO
-(con prosopopea faceta)- Vi prego di credere che io le conosco tutte!
TERESA
Forse, però, qui, a Posillipo, non ce ne sono.
VALENTINO
V'ingannate. In queste aure balsamiche esse fioriscono benissimo.
TERESA
E dite: dagli orecchini che porto quanto si potrebbe ricavare?
VALENTINO
Ma come! Voi vorreste....?!
TERESA
È la sola risorsa che ho.
VALENTINO
Ecco poi un altruismo che mi urta i nervi.
DON FAUSTO
-(s'accorge che l'affare è in via di soluzione e si apparta per dar loro
agio di confabulare liberamente.)-
VALENTINO
-(osservando gli orecchini)- Si arriverebbe appena alle mille e cento,
alle mille e duecento...
TERESA
Altre centodieci lire le ho di economie....
VALENTINO
E ne mancano ancora parecchie!
TERESA
-(animandosi)- Un'idea!... Me le faccio prestare dalla zia Matilde. Sì,
sì! E andrete proprio voi a chiedergliele da parte mia. Le siete molto
simpatico e non si negherà.
VALENTINO
E voi credete che per le mie attrattive la zia Matilde vi aprirà la sua
borsa?
TERESA
È stata sempre affettuosa con me. Mi ha fatto da mamma quando sono
rimasta orfana.
VALENTINO
E ha sperperato quel poco che avevate di vostro.
TERESA
Per la mia educazione.
VALENTINO
Già, voi siete d'una buona fede meravigliosa...
TERESA
Insomma, Valentino, non divaghiamo adesso. La presenza di quell'uomo mi
agghiaccia il sangue nelle vene. Sbrighiamoci. Prima di tutto, gli
orecchini. -(Se li toglie e glieli consegna.)- Le cento e dieci lire
sono queste. -(Le prende da un portafogli che ha in petto.)- Le avevo
raggranellate per fare una bella sorpresina a Stefano; mah!.. pazienza!
-(Le unisce agli orecchini.)-
DON FAUSTO
-(guarda con la coda dell'occhio.)-
VALENTINO
-(intascando tutto)- E per il resto, speriamo nel miracolo della zia.
TERESA
Madonna santa, con la vostra diffidenza mi scoraggiate!
VALENTINO
Perchè diffidenza? Ho detto: «speriamo». -(A don Fausto, con un cenno
della mano)- A voi! Accidente d'un antiquario! Venite con me.
DON FAUSTO
-(gli si accosta offrendo l'orecchio sinistro.)-
VALENTINO
Vi pagheremo.
DON FAUSTO
Sono a voi. -(A Teresa, cavandosi il cappello)- Tanti complimenti.
TERESA
Buon giorno, signore.
VALENTINO
Per questa volta, farete riposare i giornali e l'usciere, caro il nostro
Don Fausto.
DON FAUSTO
Non lo giurerei ancora.
VALENTINO
-(sbadatamente, se lo prende a braccetto dal lato destro)- Siete un
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