ELENA
-(tagliandogli la frase, con vivo risentimento)- Signore!
UGO
... dalle nuvole.
ELENA
Non le hanno detto qual è la mia divisa?
UGO
No, non me l'hanno detto. Nei miei appunti, difatti, non c'è.
ELENA
Glielo dico io. -(Con un accento lirico:)- «Verso la via più alta».
UGO
Perdinci! Sarà la Via Lattea. È sconfortante!
ELENA
Tutto sommato, il meglio che lei possa fare è di tornarsene in America.
E, anzi, profitti dell'occasione. Ha qui, a portata di mano, le
professoresse dalla testolina eretta, dai piedini irrequieti e dalle
caviglie sottili. Cerchi di accaparrarsele. Sarà mezza strada fatta per
quando le ritroverà laggiù, sospese -(accennando l'atteggiamento
descritto e imitato da lui)-... nel fluido magnetico. Vada, vada. Non
perda più tempo con me, e non costringa me a perderne. Per lei, ho
ritardato a scrivere una lettera d'affari.... Non credo che
un'americanina avrebbe fatto altrettanto.... -(Con gravità)- Addio,
signore! -(Sedendo presso lo scrittoio, -- tra sè:)- Te lo do io il
capitombolo! -(Piglia una penna e comincia a scrivere.)-
UGO
-(alle spalle di lei, indugiando e cercando di vedere ciò che ella
scrive)- «Addio»?!... Addio, no!... Intende proprio... di congedarmi?
ELENA
-(gettando via, con un po' di nervosismo, la penna che incespicava)-
Evidentemente!
UGO
-(cava in fretta dalla tasca una penna stilografica e glie la offre.)-
Vuole provare questa? È una fountain-pen che non teme confronti.
Anch'essa americana.
ELENA
-(pigliando invece una seconda penna sullo scrittoio)- Addio addio addio
addio!
UGO
Ma io mi tratterrò a Perugia parecchi altri giorni. -(Con una falsa
animazione di entusiasmo)- Desidero di godermi i tesori d'arte sparsi in
queste privilegiate contrade dell'«Umbria verde». Capirà: le tavole del
Perugino, la scuola del Pinturicchio, le famose tre chiese di Assisi mi
attirano irresistibilmente!
ELENA
Faccia pure il suo comodo.
UGO
E lei?
ELENA
Farò il mio! Assisi, il Perugino, il Pinturicchio attirano
-irresistibilmente- anche me.
UGO
Sicchè, dicevo bene. Non è il caso di congedarmi. Al contrario! Visto
che le stesse cose ci attirano, potremmo, un po' a piedi, un po' in
carrozza, un po'... in automobile,... sì... potremmo unirci, almeno,...
in questo godimento estetico. Tanto, lei ha compreso chi sono io, io ho
compreso chi è lei, tutti e due abbiamo compreso che siamo due giocatori
di eguale forza. Io non ho troppo da guadagnare con lei, lei non ha
troppo da perdere con me.
ELENA
-(interrompe, pazientemente, di scrivere e gli parla in un tono di
cortesia melliflua:)- Senta.
UGO
Dica.
ELENA
Lei si dà dell'avventuriero, ma, in fondo in fondo, è una brava persona.
UGO
Una persona eccellente: questo è fuor di dubbio.
ELENA
E io voglio dimostrarle tutta la mia considerazione.
UGO
Ora, la sua bontà mi confonde.
ELENA
Le insegnerò il mezzo più sicuro col quale può risparmiarsi una
disillusione l'uomo che abbia voluto conoscere una vedovella italiana
sperando... in quel «-tanto di più-» che non sempre le vedovelle
italiane sono disposte a concedere.
UGO
-(pieno di fiducia, suggendo a una a una le parole di Elena)- Io le sarò
grato per tutta la vita!
ELENA
-(con dolcezza)- Il mezzo più sicuro è... di far finta d'averla
conosciuta solamente in sogno.
UGO
-(raccapezzandosi a un tratto e ingoiando l'amaro)- Il che, tradotto in
volgare, significa: caro signore, non mi venga più fra i piedi.
ELENA
-(con zelo amicale)- Nel suo interesse.
UGO
Oh!... Sta benissimo! Sta benissimo! Mi atterrò al suo insegnamento con
la maggiore scrupolosità.
ELENA
-(cesellando gentilmente la frase)- Basterebbe che si astenesse dal
rivolgermi la parola.
UGO
Stia tranquilla. -(Baldanzoso e disdegnoso)- A cominciare da questo
momento, non le farò addirittura udire la mia voce.
ELENA
Visto il bisogno che lei ha di monologare, questo mi sembra un po'
difficile.
UGO
-(con forza)- Io glielo giuro!
ELENA
Se me lo giura, è tutt'altro. Prendo atto, e ci conto.
UGO
È detto.
ELENA
-(si rimette a scrivere.)-
-(Un silenzio.)-
UGO
-(si accorge della penna che ha tenuta finora diritta fra il pollice e
l'indice della destra, e gliela porge di nuovo.)- Questa penna non la
vuo...? -(S'interrompe, portando immediatamente la mano sulla bocca)-
Uhm! -(Ficca in tasca la penna e resta con la mano sulla bocca. Indi,
sempre in questo atteggiamento, passeggia su e giù.)-
ELENA
-(si dà l'aria d'essere intenta a scrivere.)-
UGO
-(di balzo, prende una risoluzione energica. Siede dall'altro lato dello
scrittoio, dirimpetto a Elena. Tira fuori la -fountain-pen- e
scrive anche lui.)-
-(Di tanto in tanto, tutti e due, riflettendo, levano gli occhi. I loro
sguardi s'incontrano sopra il rialzo della scrivania. E tutti e due,
d'urgenza, ostentatamente, riabbassano gli occhi, chinando la testa sin
quasi a toccare col naso la carta.)-
UGO
-(terminata una breve lettera, la chiude in busta, vi appone l'indirizzo
e tocca il bottone del campanello che è sullo scrittoio.)-
-(Entra il Cameriere.)-
UGO
-(dignitosamente, fieramente, consegna la lettera al cameriere e con
l'indice teso gli mostra l'indirizzo scritto sulla busta.)-
IL CAMERIERE
-(dopo aver guardato l'indirizzo)- Ja! -(Serio, rigido, meccanico,
toglie di su la tavola un vassoio, vi mette la lettera, e si avvicina a
Elena.)- Questa lettera, per Signora.
ELENA
-(con comica sorpresa)- Per me?! -(Piglia la lettera e l'apre.)-
IL CAMERIERE
-(esce difilato.)-
UGO
-(appartandosi con sussiego, aspetta la impressione di Elena.)-
ELENA
-(decifrando a stento)- Dio, che calligrafia! -(Poi, quando ha letto
tutta la lettera, con una certa stizza si alza.)- Lei ha deciso di
partire oggi per Napoli?
UGO
-(fa un gesto ampio per esprimere la fatale necessità della sua
decisione.)-
ELENA
Repentinamente?
UGO
-(replica il medesimo gesto.)-
ELENA
Per causa mia?
UGO
-(replica il medesimo gesto.)-
ELENA
E non desidera di godersi i tesori d'arte dell'«Umbria verde»?
UGO
-(replica il medesimo gesto.)-
ELENA
Ma, insomma, parli! Mi sembra un pupo con la macchinetta. Non è così che
si risponde a una signora!
UGO
-(ritappandosi la bocca con la mano)- Avevo giurato di non farle più
udire la mia voce.
ELENA
Che c'entra?! Adesso deve parlare.
UGO
Devo parlare quando non ho più nulla da dire?
ELENA
Deve spiegarmi più logicamente che non sia spiegato in questa lettera
matta perchè rinunzia al suo programma.
UGO
Ma lo ha creduto sul serio, lei, che io tenga ai tesori artistici
dell'«Umbria verde»?
ELENA
L'ho creduto sul serio.
UGO
-(solenne)- Ho l'onore di parteciparle che ha preso lucciole per
lanterne! Si metta bene in mente, signora, che le tre chiese di Assisi
non mi fanno nè caldo nè freddo; si metta bene in mente che le tavole
del Perugino non mi sono passate mai neanche per l'anticamera del
cervello; e si ricordi, poi, soprattutto, che io, del Pinturicchio, me
ne infischio!...
ELENA
Oh, allora, è giusto che se ne vada. Buon viaggio!
UGO
Buona permanenza!
-(Un silenzio.)-
ELENA
-(torna allo scrittoio, e, sedendo, mormora tra sè:)- Non se ne va.
UGO
-(guardandola di sottecchi, mormora tra sè:)- Non vuole che me ne vada.
-(Poi, cerca sulla tavola un orario delle ferrovie. -- Lo trova e lo
sfoglia borbottando:)- Pe... Pe... Pe... Pe... Pe... Perugia....
-(Trattiene una pagina)- Ecco qua: partenza da Perugia, direttissimo,
sedici e cinquantacinque. -(Dà un'occhiata al suo orologio)- Dunque...
fra due ore! -(Lascia l'orario sulla tavola, accende una sigaretta, e
ronza intorno a Elena, mugolando in sordina la «Canzone del Premio».
Come guidato dal suo mugolìo, siede al pianoforte, mette la sigaretta
sulla padellina del candeliere, e comincia a suonare la «Canzone del
Premio», carezzandone le note con eccessiva sdolcinatezza.)-
ELENA
-(lo sogguarda furbescamente e decide di lasciarlo solo. -- Senza neanche
terminare la lettera, si piglia il foglietto scritto, si alza e, alle
spalle di lui, con la manina fa un segno come per dirgli: «Ora ti servo
io!» -- Indi, camminando sulla punta dei piedi, sempre sogguardandolo con
un -arguto- compiacimento negli occhi, sempre inavvertita, si avvia verso
la prima porta a destra. Sulla soglia, dà in una risata frenandone lo
scroscio -- ed esce.)-
UGO
-(continua a ricamare la dolce melodia, dimenando i fianchi,
estasiandosi, come rapito da quelle note.)-
-(Entrano, attratte dalla musica, incuriosite, non viste da Ugo,
parecchie PROFESSORESSE americane alleggerendo il passo o tenendo
sollevato il tallone, per non farsi sentire. -- Ne vengono dapprima
alcune dalla serra, lunghe, magre, disseccate. Poi -- dalla seconda porta
a destra -- ne spuntano due, rotonde, a braccetto: la più piccola con la
testa mollemente poggiata sull'omero dell'altra. Son tutte mature o
vecchie e, per giunta, brutte e ridicole con la loro andatura giovanile,
con i loro cappelletti da viaggio, con le loro gonne brevi e coi loro
arcuati stivalini, muniti di alti tacchetti. Ognuna, oltre la
caratteristica delle dimensioni, ha qualche connotato specialissimo: la
bocca stragrande o tanto di bazza o il naso come una prua o la vita a
livello dei gomiti. Qualcuna porta gli occhiali. Qualcuna ha in mano un
Baedeker. Qualcuna, appesa alla tracolla, una macchinetta Kodak. E più
ridicole diventano restando immobili, come magnetizzate, in
atteggiamenti di soave commozione. L'ultima comparisce dalla prima porta
a destra. È una professoressa bassina e sgobbata, -- la più grottesca di
tutte -- e ha in capo, con incosciente audacia, un berretto maschile.
Costei ugualmente si ferma ed ascolta, estasiandosi. A un tratto, getta
un profondo sospiro.)-
UGO
-(con languida galanteria)- Grazie di questo sospiro! -(E sùbito,
cessando di suonare, languidamente si volta. Ma, alla vista delle
professoresse, scatta in piedi con un gesto di orrore ed esce di
corsa.)-
LE PROFESSORESSE
-(offese -- insieme:)- Ooooh!...
(SIPARIO.)
ATTO SECONDO.
-Una camera di un alberguccio piuttosto rustico. In un angolo, c'è un
letto per una sola persona. Verso destra, sul davanti, di sghembo, una
toeletta con su una tovaglia bianca. Qua e là, i pochi altri mobili
necessari, tra cui una poltrona e due o tre seggiole. -- Una porta nel
mezzo della parete, in fondo. Una finestra nella parete di sinistra. --
Un'altra porta nella parete opposta. -- Nel centro del soffitto, è
sospesa una lampadina elettrica.-
-È notte. La camera è buia e deserta.-
SCENA PRIMA.
UGO, L'ALBERGATRICE, LO CHAUFFEUR.
-La voce di- UGO.
-(dalla strada:)- Ma che razza d'albergo è questo?! Nessuno apre!...
Nessuno risponde!... Albergatore! Albergatrice!...
-La voce dell'-ALBERGATRICE
-(acutamente, a scatti)- Vengo vengo! Vengo vengo! Vengo vengo! -(A ogni
scatto, due «vengo» détti come una parola sola.)-
-(Un silenzio.)-
L'ALBERGATRICE
-(entra dal fondo con zelo servizievole. -- È una graziosa piccola
vecchietta pulita e svelta. Fa dei piccoli rapidi gesti infantili;
cammina a piccoli rapidissimi passi; porta una cuffia bianca sui capelli
bianchi a riccioli e una vestaglia di mussola sotto il cui lembo spicca
l'amaranto delle pantofoline; e parla a scatti, velocemente, con
un'acuta voce di testa, raddoppiando, spesso senza distacco, la parola o
la frase. Raddoppia, per esempio la parola «vengo» e dice «vengovengo»;
raddoppia la parola «sì» e dice «sìsì»; raddoppia la parola «capisco» e
dice «capiscocapisco».)-
UGO
-(la segue, giocherellando col suo bastone per sembrare disinvolto. -- È
in costume automobilistico: lunga spolverina e berretto.)-
L'ALBERGATRICE
Questa è una bella camera, una bellissima camera. -(Volta la chiavetta
della luce elettrica. -- La lampadina si accende.)-
UGO
Bellissima, veramente, no, ma per una notte....
L'ALBERGATRICE
Soltanto per una notte?
UGO
Soltanto. Siamo costretti a fermarci qui, io... e la signora che viaggia
con me, perchè... quella vecchia automobile che abbiamo noleggiata è
rimasta in panna... proprio alla entrata del villaggio...
L'ALBERGATRICE
Capisco capisco!
UGO
Fortunatamente, eravamo a poca distanza da questo albergo, e lo
-chauffeur-, che è pratico dei luoghi, me lo ha indicato e mi ci ha
condotto.
L'ALBERGATRICE
Sì sì, sì sì! Capisco capisco! È uno -chauffeur- intelligente, lui. Io
l'ho riconosciuto subito subito! Non è la prima volta che la sua
automobile con un uomo e una donna resta in panna all'entrata di questo
villaggio.
UGO
-(osserva comicamente la stranezza di quei gesti, di quella voce e di
quella parlatura.)-
L'ALBERGATRICE
-(continuando)- Sì sì! Sì sì! In tutta la contrada, non c'è nessun altro
villaggio che abbia un albergo per un uomo e una donna.
UGO
-(sorvola)- Sicchè, io prendo questa camera.
L'ALBERGATRICE
E non ne desidera piuttosto una a due letti?
UGO
... No.
L'ALBERGATRICE
Le aprirò, se vuole, la camera accanto.
UGO
Nemmeno.
L'ALBERGATRICE
Le aprirò una camera lontana nello stesso corridoio. Sceglierà lei. Sì
sì! Sì sì! Ho l'albergo vuoto.
UGO
-(sbarrando gli occhi)- Ha l'albergo vuoto?! Ciò non mi riguarda. -(Con
energia imperiosa)- Per me, è come se fosse pienissimo.
L'ALBERGATRICE
Ma la signora potrebbe chiedere un'altra camera, e in tal caso....
UGO
In tal caso, lei gliela rifiuterà energicamente, perchè io pagherò il
prezzo di tutte le camere che avrò il piacere di non occupare.
L'ALBERGATRICE
Oh, allora, è diverso è diverso! Sì sì, capisco capisco!
UGO
Del resto, tutto sommato, adotteremo un provvedimento anche più
radicale. Penso io. Intanto, faccio chiamare la signora, che ha già
aspettato troppo. -(Rivolgendosi verso la porta in fondo)- Fritz,
avanzatevi.
LO CHAUFFEUR
-(entra militarmente, e si pianta.)- Agli ordini!
UGO
Venite qua.
LO CHAUFFEUR
-(gli si accosta.)-
L'ALBERGATRICE
-(credendosi chiamata, si caccia fra lo chauffeur e Ugo.)-
UGO
-(all'albergatrice:)- Lei è pregata di pazientare un minuto.
-(Rifacendola)- Dieci passettini indietro, e aspetti.
L'ALBERGATRICE
-(indietreggia rapidamente, a piccoli passi, e siede in un cantuccio,
dando le spalle ai due con obbediente discrezione.)-
UGO
Sentite, Fritz. Io ho ancora da prendere degli accordi con
l'albergatrice. Andate voi dalla signora e annunziatele che ci è
riescito di scoprire un albergo: un alberguccio molto rustico, molto
rudimentale; ma assicuratele che, in questi paraggi, non c'è nulla di
meglio.
LO CHAUFFEUR
È la verità.
UGO
Poi, con garbo, l'aiuterete a discendere dall'automobile e
l'accompagnerete sin qui, recando il suo -nécessaire- e il mio. Mi sono
spiegato?
LO CHAUFFEUR
Perfettamente.
L'ALBERGATRICE
-(continuerà, per conto suo, a fare le sue mossettine: stropicciate di
mano e agitamenti di capo, come un uccellino.)-
UGO
-(allo chauffeur:)- Ma badate che voi avete un po' di vino al cervello.
Senza dubbio, avete bevuto di nascosto. Cercate di essere...
chiaroveggente. Finora, siete stato inferiore al vostro cómpito.
LO CHAUFFEUR
Perchè?
UGO
Era quello il modo di simulare una panna? È un vero miracolo che la
signora non si sia accorta del trucco.
LO CHAUFFEUR
Ho fermato la macchina di botto e ci ho messo pure la bestemmia che mi
scappa sempre che resto in panna. Ho detto: «Morte a San Pecorone!» Che
dovevo fare di più?
UGO
Ci voleva qualche cosa di più sensazionale, qualche cosa
d'impressionante!
LO CHAUFFEUR
Bisognava avvertirmelo. Io le avrei servito un bell'urto violento contro
un albero, contro un muro....
UGO
Obbligatissimo! Sarà per un'altra volta. Adesso, ciò che mi preme è che
l'automobile resti lì fino a domani mattina, ferma come un macigno e
silenziosa come una tomba!
LO CHAUFFEUR
Le prometto che, dopo di aver preso un boccone all'Osteria del Cervo, io
torno alla mia macchina e mi ci addormento dentro.
UGO
-(spaventato)- Voi andate all'osteria?!..
LO CHAUFFEUR
Per rifocillarmi.
UGO
Per ubbriacarvi anche di più, e poi chi sa quali gesta sarete capace
d'improvvisare.
LO CHAUFFEUR
Non farò sciocchezze. Stia tranquillo.
UGO
Ma che tranquillo! Mi hanno raccontato che l'altra sera prendeste vostra
moglie per un'automobile e le volevate, per forza, mutare i pneumatici.
LO CHAUFFEUR
Sono calunnie. Mi creda. Sono calunnie!
UGO
Per questa notte, Fritz, dovete fare a me il favore di non bere vino.
LO CHAUFFEUR
Neanche acqua, se occorre.
UGO
Dunque, svelto! E vi sia di regola che quella signora è astuta come
dieci volpi insieme. Non vi lasciate sorprendere dalle sue
interrogazioni.
LO CHAUFFEUR
E se mi domanda, per esempio, quale pezzo dell'automobile si ha da
riparare?
UGO
Le direte... che si ha da riparare il motore.
LO CHAUFFEUR
E se mi domanda quanto tempo impiegherò per ripararlo?
UGO
Le direte che vi toccherà di lavorare sei o sette ore.
LO CHAUFFEUR
E se mi domanda perchè vostra eccellenza è rimasta in albergo?
UGO
Le direte che per ottenere almeno un po' di decenza, un po' di pulizia,
sono qui ad arrabattarmi con un'albergatrice da cui non è facile farsi
intendere.
LO CHAUFFEUR
E se mi domanda perchè non è facile farsi intendere dall'albergatrice?
UGO
Dio buono, che ci vuole a inventare?... Le direte che è una forestiera
con la quale non si sa a che lingua si ha da ricorrere.
LO CHAUFFEUR
Molto bene. Siamo a posto. -(Si avvia per uscire. Poi, d'un sùbito,
ritorna)- E se mi domanda proprio di che paese è?
UGO
-(perdendo la pazienza e scattando)- Le direte che è giapponese!
LO CHAUFFEUR
-(esce.)-
UGO
-(all'albergatrice:)- Ed ora, a lei. Poche parole, a gran velocità. Il
provvedimento, che ho escogitato per evitare il pericolo che la signora
le chieda un'altra camera, è questo: lei e la signora non
s'incontreranno nemmeno.
L'ALBERGATRICE
Capisco capisco.
UGO
Io la prego, invece, -di non capire-! E, appunto -senza capire-, lei
sparirà immediatamente, nascondendosi nell'angolo più recondito della
casa e diventando, per la occasione, sorda, muta e cionca.
L'ALBERGATRICE
No no! No no!
UGO
-(rifacendola)- Sì sì, sì sì, perchè io le darò una mancia speciale per
l'ottimo servizio dell'albergo.
L'ALBERGATRICE
Allora, è diverso è diverso!
UGO
Sicchè, resta concluso: -- se anche i campanelli elettrici strepiteranno
come se fossero suonati da tanti pazzi furiosi, lei non si muoverà, non
aprirà bocca, non fiaterà! E non ho altro da aggiungere. -(Cavando in
fretta il portafogli e dandole del danaro in due dosi)- Questo è il
prezzo delle camere che io non occuperò e questa è la mancia per la sua
sordità, per il suo mutismo e per la sua atassia locomotrice.
-(Rifacendola ancora un po')- Vada vada! Vada vada! Sparisca! E non si
faccia vedere mai più, mai più, mai più.
L'ALBERGATRICE
Mai più, mai più.... Non dubiti.... Buona fortuna! Buona fortuna! Buona
fortuna! -(Va via accelerando vivacemente i suoi passettini di
bambola.)-
SCENA SECONDA.
UGO, ELENA, LO CHAUFFEUR. -- -Poi-, L'ALBERGATRICE
UGO
-(sedendo stanco e gettando il berretto su qualche mobile)- Che
fatica!... Che lavoro!... -(Guarda attorno)- Però, questa camera è così
poco propizia!... Altro che pulizia!... C'è un profumo di muffa che è un
piacere! -(Si alza e continua a guardare, sconfortato, i mobili, i muri,
il soffitto. A un tratto, in allarme, esclama:)- Perfino un
bacherozzolo!... Ah, questo poi no! Neanche Don Giovanni Tenorio si
sarebbe saputo far perdonare un bacherozzolo da una donna! -(Si accosta,
piano piano, al muro in fondo, col bastone levato.)- Tu sei qui per
farmela fuggire, piccolo mostro? Ma io ti ammazzo! -(Saltando un po',
assesta un colpo al muro. L'animaletto, illeso, fugge in su. Indi, un
altro salto più slanciato e un altro colpo più poderoso, mentre
l'animaletto s'insinua in una fessura.)-
ELENA
-(entrando in tempo dal fondo)- Che fate?
UGO
-(sconcertatissimo)- Niente!... Cioè... niente d'importante.
Ammazzavo....
ELENA
Chi?...
UGO
Il tempo....
ELENA
Bastonando il muro?
UGO
Ma no.... Spolveravo un poco....
ELENA
E l'albergatrice che doveva pulire?
UGO
Non ha pulito.
ELENA
Perchè?
UGO
Perchè..., all'improvviso, si è sentita male e mi ha lasciato in asso.
ELENA
E voi avete voluto sostituirla?... Come siete buono!
UGO
-(lasciando in un canto il bastone)- Ero già così desolato di non
potervi offrire una camera migliore....
ELENA
Non importa. Mi adatterò. -(Togliendosi il cappello, chiama:)- Fritz!
Fritz!
LO CHAUFFEUR
-(comparisce e si avanza militarmente recando i due -nécessaires-)- Agli
ordini!
ELENA
Il mio -nécessaire-, vi prego.
UGO
-(affrettandosi a levarglieli di mano tutti e due)- Date qua. -(Indi,
sottovoce)- Fatelo per tutti i santi del calendario, non prendete una
sbornia! -(E sùbito, a voce alta)- Potete andare, Fritz.
LO CHAUFFEUR
-(esce.)-
ELENA
-(aggiustandosi i capelli innanzi allo specchio e sorvegliando Ugo)- Il
vostro, portatevelo nella vostra camera. Volete ingombrarmi questa?
UGO
-(posando, con ostentata disinvoltura, tutti e due i -nécessaires- sulla
toeletta)- Vi dirò.... La camera mia... la camera mia..., nel vero senso
della parola,...... non c'è.
ELENA
Come «non c'è»?
UGO
Non c'è. Quest'albergo è pieno zeppo.
ELENA
In un paesello così fuori di mano?!
UGO
Voi v'ingannate! È un paesello continuamente attraversato dai turisti.
Vanno tutti... a coso....
ELENA
A coso?!
UGO
Non so con precisione dove vadano, ma... ci vanno. E certo è che
centinaia e centinaia di passanti tedeschi, francesi, inglesi, russi e
spagnoli pernottano in questo albergo....
ELENA
-(compiendo la frase)- ... giapponese.
UGO
Perchè giapponese?
ELENA
È per lo meno giapponese l'albergatrice.
UGO
Ah, già!... Fritz vi avrà riferito.... Sì, difatti.... Quei suoi
gestucci... quei suoi passettini.... Ma non credo che sia veramente....
ELENA
E s'è sentita proprio male quella poverina?
UGO
Proprio male!... Un caso impressionante, vi dico!
ELENA
Guardate un po' che altro incidente bizzarro!
UGO
Bizzarro, poi, non molto. Non è scritto che un'albergatrice debba
crepare di salute.
ELENA
Ma, intanto, torniamo -ab ovo-. -(Sedendo)- Dove dormirete, voi?
UGO
-(prende una seggiola e siede in faccia a lei.)- È la domanda che io vi
rivolgo.
ELENA
Dovreste rivolgerla a voi stesso.
UGO
Io non avrei che rispondermi.
ELENA
Figuratevi io!
UGO
-(cercando le parole)- Però... se foste penetrata di carità cristiana,
non vi rincrescerebbe eccessivamente di farmi qualche concessione....
ELENA
Per esempio?
UGO
Tollerare la mia presenza.
ELENA
Voi siete matto!
UGO
Per non dare nessunissimo strappo alla pudica riservatezza che vi
distingue, potreste avere l'abnegazione di rinunziare al conforto del
letto, rivelatore indiscreto d'ogni plastica eventualità del sonno e dei
sogni, e rassegnarvi allo... -sconforto- di quella poltrona.
ELENA
E voi?
UGO
Mi accontenterei di dormire umilmente ai vostri piedi.
ELENA
Io non saprei consigliarvelo, perchè sareste tempestato di calci.
UGO
Ma, tenendomi a una certa distanza....
ELENA
-(levandosi)- No, no! Decisamente no. Io sono molto stanca e ho urgente
bisogno di mettermi a letto. Lo sconforto della poltrona non mi garba. E
poichè i tedeschi, i francesi, i russi, gl'inglesi e gli spagnoli hanno
occupato tutto l'albergo, a voi non resta da fare altro che passeggiare
all'aria aperta. D'altronde, pagherete così il fio dell'insistenza
petulante di ben venti giorni con la quale mi avete indotta a tornare a
Napoli in automobile. In treno, ci saremmo arrivati non più tardi di
mezzanotte. Invece, noi ci troviamo alle undici di sera in un villaggio
inverosimile con l'aggravante di doverci rimanere fino a domani.
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