CESARE
Appena rimessomi, sarò a tua disposizione.
GIACOMO
Va bene, babbo. -(Via dal fondo.)-
CESARE
-(nervosissimo, guarda i liquori, prende il suo bicchiere e osserva che
ce n'è un altro adoperato.)- Avete bevuto voi in quest'altro bicchiere?
NELLINA
Sì.
CESARE
-(con reticenza)-... Volete ancora?
NELLINA
No.
CESARE
-(Beve sino al fondo.)- -(Pausa.)- -(Poi, con la voce più tremula, più
roca)- Nessuna donna ha mai avuto ribrezzo di me. Ed è strano che ne
abbiate proprio voi, a cui ho fatto un po' di bene. Non è pudore, no,
perchè il pudore non vi consentirebbe certe vostre piccole audacie di
sfrontatezza; e non è neppure quell'odio misterioso che voi v'immaginate
di nudrire per tutti gli uomini. È bensì una speciale ribellione contro
di me: una ribellione sorda e maligna, che mi rende ogni giorno più
inquieto, più torbido, più sofferente,... più febbricitante!
NELLINA
-(ha gli occhi spalancati e biechi, fissi su lui in un misto di paura e
di ferocia recondita.)-
CESARE
-(si leva e continua affannosamente:)- Io lo so, io lo so, che non
dovrei tormentarvi. La coscienza me lo grida. Io mi sdoppio e chiedo a
me stesso per quale triste fenomeno io abbia sentite, ad un tratto, le
più ossessionanti attrattive della donna nella fanciulla che mi
spetterebbe di proteggere.... E, forse, chi sa, avrei potuto a tempo
contenere i miei istinti se avessi scorta in voi una certa bontà per me.
Sì, in tal caso, forse avrei potuto ragionare, avrei potuto
sorvegliarmi. Ma, invece, il vedervi perennemente con quella faccia
solcata dai segni del rancore e della ostilità, il vedervi sempre tutta
pronta a difendervi ingiuriando la mia persona, mi dà le vertigini, mi
dà dei brividi che mi fanno temere... di trascendere fino a una
violenza, di cui io stesso non saprei sopportare la vergogna. -(Acceso
in volto, col corpo oscillante, sorreggendosi alla spalliera di una
sedia)- Badate, Nellina!... Io ve lo avverto.... Io ve lo avverto....
Non vi ostinate ad avvilirmi, non vi ostinate a difendervi troppo, se
volete... che io vi lasci in pace!
NELLINA
-(con le labbra livide di rabbia rattenuta, con le braccia incrociate e
strette al petto fino ad afferrarsi le spalle, tutta tremante, quasi
rimpicciolendosi e sogguardandolo, scende dal divano. Vorrebbe scappare,
ma, pur vedendolo come disfatto, teme la sua ira. Col passo pauroso,
sempre coi vigili sguardi fissi su lui, raggiunge, a poco a poco, la
porta a destra, e, dopo averlo ancora sogguardato, esce di corsa.)-
CESARE
-(cadendo sopra una sedia, e covrendosi il volto con le mani)- Dio!...
Dio!... Che cosa faccio!?...
SCENA IV.
CESARE, DON CANDIDO, GIGETTA, -poi- NELLINA.
DON CANDIDO
-(entra affaccendatissimo, ansimando)- Signor Cesare....
CESARE
-(padroneggiandosi)- Già di ritorno, don Candido?
DON CANDIDO
... L'ho incontrata... l'ho incontrata... per istrada. Era in
carrozza.... Impensierita alquanto della vostra assenza più prolungata
del solito, stava per venire da voi. Io ho cercato di evitarvi questo
incomodo.... Le ho consegnato la lettera, le ho consegnato i quattrini,
le ho detto il fatto suo e sono stato... laconico ed esauriente. Ma,
viceversa, non ho esaurito nulla. La Gigetta mi ha preso, diciamo così,
per il collo, mi ha messo in carrozza con lei, e, cucita al mio
soprabito, è venuta fin qui.
CESARE
-(bruscamente)- Ditele che sono uscito.
GIGETTA
-(comparisce dalla prima porta a destra: è elegantissima, ha il volto
sapientemente truccato: entra con disinvoltura, senza gravità, quasi
graziosamente)- Ma no.... Sta' tranquillo.... Io non vengo nè per
cavarti gli occhi, nè per cavarti altri quattrini....
CESARE
-(alzandosi con cortese deferenza)- Io, non volevo ricevervi... soltanto
perchè... c'è in casa mio figlio. Vi ho sempre ricevuta nell'epoca in
cui egli era in collegio o in viaggio; ma adesso che abita con me....
GIGETTA
Si scandalizza vostro figlio?
CESARE
È superfluo che vi occupiate di ciò. Lasciate che ognuno pensi come
vuole.
GIGETTA
-(sedendo, chiama con graziosa familiarità:)- Don Candido!
DON CANDIDO
-(servizievole)- Ai vostri ordini!
GIGETTA
Privateci della vostra presenza, perchè debbo, «diciamo così», restar
sola col signor Cesare.
DON CANDIDO
Benissimo.
CESARE
-(a Don Candido:)- Ma aspettate in anticamera. Potrò ancora aver bisogno
di voi.
DON CANDIDO
Benissimo. -(Esce velocemente per la destra.)-
GIGETTA
Mi fai il piacere di dirmi a che proposito hai voluto questa separazione
solenne? Avevo io forse delle pretese nella mia funzione... di amante
onoraria? Da un pezzo, sapevo bene di essere per te... come quell'abito
vecchio che si continua a tenere lì in guardaroba perchè, nuovo, lo si
portò molto volentieri. Ciò mi sembrava naturalissimo; e io non facevo
che fornirmi... di un po' di canfora... di un po' di naftalina... per
non mostrarmiti, all'occasione, troppo tarlata. Io sarei curiosa di
sapere che ragione hai di destinarmi al cenciaiuolo. Che fastidi ti
davo?
CESARE
Nessun fastidio. Ma tutto ciò che ha avuto un principio deve pure avere
una fine. D'altronde, di tanto in tanto, per un avanzo di abitudine, si
ricascava nella palude stagnante del passato senza trovarci nemmeno una
reminiscenza delle sensazioni di una volta, e se ne usciva, poi, tutti e
due, pentiti, disgustati. Non è meglio eliminare questo strascico così
miserevole?... Ho anche considerato che, adesso, tu sei ancora
abbastanza giovane.... E giacchè hai una casa ben montata, dei gioielli,
delle -toilettes-....
GIGETTA
Sì, sì, capisco: adesso io... potrei ancora rimettermi in circolazione.
Dieci anni di più non sono poi un gran guaio. Si nascondono così
facilmente -(accennando al viso)- sotto questo intonaco! E quanto alla
mia salute zoppicante, perchè darsene pensiero? Anzi! È chic portare in
giro qualche decimo di febbre, qualche pilloletta di catramina....
Sicchè, sul fatto della circolazione, nulla in contrario: siamo
perfettamente d'accordo. -(Diventando seria e quasi sottomessa)- Ma...
tu sai... che di qualche altra cosa... dobbiamo parlare.
CESARE
-(rannuvolandosi)-... Io non credo opportuno... parlarne qui. Potrebbero
ascoltarci... e proprio tu ne saresti profondamente addolorata....
GIGETTA
Visto che mi hai dato il congedo, bisogna per forza che noi ci diciamo
sùbito tutto quello che abbiamo da dirci. Per non essere ascoltati,
abbasseremo la voce....
CESARE
-(agitato, impaziente, cerca d'imporsi un po' di calma. La sua fisonomia
esprime l'intima concitazione, ma il tono piano della sua voce la
dissimula in una cortesia quasi affettuosa.)- Del resto, mia cara
Gigetta, non si tratta che di riepilogare con esattezza ciò che è
passato tra noi due relativamente... alla persona di cui ti preoccupi.
GIGETTA
Ma no, Cesare: questo non è necessario....
CESARE
È necessario, perchè tu mostri di averlo dimenticato. Un giorno, fra le
follie della nostra luna di miele, tu fosti invasa da una stranissima
tristezza. Volesti a un tratto confessarmi di essere stata madre prima
che io ti conoscessi e di avere abbandonata una figlia, alla quale ti
eri completamente sottratta....
GIGETTA
Purtroppo!
CESARE
Mi supplicasti di raccoglierla dall'Ospizio dei Trovatelli, ed io, che
non sapevo rifiutarti nulla, accondiscesi ad ospitare la piccola
intrusa....
GIGETTA
Te ne fui e te ne sono tanto grata.... Puoi dubitarne?
CESARE
E non si stabilì forse che ella sarebbe stata da me allevata e che
avrebbe continuato a ignorare di essere tua figlia?
GIGETTA
È vero: non lo nego.
CESARE
-(sedendole molto vicino e parlandole sommessamente)- Il solo scopo che
tu ti prefiggevi era quello di salvarla da una eventuale miseria. Mi
raccontavi tu stessa che, sedotta, giovanissima, da non so chi, avevi
data alla luce quella creatura fra le tue più amare imprecazioni contro
la maternità non desiderata. Mi raccontavi tu stessa che avevi potuto
separarti dalla tua bambina e farti sostituire da un ospizio senza
essere punta dagli scrupoli e senza provarne nessuna pena. Gli scrupoli
erano cominciati -dopo- di esserti imbattuta in me e perciò mettevi a
profitto, con uno scopo indubbiamente ottimo, la influenza che, allora,
su me esercitavi. Ma, intanto, per un istintivo buon senso, ti proponevi
di non rivelarti mai alla figlia che era stata da te gettata via e che
ti pareva dovesse già confusamente odiare la madre disumana e
sconosciuta.
GIGETTA
Ne ero così convinta!
CESARE
E non t'ingannavi! Eri convinta per conseguenza di aver perduto ogni
privilegio materno, e soggiungevi di comprendere che, dopo tutto, una
trovatella ha meno dolori della figlia di una... donnina leggera. Sono
questi, anche oggi, i tuoi convincimenti? Dillo con lealtà. Sono questi?
GIGETTA
-(debolmente)- Sì... sono questi.... Ma quando ci sarà una barriera fra
me e te,... io... non avrò più nessun mezzo... di avvicinarmi a lei.
CESARE
Di avvicinarti a lei?!... Per fare che?!
GIGETTA
Capirai che... se potessi... a poco a poco... conquistarla....
CESARE
E che logica è la tua?
GIGETTA
Io non ho mai preteso di averne. In tutta la mia vita, dov'è la
logica?... Ignoro perfino in che consista. Agisco come parlo; parlo come
sento.... D'altronde poi,... non è oggi la prima volta che esprimo il
desiderio di conoscere da vicino mia figlia. Sei tu che non l'hai voluto
mai.
CESARE
Il mettervi a contatto l'una dell'altra, se pure io avessi potuto
trovare un pretesto per farlo, sarebbe stato una crudeltà. Dal momento
che fra noi c'era l'intesa di mantenere il segreto soprattutto al
cospetto di lei, ti avrei procurate le più acute sofferenze stimolando
la tua improvvisa sensibilità di madre.
GIGETTA
Questo è giusto.... Ma non ti sembra una crudeltà anche più dura il
tagliarmi per sempre la strada? Ed è una così grave colpa l'aver
cominciato a sentire, con l'andare degli anni, ciò che non sentii
quando, brutalizzata dagli uomini, gettai via la mia bambina? Io sono
quel che sono, e, oramai, è vero, non posso rifarmi una onestà per
offrire degnamente una madre alla creatura che ho fatta io; ma... la
certezza di non diventare mai nulla per lei... mi rattrista troppo... e
il potermi illudere un poco... mi farebbe tanto bene. Illudere su
che?... Non lo so.... Mi basterebbe una illusione vaga, un'illusione...
senza logica... come è la mia vita. -(Ha qualche lagrima negli occhi.)-
Mi aiuterebbe, se non altro,... ad essere... meno leggera in avvenire...
e me ne accontenterei.
CESARE
-(stranamente turbato, stranamente preso da quelle parole)- Senti. Ti
garantisco che, udendoti parlare così, faccio tacere, con una insolita
forza di volontà, ogni mio... egoismo. Il programma che tu sogni è
assolutamente fantastico. Io non posso e non debbo essere
l'intermediario fra te e lei per questa specie di esperimento da te
vagheggiato. Nella situazione in cui ci troviamo, o un tentativo
energico, o niente. -(Accalorandosi in uno sforzo nobile con cui,
secondando la donna, vorrebbe anche liberare la sua coscienza)- E poichè
la separazione nostra è, comunque, improrogabile, io ti consiglio di
rivelarti a lei, oggi stesso. Bene o male, questo diritto lo hai. E se
ti sentirai capace di trarla a te con la tua rivelazione e di condurla
in casa tua, non sarò io che te lo impedirò. Dunque, decidi! Vuoi
tentare?
GIGETTA
-(dopo lunga esitazione, tristamente commossa, accenna col capo di no.
Indi, quasi parlando a sè stessa, aggiunge:)- Sarebbe una imprudenza
grande!... Giocherei tutto in un colpo solo.... E se perdessi, perderei
più della speranza: perderei... anche quello che resta di incerto... nel
cuore di chi ha inutilmente sperato. -(Ora i suoi occhi riboccano di
lagrime. È un pianto mite e breve. Poi, ella, rassegnata, si alza,
rivolgendosi a Cesare:)- Non insisto più.... Me ne vado. -(Un istante di
pausa.)- Addio, Cesare.
CESARE
-(tuttora seduto, compreso da sensazioni opposte, tace col capo chino.
Quando ella si avvia lentamente per uscire, egli si leva e mormora:)-
Addio, Gigetta.
LA VOCE DI NELLINA
-(aspra e ribelle)- Occupatevi dei fatti vostri, don Candido! Voglio
andare dove mi pare e piace!...
-(ELLA entra di corsa e si trova di faccia a Gigetta. Si ferma
imbarazzata e, per timidità, quasi le volta le spalle.)-
GIGETTA
-(si ferma anche lei e la guarda tutta, dissimulando l'ansia.)-
NELLINA
-(sentendosi guardata, fissa alla sua volta Gigetta, con lo sguardo
obliquo, con viva curiosità.)-
CESARE
-(vigila, perplesso.)-
-(Breve silenzio.)-
GIGETTA
-(ha l'impulso di accostarsi a lei, di rivolgerle la parola, ma si
trattiene, prudente, in una profonda commozione. Indi, tra la necessità
di sottrarsi alla tentazione e il bisogno istintivo di assumere al
cospetto della fanciulla un contegno di donna rispettata, si volge a
Cesare con uno sforzo di disinvoltura:)- Non mi accompagnate fino alle
scale, signor Cesare?
CESARE
... Certo. -(Va alla porta a destra. Aspetta rispettosamente che ella
gli passi davanti. Ed esce, dopo di lei.)-
NELLINA
-(la segue con lo sguardo. Si avvicina alla porta per guardarla ancora,
e resta lì, attenta, immobile.)-
SCENA V.
NELLINA -e- GIACOMO.
-(Entra GIACOMO dal fondo, col cappello in testa, assorto. Accorgendosi
di Nellina, vorrebbe ritrarsi; ma NELLINA si è già voltata.)-
NELLINA
Che è? Avete visto il diavolo?
GIACOMO
Cercavo di mio padre.
NELLINA
Vostro padre accompagna Gigetta che se ne va.
GIACOMO
Come avete imparato questo nome?
NELLINA
L'ho udito da vostro padre, l'ho udito da don Candido.
GIACOMO
Vi hanno parlato di quella donna?!
NELLINA
A me, no. Ma ne parlavano fra loro. Anche i servi ne parlavano fra loro,
e la chiamavano Gigetta, quando lei faceva spesso delle visite a vostro
padre.
GIACOMO
E voi la vedevate?
NELLINA
Mi nascondevo dietro le portiere per vederla un po' e per sentirne il
profumo. Porta un profumo che mi piace tanto! -(Annusando con voluttà)-
Ce n'è ancora nell'aria. Non lo sentite, voi?
GIACOMO
L'avete incontrata in questo salotto?
NELLINA
Proprio nel momento che lei stava per uscirne. L'ho potuta vedere bene,
oggi.... Poveretta! È sciupata.... Ma sempre elegante!... Sempre
caruccia!... -(Raggiante di contentezza)- E come mi ha guardata!...
GIACOMO
-(mite)- Non è lodevole tutto questo entusiasmo per una donna di quel
genere.
NELLINA
Ho un così gran desiderio di diventare la sua amica!
GIACOMO
È un desiderio di cui dovreste vergognarvi!
NELLINA
-(alzando le spalle)- Perchè?... Non potrò forse un giorno essere come
lei?
-(Un silenzio.)-
GIACOMO
-(si avvia verso la comune.)-
NELLINA
-(afferrandolo per la giacca)- Ma no. State un poco qui, con me.
GIACOMO
Ho fretta, Nellina. Ho fretta.
NELLINA
-(tenendolo per un braccio)- Che cosa dovete dire, con tanta premura, a
vostro padre? -(Breve pausa.)- Da qualche giorno, siete così taciturno,
così preoccupato!... -(Con forza, quasi con rabbia)- Io voglio sapere
ciò che dovete dirgli!
GIACOMO
-(evita gli sguardi di lei per non farsi indovinare, e tace, cercando di
nascondere la sua emozione.)-
NELLINA
Ho capito! Vi siete deciso a partire.
GIACOMO
V'ingannate.
NELLINA
Ne avevate già il progetto, e ho veduto, stamane, portare un grosso
baule nella vostra stanza.... Voi partite oggi stesso.
GIACOMO
Ebbene, sì, parto. Parto! Parto! Qui dentro mi sento soffocare.
NELLINA
-(seccamente)- Io voglio venire con voi.
GIACOMO
-(con uno scatto di spavento e di rifiuto reciso)- No, Nellina!
NELLINA
E mi lascerete sola, in questa casa? Sola, nelle mani di vostro padre?
GIACOMO
Ciò non mi riguarda.
NELLINA
Vi riguarda, perchè mi volete bene.
GIACOMO
-(dissimulando)- Non è vero.
NELLINA
È tanto vero che ve ne andate per non assistere alla infamia che vostro
padre sta per commettere.
GIACOMO
Evitare una sensazione di orrore non significa volervi bene.
NELLINA
Non mi avete detto mai una parola senza farmi sentire che me ne volete
immensamente.
GIACOMO
Io ho cercato di mettere nel vostro animo qualche germe di virtù che vi
era rifiutato dal destino. -(Insistendo nella dissimulazione)- Voi avete
creduto amore questo mio proponimento pietoso. Ma, intanto, giacchè i
miei sforzi sono stati inutili, non c'è, fra voi e me, neppure
quell'affetto buono che essi avrebbero potuto creare.
NELLINA
Forse, avete ragione; ma io ho la certezza che, se mi affido a voi, le
vostre braccia mi terranno stretta.
GIACOMO
-(preso di nuovo dallo spavento)- Non lo fate, non lo fate, Nellina!
Saremmo tanto infelici tutti e due! Io vi torturerei -- e inutilmente --
per vincere la vostra indole, che corre verso quello che c'è di più
abietto sulla terra e voi finireste col torturare me, perchè non
potreste mai riuscire ad amarmi!
NELLINA
Io lo desidero, Giacomo. Vi giuro che lo desidero. Vi giuro che lo
spero.
GIACOMO
Ma non lo spero io!
NELLINA
Lo vedete che mi volete bene!
GIACOMO
Non debbo volervene! Non debbo trafiggere mio padre, che, dopo tutto,
non è che un disgraziato.
NELLINA
Egli è il lupo che da un momento all'altro mi si avventerà addosso per
divorarmi!
GIACOMO
Silenzio! Sta per venire.
NELLINA
-(fugge per la porta a sinistra.)-
SCENA VI.
GIACOMO -e- CESARE.
CESARE
-(ritornando)-... Non era qui, Nellina?
GIACOMO
L'ho pregata io di lasciarci soli.
CESARE
-(affettuoso)- Ma, insomma, Giacomo, m'impensierisci con quest'aria di
mistero.
GIACOMO
Babbo... io ti avevo annunziato che, uno di questi giorni, sarei
partito. Parto oggi.
CESARE
E non c'è altro?... Meno male! -(Siede.)- Niente di grave. Tu hai la
nostalgia dei viaggi, e non ho il diritto di rimproverartela. Ne sono un
po' responsabile io stesso. Appena sei uscito di collegio, ti ho fatto
viaggiare, affidandoti alla tua precoce saggezza e ai tuoi bei sogni
d'idealista.... Tu te ne sei dilettato, ed è naturale che, dopo sette
mesi di casa paterna, abbi il desiderio di guardare un po', nuovamente,
il mondo a volo di uccello....
GIACOMO
Ma io volevo dirti pure... che, al mio ritorno, non verrò ad abitare con
te.
CESARE
-(scosso)- Quando hai preso questa decisione?
GIACOMO
L'ho maturata a poco a poco.
CESARE
Non me ne hai mai parlato.
GIACOMO
... Speravo di poterne fare a meno.
CESARE
E, invece, a poco a poco, t'è parso indispensabile di assicurarti una
completa indipendenza?
GIACOMO
M'è parso indispensabile di assicurarla a te, babbo. Tu hai le tue
abitudini.... Sei vedovo dal giorno in cui io nacqui e, in tutto il
tempo trascorso da allora, evidentemente, non c'è stato nulla che ti
abbia indotto a rinunziare ai vantaggi... di una libertà sconfinata.
Cerchi nella vita passeggera... le soddisfazioni,... i godimenti... più
immediati; e l'avere in tuo figlio uno spettatore assiduo, per quanto
involontario, ti obbliga a restrizioni incomode e ti impone un freno che
non puoi sopportare. Quando ognuno di noi due avrà la sua casa, io non
sarò più turbato dal pensiero di essere il tuo incubo.
-(Un silenzio.)-
CESARE
-(imbarazzato, triste, quasi umile)- L'ammonimento che tu mi fai è
meritato....
GIACOMO
-(interrompendo)- No, babbo, non ho inteso di farti un ammonimento....
CESARE
Lasciami dire. Non sono addirittura imbecillito e ho poi sempre dentro
di me qualche cosa che basta a farmi vedere tutto quanto vi è di
biasimevole nella mia esistenza. Lo vedo, sì, lo vedo e lo dissimulo
talvolta a me stesso. Mi creo dei pretesti, ricorro a cento cavilli per
giustificarmi innanzi agli occhi miei, per convincermi di non avere
nessuna colpa; ma la visione esatta della realtà, all'improvviso, mi si
avvinghia al cervello e non riesco a cacciarla via se non chiedendo
all'alcool l'inconsapevolezza dell'abbrutimento. -(Breve pausa.)- Tu ti
allontani per non essere più il mio spettatore. Non oserei oppormi alla
tua volontà... anche perchè so, purtroppo,... che non potrei mutare. Ma
non credere che io non abbia per te l'affezione profonda che ogni padre
non snaturato ha per un figlio impeccabile. Ti ho tenuto lontano per una
specie di pudore, e ora ti consento di separarti da me per il rispetto
che ti debbo. Nondimeno, Giacomo, io non voglio perderti. Ben presto
sarò un uomo orribilmente logoro.... E Dio sa quali supplizi d'animo e
di corpo sono serbati ai miei ultimi anni. Allora, io avrò tanto bisogno
della tua assistenza, avrò tanto bisogno della tua purezza!...
Promettimi... che mi starai vicino.
GIACOMO
-(con le lagrime agli occhi)- Non dubitare, babbo. Ti starò vicino.
CESARE
-(molto commosso, tace per qualche istante. Poi, chiede:)- A che ora
parti?
GIACOMO
Parto sùbito. Ho già fatto uscire il mio bagaglio per le scale di
servizio.
CESARE
Come per una fuga?
GIACOMO
No.... Avevo stabilito di andare via senza mettere a soqquadro la casa,
e desideravo di non salutare che te.
-(Pausa.)-
CESARE
-(scrolla il capo con tristezza)- Sta bene. Tutto come tu vuoi.
GIACOMO
A rivederci, babbo!
CESARE
-(gli prende le mani e glie le tiene.)-
GIACOMO
-(lo bacia in fronte.)-
CESARE
Ti ringrazio... -(Si leva anche lui, tenendogli tuttora le mani, lo trae
a sè, lo abbraccia vivamente, e, alla sua volta, posa le labbra sulla
fronte di Giacomo.)-
GIACOMO
-(per non prolungare la commozione, si libera con dolcezza, e,
risolutamente, esce.)-
SCENA VII.
CESARE -e- NELLINA.
CESARE
-(torna a sedere, abbattuto, triste, preoccupato.)-
NELLINA
-(entra dalla sinistra. Si è messo un cappelluccio di feltro e ha
infilato una giacchettina. Sperava forse di attraversare la stanza senza
essere scorta, ma, nel vedere Cesare, non si paralizza.)-
CESARE
-(all'apparire di lei, scatta in piedi)- Che è questo?
NELLINA
-(fa per proseguire)- Esco.
CESARE
-(mettendosi davanti a lei e impedendole il passo)- E credi che io ti
permetta di uscir sola?
NELLINA
-(indietreggiando come se temesse di essere toccata)- Non vi riconosco
per mio padrone! Lasciatemi uscire.
CESARE
-(parlandole sul viso)- Ma dove conteresti di andare? Dove? Dove?
NELLINA
Lasciatemi uscire!
CESARE
-(trasalendo con orrore)- È Giacomo che ti porta via?!
NELLINA
Egli non sa nulla! Sono io che corro a cercarlo.
CESARE
-(ruggendo di gelosia e di ribrezzo)- Corri ad aggrapparti a mio
figlio?!
NELLINA
-(con gli occhi schizzanti rabbia felina)- Sì, sì, a vostro figlio, e,
se lui non vorrà saperne di me, mi metterò ad aspettare la fortuna in
mezzo alla strada.
CESARE
-(in una spaventevole concitazione frenetica)- Io ho il diritto
d'impedirtelo!
NELLINA
Per abusare della mia schiavitù.... Per farmi cosa vostra.... Mai! Mai!
Mai! Provatevi a chiudermi in casa, legatemi mani e piedi, gridando che
siete il mio benefattore.... Finchè non mi avrete strappata la lingua,
io griderò, più forte di voi, che mi avete nudrita, per potervi saziare
di me....
CESARE
-(quasi fosse investito da un ossesso)- È la verità! Non la voglio
ascoltare!
NELLINA
-(urlando con un accento diabolico)- Ma di veleno mi avete nudrita!
Prendetemi ora, se ve ne sentite il coraggio!
CESARE
-(con gli occhi orribilmente aperti, che non riesce a distogliere da
lei, cade, di peso, sopra una sedia. Poi, senza fiato, come inebetito,
guardandola ancora e, accompagnando la parola con un lieve gesto,
balbetta:)- Va!... Va!...
NELLINA
-(rinchiudendosi in sè stessa, e serrandosi, come dianzi, le braccia
incrociate sul petto, fino ad afferrarsi le spalle con le mani, si
precipita verso la porta a destra, e sparisce.)-
-(Sipario.)-
ATTO SECONDO.
-Una stanza tutta vivacità e colori. Lo stile nuovo si spampana in tutte
le sue curve e i suoi frastagli floreali. Abbondano le piante dal
fogliame decorativo. Abbondano gli specchi. Verso destra, oltre quello
della piccola toeletta civettuola, ce n'è qualcuno al muro e c'è una
grande specchiera, discosta dal muro, la quale riflette l'intera
persona. Un largo ed alto paravento, adorno di figurine botticelliane,
si stende in semicerchio per nascondere, nell'angolo sinistro della
stanza, oggetti più intimi. Dallo stesso lato, più avanti, c'è un sofà
carico di piccoli cuscini morbidi dalle tenere tinte varie. Presso una
parete, un mobile di legno laccato a molti cassetti. Le poltrone, le
poltroncine, le sedie, gli sgabelletti sono così in disordine che pare
siano serviti al giuoco di bambini impertinenti. E il disordine è
ovunque. Si vedono, qua e là sparsi, dei nastri, dei merletti, delle
calze. Qualche cassetto del mobile laccato è tirato fuori. Sulla
toeletta, sono, in iscompiglio, le fiale, le boccettine, i ninnoli, le
spazzole, i pettini, gli scatolini dei cosmetici, i lapis, i piumini.
Due porte laterali. Una in fondo. È sera. Molte lampadine elettriche
sfavillano e si moltiplicano negli specchi.-
SCENA I.
NELLINA -e- SOFIA.
NELLINA
-(è sola, seduta davanti alla toeletta. Ha indosso, sulla sottoveste, un
breve e leggero accappatoio bianco, che scende fino alla sottana di
seta; ai piedi, un paio di babbucce dal tacchetto dorato. Ella è intenta
a dare l'ultima mano alla capigliatura. Liscia, aggiusta, corregge. Poi,
sceglie fra i lapis e i cosmetici con evidente inesperienza, e comincia
a «farsi la faccia», mirandosi or nello specchio in bilico della
toeletta ed ora in un altro specchietto dal manico d'avorio, che ella
piglia e regge o vicino o lontano. Tormentando il volto, chiama, in una
assai comica e cadenzata intonazione di burletta:)- Sofia!... Dolce
Sofia! Cameriera del mio cuore! Vi siete addormentata nella guardaroba?
SOFIA
-(di dentro, mollemente)- Un momentino.
NELLINA
Accidenti, che tartaruga!
SOFIA
-(dopo un istante, entra dalla porta a sinistra, recando, appesa a una
gruccia, una veste di color- -chiaro, abbastanza ricca.- -- SOFIA -è una
donna sulla sessantina, tutta lisciata e stringata per parere più
giovane. I suoi capelli appaiono neri. Si dà delle arie di cameriera
importante. Cammina e parla con prosopopea autorevole. -- Entrando,
mostra la veste a Nellina.)- Ecco: io le consiglio questa.
NELLINA
Ma no. È addirittura una -toilette- per festa da ballo. Me la feci per
un capriccio e non l'ho messa mai appunto perchè, fino a quando ho
vissuto con Giacomo, non le vedevo neanche col cannocchiale le feste da
ballo.
SOFIA
Io le dico che stasera andrà benissimo. Lei ha degli invitati a cena?
Questa è la -toilette- che ci vuole. -(Allarga la veste sopra una
poltrona davanti al paravento.)-
NELLINA
A me pare troppo -décolletée-.
SOFIA
Per sua regola: se si trattasse di un pranzo, basterebbe una scollatura
sin qui. -(Indica, con la mano sul petto, una scollatura limitata.)- Ma,
per una cena, la scollatura deve scendere più giù. -(Indica una
scollatura fin sotto le mammelle.)-
NELLINA
È una esagerazione!
SOFIA
Non pretenderà, cara lei, di saperne più di me, che sono stata cameriera
e accompagnatrice di Dora Füller.
NELLINA
Dora Füller, quando ha degl'invitati a cena?...
SOFIA
Sempre molto più giù. Si capisce. È correttezza di etichetta. La Dora ci
è così attaccata!
NELLINA
Mi dispiace che Gigetta non sia ancora venuta. -(Continuando a
truccarsi)- Quella sì che se ne intende!
SOFIA
Cara lei, chi è la Gigetta al confronto della Dora?!
NELLINA
-(intenta a pitturarsi gli occhi)- Adesso, tante grazie! Gigetta non è
più niente, lo so. Malaticcia com'è, e con gli anni che ha sulle
spalle!... Poverina!... Ma, una volta!... Altro che la Dora! -(Saltando
di palo in frasca)- Del resto, per mettermi l'abito che avete scelto,
dovrei darmi la pena di mutarmi la sottoveste?!... Io me ne infischio
della etichetta! Pigliatemi un abito meno scollato, e, per questa sera,
quei signori avranno la bontà di perdonarmi la grave scorrettezza... di
non essere mezza nuda.
SOFIA
Lo dice a me? Io me ne lavo le mani. Lei comanda, io obbedisco.... Ma,
per carità, stia attenta a quello che s'impiastriccia sul viso! S'è
fatto un occhio più grande dell'altro! -(Si avvia verso la sinistra.)-
NELLINA
-(pigliando lo specchietto col manico d'avorio)- Qual'è il più grande?
SOFIA
-(fermandosi e voltandosi)- Il destro. Non lo vede?
NELLINA
Se è così, ingrandirò il più piccolo; ma, in fin dei conti, non sarebbe
neanche indispensabile avere due occhi eguali. -(Comincia a ritoccare
col lapis l'occhio sinistro.)-
SOFIA
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