-(tutta sorridente, interrompendo)- Non v’incomodate, Gino, non
v’incomodate....
-Ricciardi-
-(seguendoli fino alla porta)- Oh! prego... prego... prego... prego...
prego....
-(Silvio e Clara escono.)-
-Ricciardi-
-(esausto, si appoggia con le spalle allo stipite della porta.)-
-Cala la tela.-
ATTO TERZO.
Boudoir -della contessa Clara. Tre porte, due laterali, una in fondo. Le
portiere folte, che celano gli usci, e la tappezzeria abbondante, danno
al- boudoir -un aspetto raccolto d’intimità. Un elegante scrittoio. Una
dormeuse bassa, lunga, larga. Sopra un apposito tavolino, un servizio da
té. Seggiole a sdraio, libri, suppellettili civettuole, specchi. Sul
caminetto, un grande orologio. È sera. Una luce discreta si diffonde di
sotto un cupolino che nel mezzo della stanza, a capo della- dormeuse.
SCENA I.
CLARA, -e il- SERVO.
-Clara-
-(e sola, distesa sulla- dormeuse, -dormendo. Ha ancora in una mano
abbandonata un libro aperto. L’orologio suona le nove e mezzo. Ella si
sveglia di soprassalto. Lascia andar giù il libro. Si stropiccia gli
occhi. Si alza sbuffando:)- Auff!... -(Si ferma un momento innanzi a uno
specchio. Il guardare sè stessa la irrita. Raccoglie il volume, si
sdraia di nuovo sulla dormeuse, comincia a rileggerlo e, a un tratto, lo
getta in aria, come se avesse letta una sconcezza.)- Via! -(Piega le
braccia, e si morde le labbra.)-
-Il Servo-
-(entra dal fondo, recando una lettera in un vassoio.)- Eccellenza....
-Clara-
Che c’è?
-Il Servo-
Questa lettera.
-Clara-
-(lentamente la prende. Guarda l’indirizzo. Si stringe nelle spalle in
atto di noia, ripone la lettera chiusa nel vassoio.)- Mettetela lassù.
-Il Servo-
Eccellenza, il cameriere che ha portata questa lettera desidererebbe
sapere quando avrei potuto consegnarla.
-Clara-
-(seccata)- Me l’avete consegnata adesso? Dunque, adesso!
-(Il Servo esce.)-
-Clara-
-(si alza. Ripiglia la lettera. La guarda con indifferenza. Lacera la
busta e superficialmente legge:)- «Contessa, faccio un tentativo
estremo. Parto. Fuggo. Voi, sorridendo, penserete che io ricorra al
-vieux jeu- della partenza per commuovervi. Invece, io non intendo di
ricorrere che al vecchio rimedio. La terapia dell’amore non ha fatto
molti progressi, e oggi -partire- significa ancora -guarire- -- forse. Vi
chiedo, dunque, di potervi vedere per l’ultima volta. Oserò di venire da
voi, stasera, alle dieci in punto. Mi riceverete?...» -(Aggiunge a fior
di labbra:)- Stupido!... -(Apre un cassetto dello scrittoio, e, con la
mano in alto vi lascia cader dentro la lettera e lo richiude. È
inquieta, è infastidita. Ha un gesto di risoluzione e tocca il bottone
del campanello elettrico.)-
-(Entra di nuovo il Servo.)-
-Clara-
-(esitante)-... Il conte è ancora in casa?
-Il Servo-
Sì, eccellenza.
-(Un silenzio.)-
-Clara-
Ditegli... ditegli che io l’aspetto qui per prendere il té.
-(Il Servo sta per andare.)-
-Clara-
Badate: per chiunque venga, ho l’emicrania: non ricevo.
-Il Servo-
Va benissimo.
-Clara-
Solamente... pel signor Ricciardi, che verrà verso le dieci, non ho
niente, e ricevo.
-Il Servo-
Va benissimo.
-Clara-
Fate la mia imbasciata al conte. Sùbito!
-(Il Servo esce per la porta a sinistra.)-
-Clara-
-(si aggiusta un po’ i capelli. Indi va ad accendere il fornello del
té.)-
SCENA II.
CLARA, SILVIO. -Poi, la- CAMERIERA. -Poi, il- SERVO.
-Silvio-
-(entrando dalla porta donde è uscito il servo, si ferma sulla soglia e
ci resta, non visto, per qualche istante.)- È proprio vero che mi
offrite una tazza di té?
-Clara-
-(voltandosi)- È proprio vero.
-Silvio-
Nel vostro intimo -boudoir-?
-Clara-
Intimo? Nella stanza dove accolgo ogni sera i miei amici.
-Silvio-
Ma io... da tanto tempo... non sono per voi nemmeno un amico.
-Clara-
Siete qualche cosa di meglio: siete un nemico... che comincia a non
esserlo più. Avanti! Che fate lì? Che contemplate?
-Silvio-
-(avanzandosi e guardando attorno)- È strano, è molto strano quello che
provo rientrando in questa stanza dopo due mesi....
-Clara-
Prego, conte: dopo due mesi e tre giorni.... Voi mi defraudate:
defraudate la mia astinenza.
-Silvio-
No, contessa: ho voluto semplicemente sperimentare la vostra memoria.
-Clara-
Un eccellente mezzo per non sperimentare la vostra. E... sentiamo: che
provate rientrando qui, nel mio boudoir, dopo due mesi e tre giorni?
-Silvio-
Non so... un orgasmo nuovo... quasi un senso di paura....
-Clara-
Paura!
-Silvio-
È un po’ la paura da cui è preso il bambino che entra in una camera
buia.
-Clara-
Io non sono forse il sole? Me l’hanno detto tante volte!
-Silvio-
Per me, il buio è l’ignoto.
-Clara-
L’ignoto è proprio ciò che attira di più.
-Silvio-
Nondimeno, senza il vostro invito, non avrei osato....
-Clara-
Ah, no?!
-Silvio-
Certamente.
-Clara-
Eppure... come ho da dire?... Non vi siete accorto di nulla?
-Silvio-
Di che mi sarei dovuto accorgere?
-Clara-
Come!... Non vi siete accorto che da un pezzo vi faccio la corte?
-Silvio-
Voi!
-Clara-
Sì, io! Io!
-Silvio-
Ma che! Non è vero.
-Clara-
Già, voi di certe cose non ne avete mai capito nulla! -(Pausa. Prepara
il té.)- O che deve fare di più una donna? Mi trovo ogni giorno
puntualmente a pranzo con voi; ci resto il maggior tempo possibile;
durante il pranzo, intavolo i discorsi più graziosi e più gentili; cerco
di secondare tutti i vostri gusti;... metto del miele, molto miele, come
fate voi, sul pane brustolato.... Il miele, lo sapete, mi è
insopportabile, ma è il simbolo della -dolcezza-, e io mi ci
rassegno.... E finalmente, qualche volta -- via, convenitene -- ...
qualche volta, innanzi ai servi importuni, che stanno lì più a guardarci
che a servirci, io, di nascosto, sotto la tavola, spingo finanche un
piedino verso di voi. -(Accenna con un piede l’atto grazioso.)-
-Silvio-
-(timido)- Contessa!...
-Clara-
Ma che «contessa»! Il mio piedino si regola come quello di una
-grisette-, e voi?... Voi non lo pestate abbastanza.
-Silvio-
Un’altra volta... lo pesterò di più.
-Clara-
Ah! Un’altra volta... spero... che non ce ne sarà più bisogno. -(Versa
il té.)- Latte o Cognac?
-Silvio-
Latte.
-Clara-
-(versa il latte nella tazza di Silvio.)- Ecco.
-Silvio-
Grazie! -(Pausa -- Siede -- Sorseggia.)- Prendete il té tutte le sere?
-Clara-
-(ugualmente, siede e sorseggia)- Tutte le sere.
-(Un silenzio.)-
-Silvio-
Anch’io.
-Clara-
-(mal dissimulando il suo stato nevrotico)- Anche voi?
-Silvio-
Sì, al club.
-(Un silenzio.)-
-Clara-
E tutte le sere col latte?
-Silvio-
Di rado preferisco il Cognac. -(Pausa.)- Qualche sera poi prendo il té
senza latte e senza Cognac.
-Clara-
E su ciò ci siamo perfettamente intesi. -(Si alza nervosa e va a
distendersi mollemente sul divano.)- -(Ancora un silenzio.)- Silvio!
-Silvio-
Cla... Contessa....
-Clara-
Se sapeste!
-Silvio-
Che cosa?
-Clara-
Come mi annoio!
-Silvio-
Eh! Lo vedo.
-Clara-
Aiutatemi a non annoiarmi....
-Silvio-
Volentieri.... Ma in che modo?
-Clara-
In un modo semplicissimo: non annoiandovi neanche voi.
-Silvio-
Io non mi annoio niente affatto!
-Clara-
Provatemelo....
-Silvio-
-(accostandosi a lei, con minore timidezza, ma sempre guardingo e
riservato)- Clara, perchè questo linguaggio sibillino che mi confonde e
m’imbarazza? Io vi guardo, vi odo parlare, e mi domando: chi siete?
Avete tutte le seduzioni di mia moglie, ne avete la voce, ne avete il
volto, ne avete il nome, le siete simile, le siete uguale, e intanto non
siete mia moglie. E io, io che mi vedo lì, in quello specchio, accanto a
voi, così impacciato, così timido, io non riconosco me stesso, non posso
riconoscermi... perchè, indubbiamente, io non ho nulla di comune con
vostro marito. E allora?... E allora chi siete voi? Chi sono io? Che
cosa siamo noi due?
-Clara-
State bene attento, ché ora ve lo dico tutto d’un fiato. Noi siamo un
uomo e una donna.
-Silvio-
Null’altro?
-Clara-
Mi pare che basti! Volete vedere che basta? -(Con un dito sulla
guancia)- La bocca qui....
-Silvio-
-(trattenendosi)- Badate: si sa come si comincia, e non si sa come si
finisce....
-Clara-
Oh! Io lo so come si finisce!
-Silvio-
-(commovendosi)- Clara!...
-Clara-
Senza commozione!... Si esegue, e zitto! Qui.
-Silvio-
-(dandole un bacio sulla guancia prende l’aire e si accalora)- Ah,
grazie! Sì, avete ragione, avete ragione: è inutile sapere che cosa
siamo o non siamo noi, è inutile perdersi in tante distinzioni minute, è
inutile tormentarsi il cervello, è inutile discutere, è inutile
riflettere, è inutile pensare, è inutile....
-Clara-
-(interrompendo e alzandosi)- Piano, piano adesso! Non esageriamo.... E,
soprattutto, non precipitiamo gli avvenimenti. -(Guardandolo dalla testa
ai piedi con molta furberia)- Va bene.... Ho capito.... Ho capito....
-(Si scosta.)- Volete ancora del té col latte?
-Silvio-
-(alza le spalle in segno di diniego. -- Poi, dopo un altro momento di
mutismo)- E voi... non me lo date un bacio?
-Clara-
... Chi sa! -(Tocca due volte il bottone del campanello elettrico.)-
-(La Cameriera entra dal fondo.)-
-Clara-
Accendete in camera mia.... E aspettatemi lì.
-(La Cameriera attraversa la stanza ed esce per la porta laterale a
destra.)-
-Clara-
-(fissando Silvio con graziosità invitante)- Buona sera....
-Silvio-
Non ci vedremo più, dunque, sino a domani?
-Clara-
... Chi sa!... -(E si avvia lentamente verso la sua camera. -- Quando sta
per entrarci, si volta di botto, e chiama bruscamente:)- Silvio!
-Silvio-
Son qui.
-Clara-
-(con rapidità, quasi con violenza)- Credete tuttora che Gino Ricciardi
-sia stato- il mio amante?
-Silvio-
-(retrocede come se avesse ricevuto un pugno nel petto)- Clara!...
-Clara-
Rispondetemi!... Lo credete tuttora?
-Silvio-
Ma...
-Clara-
Rispondetemi!
-Silvio-
È una domande stranissima....
-Clara-
A cui non avete il coraggio di rispondere.
-Silvio-
Clara, ve ne scongiuro, non m’interrogate così....
-Clara-
-(trasalendo)- Non avete il coraggio di rispondere!... Ma la risposta è
nel vostro silenzio, è nel vostro sbigottimento, è nella vostra
sorpresa. Io ve la leggo negli occhi,... Sì, sì, voi credete tuttora che
Gino Ricciardi -sia stato- il mio amante!...
-Silvio-
-(mostrando di non essere sincero)- Ma no....
-Clara-
Sì, lo credete!... -(Esasperandosi)- Dio! Dio!... Voi lo credete, e fate
la pace con me! Voi lo credete, e siete disposto a perdonarmi... Anzi,
che dico?, altro che disposto!..., mi avete già perdonata!... Voi lo
credete, e mi desiderate, e vi lasciate sedurre da me: -- vi lasciate
sedurre evidentemente come da una -cocotte-.... Voi pensate nientemeno
-che io sia stata d’un altro-... precisamente! ch’io... sia stata d’un
altro, e intanto eccovi lì, umile, eccovi lì ai miei piedi, aspettando,
come una grazia, che io vi riapra la porta di quella stanza dove fummo
marito e moglie. -(Al colmo dell’esasperazione)- Ma dunque a che serve
mantenersi su, su, in alto, sempre in alto, a che serve, a che serve
essere quella che sono io, se l’ultima delle femmine non varrebbe, per
voi, in questo momento, meno di me?! -(Ridendo convulsa)- Ah ah ah!
Minacciaste di ammazzarmi il giorno in cui, compiendo una delle vostre
fatiche di poliziotto, mi sorprendeste in casa di quel vanesio! Sarebbe
stato, in verità, un po’ troppo, ma, ammessa la vostra sfiducia, sarebbe
stato più logico di quel che fate adesso. Invece, no, non mi ammazzaste,
e mi chiedeste una giustificazione. Giustificarmi? Giustificarmi quando
la mia coscienza si sentiva più che mai trionfatrice? Giustificarmi di
che? perchè? con chi? Voi non mi ammazzaste, io non mi giustificai. Il
separarci sembrò a voi una punizione inflitta a me, sembrò a me una
punizione inflitta a voi. E aspettai. «Egli comprenderà -- pensavo io --:
comprenderà che un amore come il mio non può aver corso nessun pericolo,
non può essere stato vinto da nessuna tentazione. Comprenderà che una
moglie come me non deve potersi giustificare, -non deve- giustificarsi!»
E speravo -- sciocca che ero! -- speravo di salvare me e voi da una
volgarità. Ma ora?... Ora che all’ingiuria dell’accusa voi aggiungete
quella della più ignobile transazione, ora ci rinunzio alle mie ultime
illusioni. Sta bene! Affogheremo insieme nella volgarità. Mi
giustificherò! Mi giustificherò... perchè quando un marito, pur
sospettando la moglie infedele, ritorna a lei, questa, se è innocente,
non può che gettargli sul viso la propria innocenza e la propria onestà
come si getta dalla finestra un cencio inutile! Mi giustificherò, mio
caro, e vi darò anche le prove di non essere stata l’amante di quel
signore....
-Silvio-
-(urgente)- Le prove?
-Clara-
-(incalzandolo con ansia irosa)- Dite, dite: le volete queste prove?
-Silvio-
Ma per quale ragione non dovrei volerle? Vi meraviglia tanto che un
marito ami una moglie della cui fedeltà irresistibilmente dubita? Sarà
orribile, sarà mostruoso, Clara, ma è umano, e, siatene certa, non sono
io il solo marito che si trovi in queste condizioni! Ah sì!... Perchè
non vi ammazzai quel giorno? Perchè io non sono di quegli uomini che
ammazzano, e anche perchè considerai... tante cose. Considerai che voi
stessa mi avevate fatto chiamare, considerai che avreste forse potuto
tentare di nascondervi e non lo avevate voluto, considerai che
l’espediente di simulare una burletta d’accordo con me non avrebbe
ferito colui se non fosse stato un espediente verosimile.... Eppure, lo
confesso, continuai a dubitare.... Oh! chi potrà mai essere sicuro
d’aver distrutto il germe del dubbio nel cuore d’un geloso?... E quel
che è accaduto poi in me, voi dovete comprenderlo... anche perchè è
stato in parte opera vostra, tanto vero che, poc’anzi, mi dicevate,
celiando, d’avermi fatto un po’ di corte. Il mio mutamento era graduale
e inconsapevole.... Costretto a vedervi ogni giorno durante la finzione
d’un pranzo coniugale dedicata ai domestici ed esposto ogni giorno al
vostro armeggìo, a poco a poco ho sentito il bisogno di soffocare il
sospetto, di mentire con me stesso e di riottenere, comunque, la vostra
amicizia... che so?... il vostro amore. Ero riuscito a convincermi di
non esser stato tradito No, no, e intanto il dubbio del tradimento, nel
mio cuore, nei miei nervi, non era più incompatibile col -desiderio-
della nostra unione. Il perdonarvi m’era diventato necessario: mi pareva
una debolezza, una vigliaccheria forse; una colpa no! Ma poichè voi mi
date la speranza di potermi assicurare, decisivamente, luminosamente,
della vostra innocenza, poichè voi me ne offrite le prove, posso io
avere l’abnegazione di rifiutarle? Ah no! È più forte di me. Queste
prove, Clara, io non le rifiuto, io non devo rifiutarle, io le voglio,
io ve le chiedo.... Abbiate pietà di me... Datemele!... Datemele!...
-Clara-
-(con crescente sovreccitazione)- Ah! le volete davvero?... Le volete
davvero?... Ancora le volete?... Ed eccole qua! -(Aprendo convulsamente
il cassetto dello scrittoio, cavandone in disordine delle lettere chiuse
in busta o senza buste e gettandole man mano, violentemente, a Silvio)-
Prendete queste lettere.... Prendetele tutte.... Leggetele.... Guardate
in due mesi quanto mi ha scritto quel signore che io trattai come un
fanciullo.... Ha tentato di rifarsi sperando di commuovermi? Ha sognato
una vendetta? Ha voluto dimostrarmi d’essere più innamorato che
imbecille? Si è realmente innamorato di me? Lo sa lui! A me non importa,
e non la voglio sapere. Certo è che ho ricevuto una... due... tre
lettere al giorno.... Certo è che io non ho mai risposto.... Certo è che
mi pare ridicolo e umiliante il dovermene vantare, io, io, che, qualche
volta, le ho lette soltanto per riderne e che spesso non ho fatto
neanche questo, e non ne ho riso, non le ho lette, non le ho aperte
neppure.... -(Accendendosi, agitandosi)- Se non credete che io abbia
preparato a bella posta -- oh! sareste capace di crederlo! -- delle
lettere d’innamorato incorrisposto e deriso, leggetele..., su...
-(trattenendo le lagrime)- leggetele... leggetele... divoratele...
godetevi, finalmente, la mia fedeltà bestiale.... Ma non ve ne gloriate
troppo, no... e non ve ne rallegrate... perchè io... perchè io... perchè
io non ne posso più! -(Si lascia cadere sopra una seggiola e scoppia in
un pianto dirotto.)-
-(Mentre Clara, col volto fra le mani, singhiozza, Silvio raccoglie le
lettere; ma, sconcertato, ammonito dalle parole e dal pianto di lei,
frena l’avidità di leggerle tutte. Paurosamente si limita a guardarne
appena qua e là alcune; poi subito se le ficca in tasca. Il suo volto
s’illumina di gioia. Piano piano, i singhiozzi di Clara cessano. Egli,
mortificato, le si avvicina.)-
-Silvio-
-(le si avvicina, umile e affettuosissimo, con la mani giunte)-
Clara!...
-Clara-
-(asciugandosi gli occhi, e assumendo di nuovo il suo contegno altero)-
Basta ora! Non ne parliamo più!
-Silvio-
Almeno... posso chiedervi scusa?
-Clara-
No! perchè, tanto, la partita è saldata.
-Silvio-
-(perplesso)- Che intendete dire?
-Clara-
Intendo dire che io ho mantenuto il mio giuramento.
-Silvio-
-(sbarrando gli occhi)- Quale?
-Clara-
Ah! Non lo ricordate il nostro patto?
-Silvio-
Volete farmi paura!
-Clara-
Voglio essere sincera. Io vi giurai che il giorno in cui voi mi avreste
accusata veramente, io mi sarei veramente decisa a tradirvi....
-Silvio-
Clara, per carità, non ricominciamo....
-Clara-
Non c’è nulla da ricominciare. Mi accusaste sul serio? E l’amante, che
vi dovevo, l’ho scelto, e l’avrò!
-Silvio-
No!
-Clara-
Sì.
-Silvio-
-(con uno slancio di stupore e d’indignazione)- Ma chi è dunque?
-Clara-
Cercatelo.
-Silvio-
Il suo nome?
-Clara-
Cercatelo.
-Silvio-
Ma no!... Non è possibile!... Gino Ricciardi non è -- e non ce ne può
essere un altro!
-Clara-
Chi lo dice?
-Silvio-
Lo dico io, che in tutto questo tempo non ho fatto che spiarvi....
-Clara-
Bravo! Sempre lo stesso!
-Silvio-
.... non ho fatto che seguirvi, non ho fatto che indagare.... E se
qualcuno fosse già o stesse per diventare il vostro amante, parola
d’onore, Clara, -(con forza)- io lo conoscerei!
-Clara-
Ecco come siete voi altri mariti! Le vostre mogli vi sono fedeli sino
all’eroismo?, e voi le credete traditrici. Vi tradiscono davvero?, e voi
avete le traveggole!
-Silvio-
Ma di che volete convincermi?
-Clara-
Della verità!
-Silvio-
-(tra l’angoscia, l’orrore e la speranza)- Ebbene, giacchè io non so
trovarlo questo vostro amante, abbiate voi il coraggio di compiere la
confessione, e ditemi: -- chi è?
-(Un silenzio.)-
-Clara-
-(sempre seria, fredda e fiera, gli si accosta e quando gli è molto
vicino gli dice sul naso seccamente, con una rabbietta selvaggia:)- Sei
tu!
-Silvio-
-(inebriandosi)- Ah! Clara! Clara! Tu sei un angelo!
-Clara-
-(severa)- Un poco meno d’un angelo: sono una donna. Modera il tuo
entusiasmo, e comprendimi. Dovevo scegliere per amante un uomo che mi
piacesse quanto tu m’eri piaciuto. Ho cercato, sai, ho cercato, e, mio
malgrado, ho dovuto... scegliere te. Se io fossi la moglie d’un altro,
tu saresti il mio amante. -(Con rammarico, quasi con dolore)- Sei quindi
il solo uomo con cui io possa tradirti. Disgraziatamente, è così.
-Silvio-
-(di scatto)- Sottigliezze! Sottigliezze! Io non sono forse tuo marito?
-Clara-
Ah no! Ho sentito di poterti essere infedele dal momento che mi hai
accusata.... Ho sentito di non poter essere più tua moglie dal momento
che hai accettato il mio amore sospettandomi ancora colpevole. Dapprima
-- intendimi bene -- hai meritata la mia infedeltà; poi hai meritato
d’essere niente altro che il mio amante.... -- Marito!?.... Ah! no no no
no! Marito... mai più!
-(L’orologio suona le dieci -- Breve silenzio.)-
-Clara-
-(mutando tono)- Tra qualche minuto, sarà qui Gino Ricciardi.
-Silvio-
Lui! Sempre lui! -(Con furore)- Ma io lo farò pentire della sua
insistenza!....
-Clara-
Non sei di quegli uomini che ammazzano...; e poi saresti ingiusto, visto
che appunto la sua insistenza ti ha fornito le prove che desideravi.
-Silvio-
Non lo riceverai, spero.
-Clara-
Lo riceverò!
-Silvio-
Proprio questa sera?
-Clara-
Sì, perchè proprio questa sera io non ho più bisogno di -non- riceverlo,
come proprio questa sera -non- ho più bisogno di conservare le sue
lettere. Non vuoi, dunque, che io gliele renda?
-Silvio-
-(animandosi di desiderio)- A condizione però che tu renda a me, prima
ch’egli venga, il bacio che t’ho dato.
-Clara-
Adesso?!
-Silvio-
-(prendendole le mani)- Adesso, Clara!... Adesso!..,
-Clara-
-(svincolandosi e sfuggendogli)- No!... Lasciami, Silvio!... Il momento
non è opportuno....
-Silvio-
-(inseguendola e cercando di abbracciarla, di circondarla, di
ghermirla)- Per chi non è un marito... tutti i momenti sono opportuni!
-Clara-
-(fingendo di volersi difendere)- Silvio!... Silvio!.... Che fai?... Tu
mi manchi di rispetto.... Tu diventi audace....
-Silvio-
-(afferrandola forte per baciarla)- Divento un amante, mia cara....
-Clara-
No... no... Aspetta....
-Silvio-
Adesso!... Adesso!
-Il Servo-
-(annunziando con zelo energico)- Il signor Ricciardi!
-(Alla comparsa del servo, Clara e Silvio si distaccano, quasi
mortificati. Sono tutti e due rossi in viso, commossi, vibranti. --
Pausa.)-
-Silvio-
Auff!... Che caldo!...
-Clara-
Che caldo! -(Al servo:)- Passi.
-(Il Servo esce.)-
-Silvio-
E io?
-Clara-
Tu, presto, dammi le sue lettere, e nasconditi.
-Silvio-
-(vivacissimamente)- Mi nascondo, sai... ma, quanto alle sue lettere, in
fede mia, devi pagarmene il riscatto! -(Scappa nella camera di Clara.)-
-Clara-
-(subito, tra sè, fermandosi un istante, graziosamente e con un lieve
gesto di abbandono sensuale:)- Ci casco! Ci casco! -(Rincorrendolo)-
Silvio!... Senti... Senti... -(Esce.)-
ULTIMA SCENA.
RICCIARDI, -la- CAMERIERA, -la voce di- CLARA.
-Ricciardi-
-(in frac e cravatta bianca, e con un gran flore all’occhiello, entra
brillantemente, salutando)- Contes.... -(Non vedendo nessuno)- Be’?...
-(Si stringe nelle spalle. Va allo specchio, vi si guarda, ai arriccia i
baffetti.)-
-(Dalla camera di Clara si avanza, imbarazzata, la Cameriera.)-
-Ricciardi-
-(con sussiego)- La contessa?
-La Cameriera-
La signora contessa è di là, e prega vostra eccellenza di aspettare....
-Ricciardi-
Tarderà molto?
-La Cameriera-
-(impacciata, guardando a terra)-.... Eh!... Non saprei....
-Ricciardi-
Aspetterò.... Anzi, ditele che non si disturbi per me.... Non abbia
fretta.... Faccia liberamente il suo comodo....
-La Cameriera-
-(non si muove, come se avesse qualche altra cosa da far capire.)-
-Ricciardi-
Andate, vi prego.
-La Cameriera-
In verità, la signora contessa mi ha mandata via, e mi ha ordinato
-espressamente- di non rientrare per ora nelle sue stanze... per
-nessuna ragione-.
-Ricciardi-
... Di non rientrare più nelle sue stanze! Questo vi ha ordinato?... E
se capitasse qualche visita?
-La Cameriera-
Per qualunque altra visita, la signora contessa stasera ha
l’emicrania....
-Ricciardi-
-(gradevolmente sorpreso, ha un sorriso furbesco)- Ah!... -(Indi con
affettata diplomazia)- Bene! Bene!... Ho inteso.... -(Congedandola con
la mano)- Grazie!
-(La Cameriera esce.)-
-Ricciardi-
-(tra sè, emozionato:)- Possibile?... Eh!... Chi lo sa?... Queste
donne!... -(Riflettendo)- Potrebb’essere l’effetto della mia ultima
cartuccia: la partenza!... -(Ha gli occhi sfavillanti di speranza, la
fisonomia un po’ accesa.)- E perchè no?... Perchè no?... --
-(Fantasticando e gradatamente assumendo un’aria trionfale, si sdraia
sopra una poltrona)-... Eh eh! Finalmente!...
-La voce di Clara-
... No, Silvio... no... no... no... -(Indi, una risatina, prodotta da
solletico.)-
-Ricciardi-
-(Trasalisce. -- Gira lo sguardo intorno. -- Comprende. Spalanca gli
occhi. -- Si alza. E, mettendosi il cappello, quatto quatto, piano piano,
sulla punta dei piedi, se la svigna.)-
-Cala la tela-.
(-Fine della commedia.-)
-Nota.- -- L’autore avverte che nel testo delle edizioni precedenti molte
inesattezze, molti errori alteravano e, talvolta, perfino invertivano il
senso della frase.
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