è sempre pieno di troppa gente; e quando non c’è la gente, ci sono le
porte aperte, il che è lo stesso; le vostre passeggiate non le fate che
al cospetto del mondo; le vostre conversazioni non possono avere mai
niente d’intimo e non possono esporvi agli attacchi dell’altrui sapienza
e dell’altrui valore....
-Clara-
Non c’è che dire: parlate assai graziosamente!
-Ricciardi-
-(continua, ascoltandosi)- Vantate la vostra impassibilità? Non ne avete
il diritto. Di quale seduzione avete voi trionfato? Quattro chiacchiere,
una stretta di mano, uno sguardo, un mazzo di fiori, un -tête-à-tête- in
carrozza aperta nelle ore in cui le vie rigurgitano.... Oh! queste cose
non sono una seduzione. Ed io, per esempio, che vi faccio la corte e che
non ho nessuna voglia di rinunziare a voi, quale ragione ho d’esser
convinto della vostra inespugnabilità? Voi sfuggite tutte le occasioni
in cui io sarei -- lo dico con una frase da tenore -- «nella pienezza dei
miei mezzi»; voi sfuggite tutte le occasioni in cui -io- potrei essere
-io-; -- voi insomma, presentite dove e come e quando comincerebbe la
vostra debolezza: ed ecco, vi ripeto, ecco qual’è la vostra forza.
-Clara-
Sicchè, concludiamo: io ho paura di voi.
-Ricciardi-
Non lo so, ma nulla m’impedisce di crederlo.
-Clara-
Se vi fa piacere di crederlo, accomodatevi pure.
-Ricciardi-
Lo vedete! Vi schermite. Se foste sicura di voi stessa, mi sfidereste.
-Clara-
Dio buono! Sarebbe crudele e superfluo defraudarvi d’un trionfo
immaginario!
-Ricciardi-
Attenta! Ciò che dite è arguto, ma vi denunzia sempre più debole.
Scommetto che se v’invitassi a disilludere la mia immaginazione, voi
rifiutereste l’invito.
-Clara-
Come siete complicato stasera! Via, semplifichiamo.
-Ricciardi-
Semplifichiamo. Volete dimostrarmi, realmente, di sapermi respingere?
-Clara-
O che! Parlate sul serio?
-Ricciardi-
E se parlassi sul serio?
-Clara-
Mi divertirei un mondo.
-Ricciardi-
E acconsentireste a darmi una prova?
-Clara-
Senza dubbio.
-Ricciardi-
Posso farvi la mia proposta?
-Clara-
Fatela.
-Ricciardi-
Non ve ne pentirete?
-Clara-
Non me ne pentirò. Fatela!
-Ricciardi-
Ebbene, vi propongo... di venire in casa mia!
-Clara-
In casa vostra?
-Ricciardi-
In casa mia.
-Clara-
-(scoppiando a ridere)- Ah ah ah!... la gran prova non è che questa?
-Ricciardi-
Abito solo.
-Clara-
Benissimo.
-Ricciardi-
Vi troverete per la prima volta vicino a me, in un ambiente segreto, fra
quattro mura, senza testimoni....
-Clara-
Benissimo.
-Ricciardi-
Senza porte aperte....
-Clara-
Benissimo.
-Ricciardi-
Senza difesa!
-Clara-
Benissimo.... E poi?
-Ricciardi-
E poi... e poi vedremo. Accettate?
-Clara-
-(ridendo sempre più forte)- Sicuro che accetto. Ah! ah! ah!
-Ricciardi-
Ma che! Voi non verrete!
-Clara-
Ed io vi dico che ci verrò.
-Ricciardi-
Su, dunque: quando verrete?
-Clara-
Domani.
-Ricciardi-
L’ora?
-Clara-
Alle due?
-Ricciardi-
Alle due.
-Clara-
Le armi?
-Ricciardi-
Le sceglieremo sul terreno!...
-Clara-
Sta bene!
-Ricciardi-
-(ammonendola, diffidente)- Contessa Clara!...²
² -Nota per gl’interpreti.- -- Dalle parole: «-Via, semplifichiamo-»
fino alle parole: «-Contessa Clara-» il dialogo dev’essere un
crescendo di animazione, di vivacità. Le battute debbono essere
legatissime e scoppiettanti.
-Clara-
Signor Gino!... Sino a domani, è vero, voi potete dubitare di tante
cose, ma della mia parola... no!
-Ricciardi-
È giusto....
-Clara-
Grazie!
-Ricciardi-
-(galantemente, alzandosi)- E adesso, è necessario separarci.
-Clara-
Separarci?!
-Ricciardi-
Quando è corsa una sfida, i due avversari non hanno più nulla da dirsi,
e non -debbono- dirsi più nulla.
-Clara-
Perfettamente. -(Si leva e lo congeda con una profonda e lunga riverenza
settecentesca.)- Signore...
-Ricciardi-
-(inchinandosi caricatamente)- Contessa....
-Clara-
A domani?
-Ricciardi-
A domani. -(Sta per uscire. -- Silvio entra.)-
SCENA IV.
SILVIO, CLARA, RICCIARDI.
-Ricciardi-
Oh!...
-Silvio-
Destinàti ad incontrarci sempre sul peggio passo: quello dell’uscio.
-Ricciardi-
-(un po’ imbarazzato)- Già di ritorno?
-Silvio-
-(ingoiando un po’ di rabbia e fingendo di celiare)- Sai, per istrada,
mi sono accorto che decisamente la -Gioconda-... non mi piace.
-Ricciardi-
Va là, che avrai trovato il teatro chiuso.
-Silvio-
Eh eh!... Come hai fatto a indovinare?
-Ricciardi-
Anche l’altra sera dapprima si mutò cartello, e poi si tolse
completamente.
-Clara-
Bisognerebbe protestare.
-Silvio-
-(alquanto acre)- Sì, bisognerebbe protestare...; ma per questa volta...
non protesteremo.
-Ricciardi-
Ci vediamo al club?
-Silvio-
Per ora, rimango in casa: ho un po’ d’emicrania.... E te ne vai così
presto?
-Ricciardi-
Un momento fa tua moglie mi ha messo alla porta.
-Clara-
Non è vero. Si è messo alla porta da sè.
-Silvio-
-(a Ricciardi, con esagerazione)- Ma resta, resta ancora un poco.
-Ricciardi-
No, Silvio, me ne vado....
-Silvio-
Te ne prego. Anche Clara te ne prega.
-Clara-
Io, no.
-Silvio-
-(sinceramente sorpreso)- Oh!
-Clara-
Per una ragione che non posso dire, io stasera... non debbo più parlare
con lui.
-Silvio-
Ah? Tu non devi? -(Guarda tutti e due più acutamente che egli non voglia
mostrare. Pausa. -- A Ricciardi:)- Lei... non deve?
-Ricciardi-
-(mal celando l’imbarazzo)-.... Lei non deve.
-Silvio-
Be’!... allora, vattene.
-(Un lunghissimo silenzio fastidioso, in cui pare che tutti e tre
aspettino qualche cosa.)-
-Ricciardi-
-(a un tratto, risolutamente)- Di nuovo, contessa!
-Clara-
Di nuovo....
-Ricciardi-
Arrivederci, Silvio!
-Silvio-
Arrivederci!
-Ricciardi-
-(esce di corsa.)-
SCENA V.
CLARA -e- SILVIO.
-Silvio-
-(sforzandosi di sembrar calmo e gaio)- Cos’è tutta questa faccenda?
-Clara-
Mistero!
-Silvio-
Io non sono punto curioso e non voglio punto sapere di che si tratti.
-Clara-
Persuasissima.
-(Pausa.)-
-Silvio-
-(prende un giornale, siede sopra una delle poltroncine del- dos-à-dos
-e finge di leggere.)-
-Clara-
-(gli si avvicina con affetto)- Di’: hai veramente l’emicrania?
-Silvio-
Un poco.
-Clara-
Che fai?... Leggi il giornale capovolto?
-Silvio-
Io?... Ah, sì!... -(Addrizzandolo)- Tanto, è lo stesso.
-Clara-
Non sei di cattivo umore?
-Silvio-
Che! che! Sono così allegro! -(Ride falsamente, meccanicamente.)- Ah ah
ah! Non lo vedi?
-Clara-
Vogliamo andare insieme da lady Wolff?... Vogliamo starcene qui come due
colombini?...
-Silvio-
-(con eccessiva gentilezza)- Ma perchè non ci vai sola da lady Wolff?
C’è giù la carrozza: profittane. Va, piccina mia, va....
-Clara-
E se non volessi andarci sola?
-Silvio-
Mio Dio! Che novità, stasera!
-Clara-
Che novità! Che novità! Avevo stabilito di passare con te il resto della
serata. Ti secca?
-Silvio-
Anzi!
-Clara-
Ebbene..., -(tocca il bottone del campanello)- resteremo in casa.
-Silvio-
Tanto meglio, cara.
-Il servo-
-(entra.)-
-Clara-
Avvertite giù che non ricevo. E dite al cocchiere che stasera non si
esce. -(A Silvio)- Va bene? -(Al servo)- Per domani poi....
-(Riflette.)-
-Silvio-
Ricòrdati che domani verrà De Negris per cominciare il famoso ritratto.
-Clara-
Stordita!... A che ora verrà?
-Silvio-
Non so.... Dall’una alle due, disse.
-Clara-
All’una facciamo colezione.
-Silvio-
Dopo.
-Clara-
Impossibile dopo!
-Silvio-
Impossibile, perchè?
-Clara-
Ho da fare.
-Silvio-
Non sarà nulla di così urgente.
-Clara-
-(con durezza)- Ho da fare! Ho da fare!
-Silvio-
-(notando la caparbietà di Clara)- Eppure ci tenevi moltissimo a questo
ritratto.... Era diventato la tua idea fissa.... Io poi dico: che ti
costa di posare un’oretta dopo colazione?
-Clara-
-(recisamente)- È inutile, Silvio, non insistere!... -(Pausa.)- Sta
tranquillo...: scriverò io due righe al pittore. -(E subito licenzia il
servo:)- Andrea, potete andare.
-Il servo-
E per domani, eccellenza?
-Clara-
Il mio coupè all’una e mezzo.... O meglio, no...: Darò gli ordini
domattina.
-(Il servo via.)-
-Silvio-
-(tra sè)- All’una e mezzo!... Che storia è questa?
-Clara-
-(corre a lui con vivissima espansione)- Ed ora, tutta per te!
-Silvio-
-(tormentandosi nella finzione)- Come sei buona!
-Clara-
-(sedendogli sulle ginocchia)- Non è vero: forse non sono nè buona nè
cattiva.... Forse sono una buona moglie e una cattiva donna, o
viceversa. Chi sa!... Ti sembra strano?
-Silvio-
-(assorto sempre più nelle sue preoccupazioni)- Piuttosto!
-(Pausa.)-
-Clara-
E non mi dici nulla di grazioso.... Sei così freddo!... Non mi abbracci,
non mi carezzi,... non mi baci.... -(S’alza.)- Auff!
-Silvio-
Stavo per farlo....
-Clara-
-(scattando)- Troppa preparazione, mio caro! Diventi un pessimo
marito.... Sì, sì, un pessimo marito! Il vero amore coniugale è sempre
estemporaneo!
-Silvio-
Non mi hai tu detto che in frac e in gran -toilette- non si è mai
veramente soli?
-Clara-
Teorie passeggere!
-Silvio-
E l’emicrania non la conti per nulla?...
-Clara-
Ah! La chiama emicrania, lui!
-Silvio-
Aspetta che passi e vedrai.
-Clara-
-(sedendo sull’altra poltroncina del dos-à-dos, alle spalle di Silvio)-
Aspetterò. -(Prolungatissimo silenzio. -- Poi, chiama piano:)- Silvio...
-Silvio-
-(più che mai assorto)- Che vuoi?
-Clara-
... Pronto?
-Silvio-
No.
-Clara-
Sempre l’emicrania?
-Silvio-
Già.
-Clara-
Aspetterò. -(E piega le braccia, paziente.)-
-(Un altro lunghissimo esagerato silenzio.)-
-Silvio-
-(riconcentrato in sè stesso, rumina ed arzigogola.)-
-Clara-
-(voltando appena la testa gli guarda i capelli con la coda dell’occhio:
indi si allunga sulla poltroncina, piega le braccia, stende le gambe, e
dà un sospiro profondo:)- Ah!!!...
-(Cala la tela.)-
ATTO SECONDO.
-Salotto elegantissimo e bizzarro. Un carattere artistico predomina. La
stanza è ottagonale. Nella parete di fondo, si apre, a due battenti, una
grande porta, da cui, discendendo pochi scalini, si va in un grazioso
giardino. Nella parete a sinistra, collaterale alla gran porta, un’altra
porta. Nella parete a destra, un’ampia finestra attraverso la quale si
vede, ancora, il verde del giardinetto. Qua e là, mensole con sopra
gingilli squisiti, statuine in marmo e in bronzo, vasi di fine maiolica.
Sparsi dovunque, ritratti di donne di tutte le dimensioni e in
grandissimo numero. Un’ampia scrivania sovraccarica di carte, di libri e
di giornali. Un pianoforte. Librerie, tappeti, stoffe antiche.-
-La camera è inondata di sole-.
SCENA I.
RICCIARDI, -solo, poi, il servo- LORENZO.
-Ricciardi-
-(va aggiustando i mobili capricciosamente. Apre il pianoforte, cerca
fra le carte di musica)- Ah!... Il mio Chopin!... Questo ci vuole!
-(Colloca l’album di Chopin sul leggìo. Riflette. Apre l’album.)-
Suggestivo!... -(Mette più in mostra qualche bel ritratto di donna)-
Bene.... Così.... -(Va alla scrivania, prende un foglio scritto e, in
piedi, legge a bassa voce:)-
«O voi, madonna, che vivete dove
giammai non giunge alcuna umana cosa,
dite: la vostra immagine che move
dall’alto e scende a me più luminosa
del sole...»
-(Pensa per comporre il resto.)- «... del sole... del sole...»
-Lorenzo-
-(entra portando in mano molti fiori sciolti.)-
-Ricciardi-
Hai aperto il cancello?
-Lorenzo-
Eccellenza sì.
-Ricciardi-
Distribuisci questi fiori nei vasi,... dappertutto. -(Continua a
pensare.)- «... Più luminosa, del sole....» Vediamo un po’... -(Siede e
scrive. Poi legge con compiacenza e a poco a poco alza la voce nel volo
lirico:)-
«... e più gentile e pura e bianca
d’una bianca colomba immacolata....
-Lorenzo-
-(credendo che il padrone abbia parlato a lui)- Vostra eccellenza
comanda?
-Ricciardi-
Niente. -(Legge:)-
... darà a la vita mia giovane e stanca
la morte che, sognandovi, ho sognata?»
-(Tra sè:)- Questo basta per.... -(Lascia il foglio sulla scrivania)-
Qui.... -(Indi, al servo:)- Più sparpagliati, più diffusi.... E qualche
fiore lascialo cadere tra quelle statuine, tra quei ritratti. No!...
No!... Non nascondere quel ritratto lì dietro i fiori. Diamine! Non vedi
che è una donna magnifica? Le belle donne sono come le ciliege. Con una
ne pigli dieci.... E che dedica! Un effetto sicuro! -(Pausa.)- La Venere
di bronzo mettila un po’ più in fuori. -(Il servo muove una statuina
rappresentante una donna vestita.)- Che fai? La Venere è quella nuda....
Non si sono mai viste delle Veneri vestite, scioccone! In fuori, in
fuori.... Lascia che si veda.... Bravo! E adesso, vecchio mio, sentirai
bene. -(Gli si avvicina.)- Al giardiniere dirai di allontanarsi per un
paio d’ore. Se ne vada a fare una passeggiata... una lunga passeggiata.
-(Lorenzo si avvia.)- Aspetta. -(Il servo si ferma. Ricciardi guarda il
suo orologio: e, gioiosamente concitato, si frega le mani.)- Quanto a
te, poi, fra una quindicina di minuti ti metterai in un cantuccio del
giardino, dal quale tu possa vedere chi entra. Mi spiego? Verso le due,
entrerà una signora. Tu non ti avvicinerai a lei e non ti mostrerai a
lei. Mi spiego? Sinchè ella sarà qui, tu non ti muoverai dal tuo
cantuccio, ma terrai d’occhio il cancello, il quale dovrà restare sempre
aperto perchè non so s’ella vorrà uscire di là o, più prudentemente, per
la mia porticina particolare.... Se vedi venir qualcuno -- chiunque sia
--, tu sbuca dal cantuccio, avverti ch’io non sono in casa, e torna al
tuo posto. Mi spiego, sì o no?
-Lorenzo-
Eccellenza sì.
-Ricciardi-
-(tendendo l’orecchio)- Ohè... zitto!... Non senti un rumore di
passi?... -(Emozionato)- Che sia già lei?... Così presto! -(Al servo:)-
Via, Lorenzo, nasconditi. -(Spingendo il servo nella stanza a sinistra)-
Non voglio ch’ella, entrando, si adombri! Poverina! -(Appena cacciato il
servo dentro, raggiante di gioia, s’avvia verso il giardino.)-
-(Entra Silvio)-
SCENA II.
SILVIO e RICCIARDI, -e ancora il Servo-.
-Ricciardi-
-(vivamente sorpreso e turbato)- Oh! Tu!
-Silvio-
Che è? T’ho fatto paura?
-Ricciardi-
Ma che! Tutt’altro!... Mi hai fatto un piacere, un vero piacere. Come va
da queste parti?
-Silvio-
Ti dirò.... Facevo una passeggiata al sole.... Trovandomi dinanzi al tuo
giardino, mi son lasciato tentare dal cancello aperto e mi son detto:
bah! andiamo a vedere cosa fa quel caro Gino.
-Ricciardi-
Bellissima idea!
-Silvio-
T’incomodo forse a quest’ora?
-Ricciardi-
Incomodarmi a quest’ora? Tu incomodare me?... Oibò! Sei pazzo?
-Silvio-
-(tra sè:)- Scandagliamo il terreno. -(A Ricciardi, cavando di tasca
l’orologio:)- Sono le due meno venticinque.
-Ricciardi-
-(cavando fuori anche lui l’orologio)- Già... le due meno...
venticinque.
-Silvio-
Anzi... vedi... le due meno venti.
-Ricciardi-
Sei sicuro che il tuo orologio non avanzi?
-Silvio-
Sicurissimo.
-Ricciardi-
-(aggiustando il suo)- Perbacco!
-Silvio-
Scusa, perchè poi -perbacco-?
-Ricciardi-
«Perbacco»? Ho detto: «perbacco»? Ah... perbacco, siedi... che diavolo!
Fuma una sigaretta.... Non fare complimenti. Piglia, piglia una di
queste egiziane. -(Gli porge una scatola di sigarette.)-
-Silvio-
Egiziane? -(Ne prende una.)-
-Ricciardi-
Egiziane.
-Silvio-
E... non devi uscire?
-Ricciardi-
-(dandogli da accendere)- Sì... sì... infatti, devo uscire.
-Silvio-
Oh! allora non seggo. Usciremo insieme.
-Ricciardi-
Bravo! Usciremo insieme. -(Chiama nervosamente:)- Lorenzo!... Lorenzo!
-(Lorenzo comparisce.)- Il cappello, i guanti, il bastone. Presto!
-Lorenzo-
Come! Vostra eccellenza esce?
-Ricciardi-
Esco, esco.... Meno osservazioni!
-(Lorenzo, via.)-
-Silvio-
Grazioso il tuo nuovo quartierino!
-Ricciardi-
Non ci eri mai stato?... Non c’è male.... Per un -garçon-, capirai....
-Silvio-
-(andando attorno e cacciando lo sguardo indagatore nelle stanze
attigue)- È un ambiente che mi piace molto!
-Ricciardi-
-(pianissimo a Lorenzo, che è tornato, e prendendo dalle mani di lui il
cappello, i guanti, il bastone:)- Mettiti dinanzi al cancello... e se
arriva la signora che aspetto, dille... dille.... Ma che cosa bisogna
dirle?!...
-Silvio-
-(proseguendo l’ispezione)- Libri, oggetti d’arte, un arem... in
fotografie! Mi piace, mi piace.... Verrò a trovarti spesso....
-Ricciardi-
Me lo prometti?
-Silvio-
Certo! Te lo prometto.
-Ricciardi-
-(a Lorenzo, alzando la voce, irritato:)- E tu, che fai lì impalato?
-Lorenzo-
Aspettavo....
-Ricciardi-
D’andare all’inferno?
-Lorenzo-
Eccellenza sì.
-Ricciardi-
E bada che -non sono in casa per nessuno-! Hai capito bene tutto?
-(Lorenzo se ne va per l’uscio del giardino.)-
-Silvio-
Dunque, -non- esci?
-Ricciardi-
Oh bella!... Se ho detto al servo che non sono in casa per nessuno
significa che esco.
-Silvio-
Il più delle volte quando non si è in casa per nessuno, -si è- in casa
per sè stessi. Ma giacchè esci davvero, andiamo.
-Ricciardi-
Andiamo.... -(Indugia, cava di tasca l’orologio e lo guarda, mostrando,
suo malgrado, d’essere inquieto.)-
-Silvio-
-(osservando ogni moto di lui, simultaneamente cava fuori anche lui di
nuovo l’orologio)-... meno quindici.
-Ricciardi-
-(risoluto)- Tutto sommato, io non esco.
-Silvio-
Se te l’avevo detto!
-Ricciardi-
Gli è che ero in dubbio, ecco.
-Silvio-
Gino, io mi accorgo d’essere capitato in un cattivo momento.
-Ricciardi-
Cosa ti salta in mente, adesso?
-Silvio-
È così! È così! O hai da uscir solo, o aspetti qualcuno.
-Ricciardi-
Ma ti pare! E poi con te non farei cerimonie....
-Silvio-
Non ci mancherebbe altro! E giacchè tu mi garantisci ch’io non sono di
troppo,... facciamo quattro chiacchiere. -(Si stende sopra un canapè.)-
Dammi un’altra egiziana.
-Ricciardi-
Prendi. -(Passando di dietro a Silvio, con la scatola di sigarette in
mano, ha un moto di rabbia, e, non visto, accenna di battergli la
scatola sulla testa.)-
-Silvio-
Buone le egiziane, ma si smorzano facilmente. -(Piglia un’altra
sigaretta.)-
-Ricciardi-
-(gli dà da accendere)- Facilissimamente!
-(Un silenzio.)-
-Silvio-
Oh, benone!... -(Pausa.)- Povero Ridolfi! Sai quel che gli è capitato?
-Ricciardi-
Lo so.
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