d'imbattersi e una e due e dieci volte in una signora, che si poteva
credere lo canzonasse, perchè anch'essa gironzava di frequente nei
dintorni, anch'essa guardava le finestre; anzi, fu più spiccia del
giovane, perchè entrò in dimestichezza con Rosa, la serva della De
Carolis, la quale pareva zelantissima nel recarle notizie. Si trovavano,
la signora e Rosa, in una calle vicina, all'ombra d'un sottoportico, e
generalmente la signora consegnava a Rosa una lettera, alla quale Rosa
portava la risposta l'indomani.
Adolfo non riusciva a capir nulla in tutto quell'armeggiare; la
sconosciuta era assai ridicola, con un certo cappello alla cacciatora,
che le stava appena sul cocuzzolo e ch'era ornato d'una penna di
fagiano, ardita come una sfida al cielo; ma c'era di peggio: la signora
guardava Adolfo con occhiatacce mezzo beffarde e mezzo compassionevoli,
le quali avrebbero fatto perder la pazienza a chiunque non avesse avuto
un demonio più sarcastico e più fiero nel cervello.
E fu appunto per le stratte di quel demonio, che non voleva star queto e
che aveva tutta l'andatura d'una passione irragionevole, fu appunto in
un impeto di dubbio, di gelosia, di paura e d'amore, che Adolfo Gianella
varcò la soglia della casetta, e su a corsa per le scale, dietro Rosa
che, rientrando, non gli aveva badato.
In anticamera, Adolfo si fermò. Gli giunse, netta e squillante, la voce
di Loredana, la quale doveva essere nel salottino; e la fanciulla
cantava a distesa, con pieno abbandono, come se tutta la bella gaiezza
veneziana, come se tutta l'audacia della giovinezza avessero ripreso il
loro dominio. E tra l'una e l'altra strofe del canto s'udiva il rumor
delle forbici posate sul tavolino da lavoro o il passo svelto della
ragazza, che si muoveva per la camera.
Senza discutere con se stesso, Adolfo spinse la porta, e si trovò alla
presenza di Loredana, la quale stava adattando un pezzo di seta gialla a
una certa forma di ferro ch'era un paralume da candela; innanzi a sè la
fanciulla aveva altri pezzi di stoffa a colori e diversi gomitoli di
seta; ed era così assorta nel lavoro e nella canzone, che il giovane
dovette chiamarla:
--Loredana!
Ella alzò il capo, e trattenne a stento un grido; ma Adolfo aveva già
detto ogni cosa, e non sapeva come continuare, come esprimersi, come
riprendere d'un subito le abitudini di padronanza.
Sprofondò le mani nelle tasche della giacca, e disse:
--Sei stata l'amante del conte, non è vero? Così, ti preparavi a
sposarmi? E non hai vergogna?
Loredana mandò un lampo dagli occhi. Aggredita di fronte, non esitò un
attimo a rispondere:
--Io mi preparava a sposar lei? Non mi è mai venuta per la mente un'idea
così malinconica, sa? Era la sua famiglia, che mi seccava tutti i giorni
per ottenere questo sacrificio. Io non pensava a sposare nessuno....
--Già, volevi conservarti per il conte,--osservò Adolfo con ironia.--Ti
sei conservata benissimo, non c'è che dire!
La ragazza arrotondò con le forbici una certa lingua, di seta violetta,
che doveva ricadere sul paralume a uno dei quattro angoli; misurò
l'altezza, adattò, provò, cambiò, tranquillamente, senza occuparsi del
giovane, fremente nell'attesa di una discolpa.
--Non so,--disse poi,--come ha potuto venire fino in casa; ma se per la
stessa strada se ne andasse, non mi dispiacerebbe.
--Mi metti alla porta?--esclamò Adolfo.--Invece di scolparti, invece di
giurarmi che col conte non c'è stato nulla di nulla, tu mi metti alla
porta?
--Scusi, perchè dovrei scolparmi? Che cosa rappresenta, lei? Chi è,
lei? Che diritto ha lei di giudicarmi?
A queste parole di Loredana, Adolfo si lasciò calare in una poltrona,
come annichilito. Chi era, che cosa rappresentava, che diritto aveva?
--Io,--mormorò,--sono pronto a sposarti.
Loredana si mise a ridere.
--Ma non sono pronta io, vede?--rispose, arrotondando un'altra lingua di
seta violetta.--E, del resto, la sua dichiarazione mi stupisce: mi crede
o non mi crede l'amante di Filippo.... del conte?
Adolfo si strinse nelle spalle.
--Me l'hanno detto,--mormorò.--Me l'han detto a casa, che tu sei stata
col conte fuori di Venezia.
--E tuttavia mi sposerebbe?--incalzò Loredana.
--Ma perchè non ti difendi?--gridò Adolfo balzando in piedi.--Perchè non
mi dici se sei stata o non sei stata l'amante di colui?...
Egli era avanti al tavolino da lavoro, con le mani aperte e stese
dirette al volto di Loredana, la quale lo guardava, piuttosto attonita
che intimorita.
--Vede,--ella rispose pacatamente,--innanzi tutto non basta dire a una
donna: «Son pronto a sposarti» per acquistare il diritto di indagarne la
vita; poi, io m'ingannerò, ma lei mi sembra disposto a sposarmi in tutti
e due i casi, che io sia stata, o che io non sia stata l'amante di
Filippo.... del conte. E allora, a che pro una discolpa o una
confessione?...
Adolfo, il quale era rimasto, ancora con le mani aperte e stese, ad
ascoltar la risposta della colpevole, si sentì vinto, e si lasciò calar
di nuovo nella poltrona. Egli ritrovava, immutati, l'anima sdegnosa, la
sensibilità intellettuale, l'intelligenza acuta, la rapida intuizione,
l'orgoglio, il coraggio, che facevano la ragazza tanto superiore a lui.
Egli era andato arrovellandosi per sapere che cosa volesse, che cosa
intendesse fare, e se lo sentiva dir dalla bocca di Loredana, e doveva
riconoscere che quella bocca diceva giusto....
--Non so,--egli riprese, tanto per riattaccare il discorso.--Non so
nulla. Ti hanno accusata anche d'aver avuto un figlio e di essertene
sbarazzata.
Lo forbici, che stavan nella mano della fanciulla, descrissero uno
stretto arco nell'aria, e andarono a cadere ai piedi di Adolfo. Il viso
di Loredana avvampò di collera, e le labbra le tremarono.
--Mi hanno detto, ti hanno accusata!--ella ripetè, imitando il tono
piagnucoloso del giovane; poi esclamò con forza:--E lei, che cosa
faceva, che cosa diceva, che cosa raccontava? Stava ad udire, soltanto?
Non son tre mesi, lei veniva per casa tutti i giorni e sapeva della mia
vita ogni cura, minuto per minuto; e non ha trovato un argomento per
difendermi, come amico, come fidanzato? Bel rispetto avevan di lei
quanti venivano a dirle quei complimenti!... E vuole ch'io mi difenda
innanzi a un pupazzo del suo genere, e che tremi davanti a un giudice
della sua levatura? Non capisce d'essere stupido? Se in casa sua si
sparlava della ragazza che doveva un giorno portare il suo nome, lei
aveva l'obbligo di farla rispettare, mi sembra! Invece, porta qua tutto
il rifiuto dei pettegolezzi, pretende ch'io lo ascolti e vuole sapere
anche se, caso mai, avessi avuto un figlio! Non s'avvede, non sente di
essere ridicolo?...
--No, ascolta,--interruppe Adolfo, alzando la destra quasi a frenare
quel torrente.--Io non voglio sapere nulla....
Ed era, per seguitare, quando la porta s'aperse e comparve la signora
Emma, seguita da Clarice Teobaldi, col cappellino alla cacciatora.
--Ah, è lei!--disse Emma, vedendo Adolfo, che s'era levato in piedi.--Mi
era parso di riconoscere la voce....
Non aggiunse parola per lui; poi si rivolse a Loredana:
--Lori, questa signora dice che tu l'aspettavi....
La fanciulla andò incontro a Clarice e le strinse la mano sorridendo,
mentre Adolfo, combattuto tra il desiderio di capire, la convenienza
d'andarsene, l'impressione per la gelida accoglienza fattagli dalla
signora De Carolis, restava in piedi a guardare or l'una or l'altra
delle tre donne.
--Se m'aspettava!--esclamò Clarice, gettando le braccia al collo di
Loredana.--Doveva aspettarmi, questo tesoro, perchè da tanto tempo
desideravo rivederla! Ho sempre nel cuore quella partenza, di sera, con
la carrozzella.... Lei era così bianca, così debole....
Soggiunse, guardando Emma:
--Già, erano bianche e deboli tutt'e due, madre e figlia....
Loredana disse presto:
--Le presento il signor Adolfo Gianella.
Clarice fece un cenno con la testa, verso Adolfo che s'era avanzato di
qualche passo; poi tutti tacquero; Clarice e Loredana sedettero l'una a
fianco dell'altra sul divano, come intime amiche, sorridendosi.
--Fa molto caldo a Venezia,--riprese Clarice.--A Verona non abbiamo
questo scirocco....
--Sì, fa molto caldo,--confermò Emma, la quale stava sempre a un passo
dalla porta, e si augurava che l'uno o l'altra, Adolfo o Clarice,
comprendesse la necessità di ritirarsi.
Ma erano ostinati ambedue. Adolfo, ormai, aveva ripreso posto nella
poltrona, e sembrava deciso a voler seguire la conversazione.
--A Venezia abbiamo poi le zanzare,--egli disse.
--Le zanzare, sì, ma ci sono le zanzariere,--osservò Loredana.
E tacquero di nuovo.
Emma si sentiva morire per quella commedia, maravigliandosi che la sua
Lori vi prendesse parte. La buona donna, al ritorno da Sirmione, aveva
perduto l'energia e la volontà, soffrendo per la sofferenza della
figlia, chiedendosi se il suo intervento non fosse stato inutile di
fronte al traboccar della maldicenza, tormentandosi ogni giorno per
mille timori, studiando ansiosamente negli occhi di Loredana il pensiero
segreto, la segreta ambascia, e rideva quando rideva la sua Lori, e
piangeva quando la sua Lori piangeva, e ormai non avrebbe più discusso,
non avrebbe più riflettuto, pur di vederla felice, a qualunque costo.
Per ciò, la visita della Teobaldi le era gradita, perchè sembrava
gradita a Loredana; ma non le piaceva che si dovesse fingere innanzi al
Gianella, come se la Teobaldi fosse venuta per tramar qualche intrigo.
--Lei non è di Venezia?--domandò Adolfo a Clarice.
--No; ma conosco bene la città,--rispose l'altra.
Un silenzio pesante ricadde; e allora, comprendendo ch'era impossibile
uscirne, Adolfo prese congedo.
--Tornerò, se permette,--disse a Loredana.
Questa non rispose. Egli s'avviò, seguito da Emma, la quale ardeva di
sbarazzarsi dell'impaccio per lavorar nella sua camera ad una coperta da
letto, nella quale doveva ancora ricamare trenta foglioline in seta
verde e sessanta viole del pensiero.
XIX.
Dal giorno in cui era tornato a Venezia, Filippo aveva passato molte
brutte ore.
L'onda del pettegolezzo aveva varcato anche la soglia della sua casa, e
le chiacchiere s'eran fatte più strambe e più inverosimili. All'orecchio
della contessa Bianca giunse la voce che Filippo aveva avuto un figlio
dalla sua amante, e perchè la contessa non sapeva a qual tempo
risalissero quegli amori, e perchè si parlava di tre anni addietro, ella
credeva a quel legame, ormai indissolubile, a quella paternità
inconfessata.
La contessa Bianca andava da tempo accarezzando l'idea d'un matrimonio
tra suo figlio e Giselda Fioresi, buona e bella ragazza, di eccellente
casata; e la notizia le rompeva il sogno e la sbalestrava in un mare
d'incertezze e di dubbii.
Fu necessario spiegarsi, riparlar di Loredana, discutere un amore che la
vecchia dama avrebbe voluto obliare. Avvenne una scena brusca tra lei e
Filippo, il quale negò l'esistenza di un figliuolo, ma s'impennò
all'idea di sposar quella «canna da zucchero» di Giselda Fioresi. Egli
voleva esser libero; per dare scandalo, diceva la contessa Bianca;
perchè era ancor troppo giovane, diceva lui.
Un'altra scena, più breve ma più cruda nella forma, avvenne poco di poi
tra Filippo e il cognato, conte Leopoldo de Idris, il quale viveva senza
passioni e senza turbamenti una vita di piaceri semplici, in campagna,
amministrando i suoi poderi, interessandosi all'agricoltura e alla
politica modesta della provincia. Leopoldo si stupì che Filippo si
perdesse ancora dietro una -cocotte-, ma fu addirittura spaventato
quando seppe dalla bocca di Filippo medesimo che non si trattava d'una
-cocotte-, bensì d'una ragazza, la quale doveva aver dunque delle
pretensioni, una specie d'onore, molto da perdere e più ancora da
guadagnare. Fu spaventato per Filippo, che certo non avrebbe saputo
cavarsela con garbo, senza troppo danno da ambo le parti.
E qui Filippo sentì scappar la pazienza.
--Ma che cavarsela! Ma che garbo!--egli esclamò.--Le voglio bene sul
serio, e non penso affatto a cavarmela. Ho fatto male a cominciare,
siamo d'accordo, benchè in queste cose ci si accorga sempre troppo tardi
dell'errore commesso; ma farei peggio a finirla con qualche gherminella!
Il conte Leopoldo, ancora più inquieto per quelle dichiarazioni, domandò
a Filippo se pensasse mai di tirarsela in casa....
--In casa, di chi?--rispose Filippo.--In casa tua, no di certo; tocca a
me provvedere, e non so perchè, dunque, voi tutti vi disturbiate.
Leopoldo, allora, tornò alle idee generali, osservando che all'età di
Filippo si doveva vivere quieti, pensare a far figliuoli legittimi, che
continuassero la casa e allietassero la bella vecchiaia della contessa
Bianca, la quale non meritava d'essere travagliata nei suoi ultimi anni.
L'argomento era di quelli che trovano la strada del cuore; e Filippo,
sentendosi toccato, s'infastidì, rispose a Leopoldo ch'era stufo di
dover rendere conto a tutti delle più minute cose della sua vita come un
collegiale, che desiderava ormai vivere libero, senza tutela e senza
giudici.
E su quel «vivere libero» si scatenò una gragnuola di osservazioni da
parte di Leopoldo, il quale temeva che libero per Filippo fosse sinonimo
di libertino; e, presa ormai la corsa, rammentò altre avventure del
cognato, che avevan fatto chiasso, col risultato finale di voltargli
contro l'opinione pubblica.
Ma peggio fu, quando Filippo si vide comparire lo zio conte Roberto, del
quale non aveva più avuto novella dopo l'incontro a Desenzano. Roberto
gli snocciolò un discorso assai lungo e reciso, che Filippo ascoltò
sbalordito, perchè aveva creduto di trovare nello zio il compatimento
ch'era la caratteristica più nota della sua buona indole, quel
compatimento che Roberto non lesinava a nessuno per nessuna colpa, la
quale non fosse ignobile e vile.
Roberto, invece, dichiarò al nipote che la condotta di lui era assurda,
per non dir peggio; Filippo aveva messo lo scompiglio nel parentado, in
causa d'una ragazzetta, d'una monella, e tutti erano addosso allo zio,
come al più vecchio, perchè si valesse della sua autorità a far cessare
quella tresca.
Filippo capì; lo zio era sdegnato, perchè seccavano lui e mettevano in
giuoco il suo prestigio; lo avevan toccato nel suo egoismo senile, ed
egli era pronto a mandare al diavolo il nipote e la «monella», pur di
non avere più noie.
--Del resto,--osservò il conte Roberto,--mi maraviglio di dover dirtele
io, certe cose. Non ha una madre, un padre, quella tua bambola? E come
si spiega che stiano zitti, e che tocchi a noi, a tua madre, a tuo zio,
a Leopoldo, a tua sorella, di richiamarti al dovere?
--Ha una madre,--rispose Filippo.--Ha una madre, e la madre è venuta a
Sirmione e me l'ha ripresa....
--Bene!--esclamò Roberto.
--Sì, benone; ma, ora io la riprendo alla madre!--dichiarò Filippo, che,
torturato ed esasperato da tante chiacchiere, si sentiva capace di
strappar Loredana anche agli artigli di quel diavolo, al quale Roberto
l'avrebbe consegnata.
Il vecchio, stupefatto per tale sfacciataggine, gridò che rinunciava a
discutere con un matto di quella forza. L'ostinazione di Filippo
oltrepassava il credibile; tutto gli andava a seconda, grazie a una
madre dabbene, che si riprendeva la figliuola dopo quel po' po' di
scappuccio; ed egli invece era per ricominciar la festa e per condurla a
termine, a un termine che non doveva e non poteva aver nulla
d'invidiabile.
--Come devo dirtela?--seguitò il conte Roberto.--È uno scandalo; te lo
hanno già cantato in musica; io non ho nulla da aggiungere. Tutti ne
parlano; anche l'altro giorno, a Tai di Cadore, da Fausta Montegalda ho
udito i particolari di questa farsa, e puoi imaginarti che gusto provavo
io! La contessa dice che ti rovini, e non si può darle torto.
Filippo sorrise.
--Eh, ridi, ridi fin che vuoi, ma la Montegalda dice giusto!--esclamò
Roberto.--Dice che, alla fin fine, nessuno sa chi sia quella tua
pupattola, e che potrebbe aver fatto con altri quel che ha fatto con
te.... Chi ne sa niente, chi la conosce!
--Povero zio Roberto!--mormorò Filippo.--Va da una donna a chiedere
informazioni di questo genere! Perchè non domandi il suo parere anche
alla Fioresi, che mi vogliono appioppar come moglie?
Roberto alzò le spalle.
--Insomma,--concluse,--io sono indignato per i tuoi vizii, e la cosa non
va.
--Non ti ho indignato io,--osservò Filippo.
--Ma non dimenticherò che hai sorriso dei miei consigli!--rimbeccò il
conte.
--Ho sorriso per le critiche della Montegalda.
--E per le mie; e non si deve ridere d'un vecchio.
--Per la Montegalda, per la Montegalda!--gridò Filippo.
--Già, e intanto ti ripigli la sbarazzina!
--Ciò non ti riguarda, zio.
--Ne riparleremo!
--Spero di no; vedo che più che se ne parla e meno ci si capisce.
--Ne riparleremo, ne riparleremo!--si ostinò il conte Roberto.--Perchè
io sono sempre dell'opinione che l'uomo non è monogamo. Tu non vuoi
prendere moglie per essere libero; ma allora, nè mogli nè amanti! Questa
è logica. E hai deciso che cosa te ne farai?
Alla domanda inaspettata, Filippo non diede risposta; onde Roberto
seguitò:
--Te lo dirò io: ne farai una mantenuta, da coprir di gioielli e da
condurre a teatro e in carrozza; ti costerà ventimila lire l'anno, ti
peserà come una moglie e ti sarà infedele.
--Perbacco, zio,--esclamò Filippo con aria beffarda.--Vedo che te ne
intendi!
Roberto s'indispettì.
--Spero che non ce la metterai sotto il naso, come a Desenzano, la tua
conquista!--osservò con rude cipiglio.
E credendo d'aver rimbeccato fieramente l'insolenza del nipote, troncò
il colloquio e andò a riferirne alla cognata contessa Bianca.
Tali e simili furono i discorsi che Filippo dovette ascoltare in quel
tempo nel quale, tornato da Sirmione, non osando più ripresentarsi in
casa De Carolis, andava torturandosi il cervello per trovare un
espediente che lo riavvicinasse all'amante. E tra il desiderio che,
insaziato, si faceva di giorno in giorno più molesto, tra la logomachia
di casa e gli sdegni di tutta la parentela, Filippo conduceva una vita
piena di tristezza, che non aveva riscontro negli anni precedenti.
Rimaneva a Venezia, schivando gli inviti, passando mezza giornata al
Circolo dell'Unione, dove mancavan gli assidui, e l'altra mezza in
casa, dove s'occupava lunghe ore a leggere libri e riviste su tutti gli
argomenti; la sera usciva in gondola pel Canalazzo o pel canale della
Giudecca, lontano dai rumori e dalla luce.
Ma il pensiero di Loredana lo seguiva passo per passo, ora per ora,
senza tregua, fatto più vivo dagli episodii di quella battaglia che la
fanciulla gli aveva inconsciamente scatenato contro; Filippo non
ricordava nulla di simile in tutta la sua vita, quantunque più volte si
fosse parlato delle sue avventure. Ma perchè si era trattato sempre di
donne conosciute tra i gaudenti o saldamente legate ad altri, i suoi di
casa s'eran guardati dall'occuparsene e dal fargliene parola.
Un giorno gli fu annunziata la signora Clarice Teobaldi.
Da Sirmione, poco dopo la partenza del conte, ella era tornata a Verona,
e qui era rimasta, aspettando che passasse tempo sufficiente per poter
ricordare l'invito di Filippo e recarsi a Venezia.
Piero, il valletto di Filippo, precedeva la signora, la quale, come
aveva sognato, saliva veramente lo scalone marmoreo del palazzo Vagli,
giungeva al primo piano, traversava una fuga di sale immerse nella
penombra, dentro la quale si vedevano i mobili dorati, le pallide
tappezzerie antiche, gli oggetti d'arte; e di nuovo saliva una scala
meno larga e più breve, ed era finalmente introdotta nello studio di
Filippo.
La Teobaldi guardò avidamente, nel tempo dell'attesa, le carte sparse
sulla scrivania, semplici fogli da lettera, senza cifra e senza stemma;
e guardò le pareti, dalle quali pendevano quadri antichi in vecchie
cornici. Si vedeva, in uno, una donna--Venere doveva essere, tutta nuda,
o Danae--sdraiata sopra un largo divano, e una ancella, con rapido atto
sembrava voler coprire d'un manto porpureo che aveva tra le mani, la
superba nudità della sua signora, perchè di tra le pieghe d'un pesante
cortinaggio, sullo sfondo, apparivan la testa e il busto d'un importuno,
che poteva essere Marte, desideroso ma accigliato per la prudenza
dell'ancella.
La Teobaldi si stupì che quella fosse Venere, perchè non aveva, ai suoi
occhi, nulla di particolare; era una femmina nuda, nè meglio nè peggio
di tante altre. E anche non le piaceva quella tinta scura, quasi nera,
che il quadro aveva preso qua e là, a danno dei colori.... La fotografia
d'una bella dama moderna in abito scollato le sarebbe andata a genio,
assai più di quel preteso tesoro d'arte.
Ma non ebbe tempo di seguitar nelle sue critiche, perchè Filippo
sopraggiunse, e si dimostrò lietissimo della visita. Fece sedere la
Teobaldi, la interrogò cortesemente per sapere quanto intendesse
fermarsi a Venezia, esprimendo la speranza che si fermasse a lungo; e di
chiacchiera in chiacchiera, mentre Piero recava un tè squisito in un
servizio d'argento massiccio e molti biscottini deliziosi, vennero a
parlar di Loredana.
--Ah, bisogna ch'io riveda quella mia fantolina!--esclamò Clarice,
quantunque avesse la bocca piena.--Andrò a trovarla, andrò ad
abbracciarla. Non l'ho mai dimenticata un'ora, in tutto questo tempo.
Così bella, così buona, quella creatura di Dio.... Grazie!
Filippo le versava una seconda tazza dì tè, qualche goccia di latte, e
le porgeva il canestro argenteo coi biscottini.
--Grazie. Bisogna ch'io la riveda, e che le parli.
Bevve alcuni sorsi, e, incoraggiata dalla simpatia che risvegliava
nell'animo di Filippo rievocandogli l'amante perduta, Clarice riprese:
--Ma le pare, conte, che le cose possano andare avanti a questo modo?
Lei non osa avvicinarla, per colpa della madre; Loredana non osa
chiamarlo; e intanto vivono infelici l'uno e l'altra, mentre son fatti
per intendersi, e si adorano.... Sono certa che io ho una missione, in
questo dramma; sento che potrò riavvicinare due anime, due destini, due
cuori. Ho certamente una missione; io non m'inganno! È stata Loredana
stessa che mi ha chiamata a parte, quella sera, quella sera del
telegramma, e mi ha additato ciò che dovevo fare. Sera fatidica!...
Filippo non avrebbe mai pensato che due tazze di tè potessero ubbriacare
la buona donna, meglio che due coppe di sciampagna; ed esitando rispose:
--Vuole? Vuole parlare a Loredana? Le dica, allora....
Ma si tacque, non parendogli di poterla trattare, di punto in bianco, da
ambasciatrice in un'impresa così delicatamente intima.
La Teobaldi diede fondo alla tazza, mangiò ancora un paio di biscottini.
--Sono -baicoli-, specialità di Venezia, non è vero?
E seguitò, aprendo un ventaglio spettacoloso di carta, e facendosi aria:
--Non ho bisogno che lei mi consigli. So quel che devo dire; ho, qui
dentro, un consigliere infallibile che si chiama cuore.... Prima
cercherò di studiare le abitudini della casa e di sapere come sta, quel
tesoro di Dio, come la pensa: e poi, se tutto va a seconda, mi
presenterò alla madre. È più prudente e più.... corretto. Le pare?...
Scusi, è una Venere, quella che si vede lassù?
--Venere,--rispose Filippo.
--L'avevo capito subito; vecchi capolavori. Ah conte, lei non può
imaginare quanto io sia fiera del compito che mi assumo.... Quando vedrò
sorridere quelle labbra di fanciulla, io che l'ho vista partire disfatta
da Sirmione, sarò felice più di tutti!
Filippo sorrise, prese una mano della Teobaldi, la tenne un istante fra
le sue, e rispose:
--Lei è molto buona, cara signora, e vuole impedirmi di ringraziarla. Ma
creda che, comunque le cose finiscano, io non dimenticherò mai, mai, ciò
che lei ha fatto per me, per tutti e due!
--Le dico: io servo il mio cuore, e nessuno mi deve nulla. Se permette,
quando avrò notizie, verrò a portargliele.
--Ma venga anche tutti i giorni, la prego. Faccia conto che questa casa
sia sua,--esclamò Filippo, incalorito dalla speranza di aver finalmente
nuove dell'amica.
La Teobaldi si alzò e s'incamminò con passo svelto, a testa alta, il
ventaglio nella destra, pensando a un figurino di gran dama che aveva
visto in un giornale di moda. E camminando, seguita a un passo da
Filippo, domandò:
--Questo è il suo appartamento particolare, conte?
--Sì, sono le mie camere,--rispose Filippo, mentre, all'uscire dallo
studio, premeva il bottone d'un campanello elettrico.--Ho la mamma in
campagna.
--Messe con gusto principesco,--osservò Clarice, traversando un
corridoio e poi una sala.--Magnifiche tappezzerie!... Non si disturbi,
non si disturbi!
Filippo volle accompagnarla alla scala, ai cui piedi stava Piero in
attesa di ricondurre la visitatrice attraverso il primo piano fino alla
porta d'uscita. Al momento di stringerle la mano, Filippo non potè
vincersi, e disse:
--La vedrà subito, non è vero?
--Domani!--promise Clarice, e ridendo d'un bel riso grasso,
aggiunse:--Ma non sono a Venezia per questo?
--Grazie, grazie, grazie!--esclamò il conte inchinandosi.--Arrivederci!
Clarice scese la scala, e preceduta da Piero, ripercorse tutte le sale
che aveva già intravedute; nell'anticamera, scorgendo sopra una tavola
un Sileno coronato di pampini, circondato da baccanti ebbre, disse a
mezza voce, con tono di persona esperta:
--Bello quel -biscuit-!
--Legno policromo del seicento!--enunziò Piero, senza guardar la
signora, come avesse parlato all'aria.
Ella passò, a testa alta, imperturbabile, il ventaglio nella destra,
mentre il valletto, premuto il bottone elettrico per dar avviso al
portiere, si piegava fino a terra.
XX.
Così fu che Loredana potè aver notizie di Filippo e dargliene.
Il giorno in cui la Teobaldi si decise a varcar la soglia di casa De
Carolis--quel giorno avverso ad Adolfo Gianella--Loredana fu contenta da
non trovar parole per esprimersi.
Partita appena Clarice, la fanciulla corse nella cameretta dove sua
madre stava ricamando la quattordicesima fogliolina in seta verde, e
infantilmente si mise a ballare.
--Ebbene, Lori, che hai?--domandò Emma stupita.
Ma Loredana seguitava a girare in tondo, gli occhi scintillanti e le
labbra aperte a un sorriso di pace.
Si arrestò d'un tratto, con un ultimo giro, in modo che le gonnelle le
si gonfiassero d'aria, e si mise in ginocchio presso la mamma, la quale
andava seguendola con l'occhio.
--Ho,--disse Loredana,--che Filippo mi ama sempre, anzi meglio di prima,
e che non mi sono ingannata fidando in lui, e che mi pento d'aver
pensato male, e che è qui, e che è mio, e che io sono sua....
--Questa bella ambasciata è venuta a farti la signora
Teobaldi?--interrogò Emma, mentre una ruga profonda le solcava la
fronte.
--Sì, mamma, la Teobaldi è buona. Anche su di lei m'ero ingannata. È
buona, è prudente, e non bisogna rimproverarla. Non ha che il difetto di
dipingersi male, e di vestirsi peggio. Hai visto, mamma, quel suo
cappellino alla cacciatora, e subito sotto, quelle terribili
sopracciglia al carbone? Oh che paura e che risate a Sirmione, quando la
vidi la prima volta!...
Si mise a ridere, a gola spiegata, e balzò in piedi, a riprendere il
ballo, cantarellando l'aria di un valzer.
--Lori,--esclamò Emma severamente, arrestandola con lo sguardo.--Che
pensieri hai? Che cosa conti di fare?
--Io?
La fanciulla, ritta in mezzo alla camera, stette pensierosa un momento;
poi disse:
--Io? Non temere nulla, mamma! Ah come ho imparato a vivere in questi
pochi mesi, come son diversa da una volta! Flopi non saprà più
riconoscermi, e mi dirà con meraviglia: «Sei una donnina, sei veramente
una donnina!» E tu non temere, mamma; io sarò felice....
--In nome di Dio,--interruppe Emma, respingendo il lavoro, e
alzandosi,--che cosa intendi con queste parola? Vuoi tornare con lui?
Loredana le corse incontro, l'abbracciò stretta, le diede molti baci,
dicendo:
--O mamma bella, o mamma cara, non sgridarmi, ma sì, ecco, voglio
tornare con lui! Ed egli vuole tornare con me, o mamma bella, perchè
niente gli piace senza di me, e il lusso non è il lusso, e il suo
palazzo è una casupola, e le donne sono pupattole, e le abitudini sono
catene.... Me l'ha scritto, e l'ho imparato a memoria, e gli credo....
--Povera, povera bambina!--esclamò Emma.--Tu credi tutto; ma non gli hai
domandato perchè non ti sposa?
Loredana allentò le braccia e lasciò sua madre.
--Non glielo domando,--rispose, oscurandosi in volto,--perchè se anche
egli volesse, io non vorrei. Ah no, non vorrei morire per tutta la
guerra che la sua famiglia mi muoverebbe contro prima di cedere, e per
tutte le umiliazioni che dovrei subire da quella sua gente e dai suoi
amici, il giorno ch'io fossi moglie di Flopi. Vedi: io so, perchè egli
non mi sposa; perchè non mi tormentino e prima e dopo fino alla morte.
Sarò la sua amante; dunque meglio che la sua sposa.
--E calpesterai anche il ritegno, e lascerai che tutti sparlino di te e
di tua madre?--osservò Emma con voce dolente.
--O mamma cara, non parlan male di te e di me, ora, tutti?--rispose
Loredana.--E che premio ho io dunque di ciò che credono il mio
ravvedimento? Hanno saputo, hanno inventato, mi hanno già uccisa
nell'anima; nulla può accrescere il male che già mi fu fatto, e se io
non sono morta per gli altri, gli altri sono ben morti per me. O mamma
bella, tu, tu sei la bambina che crede; io non potrò mai essere tanto
cattiva quanto si è detto....
--E vuoi andartene ancora, e lasciarmi sola?--domandò Emma, guardandola
con gli occhi annebbiati.
--Non so, mamma; non interrogarmi, non turbarmi, oggi. Oggi io sono così
contenta, perchè egli mi ama ancora; e non bisogna turbare chi è
contento dopo un lungo dolore.
--Ma come, dunque,--insistette Emma,--se ti ama tanto non è venuto più
qui?
--O mamma, cara, tu lo sai. Tu gli hai detto che ogni cosa doveva essere
finita e che non varcasse più la soglia della nostra casa. Egli ha
obbedito; non lo rimproverare; è stato lontano da me, pensando che io
pure non lo volessi, temendo che io gli facessi colpa--e gli facevo
colpa!--di avere svelato il luogo ov'ero rifugiata.... Non lo
rimproverare; egli ti ha obbedita.
--Poi ti ha mandato quella donna a dirti che ti vuole ancora!--esclamò
Emma.--Così mi ha obbedita, il briccone!
--Volevi ch'egli morisse?--domandò Loredana.--Volevi ch'egli mi
lasciasse morire?
--Non si muore per queste cose, bambina!
--Io sarei morta, o mamma bella! Io ero già sfinita e non avevo più
forza per resistere all'avvilimento! Si può essere vivi e morti, non
sai? Io era viva e morta, fin che di lui nulla sapevo; ed oggi soltanto
sono tutta, tutta viva!...
--Oh che pazza!--esclamò Emma, andando a sedersi in un angolo della
cameretta.--Che pazza è dunque diventata mia figlia?
Ma non ardì continuare il lamento.
Guardò Loredana e la vide, com'essa diceva, tutta, tutta viva; la
fragranza di quella giovinezza s'effondeva per la camera; la fanciulla
dritta, svelta, bella, sembrava una prigioniera in quel piccolo spazio;
qualche voce che nessuno poteva udire, echeggiava intorno a Loredana,
chiamandola per la sua strada ampia o aspra; e nulla avrebbe potuto
arrestare la forza misteriosa, che gli uomini chiamano destino, e che
parlava inconsciamente per gli occhi ardenti di Loredana.
Emma sentì questo in confuso; e capì che ogni ostacolo sarebbe stato
travolto; si domandò se avesse diritto d'imprigionare ancora sua figlia,
e del suo diritto dubitò.
Riprese in silenzio il ricamo, abbassò la testa sul lavoro, non disse
più nulla.
Loredana, in punta di piedi, non potendo trattenersi, ricominciò a
ballare il valzer chetamente.
XXI.
Essa non potè mai dimenticare quella notte, quell'angoscia, quelle
emozioni.
Sol per aprire la porta della camera e per discendere le scale, dovette
radunar tutta la sua volontà; e ad ogni scalino le sembrava che il
fruscìo della gonna fosse strepitoso, che il suo respiro fosse veemente
così da destar chi dormiva; e i ginocchi le scricchiolavano.
S'era avvoltolata intorno alla testa una sciarpa nera, che le cadeva
fino in grembo; ed era tutta vestita di nero; il viso bianco e i grandi
occhi scuri attraevan meglio lo sguardo, per quella sciarpa che
incorniciava l'ovale delicato del volto; ma Loredana credeva d'essersi
mascherata, sentendosi avvampar dal caldo.
Finalmente, aperto, con un ultimo brivido, l'uscio a pianterreno, si
trovò in istrada, e vide Clarice.
Le due donne si misero a camminare senza far parola, spaurite dalla
propria audacia e pensierose. Era di poco valicata la mezzanotte; da una
taverna uscirono alcuni uomini e squadrarono quella coppia frettolosa,
non comprendendo di quali femmine si trattasse; e poichè l'uno diceva
con parole villane la sua ammirazione per la ragazza, un altro lo ammonì
sarcasticamente:
--Lascia andare, figliuolo. Lì, occorrono biglietti da mille!
Loredana vibrò da capo a piedi; mormorò a Clarice:
--Ho paura. Torniamo indietro.
--Su, su, coraggio!--disse la Teobaldi, che tuttavia non era meno
inquieta della sua giovane amica.--Non siamo lontane.
Ella stentava ad agguagliare il passo di Loredana; ma correva aiutandosi
con qualche piccolo salto, facendo sobbalzar tutta la sua povera carne.
--Presto!--diceva Loredana quasi ad ogni passo.--Non ci segue nessuno?
--Nessuno!--rispondeva Clarice, cogliendo il destro per rallentare un
poco, e voltarsi.
Un ubbriaco, in una calle stretta, parlava e gesticolava da solo. Non
gli tornava il conto della serata e nominava alcuni uomini illustri
della città, dichiarando che all'indomani li avrebbe chiamati a
testimoni contro l'oste e i compagni di giuoco. Vide le due donne, le
lasciò avvicinare, e si rivolse a Loredana:
--Dica: se io spendo sessanta per un litro e mezzo....
E pencolò maledettamente; Loredana mandò un grido soffocato e si mise a
correre.
--Lei, la vecchia, è più ragionevole,--osservò il beone, guardando
Clarice che s'allontanava a passo celere.--Non corre, la vecchia, perchè
ha i piedi in malora. Ma se io spendo sessanta per un litro e mezzo....
--Lori, Lori, mi aspetti!--disse a mezza voce Clarice.
La fanciulla si fermò, la Teobaldi le si mise al fianco, e ripresero a
camminare.
--Che paura, tesoro mio!--esclamò Clarice, tentando di sorridere.
--Ah sì, muoio di paura! Quell'ubbriaco per poco non mi cadeva
addosso!... Ma quanto dobbiamo camminare ancora?
--Adesso ci siamo. Volti a destra....
--Non ne capisco più nulla,--mormorò Loredana.
Essa stentava a riconoscere le calli, in quell'ora notturna; tutte le
porte eran chiuse, le finestre chiuse, e di tratto in tratto una larga
chiazza d'ombra toglieva la vista delle case, dei confini, degli angoli;
poi appariva un lampione dalla luce rossastra, e, a quando a quando, un
rio dall'acqua immota e nera. Nel silenzio solenne, dentro le calli più
anguste, i passi delle due donne davano un rimbombo prolungato;
lontanamente, per due volte in due punti diversi, risonò la voce
gutturale d'un gondoliere, che s'internava con la sua gondola in un rio;
e qua e là una zaffata di odore salso giunse alle nari di Loredana, che
storse la bocca.
--Ci siamo!--disse improvvisamente Clarice.
Loredana alzò gli occhi, e riconobbe il palazzo Vagli, balzato fuori
dall'ombra come per magìa; largo e tozzo, ammantellato nell'oscurità,
lasciava a pena intravedere le finestre bifore e le colonne patinate dal
tempo; era tutto muto.
Ma la fanciulla non ebbe agio a contemplare; un uomo si staccava dalla
porta fiocamente illuminata, le veniva incontro, l'abbracciava con tale
veemenza da sollevarla da terra e trasportarla dentro in un sol gesto.
Richiuse d'un colpo lo sportello, e stringendosi la fanciulla al fianco,
cingendole col braccio destro il collo quasi a difenderla da un nemico
invisibile, inoltrò.
Restarono per sempre impressi nella mente di Loredana il cortile buio,
l'atrio buio, illuminati a sprazzi dal fanale, che l'uomo teneva nella
sinistra; e la scalinata e quelle sale dove lampeggiavan fugacemente uno
specchio, la doratura dei mobili, la superficie levigata d'una tavola o
d'una statua.
I passi risonavano sordamente sul tappeto, e tanto silenzio era intorno,
che benchè nessuno vegliasse a quell'ora, i due amanti non parlavano.
Loredana si volse a cercar Clarice, ma non vedendola più, alzò gli occhi
a guardar Filippo, e gli sorrise.
Obliata la madre, la notte, la casa, essa era felice e superba della
propria audacia; il palazzo le sembrava immenso, ma sicuro, e quel
braccio attorno al collo era il segno d'una protezione quasi
onnipotente. Le tornava l'imagine di Filippo più forte, più audace, più
fidato di chiunque al mondo, e ne fremeva di piacere.
--Qui?--ella domandò sottovoce.
--Qui,--rispose Filippo, liberandola dalla stretta.
Erano nella camera di lui. Loredana vide larghi e pesanti cortinaggi
alle finestre, un letto ampio, una pelle di tigre, con la testa enorme e
gli occhi fissi, stesa a terra; sopra un tavolino moresco incrostato di
madreperla ardevan cinque candele in un candelabro di vecchio argento; a
una parete scintillavano le guaìne metalliche di armi stravaganti.
Non vide altro, nel tumulto della gioia; pensò che il suo amore
seguitava, riallacciando quella notte col giorno malinconico in cui era
tornata tutta sola da Peschiera; oh, anche il suo amore gagliardo
vinceva gli ostacoli, e i baci che sentiva eran più saporosi dopo tante
lagrime...!
SECONDA PARTE.
I.
Giselda Fioresi, al braccio di Berto Candriani, s'era fermata innanzi
alla tavola del buffet, in casa della contessa Lombardi.
La lunga tavola era tutta occupata da piatti colmi di pasticcini e di
dolci; due grandi samovar d'argento fumavano, e da un'enorme zuppiera un
servo scodellava nelle tazze il punch freddo, mentre altri versavano lo
sciampagna gelido dalle caraffe di cristallo e distribuivano i sorbetti
rosei e bianchi.
--Se lei non fosse venuto a salvarmi,--continuò Giselda, accennando con
la testa a un signore tozzo e rubicondo, che sorbiva adagio una granita
di caffè,--gli sarei caduta fra le braccia....
--Oh Dio!--singhiozzò comicamente Berto Candriani.
--Per la noia, per la noia!--disse Giselda ridendo.--Non sa parlare che
del suo automobile, e s'atteggia a disdegnare i cavalli....
--Così le ha fatto sapere che ne ha....
--Ne ha dieci, nelle scuderie della sua tenuta di San Polo; ma vuol
venderli....
Nuove coppie, gli uomini in marsina, le donne in abito scollato e grande
cappello, erano sopraggiunte e facevan coda, incalzando, alle spalle di
Berto e di Giselda.
--Vuole sciampagna?--domandò Berto, prendendo una coppa dalle mani d'un
servo e passandola a Giselda, che vi bagnò appena le labbra.
--Datemi due gelati,--ordinò qualcuno che stava dietro il Candriani.
--Aspetta,--disse questi al marchese di Spinea, che aveva al braccio la
contessina Cafiero,--ti lasciamo il posto.
E avviandosi con Giselda, seguitò ad alta voce:
--Bada, che c'è molto punch bollente, che non si beve, e poco sciampagna
freddo che si berrebbe volontieri.
--Zitto, maldicente!--gli disse il marchese di Spinea.--Vedremo che cosa
ci offrirai quando verremo da te.
--Bravo, stai fresco!--esclamò Berto.--Resto scapolo apposta per non
avere seccatori in casa!
Sul limitare, Berto e Giselda dovettero fermarsi. La duchessa di
Torrecusa e la contessa Osvaldi, tenendo ciascuna una coppa di
sciampagna, s'esercitavano a portarla alle labbra, dopo aver fatto col
braccio destro alcuni giri a spirale. La duchessa vi riuscì, versando
dall'orlo metà del contenuto, e la contessa Osvaldi, che rideva a gola
spiegata, vuotò la coppa intera sul tappeto, e rinunziò alla prova,
perchè i cavalieri intorno la facevan ridere troppo.
Berto Candriani s'aprì un varco tra i gruppi, traversò con Giselda un
lungo corridoio, poi la sala pei fumatori, dove sedevano alcuni uomini,
timidi o noiati, che si scambiavan gli astucci delle sigarette o i gravi
propositi d'una più energica politica internazionale; passò oltre la
sala rossa, tutta rossa fiammante per le tappezzerie e pel colore dei
mobili dorati, e si fermò nella sala rosea che precedeva la sala da
ballo.
--Andiamo laggiù!--disse, accennando un alto e lungo paravento sul quale
eran trapunte in oro parecchie grosse cicogne, brillanti sopra uno
sfondo color chiaro di luna.
--Dietro il paravento?--chiese Giselda, lasciandosi trascinare senza
troppa resistenza.
--Sieda,--ordinò Berto.--Io siedo qui di di fronte; lei metta fuori le
punte dei suoi piedini, così quelli che passeranno per andare a saltar
come pere secche, capiranno che qui c'è qualcuno.
--Ma no, ma no, è sconveniente!--osservò Giselda.--E poi, lei ha
l'abitudine di parlar male di tutti, e potrebbe sparlare proprio di
quelli che passano....
--Ingenua fanciulla!--esclamò Berto Candriani.--C'è l'occhio della
cicogna!
--Che cosa vuol dire?--domandò la contessina Fioresi con un sorriso, che
pregustava qualche strana storia.
--Vuol dire che son forati gli occhi d'una cicogna, e di qui vedo
benissimo senza essere veduto. Guardi che bei buchi!
Giselda si alzò a guardare, appoggiandosi lievemente alla poltrona di
Berto; attraverso due fori, che corrispondevan dall'altro lato agli
occhi d'una gigantesca cicogna, si vedevan benissimo il resto della sala
e la porta dalla quale dovevan passare le coppie. Giselda diede in una
risata.
--Ma quando ha fatto questo lavoro?--domandò.
--Badiamo: è un segreto che si rivela a una gentildonna; i buchi li ha
fatti Silvestrelli, il capitano di corvetta, due anni or sono, e prima
di partire per il giro del mondo li ha confidati a me. Io sono l'unico
erede di questi buchi, e nessuno se n'è mai accorto. Spero che lei
apprezzerà tutto il valore della mia rivelazione.
--Sono utilissimi,--dichiarò la Fioresi solennemente.--Non dirò parola
ad anima viva.
Berto fece un cenno con la mano; qualche coppia passava, dirigendosi al
salone da ballo e chiacchierando; alcuni cavalieri sopraggiunsero,
diedero un'occhiata, videro la sala vuota e se ne andarono di nuovo.
--Ha notato, contessina, che stasera non c'è Flopi?--riprese Berto con
la sua voce più melliflua, piano piano.
--Non ho notato nulla!--rispose Giselda bruscamente.--Perchè dovrei
notare queste inezie?
--Inezie? Non ci sono inezie per chi ama.... Si vorrebbe sapere dove è
Flopi a quest'ora, che cosa fa, che cosa dice.... Non è vero?
--Non è vero; io non voglio sapere nulla. Il conte Vagli non m'interessa
più di quanto sia lecito, e io non ho l'abitudine di amare chi non si
occupa di me.
--Non dico sia un'abitudine,--osservò Berto.--Può essere una
fatalità.... Zitta!--soggiunse, dopo aver dato uno sguardo ai buchi
della cicogna.--C'è lo zio!
Il conte Roberto Vagli entrava in quel punto con un altro vecchio
signore; il conte Roberto era dritto e magnifico, il largo petto
inquadrato dal panciotto della marsina, all'occhiello della quale era
fissato un superbo garofano bianco; tra le mani il conte teneva il
gibus, alla maniera antica.
--Io ti assicuro,--egli seguitava,--che è una corbelleria, questa di
voler tanti treni fra Venezia e Milano; treni diretti, treni
direttissimi, o, come si dice ora, treni-lampo! Sai che cosa avverrà?
L'amico sedette in una poltrona, e il conte ripetè, standogli innanzi:
--Sai che cosa avverrà? Avverrà che Venezia fra pochi anni sarà un
sobborgo di Milano, e le nostre civette andranno a far le compere a
Milano, e i nostri giovanotti si vestiranno a Milano, e tutti i nostri
quattrini ingrasseranno Milano, e il nostro commercio e la nostra
industria rimarranno quel che sono ora, una povera cosa. Non mi diceva
un momento fa il Cavenaghi, sai, quel mercante di carbone, che si pensa
d'attuare un treno per tempissimo, cosicchè si possa andare a Milano,
starvi sei o sette ore, e tornar la sera medesima? Io ti domando!...
L'amico si alzò, e tutt'e due s'avviarono.
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