stato affettivo e sono corrispondentemente accompagnate da sentimenti
caratteristici.
Per questa stretta connessione fra gli atti di volere e gli effetti
pantomimici dell’emozione noi dobbiamo nello sviluppo dei processi
volitivi considerare come originari, quelli che si risolvono in certi
movimenti corporei, che hanno la loro origine nell’antecedente corso di
rappresentazioni o sentimenti, e in atti di volere -esterni-. Invece
i processi di volere, che si risolvono solo in pure manifestazioni
rappresentative e sentimentali, o in così detti atti volitivi
-interni-, generalmente sembrano solo essere i prodotti di un più
completo sviluppo intellettuale.
2. Un processo di volere, che si esplica in un atto volitivo -esterno-,
si può quindi definire come un’emozione risolventesi in un movimento
pantomimico, il quale non solo, come tutti i movimenti pantomimici,
caratterizza la qualità e l’intensità dell’emozione, ma di più
-produce- -- e in ciò sta il suo valore speciale -- -effetti esterni, che
pongono fine all’emozione stessa-. Ma un tale effetto non è possibile
per tutte le emozioni, bensì solo per quelle, nelle quali il corso
dei sentimenti onde sono composte, produce per sè stesso sentimenti
e rappresentazioni, che sono adatte per rimuovere il precedente
eccitamento emotivo. E questo fatto si esplica specialmente, quando il
risultato finale dell’emozione è direttamente opposto ai sentimenti,
che lo precedettero. Quindi la condizione psicologica, primitiva e
fondamentale, degli atti volitivi sta nel -contrasto dei sentimenti-;
e probabilmente l’origine di primitivi processi di volere si ritrova
sempre in sentimenti di dispiacere, che determinano reazioni esterne
di movimento, come effetti delle quali sorgono sentimenti contrastanti
di piacere. Elementari processi volitivi di una tale natura sono per
l’appunto il prendere cibo per acquetare la fame, il lottare contro
nemici per soddisfare il sentimento della vendetta e altre simili
azioni. Le emozioni, che sorgono da sentimenti sensoriali, non meno
delle diffusissime emozioni sociali, quali amore, odio, ira, vendetta,
sono per tal guisa le primitive sorgenti del volere, comuni così agli
uomini come agli animali. Il processo volitivo si distingue quindi
dall’emozione, solo perchè ad essa è immediatamente annessa un’azione
esterna, che nel suo esplicarsi sveglia sentimenti, i quali per il
contrasto con quelli contenuti nell’emozione, dànno fine all’emozione
stessa. L’apparire di un atto volitivo può o direttamente, o -- e
questo è forse sempre il modo primitivo -- indirettamente attraverso
un’emozione di contenuto sentimentale contrastante ricondurre al corso
dei sentimenti normale e tranquillo.
3. Quanto più ricchi vengono costituendosi i contenuti rappresentativi
e sentimentali, e quanto più con quelli si fa numerosa la varietà delle
emozioni, tanto più si estende il campo dei processi di volere. Non si
dà infatti nè sentimento nè emozione, che in qualche modo non potrebbe
preparare un atto volitivo o almeno contribuire a prepararlo. Tutti i
sentimenti, anco quelli relativamente indifferenti, contengono in un
certo grado una tendenza od un’avversione, sia pur solo indirizzata
a mantenere o a rimuovere lo stato d’animo esistente. Quantunque il
processo di volere si presenti come la più complessa forma dei moti
d’animo, la quale come suoi elementi presuppone sentimenti ed emozioni,
non si deve però d’altro lato dimenticare, che si dànno continuamente
sentimenti, i quali non si collegano ad emozioni ed emozioni, le quali
non si risolvono in atti di volere, ma che nell’intera connessione
dei processi psichici quei tre gradi sono condizioni gli uni degli
altri; perocchè essi costituiscono le parti insieme spettanti a un
unico processo, il quale solo come processo di volere raggiunge la sua
completa esplicazione. In questo senso si può considerare il sentimento
come il principio di un processo volitivo, il volere all’opposto come
un processo sentimentale composto, e l’emozione come un passaggio fra
i due.
4. Nell’emozione che si risolve in un atto di volere, i singoli
sentimenti di solito non hanno mai un valore concorde ed eguale,
ma alcuni di essi insieme alle rappresentazioni, che a loro sono
legate, si levano sugli altri, come -preponderanti- nella preparazione
dell’atto volitivo. E queste combinazioni di rappresentazioni e
sentimenti, che nel nostro apprendimento soggettivo del processo
volitivo preparano immediatamente l’azione, siamo soliti chiamare i
-motivi- del volere. Noi possiamo ancora distinguere ogni motivo in
una parte rappresentativa e in una sentimentale, delle quali diciamo
la prima -ragione determinante- e la seconda -forza impellente-. Se un
animale di rapina afferra la sua preda, la ragione dell’atto è l’averla
veduta, la forza impellente può essere il sentimento spiacevole della
fame, oppure l’odio di specie suscitato da quella vista. Le ragioni
determinanti di un assassinio possono essere state l’appropriazione
dei beni altrui, la soppressione di un nemico, e simili; le forze
impellenti, sentimento d’indigenza, odio, vendetta, invidia, ecc.
Quando le emozioni sono di natura complessa, anche le ragioni
determinanti e le forze impellenti sogliono essere di specie mista
e spesso tanto, che per l’agente diventa difficile il decidere quale
sia il motivo prevalente. Questo si connette al fatto, che le forze
impellenti dell’atto di volere, alla stessa guisa degli elementi di
un sentimento composto, sono collegate in un tutto organico e si
subordinano ad una impressione come ad elemento predominante; nel
qual caso i sentimenti di direzione affine rinforzano e affrettano
l’effetto, i sentimenti di direzione opposta invece lo indeboliscono.
Nelle composizioni di rappresentazioni e sentimenti, che noi diciamo
motivi, spetta non alle prime, ma ai secondi, come forze impellenti,
quell’importanza decisiva nella preparazione degli atti volitivi. E
questo proviene dal fatto, che i sentimenti sono per sè stessi parti
integranti dei processi di volere, mentre le rappresentazioni possono
influire solo indirettamente, cioè per essere unite ai sentimenti.
L’ipotesi di un atto di volere sorgente da considerazioni puramente
intellettuali, di una decisione volitiva contraria alle tendenze che
si esplicano nei sentimenti, ecc., racchiude in sè una contraddizione
psicologica. Essa si fonda sul concetto astratto di un volere
trascendente, assolutamente diverso dai reali processi psichici di
volere.
5. Nella combinazione di una varietà di motivi, cioè di
rappresentazioni e sentimenti, i quali in un composto decorso di
emozioni si presentano come quelli che sono decisivi per il compimento
di un’azione, sta la condizione essenziale da un lato per lo -sviluppo
del volere-, dall’altro per la distinzione delle -singole forme di atti
volitivi-.
Il caso più semplice di un processo di volere ci si offre, quando
entro un’emozione di opportuna natura, un unico sentimento con
rappresentazione concomitante si fa motivo e pone fine al processo
con un atto esterno ad esso corrispondente. Possiamo dire -processi
di volere semplici- tali processi di volere determinati da un -unico-
motivo. I movimenti, che chiudono questi processi, sono spesso indicati
anche col nome di -azioni impulsive-, senza che però nel concetto
popolare dell’impulso sia stata sufficientemente tradotta questa
distinzione posta in base alla semplicità del motivo del volere,
perchè per lo più vi si mescola anche un altro punto di vista, la
natura dei sentimenti agenti come forze impellenti. In base a questo
concetto, tutte le azioni, che sono determinate solo da sentimenti
-sensoriali- e specialmente da sentimenti generali, sono state dette
azioni impulsive, indipendentemente dal fatto che uno solo o più motivi
ne fossero causa. Però questo secondo criterio della distinzione non è
psicologicamente esatto, così come non è giustificata la conseguente
completa separazione delle azioni impulsive dalle azioni volitive,
considerate quali specie diverse di processi psichici.
Per un’azione impulsiva noi intenderemo quindi un’azione di volere
-semplice-, cioè che è determinata da un solo motivo, indipendentemente
dal grado, che spetta al motivo nella serie dei processi sentimentali e
rappresentativi. L’azione impulsiva, presa in questo senso -- astraendo
dalla circostanza che essa può presentarsi anche insieme a processi di
volere più complessi -- è necessariamente il punto di partenza per lo
sviluppo di tutti gli atti di volere. Di più, generalmente sono appunto
gli originari atti impulsivi quelli che nascono da semplici sentimenti
sensoriali. In questo senso la maggior parte delle azioni degli animali
sono atti impulsivi, ma anche nell’uomo continuano a sussistere tali
azioni e in seguito a semplici emozioni sensoriali e come prodotti
delle abitudini, con cui si compiono azioni di volere originariamente
determinate da motivi complessi (10).
6. Tosto che in un’emozione una pluralità di sentimenti e di
rappresentazioni cerca trasformarsi in atti esterni e queste parti del
decorso emozionale, fatte motivi, tendono ad effetti ultimi diversi,
siano essi affini, siano opposti, allora dall’atto di volere semplice
si passa all’-atto di volere composto- e questo noi diremo anche -atto
volontario- per distinguerlo dall’atto -impulsivo-, che lo precede in
ordine di sviluppo.
Gli atti volontarii hanno in comune cogl’impulsivi la proprietà
di sorgere decisamente da -un- motivo o da un complesso di motivi
agenti in -in un solo senso-, e fusi in una forza totale; ma se ne
distinguono per ciò che in essi il motivo determinante si è elevato
come predominante su di una quantità di motivi, che sussistono gli uni
accanto agli altri, diversi e fra loro in antagonismo. Quando una lotta
tra questi motivi antagonistici precede l’azione in modo distintamente
percettibile, noi diciamo l’atto volontario con un termine speciale,
-atto di scelta-, e il processo che a lui va prima un -processo di
scelta-. Il fatto che un motivo si fa predominante su gli altri, che
sono dati contemporaneamente con quello, può solo spiegarsi mediante
la presupposizione di una lotta fra i motivi. Ma noi percepiamo questa
lotta ora distintamente, ora indistintamente, ora per nulla affatto.
Solo nel primo di questi casi noi parliamo di un vero atto di scelta;
quindi la distinzione tra atti volontarii e atti di scelta sfugge
affatto. Lo stato psichico dei soliti atti volontarii si avvicina però
ancor più a quello degli atti impulsivi, mentre per gli atti di scelta
se ne può riconoscere distintamente la differenza.
7. Quel processo psichico, per cui, più o meno improvvisamente, si
fa prevalente il motivo determinante, processo che immediatamente
precede l’atto, noi diciamo negli atti liberi in generale la -decisione
(Entscheidung)-, negli atti di scelta specificamente la -risoluzione
(Entschliessung)-. La prima parola qui si riferisce solo alla
distinzione del motivo predominante dagli altri, mentre la seconda
parola per la connessione al verbo “chiudere„ (-Schliessen-), indica
che il processo viene considerato come un prodotto ultimo di più
premesse.[22][23]
Se gli -stadi iniziali- di un processo di volere non si distinguono
in modo sicuro da un decorso emotivo normale, i loro -stadi finali-
sono di una natura tutt’affatto caratteristica. Essi sono specialmente
marcati da sentimenti concomitanti, che non si incontrano fuori del
dominio dei processi volitivi e che per ciò si devono considerare come
gli elementi specificamente propri del volere. Questi sentimenti sono
quelli della -decisione- e della -risoluzione-, dei quali l’ultimo
si distingue dal primo solo per un’intensità maggiore. Essi sono di
eccitazione o di sollievo, e a seconda delle circostanze legati a un
fattore di piacere o di dispiacere. La intensità relativamente maggiore
del sentimento di risoluzione ha probabilmente la sua ragione nel
contrasto del sentimento stesso a quello che lo precede, sentimento del
-dubbio-, il quale accompagna l’ondeggiare fra due motivi diversi. In
contrapposizione a questo sentimento, quello del sollievo acquista una
più alta intensità. All’apparire dell’atto volitivo, i sentimenti della
decisione e della risoluzione sono sostituiti da quello specifico di
-attività-, il quale per gli atti volitivi esterni ha il suo sostrato
sensibile nelle sensazioni di tensione accompagnanti il movimento.
Questo sentimento dell’attività è di natura spiccatamente eccitante
e a seconda degli speciali motivi di volere è a vicenda accompagnato
da elementi di piacere o di dispiacere, i quali alla loro volta nel
corso dell’atto possono mutare e gli uni prendere il posto degli
altri. Come sentimento totale, il sentimento di attività è un processo
crescente e decrescente nel tempo, il quale si stende su tutto il corso
dell’azione e col finire di questa passa nei sentimenti, molto vari, di
soddisfazione, contentezza, delusione, ecc., come pure in sentimenti ed
emozioni diversi, che sono legati alla speciale riuscita dell’azione.
Se noi consideriamo questo decorso, che ci si presenta negli atti
volontarii e di scelta, come quello di un atto di volere -completo-,
noi distingueremo gli -atti impulsivi- essenzialmente dal mancare in
essi i sentimenti preparatorii della decisione e risoluzione, perchè
il sentimento, che è legato al motivo, passa direttamente in quello
dell’attività e poi nei sentimenti, che corrispondono all’effetto
dell’azione.
8. Al passaggio degli atti di volere da semplici in complessi si
collega una serie di ulteriori mutazioni, che sono di una grande
importanza per lo sviluppo del volere. La prima di queste mutazioni
consiste in ciò, che le emozioni, dalle quali sono introdotti i
processi di volere, sempre più decrescono in intensità a causa
dell’azione contraria di sentimenti diversi e inibentisi a vicenda,
così che alla fine i processi di volere possono nascere da un decorso
sentimentale apparentemente tutt’affatto libero di emozioni. Di fatto
però non si ha mai una mancanza assoluta d’emozione. Un motivo sorgente
in un normale decorso di sentimenti, affinchè porti a una decisione
o risoluzione, deve sino ad un certo grado unirsi ad un’eccitazione
emotiva. Ma questa può essere così debole e passeggiera, che noi tanto
più facilmente la trascuriamo, quanto più incliniamo a comprendere
senz’altro, nell’unico concetto dell’atto volitivo, colla risoluzione
e coll’azione una tale breve emozione, che accompagna solo il
sorgere e l’agire dei motivi. Questo indebolimento delle emozioni è
principalmente prodotto da quelle combinazioni di processi psichici,
che noi assegniamo allo sviluppo -intellettuale-, e sulle quali si
dovrà ritornare per lo studio della connessione delle formazioni
psichiche (§ 17). I processi intellettuali non possono mai distruggere
le emozioni; essi sono invece spesso sorgenti di nuovi, e diversi
eccitamenti emotivi. Un atto di volere tutt’affatto libero d’emozione,
determinato da motivi puramente intellettuali, è, come già si è notato
(pag. 151), un concetto psicologicamente impossibile. Senza dubbio
lo sviluppo intellettuale ha un’azione moderatrice sulle emozioni e
specialmente su quelle che preparano gli atti di volere, in tutti quei
casi, nei quali entrano motivi intellettuali. Può darsi che questa
azione moderatrice dipenda in parte dalla reciproca compensazione dei
sentimenti, che avviene nel maggior numero delle emozioni, e in parte
dal lento sviluppo dei motivi intellettuali, perocchè generalmente
le emozioni sono tanto più forti, quanto più rapidamente crescono i
sentimenti onde sono composte.
9. Con questo affievolimento delle parti emotive nel processo di
volere sotto il predominio di motivi intellettuali si connette anche
una seconda variazione, ed è la seguente: l’atto volitivo, che chiude
il processo di volere, non è un movimento esterno, ma l’effetto, che
annulla l’emozione eccitante, è esso stesso un processo psichico,
il quale non si rivela immediatamente per mezzo di sintomi esterni.
Tali effetti, che non possono essere esteriormente avvertiti, diciamo
-atti di volere interni-. La trasformazione degli atti di volere da
esterni in interni è così legata allo sviluppo intellettuale, che
per una gran parte la natura dei processi intellettuali trova la sua
spiegazione nella partecipazione di processi di volere al decorso delle
rappresentazioni (§ 15, 9). L’atto, che chiude il processo di volere,
consiste quindi in una modificazione di quel decorso rappresentativo,
la quale si annette ai motivi passati in seguito ad una avvenuta
decisione o risoluzione. I sentimenti che accompagnano questi atti
di preparazione immediata, non meno che il sentimento di attività
collegato coll’apparire della modificazione, concordano in tutto coi
sentimenti che si osservano negli atti di volere esterni. E a un tale
effetto si accompagnano in modo più o meno pronunciato sentimenti di
soddisfazione, corrispondenti al cessare delle precedenti tensioni
emotive e sentimentali, così che il carattere, per cui questi processi
di volere legati allo sviluppo intellettuale differiscono dagli atti di
volere primitivi, è questo solo, che l’effetto ultimo del volere non si
estrinseca in un movimento corporeo esteriore.
Nondimeno anche da un atto di volere interno può sempre sorgere in
linea secondaria un movimento corporeo: e precisamente, quando la
risoluzione presa ha di mira un atto esterno, che si deve compiere
in un tempo posteriore. Ma allora questo atto nasce da un secondo
processo di volere posteriore al primo, e questo se è determinato da
motivi, che derivano bensì dall’antecedente atto di volere interno,
deve però essere appreso come un processo nuovo, diverso dal primo. In
questo senso, ad es., il prendere una decisione per un’azione futura,
che si deve compiere sotto certe condizioni non ancora avveratesi,
è un atto di volere interno; il posteriore compimento dell’azione è
un atto esterno diverso dal primo, ma che presuppone il primo come
condizione del suo avverarsi. Donde deriva che nei casi, nei quali
l’atto di volere esterno nasce da una decisione, che tien dietro a una
lotta di motivi, quasi si confondono le possibilità di un processo di
volere unico, formante un tutto in sè connesso, e di -due- processi di
volere, dei quali sia anteriore l’uno, posteriore l’altro, perchè la
risoluzione, tosto che è notevolmente separata nel tempo dall’azione,
può essere appresa come un atto di volere interno, che prepari
l’azione.
10. Alle due suesposte modificazioni, collegate collo sviluppo del
volere, l’affievolimento delle emozioni e l’affermazione indipendente
degli atti di volere interni, le quali sono di natura progressiva, si
contrappone un terzo processo, come forma di evoluzione -regressiva.-
Tosto che processi di volere composti, aventi un medesimo contenuto
di motivi, si ripetono più spesso, la lotta dei motivi si attenua;
i motivi rimasti soccombenti nei processi anteriori si presentano
al ripetersi dell’atto sempre più deboli e da ultimo spariscono
affatto. E allora l’azione composta si trasforma in un’azione semplice
o -impulsiva-. È specialmente questa trasformazione regressiva di
processi volitivi complessi in processi impulsivi, che dimostra
inopportuna la surricordata limitazione del concetto di “impulso„ agli
atti di volere nascenti da sentimenti sensoriali. Per quella continua
graduale eliminazione dei motivi soccombenti si hanno azioni impulsive
non solo nel campo della semplice sensazione, ma allo stesso modo anche
in quelli dei fenomeni intellettuali morali ed estetici, ecc.
Questa trasformazione regressiva costituisce nello stesso tempo una
parte di un processo, che riunisce tutti gli atti esteriori di un
essere vivente, così gli atti di volere come i movimenti automatici
riflessi. Imperocchè anche nell’azione impulsiva, se ancora continua
il ripetersi abituale degli atti, il motivo determinante diventa
sempre più debole e passeggiero. Lo stimolo esterno, che in origine
suscitava una rappresentazione ricca di sentimento avente forza di
motivo, determina l’azione prima ancora che esso possa essere appreso
come rappresentazione. In tal guisa il movimento impulsivo è finalmente
passato in un movimento -automatico-. Ma quanto più di frequente si
ripete questo processo, tanto più facilmente può avvenire il movimento
automatico, senza che sia neppur sentito lo stimolo, ad es., nel sonno
profondo, o quando sia completamente distolta l’attenzione. Allora il
movimento appare come un puro riflesso fisiologico dello stimolo e il
processo di volere è divenuto un -processo riflesso-.
Questa graduale -trasformazione dei processi in atti meccanici
(meccanizzazione)-, che essenzialmente consiste nell’eliminazione di
tutte le parti psichiche, poste tra il punto iniziale e il finale,
può avvenire tanto nei movimenti impulsivi originari, quanto in
molti dei secondari sorti dal condensamento di atti volontarii.
Non è inverosimile che i movimenti riflessi degli animali e degli
uomini abbiano per l’appunto questa origine. Indipendentemente dalla
meccanizzazione degli atti di volere dovuta all’esercizio, in favore
della nostra supposizione sta da un lato il -carattere dì finalità
dei riflessi-, il quale ci dà una prova della presenza in origine di
rappresentazioni degli scopi, le quali agivano come motivi; dall’altro
lato sta il fatto, che i movimenti degli animali inferiori sono
manifestamente atti di volere semplici e non riflessi; e però anche
sotto questo rispetto non è verosimile l’ipotesi più volte fatta di una
evoluzione in senso opposto dai riflessi alle azioni di volere. Infine
da questo stesso punto di vista si spiega anche nel modo più semplice
il fatto presentatosi nel §13 (pag. 139), che i -movimenti espressivi
dell’emozioni- possano appartenere a ciascuna di queste forme possibili
nella scala degli atti esterni. Evidentemente qui i movimenti più
semplici sono in origine atti impulsivi, mentre parecchi movimenti
pantomimici più complessi si devono probabilmente ricondurre ad atti
un tempo liberi, che si trasformarono dapprima in movimenti impulsivi
e poi persino in movimenti riflessi. Inoltre qui i fenomeni costringono
all’ipotesi, che la trasformazione regressiva, avente principio durante
la vita individuale, è a poco a poco accresciuta dalla trasmissione
ereditaria dei caratteri acquisiti, così che certi atti in origine
volontarii, per i discendenti tardi sono sin dal principio movimenti
impulsivi e riflessi (V. § 19 e 20).
10-a-. Anche nel volere, per le stesse ragioni che
nell’emozione, l’osservazione dei processi che ci si offrono
casualmente nella vita, o un procedimento insufficiente e
fallace per la determinazione della vera natura del fatto. Da
per tutto dove si eseguiscono atti di voleri interni od esterni
a vantaggio di teoretiche o pratiche, questioni della vita, il
nostro interesse è così richiamato da quelle questioni, che noi
non siamo in grado di osservare con esattezza i processi psichici
contemporaneamente presenti. Nelle teorie dei vecchi psicologi
intorno al volere, teorie le quali spesso gettano le loro ombre
ancora sulla scienza moderna, si rispecchia manifesto questo stato
incompleto del metodo di osservazione psicologica. Poichè l’atto
esterno di volere era l’unico che in tutto il dominio dei processi
volitivi cadesse distintamente sotto l’osservazione, si tendeva
a limitare il concetto del volere senz’altro agli atti volitivi
esterni, e non solo si lasciava poi affatto inosservato l’intero
campo degli atti di volere interni così importante per lo sviluppo
superiore del volere, ma di più si consideravano le parti del
processo di volere che preparano l’azione esterna, in modo affatto
incompleto, per lo più solo in rapporto alle parti rappresentative
dei motivi più appariscenti. Ne proveniva che non si avvertiva la
stretta connessione genetica tra gli atti impulsivi e volontarii;
i primi, come fenomeni affini ai moti riflessi, erano ritenuti
tutt’affatto indipendenti dal volere e questo era limitato
ai soli atti volontarii e di scelta. Siccome poi oltre a ciò,
questa unilaterale considerazione delle parti rappresentative dei
motivi faceva interamente trascurare la derivazione dell’atto di
volere dall’emozione, si venne alla strana opinione che l’atto di
volere non sia il prodotto dei motivi che lo precedono e delle
condizioni psichiche che agendo su di essi danno predominio al
motivo determinante, ma che il volere sta un processo il quale si
presenta -insieme- ai motivi ma è da questi in sè indipendente; il
prodotto di una facoltà di volere metafisica; e questa, siccome
solo gli atti volontarii erano ritenuti veri atti di volere, era
definita come la “facoltà di scelta„ dell’anima, ossia quella
facoltà che dava la preferenza a -uno- fra i diversi motivi
che agiscono sull’anima. In tal guisa in luogo di derivare il
risultato finale del processo di volere, l’atto volitivo, dalle
precedenti condizioni psichiche, la vecchia psicologia usava di
questo atto finale per foggiarsi un concetto generale chiamato
-volontà-, concetto che era considerato, nel senso della teoria
delle facoltà, come una causa prima dalla quale dovevano sorgere
tutti i singoli atti di volere.
Schopenhauer e dopo di lui alcuni moderni psicologi e filosofi
portavano una semplice modificazione a queste teorie astratte
della volontà, quando spiegavano il processo di volere come un
processo “incosciente„ di cui il risultato soltanto, l’atto di
volere, sarebbe un processo psichico cosciente. Qui evidentemente
l’insufficiente osservazione del processo di volere che precede
l’atto, aveva condotto ad affermare la non esistenza assoluta
di un tale processo di volere. Inoltre siccome l’intera varietà
dei processi di volere concreti era distrutta, dal concetto di
-una sola- volontà incosciente, si giungeva allo stesso risultato
psicologico che nelle vecchie teorie; in luogo della spiegazione
dei reali processi di volere e delle loro connessioni, era posto
un concetto generico, cui falsamente era dato il significato di
una causa generale.
Anche la nuova psicologia e persino la sperimentale è spesso
ancora in balìa di questa dottrina astratta della volontà così
profondamente radicata. Dacchè sin dal principio si dichiara
impossibile la spiegazione di un’azione mediante la concreta
causalità psichica degli anteriori processi di volere, si dà come
unica particolarità dell’atto di volere la somma delle sensazioni
che accompagnano l’azione esterna, e che a questa, quando essa
si ripeta sovente, devono immediatamente precedere come pallide
immagini della memoria. Cause poi dell’atto sono ritenuti i
processi fisici di eccitazione che avvengono entro il sistema
nervoso. In tal guisa la questione della causalità della volontà
come dalla teoria precedente è relegata fuor dalla psicologia
nella metafisica, così da queste teorie è riposta fuori dalla
psicologia nella fisiologia; nel fatto però essa anche qui, mentre
tenta passare dalla psicologia alla fisiologia, cade nei lacci
della metafisica. Dovendo la fisiologia come scienza empirica
non solo ora ma in ogni tempo, perchè la questione in parola
conduce a un problema senza fine, rifiutarsi di completamente
derivare dalle sue premesse i processi fisici che accompagnano
un atto di volere complesso, rimane come unica giustificazione
a questa teoria la dottrina della metafisica materialistica:
essere i così detti processi materiali l’unica realtà delle cose,
e però i processi psichici doversi spiegare dai materiali. Ma
è principio normativo della psicologia come scienza -empirica-,
che essa indaghi i fatti costitutivi dei processi psichici così
come essi si offrono all’esperienza immediata e che non consideri
la connessione di questi processi mediante punti di veduta che
siano ad essa stessa estranei (v. §l e pag. 13 e segg.). Noi non
possiamo in alcun altro modo conoscere come decorra un processo
di volere che seguendolo esattamente, così come esso ci è dato
nella esperienza immediata. Ma in questa esso non ci è dato come
un concetto astratto ma come un atto di volere concreto, del
quale noi sappiamo soltanto qualche cosa, in quanto esso è un
processo che si fa conoscere immediatamente, e non un processo
inconscio, oppure, il che per la psicologia fa lo stesso, un
processo materiale che non è avvertito direttamente, ma è solo
ipoteticamente ammesso in base a presupposizioni metafisiche.
Tali teorie metafisiche non sono dovute che ad una deficiente
o tutt’affatto mancante osservazione psicologica. Chi di tutto
il processo di volere osserva solo la fine, l’atto esterno,
può facilmente venire alla conclusione, che la causa prossima
dell’atto di volere sia un agente incosciente, materiale o
immateriale.
11. Essendo impossibile per le ragioni suesposte, un’esatta
osservazione del processo di volere negli atti volitivi che da sè soli
si presentano nel corso della vita, anche qui l’unico mezzo per una
fondamentale indagine psicologica sta nell’osservazione -sperimentale-.
Ora noi non possiamo davvero ad arbitrio produrre atti volitivi di
qualsiasi specie, ma dobbiamo limitarci all’osservazione di certi
processi di volere facilmente accessibili all’influenza di sussidi
esterni e risolventisi in atti esterni. Le ricerche che servono a
questo scopo sono le così dette -ricerche di reazione-; nella parte
essenziale, esse consistono in ciò: un processo di volere semplice o
composto, suscitato da uno stimolo sensibile esterno e dopo il decorso
di determinati processi psichici che servono in parte come motivi, si
risolve in una reazione di movimento.
Ma le ricerche di reazione hanno ancora una seconda e più generale
importanza. Esse offrono il modo di misurare la -rapidità- di certi
processi psichici e psicofisici. Infatti in ognuno di tali esperimenti
si fanno sempre queste misure; ma il valore più intimo di essi sta
in ciò, che ogni esperimento inchiude un processo di volere, e quindi
è possibile in tal modo, mediante l’osservazione soggettiva, segnare
esattamente la successione dei processi psichici di un tale processo di
volere, e insieme, variando volontariamente le condizioni, su di essi
influire in modo conforme allo scopo.
Il più semplice esperimento di reazione che si possa fare è il
seguente: dopo che per un tempo opportuno (2-3″), mediante un segnale,
si è determinato nel soggetto uno stato di tensione dell’attenzione,
si fa agire su un organo di senso uno stimolo esterno e nel momento
in cui è avvertito lo stimolo, il soggetto deve compiere un movimento
già prima stabilito, ad. es., un movimento della mano. Per le sue
condizioni psicologiche questo esperimento corrisponde nella parte
essenziale a un processo di volere -semplice-: l’impressione di senso
ha il còmpito di motivo semplice, al quale è univocamente coordinato
un atto determinato: Se ora mediante il metodo grafico o qualche altra
misura di tempo si fa in modo che sia oggettivamente misurato il tempo
decorrente dall’azione dello stimolo al compimento del movimento
di reazione, è possibile, ripetendo molte volte allo stesso modo
l’esperimento, far presenti esattamente tutti i processi soggettivi
dei quali si compone l’intero processo di reazione; nei risultati
oggettivi della misura del tempo sta poi a disposizione un mezzo per
controllare così la costanza come le accidentali deviazioni di quei
processi soggettivi. Si fa specialmente uso di questo controllo nei
casi, nei quali si è intenzionatamente variata una condizione qualsiasi
dell’esperimento, e quindi anche il decorso soggettivo del processo di
volere.
Infatti si può introdurre una tale variazione già nel semplice
esperimento di reazione sopra descritto, quando in vario modo si
modifichi la -preparazione- all’atto che precede l’azione dello
stimolo.
Se questa preparazione è tale che l’attesa è tutta rivolta allo
stimolo agente come motivo e l’atto esterno segue solo quando lo
stimolo è stato distintamente appreso, si ha la reazione -completa- o
-sensoriale-, come anche vien detta. Se invece l’attesa di preparazione
si dirige all’atto determinato dal motivo, così che l’atto segue al più
presto possibile l’apprendimento[24] dello stimolo, si ha la reazione
-abbreviata- o, come anche si dice, -muscolare-. Nel primo caso
l’attesa come fattore rappresentativo, contiene una pallida imagine
mnemonica, dell’impressione di senso già conosciuta; e questa imagine,
se il tempo di preparazione dura a lungo, si presenta oscillante a
volta distinta e a volta indistinta. Come fattore sentimentale è poi
sempre presente un sentimento d’attesa che oscilla in simile modo,
ma che di più è legato con sensazioni di tensione, appartenenti al
corrispondente dominio di senso, ad es., con tensioni della membrana
del timpano, dei muscoli di accomodamento ed esterni degli occhi,
ecc. A questi sentimenti preparatori nel momento dell’impressione
tien dietro un sentimento relativamente debole di sollievo, cioè un
sentimento di sorpresa, e da questo distintamente si differenzia,
come consecutivo, il sentimento eccitante che accompagna il movimento
di reazione, il sentimento dell’attività colle sensazioni tattili
contemporaneamente sorgenti. Nel secondo caso invece il soggetto,
durante il tempo dell’attesa preparatoria, ha un’ imagine mnemonica
pallida ed oscillante dell’-organo che deve reagire-, ad es. della
mano, e insieme forti sensazioni di tensione dell’organo stesso,
alle quali è collegato un sentimento di attesa abbastanza continuo.
Nel momento della stimolazione questo stato è sostituito da un
forte sentimento di sorpresa e con questo il sentimento di attività
accompagnante la reazione e le sensazioni corrispondenti a questo
sentimento si collegano così rapidamente, che non si può affatto, o
almeno molto indistintamente percepire un intervallo di tempo fra i due
momenti. Il tempo della reazione completa o sensoriale cade circa fra
0,210 e 0,290 secondi (i tempi più piccoli valgono per le impressioni
di suono, i più grandi per quelle di luce) con una variazione media
per le singole osservazioni di 0,020 secondi. Il tempo della reazione
abbreviata o muscolare va da 0,120-0,190 secondi, con una variazione
media di 0,010 secondi. I valori diversi della variazione media nei due
casi, sono di grande importanza come mezzo oggettivo di controllo per
la distinzione di questa specie di reazione[25].
12. Le forme di reazione sensoriale e muscolare costituiscono,
quando si introducano condizioni speciali, i punti di partenza per lo
studio dello -sviluppo dei processi di volere- in diverse direzioni.
La reazione sensoriale o completa, potendosi in essa inserire fra
l’apprendimento dello stimolo e il compimento della reazione diversi
processi psichici, fornisce il mezzo per passare dai processi di
volere semplici ai composti. Abbiamo un atto volontario di natura
relativamente semplice, quando all’apprendimento dell’impressione
facciamo seguire un atto di riconoscimento o distinzione, che deve poi
dar luogo al movimento di reazione. In questo caso motivo dell’azione
da compiersi non è l’impressione immediata, ma la rappresentazione
che risulta dall’atto di riconoscimento o di distinzione. Essendo
questo motivo uno soltanto fra il maggior o il minor numero di quelli
egualmente possibili che in vece sua avrebbero potuto agire, il
movimento di reazione ha il carattere di un movimento volontario;
infatti in esso si può osservare distintamente il sentimento della
-decisione-, che precede l’atto di volere; nè sono meno decisamente
pronunciati i sentimenti anteriori legati all’appercezione
dell’impressione. Quando poi viene introdotto ancora un altro
processo psichico, ad es., un’associazione che deve agire come motivo
determinante all’esecuzione del movimento, ancor più spiccati appaiono
quei sentimenti e nel tempo stesso diventa ancor più complicata la
successione dei processi rappresentativi e sentimentali. Infine, in
questi esperimenti il processo volontario diventa processo di scelta
non solo quando l’azione è in tal modo soggetta a una molteplicità
di motivi, che parecchi debbono succedersi prima che uno determini
l’azione, ma quando inoltre fra diverse azioni possibili -una- diventa
decisiva in conformità dei motivi presenti. Questo avviene se il
soggetto è preparato a diversi movimenti di reazione, ad es., a un
movimento colla mano destra o sinistra, oppure con una qualsiasi delle
dieci dita, ma deve compiere ogni singolo movimento solo quando agisca
un’impressione di una certa qualità, che per quel singolo movimento è
stabilito valga di motivo; ad es., l’impressione bleu per il movimento
a destra, rossa per quello a sinistra.
13. All’opposto la reazione muscolare od abbreviata serve per osservare
la -trasformazione regressiva degli atti di volere- in movimenti
riflessi. Essendo in questa specie di reazione l’attesa tutta rivolta
all’azione esterna, la quale deve essere compiuta nel più breve tempo
possibile, è impossibile un’arbitraria inibizione o determinazione
dell’atto a seconda della natura delle impressioni, e quindi anche un
passaggio da atti di volere semplici a composti. Invece facilmente si
giunge mediante l’esercizio a stabilire in tale modo la connessione
fra l’impressione e il movimento ad essa corrispondente in un sol
senso, che il processo di apprendimento sempre più scompare, o si
presenta solo dopo che l’impulso al movimento è compiuto e in tal caso
il movimento si svolge a guisa di riflesso. Questa meccanizzazione
del processo si dimostra oggettivamente, sopratutto nel fatto, che
il tempo di reazione si abbassa sino a quello dei puri movimenti
riflessi; soggettivamente per ciò, che impressione e reazione appaiono
all’osservazione psicologica un processo unico nel tempo, mentre
il caratteristico sentimento della decisione gradatamente scompare
affatto.
13-a-. Gli esperimenti cronometrici assai in uso nella
psicologia sperimentale sotto il nome di “esperimenti di reazione„
devono la loro importanza al doppio loro valore, in primo luogo
come sussidi all’analisi dei processi di volere, in secondo
luogo come mezzi per studiare il decorso nel tempo dei processi
psichici. E in questo bilaterale significato degli sperimenti
di reazione si riflette il valore dei processi di volere come
occupanti il punto centrale nell’ordine dei processi psichici.
Infatti da un lato i processi più semplici, i sentimenti, le
emozioni e le rappresentazioni a queste legate, costituiscono
nello stesso tempo le parti di un completo processo di volere;
dall’altro lato tutti gli aspetti possibili nella connessione
delle formazioni psichiche possono presentarsi come parti di un
processo di volere. Quindi i processi di volere costituiscono
l’opportuno passaggio alla connessione delle formazioni psichiche,
di cui si tratta nel capitolo seguente.
Un “esperimento di reazione„ rivolto all’analisi di un processo
di volere o di un qualsiasi processo psichico che entra in quello,
richiede innanzi tutto l’impiego di strumenti cronometrici esatti
e abbastanza fini (che segnino persino 1/1000 di sec.). Si usi
l’orologio elettrico o il metodo di registrazione grafica, sì
nell’un caso che nell’altro importa che siano fissati nel tempo
tanto l’istante dell’applicazione dello stimolo quanto quello
del movimento di reazione del soggetto. Questo si può ottenere,
ad es., in tal modo: una corrente galvanica, la quale pone in
movimento un orologio elettrico segnante sino a 1/1000 di secondi,
è chiusa dallo stimolo stesso (stimolo sonoro, luminoso, tattile)
e poi all’atto in cui si avverte lo stimolo è di nuovo aperta
dal soggetto stesso mediante un semplice movimento della mano
che sollevi un tasto telegrafico. Possiamo variare in diversa
maniera la reazione semplice così misurata (reazione sensoriale
e musculare, reazione con o senza segnale d’avviso). Ma possiamo
anche nel processo di reazione introdurre diversi atti psichici
(distinzioni, riconoscimenti, associazioni, processi di scelta)
i quali possono essere considerati da un lato come motivi di
un processo di volere, dall’altro come parti della generale
connessione delle formazioni psichiche. Il processo di reazione
semplice è un decorso che insieme al processo di volere racchiude
anche puri elementi fisiologici (trasmissione dell’eccitazione
sensibile sino al cervello, della motrice al muscolo). Se
ora si inseriscono come può accadere nell’uso della reazione
sensoriale, altri processi psichici (distinzioni, riconoscimenti,
associazioni, atti di scelta) si ottengono i valori temporali di
processi psichici definibili in modo determinato, sottraendo dalla
durata della reazione composta il tempo di una reazione semplice.
Così si trovano i tempi del riconoscimento e della distinzione per
impressioni relativamente semplici (colori, segni dell’alfabeto,
brevi parole) = 0,03-0,05″; i tempi dell’associazione = 0,3-0,8″;
quelli della scelta: fra due movimenti (mano destra e sinistra)
= 0,06″, fra 10 movimenti (le 10 dita) = 0,4″ ecc. Del resto
il valore di questi numeri consiste, come sopra si è detto,
non tanto nella loro grandezza assoluta ma piuttosto nel fatto,
che essi sono mezzi di controllo all’osservazione psicologica,
mentre questa è anche applicata a processi che vengono sottoposti
col sussidio del metodo sperimentale, a condizioni esattamente
determinate e che però possono essere ripetute a volontà.
III. -- LA CONNESSIONE DELLE FORMAZIONI PSICHICHE
§ 15. -- Coscienza e attenzione.
1. Poichè ogni formazione psichica si compone di una moltiplicità
di processi elementari, i quali non sono soliti nè incominciare, nè
cessare tutti proprio allo stesso momento, la connessione che riunisce
in un tutto gli elementi, si estende sempre oltre questo tutto in modo,
che formazioni diverse, contemporanee e successive, si trovano alla
lor volta collegate tra loro, benchè meno strettamente. Noi diciamo
-coscienza- questa connessione delle formazioni psichiche.
Il concetto di coscienza non designa quindi affatto cosa che esista
oltre e fuori dei processi psichici; nè si riferisce solo alla somma
di questi processi senza alcun riguardo ai rapporti loro; ma veramente
esprime quella generale combinazione dei processi psichici, nella
quale spiccano le singole formazioni psichiche come composizioni più
intime. Noi diciamo “senza coscienza„ lo stato psichico in cui questa
connessione è interrotta, come nel sonno profondo, nel deliquio; e
parliamo di “perturbamenti della coscienza„ quando avvengono anormali
variazioni nella connessione delle formazioni psichiche, senza che
queste per sè stesse abbiano a presentare alterazioni di sorta.
La coscienza così intesa, come una connessione che abbraccia processi
psichici contemporanei e consecutivi, si presenta all’ esperienza
dapprima nelle manifestazioni psichiche dell’-individuo- come
-coscienza individuale-. Ma, poichè può sorgere una analoga connessione
anche per unioni di individui, benchè limitata a certi lati della vita
psichica, nel concetto generale di coscienza si possono distinguere
i concetti subordinati di -coscienza collettiva-, di -coscienza
nazionale- e altri simili. Ma la coscienza individuale, alla cui
trattazione qui ci limiteremo, è pur sempre la base di tutte queste
ulteriori forme di coscienza (Sul concetto di coscienza collettiva v.
sotto § 21, 14).
2. La coscienza individuale soggiace alle stesse condizioni esterne
che tutto l’insieme dei fatti psichici, del quale essa è soltanto
un’espressione diversa, che serve specialmente a mettere in luce
le relazioni reciproche delle parti onde esso è costituito. Come
sostrato delle manifestazioni di una coscienza individuale ci si offre
dappertutto un individuale organismo animale; nell’uomo e negli animali
a lui somiglianti l’organo principale della coscienza è la corteccia
del cervello, nei cui tessuti cellulari e fibrosi sono rappresentati
tutti gli organi che stanno in relazione coi processi psichici. Noi
possiamo considerare la connessione generale degli elementi corticali
del cervello come l’espressione fisiologica della connessione dei
processi psichici data nella coscienza; e la divisione di funzioni
nelle diverse regioni corticali, come il correlativo fisiologico delle
varietà numerose dei singoli processi di coscienza. Ma certamente in
quel centralissimo organo del nostro corpo la divisione di funzioni
è pur sempre soltanto relativa; ogni formazione psichica composta
presuppone sempre la cooperazione di numerosi elementi e di molte
regioni centrali. Quando l’asportazione di certe parti della corteccia
produce alterazione nei movimenti volontari, nelle sensazioni o
fa impossibile il formarsi di certe classi di rappresentazioni,
possiamo naturalmente conchiudere che quelle parti racchiudono anelli
indispensabili nella catena dei processi fisici che corrono paralleli
ai processi psichici in esame. Ma l’ipotesi più volte fatta in base a
questi fenomeni, che esista nel cervello un organo delimitato per la
facoltà della parola, dello scrivere, o che le rappresentazioni visive,
sonore, verbali siano poste in speciali cellule della corteccia, questa
e simili ipotesi non solo presuppongono rozze idee fisiologiche, ma non
si possono nemmeno accordare coll’analisi psicologica delle funzioni.
Infatti, psicologicamente considerate, non fanno che dare veste moderna
alla più infelice forma della teoria delle facoltà, alla frenologia.
2-a-. Intorno alla localizzazione di certe funzioni
psicofisiche nella corteccia cerebrale, mediante osservazioni
anatomopatologiche sull’uomo ed esperimenti sugli animali, si
potè dimostrare: 1) la coordinazione di certe regioni corticali
a determinati domini periferici sensitivi e muscolari; così la
corteccia del lobo occipitale corrisponde alla retina; una parte
del parietale alla superficie tattile, il lobo temporale al
senso dell’udito; i centri dei singoli domini muscolari stanno
in generale immediatamente a lato o fra i centri di senso,
che sono con quelli in relazione funzionale; 2) il nascere di
complesse alterazioni, quando cessino di funzionare certe altre
regioni corticali, le quali, sembra, non siano direttamente
collegate alle parti periferiche del corpo, ma siano inserite
fra mezzo ad altre regioni centrali. Sotto quest’ultimo riguardo
si è potuto con sicurezza determinare solo la coordinazione di
certe parti del lobo temporale alle funzioni della -favella-,
di quelle anteriori per l’articolazione della parola (la loro
distruzione rende impossibile la coordinazione motoria, donde
la così detta “afasia atactica„) di quelle posteriori per la
formazione della rappresentazione verbale (la loro distruzione
annulla la coordinazione sensoria e produce la così detta “afasia
amnestica„). Si è ancora osservato questo fatto particolare:
essere queste funzioni localizzate esclusivamente nel lobo
temporale -sinistro-, non nel destro, così che soltanto se
quello, non se questo, è distrutto per apoplessia, viene meno
la funzione della favella. Del resto in tutti questi casi, così
per le alterazioni più semplici come per le più complesse,
coll’andare del tempo si ha una graduale restituzione delle
funzioni, probabilmente perchè altre regioni prendono la vece
delle regioni corticali distrutte, e per solito le più vicine
(nelle perturbazioni della favella forse anche le regioni della
parte opposta del corpo, non mai prima esercitate a questo
ufficio). Fino ad ora non sono state con sicurezza dimostrate le
localizzazioni di altre funzioni psichiche più complesse, come
quelle dei processi di memoria e di associazione, e quando alcuni
anatomi designano certe regioni corticali, come “centri psichici„,
questa denominazione si appoggia provvisoriamente solo, in parte
su ricerche di interpretazione molto dubbia fatte sugli animali,
in parte sul semplice fatto anatomico, che non si possono trovare
fibre motorie o sensorie, che direttamente vanno ai centri, e che
gl’intrecci fibrosi dei centri si sviluppano relativamente tardi.
A questa specie di centri appartiene specialmente la corteccia
del -lobo frontale-, il quale nel cervello umano presenta uno
sviluppo particolarmente grande. Sull’osservazione più volte
ripetuta, che la distruzione di questa regione cerebrale produce
tosto l’incapacità di tenere fissata l’attenzione, e alcuni altri
difetti intellettuali che probabilmente hanno la stessa causa, si
fonda l’ipotesi che quella regione si debba considerare come il
centro delle funzioni dell’-appercezione- che sotto esporremo (4)
o di tutte quelle parti della esperienza psichica, nelle quali,
come nei sentimenti, si esplica la connessione unitaria della vita
psichica (v. sopra pag. 72). Ma questa ipotesi richiede ancora
una più sicura conferma dall’esperienza. In quelle osservazioni,
secondo le quali, in contraddizione a quanto si è detto,
parziali lesioni del lobo frontale potrebbero aver luogo senza
perturbazioni notevoli dell’intelligenza, non è possibile in alcun
modo vedere una prova certa contro la funzione per pura ipotesi
attribuita a quella regione centrale. Infatti l’esperienza di
molti casi ci insegna che proprio nelle parti centrali superiori,
forse a causa dell’intrecciarsi in più sensi delle fibre nervose
e a causa delle varie forme, nelle quali elementi diversi vengono
a sostituirsi a vicenda, possono prodursi lesioni localmente
limitate, senza che vi siano affatto sintomi esterni. Del resto
l’espressione “centro„ in tutti questi casi si deve naturalmente
intendere nel senso dato dal generale rapporto delle funzioni
psichiche alle fisiche, cioè nel senso di un parallelismo di
elementari processi psichici e fisici corrispondente ai diversi
punti di vista della trattazione delle scienze naturali e della
psicologia (v. § 1, 2 e § 22, 9).
3. Quella connessione dei processi psichici, in cui per noi consiste
il concetto di coscienza, è in parte simultanea e in parte successiva.
-Simultaneamente- la somma dei processi momentanei ci è data in ogni
momento come un tutto, le cui parti sono riunite da un legame più
o meno stretto. Ma -successivamente- o lo stato psichico dato in
un certo momento direttamente deriva da quello presente nel momento
immediatamente anteriore, in quanto che certi processi scompaiono,
altri durano nel loro corso e altri ancora incominciano; oppure,
quando si sono frapposti stati d’incoscienza, i processi di nuova
formazione entrano in relazione con quelli che prima erano stati
presenti. In tutti questi casi egualmente l’estensione delle singole
connessioni che si stabiliscono fra i processi passati e i seguenti,
determina lo stato della coscienza. Come lo stato di coscienza passa
in quello d’incoscienza quando quella connessione è spezzata, così si
ha uno stato di coscienza incompleta quando esistono solo deboli nessi
fra un dato momento e i processi precedenti a questo. Dopo lo stato
d’incoscienza di solito la coscienza, solo lentamente, riprende la
sua altezza normale, perchè soltanto a poco a poco si ristabiliscono i
nessi cogli anteriori prodotti della vita psichica.
E però possiamo distinguere dei -gradi- nella coscienza. Il limite
inferiore, il punto zero di questi gradi, è l’incoscienza completa.
Da questa, che come l’assenza assoluta di ogni connessione psichica
trova il suo contrario nella coscienza, si deve distinguere -il
divenire incoscienti di singoli contenuti psichici-. Questo sempre
ha luogo nel continuo flusso dei processi psichici, perchè non solo
possono sparire rappresentazioni e sentimenti complessi, ma anche
elementi singoli di queste formazioni, mentre ne subentrano di nuovi.
E nel continuo divenir coscienti e incoscienti di singoli processi
elementari o composti sta appunto quella connessione -successiva-
della coscienza, la quale in sè e per sè presuppone a sua condizione
quell’avvicendarsi. Qualunque elemento psichico sparito dalla
coscienza diciamo che è divenuto -incosciente-, presupponendo con ciò
la possibilità, che esso abbia a rinnovarsi, cioè che esso abbia a
rientrare nell’attuale connessione dei processi psichici. La nostra
conoscenza degli elementi divenuti incoscienti non può riferirsi
più in là di questa possibilità del rinnovamento. Pertanto nel senso
psicologico questi elementi divenuti incoscienti costituiscono solo
-disposizioni- per le formazioni di futuri componenti dei processi
psichici, le quali vanno ad unirsi a quelle anteriormente presenti.
Per la psicologia sono assolutamente infruttuose le ipotesi sullo
stato dell’“incosciente„ e sui “processi incoscienti„, che si suppone
esistano insieme ai processi di coscienza dati a noi nell’esperienza;
ci sono però fenomeni -fisici- che accompagnano quelle disposizioni
psichiche e che si possono direttamente dimostrare o arguire da alcune
esperienze. Questi fenomeni fisici concomitanti consistono negli
effetti che -l’esercizio- produce su tutti gli organi o specialmente
sugli organi nervosi. Per l’esercizio noi vediamo in generale -resa più
facile una funzione- e in tal modo favorito il riprodursi della stessa
funzione. Ma anche qui noi non conosciamo addentro le modificazioni che
sono prodotte dall’esercizio nella struttura degli elementi nervosi;
pur ce ne possiamo sempre fare un’idea mediante analogie meccaniche:
ricordandoci, ad es., che la resistenza di sfregamento diminuisce
quando due superfici fra loro stesse si limano.
4. Già per la formazione delle rappresentazioni di tempo (pag. 124) si
disse che in una serie di rappresentazioni successive, per ogni istante
prevale nella nostra coscienza quella immediatamente -presente-. In
modo analogo -singoli- contenuti predominano anche nella connessione
simultanea della coscienza, ad es., in un’accordo di suoni, in una
giustaposizione di oggetti estesi. Nei due casi noi diciamo queste
differenze di conoscenza -chiarezza- e -distintezza-[26], e indichiamo
colla prima l’apprendimento del contenuto stesso relativamente più
favorevole, colla seconda intendiamo quella delimitazione meglio
determinata di un contenuto rispetto ad altri contenuti psichici,
proprietà questa che di solito va unita a quella prima. Noi diciamo
-attenzione- quello stato caratterizzato da speciali sentimenti,
che accompagna l’apprendimento più chiaro di un contenuto psichico;
-appercezione-, quel singolo processo per cui un contenuto psichico
qualsiasi è portato a chiara cognizione. All’-appercezione- si
contrappone la -percezione-,[27] quello speciale apprendimento di
contenuti non accompagnato dallo stato psichico dell’attenzione.
Sull’analogia del punto visivo esterno dell’occhio diciamo i contenuti
sui quali è concentrata l’attenzione: -punto visivo della coscienza-,
oppure -punto visivo interno-, e il complesso dei contenuti presenti
in un dato momento: -campo visivo della coscienza- o -campo visivo
interno-. Il passaggio di un processo psichico nello stato di
incosciente è detto: -cadere sotto la soglia della coscienza-; il
sorgere di un processo: -levarsi sopra la soglia della coscienza-.
Naturalmente tutte queste sono espressioni simboliche, che non devono
essere prese alla lettera, ma il loro uso si raccomanda a causa della
brevità intuitiva che esse permettono nella descrizione dei processi di
coscienza.
5. Se ci studiamo ora di rappresentare efficacemente, mediante le
suddette espressioni simboliche, l’avvicendarsi delle formazioni
psichiche nella loro connessione, possiamo immaginarlo come un
continuo andirivieni: formazioni psichiche entrano dapprima nel
campo visivo interno, poi da questo passano nel punto visivo interno,
per poi ritornare in quello prima di sparire interamente. Allato a
questa vicenda delle formazioni giungenti all’appercezione, è pure
un’andirivieni di quelle che sono solamente percepite; queste entrano
nel campo visivo e poi ne escono senza pervenir mai al punto visivo.
Tanto le formazioni appercepite quanto le percepite possono avere
diversi gradi di chiarezza. Nel caso delle formazioni appercepite
questo fatto si dimostra in ciò, che la chiarezza e la distintezza
dell’appercezione variano a seconda dello stato della coscienza. E ciò
si può facilmente provare, se si appercepisce più volte successivamente
una stessa impressione; le appercezioni successive, posto che rimangano
immutate le altre condizioni, diventano per solito più chiare e
distinte. Per le formazioni semplicemente percepite possiamo assai
facilmente osservare le differenze nei gradi di chiarezza, quando
agiscono impressioni composte. Troviamo allora, specialmente se le
impressioni hanno agito solo per un istante, che anche per i componenti
rimasti in sè e per sè oscuri sono possibili diverse gradazioni,
sembrando essersi levati alcuni più, altri meno sopra la soglia della
coscienza.
6. Naturalmente tutti questi fatti possono essere stabiliti non da
casuali autoosservazioni, ma da osservazioni sperimentali a tal
fine condotte. Tra i contenuti di coscienza i più opportuni per
l’osservazione sono le formazioni di rappresentazione, perchè possono
essere facilmente prodotte in ogni tempo da impressioni esterne.
Ora in una rappresentazione di tempo, come già si è notato al § 11
(pag. 125), la parte appartenente al momento -presente- è quella che
regolarmente si trova nel punto visivo della coscienza. Dei componenti
le rappresentazioni già passate, le impressioni passate da poco
appartengono ancora al campo visivo, mentre quelle passate da lungo
tempo sono sparite dalla coscienza. Una rappresentazione di spazio
invece, se costituisce soltanto un tutto estensivo limitato, può
essere appercepita nella sua completa estensione in un unico momento.
Se essa è più complessa, le sue parti devono passare pel punto visivo
interno successivamente, affinchè essa possa pienamente giungere ad una
chiara percezione. Da quanto si è detto risulta che -rappresentazioni
composte di spazio- (specialmente impressioni visive momentanee), sono
le più opportune per ottenere una misura del numero dei contenuti
che possono essere -appercepiti- in un singolo atto, ossia della
-capacità dell’attenzione-; invece -rappresentazioni composte di
tempo-, (ad esempio, impressioni ritmiche, battute) servono a misurare
il numero dei contenuti che possono essere riuniti in un dato momento
nella coscienza, ossia a misurare -la capacità della coscienza-.
Gli esperimenti fatti a tale scopo danno, a seconda delle condizioni
speciali, per la capacità dell’attenzione una sfera d’azione da 6-12
impressioni semplici, per quella della coscienza da 16-40. Qui i numeri
minori valgono per quelle impressioni che o non formano connessioni di
rappresentazioni, o ne formano solo di relativamente molto piccole; i
numeri maggiori per quelle, nelle quali gli elementi sono riuniti in
rappresentazioni per quanto è possibile complesse.
6-a-. La prima di queste determinazioni, quella della -capacità
dell’attenzione-, si può compiere nel modo più esatto usando
delle impressioni visive di spazio. Infatti, se rischiarando
momentaneamente mediante una scintilla elettrica, o facendo
cadere davanti agli oggetti uno schermo munito da un’apertura,
si può facilmente ottenere che gli oggetti agiscano quasi
-istantaneamente-, e che tutti insieme cadano sul punto di più
chiara visione, le condizioni fisiologiche non dovrebbero essere
d’ostacolo all’appercezione di un numero d’impressioni maggiore
di quello, che è possibile appercepire a causa della limitata
capacità dell’attenzione. A questo scopo prima del rischiaramento
momentaneo si deve assegnare all’occhio un punto da fissare sulla
parte di mezzo della superficie racchiudente le impressioni.
Compito l’esperimento, si può immediatamente constatare che, se
tutto fu disposto in opportuna maniera, il numero degli oggetti
veduti distintamente nel senso fisiologico, è stato maggiore
del numero di quelli colti dalla capacità dell’attenzione. Se
l’impressione momentanea era costituita di lettere dell’alfabeto,
ci avviene di leggere solo più tardi alcune lettere, nel
momento del rischiaramento vedute solo indistinte, cioè quando
ci siamo richiamata un’imagine mnemonica dell’impressione.
Ed essendo questa imagine mnemonica ben separata nel tempo
dall’impressione corrispondente, la determinazione della capacità
dell’attenzione non resta per nulla turbata da questo fatto;
che anzi con un’osservazione soggettiva molto accurata è facile
fissare lo stato dell’attenzione nel momento dell’impressione e
distinguerlo dai successivi atti di memoria, che sempre sono da
quello separati da notevoli intervalli di tempo. Gli esperimenti
fatti in tal modo insegnano che la capacità dell’attenzione non
è affatto una grandezza costante, ma che essa, anche quando la
tensione dell’attenzione ha presso a poco la medesima grandezza
massima, dipende in parte dalla natura semplice o composta
delle impressioni, in parte dall’essere queste più o meno
famigliari. Le più semplici impressioni di spazio sono punti
in una disposizione qualsiasi: di essi sei al massimo possono
essere appercepiti in una sola volta. Le impressioni di una
natura un po’ più complessa ma nota, come linee, cifre, lettere,
sono appercepite simultaneamente di regola nel numero di tre,
quattro e, nelle condizioni più favorevoli, di cinque. Sembra che
questi limiti valgano anche pel senso tattile, colla differenza
che in esso soltanto le più semplici di queste impressioni, i
punti, possono in caso favorevole essere colti insieme nel numero
di sei. Per impressioni note di natura complessa, il numero
delle rappresentazioni si abbassa anche pel senso della vista,
mentre cresce notevolmente quello dei singoli elementi. Possiamo
appercepire due e persino tre parole conosciute di una sola
sillaba, il che corrisponde a un numero di dieci sino a dodici
singole lettere. In tutti i casi è falsa l’affermazione da molti
fatta, che l’attenzione in un dato momento non può essere riferita
che ad -una- sola rappresentazione.
Queste osservazioni non contrastano meno a quell’opinione
qualche volta messa innanzi, che l’attenzione possa scorrere
di continuo e con grande rapidità una quantità di singole
rappresentazioni. Se nell’esperimento suesposto si cerca di
completare col ricordo l’imagine appercepita distintamente proprio
nell’istante successivo all’impressione, appare che occorre
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