numero relativo dei giudizi affermanti l’unità del suono dà una misura per il grado della fusione. 6. In un accordo altri elementi vengono ancora ad aggiungersi a quelli già contenuti nei suoni isolati; essi sorgono dal sovrapporsi delle vibrazioni per entro l’apparato uditivo, e dànno luogo a nuove sensazioni sonore caratteristiche per le diverse speci degli accordi, sensazioni che col primitivo insieme di suoni, possono egualmente costituire fusioni ora perfette e ora imperfette. Queste sensazioni sono quelle dei -toni di differenza-. Esse corrispondono, come il loro nome lo indica, alla differenza del numero di vibrazioni fra due toni primari. La loro origine può essere doppia: o esse sorgono dall’interferenza delle vibrazioni nell’apparato uditivo esterno specialmente nel timpano e negli ossicini (toni di combinazione di Helmholtz); oppure esse sorgono dall’interferenza delle vibrazioni sulle fibre nervose dell’udito (toni di battimento di Koenig). I primi sono, conformemente alla loro origine, toni deboli, e restano sempre relativamente molto più deboli dei loro toni d’origine. I secondi sono invece generalmente toni piuttosto forti, e possono spesso vincere in intensità anche i loro toni d’origine. I toni di differenza della prima maniera s’incontrano probabilmente soltanto negli accordi armonici, quelli della seconda maniera anche nei dissonanti. La fusione dei toni di differenza coi toni principali dell’accordo è alla sua volta tanto più perfetta, quanto meno essi sono intensivi, e quanto più si connettono coi primitivi elementi sonori, come toni armonici nella serie semplice dei toni. In conseguenza di queste proprietà, i toni di differenza hanno per gli accordi un significato caratteristico, analogo a quello che gli ipertoni hanno per i suoni. Essi sono però elementi pressochè indipendenti dalla colorazione dei componenti l’accordo, e invece variano straordinariamente col rapporto dei toni principali dell’accordo; donde si spiega la relativa uniformità nel carattere di un dato accordo, a lato della mutevole colorazione sonora dei suoni isolati. 7. L’accordo può passare, attraverso a tutti i gradi intermedi possibili, nella terza forma delle rappresentazioni sonore intensive, in quella del -rumore-. Quando il rapporto di due toni sta oltre il limite della serie armonica dei toni, e quando anche la differenza del loro numero di vibrazioni non oltrepassa un certo limite, per i suoni alti circa 60 vibrazioni, pei bassi 30 e meno; allora nascono perturbazioni nell’accordo, le quali corrispondono nel loro numero alla differenza del numero di vibrazioni dei toni primari, e hanno la loro causa, nell’alternata interferenza di fasi di vibrazioni con uguale od opposta direzione. Queste perturbazioni consistono o in interruzioni della sensazione sonora, -singoli urti-, oppure, e specialmente per i toni bassi, in sensazioni intermittenti di un tono di differenza, -battimenti di toni-. Se la differenza dei numeri delle vibrazioni oltrepassa i limiti suddetti, i toni suonano dapprima, sparendo le intermissioni, continui, ma aspri, e poi, sparendo anche l’asprezza, -puramente dissonanti-. La dissonanza solita si compone di battimenti o di asprezze dell’accordo o di pura dissonanza; i primi due fattori consistono in intervalli delle sensazioni percettibili, o appena evanescenti, l’ultimo invece nell’intera eliminazione dell’unità sonora e consonanza prodotta da fusione perfetta o imperfetta. Questa scomposizione dei toni, che si fonda sul rapporto delle pure qualità sonore, può essere detta anche -bissonanza-. Se per il consonare di un maggior numero di suoni discordanti, si accumulano i fattori della solita dissonanza, singoli urti, battimenti, asprezze, bissonanze, allora l’accordo diventa -rumore-. Questo è psicologicamente caratterizzato da ciò, che in esso gli elementi predominanti spariscono completamente, o si confondono nella serie degli elementi, che modificano il carattere complessivo della rappresentazione. Per la conoscenza del rumore importa, nei rumori di breve durata, esclusivamente la generale posizione degli elementi prevalenti in intensità, e nei rumori di qualche durata, anche la forma della perturbazione, quale risulta dalla rapidità dei singoli urti, dai concomitanti battimenti, ecc. Esempi caratteristici delle diverse forme di rumore sono le voci della favella umana, fra le quali le vocali sono gradi intermedi fra suono e rumore con carattere prevalente di suono, i fonemi di risonanza sono rumori continui, le consonanti proprie invece rumori momentanei. Parlando sottovoce, anche le vocali diventano rumori. Il fatto che qui tuttavia le loro differenze rimangono conservate, dimostra che la caratteristica delle vocali sta essenzialmente nei loro elementi di rumore. In tutti i rumori, coi numerosi elementi sonori che entrano in essi, si collegano verosimilmente anche semplici sensazioni di rumore (pag. 39), in quanto che le scosse irregolari dell’aria, provenienti dalle perturbazioni delle onde sonore, eccitano in parte gli elementi nel vestibolo del labirinto, in parte anche direttamente le fibre dello stesso nervo uditivo. 7-a-. La spiegazione dei fondamenti fisiologici delle rappresentazioni -intensive- dell’udito, e sopratutto delle sonore, è stata essenzialmente promossa dall’-ipotesi della risonanza- (p. 41) posta da Helmholtz. Quando si ammette che determinate parti dell’apparato uditivo siano così accordate, che le onde sonore di un certo numero di vibrazioni facciano sempre vibrare soltanto le parti corrispondentemente accordate: si spiega in generale quella capacità analizzante del senso dell’udito, per la quale noi possiamo distinguere gli elementi sonori non solo in un accordo, ma anche, sino ad un certo grado, in un suono isolato. L’ipotesi della risonanza però dà la ragione fisiologica soltanto di -un- lato della fusione sonora, la persistenza delle singole sensazioni nel tutto della rappresentazione intensiva, ma non dell’altro, aspetto, la più o meno intima combinazione degli elementi. Se si è ammesso a questo scopo un immaginario “apparato di fusione„ nel cervello, questa è una di quelle finzioni più dannose che utili, nelle quali si cerca di appagare il bisogno di spiegazioni con una parola che nulla dice. Poichè gli elementi sonori, producenti una rappresentazione intensiva di suoni, sono in essa contenuti come sensazioni reali e più o meno abbandonano la loro individualità nel tutto della rappresentazione, la fusione sonora è un processo psichico, il quale perciò richiede anche una spiegazione psicologica. Ma in quanto questa fusione si comporta in diversa maniera per diverse condizioni oggettive, ad es., per l’effetto delle vibrazioni composte provenienti o da una unica sorgente sonora, o da diverse sorgenti sonore, queste differenze richiedono senza dubbio a loro spiegazione principi fisici e fisiologici. L’idea che prima si presenta per tale spiegazione è di completare in modo sufficiente l’ipotesi della risonanza. Se si ammette che, insieme alle parti dell’organo dell’udito analizzante il suono, insieme all’apparato di risonanza, esistono ancora altri organi, sui quali agisce l’intera massa sonora indecomposta -- organi che, dopo le osservazioni fatte a pag. 33 sugli uccelli privi del labirinto, potrebbero essere forse le fibre del nervo acustico, correnti nei canali ossei del labirinto -- si ha così un sufficiente sostrato fisiologico a spiegare l’effetto diverso di quelle condizioni. Si aggiunge ancora l’esistenza dei toni di battimento, che spesso vincono di gran lunga in intensità i toni primari (pag. 80), come pure l’osservazione, che le interferenze di un unico tono, se date con sufficiente velocità, si collegano a una seconda sensazione di tono; fatti questi, che sembrano richiedere una integrazione dell’ipotesi di risonanza nel senso suindicato. § 10. -- Le rappresentazioni di spazio. 1. Dalle rappresentazioni intensive si distinguono immediatamente quelle di spazio e di tempo per essere le loro parti tra loro collegate non in un modo comunque permutabile, ma in un ordine saldamente determinato, così che, se si pensa variato quest’ordine, la rappresentazione stessa si altera. Noi diciamo generalmente rappresentazioni -estensive- le rappresentazioni che hanno un ordine così fisso delle loro parti. Tra le possibili forme di rappresentazioni estensive si notano ancora le -spaziali- per questo, che quell’ordine fisso delle parti di una rappresentazione spaziale è soltanto un ordine -reciproco-, e non si riferisce al rapporto di esse al soggetto percipiente; piuttosto è possibile pensare questo rapporto variato a piacimento. Questa indipendenza oggettiva della rappresentazione spaziale dal soggetto percipiente si esplica nell’attitudine che hanno le formazioni di spazio di essere -spostate- e -rivoltate-. Il numero delle direzioni, nelle quali possono avere luogo questi spostamenti e rivolgimenti è limitato, potendo essi complessivamente avvenire in solo -tre- sensi, in ciascuno dei quali son possibili movimenti secondo due direzioni fra loro opposte. A questo numero massimo delle direzioni per gli spostamenti e i rivolgimenti delle formazioni di spazio, corrisponde il numero delle direzioni, nelle quali possono essere ordinate fra loro tanto le parti di ogni singola formazione, quanto le diverse formazioni. Noi diciamo questa proprietà la natura -tridimensionale- dello spazio. Una singola rappresentazione spaziale può quindi essere anche definita come una -formazione tridimensionale, avente un’orientazione fissa, reciproca, delle sue parti, ma un’orientazione comunque variabile rispetto al soggetto percipiente-. Si comprende facilmente che in questa definizione si astrae dalle variazioni, in realtà molto frequenti, nelle disposizioni delle parti; quando esse avvengono, si ha il passaggio di una rappresentazione in un’altra. Inoltre l’ordine tridimensionale delle rappresentazioni spaziali inchiude anche gli ordini a due ed a una dimensione come limiti, nei quali del resto si devono sempre pensare insieme le dimensioni mancanti, tosto che si consideri il rapporto della formazione spaziale al soggetto percipiente. 2. Questo rapporto al soggetto percipiente, dato in realtà in tutte le rappresentazioni spaziali, psicologicamente richiede sin dal principio, che l’ordine degli elementi in una tale rappresentazione non possa essere una proprietà originaria degli elementi stessi, analoga in qualche modo all’intensità o qualità delle sensazioni, ma che essa sia solo una conseguenza del coesistere delle sensazioni proveniente da condizioni psichiche che nuove sorgono per questo coesistere. Imperocchè chi non volesse ammettere questa necessità psicologica, sarebbe costretto non solo ad attribuire una qualità spaziale ad ogni singola sensazione, ma dovrebbe in ogni sensazione per quanto spazialmente limitata, accogliere anche la rappresentazione di tutto lo spazio a tre dimensioni nella sua orientazione al soggetto. Questo ricondurrebbe alla teoria di un’intuizione spaziale a priori precedente tutte le singole sensazioni; opinione che non solo starebbe in contraddizione con tutte le nostre esperienze sulle condizioni d’origine e sullo sviluppo delle formazioni psichiche, ma in modo speciale anche con tutte le esperienze sulle influenze, alle quali sono soggette le formazioni rappresentative dello spazio. 3. Tutte le rappresentazioni di spazio ci si offrono come forme dell’ordine di due qualità di senso, delle -sensazioni tattili- e delle -sensazioni luminose-, dalle quali poi solo secondariamente, mediante il legame colle rappresentazioni tattili o visive, la relazione spaziale può essere trasportata anche ad altre sensazioni. Nel senso tattile e visivo invece condizioni favorevoli per un ordine estensivo spaziale delle sensazioni sono già date manifestamente dall’estensione in superficie degli organi periferici di senso e dall’essere questi corredati di apparati di movimento, che fanno possibile una varia orientazione delle impressioni al soggetto percipiente. Dei due domini di senso, quello del -tatto- è alla sua volta il primitivo, perchè sorge prima nell’evoluzione degli organismi e perchè oltre ciò quelle condizioni d’organizzazione, che si presentano in assai più fina conformazione nel senso della vista, sono ancora rozze, e però anche sotto un certo aspetto più distinte. Si deve però notare che negli uomini non ciechi,[17] le rappresentazioni spaziali del senso tattile subiscono in alto grado l’influenza di quelle del senso della vista. -A-. LE RAPPRESENTAZIONI TATTILI DELLO SPAZIO. 4. La -più semplice- rappresentazione di spazio possibile per il senso tattile è quella di una -impressione isolata, pressochè puntiforme sulla pelle-. Anche se una tale impressione agisce, essendo rimosso l’organo visivo, si forma una determinata rappresentazione del -luogo del contatto-. Questa rappresentazione, che si dice -localizzazione dello stimolo-, come l’introspezione insegna, non è di solito immediata negli uomini non ciechi -- il che dovrebbe essere, se la spazialità fosse una proprietà originariamente particolare della sensazione -- ma essa è dipendente da una -rappresentazione visiva-, benchè per lo più oscura, della parte del corpo toccata, rappresentazione che si aggiunge a quella. La localizzazione pertanto in prossimità alle linee di contorno degli organi tattili, le quali si imprimono più distinte nell’immagine visiva, è più esatta che nelle superfici centrali uniformi. Una rappresentazione visiva può essere svegliata da un’impressione tattile anche quando è escluso l’organo della vista, perchè ad ogni punto dell’organo tattile appartiene una propria colorazione qualitativa della sensazione tattile, la quale è indipendente dalla qualità dell’impressiono esterna, e dipende probabilmente dalle particolarità di struttura della pelle, varianti da punto a punto e non mai perfettamente eguali per due punti lontani. Questa colorazione locale è detta -il segno locale- della sensazione. Esso varia nelle diverse parti della pelle con rapidità assai diversa: molto presto, ad es., sulla punta della lingua, all’estremità delle dita, alle labbra; lentamente alle superfici maggiori delle membra e del busto. Si può ottenere una misura della rapidità con cui variano i segni locali, se si fanno agire due impressioni, vicine tra loro, sopra una parte della pelle. Fintanto che la distanza delle impressioni sta nella regione di segni locali qualitativamente non distinguibili, esse sono percepite come un’impressione unica, ma tosto che quei limiti sono sorpassati, le impressioni sono separate spazialmente. Questa distanza minima di due impressioni, ancora appena distinguibile, è detta -soglia spaziale del tatto-. Essa varia da 1 a 2 mm. (punta della lingua e delle dita), sino a 68 mm. (dorso, parte superiore del braccio, della gamba). Sulle parti dei punti di pressione (pag. 37) distanze ancora più piccole possono essere percepite con un favorevole impiego degli stimoli. Inoltre la soglia spaziale dipende dalle condizioni dell’organo e dall’influenza dell’esercizio. Per il primo fatto nei fanciulli, nei quali evidentemente le differenze di struttura, condizione dei segni locali, sono notevolmente a più piccola distanza, è minore che negli adulti, e a causa dell’esercizio essa è pei ciechi, specie nei polpastrelli delle dita, di cui essi usano prevalentemente per tastare, minore che nei non ciechi. 5. La localizzazione delle impressioni tattili, e con essa l’ordine spaziale di una pluralità di queste impressioni, come insegna la suddescritta cooperazione delle rappresentazioni visive delle parti toccate del corpo, si fondano negli uomini normali non su un’originaria qualità spaziale dei punti della pelle e neppure su una primaria funzione spaziale dell’organo tattile, ma presuppongono le rappresentazioni spaziali del senso della vista. Queste però possono diventare attive solo per ciò, che alle parti dell’organo tattile appartengono certe proprietà qualitative, i segni locali, che svegliano la rappresentazione visiva della parte toccata. Non v’ha pertanto alcuna ragione per attribuire ai segni locali una immediata relazione spaziale; piuttosto essi possono evidentemente bastare a tutte le esigenze, quando posseggano soltanto la proprietà di segnali qualitativi, che richiamino la corrispettiva imagine visiva; questa però aderisce a loro a causa della frequenza dei legami. Corrispondentemente, l’acutezza della localizzazione è favorita da tutte le influenze, che, da una parte, aumentano la determinatezza dell’imagine visiva e, dall’altra, le differenze qualitative dei segni locali. Noi potremo pertanto, in questo caso, designare il processo delle rappresentazioni spaziali, come un ordinamento degli stimoli tattili entro le imagini visive già pronte, a causa del fisso legame di queste imagini coi segni locali qualitativi degli stimoli. E conformemente al § 9 (pag. 76) possiamo considerare il legame dei segni locali coll’imagini visive delle parti del corpo corrispondenti a quelli, come una -fusione imperfetta, ma molto costante-. La fusione è imperfetta, perchè tanto l’imagine visiva, quanto l’impressione tattile conservano la loro individualità; è però così costante, che appare indissolubile per uno stato eguale dell’organo tattile; il che spiega anche la sicurezza relativa della localizzazione. Gli elementi predominanti in questa fusione sono le sensazioni tattili, dietro alle quali le rappresentazioni visive per molti individui così si ritraggono, che non possano essere percepite con sicurezza, neppure usando di grande attenzione. In tali casi la percezione spaziale è forse, come presso i ciechi, una funzione immediata delle sensazioni tattili e di movimento (vedi sotto 6). Generalmente però l’osservazione più esatta mostra, che ci possiamo render conto della posizione della distanza delle impressioni, solo in quanto cerchiamo di renderci più distinta l’indeterminata imagine visiva della parte del corpo toccata. 6. Queste condizioni valevoli per gli uomini normali mutano essenzialmente nei -ciechi-, specialmente nei -ciechi nati-, o nei divenuti ciechi in tenera età. Il cieco conserva, senza dubbio, per assai lungo tempo le imagini mnemoniche degli oggetti abitualmente veduti, e però le rappresentazioni spaziali del tatto per lui rimangono ancor sempre, in un certo grado, come prodotti di una fusione fra sensazioni tattili e imagini visive. Ma, venendo meno a lui il soccorso di un ripetuto rinnovarsi delle rappresentazioni visive, egli si giova in misura sempre crescente dei movimenti: passando da un’impressione tattile ad un’altra, egli nella sensazione tattile, prodotta nelle articolazioni e nei muscoli (pag. 37), la quale è una misura della grandezza del movimento compiuto, ottiene anche una misura della distanza in cui si trovano le impressioni tattili fra loro. Questo soccorso, che nei divenuti ciechi si è aggiunto alle imagini visive a poco a poco evanescenti, e in certo qual modo le sostituisce, è pei -ciechi nati- sin dal principio l’unico mezzo pel quale essi sono in grado di foggiarsi una rappresentazione dei rapporti reciproci di posizione e di distanza esistenti fra le singole impressioni. E infatti si osserva in tali persone un continuo movimento degli organi tattili, specie delle dita, sugli oggetti, all’apprendimento dei quali vengono pure in aiuto l’acuita attenzione diretta sulle sensazioni tattili, e il maggiore esercizio nella distinzione di esse. Il grado inferiore di sviluppo del senso tattile rispetto a quello della vista si dimostra in ciò, che l’apprendimento di contorni e superfici ininterotte è assai più imperfetto che quello delle impressioni puntiformi disposte vicine in ordine diverso. Una prova evidente di ciò è data dal fatto, che nella -scrittura dei ciechi- si vide necessario usare, per le singole lettere, segni artificiali, consistenti in punti in rilievo, in diverse combinazioni. Così, ad es., nella scrittura dei ciechi più in uso (quella di Braille) un punto è il segno per -A-, due punti orizzontalmente posti l’uno accanto all’altro per -B-, due punti verticalmente posti l’uno sull’altro per -C-, e così via; sei punti al massimo bastano per tutte le lettere. I punti debbono però essere così lontani l’uno dall’altro, che essi possano essere percepiti ancor separati dall’estremità del dito indice. Come si svolgano le rappresentazioni spaziali nei ciechi, appare assai bene dal modo in cui questa scrittura viene letta; di solito sono impiegati ambedue gl’indici, della mano destra e della sinistra; l’indice destro precede e coglie un gruppo di punti simultaneamente (tasto sintetico), l’indice sinistro segue alquanto più lentamente e coglie i singoli punti successivamente (tasto analizzante). Le due impressioni, la simultanea e la successiva, sono però fra loro collegate e riferite al medesimo oggetto. Questo procedimento mostra chiaramente che, tanto pel cieco quanto pel non cieco, la distinzione spaziale delle impressioni tattili non è data immediatamente coll’azione delle impressioni stesse sull’organo tattile; ma che nei ciechi i movimenti, pei quali il dito destinato al tasto analizzante percorre le singole estensioni, compiono lo stesso ufficio che nei non ciechi spetta alle concomitanti rappresentazioni visive. Una rappresentazione della grandezza e direzione di questi movimenti può sorgere solo dall’essere ogni movimento accompagnato da una sensazione interna di tatto (pag. 37). L’opinione che questa sensazione tattile interna sia già immediatamente collegata con una rappresentazione dello spazio percorso nel movimento, sarebbe inverosimile al massimo grado, perchè non soltanto presupporrebbe nel soggetto un’intuizione innata dello spazio che lo circonda, e della sua posizione nello stesso (pag. 83), ma inchiuderebbe ancora in sè l’opinione speciale, che le sensazioni tattili interne, quantunque conformi all’esterne nella loro natura qualitativa e nei sostrati fisiologici, si differenzino da queste per ciò, che in esse colla sensazione sorge sempre anche un’imagine della posizione del soggetto e dell’ordine spaziale del suo ambiente immediato. Opinione questa, che ci ricondurrebbe necessariamente alla dottrina platonica della reminiscenza delle idee innate; infatti la sensazione che sorge nel tastare è qui pensata come una causa occasionale esterna, che in noi ridesta l’idea dello spazio innata e quindi evidentemente trascendentale. 7. Con quest’ultima ipotesi, pur non tenuto conto della sua inverosimiglianza psicologica, non si saprebbe accordare l’influenza che l’esercizio ha nella distinzione dei segni locali e delle differenze di movimento. Dopo ciò, non resta altro che riporre anche qui, come pei non ciechi (pag. 86), l’origine della rappresentazione spaziale nelle -combinazioni empiricamente date delle sensazioni stesse-. Queste combinazioni consistono in ciò, che nel percorrere le impressioni tattili esteriori, a due sensazioni -a- e -b- aventi una determinata differenza di segni locali corrisponde sempre una determinata sensazione tattile interna o accompagnante il movimento e ad una maggiore differenza di segni locali -a- e -c- corrisponde una sensazione di movimento più intensiva γ e così via. Difatti nel tastare dei ciechi queste sensazioni tattili interne ed esterne sono date sempre in questa regolare connessione. Pertanto anche dal punto di vista della stretta esperienza, non si può affermare, che uno qualsiasi di quei due sistemi di sensazioni porti in se stesso, già a sè e per sè, la rappresentazione di un ordine spaziale; ma noi possiamo dire soltanto che questo ordine sorge regolarmente dalla combinazione di quei due sistemi. Mediante questo punto di vista la rappresentazione spaziale dei ciechi, determinata da impressioni esterne, può definirsi come il prodotto -di una fusione di sensazioni tattili esterne e dei loro segni locali qualitativamente graduati con sensazioni tattili interne intensivamente graduate-. In questo prodotto di fusione le sensazioni tattili esterne costituiscono, colle loro proprietà determinate dagli stimoli esterni, gli elementi predominanti, dietro i quali i segni locali e le sensazioni tattili interne, colle loro particolari proprietà qualitative ed intensive, si ritraggono così completamente che esse, allo stesso modo degli ipertoni di un suono, possono essere percepite, solo quando si diriga l’attenzione specialmente su di essi. Anche le rappresentazioni tattili di spazio riposano pertanto su una fusione -perfetta-. Ma la particolarità di questa, a differenza, ad es., delle fusioni intensive di suono, consiste in ciò, che gli elementi secondari o sussidiali sono elementi di natura diversa, i quali nel tempo stesso stanno fra loro in relazioni fisse. Mentre i segni locali costituiscono un puro sistema qualitativo, le sensazioni tattili interne, accompagnanti i movimenti dell’organo tattile, si dispongono in una scala di gradi intensivi, e poichè l’energia di movimento, impiegata a percorrere l’intervallo fra due punti, cresce colla grandezza dell’intervallo, la differenza intensiva delle sensazioni accompagnanti il movimento deve pure aumentare colla differenza qualitativa dei segni locali. 8. In tale guisa l’ordine spaziale delle impressioni tattili è il prodotto di una -doppia fusione-: di una prima, che ha luogo tra gli elementi sussidiati e per la quale i gradi qualitativi del sistema dei segni locali, ordinato secondo due dimensioni, sono ordinati nel loro rapporto reciproco, secondo i gradi intensivi della sensazione interna; e di una seconda, per la quale le sensazioni tattili esterne, determinate dagli stimoli esterni, si collegano con quei primi prodotti di fusione. Naturalmente i due processi non hanno luogo successivamente, ma in un unico e medesimo atto, perchè tanto i segni locali, quanto i movimenti tattili devono essere suscitati solo dagli stimoli esterni. Ma, mutando la sensazione tattile esterna colla natura dello stimolo oggettivo, i segni locali e le sensazioni tattili interne costituiscono elementi soggettivi, il cui ordine reciproco rimane sempre lo stesso di fronte alle diversissime impressioni esterne. In ciò sta la condizione psicologica per la -costanza delle proprietà- da noi attribuite allo spazio, di contro alle proprietà qualitative, variamente mutanti degli oggetti contenuti nello spazio. 9. Dopo che si sono formato le fusioni tra i segni locali e le sensazioni tattili interne, producenti l’ordine spaziale delle sensazioni tattili esterne, ciascuno di questi elementi rimane del resto sino ad un certo grado, sia pure limitato, capace per sè solo di determinare una localizzazione di sensazioni, e persino di suscitare composto rappresentazioni spaziali. Così non solo il non cieco, ma anche il cieco e il cieco nato hanno per l’organo tattile in perfetto riposo una rappresentazione del luogo di un contatto e possono percepire due impressioni, agenti a sufficiente distanza, come separato nello spazio. Naturalmente nel cieco nato non sorge, come nel non cieco, l’imagine visiva del luogo toccato, ma invece di questa si forma la rappresentazione di un movimento del membro toccato e, quando agiscono più impressioni, la rappresentazione di un movimento tattile, che va da un’impressione all’altra. Anche nelle rappresentazioni così prodotte agiranno le stesse fusioni che nelle solite soccorse da movimento tattile, con questa sola differenza, che uno dei fattori dei prodotti di fusione, la sensazione tattile interna, esiste solo come imagine della memoria. 10. Così pure può succedere il contrario: come contenuto reale della sensazione può essere dato solo una somma di sensazioni tattili interne, che sorgono dal movimento di una parte del corpo, senza notevole mescolanza di sensazioni tattili esterne; e quelle sensazioni tattili interne, accompagnanti il movimento, possono egualmente costituire il sostrato di una rappresentazione spaziale. Questo avviene regolarmente nelle -rappresentazioni pure del movimento di parti del nostro corpo-. Se noi, ad es., ad occhi chiusi solleviamo il nostro braccio, abbiamo ad ogni momento una rappresentazione delle posizioni del braccio. In esse senza dubbio cooperano sino ad un certo grado anche le rappresentazioni tattili esterne, che sorgono per stiramenti e increspamenti della pelle; queste però scompaiano relativamente di fronte alle sensazioni tattili interne, date dalle articolazioni, dai tendini e dai muscoli. Nell’uomo non cieco queste rappresentazioni di posizione, come è facile osservare, si formano, perchè le sensazioni prodotte dallo stato della parte mossa svegliano, anche ad occhio chiuso o distolto, un’oscura imagine visiva di quella parte e dello spazio che la circonda. Questo legame è così intimo, che può stabilirsi anche tra le semplici imagini mnemoniche delle sensazioni tattili interne e la corrispondente rappresentazione visiva, come osservasi nei paralizzati, nei quali la semplice volontà di compiere un certo movimento sveglia la rappresentazione del movimento, come fosse realmente compiuto. Evidentemente le rappresentazioni dei propri movimenti si fondano nell’uomo normale su fusioni imperfette analoghe alle esterne rappresentazioni tattili dello spazio; solo che in questo caso le sensazioni tattili interne hanno lo stesso ufficio che in quelle le esterne. Ciò conduce ad ammettere che anche alle sensazioni tattili interne spettino segni locali, cioè che le sensazioni, che avvengono nelle diverse articolazioni, nei tendini e nei muscoli, presentino certe differenze localmente graduate. Infatti ciò pare sia confermato dalla introspezione. Se noi alternativamente moviamo l’articolazione del ginocchio, della coscia, dell’omero, oppure se anche soltanto moviamo la stessa articolazione della parte destra o della sinistra del corpo, non curando il legame, che non si può mai interamente sopprimere, coll’imagine visiva della parte del corpo, sembra che ad ogni volta varii leggermente la qualità della sensazione. Non si potrebbe neppure comprendere, come senza tali differenze dovrebbe sorgere quell’imagine visiva concomitante, a meno che si attribuisse all’anima non soltanto una rappresentazione innata dello spazio, ma anche una cognizione innata delle posizioni prese in ogni singolo momento e dei movimenti degli organi del corpo nello spazio. 11. In base a questi fatti osservati nell’uomo non cieco è possibile comprendere, come anche nel cieco nato abbia origine la rappresentazione dei suoi movimenti. Qui in luogo della fusione colla imagine visiva della parte del corpo, deve entrare in campo una fusione delle sensazioni di movimento coi segni locali, mentre nel tempo stesso le sensazioni tattili esterne vengono ad aggiungersi come aiuto. Sembra che quest’ultime abbiano nei ciechi un còmpito di gran lunga maggiore che nei non ciechi per l’orientazione dei movimenti del corpo nello spazio. Il cieco ha rappresentazioni dei propri movimenti affatto incerte, fintanto che non viene loro in soccorso tasteggiando gli oggetti esterni. E a questo scopo tornano a lui opportuni e il maggiore esercizio del senso tattile esterno e l’acuita attenzione diretta su di esso. Una prova di ciò ci è data dal cosidetto “senso della distanza„ proprio dei ciechi. Esso consiste nella capacità di percepire ad una certa distanza, senza un contatto diretto, corti ostacoli, ad es., una parete vicina. Si può sperimentalmente dimostrare che questo “senso della distanza„ si compone di -due- fattori: in primo luogo di una eccitazione tattile molto debole sulla pelle della fronte, prodotta dalla resistenza dell’aria; e secondariamente di una modificazione nel suono del passo. Quest’ultimo fattore agisce come un segnale, che l’attenzione acuisce sufficientemente, affinchè possano essere percepite quelle deboli eccitazioni tattili. Il “senso della distanza„ non funziona più, se si eliminano quelle eccitazioni tattili, avvolgendo un panno attorno alla fronte, oppure se si soffoca il passo. 12. Oltre le rappresentazioni delle posizioni e dei movimenti delle singole parti del corpo, noi possediamo anche una rappresentazione della -posizione e del movimento dell’intero corpo-, e quelle prime rappresentazioni solo per la loro relazione a quest’ultima passano da un significato semplicemente relativo ad uno assoluto. L’organo d’orientazione per queste rappresentazioni generali è la -testa-, della cui posizione noi abbiamo sempre una rappresentazione determinata o rapporto alla quale nelle nostre rappresentazioni orientiamo, per lo più in modo solo indeterminato, i singoli organi corporei, secondo i singoli complessi di sensazioni tattili esterne ed interne. Nella testa inoltre i tre canali del labirinto uditivo sono l’organo specifico dell’orientazione, al quale vengono ad aggiungersi, come organo secondario, le sensazioni tattili interne ed esterne, legate all’azione dei muscoli della testa. Questa funzione di orientazione dei canali può essere facilmente spiegata, se si ammette che sotto la varia pressione dell’endolinfa sorgano sensazioni tattili interne, con differenze di segni locali specialmente marcate. Il -capogiro-, che nasce in seguito a troppo rapidi movimenti della testa, ha con ogni verosimiglianza la sua origine nelle sensazioni prodotte dai violenti movimenti dell’endolinfa. Con ciò si accordano le osservazioni fatte, che per parziali distruzioni dei canali si hanno costanti illusioni d’orientazione e per la completa distruzione degli stessi un quasi completo annullamento della capacità d’orientarsi. 12-a-. Le teorie che si contrappongono riguardo all’origine psicologica delle rappresentazioni di spazio sogliono essere indicate come quelle del -nativismo- e dell’-empirismo-. La teoria -nativistica- vuol derivare la localizzazione nello spazio da proprietà innate degli organi e dei centri di senso; la teoria -empiristica- invece dall’influenza dell’esperienza. Questa distinzione però non spiega con esattezza le opposizioni realmente esistenti, perchè si può combattere l’opinione di rappresentazioni spaziali innate, senza con questo affermare che esse sorgano dall’esperienza. Infatti è questo appunto il caso, quando si considerino, come sopra si è fatto, le intuizioni spaziali come prodotti di processi psicologici di fusione, che sono fondati tanto sulle proprietà fisiologiche degli organi di senso e di movimento, quanto sulle leggi generali per le quali nascono le formazioni psichiche. Tali processi di fusione e gli ordini delle impressioni sensibili che si fondano su di essi, costituiscono per l’appunto dappertutto le basi della nostra esperienza; e appunto per ciò è inammissibile chiamarli essi stessi esperienze. Più esatto sarebbe indicare le due opposte teorie come -nativistica- e -genetica-. Di più è degno di nota, che le diffuse teorie nativistiche contengono elementi empiristici, così come d’altra parte le teorie empiristiche racchiudono parti nativistiche, in modo che il contrasto appare talvolta più che altro di nomi. Intatti i nativisti presuppongono bensì che l’ordine dell’impressione dello spazio corrisponda immediatamente all’ordine dei punti sensibili nella pelle e nella retina; ma la speciale maniera di proiettare all’esterno, sovratutto la rappresentazione della distanza e della grandezza degli oggetti, inoltre il riferimento di una pluralità d’impressioni spazialmente separate ad un unico oggetto, dipendono secondo essi dall’“attenzione„, dalla “volontà„ e persino anche dall’“esperienza„. Gli empiristi invece sogliono presupporre in qualche modo lo spazio come dato, e interpretare poi ogni singola rappresentazione come un’orientazione in questo spazio, determinata da motivi di esperienza. Nella teoria delle rappresentazioni spaziali della vista si è per solito considerato lo spazio tattile come questo spazio originariamente dato; nella teoria delle rappresentazioni tattili si è talora dotata la sensazione tattile interna dell’originaria qualità spaziale. Empirismo e nativismo sono quindi nella realtà per lo più concetti fluttuanti e ambedue le teorie si accordano in ciò, che usano concetti complessi della psicologia volgare, come “attenzione„, “volontà„, “esperienza„, senza più intimamente provarli ed analizzarli. In ciò sta veramente il punto in cui loro si oppone la teoria -genetica-, che cerca, mediante l’analisi psicologica delle rappresentazioni, mettere in luce i processi elementari, dai quali le rappresentazioni hanno origine. Malgrado le loro deficienze, tanto la teoria nativistica quanto l’empiristica hanno il merito di aver posto in evidenza il problema psicologico qui esistente, coll’aver portato un gran numero di fatti a spiegazione di esso. -B-. -- LE RAPPRESENTAZIONI VISIVE DELLO SPAZIO. 13. Le proprietà generali del senso tattile si ripetono nel senso della vista, ma in una conformazione di gran lunga più fine. Alla superficie sensibile della pelle esterna qui corrisponde la superficie retinica coi suoi coni e bastoncini disposti a mo’ di palizzate e formanti un mosaico finissimo di punti senzienti. Ai movimenti degli organi tattili corrispondono i movimenti dei due occhi, che o si fissano sugli oggetti o ne percorrono i contorni. Però, mentre il senso tattile sente le impressioni per contatto diretto degli oggetti, i mezzi rifrangenti, che si trovano davanti la retina, proiettano su di essa un’imagine degli oggetti rovesciata e impiccolita. E poichè quest’imagine per la sua piccolezza lascia campo a un gran numero d’impressioni contemporanee e poichè la luce, per la sua energia di penetrazione nello spazio, agisce ora su oggetti lontani ed ora su vicini, il senso della vista acquista, in assai più alto grado che il senso dell’udito, il significato di -senso della distanza-. Infatti la luce può essere percepita ad una distanza incomparabilmente maggiore che il suono; inoltre il soggetto percipiente pone a varia distanza -direttamente- solo le rappresentazioni visive, quelle uditive invece sempre solo indirettamente, giovandosi della rappresentazione visiva dello spazio. 14. Dopo di che ogni rappresentazione visiva può sempre, avuto riguardo alle sue proprietà spaziali, essere scomposta in -due- fattori: 1º nell’orientazione reciproca dei singoli elementi di una rappresentazione; 2º nell’orientazione di essa al soggetto percipiente. La rappresentazione di un unico punto luminoso contiene già questi due fattori, imperocchè noi dobbiamo rappresentarci quel punto in un ambiente spaziale qualsiasi e in un certo rapporto di direzione e di distanza rispetto a noi. Anche questi fattori possono essere separati gli uni dagli altri solo mediante un’astrazione arbitraria, non mai però in realtà, perchè dal rapporto, nel quale un certo punto spaziale sta al suo ambiente, è determinato regolarmente anche il suo rapporto al soggetto percipiente. Da questa dipendenza deriva anche, che l’analisi delle rappresentazioni visive parte opportunamente dal primo dei due summenzionati fattori, e precisamente dall’orientazione reciproca degli elementi di una formazione rappresentativa, per poi venire a considerare il secondo fattore, l’orientazione della formazione al soggetto percipiente. -a. L’orientazione reciproca degli elementi di una rappresentazione visiva-. 15. Nell’apprendimento del rapporto reciproco degli elementi di una rappresentazione visiva, le proprietà del senso tattile si ripetono interamente, solo in modo più perfetto e con alcune modificazioni importanti per le rappresentazioni visive. Anche qui con una impressione semplice quanto è mai possibile, pressochè puntiforme, noi colleghiamo direttamente la rappresentazione di un -luogo- nello spazio spettante ad essa, -e- però le assegniamo un determinato rapporto di posizione alle parti dello spazio che la circondano; solo che questa localizzazione non avviene, come nel senso tattile, per l’immediato riferimento al punto corrispondente dell’organo stesso, ma noi trasportiamo l’impressione nel -campo visivo-, situato fuori del soggetto percipiente a una qualsiasi distanza. Di più anche qui come nel senso tattile, una misura per l’esattezza della localizzazione è data dalla distanza, alla quale due impressioni quasi puntiformi possono essere ancora spazialmente distinte; solo che anche qui questa distanza non è data direttamente come una grandezza lineare misurabile sulla superficie stessa di senso, ma come l’intervallo più piccolo percettibile tra due punti del campo visivo. Ora, potendo il campo visivo essere pensato a una distanza qualsiasi dell’osservatore, per la misura dell’acutezza di localizzazione non si usa una grandezza lineare, ma una -grandezza d’angolo-, e precisamente di quell’angolo formato dalle linee tirate dai punti del campo visivo ai punti dell’imagine retinica attraverso il punto nodale dell’occhio. Quest’-angolo visivo- rimane costante fintanto che la grandezza dell’imagine retinica rimane inalterata, laddove la distanza corrispettiva dei punti nel campo visivo cresce proporzionalmente alla distanza del campo visivo dal soggetto. Se in luogo dell’angolo visivo si vuole introdurre una distanza lineare equivalente ad esso, può servire a questo scopo soltanto il diametro dell’imagine retinica, il quale risulta direttamente dalla grandezza dell’angolo visivo e dalla distanza della superficie retinica dal punto nodale ottico. 16. La misura dell’-acutezza di localizzazione- dell’occhio, ottenuta in base a questo principio, presenta dentro le diverse parti del campo visivo valori assai irregolari, analogamente ai risultati avuti per le diverse parti dell’organo tattile (pag. 85). Solo che qui i valori spaziali, corrispondenti alla più piccola distanza distinguibile, sono di gran lunga più piccoli; di più, mentre sull’organo del tatto sono distribuite molte parti dotate di una fina capacità di distinzione, nel campo visivo è -una sola- regione egualmente dotata di una tale finissima attitudine, il punto centrale visivo, corrispondente al centro della retina; da questo punto andando verso le parti laterali, l’acutezza di localizzazione decresce molto rapidamente. L’intero campo visivo o l’intera superficie retinica si comporta quindi in modo analogo a una singola regione tattile, ad es. quella del dito indice, ma la supera, specialmente nelle parti centrali, in modo veramente straordinario nell’acutezza di localizzazione. Infatti qui due impressioni, che agiscono sotto un angolo visivo di 60-90 secondi, sono ancora sul punto di essere distinte, mentre per 2,5° lateralmente al centro della retina la più piccola differenza distinguibile sale già a 3′, 30″ e per 8° lateralmente, essa cresce sino circa a 1°. Poichè noi nella vista normale di quegli oggetti, dei quali vogliamo avere più esatte rappresentazioni spaziali, disponiamo l’occhio in modo che quelli stiano nel mezzo del campo visivo e le imagini loro nel centro della retina; diciamo tali oggetti veduti -direttamente- e diciamo veduti -indirettamente- tutti gli altri che stanno nelle parti eccentriche del campo visivo. Il punto medio della regione della vista diretta si dice -punto di visione- o -punto di fissazione-; la linea congiungente il centro della retina e il centro del campo visivo, -linea di visione-. Se si calcola la distanza lineare che corrisponde sulla retina al più piccolo angolo visivo, nel quale due punti possono essere percepiti distinti nel centro del campo visivo, si ha una grandezza da 4/1000 a 6/1000 mm. È una grandezza questa che corrisponde presso a poco al diametro di un cono retinico, ed essendo nel centro della retina i coni così fitti da toccarsi fra loro, ne segue che due impressioni luminose debbano sempre cadere su due diversi elementi della retina, perchè possano essere ancora spazialmente distinte. Infatti con ciò s’accorda il fatto, che nelle parti laterali della retina le due forme qui esistenti di elementi sensibili sono separate da maggiori interstizi. Si può quindi ammettere che l’-acutezza visiva- o la capacità della distinzione spaziale nel campo visivo di punti distinti, dipenda direttamente dalla disposizione compatta degli elementi retinici, potendo due impressioni essere sempre spazialmente distinte, se esse colpiscono due elementi diversi. 16-a-. Da questo rapporto reciproco tra l’acutezza visiva e la distribuzione degli elementi della retina si è da molti conchiuso che ad ogni elemento spetta la proprietà originaria di localizzare lo stimolo luminoso dal quale è colpito, nella parte dello spazio corrispondente alla sua proiezione nel campo visivo; e si è in tal modo ricondotta la proprietà, che ha il senso visivo di porre gli oggetti in un campo visivo esterno, situato a una distanza qualsivoglia dal soggetto, ad un’energia innata degli elementi retinici e degli elementi centrali che li rappresentano nel centro visivo del cervello. Vi sono certe alterazioni patologiche della vista che parvero a primo aspetto confermare queste conclusioni. Se in seguito a processi infiammatori sotto la retina, questa viene spostata dalla sua posizione normale, nascono contorsioni delle imagini, le così dette -metamorfopsie-, che si possono perfettamente spiegare nella loro grandezza e direzione, se si ammette che gli elementi retinici continuino a localizzare le impressioni, come se fossero ancora nella primitiva posizione normale. Ma queste imagini contorte, fintanto che, come nella maggior parte dei casi, si tratta di fenomeni che continuamente variano per il lento formarsi o sparire delle secrezioni, non dimostrano affatto una innata energia di localizzazione nella retina, siccome d’altra parte la percezione d’imagini contorte attraverso lenti prismatiche non ci permetterebbe mai di pervenire a una tale conclusione. Se invece a poco a poco si è raggiunto uno stato stazionario, le metamorfopsie spariscono, e questo sembra avvenire non solo in quei casi nei quali è possibile ammettere un perfetto ritorno degli elementi retinici alla loro posizione primitiva, ma anche in quelli, nei quali ciò è assolutamente inverosimile a causa dell’estensione dei processi. In questi ultimi casi si deve però ammettere il costituirsi di una nuova relazione dei singoli elementi ai punti corrispondenti del campo visivo[18]. Questa conclusione trova una conferma quando si osservi negli occhi normali il graduale addattamento ad imagini contorte prodotte da esterni sussidi ottici. Se si armano gli occhi di una lente prismatica, si producono di solito strane e disturbanti contorsioni d’imagini, sembrando piegati i contorni dritti e quindi contorte le forme degli oggetti. Queste contorsioni scompaiono a poco a poco completamente, quando si continui a portare la lente, ma possono comparire in senso opposto, se la lente è abbandonata. Tutti questi fenomeni si spiegano solo quando si presupponga che la localizzazione spaziale anche pel senso visivo non è affatto originaria, ma -acquisita-. 17. Colle sensazioni retiniche anche altri elementi psichici partecipano dell’ordine reciproco spaziale delle impressioni luminose. Le proprietà fisiologiche dell’organo visivo ci richiamano innanzi tutto alle sensazioni che accompagnano -i movimenti dell’ occhio-. Questi movimenti compiono infatti, per la misura delle estensioni nel campo visivo, lo stesso ufficio che i movimenti tattili per la misura delle impressioni tattili, con questa sola differenza, che anche qui i processi alquanto rozzi dell’organo tattile si ripetono in forma più fine e perfetta. L’occhio, potendo da un sistema di sei muscoli opportunamente disposto, essere mosso in tutte le direzioni attorno al suo punto medio, sempre egualmente orientato rispetto alla testa, è al massimo grado addatto a percorrere con continuità i contorni degli oggetti o a passare per la via più breve da un dato punto di fissazione ad un altro. Inoltre a causa delle disposizioni dei muscoli, sono preferiti sugli altri i movimenti in quelle direzioni che corrispondono alle posizioni degli oggetti considerati più spesso e più esattamente, cioè i movimenti in basso e in dentro. Di più, essendo i movimenti dei due occhi, a causa della sinergia della loro innervazione, così accordati fra loro che le linee visive allo stato normale sono sempre fissate sullo stesso punto, è resa in tal modo possibile una cooperazione dei due occhi, la quale non solo permette di cogliere in modo abbastanza esatto i rapporti di posizione che gli oggetti hanno tra loro, ma anche più specialmente offre il mezzo essenzialissimo per la determinazione dei rapporti spaziali che gli oggetti hanno col soggetto (v. sotto 24 e segg.). 18. Infatti i fenomeni della visione insegnano che, come la distinzione di punti separati nel campo visivo dipende dalla compattezza degli elementi retinici, così la rappresentazione della -distanza reciproca- di due punti dipende dallo sforzo di movimento dell’occhio impiegato nel percorrere questa distanza. Questo sforzo si dà a conoscere come un elemento rappresentativo, perchè è legato a una sensazione di tensione che noi possiamo percepire così in movimenti di larga estensione, come nel paragonare movimenti oculari di diversa direzione. Ad es., a parità di grandezza, i movimenti degli occhi in alto sono accompagnati da sensazioni più intensive che i movimenti in basso, così appunto come i movimenti in fuori di un occhio rispetto ai movimenti in dentro. L’influenza di queste sensazioni tattili interne appare evidentissima in ciò, che la localizzazione in seguito a paralisi parziali dei singoli muscoli dell’occhio, subisce alterazioni, che corrispondono perfettamente a quelle che avvengono a causa della paralisi nello sforzo di movimento dell’occhio. Il principio generale di queste perturbazioni è il seguente: la distanza di due punti appare ingrandita, tosto che essa sia nella direzione del movimento divenuto difficile. A questo movimento corrisponde una sensazione di tensione più forte, che in condizioni normali accompagnerebbe un movimento più esteso; conseguentemente l’estensione percorsa pare maggiore, e poichè gli apprezzamenti delle estensioni, fatti in base al movimento, reagiscono sugl’impulsi al movimento dell’occhio in riposo, la medesima illusione si produce anche per l’estensione ancora da percorrere nella stessa direzione. 19. Anche un occhio normale può presentare siffatti errori nella misura delle distanze. Quantunque l’apparato muscolare dell’occhio sia così adattato che i movimenti dovrebbero compiersi nelle più diverse direzioni con isforzo pressochè uguale; tuttavia questo non si riscontra in realtà in modo completo, e evidentemente per motivi che si connettono intimamente all’adattamento dell’organo visivo alle sue funzioni. Poichè noi più spesso osserviamo, tra gli oggetti dello spazio circostante, quelli che sono più vicini e sui quali noi dobbiamo, convergendo, fissare le linee visive; i muscoli dell’occhio hanno preso una disposizione, nella quale i movimenti di convergenza delle linee di visione si compiono con una speciale facilità, e nella quale, fra i possibili movimenti di convergenza, sono preferiti quelli in basso ed in alto. La facilità, con cui generalmente facciamo questi movimenti di convergenza, dipende da ciò, che i muscoli volgenti l’occhio in sù ed in giù, il retto superiore ed inferiore, non stanno in un piano verticale inchiudente la linea visiva, condizione che corrisponderebbe al più semplice movimento in sù e in giù, ma così deviano da questo piano, che determinano coi movimenti in alto e in basso anche un movimento in dentro. Perciò ciascuno di questi muscoli è provveduto di un muscolo sussidiario situato obliquamente, il retto superiore dell’obliquo inferiore, il retto inferiore dell’obliquo superiore. Questi coadiuvano i due muscoli retti nei movimenti in sù ed in giù, mentre essi compensano le rotazioni attorno alla linea visiva, che provengono dall’asimmetrica posizione di quelli. A causa di questa maggiore complicazione delle azioni muscolari, lo sforzo per i movimenti in sù ed in giù degli occhi è maggiore che per i movimenti in fuori ed in dentro, prodotti semplicemente dai due muscoli posti in piano orizzontale, il retto esterno ed interno. La facilità relativa dei movimenti di convergenza in basso trova la sua ragione in parte nelle suesposte (pag. 98) differenze intensive delle sensazioni accompagnanti i movimenti, in parte nel fatto che nel movimento in basso dei due occhi entra una convergenza involontariamente rinforzata, nei movimenti in alto invece una convergenza diminuita. A queste aberrazioni del meccanismo di movimento corrispondono certe -illusioni costanti della misura visiva dipendenti dalla direzione nel campo visivo-. Esse consistono parte in -illusioni di direzione- e parte in -illusione di estensione-. In rapporto alla -direzione delle linee verticali nel campo visivo-, ogni occhio va soggetto all’illusione, che una linea inclinata colla sua estremità superiore sporgente in fuori di circa 1-3°, sembri essere verticale e una linea effettivamente verticale sembri essere nella sua estremità superiore inclinata in dentro. Questa illusione, avendo per ogni occhio un’opposta direzione, scompare nella visione binoculare. Essa deve essere ricondotta al già notato fatto, che i movimenti in basso degli occhi si collegano involontariamente ad un aumento della convergenza, quelli in alto ad una diminuzione di essa. Questa deviazione del movimento dalla direzione verticale, deviazione che da noi non è avvertita, è poi riferita a uno spostamento degli oggetti avente luogo in senso opposto. Similmente una regolare -illusione di estensione-, che si ha, quando si paragonino linee rette diversamente disposte nel campo visivo, trova la sua ragione in quelle differenze, che esistono nella disposizione dei muscoli moventi l’occhio in alto e in basso e di quelli che lo muovono in fuori e in dentro. Qui l’illusione consiste in ciò, che paragonando linee rette verticali con linee rette orizzontali ugualmente grandi, stimiamo le prime maggiori di circa 1/7-1/10; epperò, ad es., un quadrato ci appare come un rettangolo con base più piccola, mentre all’opposto, quando si disegna un quadrato in base alla misura visiva, si dà ad esso un’altezza troppo piccola. Se per occhi affetti da paralisi parziale, le estensioni situate nella direzione dei movimenti divenuti più difficili appaiono ingrandite, certamente ciò vale anche per l’occhio normale. Oltre questa illusione più impressionante tra orizzontale e verticale, ve ne ha ancora una meno notevole tra alto e basso, e una tra fuori e dentro: infatti la metà superiore di una retta verticale e l’esterna di un’orizzontale sono stimate in più, quella all’incirca di 1/16, questa di 1/40. La prima di questa illusione corrisponde alla già ricordata (pag. 98) maggior facilità dei movimenti in basso, la seconda alle più facili posizioni di convergenza. 20. A queste illusioni costanti di direzione e di estensione, che si possono ricondurre a certe disposizioni del meccanismo di movimento fondate sugli speciali scopi della visione, si aggiungono altre -illusioni variabili della misura visiva-. Queste hanno il loro fondamento in proprietà generali dei nostri movimenti, epperò fenomeni analoghi ad esse si possono incontrare anche nei movimenti degli organi di tatto. Anche queste illusioni si distinguono in -illusioni di direzione- e in -illusioni di estensione-. Le prime obbediscono a questa regola: gli angoli acuti sono stimati in più, gli ottusi in meno, e le linee limitanti gli angoli variano la loro direzione in modo corrispondente. Per le illusioni di estensione vale la regola seguente: i movimenti obbligati e interrotti sono più faticosi dei movimenti liberi e continui, e perciò le linee rette, che costringono a fissare, sono giudicate maggiori delle distanze dei punti, ed ugualmente le linee rette, interrotte da più punti, paiono maggiori delle linee condotte senza interruzione. Il fatto, che nel campo del senso tattile è analogo alle illusioni degli angoli, consiste in ciò, che si è inclinati a giudicare in più i piccoli movimenti dell’articolazione, in meno i grandi; una regola questa, che può essere ricondotta al seguente principio generale: per un movimento di estensione ristretta è richiesto un impiego di energia relativamente maggiore che per un movimento di più notevole estensione, essendo necessaria più energia per il muoversi che per il mantenersi in moto. L’illusione, che nell’organo tattile è analoga all’apprezzamento in più delle linee interrotte più volte, sta pure in ciò, che un’estensione stimata da un organo tattile mediante il movimento appare più piccola, quando essa è misurata da un singolo movimento continuato, di quando lo è da un movimento più volte interrotto. Anche qui la sensazione corrisponde al consumo di energia, e questo naturalmente è maggiore in un movimento più volte interrotto che in un movimento continuo. E però l’illusione, per cui si giudicano maggiori le estensioni lineari divise, vale anche per l’occhio, s’intende solo, finchè dalla divisione non sorgano motivi d’ostacolo all’occhio nel movimento sull’estensione divisa. E questo è il caso, quando si ha, ad es., un unico punto di divisione; imperocchè esso ci costringe a guardare con occhio fisso. Se si confronta una linea divisa in un solo punto con una linea continua, si è inclinati a percepire la prima con occhio in riposo, fissando il punto di divisione, l’altra invece con occhio in movimento; corrispondentemente in questo caso l’estensione continua appare in questo caso maggiore che quella divisa. 20-a-. Tutte le illusioni costanti e variabili di direzione e di estensione, per distinguerle da altre illusioni ottiche che provengono da deviazioni diottriche, vengono indicate come “illusioni geometrico-ottiche„, perchè s’incontrano soprattutto nella costruzione di figure geometriche. In questa espressione però oltre alle aberrazioni che si fondano sulla proprietà del meccanismo di movimento, sono comprese anche quelle della misura visiva, che riposano sulle leggi delle associazioni di rappresentazione, delle quali più tardi tratteremo. Queste pertanto possono essere specificamente dette “illusioni di associazione„. Qui trova luogo, ad es., il fatto che un’estensione o un angolo di data grandezza visti insieme a una estensione o ad un angolo più piccoli paiono più grandi, e nel caso opposto più piccoli; fatto questo che è evidentemente in tutto analogo al contrasto di luce e di colore (pag. 55). Tali effetti associativi si collegano anche colle suddescritte illusioni variabili di direzione e di estensione nel senso, che le illusioni prodotte dalla influenza delle diverse energie di movimento sono messe in accordo colle proprietà delle imagini retiniche da una percezione prospettiva di profondità delle figure disegnate sul piano. Così, ad es., una linea retta suddivisa non soltanto ci pare maggiore di una linea retta di uguale grandezza ma continua, ma di più noi la collochiamo ad una maggiore distanza, secondo la regola, alla quale ubbidiscono le nostre percezioni a causa di numerose associazioni: oggetti sotto uguale angolo visivo ci paiono tanto maggiori quanto maggiori sono le distanze alle quali le collochiamo. Queste illusioni prospettive di associazione, avendo in esse grande importanza il paragone colle imagini retiniche, nascono più spesse nello sguardo fisso, che nello sguardo in movimento, e costituiscono nel tempo stesso un carattere utile per distinguere le illusioni costanti dalle variabili, imperocchè in queste generalmente non si osservano le rappresentazioni secondarie di prospettiva. Più a lungo sulle illusioni d’associazione v. sotto al § 16, 9; sul contrasto spaziale § 17, 11. 21. Se le illusioni della misura visiva, tanto le costanti quanto le variabili, dimostrano l’immediata dipendenza della percezione di direzioni ed estensioni spaziali dai movimenti dell’occhio; con questa conclusione si accorda anche il risultato negativo, che la disposizione degli elementi retinici, specialmente la compattezza loro, non esercita una notevole influenza, in condizione normale, sulle rappresentazioni della direzione e della grandezza. Questo si dimostra innanzi tutto in ciò, che la distanza di due punti appare egualmente grande, quando noi la osserviamo colla vista diretta o colla indiretta. Due punti, che sono chiaramente distinti, veduti direttamente, possono coincidere in -un solo- punto nelle parti laterali del campo visivo, ma tosto che sono distinti, si presentano ad una distanza uguale tanto in questo caso quanto in quello; oppure, posto che una differenza sia avvertibile, essa è così indeterminata e vacillante, che pienamente scompare di fronte alle enormi anomalie nella disposizione degli elementi senzienti. Questa indipendenza della percezione di grandezza dalla compattezza di disposizione si riferisce persino a una regione della retina, che non racchiude alcuna parte sensibile alla luce: il -punto cieco- corrispondente al punto d’ingresso del nervo visivo. Gli oggetti, le immagini dei quali cadono sul punto cieco, non sono veduti. Avendo questo punto, situato a 15° in dentro dal punto di visione, una grandezza di circa 6°, imagini di considerevole grandezza, ad es., il volto umano posto alla distanza di circa 2 metri, se cadono su quel punto, possono completamente sparire. Ma tosto che punti nel campo visivo cadono a dritta od a sinistra, o al disopra o al disotto del punto cieco, noi attribuiamo ad essi la medesima distanza reciproca che in qualunque altra regione del campo visivo non interrotta dal punto cieco. Lo stesso fatto si osserva, quando anormalmente una parte della retina è divenuta cieca in seguito a malattia. La lacuna che ne deriva nel campo visivo, si dimostra solo in quanto le imagini incidenti su di essa non sono vedute, ma non mai in quanto gli oggetti posti oltre il limite della parte cieca soffrano notevoli modificazioni nella loro localizzazione[19]. 22. -L’acutezza della vista e la percezione di direzioni ed estensioni nel campo visivo- sono, come questi fenomeni insegnano, due funzioni diverse che si fondano su diverse condizioni: -la prima sulla compattezza di giustapposizione degli elementi della retina, la seconda sui movimenti dell’occhio-. Da ciò deriva anche, che le rappresentazioni spaziali del senso visivo, al pari di quelle del tatto, non possono essere considerate originarie, già date, nel loro ordine spaziale, in sè e per sè coll’azione delle impressioni luminose. Ma questo ordine spaziale si sviluppa solo quando si combinino certi componenti delle sensazioni, ai quali, singolarmente presi, non spetta ancora la proprietà spaziale. Nello stesso tempo quelle condizioni 1 . 2 3 . 4 ; 5 , 6 , 7 , 8 . 9 - - . , 10 , 11 . : 12 13 ( 14 ) ; 15 ( ) . 16 , , , 17 . 18 , 19 . 20 , 21 . 22 23 , , 24 , 25 . , 26 , 27 . 28 , 29 30 ; 31 , 32 . 33 34 . , 35 , , 36 - - . 37 , 38 , 39 , ; 40 , 41 , 42 , 43 . 44 , - - , , 45 , , 46 - - . 47 , , 48 , , , , , 49 - - . 50 ; 51 , 52 , 53 . 54 , 55 , - - . 56 , 57 , , , , , 58 - - . 59 , 60 , , 61 . 62 , , 63 64 , , 65 , , 66 , . 67 68 69 , 70 , 71 , . 72 , . 73 , 74 75 . , 76 , 77 ( . ) , , 78 , 79 , 80 . 81 82 - - . 83 - - , 84 , - 85 - ( . ) . 86 , 87 88 : 89 , 90 91 , , , 92 . 93 - - , 94 , 95 , , 96 . « 97 , 98 , 99 . 100 , , 101 102 , 103 , 104 . 105 , . , 106 107 , , 108 109 . 110 . 111 , 112 , , 113 , 114 - - , . 115 , 116 , - - 117 118 . 119 , 120 ( . ) , , 121 , , 122 ; , 123 124 . 125 126 127 128 129 . - - . 130 131 132 . 133 134 , 135 , , , 136 . 137 - - 138 . 139 140 141 - - , 142 - - , 143 ; 144 . 145 146 147 - - - - . , 148 149 , - - , 150 151 . 152 , 153 , 154 , 155 . - - 156 . 157 - , 158 , , , 159 - . 160 , 161 , ; 162 , . 163 164 , 165 166 , 167 . 168 169 . , 170 , 171 , 172 , 173 , 174 175 176 . 177 , 178 , 179 , 180 . 181 182 ; 183 184 , 185 , 186 . 187 188 . 189 , - - 190 - - , , 191 , 192 . 193 194 195 196 , 197 . 198 , - - , 199 200 , 201 , , 202 . 203 , [ ] 204 . 205 206 207 - - . . 208 209 . - - 210 - , 211 - . , 212 , - 213 - . , - 214 - , , 215 - - , 216 - - 217 - - , 218 , , 219 . 220 , 221 , 222 . 223 224 , 225 , 226 , 227 , 228 . 229 230 - - . 231 : 232 , . , , 233 , ; 234 . 235 , , , 236 . 237 , 238 , 239 , . 240 , , - 241 - . . ( 242 ) , . ( , , 243 ) . ( . ) 244 245 . 246 . 247 , , 248 , , 249 , , 250 , 251 , . 252 253 . , 254 , 255 256 , 257 258 , 259 . 260 , 261 , , 262 . 263 264 ; 265 , 266 , ; 267 . 268 , 269 , , , 270 , , 271 . 272 273 , , 274 , 275 , 276 . 277 ( . ) 278 , 279 - , - . , 280 , 281 ; , 282 ; 283 . 284 , 285 , 286 , 287 . , 288 , 289 ( ) . 290 , 291 , 292 . 293 294 . 295 - - , - - , 296 . , , 297 298 , 299 , , 300 . , 301 , 302 : 303 , , 304 ( . ) , 305 , 306 . 307 , 308 , , 309 - - 310 311 . 312 , 313 , , 314 , 315 . 316 317 , 318 319 . , 320 - - , 321 , , , 322 . , . , 323 ( ) - - , 324 - - , 325 - - , ; 326 . 327 , 328 . 329 , 330 ; 331 , ; 332 ( ) , 333 334 ( ) . , 335 , 336 . , 337 , 338 339 ; , 340 , 341 342 . 343 344 345 346 ( . ) . 347 348 , 349 , 350 , 351 ( . ) , 352 , , 353 354 , , 355 356 . , 357 358 ; 359 , 360 361 . 362 363 . , 364 , 365 366 . , 367 , ( . ) , 368 - 369 - . , 370 , - - - - 371 372 373 - - - - 374 . 375 376 . 377 , , 378 , 379 , ; 380 381 . 382 , 383 , - 384 385 - . 386 , 387 , 388 , 389 , , 390 , 391 , , 392 . 393 - - . 394 , , . , 395 , , 396 , 397 . 398 , , 399 , 400 , , 401 , , 402 403 . 404 405 . 406 - - : , 407 408 , , 409 , 410 ; , , 411 , 412 . 413 , , 414 , 415 . , 416 , 417 , 418 . 419 - - 420 , , 421 . 422 423 . 424 , 425 , 426 , , 427 , 428 . 429 , 430 431 , , 432 . , 433 , , 434 , 435 , , 436 . 437 438 , , 439 , , 440 . 441 442 . : 443 444 , , 445 ; 446 , , 447 . 448 - 449 - . , . , 450 , 451 . 452 , 453 ; 454 , , 455 . 456 457 , 458 , , 459 , , 460 461 . , 462 463 , , 464 465 , . 466 467 468 ; 469 470 . 471 , , 472 , , 473 . 474 . 475 , , , 476 477 , , 478 , , 479 . 480 , 481 , 482 , 483 484 . 485 486 . 487 , 488 . 489 , 490 , 491 492 . 493 494 . 495 , 496 . 497 498 . « 499 . 500 , , 501 , . , . 502 « - - : 503 504 , ; 505 . 506 , , 507 . « 508 , , 509 , . 510 511 . 512 , 513 - - , 514 515 . 516 - - , 517 518 , 519 , , 520 . 521 522 , , 523 , , 524 . 525 , 526 , 527 . - - , 528 , 529 530 . , 531 532 533 . 534 535 - - . 536 537 - - - - . 538 - - 539 ; 540 - - . 541 542 , 543 , 544 . 545 , , , 546 , 547 548 , 549 . 550 , 551 552 ; 553 . 554 - - - - . 555 , 556 , 557 , 558 . 559 560 561 ; 562 , 563 , 564 , 565 « , « 566 « . 567 , 568 569 , . 570 571 ; 572 573 . 574 575 , 576 , « , 577 « , « , 578 . 579 - - , , 580 , , 581 . 582 , 583 584 , 585 . 586 587 588 - - . - - . 589 590 . 591 , . 592 593 594 . 595 , 596 . , 597 , , 598 , 599 . 600 601 , 602 , , 603 , , 604 - - . 605 ; 606 - - 607 , 608 , . 609 610 . , 611 , - - 612 : 613 ; . 614 615 , 616 617 . 618 , 619 , , 620 , 621 . , 622 623 , 624 , 625 , 626 . 627 628 - . 629 - . 630 631 . 632 , 633 , 634 . 635 , , 636 - - 637 , - - 638 ; 639 , , 640 , 641 - - , 642 . 643 , 644 , 645 ; 646 647 , 648 . , 649 650 , 651 , - - , 652 653 654 . - - 655 , 656 657 . 658 , 659 , 660 661 . 662 663 . - - , 664 , 665 , 666 ( . ) . 667 , , 668 ; , 669 , 670 - - 671 , , 672 ; , 673 . 674 675 , . 676 , , , 677 . 678 , - , 679 , , 680 681 , , . 682 683 , 684 , 685 686 ; - - 687 - - 688 . 689 - - - - ; 690 , 691 - - . 692 693 694 , 695 , / 696 / . 697 , 698 , 699 , 700 . 701 , 702 . 703 - - 704 , 705 , 706 , 707 . 708 709 - - . 710 711 712 , 713 ; 714 , 715 , 716 , 717 718 . 719 . 720 , 721 , 722 , - - , 723 , 724 725 , 726 . , , 727 , 728 , 729 730 , 731 732 . 733 , , 734 735 736 , , 737 . 738 739 740 [ ] . 741 742 . 743 , 744 , 745 . 746 , 747 , 748 , . 749 750 , - - . 751 752 . 753 . 754 755 - - . 756 , 757 , 758 , , 759 760 . , 761 , 762 , , 763 764 765 . , 766 767 , 768 . , 769 , , 770 771 , 772 , 773 774 , 775 776 ( . . ) . 777 778 . , 779 780 , - - 781 782 . 783 , 784 , 785 . . , 786 , 787 , 788 . 789 790 791 , 792 , , 793 794 . 795 : 796 , 797 . 798 , 799 ; , 800 , , 801 , 802 803 . 804 805 . 806 . 807 808 ; 809 , 810 811 . , 812 , 813 , , ; 814 , 815 , 816 , , 817 . , 818 , , 819 , , 820 , 821 , 822 , 823 . 824 , 825 , 826 . 827 , 828 , . 829 , 830 831 , 832 , . 833 834 ( . ) 835 , 836 , 837 . 838 839 840 - 841 - . - - 842 - - . 843 844 - - , 845 , 846 - , 847 848 . , 849 , . 850 , 851 852 , . 853 , 854 , 855 . 856 857 - - , , 858 , 859 , 860 861 . , 862 , 863 / - / ; , . , 864 , 865 , , 866 . 867 , 868 , 869 . 870 , 871 , : 872 , 873 / , / . 874 ( . ) 875 , . 876 877 . , 878 879 , 880 - - . 881 , 882 883 . - 884 - - - . 885 : , 886 , 887 . : 888 889 , , , 890 , 891 , , 892 . 893 894 , 895 , , 896 , ; 897 , : 898 899 , 900 901 . , 902 , , 903 904 , 905 , . 906 , 907 908 . , 909 , , , 910 911 . , , 912 . , ; 913 . 914 , 915 , , 916 ; 917 . 918 919 - - . 920 , 921 , 922 « - , 923 . 924 925 , 926 , 927 , . 928 « 929 . , . , 930 931 , 932 ; 933 ( . ) . 934 935 , 936 937 938 . , 939 . , 940 , 941 , , 942 943 : 944 945 . , 946 , 947 , 948 , 949 , 950 951 . 952 . , ; , 953 . 954 955 . , 956 , 957 ; 958 , 959 , , 960 , , 961 . 962 , , 963 . , 964 , , 965 - - , 966 , 967 ; , 968 , , 969 970 . 971 972 , : 973 - - . 974 , , . 975 , , 976 , , . , 977 , 978 , . 979 , 980 , 981 982 . , 983 . 984 , 985 , 986 987 [ ] . 988 989 . - 990 - , , 991 : - 992 , 993 - . , 994 , 995 , , , 996 , . 997 998 , , , 999 . 1000