qualche mano... Venite sir Thomas, mostrate la vostra al signor
Podgers.
Un vecchio signore, dal portamento distinto, si avanzò e tese al
chiromante una mano grassa e tozza, con un lunghissimo dito medio.
-- Natura avventurosa; nel passato quattro lunghi viaggi ed uno
nell'avvenire... Naufragato tre volte... No, due soltanto, una in
pericolo di naufragare nel prossimo viaggio. Conservatore furibondo;
puntuale; appassionato per le collezioni di curiosità... Una malattia
pericolosa fra i sedici e diciotto anni... Erede di una grossa fortuna
verso i parenti... Grande avversione per i gatti ed i radicali.
-- Straordinario! -- esclamò sir Thomas. -- Dovreste leggere la mano di
mia moglie.
-- Della seconda moglie? -- chiese tranquillamente Podgers, che teneva
ancora la mano del vecchio fra le sue.
Ma lady Marvel, donna di aspetto malinconico, con capelli neri e ciglia
sentimentali, rifiutò recisamente di lasciarsi rivelare il suo passato
e il suo avvenire.
Gli sforzi di lady Windermere non valsero neppure a far togliere i
guanti al signor di Koloff, ambasciatore russo.
Veramente molte persone esitavano ad affrontare quello strano piccolo
uomo, dal sorriso stereotipato, dagli occhiali d'oro e gli occhi che
brillavano come rubini; e quando egli ebbe detto alla povera lady
Fermor, ad alta voce e dinanzi a tutti, che ella s'intendeva molto
poco di musica, ma che in compenso prendeva delle folli passioni per i
musicisti, divenne opinione generale che la chiromanzia era una scienza
e che bisognava incoraggiarla, ma a tête-à-tête.
Lord Arturo Savile, che non sapeva niente della disgraziata storia
di lady Fermor, e che aveva seguito Podgers con grande interesse,
provò una viva curiosità di far leggere nella sua mano. Siccome,
però, sentiva un po' di timidezza a farsi avanti, si avvicinò a lady
Windermere e, tutto rosso in viso, le disse se Podgers avrebbe voluto
occuparsi di lui.
-- Ma certo, egli si occuperà di voi, mio buon amico... Appunto per
questo egli è qui. Tutti i miei leoni, lord Arturo, sono dei leoni
che prendono parte alla rappresentazione. Tutti saltano attraverso i
cerchi, quando io comando loro... Ma devo prevenirvi che dirò tutto a
Sibilla... Ella verrà domani da me a prendere il the, e se il signor
Podgers troverà che avete un cattivo carattere, o qualche tendenza alla
gotta, o un'amante a Bayswater, io non glielo nasconderò.
Lord Arturo sorrise e scosse la testa.
-- Io non ho paura; Sibilla ed io ci conosciamo così bene!
-- A dire il vero sono un po' contrariata di sentirvi dir questo... La
migliore divisa del matrimonio è uno scambievole malinteso... no, io
sono completamente unica. Ho solo dell'esperienza, il che, frattanto,
è quasi la stessa cosa... Signor Podgers, lord Arturo Savile muore
d'impazienza che voi gli leggiate nella mano. Non gli dite, però, che è
fidanzato ad una delle più belle fanciulle di Londra; è già un mese che
il Morning Post ne ha dato l'annunzio...
-- Cara lady Windermere, -- esclamò la marchesa di Jedburgh, -- abbiate
la bontà di lasciarmi trattenere ancora un minuto il signor Podgers;
egli sta dicendomi che monterò sulle tavole del palcoscenico, e ciò
m'interessa assai.
-- Se vi ha detto ciò, lady Jedburgh, io non esito a togliervelo...
Venite qua subito, signor Podgers e leggete nella mano di lord Arturo.
Bene! -- esclamò la marchesa facendo una piccola mossa ed alzandosi dal
divano -- se non mi è permesso di montare sulle tavole del palcoscenico,
mi sarà lecito almeno di assistere allo spettacolo, spero...
-- Naturalmente. Assistiamo tutti alla sentenza soggiunse lady
Windermere.
-- Ed ora, signor Podgers, diteci qualche cosa di bello, perchè lord
Arturo è uno dei miei più cari amici.
Podgers prese la mano del giovane, la osservò, divenne stranamente
pallido e non fece parola. Un brivido sembrò passare per il suo corpo.
Le sue grandi e folte sopracciglia furono assalite da un tremito
convulso, da un tic bizzarro, irritante. Delle grosse goccie di sudore
imperlarono la sua fronte e le sue dita grassoccie divennero fredde ed
umide.
A lord Arturo non sfuggirono questi strani segni di agitazione e per
la prima volta in vita sua ebbe paura. Il suo istinto naturale fu il
fuggire dalla sala, ma si contenne. Era meglio conoscere il pericolo,
qualunque fosse, che restare in quella angosciosa incertezza.
-- Attendo, signor Podgers.
-- Attendiamo tutti, -- soggiunse lady Windermere, con il suo tono
vivace, impaziente.
Il chiromante non rispose.
-- Io credo che lord Arturo debba montare sulle tavole del palcoscenico
-- esclamò lady Jedburgh -- e che dopo la vostra sortita il signor
Podgers abbia paura di dirglielo.
Ad un tratto l'ometto lasciò andare la mano destra del giovane, afferrò
vivacemente la sinistra e si curvò tanto su questa, che la montatura in
oro dei suoi occhiali sfiorò quasi la pelle.
Rapidamente il suo volto divenne bianco d'orrore; ma egli riuscì a
ricuperare il suo sangue freddo e rivolgendosi a lady Windermere, le
disse con un sorriso forzato:
-- È la mano di un bel giovane.
-- Certo, ma sarà egli un buon marito? Ecco quello che bisogna sapere.
-- Io credo che un marito non debba essere troppo seducente -- mormorò
lady Jedburgh, con aria grave. -- È così pericoloso....
-- Mia cara fanciulla, non sono mai troppo seducenti gli uomini --
ribattè lady Windermere. -- Ma ciò che mi occorre sono i particolari:
non vi sono che i particolari che interessano. Che deve dunque accadere
a lord Arturo?
-- Ebbene, fra qualche giorno lord Arturo dovrà fare un viaggio.
-- Sì, quello di nozze, naturalmente.
-- E perderà un parente.
-- Non sua sorella, spero, -- disse lady Jedburgh, con tono ipocrita.
-- No, certo, non sua sorella: un semplice, lontano parente.
-- Ah!... Sono crudelmente delusa, -- disse lady Windermere. Non ho
assolutamente nulla da raccontare domani a Sibilla. Chi si preoccupa
ormai dei parenti lontani? Ora non è più moda. Però io credo che
essa farà bene a comperare un abito di seta nera: serve sempre per la
chiesa... Ed ora andiamo a cena. Forse non resterà più nulla: speriamo
almeno di trovare ancora del brodo caldo. Francesco una volta faceva
del brodo eccellente, ma ora egli è sempre occupato dalla politica
e non sono mai più sicura di nulla con lui. Vorrei proprio che il
generale Boulanger rimanesse un po' tranquillo... Duchessa, voi sarete
stanca...
-- Affatto, mia cara Glady, -- rispose la duchessa avviandosi verso la
porta -- io mi sono molto divertita ed il vostro chiromante è stato
piacevolissimo.
II.
Dieci minuti dopo, col volto bianco di terrore, gli occhi pieni di
tristezza, lord Arturo Savile si precipitava fuori di Beusinck House.
Si fece largo attraverso i valletti impellicciati, che attendevano i
loro padroni sotto la tettoia. Sembrava non vedesse e non sentisse più
nulla.
La notte era rigida ed i becchi del gas, lungo il viale, scintillavano
ed oscillavano sotto le folate di vento; ma le sue mani avevano il
calore della febbre e le sue tempie parevano infuocate. Egli andava
qua e là, a caso, come un ebbro. Un agente di polizia lo guardò
curiosamente mentre gli passava accanto, ed un mendicante, che si
era staccato da una porta per chiedergli l'elemosina, indietreggiò
spaventato nel vedere un volto che appariva più sventurato del suo.
Una volta lord Arturo si arrestò sotto un lampione e guardò le sue
mani: credette vedervi traccie di sangue ed un debole grido uscì dalle
sue labbra tremanti.
-- Assassino! Questo aveva letto il chiromante nel palmo della sua mano.
-- Assassino! La notte stessa pareva lo sapesse ed il vento ripeteva
alle sue orecchie il grido orribile. Ogni angolo nero era pieno di
questa parola.
Egli la vedeva ghignare perfino dai tetti delle case.
Entrò nel Parco, il cui bosco pareva affascinarlo: s'appoggiò ad una
ringhiera, esausto di forze, e calmò l'ardore delle sue tempie sul
ferro umido, rimanendo assorto nel silenzio misterioso delle piante.
-- Assassino! Assassino! -- gridò come se ripetendo l'accusa il
significato della parola fosse scemato.
Il suono della sua voce lo fece rabbrividire e tuttavia desiderò
quasi che l'eco lo sentisse e svegliasse da' suoi sogni la città
addormentata. Avrebbe voluto fermare il primo passante per raccontargli
tutto.
Poi errò per -Oxford-Street-, in vie strette e brutte; due donne, dal
volto dipinto, passando, lo schernirono.
Da un tetro palazzo arrivò a lui uno strepito di bestemmie e di
schiaffi, seguito da acute grida; e confusamente, sotto una porta umida
e fredda vide delle schiene piegate, dei corpi rifiniti dalla miseria e
dalla vecchiaia.
Una strana pietà s'impadronì di lui.
Quei figli del peccato e della miseria erano essi predestinati alla
loro sorte, come egli alla sua? Non erano forse, essi pure, marionette
di un mostruoso burattinaio?
Ma non fu il mistero, ma la commedia della sofferenza che lo colpì,
la sua assoluta inutilità, la sua grottesca mancanza di senso comune.
Tutto gli parve incoerente, privo d'armonia. Egli si sentiva stupito
dalla discordanza esistente fra l'ottimismo superficiale del nostro
tempo e la realtà dell'esistenza.
Poco dopo si trovò di fronte a Marylebone Church. L'argine silenzioso
sembrava un lungo nastro d'argento pallido, macchiate qua e là da
mobili ombre.
Tutto intorno si stendeva la linea dei becchi di gas, vacillanti, e
dinanzi ad una piccola casa, circondata da un muro, stava una vettura
solitaria, di cui il cocchiere dormiva saporitamente a cassetta.
Lord Arturo si avviò a passo rapido verso -Portland-Place-, volgendosi
ad ogni momento, come se temesse d'essere seguito.
In cima a -Rich-Street- due uomini erano intenti a leggere un piccolo
avviso su di una palizzata. Uno strano sentimento di curiosità lo
punse, ed egli attraversò la strada in quella direzione. Avvicinandosi,
la parola -assassino-, scritta in lettere nere lo colpì.
Si arrestò ed una vampa di fuoco gli salì al volto.
Era un avviso ufficiale, che offriva una ricompensa a chi avesse
fornito delle informazioni per l'arresto di un uomo di mezza taglia,
sui trenta o quaranta anni, portante un cappello a cencio con gli orli
rialzati, un abito nero e dei pantaloni in tela, di cotone rigato.
Quest'uomo aveva una cicatrice sulla gota destra.
Lord Arturo lesse l'avviso, poi lo rilesse ancora. Si chiese se l'uomo
sarebbe stato arrestato e come avesse riportato quella cicatrice. Forse
un giorno, anche il suo nome sarebbe stato sulle mura di Londra. Un
giorno, forse anche la sua testa, sarebbe stata messa a prezzo....
Questo pensiero lo riempì d'orrore.
Tornò sui suoi passi e fuggì nella notte.
Appena sapeva dove si trovasse. Aveva un vago ricordo d'avere errato
in un laberinto di sordide case, d'essersi smarrito in un dedalo
gigantesco di nere vie, e l'aurora cominciava a spuntare quando
finalmente si accorse di essere nel -Picadilly-Circus-.
Siccome seguiva -Belgrave-Square-, s'imbattè sui grandi carri da
spedizione che si avviavano verso -Covent-Garden-.
I carrettieri, nei loro bianchi grembiali, col volto abbronzato dal
sole, i capelli incolti, camminavano a lunghi passi, facendo schioccare
di tanto in tanto la frusta e scambiandosi gli uni con gli altri
qualche parola.
Sopra un enorme cavallo grigio, il primo di un tiro a sei, stava un
giovane paffuto, con un mazzo di fiori infilato sul cappello. Attaccato
fortemente alla criniera della sua cavalcatura, rideva clamorosamente.
Nella luce mattinale, le grandi ceste di legumi si staccano come
dei blocchi di diaspro verde sui petali pallidi di alcune rose
meravigliose.
Lord Arturo provò un sentimento di viva curiosità, senza sapere perchè.
V'era qualcosa su quella delicata gaiezza dell'alba che gli sembrava
fonte di un'inesprimibile commozione: ed egli pensò a tutti quei giorni
che incominciano belli, ridenti e terminano cupi, tempestosi.
Quegli esseri rozzi, con la loro rude voce, il loro spirito triviale,
il loro andamento trascurato, quale strana Londra essi vedevano! Una
Londra liberata dai delitti della notte e dal fumo del giorno, una
città pallida, fantastica, paurosa, una città cosparsa di tombe.
Si domandò quello che essi ne pensavano e se sapevano qualche cosa dei
suoi splendori e delle sue vergogne, dei suoi superbi piaceri e della
sua orribile fame, di tuttociò che vi fermenta e che vi ruina dalla
mattina alla sera.
Probabilmente non rappresentava per essi che una mèta di commercio,
un mercato dove recavano i loro prodotti per venderli e dove non
rimanevano che qualche ora, lasciando forse alla loro partenza le
strade ancora silenziose e le case sempre addormentate.
Provò uno strano godimento a vederli passare. Per quanto volgari
fossero, con le loro grosse scarpe a chiodi, avevano in essi qualcosa
di arcadico. Lord Arturo sentì che quelli erano i veri figli della
natura e che questa aveva loro insegnato la pace: ed invidiò tutta la
loro ignoranza.
Quando lasciò -Belgrave-Square-, il cielo aveva preso la tinta di
un turchino evanescente e gli uccelli cominciavano a cinguettare nei
giardini.
III.
Quando lord Arturo si ridestò, era già mezzodì ed il sole filtrava
attraverso la serica cortina color d'avorio. Si levò dal letto e andò a
guardare dalla finestra. Una vaga nebbia era sospesa sulla città, ed i
tetti delle case sembravano d'argento appannato. Nel verde tremulo del
viale alcuni fanciulli s'inseguivano, simiglianti a farfalle bianche, e
i marciapiedi erano ingombri di gente diretta verso il Parco.
Mai gli era sembrata così bella la vita; e mai il male gli parve così
lontano. Entrò un domestico, recando un vassoio con il cioccolato.
Egli bevve il cioccolato, quindi, sollevata una pesante portiera, passò
nella stanza da bagno.
La luce scendeva dolcemente attraverso sottili lastre di onice
trasparente, e l'acqua, nella vasca di marmo, aveva lo splendore della
luna.
Lord Arturo s'immerse fino al collo, poi cacciò bruscamente la testa
nell'acqua, come per purificarsi di qualche vergognoso ricordo.
Uscito dal bagno si sentiva quasi calmo. Dopo colazione, si distese
sopra un divano ed accese una sigaretta.
Sopra il caminetto, coperto da un bellissimo broccato antico, stava
un grande ritratto di Sibilla Merton, com'egli l'aveva veduta la prima
volta al ballo di lady Noël.
La graziosa testa era leggermente piegata a sinistra, come se il collo,
sottile e fragile, durasse fatica a sopportare tanta bellezza. Le
labbra, leggermente dischiuse, sembravano bozzate per una musica assai
dolce, e dai suoi occhi, immersi nel sogno, traluceva la più tenera
purezza verginale.
Modellata nel morbido abito di crespo di Cina, col grande ventaglio di
piume nella mano, si sarebbe detto ch'ella fosse una di quelle delicate
figurine, quali se ne vedono nei boschi di ulivi, presso Tanagra, e
nella sua attitudine aveva qualcosa della grazia greca.
Nondimeno ella non era piccola. Era perfettamente proporzionata,
cosa rarissima in un'età in cui la maggior parte delle donne
sono generalmente più grandi del naturale oppure insignificanti.
Contemplandola, in quell'istante, lord Arturo si sentì invaso da quella
terribile pietà che nasce dall'amore. Sentì che sposandola col -fatum-
di morte che gravava su lui, sarebbe stato un tradimento simile a
quello di Giuda, un delitto peggiore di tutti quelli che immaginarono i
Borgia.
Quale felicità avrebbe potuto essere fra loro quando, ad un tratto,
egli poteva essere chiamato a compiere la spaventosa profezia scritta
nella sua mano? Quale esistenza avrebbe egli potuto condurre, giacchè
il destino portava una tale sventura nella sua bilancia? Necessitava
ritardare a qualunque costo le nozze. Egli vi era risoluto. Sebbene
amasse ardentemente quella fanciulla e il solo contatto delle dita di
lei bastasse a farlo trasalire in un godimento squisito, egli riconobbe
chiaramente quale era il suo dovere e vide che non aveva il diritto di
unirla a sè prima di avere commesso il delitto.
Soltanto dopo commesso il delitto egli avrebbe potuto recarsi
all'altare con Sibilla Merton, e riporre la sua vita nelle mani della
donna amata, senza timore di agire malamente. Solo allora egli avrebbe
potuto stringerla fra le braccia, senza ch'ella dovesse mai curvare la
fronte sotto la sua onta. Prima occorreva -compiere questo- e, per il
bene di entrambi, nel più breve tempo possibile.
Molti altri, al suo posto, avrebbero preferito il sentiero infiorato
del piacere alle ascese del dovere; ma lord Arturo era troppo
coscienzioso per anteporre il piacere ai principî.
Per un poco egli provò una naturale ripugnanza per l'opera ch'era
destinato a compiere; ma poi si convinse che non era un delitto, ma un
sacrificio: e la sua ragione gli rammentò che nessun'altra via gli era
possibile. Bisognava scegliere fra il vivere per sè e il vivere per
gli altri, e, per quanto il suo compito fosse terribile, egli sapeva
di non dover lasciar trionfare l'egoismo su l'amore, perchè, presto
o tardi, ciascuno di noi è chiamato a risolvere lo stesso problema. A
lord Arturo esso veniva presentato assai presto nella vita, prima che
il cinismo avesse corroso il suo cuore e l'egoismo intaccato il suo
carattere; per cui egli non esitò a fare il suo dovere.
Fortunatamente egli non era un sognatore, nè uno sfacendato dilettante.
Se fosse stato tale, egli avrebbe, come Amleto, esitato lasciando con
la sua esitazione rovinare il piano. Egli era invece essenzialmente
pratico; la vita, per lui, era azione più che pensiero. Egli possedeva
il più raro dei doni, il senso comune.
I crudeli sentimenti della sera innanzi si erano completamente
dileguati, ed egli provava quasi vergogna ripensando alla pazza fuga
per le vie della città ed alla terribile agonia della notte. Egli
si domandava ora come avesse potuto esser così dissennato da dare in
escandescenza contro l'inevitabile.
L'unica questione che ancora lo turbava era come avrebbe egli
potuto compiere la sua missione, poichè l'omicidio, come i riti del
paganesimo, esige una vittima ed un sacerdote.
Non essendo un genio, non aveva nemici, nè era il caso di soddisfare
qualche personale rancore; la sua missione conteneva una grave
solennità.
Fece una lista dei nomi dei suoi amici e parenti sopra un foglietto
del taccuino, e dopo un rigoroso esame, si decise per lady Clementina
Beauchamp, una cara vecchia che abitava in Curzon-Street, sua cugina in
secondo grado, per parte di madre.
Lord Arturo aveva sempre amato lady Clem -- così la chiamavano tutti,
-- e siccome egli era ricco, in seguito all'eredità lasciatagli da lord
Rugby, nessun avrebbe potuto vedere in quella morte un fine pecuniario.
Veramente, più egli rifletteva e più lady Clem gli pareva la persona da
scegliersi e, persuaso che ogni indugio era una cattiva azione verso
Sibilla, dicise di occuparsi subito dei preparativi. La prima cosa da
farsi era, indubbiamente, regolare il conto del chiromante.
Si sedette dunque al tavolo e riempì uno -chèque- di cento ghinee,
pagabile all'ordine del signor Septimus Podgers. Quindi telefonò al suo
cocchiere di attaccare la vettura e si vestì per uscire.
Nel lasciare la stanza, gettò uno sguardo sul ritratto di Sibilla
Merton e giurò che qualunque cosa accadesse, le avrebbe sempre
lasciato ignorare ciò ch'egli compiva per amor suo e che avrebbe sempre
conservato il segreto del suo sacrificio nel più profondo del cuore.
Recandosi al club Buckingham, si fermò da una fioraia ed inviò a
Sibilla una bella cesta di narcisi, dai petali bianchi e dai pistilli
simili agli occhi del fagiano.
Giunto al club, si recò direttamente alla biblioteca, ordinò al
cameriere un bicchiere di citrato di soda, e chiese un libro di
tossicologia.
Per la sua triste opera, il veleno era il mezzo migliore, assolutamente
migliore. Nulla gli ripugnava più della violenza, e del resto era ben
costretto a trovare, per uccidere lady Clem, un mezzo che non attirasse
l'attenzione pubblica, poichè gli faceva orrore l'idea di diventare
la curiosità del giorno in casa di lady Windermere, o di vedere il suo
nome sui giornali, in pasto al pubblico.
Egli doveva, inoltre tener conto del padre e della madre di Sibilla, i
quali, appartenendo ad un secolo puritano avrebbero potuto opporsi al
matrimonio, in caso di scandalo; -- per quanto egli fosse persuaso che
se avesse fatto loro conoscere le causa della cosa, sarebbero stati i
primi ad apprezzare la sua condotta.
Aveva dunque tutte le ragioni per decidersi in favore del veleno,
sicuro negli effetti e scevro di rumore. Il veleno avrebbe agito senza
bisogno di ricorrere ad atti brutali, per i quali, come la maggior
parte degli inglesi, provava una profonda avversione.
Però non conosceva nulla della scienza dei veleni, e siccome il
cameriere non sembrava capace di trovare nella biblioteca altro
che la -Guida di Ruff- ed il -Baily's Magazine-, cercò egli stesso
negli scaffali e finì per scoprire un'edizione della -Farmacopea- ed
un esemplare della -Toxicologia- di Erskine, edita da Mathew Reid,
presidente del Collegio reale dei medici ed uno dei più antichi membri
del club Buckingham, dove era stato eletto per sbaglio, confuso con un
altro candidato.
Lord Arturo rimase molto sconcertato dai termini tecnici impiegati
nei due libri, e si pentì di non aver fatto maggiore attenzione alle
lezioni di Oxford; ma finalmente nel secondo volume di Erskine,
trovò una narrazione interessantissima e completa delle proprietà
dell'acconito, scritta in modo semplice e chiaro.
Questo era proprio il veleno che gli abbisognava. I suoi effetti,
diceva il libro, sono quasi immediati; non dà spasimi, e preso sotto
forma di un globulo di gelatina, secondo il modo raccomandato da sir
Matkew, non ha nulla di sgradevole.
Lord Arturo prese nota sul suo taccuino della dose necessaria per
produrre la morte, ripose il volume nello scaffale, e risalì la via di
S. Giacomo fino a Pestle e Humbey, la grande farmacia di Londra.
Pestle, che serviva sempre personalmente i suoi clienti
dell'aristocrazia, rimase sorpreso alla richiesta del giovane, e
molto deferentemente gli mormorò qualche parola sulla necessità di una
ricetta medica. Ma appena lord Arturo gli ebbe spiegato che il veleno
doveva servire per un grosso cane di Norvegia, del quale era costretto
disfarsi, perchè mostrava sintomi d'idrofobia, parve pienamente
soddisfatto e si congratulò col suo cliente della meravigliosa
conoscenza ch'egli aveva della tossicologia.
Lord Arturo, avuta la capsula, la mise in una bella bomboniera
d'argento, veduta e comprata in una oreficeria in Bond-Street, e quindi
si avviò verso la dimora di lady Clementina.
-- Ebbene! cattivo ragazzo, -- esclamò la vecchia dama vedendolo entrare
nel suo salotto, -- perchè non sei più venuto a trovarmi da tanto tempo?
-- Cara lady Clem, -- rispose sorridendo lord Arturo, -- non ho mai un
momento libero....
-- Vuoi dire che trascorri tutto il giorno con miss Sibilla Merton a
comprare trine e a dire sciocchezze.... Io non so comprendere perchè
la gente si affanni tanto per sposarsi. Ai miei tempi non si sarebbe
neppure sognato di far tanti preparativi, in pubblico e in privato, per
una cosa simile!
-- Vi assicuro che non ho veduto Sibilla da più di ventiquattro ore,
lady Clem.
A quel che so, ella appartiene ora tutta alle sue sarte.
-- Ah bene! Ed è questa l'unica ragione che ti conduce presso una
vecchia brutta e noiosa come me? Io mi stupisco che voi uomini non
sappiate congedarvi dalle donne quando hanno raggiunto la mia età. E
dire che si son commesse della pazzie per me, ed eccomi ora un povero
essere reumatizzato, con una parrucca ed una salute pessima! Se non
fosse quella cara lady Gansen, che m'invia i peggiori romanzi francesi
che si pubblichino, io non saprei veramente come passare le giornate. I
medici non servono più che a prender danari ai clienti.... Non riescono
neppure a guarirmi lo stomaco....
-- Vi ho portato io un rimedio per questo, -- interruppe gravemente lord
Arturo. -- È una cosa sorprendente, scoperta da un americano....
-- Io non amo le invenzioni americane. Ho letto qualche tempo fa alcuni
romanzi di quei paesi e li ho trovati pieni di stupida vanità.
-- Non è tutto così lady Clem. Vi assicuro che questo è un rimedio
radicale. Dovete promettermi di provarlo.
E lord Arturo trasse dalla tasca la piccola bomboneria e la porse a
lady Clementina.
-- Questa bomboniera è un delizioso gioiello, Arturo. È veramente
gentile da parte tua.... E questo è il portentoso rimedio?.... Ha
l'aria di un dolce. Voglio prenderlo subito.
-- Dio del cielo, lady Clem! -- esclamò lord Arturo, trattenendole il
braccio. -- Non lo fate. È una medicina omeopatica: se voi la prendete
senza aver male allo stomaco, non vi farà nulla. Aspettate di avere una
crisi ed allora ingoiatela: rimarrete sorpresa del risultato.
-- Avrei voluto prenderla subito, -- disse lady Clementina, guardando
contro luce la piccola capsula trasparente. -- Sono certa che è
deliziosa.... Ti confesso ch'io detesto i medici, ma adoro le
medicine.... Tuttavia ti prometto di conservarla fino alla mia prossima
crisi.
-- E quando sopravverrà questa crisi? Molto presto?
-- Spero non prima di una settimana. Ieri ho passato una cattivissima
giornata.
-- Siete dunque sicura di avere una crisi avanti la fine del mese, lady
Clem?
-- Lo temo; ma come sei premuroso con me, Arturo! L'influenza di Sibilla
ha veramente un effetto benefico. Ed ora bisogna salutarci. Io ho a
pranzo delle persone avvizzite, persone che non sono gaie, e sento
che se non faccio una dormitina adesso, mi sarà impossibile tenere
gli occhi aperti durante il pranzo. Addio Arturo. Dì a Sibilla che
le voglio molto bene; e mille grazie a te per il prodigioso rimedio
americano.
-- Non dimenticherete di prenderlo, non è vero?
-- Sta sicuro, non lo dimenticherò, birbantello.... Ti scriverò per
dirti se mi abbisognano altri globuli.
Lord Arturo lasciò la casa di lady Clementina più sollevato.
La sera ebbe un colloquio con Sibilla e le disse di trovarsi in una
posizione terribilmente difficile e che il suo onore e il suo dovere
gli imponevano di procrastinare le nozze. La supplicò di aver fiducia
in lui e di non dubitare dell'avvenire.
La scena ebbe luogo nella serra del palazzo Merton, dove lord Arturo
aveva pranzato, come di consueto.
Sibilla non gli era mai apparsa più felice, ed egli per un momento
era stato tentato di agire vilmente, di scrivere a lady Clem che non
prendesse il rimedio e di lasciare che le nozze si compissero, come se
al mondo non esistesse un Podgers. Ma il suo carattere vinse e anche
quando Sibilla si lasciò cadere nelle sue braccia, piangendo, egli non
perdette la sua calma.
La bellezza che faceva vibrare i suoi nervi, aveva anche toccato la sua
coscienza. Egli sentì che per far naufragare una vita così bella, per
solo qualche mese di piacere, sarebbe stata veramente una volgarità, e
più che mai si fece ferma la sua risoluzione.
Rimase con Sibilla fin quasi a mezzanotte, cercando di confortarla, e,
confortato egli stesso, l'indomani mattina partì per Venezia, dopo aver
scritto al signor Merton una lettera seria ed esplicita sulla necessità
di aggiornare le nozze.
IV.
A Venezia lord Arturo trovò suo fratello, lord Surbiton, reduce col suo
-Yacht- da Corfù.
I due giovani trascorsero insieme una quindicina di giorni deliziosi.
Di mattina passeggiavano sul Lido, oppure vagavano quà e là per i verdi
canali, nella loro lunga gondola nera. Nel pomeriggio usavano ricevere
sullo -Yacht- delle visite e la sera cenavano al Florian e fumavano un
infinito numero di sigarette.
Malgrado ciò, lord Arturo non era felice. Ogni giorno percorreva
attentamente nel -Times- la «colonna dei decessi», in attesa di vedervi
la notizia della morte di lady Clementina; ma ad ogni giorno aveva una
delusione.
Cominciò a temere che qualche incidente fosse intervenuto e maledì
più volte il momento in cui le aveva impedito di prendere l'aconito lo
stesso giorno in cui ella si era mostrata così desiderosa di provarne
gli effetti.
Le lettere di Sibilla, sebbene piene di passione e di fede, erano
talvolta profondamente tristi, talmente che egli pensava che fra loro
tutto fosse finito.
Dopo una quindicina di giorni, lord Surbiton si sentì stanco di Venezia
e decise di percorrere la costa fino a Ravenna, avendo sentito dire che
vi era una grande caccia nella famosa pineta.
Lord Arturo voleva assolutamente rifiutarsi di accompagnarlo, ma
Surbiton, ch'egli amava molto, lo persuase, affermandogli che ove
avesse continuato a rimanere all'albergo Danieli, sarebbe morto di
noia. Per cui, il quindicesimo giorno, essi fecero vela con un forte
vento nord-est ed un mare agitatissimo.
La traversata fu piacevole. La vita all'aria libera colorì nuovamente
le gote di lord Arturo ma dopo il ventiduesimo giorno egli fu di
nuovo assalito dal pensiero di lady Clem e, malgrado le rimostranze di
Surbiton, prese il treno per Venezia.
Quando fu sbarcato dalla gondola all'ingresso dell'albergo, il
proprietario gli consegnò, con un inchino, alcuni telegrammi. Egli li
aprì bruscamente.
Tutto era riuscito: lady Clementina era morta improvvisamente, di
notte, cinque giorni innanzi.
Il primo pensiero di lord Arturo fu per Sibilla: le inviò un
telegramma, annunziandole il suo immediato ritorno a Londra. Quindi
ordinò al cameriere di preparargli i bauli per poter prendere il
direttissimo della sera, pagò cinque volte più dello stabilito i
suoi gondolieri e con passo leggiero e l'animo allegro salì nella sua
stanza.
Tre lettere lo attendevano. Una di Sibilla, piena di affetto e
condoglianza; le altre due di sua madre e dell'avvocato di lady
Clementina.
Lady Clementina, diceva la lettera, aveva cenato con la duchessa la
sera precedente alla sua morte. Aveva anzi entusiasmato tutti i parenti
con il suo spirito; ma poi si era ritirata nelle sue stanze molto
presto, lamentando dei dolori allo stomaco.
La mattina seguente era stata trovata morta nel proprio letto: il
suo volto non mostrava nessun segno di sofferenza. Sir Mathew Reid,
chiamato d'urgenza, non aveva potuto far nulla ed il cadavere era stato
seppellito a Beauchamp Chalest. Pochi giorni prima la vecchia dama
aveva fatto il suo testamento, lasciando a lord Arturo la sua piccola
casa di Curzon-Street, tutto il mobilio, i suo effetti personali e la
sua galleria di quadri, eccettuata la collezione di miniature ch'ella
donava a sua sorella, lady Margaret Rufford, e il suo braccialetto di
ametiste, che lasciava in dono a Sibilla Merton.
Gl'immobili non avevano alcun valore, ma l'avvocato Mansfield
desiderava che lord Arturo tornasse al più presto possibile perchè vi
erano molti conti da saldare, non avendo lady Clementina tenuto mai
conti in regola.
Lord Arturo rimase commosso del buon ricordo di lady Clementina e
pensò che Podgers aveva veramente una grande responsabilità in quella
faccenda.
Il suo amore per Sibilla dominava però ogni altro sentimento e
la coscienza di aver fatto il proprio dovere gli procurava pace e
conforto.
Giunto a Charing-Cross, si sentì completamente felice.
I Merton l'accolsero con grande effusione: Sibilla gli disse che non
poteva sopportare altri ostacoli fra di loro, -- e le nozze furono
stabilite per il sette giugno.
La vita gli si presentava ancor bella e seducente.
Un giorno, egli stava facendo l'inventario della sua nuova casa di
Curzon-Street insieme all'avvocato di lady Clementina e a Sibilla, e
bruciava dei pacchetti di lettere giovanili, quando la fanciulla emise
ad un tratto un piccolo grido di gioia.
-- Cosa avete trovato, Sibilla? chiese lord Arturo, levando la testa dal
suo lavoro, e sorridendo.
-- Questa graziosissima bomboniera d'argento. È un lavoro molto
delicato, certamente olandese.... Volete darmela? Le ametiste non mi
staranno bene fin quando non avrò quarant'anni, ne son certa.
E la fanciulla mostrò la bomboniera che aveva contenuto l'aconito.
Lord Arturo trasalì e un vivo rossore gl'imporporò il volto.
Egli aveva quasi dimenticato, e gli sembrò una coincidenza ben strana
che Sibilla, per l'amore della quale egli aveva attraversato tante
angoscie, fosse la prima a rammentarglielo.
-- Certamente, Sibilla, prendetela.
-- Grazie, Arturo, grazie. Ed avrò anche il -bonbon-?.... Io non sapevo
che lady Clementina fosse amante dei dolci.... la credevo molto più
intellettuale.
Lord Arturo divenne terribilmente pallido e un'orribile idea gli
attraversò la mente.
-- Un -bonbon-, Sibilla! Che volete dire? -- chiese con voce rauca e
bassa.
-- Ne contiene uno solo. Sembra vecchio e sporco, ed io non ho alcun
desiderio di mangiarlo.... Ma cosa vi accade, Arturo?.... Come siete
pallido!
Lord Arturo fece un salto attraverso la sala ed afferrò la bomboniera.
In essa era contenuta la capsula color ambra con entro il liquido
velenoso.
Lady Clem era dunque spirata di morte naturale!
Lord Arturo sentì quasi mancarsi le forze; gettò la capsula nel fuoco e
si lasciò cadere sul divano, con un grido disperato.
V.
Il signor Merton rimase ben addolorato quando lord Arturo gli annunziò
che le nozze dovevano essere rimandate una seconda volta, e lady
Giulia, che già aveva ordinato il corredo, fece di tutto per indurre
Sibilla ad una rottura.
Però, per quanto Sibilla amasse teneramente sua madre, ella aveva fatto
dono di tutta la sua vita al giovane fidanzato, e le parole della madre
non valsero a farla mancare alla sua fede.
Quanto a lord Arturo, trascorsero parecchi giorni prima ch'egli avesse
potuto riaversi dalla crudele delusione.
Ma il suo buon senso trionfò di nuovo e la sua mente sana e pratica non
gli permise di esitare più a lungo sulla condotta da tenere.
Poichè il veleno aveva fallito, ciò che conveniva ormai usare era la
dinamite o qualsiasi altro esplosivo. Passò quindi di nuovo in rassegna
i nomi degli amici e parenti e, dopo serie riflessioni, si decise a far
saltare in aria suo zio, il pastore di Chichester.
Il pastore, uomo di savia cultura, aveva una passione straordinaria
per gli orologi. Ne possedeva una splendida collezione, che andava dal
secolo XV ai nostri giorni. Parve a lord Arturo che questa mania del
buon pastore fornisse una ottima occasione alla realizzazione dei suoi
piani.
Un grave problema però era quello di procurarsi una macchina esplosiva.
Il -London Directory- non gli forniva nessuna notizia su ciò, ed egli
pensò che non gli sarebbe stato di grande utilità recarsi all'ufficio
di polizia di Scotland Yard, giacchè ivi non si era informati delle
gesta dei dinamitardi se non quando un'esplosione era già avvenuta. Ad
un tratto si ricordò del suo amico Rouvaloff, un giovane russo dalle
tendenze rivoluzionarie, conosciuto l'anno precedente in casa di lady
Windermere.
Il conte Rouvaloff passava per scrittore, e si diceva ch'egli
attendesse alla storia di Pietro il Grande e fosse anzi venuto in
Inghilterra appunto per studiare i documenti relativi al soggiorno
dello Czar in questo paese. Ma era poi voce generale che fosse un
agente nichilista, e non bene visto dall'ambasciata russa a Londra.
Lord Arturo pensò che quello era proprio l'uomo che gli abbisognava, ed
un mattino si recò al suo appartamento a Bloomsbury.
-- Volete dunque occuparvi seriamente di politica? -- chiese il conte
Rouvaloff, quando lord Arturo gli ebbe esposto lo scopo della sua
visita.
Ma lord Arturo odiava qualsiasi menzogna, e si credette in dovere di
spiegargli che le questioni sociali non l'interessavano affatto, che
aveva bisogno di un esplosivo famigliare, il quale non riguardava che
lui soltanto.
Il conte Rouvaloff lo fissò per qualche istante con sorpresa.
Poi, vedendo che egli aveva parlato seriamente scrisse sopra un
biglietto di carta un indirizzo, lo firmò con le sue iniziali e lo
porse a lord Arturo a traverso il tavolo.
-- A Scotland Yard darebbero chi sa che cosa per conoscere questo
indirizzo, caro amico.
-- Ma non lo avranno! -- esclamò lord Arturo ridendo.
E dopo aver calorosamente stretta la mano al giovane russo, scese
precipitoso le scale, guardò di nuovo il foglietto e ordinò al suo
cocchiere di condurlo a Soho-Square. Là, lo congedò e seguì a piedi la
via Greek fino a piazza Bayle. Passò sotto il viadotto e si trovò in un
curioso vicolo cieco, occupato da una lavanderia francese. Da un muro
all'altro si stendevano numerose corde con appese delle tele bianche
ondeggianti sotto l'aria mattutina.
Lord Arturo attraversò la corte e picchiò alla porta di una piccola
casa verde.
Dopo qualche minuto, la porta si aprì ed apparve sulla soglia uno
straniero, dall'aspetto rozzo, che gli chiese in un cattivo inglese
cosa desiderasse.
Lord Arturo gli tese il biglietto del conte Rouvanoff.
Appena lo ebbe scorso l'uomo si inchinò ed invitò il giovane ad entrare
in una piccola stanza.
Pochi momenti dopo, Herr Wincnel-Kopp, come veniva chiamato in
Inghilterra, entrò nella stanza, con una salvietta, macchiata di vino,
intorno al collo ed una forchetta in mano.
-- Il conte Rouvanoff, -- disse lord Arturo inchinandosi, -- si è offerto
di presentarmi a voi, ed io spero che vorrete concedermi un colloquio
per una questione di affari. Io mi chiamo Smith... Roberto Smith, ed ho
bisogno di un orologio esplosivo.
-- Sono molto lieto di servirvi, lord Arturo, -- replicò maliziosamente
il piccolo tedesco dando in una risata. -- Non mi guardate con aria così
spaventata... È mio dovere di conoscere tutti: Mi rammento di avervi
incontrato una sera nella casa di lady Windermere. Spero che Vostra
grazia stia bene... Volete venire a sedervi vicino a me, finchè non
abbia terminato di cenare?
Ho un eccellente pasticcio ed i miei amici, che sono buoni conoscitori,
affermano che il mio vino del Reno è migliore di quello che si può bere
all'Ambasciata di Germania.
E, prima che lord Arturo avesse avuto il tempo di riaversi dalla
sorpresa, si trovò seduto in un'altra saletta, dinanzi a del delizioso
Marcobrünner in una coppa di cristallo ornata col monogramma imperiale.
-- Gli orologi esplosivi, -- disse Herr Winckelkopp, -- non sono un
buon articolo di esportazione per l'estero, anche se si riesce a
farli passare in dogana. Il servizio dei treni è così irregolare che,
abitualmente, gli orologi finiscono con l'esplodere prima d'essere
giunta a destinazione. Se però vi è necessario uno di questi congegni,
posso offrirvi un articolo eccellente e vi garantisco che rimarrete
soddisfatto del risultato. Posso chiedervi a quale uso lo destinate?
Se è per la polizia, mi spiace di non poter far nulla per voi. I
poliziotti inglesi sono davvero i nostri migliori amici. Io ho sempre
constatato che, tenendo conto della loro stupidità, si può fare
assolutamente tutto ciò che si vuole; non vorrei dunque torcere neppure
un capello ad uno di essi.
-- Vi assicuro che non ho niente che fare con la polizia. Per dirvi il
vero, l'orologio è destinato al pastore di Chichester.
-- Per Bacco!... Non vi supponevo talmente nemico della religione, lord
Arturo. I giovani di oggi non si occupano in genere di simili cose.
-- Credo che voi mi stimiate più di quello che io meriti, Herr
Winckelkopp, -- soggiunse lord Arturo arrossendo. -- Io sono
completamente ignorante in teologia.
-- Allora si tratta di un affare personale?
-- Appunto.
Herr Winckelkopp alzò le spalle ed uscì dalla saletta. Cinque minuti
dopo riapparve con un piccolo rotolo di dinamite ed un orologio
francese, sormontato da una figurina della Libertà che calpesta l'idra
del dispotismo.
Il volto di lord Arturo s'illuminò.
-- Ecco ciò che mi occorre. Ed ora ditemi come esplode.
-- Ah! questo è il mio segreto, -- rispose Herr Winckelkopp, contemplando
con orgoglio la sua invenzione. -- Ditemi solo quando vi occorre che
esploda ed io regolerò il meccanismo per l'ora indicata.
-- Sta bene! Oggi è martedì e potete prepararmelo subito....
-- Impossibile. Ho molto lavoro, un lavoro urgentissimo per alcuni amici
di Mosca.
-- Sarete sempre in tempo, rimettendo questo lavoro a domani sera o a
giovedì mattina.... Quanto al momento dell'esplosivo, sia per venerdì a
mezzogiorno. A quell'ora il pastore è sempre in casa.
-- Venerdì, a mezzogiorno, -- ripetè il tedesco, e l'annotò sopra un
grande registro aperto su di una scrivania.
-- Ed ora ditemi quanto vi debbo, -- chiese lord Arturo alzandosi.
-- Poca cosa, lord Arturo. La dinamite costa sette scellini e mezzo; il
movimento d'orologeria tredici scellini e la cassa cinque scellini.
Sono troppo felice di poter servire un amico del conte Rouvaloff....
-- Ma il vostro incomodo, Herr Winckel-Kopf?
-- Oh! nulla. È un piacere per me. Io non lavoro per il danaro: vivo
interamente per la mia arte.
Lord Arturo pose il danaro sul tavolo, ringraziò il piccolo tedesco
della sua cortesia e lasciò in fretta la casa.
Per due giorni lord Arturo rimase in preda ad una grande eccitazione.
Il venerdì, a mezzogiorno, si recò al -club- Buckingham per attendere
notizie.
Per tutto il pomeriggio lo stupido servitore recò telegrammi da ogni
parte dello stato, col resoconto delle corse di cavalli, i verdetti
delle cause di divorzio, il resoconto della seduta notturna alla Camera
dei Comuni e del piccolo panico scoppiato in borsa a Londra.
Alle quattro, finalmente, comparvero i giornali della sera e lord
Arturo si rifugiò nella sala di lettura con il -Pall Mall Gazzette- con
la -James's Gazzette-, col -Globe- e l'-Echo-, lasciando indignato il
colonnello Goodchild, che desiderava ardentemente leggere il resoconto
di un discorso da lui pronunziato la mattina in casa del -Lord-Maire-
sopra le missioni sud-africane e sulla convenienza di avere in ogni
provincia vescovi negri.
Scorse impaziente i vari giornali, ma neppure in uno trovò il nome di
Chichester: l'attentato non era dunque riuscito! Rimase per qualche
istante completamente affranto.
Il signor Winckelkopf, ch'egli andò a trovare l'indomani, si sprofondò
in grandi scuse e si offrì di dargli gratuitamente un altro orologio
o una cassa di bombe di nitro-glicerina, a prezzo di costo; ma lord
Arturo, che aveva ormai perduto ogni fiducia negli esplosivi del
piccolo tedesco, dovette persuadersi che a questo mondo tutto è
falsificato e che era assurdo attendersi qualche cosa dalla dinamite
germanica.
Herr Winckelkopf, pur ammettendo che il movimento di orologeria fosse
in qualche punto difettoso, lo assicurò che l'orologio poteva esplodere
ancora e citò, ad esempio della sua tesi, il caso di un barometro
ch'egli aveva inviato una volta al governatore militare di Odessa,
barometro che doveva esplodere il decimo giorno.
Per tre anni questo barometro era invece rimasto intatto, ma un
bel giorno aveva esploso, facendo in tanti pezzi solo la serva del
governatore, perchè questi aveva lasciata la città sei settimane prima.
Se l'effetto non era stato proprio quello voluto, ciò provava però che
la dinamite, come forza distruttrice, sotto l'impero di un movimento di
orologeria, era un mezzo possente, anche se inesatto.
Lord Arturo rimase alquanto sollevato da queste informazioni: ma doveva
aver presto un nuovo disinganno.
Due giorni dopo, mentre saliva le scale, la duchessa lo chiamò nel suo
salottino e gli fece vedere una lettera ricevuta in quel punto.
-- Giovanna mi scrive lettere graziosissime: leggi quest'ultima; è
interessante come i romanzi che ci manda Maudie.
Lord Arturo prese vivamente la lettera e lesse:
27 maggio.
-Carissima zia-,
Ti ringrazio tanto per la flanella che mi hai mandato per la società
Dorcas, e anche per le trine.
Hai ragione quando dici assurdo il bisogno di portare delle cose
graziose; ma oggi sono tutti così radicali, così irreligiosi che è
difficile far loro capire che non devono avere i gusti e l'eleganza
delle classi elevate.
Non so davvero dove finiremo! Come dice papà nei suoi sermoni, noi
viviamo in un secolo d'incredulità. Noi abbiamo avuto un bel caso
per un piccolo orologio a pendolo, inviato da un ammiratore ignoto a
papà, giovedì scorso. Ci è arrivato da Londra, porto franco, in una
cassettina di legno e papà crede che gli sia stato mandato da qualche
lettore del suo sermone «La licenza e la libertà», essendo l'orologio
sormontato da una figura di donna, con un berretto frigio in testa.
Partier spacchettò l'oggetto e papà lo mise sul caminetto della
biblioteca.
Eravamo venerdì mattina tutti seduti in questa stanza, quando, al
momento in cui l'orologio a pendolo suonava mezzogiorno, udimmo come
uno sbattere d'ali; un buffo di fumo uscì dal piedistallo della Dea
della Libertà e questa cadde e si ruppe il naso sul parafuoco.
Maria ebbe un po' di paura, ma la cosa era così ridicola che Giacomo ed
io ne ridemmo sonoramente ed anche papà ci fece coro.
Quando esaminammo l'orologio, ci avvedemmo che, mettendo la lancetta
sopra una data ora, dopo aver posto della polvere e una capsula
fulminante sotto un piccolo martello, si poteva produrre a piacere
lo scoppio. Papà disse che era una pendola troppo rumorosa per la
biblioteca. Credi tu che Arturo gradirebbe un dono di nozze come
questo? Io suppongo che a Londra debba esser di moda. Papà dice anzi
che questi orologi sono atti a far del bene, perchè fanno vedere
che la libertà non è duratura e che il suo regno deve finire con una
caduta. Papà dice pure che la Libertà è stata inventata al tempo della
rivoluzione francese.
Vado subito dai Docars e leggerò loro la tua lettera così istruttiva.
Quanto hai ragione, zia mia, dicendo che, malgrado la loro condizione,
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