Il fantasma di Canterville e il delitto di Lord Savile
Oscar Wilde
Translator: G. Vannicola
Prima versione italiana di G. VANNICOLA.
con disegni di G. MAZZONI.
SECONDA EDIZIONE.
A. F. FORMIGGINI EDITORE IN ROMA
LA PROPRIETÀ LETTERARIA E ARTISTICA
degli ornamenti, delle versioni originali e delle note critiche
pubblicate in questa collezione
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il quale, adempiuti i suoi obblighi verso la Legge e verso gli Autori
eserciterà i suoi diritti contro chiunque e dovunque.
-Copyright 1920: by A. F. Formiggini, Rome.-
INTRODUZIONE
Non rifarò la biografia d'Oscar Wilde, ormai cosa pubblica, ahimè,
troppo pubblica. Più che per la grandezza e la decadenza della sua
vita, più che per la stessa sua opera, Wilde interessa sopratutto per
il particolare significato che possiamo trarre dalla sua personalità
d'eccezione.
«Io non rimpiango -- scrive egli nel -De profundis-, che è il migliore
commento alla tragedia della sua vita -- io non rimpiango un solo
istante di aver vissuto per il piacere. Io feci questo appieno, come
si dovrebbe fare ogni cosa che si fa. Non ci fu piacere che io non
sperimentassi; io gettai la perla della mia anima in una coppa di vino;
io scesi pel sentiero fiorito di margherite al suono dei flauti; io
vissi di favi di miele. Ma continuare la stessa vita sarebbe stato un
errore, perchè sarebbe stata una limitazione. Io dovevo andare innanzi:
l'altra metà del giardino aveva anche i suoi segreti per me».
E aggiunge, nel suo orgoglio di scrittore che vive, pur nel carcere
da cui scriveva, la sua vita letteraria con profonda coscienza:
«Naturalmente, tutto ciò è adombrato e prefigurato nei miei libri.».
Nè avrebbe potuto essere altrimenti. In ogni singolo istante della
propria vita, si è quello che si sarà non meno di quello che si è
stati. L'arte è un simbolo, perchè l'uomo è un simbolo.
«Io non rimpiango un solo istante di aver vissuto per il piacere!»
Non i piaceri, il Piacere. Il Piacere, per quanto raro, è un fatto:
i piaceri, quantunque abbondanti e comuni, sono una ricerca e quasi
sempre vana.
Quando si riesce ad opporre al gigante Tædium l'esercito dei nani
piaceri, il gigante soffoca i nani con qualche gesto, e riprende la sua
posa stanca.
I moralisti non concepiscono la parola «Piacere» se non come un
richiamo agli appetiti più umili. Esaltano le idee di dovere, di
solidarietà, di sacrificio, mai l'idea di godere, di fare della
vita una luce, un infinito, un piacere. Secondo le loro abitudini
spirituali, un'idea simile è un'idea che offende e degrada. Una
filosofia del piacere! Ma significa mancare d'ideale.
Rispondiamo senza timore: il piacere può benissimo essere un ideale e
molto favorevole allo sviluppo e alla grandezza dell'umanità.
Dal Cristianesimo in quà gli uomini non si sono occupati del piacere
se non per condannarlo, e gli stessi poeti, così eloquenti sul dolore,
hanno trattato il piacere con un certo disdegno. In questi ultimi anni,
veramente, è avvenuta una reazione in favore della vita, e la gioia è
stata cantata con fervore religioso, troppo religioso forse, ma non con
tale famigliarità da far dimenticare la malinconia baudelairiana:
Sois sage ô ma douleur et tiens toi plus tranquille.
Il dolore ha sempre ispirato poeti, moralisti, filosofi, e fatto dire,
ahimè, molte sciocchezze. La filosofia del piacere è ancora da farsi.
Ma il numero degli uomini che comprendono che il piacere è il migliore
impiego della vita, è molto aumentato. L'assurda metafisica tedesca, la
secca nozione del dovere astratto secondo Kant, ha fatto il suo tempo.
Si comincia a comprendere che il primo dovere dell'uomo è di godere.
Se no, perchè vivere? «Il mio dovere, diceva Wilde, è di terribilmente
godere».
E godette terribilmente, con passione, con violenza, quasi con delirio.
Ogni istante di vita era per lui un'offerta degli Dei. Non si può
immaginare nulla di più pagano, di più anticristiano. Riempì di lirismo
la sua vita fino all'orlo, come si riempie fino all'orlo una coppa di
vino.
Aveva il genio, un nome illustre, un'alta posizione sociale.
Pareva vivere con lo spirito di Apollo in una intimità profonda e
irradiata. Aveva fatto dell'arte una filosofia, e della filosofia
un'arte. I suoi scritti insegnavano un modo di pensare che stupiva,
seduceva, incantava, dando alle cose altri colori ed altri profumi,
avviluppandole di una veste di bellezza, mettendo una rosa ad ogni
chiave della viola e ad ogni corda un colore dell'iride.
Dava alla verità ora il vero e ora il mendace come imperi legittimi,
mostrando che il vero e il mendace sono semplici modi d'esistenza
intellettuale. Faceva della poesia una realtà suprema, della sua vita
una realizzazione poetica verso cui convergevano, come per incantesimo,
tutti i raggi della gloria mondana... Era deliziosamente chino verso
il sorriso. Salice e acqua insieme, un'acqua che diceva: «Ascoltatemi,
ascoltatemi!» e poi se n'andava, con un piccolo fremito, a fare dei glu
glu di narghilè in una qualche ironica Mongolia.
Favoleggiava:
«C'era una volta un uomo che la gente del villaggio amava, perchè
contava storie. Tutte le mattine egli usciva dal villaggio, e quando
vi rientrava alla sera, tutti i lavoratori del villaggio, dopo aver
travagliato tutto il giorno, gli si adunavano intorno e dicevano: «Via!
racconta: Che hai tu veduto oggi?». Egli raccontava: Ho veduto nella
foresta un fauno che suonava il flauto, e faceva ballare una corona di
piccoli silvani. -- Racconta ancora. Che hai tu veduto? dicevano gli
uomini. -- Quando sono arrivato sulla spiaggia del mare ho veduto tre
sirene a fior delle onde, che pettinavano con un pettine d'oro i loro
verdi capelli. -- E gli uomini lo amavano perchè contava storie.
Una mattina egli abbandonò come tutte le mattine il suo villaggio. Ma
quando arrivò alla spiaggia del mare, ecco che egli scorge tre sirene
a fior delle onde, che pettinavano con un pettine d'oro i loro capelli
verdi. E continuando la sua passeggiata, egli vide, giunto presso il
bosco, un fauno che suonava il flauto a una corona di silvani...
Quella sera, quando egli rientrò nel suo villaggio e gli domandarono
come le altre sere: Via! racconta: che hai tu veduto? egli rispose: Non
ho veduto nulla».
Nell'atteggiamento di Oscar Wilde non si suole vedere generalmente che
un esasperato bisogno di stupire, d'irritare la curiosità del pubblico.
Egli stesso, conveniamone, invitava ad un giudizio così superficiale,
grazie alle spumeggianti qualità del suo spirito aristocratico, tutto
trine e gioielleria. Ma dietro il brillante fantasma del dandy, dietro
il gentleman prezioso, estremo, superlativo, ecco apparire il vero
personaggio di Wilde, il fascinante favoleggiatore, il prestigioso
datore di estasi, il Bugiardo, com'egli dice, il cui scopo è di sedurre
e d'incantare. Ed ecco che sotto il suo alito musicale l'albero
di Delfi rinfiora, e nella foresta si solleva il vento delle danze
silvane, e a fior delle onde appaiono le sirene...
«E la Società non sarà sola a bene accoglierlo, dice Wilde raccogliendo
in qualche parola l'essenza stessa della sua estetica. L'arte, evasa
dalla prigione del realismo, s'affretterà innanzi a lui e bacierà
le sue belle labbra menzognere, sapendo bene che lui solo possiede
il segreto delle sue manifestazioni -- il segreto che la Verità è
assolutamente e interamente questione di stile. E la Vita, stanca
di ripetersi a profitto di Spencer, degli storici scientifici e dei
compilatori di statistiche, la Vita lo seguirà umilmente e cercherà
di riprodurre nella sua maniera semplice e inalterabile qualcuna delle
meraviglie ch'egli narra».
Tutte le regioni della sua sensibilità sono illuminate da questo
pensiero costante, interamente personale, coesistente alla virtù
adunatrice di verbi, onnipresente ad ogni manifestazione della sua
individualità fino talvolta ad acuirne il senso sottile. Per Wilde,
come per Platone, come per Fichte, il mondo reale non è che pura
concezione del nostro spirito, e le cose non sono che apparenze delle
nostre idee.
Egli andava nella vita esultante, recando nelle mani la sua anima sacra
di Poeta. Non era Giacinto che veniva a parlare delle rive del lago di
Tiberiade; era l'ombra di Orfeo vittoriosa degl'inferni.
Si esprimeva per apologhi, pensava in brevi significazioni narrative
bagnate di un'atmosfera magnetica che permetteva allo spirito un
prolungamento e una suggestione indefinita. E la voce era di una
musicalità fine e dolce, quasi un accompagnamento avviluppante la frase
elegante e perfetta. Parole speciose, silenzi enigmatici, suggestioni,
musiche...
E quando egli taceva, tutti lo ascoltavano ancora, commossi e
sorridenti, simili a quei marinai delle navi greche, ai quali la voce
insidiosa del mare recava il mormorio sommesso delle sirene.
Ma attraverso i più seducenti arabeschi dell'immaginazione e del
linguaggio, l'idea era sostenuta ad un'altezza paradossale e logica.
Una giuntura sottile e segreta fondeva strettamente l'emozione
dell'esteta e l'emozione dell'uomo; e il metallo sortiva puro, lo
stilista non aveva che da cesellarlo, gioiello d'arte e di vita, con
quella flessibilità intellettuale che può prendere tutte le maschere,
insinuarsi in tutti gli atteggiamenti, vivere insieme e volontariamente
vite diverse e contradittorie.
A questo punto della sua vita Oscar Wilde è completo; personifica la
propria vita e la propria leggenda assaporando la voluttà profonda
d'associare degli opposti. Il segreto meraviglioso della vita è suo.
Egli può veramente dirsi «re della vita»: -The King of the life.-
Ma a questo punto comincia una fine e quasi impercettibile
deteriorizzazione progressiva. Il soffio del dionisiaco, moderato fin
qui come in un concerto il lirismo del solista è sottomesso al bisogno
preciso della misura, adesso si fa elemento dominante ed esasperante.
L'affermazione della Vita stessa nei suoi problemi più strani e più
ardui, la volontà di vita che sacrifica i suoi tipi più elevati a
beneficio del proprio carattere inestinguibile, quello insomma che
Nietzsche ha chiamato «dionisiaco», sale, si svolge, si diffonde, si
esalta.
Egli, giustificò Henri De Régnier, credeva vivere in Italia ai tempi
del Rinascimento o in Grecia ai tempi di Socrate...
Lo spaventoso amore ch'egli provava per la vita e per la bellezza della
vita, era come una virtù demoniaca che lo innalzava su tutti i culmini
e lo profondava in tutti i baratri. Sottili desiderî, voglie squisite,
volontà fosche, aberrazioni incredibili, un fervore epicureo da cui
s'alza fatidico e quasi rabido l'antico monito pagano: -coronemus nos
rosis, cras enim moriemus.-
Per qualche tempo egli fu così il simbolo di un nuovo Edonismo e
andò nel mondo ebbro di arte, con la gola arsa di bellezza, con gli
occhi bruciati dalla sua visione, con la febbre di squisiti peccati
nel sangue, senza lasciar sfuggire un solo istante, cercando sempre
sensazioni nuove, sempre, sempre... Ma il ritmo del pathos travolge e
precipita. -Incipit tragœdia.-
La sventura, come già il piacere, è opera deliberata e necessaria di
quel dover -terribilmente godere-.
«Io -dovevo- andare innanzi: l'altra metà del giardino aveva anche i
suoi segreti -per me-». Ed egli fa di sè, della sua carne e della sua
anima, una belva intelligente e voluttuosa.
Gli amici lo descrivono nei tempi immediatamente anteriori alla
prigionìa, vagante per l'Europa e per l'Africa Settentrionale, in preda
a non so quale inquietudine.
Ad Algeri, narrò ad Andrè Gide uno degli ultimi suoi miti delicati e
sapienti; egli sfuggiva l'opera d'arte, non voleva più adorare se non
il sole; il sole detesta il pensiero, lo fa indietreggiare e rifugiarsi
nell'ombra, dall'Egitto alla Grecia, all'Italia, alla Francia, alla
Russia, alla Norvegia.
L'adorazione del sole era l'adorazione della vita, lirica adorazione
che si faceva via più feroce, terribile. Il Gide aggiunge: «Nietzsche
mi stupì meno più tardi, perchè avevo inteso Wilde dire: Non la
felicità! Sopratutto non la felicità. Il piacere! Bisogna voler sempre
il più tragico».
E volle il più tragico.
La storia è nota. Fu lui che intentò il processo contro il più illustre
dei suoi diffamatori, entrò quale accusatore in quella «Camera della
giustizia degli uomini...». Fu preso, tonduto, vestito di sacco,
ammanettato...
Pianse:
«A chi è in prigione, egli dice, le lagrime son parte della quotidiana
esperienza: un giorno in prigione senza pianto è un giorno in cui si ha
il cuore duro, non un giorno in cui si è felici».
Ma pur dal profondo dell'abisso egli si inebria delle bellezze che lo
attendono oltre la porta della prigione:
«Io ho uno strano desiderio delle grandi e semplici cose primeve,
come il mare, che m'è non meno materno della terra... Io tremo di
piacere quando penso che il giorno stesso in cui lascerò la prigione,
insieme il citiso e la glicine fioriranno nei giardini e ch'io vedrò
il vento agitare in mobile bellezza l'oro ondeggiante dell'uno, e far
che l'altro scuota la pallida porpora delle sue piume, così che tutta
l'aria sarà Arabia per me».
Come Gautier, egli è sempre uno di coloro -pour qui le monde visible
existe-. Pur nel profondo dell'abisso la sua anima rimane pagana e
s'inebria di piacere, anche se amaro e pieno di pianto. Quello di cui
arrossisce, non è quello che la Società gli rimprovera, il «Peccato»,
ma di essersi lasciato sorprendere per mancanza d'individualismo:
«Naturalmente, confessa Wilde, una volta che misi in moto le forze
della società, la società mi si pose contro e disse: Come! tu hai
vissuto fin quì sfidando le mie leggi, ed ora vieni ad invocar
protezione a queste stesse leggi? Esse ti saranno strettamente
applicate. Il risultato è ch'io sono in prigione».
Dalla prigione, egli scriveva a Robert Ross:
«Troppo lunga è stata la mia tragedia, passata è la sua crisi, meschina
la sua catastrofe; ed io sono convinto che quando saremo sul finire io
farò ritorno, come un ospite male accolto, nel mondo che mi rifiuta.
Sarò un -revenant-, come dicono i francesi, uno dal volto fatto macro
per lunga prigionia, affranto per lungo patire. Orribili sono i morti
quando si destano dalla loro tomba, ma più orribili i vivi che tornano
dalle tombe. Di tutto questo io ho piena coscienza.
Ben lo sapeva, egli che essendo in contatto con Ariel come artista,
dovette lottare con Calibano. E Calibano lo vinse. «Avevo un'anima, non
so cosa ne abbiano fatto», disse egli un giorno ad André Gide, con un
tentativo di riso che aveva il suono di un singhiozzo...
*
* *
«Ciò che il paradosso era per me nella sfera del pensiero -- dice
Wilde nel -De profundis- -- la perversità lo divenne nel dominio della
passione».
Il «paradosso» non è altro, insomma, che una verità poco familiare e
che il tempo attenuerà in verità usuale e, forse, in luogo comune: il
nome che gl'imbecilli danno alla verità -- diceva Jean Moréas, quando lo
accusavano d'esser paradossale.
Alcune «verità poco familiari» sono una fra le più notorie
caratteristiche dell'opera di Oscar Wilde. Frasi nette, lucide,
-boutades- lanciate col piccolo colpo secco di una tabacchiera che si
richiude:
-- Nessun delitto è volgare. Ma ogni volgarità è delitto. La volgarità è
la condotta degli altri.
-- Si dovrebbe esser sempre un poco inverosimili.
-- Esser prematuro, significa esser perfetto.
-- Una verità cessa di esser vera quando più di uno crede in lei.
-- Soltanto gli dei conoscono la morte. Apollo è scomparso. Ma Giacinto
il quale, secondo gli uomini, venne sgozzato da lui, vive ancora:
Nerone e Narciso son sempre con noi.
-- La condizione della perfezione è la pigrizia. Lo scopo della
perfezione è la giovinezza.
-- Evitate gli argomenti di non importa qual genere. Essi sono sempre
volgari e spesso convincenti.
E questa definizione delle donne:
-- Sfingi senza segreto.
E questo aforisma in difesa dell'egoismo:
-- Il mezzo sicuro di non conoscer nulla della vita, è quello di cercare
d'essere utile.
Wilde amava suscitare il riso, sorridendo; ma si compiaceva anche ad
una specie di emozione quasi ostile al riso, la cui qualità potrebbe
definirsi «opulenza», magnificenza, magistero di arte che ordisce la
trama con fila d'oro e la ricama con gemme.
Se non precisamente un classico del ridere, Wilde è un classico
di quell'-humour- così particolare agl'inglesi, cui egli aggiunge
un sapore di decadenza singolarmente acconcio all'anima pagana che
l'invade e lo tormenta:
«Quando Gesù volle rientrare in Nazaret, egli narrava, Nazaret era
così cambiata che Gesù non riconobbe più la sua città. La Nazaret
ove egli aveva vissuto era piena di lamentazioni e di lagrime, questa
città era piena di risa e di canti. E Cristo, entrando in città, vide
degli schiavi carichi di fiori affrettarsi verso la scalea di una
casa di marmo bianco. Cristo entrò nella casa, e in fondo ad una sala
di diaspro, coricato sopra un giaciglio, vide un uomo i cui capelli
disfatti erano mischiati alle rose rosse e le cui labbra erano rosse di
vino.
Cristo si avvicinò a lui, gli toccò la spalla e gli disse: -- Perchè
conduci questa vita? -- L'uomo si volse, lo riconobbe e rispose: -- Ero
lebbroso; tu m'hai guarito. Perchè condurrei un'altra vita?
Cristo uscì da quella casa. Ed ecco che nella strada vide una donna
il cui viso e le vesti erano dipinti, e i cui piedi erano calzati di
perle; e dietro di lei camminava un uomo il cui abito era di due colori
e i cui occhi si gravavano di desiderio. E Cristo si avvicinò all'uomo,
gli toccò la spalla e gli disse: -- Perchè dunque segui questa donna e
la guardi così? -- L'uomo si volse, lo riconobbe e rispose: -- Ero cieco;
tu m'hai guarito. Che altro farei della mia vista?
E Cristo si avvicinò alla donna: -- La strada che tu segui, le disse,
è quella del peccato; perchè seguirla? -- La donna lo riconobbe e gli
disse ridendo: -- La strada ch'io seguo è gradevole, e tu hai perdonato
tutti i miei peccati.
Allora Cristo sentì il suo cuore colmo di tristezza e volle abbandonare
questa città. Ma come ne usciva, vide infine, seduto sull'orlo dei
fossati della città, un giovine che piangeva. Cristo gli si appressò e
toccando le ciocche dei suoi capelli gli disse:
-- Amico mio, perchè piangi?
Il giovine levò gli occhi, lo riconobbe e rispose: -- Ero morto e tu
m'hai risuscitato; che altro farei della mia vita?»
Non è agevole cosa definire la qualità del riso di Wilde. È un ridere
leggero, un condurre di prato in prato relegante armento di delicate
«fumisteries», immaginate e dette su fumo di sigarette.
Di questo suo -humour- personalissimo diamo esempio, in questa
raccolta, con la traduzione dei due deliziosi -etchings- che seguono,
racconti di buffoneria, dove Wilde, come sempre, rimane serio.
G. VANNICOLA.
IL FANTASMA DI CANTERVILLE
I.
Quando il Ministro d'America, signor Hiram B. Otis, acquistò il
castello di Canterville, tutti dissero che faceva una sciocchezza,
poichè il castello era abitato dagli spiriti.
Lo stesso Lord Canterville, del resto, nella sua scrupolosa onestà,
discutendo le condizioni dell'acquisto, si era fatto un dovere di
avvertirne il signor Otis:
-- Noi stessi, -- aveva detto Lord Canterville, -- non l'abbiamo più
abitato dall'epoca in cui la duchessa vedova di Belton svenne per lo
spavento, sentendo due mani di scheletro posarsi sulle sue spalle; nè
si rimise più in salute, dopo tale paura.
La cosa avvenne mentre ella stava vestendosi per il pranzo. Mi sento in
dovere di aggiungere, caro signore, che il fantasma fu veduto da molte
persone della famiglia ancora viventi, come pure del reverendo Augusto
Dampier, rettore della parrocchia e dottore aggregato del Real Collegio
di Belford. Dopo il tragico fatto accaduto alla duchessa, nessuna delle
nostre giovani domestiche volle più restare presso di noi, e molte
notti Lady Canterville non ha potuto dormire per i rumori misteriosi
che venivano dal corridoio e dalla biblioteca.
-- Mylord, -- aveva risposto il Ministro, -- comprerò i mobili, compreso
il fantasma nell'inventario.
Io giungo da un paese moderno dove si può acquistare tutto ciò che
per denaro si può avere, e con i nostri giovani, vivaci e gagliardi,
che ne fanno di tutte nel vostro vecchio mondo, che rapiscono i vostri
attori migliori, le vostre prime donne migliori, sono sicuro che se vi
fosse ancora un vero fantasma in Europa, non si sarebbe fatto a meno
d'impadronirsene per metterlo in uno de' nostri pubblici musei, o farlo
passeggiare per le strade più frequentate come un fenomeno.
-- Il fantasma esiste, -- aveva ribattuto Lord Canterville sorridendo, --
sebbene non abbia ceduto alle offerte dei vostri impresari, anche fra
i più intraprendenti. Sono più di tre secoli che è conosciuto: risale
precisamente al 1574; non manca mai di mostrarsi quando deve avvenire
una morte nella famiglia.
-- Bah! il dottore di casa non fa diversamente, Lord Canterville. Ma,
mio caro signore, un fantasma oggi non può più esistere ed io credo che
le leggi della natura non faranno eccezioni in favore dell'aristocrazia
inglese...
-- Certamente voi siete molto positivi in America, -- aveva risposto
lord Canterville, senza esser riuscito a capire l'ultima osservazione
del signor Otis. -- Ma se vi piace di avere un fantasma in casa vostra,
tanto meglio: ricordatevi solamente che vi ho preavvisato.
Qualche settimana dopo, l'acquisto era concluso e sul finire della
stagione il ministro e la sua famiglia si stabilivano a Canterville. La
signora Otis, che da ragazza, col nome di signorina Lucrezia R. Tappen,
nella 52.ª strada Est, era stata una delle grandi bellezze di Nuova
York, era ancora un'avvenente donna di mezza età, dagli occhi superbi
ed il profilo regolarissimo.
Molte signore americane, quando sono lontane dal loro paese nativo,
prendono un aspetto di persone colpite da malattia cronica e si
immaginano che questa sia una forma di distinzione in Europa; ma la
signora Otis non era mai caduta in tale errore: essa aveva un'ottima
costituzione e una straordinaria esuberanza di vitalità.
Veramente inglese sotto ogni punto di vista, si sarebbe potuta portare
giustamente ad esempio per avvalorare la tesi che gli inglesi hanno
tutto in comune con gli americani, tranne la lingua.
Il suo primogenito, battezzato Washington dai suoi parenti in
un momento di patriottismo, ch'egli non cessava mai di deplorare
abbastanza, era un giovanotto biondo, ben fatto, che aveva posto la
sua candidatura alla carriera diplomatica dirigendo il -cotillon-
al circolo di Newport per tre stagioni di seguito, ed anche a Londra
passava per un ballerino di prima forza. La gardenia era l'unica sua
bellezza: tolto ciò, era perfettamente equilibrato.
La signora Virginia E. Otis era una giovanetta di quindici anni, svelta
e graziosa come una capinera, con una espressione di franchezza nei
suoi grandi occhi turchini. Era un'abile amazzone; cavalcando il suo
-poney- aveva battuto in una corsa lord Bilton, facendo due volte il
giro del parco e giungendo prima per una lunghezza e mezzo in faccia
alla statua di Achille.
Ciò aveva provocato l'entusiasmo del giovane duca di Cheshire, che le
aveva proposto, seduta stante, di sposarla. E i tutori, di lui, la sera
stessa, avevano dovuto inviarlo a Loton tutto disperato.
Dopo Virginia venivano due gemelli, conosciuti ordinariamente sotto il
nome di Stelle e di Bande, due cari fanciulli che col degno ministro
formavano i soli veri repubblicani della famiglia.
Siccome la villa Canterville era a sette miglia da Ascot, la stazione
più vicina, il signor Otis, aveva telegrafato che si venisse a
prenderlo con la vettura scoperta.
Era una bella serata di luglio e l'aria era pregna dell'odore resinoso
dei pini; di quando in quando si sentiva cantare un uccello colla sua
voce più dolce o si vedeva fra le frasche e il folto la coda d'oro
brunito d'un fagiano.
Qua e là degli scoiattoli spiavano dall'alto delle querce: dei conigli
guardavano attraverso i cespugli o al disopra dei rialzi muscosi,
drizzando le loro bianche codine.
Appena entrarono nel viale del castello di Canterville il cielo si
oscurò improvvisamente, uno stormo di cornacchie passò silenzioso sopra
le loro teste, e prima del giungere all'abitazione grosse gocce di
pioggia cominciarono a cadere.
Furono ricevuti sugli scalini dell'ingresso da una vecchia donna
vestita di seta nera, con la cuffia e grembiale bianco: era la
signorina Umney, la governante che il signor Otis aveva acconsentito di
conservare al suo servizio per le vive insistenze di lady Canterville.
Mentre la famiglia scendeva dalla vettura, la signorina Umney fece un
profondo inchino e disse con l'accento strano del buon tempo antico:
-- Ben venuti al castello di Canterville.
Tutti s'incamminarono dietro di lei, attraverso un bel vestibolo
in stile Tudor e giunsero nella biblioteca, una lunga e larga sala,
con un gran finestrone a vetri, dove il -the- era pronto. Poi che si
furono sbarazzati degli indumenti di viaggio, si sedettero, e mentre
la governante preparava la colazione volsero lo sguardo intorno.
Ad un tratto lo sguardo della signora Otis cadde sopra una macchia
rosso scura del pavimento, precisamente accanto al caminetto, e senza
rendersi esatto conto di ciò che stava per dire, chiese alla signorina
Umney:
-- Mi pare che sia stato versato qualche cosa in quel punto.
-- Sì, signora, -- rispose la governante. -- Vi è stato versato del sangue.
-- È indecente! -- esclamò la signora Otis -- Io non voglio macchie di
sangue nel salone: bisogna farle togliere al più presto...
La vecchia sorrise e a bassa voce, in aria di mistero, soggiunse:
-- È il sangue di Eleonora di Canterville, che fu uccisa in quel
punto da suo marito, Sir Simone di Canterville, nel 1575. Sir Simone
le sopravvisse nove anni e disparve ad un tratto in circostanze
misteriose: il suo corpo non fu mai ritrovato: ma il suo spirito
continua ad abitare questa casa. La macchia di sangue non si è mai
potuta togliere... è impossibile.
-- Tutte queste non sono che sciocchezze -- esclamò Washington Otis. -- Il
rimedio per smacchiare dell'incomparabile Pinkerton farà sparire tutto
in un batter d'occhio.
E prima che la governante terrorizzata potesse intervenire egli si era
posto in ginocchio e fregava il pavimento con un piccolo pezzo di una
sostanza che somigliava a cosmetico nero.
In pochi minuti la macchia era scomparsa, senza lasciar traccia.
-- Sapevo bene che il Pinkerton avrebbe rimediato a tutto! -- esclamò in
tono di trionfo, volgendo lo sguardo intorno sulla famiglia piena, di
ammirazione.
Ma aveva appena pronunziate queste parole che un lampo illuminò la
stanza scura e un rumore di tuono mise in agitazione tutti e in special
modo la signorina Umney, che svenne.
-- Che brutta stagione, -- disse con calma il ministro accendendo un
sigaro.
-- Mio caro Hiram, -- chiese la signora Otis -- cosa potremo fare di una
donna che sviene così facilmente?
-- Le daremo una multa sopra il suo salario e vedrete che non cadrà più
in deliqui!
La governante non tardò a riaversi; ma, ancora sconvolta, con voce
austera, avvertì la signora Otis ch'ella avrebbe avuto delle noie in
quella casa.
-- Ho visto coi miei occhi cose tali da far rizzare i capelli sulla
testa ad un cristiano e per notti e notti non ho potuto chiudere occhio
per le cose terribili avvenute fra queste mura, -- aggiunse essa.
Il signore e la signora Otis sorrisero ed affermarono vivamente che
essi non avevano affatto paura dei fantasmi. La vecchia governante,
dopo aver invocata la benedizione della Provvidenza sui suoi nuovi
padroni e domandato un aumento di salario, ritornò zoppicando nella sua
stanza.
II.
La tempesta imperversò tutta la notte. Il giorno dopo, quando
la famiglia scese per la colazione, la macchia sul pavimento era
riapparsa.
-- Non credo che sia colpa dell'impareggiabile smacchiatore, -- disse
Washington -- perchè ne ho fatta la prova su ogni genere di macchia.
Deve essere stato il fantasma.
Quindi tornò a cancellare la macchia con qualche fregamento, ma questa
il giorno dopo riapparve, sebbene la biblioteca fosse stata ben chiusa
e la signora Otis ne avesse portata seco la chiave. Da quel momento
la famiglia cominciò ad interessarsi della cosa, ed il signor Otis fu
sul punto di credere di avere troppo teorizzato negando l'esistenza
del fantasma. Sua moglie espresse anzi l'intenzione di affiliarsi
alla Società spiritica ed egli preparò una lunga lettera ai signori
Myers e Podmore, autori del -Phantasms of the liviny-, spiegando loro
la persistenza delle macchie di sangue che derivavano da un delitto
commesso.
Quella notte ogni dubbio sulla esistenza oggettiva del fantasma si
dileguò.
La giornata era stata calda e il sole splendente: la famiglia aveva
approfittato del rinfrescare serotino per fare una passeggiata in
carrozza, e non rientrò in casa che alle nove per una leggera cena.
La conversazione non si aggirò affatto su fantasmi, cosicchè mancarono
le più elementari condizioni di attenzione e di impressione che
precedono così spesso i fenomeni spiritici. Parlarono, come seppi in
seguito dal signor Otis, semplicemente dell'immensa superiorità di
Janny Davenport su Sarah Bernhardt come attrice: delle difficoltà di
trovare del granturco verde, dei grappoli d'uva, della polenta anche
nelle migliori case inglesi: dell'importanza di Boston sull'espansione
dell'anima universale; dei vantaggi del sistema di registrare i bagagli
dei viaggiatori; e poi della dolcezza dell'accento nuowyorkese in
confronto di quello strascicato di Londra.
Non si fece allusione a niente di soprannaturale e neppure
indirettamente si parlò di Sir Simone di Canterville; alle ore undici
la famiglia andò a coricarsi.
Alle undici e mezzo tutti i lumi erano spenti. Qualche tempo dopo il
signor Otis fu svegliato da uno strano rumore nel corridoio davanti
alla sua camera; pareva un rumore di ferri agitati che si avvicinassero
sempre più. Egli si alzò subito, accese un fiammifero e guardò l'ora.
Era un'ora precisa. Calmissimo, si tastò il polso e non lo trovò
affatto agitato. Il rumore intanto continuava, accresciuto ora da
uno scalpiccìo ben distinto di passi. Allora il signor Otis infilò
le pantofole, prese dal cassetto della toletta una piccola bottiglia
di forma bislunga, aprì la porta, e vide in faccia appunto a lui,
sul pallido chiarore della luna, un vecchio dall'aspetto terribile.
Oli occhi sembravano accesi carboni; una capigliatura lunga e grigia
ricadeva a ciocche sulle spalle; i suoi abiti, di moda antica, erano
sporchi e stracciati, e dai suoi polsi e dal collo dei piedi pendevano
pesanti catene, attaccate a ceppi arrugginiti.
-- Mio caro signore -- disse il ministro, -- vogliate avere almeno la
bontà di dare un po' d'olio alle vostre catene: io vi ho portato una
piccola bottiglia di -Tamnany-Soleil-Levant-. Si afferma che una sola
volta sia sufficiente e sull'etichetta vi sono molti certificati dei
più eminenti fra i nostri scienziati che ne fanno fede. La lascio qui
vicino ai candelieri e mi farò un piacere di procurarvene ancora, se lo
desiderate.
Dopo queste parole, il ministro degli Stati Uniti posò la boccetta
sopra una tavola di marmo, chiuse la porta e si rimise a letto.
Per qualche tempo il fantasma di Canterville restò immobile, stupito
dallo sdegno; poi, lanciando rabbiosamente la boccetta sul pavimento
incerato, fuggì attraverso il corridoio, mandando rantoli cavernosi e
spandendo una singolare luce verde. Ad onta di tutto questo, quando
arrivò allo scalone di quercia vide una porta aprirsi ad un tratto,
due piccole figure ammantate di bianco mostrarsi nel vano e un pesante
guanciale gli sfiorò la testa.
Evidentemente non vi era da indugiare, per cui, utilizzando come mezzo
di fuga la quarta dimensione dello spazio, svanì attraverso il muro, e
la casa ritornò nella calma.
Giunto in un piccolo locale segreto dell'ala sinistra del fabbricato,
si addossò ad un raggio di luna per riprender fiato e si mise a
riflettere onde rendersi conto della situazione.
Mai nella sua brillante carriera, che durava da trecento anni, era
stato così grossolanamente insultato. Si ricordò della duchessa vedova,
cui egli aveva provocato una crisi di paura, mentre si specchiava,
coperta di trine e di diamanti; ricordò le quattro fantesche, alle
quali aveva fatto venire le convulsioni isteriche solo col far loro dei
versacci fra le portiere di una delle camere dei forestieri: pensò al
rettore della parrocchia, a cui aveva spento la candela mentre usciva
dalla biblioteca e che da quel momento era stato uno dei clienti più
assidui di Sir William Gulle, martire di ogni genere di disordini
nervosi; gli ritornò alla mente la vecchia signora di Trémonillac che,
svegliandosi al mattino, aveva veduto nella poltrona innanzi al fuoco
uno scheletro intento a leggere ciò che essa aveva scritto, e da allora
aveva dovuto rimanere in letto sei mesi, per un attacco di febbre
cerebrale. Guarita, si era riconciliata con la chiesa ed aveva rotto
ogni relazione con quel terribile scettico di Voltaire. Si ricordò
pure di quella notte terribile nella quale quel briccone di Canterville
era stato trovato agonizzante nel suo abbigliatojo col fante di picche
cacciato in bocca, e aveva confessato che, per mezzo di quella stessa
carta, aveva rubato a Carlo Fox presso Crockford, la somma di diecimila
sterline: egli giurava che il fantasma gli aveva fatto ingoiare
quella carta da giuoco. Tutte le sue grandi imprese gli tornavano
alla mente. Vide sfilare nella sua memoria il cantoniere che si era
bruciato le cervella per aver visto una mano verde battere nel vetro
della finestra; e la bella lady Steelfield, che era stata obbligata di
portare al collo un nastro di velluto nero per nascondere il segno di
cinque dita, impresse come un ferro rovente sulla sua pelle bianca, e
che aveva finito per annegarsi nel laghetto del Viale del Re.
Pieno dell'egoistico entusiasmo del vero artista, il fantasma passò
nelle sua mente in rivista le parti più celebri da lui rappresentate, e
sorrise amaramente ricordando la sua ultima apparizione nella parte di
«Raben il Rosso o il lattante strangolato», il suo debutto in quello di
«Gibeone il Vampiro mago della landa di Bexley», e il furore che aveva
suscitato in una bella serata di giugno, giuocando alle bocce coi suoi
stessi ossi, sulla spianata del -lawn-tennis-.
E tutto ciò per giungere a quale resultato?
Dei miserabili americani moderni venivano ad offrirgli del grasso alla
marca del -Soleil-Levant-, e a gettargli sulla testa dei guanciali;
ciò era assolutamente intollerabile; nessun fantasma, secondo quando
la storia afferma, era stato mai trattato così. Bisognava prendere
una rivincita. Fino all'alba il fantasma rimase in atteggiamento di
profonda meditazione.
III.
L'indomani, quando la colazione riunì la famiglia Otis, si parlò assai
lungamente del fantasma. Il ministro degli Stati Uniti era naturalmente
un poco irritato perchè la sua offerta non era stata gradita.
-- Non ho affatto intenzione di recare ingiuria al fantasma, -- e
riconosco che, visto il lungo tempo del soggiorno nella casa, non è
stato gentile gettargli dei cuscini sulla testa...
Questa osservazione, tanto giusta, provocò da parte dei gemelli
un'esplosione di risa.
-- Ma d'altra parte -- riprese il signor Otis, -- se persiste davvero a
non adoperare il grasso con la marca -Soleil-Levant-, bisognerà che
noi gli togliamo la sua catena; altrimenti sarà impossibile dormire con
tutto quel frastuono alla porta delle camere da letto.
Per un'intera settimana tutto fu calmo: la sola cosa che attirava un
po' d'attenzione era il riapparire continuo della macchia di sangue
sul pavimento della biblioteca. Era certamente un fatto strano, tanto
più che la porta veniva sempre chiusa a chiave la sera e venivano
chiuse pure le finestre. Con stupore fu anche osservato che la macchia
cambiava di colore frequentemente, come un camaleonte. Certe mattine
essa era rossa scura, quasi di un «rosso indiano»: altra volta era
vermiglia: poi dell'acceso colore della porpora e una volta, quando
discesero per fare la preghiera, secondo il rito della libera chiesa
episcopale riformata americana, si trovò la macchia di un bel verde
smeraldo.
Naturalmente, questi cambiamenti da caleidoscopio divertivano molto
tutti ed ogni sera si facevano scommesse sul colore che le macchie
avrebbero assunto il giorno dopo.
Soltanto la piccola Virginia non prendeva mai parte agli scherzi. Per
una ragione ignota, essa rimaneva sempre vivamente impressionata alla
vista della macchia di sangue ed era stata sul punto di piangere quando
era apparsa del colore verde smeraldo.
Il fantasma fece la sua seconda apparizione in una notte di domenica.
Poco dopo coricata, la famiglia fu d'un tratto posta in allarme da un
enorme fracasso che veniva dal vestibolo.
Scesero tutti subito e trovarono che una completa armatura si
era staccata dal suo posto ed era caduta sul pavimento. Vicino ad
essa, seduto sopra una poltrona dall'alta spalliera, il fantasma di
Canterville si fregava i ginocchi con un'espressione di vivo dolore
sul volto. I gemelli i quali si erano muniti della loro fionda,
gli lanciarono subito due pallottoline con la sicurezza di mira che
si può acquistare solo a forza di lunghi e pazienti esercizi fatti
sopra il professore di calligrafia. Frattanto il ministro degli Stati
Uniti puntava sul fantasma la sua rivoltella e secondo la usanza dei
Californiesi, gli intimava di alzare in aria le braccia. Il fantasma
si levò bruscamente, mandando un grido di selvaggio furore e svanì come
nebbia, spegnendo la candela di Washington Otis e lasciando tutti nella
più completa oscurità.
Giunto in cima alle scale riprese possesso di sè e si decise a
lanciare il suo scoppio di risa satanico, che in mille occasioni aveva
sperimentato essere un procedimento di effetto sicuro.
Si racconta che ciò aveva fatto diventare grigia in una sola notte
la parrucca di Lord Naker. Certo bastò a decidere le tre governanti
francesi a dare le loro dimissioni prima di finire il primo mese di
servizio.
Ricordando questo lanciò dunque la sua orribile risata, svegliando ad
una ad una tutte le eco delle antiche volte: ma appena le terribili
risonanze si dispersero, una porta si aprì e apparve in veste da camera
celeste la signora Otis.
-- Temo, -- disse ella -- che siate indisposto e vi porto una boccetta con
tintura del dottore Bobell: se si tratta d'indigestione vi farà molto
bene...
Il fantasma la guardò con due occhi fiammeggianti di furore e si
accinse a cambiarsi in un grosso cane nero: questo era il tiro che gli
era valso molta meritata reputazione ed a cui il medico di famiglia
aveva sempre attribuito l'idiotismo incurabile dello zio di Lord
Canterville, l'onorevole Tommaso Horton. Però, un rumore di passi che
gli si avvicinavano gli fece cambiare idea e si contentò di farsi
leggermente fosforescente, indi svanì, dopo avere emesso un gemito
sepolcrale, proprio mentre i due gemelli stavano per raggiungerlo.
Rientrato nel suo rifugio si sentì finito: egli era in preda alla più
violenta agitazione.
La volgarità dei due gemelli e il materialismo della signora Otis erano
certamente irritanti; ma ciò che l'umiliava di più, era di non aver
potuto reggere l'armatura di ferro.
Aveva pensato d'impressionare anche quegli americani moderni, di farli
tremare alla vista d'uno spettro corazzato, almeno per deferenza al
loro poeta nazionale Longfellow, l'autore dello «Scheletro nella sua
corrazza», di cui le poesie graziose e interessanti l'avevano spesso
aiutato a passare il tempo che i Canterville trascorrevano a Londra.
Quella, poi, era la sua armatura; egli l'aveva portata con gran
successo al torneo di Kentworth e ne era stato complimentato dalla
Vergine Regina.
Ma quando ora aveva voluto indossarla nuovamente, era quasi rimasto
schiacciato dal peso enorme della corazza e dall'elmo d'acciaio, ed era
caduto pesantemente sul pavimento, scorticandosi crudelmente i ginocchi
e lussandosi il polso destro.
Per vari giorni rimase ammalato e fece appena qualche passo; ma a forza
di cure finì per rimettersi e si decise a tentare un terzo espediente
per spaventare il ministro degli Stati Uniti e la sua famiglia.
Scelse per il suo nuovo debutto il venerdì 17 agosto e consacrò una
gran parte della giornata a rivedere il suo costume.
La sua scelta si posò sopra un cappello a falde rialzato da una parte
e abbassato dall'altra con una penna rossa: un manto sfilacciato alle
maniche e al colletto, e infine un pugnale arrugginito.
Verso sera scoppiò un violento temporale: il vento era così forte che
scuoteva tutto il castello e faceva sbattere le porte e le finestre
della vecchia dimora: era proprio il tempo che ci voleva.
Ecco quello che egli aveva in mente di fare: sarebbe entrato senza far
rumore nella camera di Washington Otis, gli avrebbe sussurrato alcune
parole tenendosi ai piedi del letto e gli avrebbe piantato tre volte il
suo pugnale nella gola al suono tenue di una melodia.
Egli sentiva un odio speciale contro Washington, perchè sapeva
perfettamente che era lui che aveva l'abitudine costante di pulire la
famosa macchia di sangue di Canterville, con l'aiuto dello smacchiatore
incomparabile di Pinkerton.
Dopo aver ridotto in un profondo stato di terrore lo spensierato
giovane, sarebbe entrato nella camera del ministro degli Stati Uniti
e di sua moglie, e allora avrebbe posato la mano viscida sulla fronte
della signora Otis, e con voce sorda avrebbe mormorato agli orecchi di
suo marito tremante i terribili segreti del Carnaio.
Contro la piccola Virginia non aveva stabilito ancora niente: ella non
l'aveva mai insultato ed era tanto bella, tanto buona!
Qualche grugnito che partisse dall'armadio gli sembrava sufficiente e,
se non giungeva a svegliarla, sarebbe arrivato a tirare la coperta con
le sue dita tremolanti di paralisi.
Quanto ai gemelli, era risoluto a dar loro una buona lezione: per prima
cosa si sarebbe seduto su di loro in modo da produrre l'effetto della
soffocazione in sogno: indi, profittando della vicinanza dei loro
letti, si sarebbe rizzato sullo spazio libero, con l'aspetto di un
cadavere verde, freddo come il ghiaccio, finchè non fossero paralizzati
dal terrore. Poi, gettato via il suo sudario, avrebbe fatto a quattro
zampe il giro della stanza sotto forma di scheletro tutto bianco,
rotando uno degli occhi nella sua orbita, in modo da rappresentare il
«Daniele muto, o lo scheletro del suicida», parte nella quale in mille
circostanze aveva suscitato grande effetto. Si riteneva ugualmente
abile in questa parte, come in quella di «Martino il pazzo o il mistero
mascherato». Alle dieci e mezzo sentì la famiglia che saliva per
coricarsi.
Per qualche momento fu disturbato dai sonori scoppi di risa dei
gemelli, che, evidentemente, con la loro pazza gioia di scolaretti
giocavano prima di mettersi a letto.
Ma alle undici e un quarto tutto era tornato in silenzio e quando suonò
mezzanotte, egli si avviò a compiere la sua vendetta.
La civetta volava contro i vetri della finestra; il corvo urlava nella
spaccatura d'un vecchio tasso e il vento gemeva, errando intorno alla
casa come un'anima in pena; ma la famiglia Otis dormiva tranquilla,
senza neppure sospettare la sorte che l'attendeva.
Il fantasma sentiva perfettamente il russare regolare del ministro
degli Stati Uniti, che dominava il rumore della tempesta.
Scivolò allora lungo il muro. Un sorriso cattivo increspava la sua
bocca crudele, e la luna nascose la sua faccia dietro una nuvola,
quando egli passò davanti alla apertura ogivale ove erano impresse
in turchino e oro le sue armi e quelle della sua moglie assassinata.
Camminava sempre come un'ombra funesta e pareva quasi che facesse
retrocedere le tenebre stesse sul suo passaggio.
Ad un certo punto credette sentire una voce che chiamasse. Si fermò;
era invece un cane che abbaiava.
Si rimise in cammino, mormorando strani giuramenti del sedicesimo
secolo e brandendo di quando in quando nella brezza di mezzanotte, il
pugnale arrugginito.
Arrivato finalmente all'angolo del corridoio che conduceva alla camera
dell'infelice Washington, si arrestò.
Il vento agitava intorno alla sua testa le lunghe ciocche di capelli
grigi, e faceva svolazzare, in pieghe grottesche e fantastiche,
l'orrido sudario che recava addosso.
L'orologio suonò il quarto ed egli comprese che il momento era giunto.
Fece a se stesso un ghigno e svoltò l'angolo; ma aveva appena fatto un
passo che indietreggiò emettendo un gemito di terrore.
Dinanzi a lui si ergeva un orribile spettro, immobile come una statua,
mostruoso come il sogno d'un pazzo.
La testa dello spettro era calva e rilucente, la faccia rotonda,
grassotta e bianca.
Un riso orribile sembrava averne deformato i tratti in una smorfia
eterna; dagli occhi usciva a fasci una luce rossa scarlatta. La bocca
pareva un gran pozzo di fuoco, e un vestito orrido come quello di
Simone stesso, drappeggiava il suo corpo dalle forme titaniche.
Sul petto era fissato un foglio con una iscrizione in caratteri strani,
antichi; era forse un'epigrafe infamante, dov'erano iscritti tremendi
delitti, una terribile lista di misfatti.
Finalmente nella mano destra teneva una scimitarra di acciaio
luccicante.
Non avendo egli veduto fino a quel giorno fantasmi, provò naturalmente
una paura terribile e, dopo aver gettato fuggivamente un secondo
sguardo sull'orrido spettro, ritornò alla sua camera a grandi passi,
inciampando nei lenzuoli in cui era avviluppato.
Percorse correndo il corridoio e finì per lasciarsi cader di mano il
pugnale arrugginito sugli stivali alla scudiera del ministro, nei quali
stivali venne ritrovato l'indomani dal cameriere.
Rientrato nel suo recondito asilo, si lasciò abbattere su di un piccolo
lettuccio e nascose il viso fra le lenzuola.
Ma dopo un momento il coraggio indomabile dei Canterville d'altro
tempo, si ridestò in lui, ed egli prese la risoluzione di andare a
parlare all'altro fantasma, spuntato il giorno.
Per cui, appena l'alba ebbe illuminate le colline, ritornò al posto
dove aveva visto per la prima volta l'orrido fantasma.
Diceva a se stesso che alla fine due fantasmi valevano più di
uno, e con l'aiuto del suo nuovo amico avrebbe potuto combattere
vittoriosamente contro i due gemelli.
Ma quando fu giunto, si trovò in presenza di uno spettacolo terribile.
Certamente doveva essere accaduto qualche cosa allo spettro, perchè
la luce era completamente sparita dalle sue orbita; la scimitarra
luccicante era caduta dalla sua mano ed egli si teneva appoggiato
al muro in un atteggiamento incomodo... Si slanciò in avanti e lo
prese fra le sue braccia; ma quale fu il suo orrore, vedendo la testa
distaccarsi e ruzzolare per terra, il corpo prendere la posizione di
coricato.
Allora s'accorse di stringere una tenda di grossa tela bianca e che un
manico di granata, un coltello di cucina e una zucca vuota, giacevano
ai suoi piedi.
Non comprendendo nulla di questa curiosa trasformazione, prese con mano
febbrile lo scritto e vi lesse, alla luce grigia del mattino, queste
parole terribili:
ECCO IL FANTASMA OTIS
IL SOLO VERO E AUTENTICO SPIRITO.
DIFFIDARE DELLE IMITAZIONI.
TUTTI GLI ALTRI SONO CONTRAFFAZIONI.
Tutta la verità gli apparve improvvisamente; egli era stato burlato,
mistificato, ingannato...
L'espressione che caratterizzava lo sguardo del vecchio di Canterville,
riapparve nei suoi occhi; serrò le sue mandibole sdentate e alzando le
mani corrose sopra la testa, giurò secondo la formula pittoresca della
scuola antica, che quando Chanteclair avesse suonato due volte il suo
allegro appello di cornetta, sarebbero avvenuti fatti sanguinosi, e che
l'assassino dal piede silenzioso sarebbe uscito dal suo ricovero.
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