-- «E mia madre?» -- chiese Ester. -- «Udrai tutto, Ester, abbi pazienza. Prima ch'io abbia finito vedrai come mi sarebbe più facile dimenticar me stesso che tua madre.... Al finire del mio servizio venni a Gerusalemme per le feste di Pasqua. Il mio padrone mi ospitò, e, poichè l'amavo chiesi di continuarlo a servire. Egli acconsentì ed io lo servii altri sette anni, ma come Ebreo e figlio di Israele, salariato. Per conto suo ebbi la direzione d'imprese commerciali di mare e di terra, e mandai carovane oltre Susa e Persepoli nei paesi della seta. Viaggi pericolosi erano quelli figlia mia, ma il Signore benedì le mie fatiche. Procurai immensi guadagni al principe e vaste cognizioni a me stesso, senza le quali non mi sarebbe stato possibile assumere le responsabilità che mi presi in seguito. Un giorno ch'io ero suo ospite in Gerusalemme, un'ancella entrò, portando un vassojo. Essa si rivolse a me, e fu quella la prima volta che vidi tua madre, e la amai. Dopo qualche tempo andai dal principe e la chiesi in moglie. Egli mi disse che essa era schiava a vita, ma che se io lo desiderava l'avrebbe affrancata per compiacermi. Ma essa, Ebrea, pur corrispondendo al mio amore, si disse felice nella condizione e nel luogo ove si trovava, e rifiutò la libertà! La pregai, la scongiurai a più riprese, ma invano. Avrebbe solo consentito a diventare mia moglie qualora io diventassi suo compagno di servitù. Nostro padre Giacobbe servì sette anni per la sua Rachele. Io avrei potuto fare altrettanto. Ma tua madre richiedeva che io diventassi schiavo per tutta la mia vita. Mi strappai allora da lei, mi recai in altre contrade cercando di dimenticarla; ma l'amor mio fu troppo forte: ritornai. Guarda qui, Ester, Guarda!» -- E sollevando una ciocca di capelli le additò un buco nell'orecchio sinistro. -- «Vedi la cicatrice della lesina?» -- -- «La vedo» -- disse Ester -- «e vedo pure a qual punto tu amasti mia madre!» -- -- «Amarla, Ester! -- Essa era per me più della Sulamita per il Re Cantore; più bella, più pura di una fontana, di una sorgente del Libano. Quando seppe la mia volontà, il padrone mi presentò ai giudici davanti ai quali esposi la mia intenzione; poi mi condusse a casa, e trapassando il mio orecchio colla lesina, la conficcò come è d'uso nella porta. Così divenni suo schiavo per tutta la durata della vita. Così conquistai la mia Rachele, e dimmi: vi fu mai amore come il mio?» -- Ester si chinò sopra di lui e lo baciò. Tacquero entrambi pensando alla tomba che aveva troncato quel grande amore. -- «Il mio padrone annegò in mare; e fu questa la mia prima sventura» -- continuò il negoziante. -- «Il lutto della sua famiglia fu lutto mio, nella mia casa ad Antiochia dove già dimoravo. Ora ascoltami, Ester. Quando il principe venne a morte, io era a capo della sua amministrazione, e tutti i suoi beni erano nelle mie mani. Da questo puoi argomentare l'affetto e la fiducia ch'egli riponeva in me. Accorsi a Gerusalemme per render conto della mia gestione alla vedova ed essa mi riconfermò al mio posto. Raddoppiai di diligenza e gli affari prosperarono di anno in anno. Trascorsero così dieci anni. Poi venne la catastrofe di cui il giovine parlò -- l'accidente, com'egli disse, toccato al procuratore Grato. -- Il Romano invece lo chiamò un tentativo d'assassinio e ne tolse pretesto, col consenso di Roma, di confiscare a proprio beneficio l'immensa fortuna della vedova e dei figli. Nè questo gli bastò. Per prevenire un'appello contro la sentenza egli soppresse tutte le parti interessate. Da quel giorno nefasto la famiglia di Hur scomparve. Il figlio, ch'io vidi fanciullo, fu condannato alle galere. La vedova e la figlia si suppone siano state sepolte in una delle molte carceri sotterranee di Giudea, veri sepolcri per chi ne ha varcata la soglia. Esse scomparvero come se il mare le avesse inghiottite. Non potemmo sapere come morirono, ma neppure sappiamo se veramente sono morte.» -- Gli occhi di Ester erano gonfi di lagrime. -- «Il tuo cuore è buono, Ester, buono come quello di tua madre; e prego Iddio che non gli tocchi un simile destino -- d'essere calpestato dagli spietati e dai ciechi. Ma ascoltami ancora: -- Andai a Gerusalemme per soccorrere la mia benefattrice ma alle porte della città fui arrestato e condotto nei sotterranei della Torre d'Antonia. Non ne seppi la cagione, finchè Grato in persona venne a chiedermi i denari della casa di Hur, poi ch'egli, conoscendo le pratiche ebraiche, sapeva che io possedeva somme tratte sulle diverse piazze del mondo. M'impose di firmare le tratte a suo favore. Rifiutai. Egli aveva le case, le terre, le merci, le navi e tutta la proprietà mobile dei miei padroni, meno i denari. Compresi che se continuassi a trovar grazia agli occhi del Signore avrei potuto ricostruire la loro fortuna e respinsi la richiesta del tiranno. Mi mise alla tortura, ma tenni fermo, cosicchè dovette rilasciarmi senza aver nulla ottenuto. Ritornai a casa e ricominciai a trafficare per conto e nel nome di Simonide d'Antiochia anzichè in quello del principe Hur di Gerusalemme. Ester, tu sai come prosperarono i miei affari, in che modo miracoloso si moltiplicarono nelle mie mani i milioni del principe. Sai pure che, a capo di tre anni, mentre mi recava a Cesarea, fui di nuovo arrestato e torturato per la seconda volta da Grato. Neppur questa volta ottenne da me la confessione intorno alla sorte dei denari di Hur. Fisicamente rovinato feci ritorno a casa, dove trovai che la mia Rachele era morta di dolore e di spavento per me. La volontà del Signore mi tenne in vita. Dall'imperatore medesimo comperai una licenza di libero traffico in ogni paese del mondo. Oggi -- sia lodato l'Altissimo! -- oggi, Ester, la mia ricchezza è tale da far invidia a un Cesare.» -- Con un moto d'orgoglio sollevò il capo, e incontrò gli sguardi della fanciulla. -- «Che cosa intendo di fare con questa fortuna?» -- chiese, interpretando i suoi pensieri. -- «Padre mio, disse ella sommessamente, non venne oggi a chiederla il legittimo proprietario? E non sono io pure, o padre, la sua schiava? E non dobbiamo noi piegarci innanzi a lui come la legge prescrive?» -- Un raggio d'ineffabile gioia rischiarò il volto dell'infermo. -- «Il Signore è stato buono con me. In molti modi ha mostrato la sua benevolenza, ma tu Ester, sei il dono più bello di quanti mi ha prodigato.» -- Così dicendo l'attirò a sè e la baciò. -- «Ascoltami,» -- proseguì -- «ed udrai perchè io risi poc'anzi. Quando il giovane si presentò innanzi a me, mi parve di veder suo padre ringiovanito. L'animo mio ebbe uno slancio, come se volesse andargli incontro. Sentii entro di me che i miei giorni di prova e le mie fatiche erano giunte al termine. A stento trattenni l'impulso del mio cuore che mi spingeva a rivelare la mia gioia. Ero impaziente di prenderlo per mano, di mostrargli i registri ed i conti e di dirgli: -- «Tutto questo è tuo ed io sono il tuo schiavo. Ho compiuto il dover mio, posso aspettare la voce del Signore che mi chiami a sè.» -- E così avrei fatto, Ester, sì proprio così avrei fatto, se, tutto ad un tratto tre pensieri non m'avessero assalito ad un tempo. Il primo diceva: Assicurati prima ch'egli è proprio il figlio del tuo padrone. S'egli è il figlio del tuo padrone, studia prima e conosci un poco l'indole sua, -- mi suggerì il secondo. Pensa, Ester quanti sono gli eredi di colossali ricchezze, che sperperano i loro denari, e li riducano a semi di maledizioni.» -- La voce gli si fece stridula, e sostò un momento, accasciato da questa riflessione. -- «Ester pensa ai patimenti inflittimi dal Romano, e non solo da Grato; gli spietati esecutori dei suoi ordini tanto la prima quanto la seconda volta erano tutti Romani e tutti ridevano udendomi urlare dal dolore. Pensa alle mie membra rotte, al mio corpo deformato; pensa a tua madre laggiù nella tomba solitaria, ai dolori della famiglia del mio padrone, se è ancor vivo o alla sua morte forse; pensa a tutto questo, o figliuola mia, e dimmi tu s'è giusto che nulla succeda in espiazione e vendetta di tante crudeltà? Non dirmi come ripetono i predicatori, che la vendetta è del Signore. Non fa egli valere la sua volontà per mezzo degli uomini nell'infliggere pene come nel conferire benefici? Non ha egli i suoi guerrieri, più numerosi dei profeti? Non è sua la legge -- occhio per occhio, mano per mano, piede per piede? Ah, nel corso di tanti anni ho sospirata la vendetta, l'ho implorata nelle preghiere. Nell'accumular le mie ricchezze, fu questo il mio pensiero, il mio sogno costante. Come è vero che vi è Iddio, io mi diceva, esse dovranno servirmi per castigare quei malfattori. E quando, accennando alla sua destrezza nel maneggio delle armi, il giovane disse, ch'essa non aveva nessun scopo definitivo, io indovinai quello scopo: era la vendetta! Fu questo, o Ester, il terzo pensiero che mi impose il silenzio e mi diede la forza di ascoltare impassibile la sua perorazione, finchè, partito il giovane, le mie emozioni proruppero in un riso di giubilo.» -- Ester continuava ad accarezzargli le mani ischeletrite. -- «Egli è partito o padre. Ritornerà ancora?» -- -- «Sì. Il fedele Malluch lo sorveglia e lo ricondurrà quando tutto sarà pronto.» -- -- «E quando lo sarà, o padre? -- -- «Non subito, figlia mia. Egli crede che tutti i testimoni della sua identità siano morti. Ma uno vive ancora, il quale non mancherà di riconoscerlo, s'egli è veramente figlio di suo padre.» -- -- «Sua madre?» -- -- «No, io stesso gli presenterò quel testimonio. Intanto Dio ci protegga. Chiama Abimelech.» -- Ester chiamò il servo, e i tre si ritrassero. CAPITOLO V. Allorchè Ben Hur uscì dal vasto magazzeno, il pensiero prevalente in lui era quello di un altro disinganno aggiuntosi ai molti che aveva già sofferto nella ricerca dei suoi cari. Questo pensiero lo riempì di una grande desolazione. Si sentì solo al mondo, e, giovane e ricco com'era, la vita gli parve divenuta un peso troppo grave da sopportarsi. Facendosi strada fra la folla ed i mucchi di mercanzia, giunse al termine dell'approdo. Le acque del fiume apparivano più profonde e più oscure in quel punto per l'ombra delle case e degli alberi vicini: ed egli ne provò il fascino insidioso. La pigra corrente sembrava arrestarsi nel suo cammino, quasi lo attendesse; -- ma a rompere l'incanto venne il ricordo delle parole del suo compagno di viaggio, che gli parve di riudire: -- «Meglio un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che essere ospite di un Re.» -- Si volse, e camminando rapidamente, fece ritorno al Khan. -- «La via per Dafne?» -- esclamò l'albergatore, sorpreso dalla domanda di Ben Hur. -- «È la prima volta che venite in questa città? Allora questo giorno è fra i più felici della vostra vita. Non potete sbagliare la strada. La prima via verso mezzogiorno conduce direttamente al monte Sulpio sulla vetta del quale sono l'altare di Giove e l'anfiteatro; pigliate la terza via trasversale chiamata la colonnata d'Erode; là, voltate a destra e seguite la via attraverso la grande città di Seleucia fino alle porte di bronzo d'Epifane. In quel punto incomincia la via di Dafne -- e che gli Dei vi proteggano.» -- Dopo aver dato alcuni ordini relativi al suo bagaglio, Ben Hur si pose in cammino. Non ebbe difficoltà a trovare la colonnata d'Erode; da quella, alle porte di bronzo correva un lungo porticato di marmo, che egli percorse fra mezzo ad una folla di gente composta dei rappresentanti di tutte le nazioni commerciali del mondo. Era la quarta ora del giorno, quando oltrepassò le porte e si trovò in mezzo ad una interminabile processione diretta al bosco famoso. La strada era divisa in vie separate, una pei pedoni, una pei cavalieri e i cocchi; ed anche queste erano suddivise in due altre vie parallele per le quali due correnti di persone si movevano in direzione opposta. Le linee di demarcazione erano segnate da basse balaustrate interrotte da statue poggianti su solidi piedestalli. A destra ed a sinistra della strada estendevansi magnifici prati ed aiuole, accuratamente tenuti, alternati di quando in quando da gruppi di quercie, di siccomori e da pergolati di viti che invitavano i passeggieri a riposare. Le vie riservate ai pedoni erano lastricate di pietra rossiccia e quelle pei cavalieri erano cosparse di bianca arena compressa in modo da darle la consistenza di un marciapiede, senza però che, come questo, echeggiasse lo scalpitar dei cavalli ed il frastuono delle ruote. Innumerevoli fontane di varie e meravigliose foggie lanciavano i loro zampilli nell'aria; erano doni di Re che avevano voluto così eternare il ricordo delle loro visite. All'ingresso del bosco, a sud-ovest, fino alla città, questa magnifica strada misurava oltre quattro miglia in lunghezza. Nello stato d'animo in cui si trovava Ben Hur, lo splendore regale della via passò quasi inosservato; e i suoi sguardi non si arrestarono neppure sulla folla che s'avviava insieme a lui come in processione. A dire il vero alla sua preoccupazione si univa anche una buona dose di quella compiacenza orgogliosa propria del Romano che visitava la provincia, mentre erano ancora fresche in lui l'impressioni della vita fastosa che s'agitava quotidianamente intorno alla colonna d'oro posta da Augusto nel Foro, come per indicare il perno del mondo. Non era possibile che le provincie offrissero uno spettacolo più grandioso. Impaziente per la lentezza dei suoi vicini, egli spiava ogni varco della folla, per approfittarne e portarsi avanti più rapidamente. Quando giunse ad Eraclea, villaggio suburbano a mezza strada fra la città ed il bosco, il movimento della folla festante cominciò a far sentire i suoi effetti sopra di lui, predisponendo il suo animo ad accogliere impressioni più gioconde. La sua attenzione fu dapprima attirata da un paio di capre guidate da una avvenente fanciulla; tanto le bestie come la loro guida erano festosamente ornate di nastri o fiori. Poi si fermò ad osservare un toro immenso, bianco come la neve, inghirlandato di viti e portante sull'ampia groppa un fanciullo nudo, immagine del giovane Bacco, il quale, seduto in un canestro, teneva in mano un calice colmo di vino. A quali altari avrebbero servito quelle offerte? si domandò rimettendosi in cammino. Passò un cavallo con la criniera mozzata come lo esigeva la moda, montato da un cavaliere vestito con sfarzo. Ben Hur sorrise vedendo l'orgoglio dell'uno rispecchiarsi nell'altro. Cavalli e cocchi in grande numero continuarono a passare dinanzi a lui sulla strada a loro riservata, e, inconsciamente, quel moto e quella festa cominciarono ad interessarlo. Le persone che l'attorniavano erano di tutte le età, sessi e condizioni, tutti vestiti dei loro abiti di festa. Un gruppo era abbigliato uniformemente di bianco, un'altro di nero; alcuni portavano bandiere, altri turribuli fumanti; altri cantavano inni, ed eran seguiti da individui con flauti e tamburelli. Quale luogo meraviglioso doveva essere questo di Dafne, se ogni giorno vi si recava tanta gente! Finalmente vi fu un batter di mani ed uno scoppio di grida gioconde; e, seguendo l'indicazione di molte dita, egli scorse sulla cima di una collina il tempio che serviva d'ingresso al bosco consacrato. Gli inni s'inalzarono con maggior foga, la musica accelerò i tempi, e Ben Hur, dividendo l'impazienza della folla, e trascinato dall'impetuosa corrente, mosse verso il tempio, oltrepassata la soglia del quale, romanizzato com'era nei costumi, il suo primo impulso fu quello di cadere in adorazione davanti a quel luogo. A tergo dell'edificio che ornava l'ingresso, d'una costruzione di stile severamente greco, si stendeva una larga spianata lastricata di pietre luccicanti, ora quasi nascoste sotto una moltitudine di persone gaie ed irrequiete, spiccante sopra uno sfondo di iridescenti zampilli prorompenti da fontane marmoree. Dinanzi a lui in direzione di sud-ovest si diramavano gli innumerevoli sentieri di un giardino, il quale si mutava più in là in una foresta, sulla quale, in quel momento, aleggiava una nube di un leggero vapore turchino. Ben Hur contemplava il panorama, pensoso ed incerto, quando una donna vicino a lui esclamò: -- «Bellissimo spettacolo! ma dove si deve andare adesso?» -- Un uomo col capo cinto di bacche d'alloro e che la accompagnava, rise e rispose: -- «Bellissima barbara! La tua domanda mi sa di paura terrena, e abbiamo convenuto di lasciare questi pensieri in Antiochia. I venti che qui soffiano sono l'alito degli Dei. Abbandoniamoci ad essi.» -- -- «Ma se ci smarrissimo?» -- -- «Oh, paurosa! nessuno si è mai perduto in Dafne eccetto quelli sui quali le sue porte si sono chiuse per sempre.» -- -- «E chi son costoro?» -- chiese la donna tuttora conturbata. -- Son quelli che si sono abbandonati al fascino del luogo e lo hanno scelto a dimora per la vita e per la morte. Ascolta! Fermiamoci qui, e ti mostrerò quelli di cui parlo.» -- Sul marmoreo pavimento risuonò uno stropiccìo di piedi calzati di sandali; la folla si aprì e lasciò l'adito ad un gruppo di ragazze, le quali, accerchiati i due interlocutori, intonarono un canto; indi agitando i tamburelli cominciarono a ballare. La donna, sbigottita, s'aggrappò all'uomo, il quale, cintale la vita con un braccio, acceso in volto, batteva coll'altro il tempo della musica. I capelli delle danzatrici svolazzavano liberamente e le loro membra rosee s'intravvedevano sotto le vesti di garza che imperfettamente le coprivano. Non è concesso alla parola il descrivere la voluttà di quella danza. Dopo un breve giro si aprirono un varco nella sala e scomparvero rapidamente come erano venute. -- «Che te ne pare?» -- chiese l'uomo alla sua compagna. -- «Chi son desse?» -- chiese a sua volta la donna. -- «Devadasi -- sacerdotesse dedicate al Tempio d'Apollo. Ve ne sono eserciti. Sono esse che cantano in coro nelle feste. Questa è la loro dimora. Qualche volta visitano altre città, ma tutto quanto raccolgono è portato qui ad arricchire la casa del divino cantore. Dobbiamo andare?» -- Ben Hur, lieto di sapere che nessuno s'era mai perduto nel bosco di Dafne, infilò una qualunque delle vie che gli si aprivano dinanzi e penetrò nel giardino. Una statua, innalzata sopra un magnifico piedestallo attrasse per primo i suoi sguardi. -- Raffigurava un centauro e un'iscrizione spiegava ai visitatori meno eruditi che quello era Chirone, amato da Apollo e Diana, da loro iniziato ai misteri della caccia, della medicina, della musica e della profezia. Nelle mani teneva un rotolo sul quale erano incisi in caratteri greci alcuni paragrafi di un avviso: -- «-Viaggiatore!- -- -Sei tu straniero?-» -- I. Ascolta il mormorìo dei ruscelli e non temere la pioggia delle fontane. Così le naiadi impareranno ad amarti. II. Zeffiro ed Austro sono le brezze amiche di Dafne; gentili riformatrici della vita esse ti preparano infinite dolcezze. Quand'Euro soffia, Diana è a caccia; se Borea sibila, nasconditi, perchè Apollo è corrucciato. III. Le ombre del Bosco sono tue di giorno: di notte appartengono a Pane ed alle sue Driadi. Non turbarle. IV. Cibati parcamente del loto lungo le sponde dei rivi, se non vuoi perdere la memoria, il che equivale a diventare figlio di Dafne. V. Non toccare il ragno che tesse. È Aracne che lavora per Minerva. VI. Vuoi tu contemplare le lacrime di Dafne? Strappa un germoglio da un ramoscello di lauro, e morrai. -- «-Sta in guardia!- -Fermati e sii felice.-» -- Ben Hur lasciò la cura d'interpretare il mistico avviso ad altri che facevano ressa intorno a lui, e si ritrasse nell'istante stesso in cui si avvicinava il toro bianco. Il fanciullo sedeva sulla cesta seguito da una processione; dietro a questa veniva la donna colle capre e dietro a lei i suonatori di flauto e tamburelli, con un'altra processione di apportatori d'offerte. -- «Ove vanno costoro?» -- chiese un astante. Un altro rispose: -- «Il toro al padre Giove; le capre...» -- -- «Non custodiva una volta Apollo il gregge di Admeto?» -- -- «Appunto, le capre sono per Apollo.» -- Alla bontà del lettore chiediamo indulgenza per concederci una spiegazione. Una certa facilità di tolleranza in fatto di religione suol formarsi in noi dopo aver per molto tempo praticato con persone di divina fede; a poco a poco veniamo a riconoscere che ogni credenza vanta uomini buoni e degni del nostro rispetto, e che non ci è possibile rispettarli senza al tempo stesso estendere una certa deferenza anche alla loro religione. A questo punto era giunto Ben Hur. Gli anni trascorsi a Roma e quelli vissuti nella galera avevano lasciato intatta la sua fede religiosa; egli era sempre Ebreo, ma, a suo modo di vedere, non eravi empietà alcuna nel contemplare il bello nel bosco di Dafne. -- Ciò non toglie per altro che quand'anche, i suoi scrupoli fossero stati più rigidi, egli li avrebbe in quel momento probabilmente soffocati. Era concitato, non come gli esseri irascibili che un'inezia irrita; nè la sua collera era quella dello stordito, che, attinta alla fonte del nulla, si disperde in rimproveri e bestemmie; l'ira sua era quella propria delle indoli ardenti, destatasi di soprassalto pel subitaneo annientamento d'una speranza. -- In simili casi e con tali nature la lotta non termina perchè ha urtato contro un ostacolo, ma continua col destino, e sarebbe bene il destino medesimo rivestisse una forma materiale e tangibile, da potersi spezzare con uno sguardo o con un colpo, ovvero quella di un essere vivente col quale fosse possibile sfogarsi apostrofandolo con parole roventi. L'anima umana soffrirebbe meno combattendo un tale avversario. A mente fredda Ben Hur non si sarebbe recato solo al Bosco, o, se vi fosse venuto solo, si sarebbe valso del posto da lui occupato nella famiglia del console, per procacciarsi una specie di pianta della località, facendosi indicare i punti di speciale interesse. Se poi avesse voluto abbandonarsi più a lungo agli ozii ed alle delizie di quel soggiorno, si sarebbe anzitutto presentato con una lettera di credenza a chi ne aveva la direzione. Ma nella condizione d'animo in cui si trovava, non era uno spettatore uguale alla massa volgare che schiamazzava tutto all'intorno. La Divinità del Bosco non gli ispirava rispetto, nè i misteri che vi si celavano provocavano la sua curiosità. Era un uomo smarrito dal dolore di un crudele disinganno, insofferente di indugi, animato da un cieco desiderio di incontrare il proprio fato, e di sfidarlo. Il suo era quello stato mentale che rende possibile di compiere atti arditi con apparente tranquillità. CAPITOLO VI. Ben Hur s'inoltrò insieme alla processione. Non aveva la curiosità di chiedere ove si andava, e bastava, per appagarlo, la vaga impressione che fossero tutti avviati verso i templi, magnifici centri d'attrazione. Ad un tratto, egli tornò a mormorare: -- «Meglio essere un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che essere ospite d'un Re,» -- e ripetendo quelle parole come un ritornello chiese fra sè: -- «Era poi così dolce la vista nel Bosco? In che consisteva l'incanto? Forse in quella dottrina filosofica spiegata dai sacerdoti dei templi? O era essa una realtà, non percettibile ai sensi? Ogni anno migliaia d'esseri rinunciavano al mondo per entrare qui. Lo trovavano essi il fascino? E quando lo avevan trovato bastava esso a generare un oblìo tale da escludere dalla mente tutti i tedi e i dolori della vita? Se il Bosco era loro così benefico perchè non lo sarebbe anche a lui? Egli era Ebreo: possibile che le cose buone del mondo fossero per tutti fuorchè pei figli d'Abramo? Le sue facoltà si concentrarono per sciogliere il quesito, senza badare ai canti degli oblatori ne ai motteggi dei suoi compagni. Volse gli occhi al cielo come per trovarci una soluzione; era turchino, sì molto turchino; l'aria risuonava dei garriti delle rondini; ma lo stesso colore aveva il cielo sovrastante alla città. Più in là, fuori dei boschi, a destra, una deliziosa brezza, carica di profumi, lo accarezzò per un istante, ed egli, insieme agli altri, si fermò a guardare la direzione donde la brezza proveniva. -- «Forse da quel giardino laggiù?» -- chiese ad un suo vicino. -- « Piuttosto da qualche cerimonia sacerdotale: un sacrificio in onore di Diana, di Pane o di qualche Divinità silvestre.» -- La risposta era nella sua lingua nativa. Ben Hur guardò sorpreso lo sconosciuto. -- «Un Ebreo?» -- gli chiese. L'individuo rispose con un sorriso rispettoso. -- «Nacqui a pochi passi dalla piazza di Gerusalemme.» -- Ben Hur era sul punto di continuare il discorso, quando, un improvviso movimento della folla lo spinse da una parte e trascinò in un'altra direzione il suo interlocutore. La solita veste, una tela bruna in capo, legata con una corda gialla, ed un volto ebraico pronunciatissimo, fu quanto Ben Hur potè ricordare dello sconosciuto. Era arrivato a un punto ove i sentieri cominciavano a internarsi nei boschi e offrivano pertanto una favorevole occasione per staccarsi dall'assordante processione. Ben Hur non tardò ad approfittarne. Incominciò col penetrare in una folta boscaglia, canora pei canti di molti uccelli. I cespugli erano, o in fiore, o portavano frutti. Al piede degli alberi si stendeva un soffice tappeto erboso, mentre piante di gelsomini e d'edera si arrampicavano su tralci, ricadendo dai rami in forma di pergolato. L'aria era pregna dei profumi della siringa-persica, della rosa, del giglio, del leandro, della fragola, e, perchè nulla mancasse alla felicità delle ninfe e delle najadi, un ruscelletto serpeggiava lentamente frammezzo ai fiori. Procedendo oltre lo salutò il grido del piccione e il tubare delle tortorelle; alcuni merli non si mossero neppure al suo avvicinarsi e un usignuolo rimase tranquillamente al suo posto, quantunque egli passasse a un braccio di distanza dal ramo su cui posava. Una quaglia, seguita dai suoi piccini, lo precedeva saltellando. Essendosi fermato un istante per non spaventarli, vide improvvisamente sbucare da una siepe una forma umana, trasalì. Gli era dato veramente di vedere un satiro? Osservò più attentamente, e là suggestione del luogo essendosi dissipata, rise fra di sè, vedendo un innocente agricoltore che teneva in mano un falcetto da potar viti. La pace senza il timore, era questo l'epitome e il significato del tempio di Dafne! Sedette all'ombra di un cedro, le cui radici grigiastre pescavano in parte nell'acque di un ruscello. Il nido d'una cingallegra si specchiava nelle limpide onde, e la cingallegra stessa, facendo capolino, lo fissava negli occhi, come esprimendo un muto invito. -- «Sembra che voglia dirmi:» -- pensò Ben Hur -- «Non ho paura di te. La legge che governa questi luoghi è l'Amore.» -- Sì, l'incanto del bosco gli appariva ormai chiaro; ne fu contento, e decise di unirsi alla schiera dei perduti di Dafne. Incaricato della custodia dei fiori e degli arbusti, cercando lo sviluppo delle miti bellezze di quei luoghi, non potrebbe egli, come l'uomo del falcetto, rinunciare ai triboli della vita, rinunciarvi dimenticando e dimenticato? Ma il suo sangue Ebraico si ribellò a questo progetto. L'incanto di Dafne poteva bastare a certa gente; sarebbe stato sufficiente per lui? L'amore è delizioso, ah sì, massime dopo tante sofferenze che egli aveva provate, ma era poi tutto nella vita, tutto? Una profonda differenza correva fra di lui e quegli spensierati seguaci di Dafne. Essi non avevano doveri, non potevano averne avuti mai, mentre egli... -- «Dio d'Israele!» -- gridò a voce alta, balzando in piedi con le guancie infocate -- «Madre, Tirzah! Maledetto il luogo, maledetto il pensiero, che mi distacca da voi!» -- A passi precipitati uscì dal boschetto degli aromi, e pervenne ad un corso d'acqua dagli argini murati, sopra il quale metteva un ponte; vi salì e da questo vide una serie di ponti, ciascuno di foggia diversa dagli altri, prolungantisi infinitamente seguendo i molteplici meandri del fiume. L'acqua limpida, profonda e tranquilla sotto di lui, un poco più in giù si gettava rumorosa e spumeggiante da un banco di scogli, formando una piacevole cascata. Il paesaggio che si stendeva davanti ai suoi occhi era incantevole: ampie vallate e colline ondeggianti con boschi, laghi, edifici fantastici, collegati gli uni con gli altri da bianchi sentieri, e scintillanti torrenti. I prati erano verdi ed ingemmati di fiori; qua e là greggi di pecore candide brucavano l'erba. I loro belati, le voci e i canti dei pastori si udivano tratto tratto portati dal vento. Sopra ogni sommità sorgevan altari a cielo scoperto, ognuno dei quali era servito da una figura bianco-vestita, e ai quali traevano numerose processioni di persone pure vestite di bianco. Quali misteri dovevano celarsi in un quadro così meravigliosamente bello! Lentamente Ben Hur ricuperò la padronanza de' suoi pensieri e si scosse dalla specie di estasi in cui era caduto. Una rivelazione gli balenò tutto ad un tratto alla mente. Allora soltanto si accorse che il bosco era tutto un tempio, un tempio vastissimo senza mura nè tetto! Mai nessuno aveva veduto un simile tempio. L'architetto non si era preoccupato di colonne e di porticati, di proporzioni e di misure. Egli si era semplicemente ed assai bene servito della natura. L'arte non poteva far dippiù. Fu così che l'astuto figliuolo di Giove e di Calisto creò l'Arcadia, e, nell'un caso come nell'altro, trionfò il genio ideatore Greco. Dal ponte Ben Hur passò nella valle più vicina. Si appressò ad un gregge di pecore, custodito da una fanciulla che con un gesto gli fece: -- «Vieni!» Più in là il sentiero circuiva un'altura, un piedestallo di nero gnais, avente per cappello una lastra di marmo bianco artisticamente tagliata, sopra il quale sorgeva un braciere di bronzo. Poco discosta, una donna, vedutolo, agitò una verga di salice ed al suo passaggio gli disse: -- «Fermati» -- accompagnando la parola con un'irresistibile sorriso di voluttuose promesse. Più lungi ancora s'imbattè in una delle processioni, alla testa della quale una turba di piccole fanciulle, nude e inghirlandate, cantavano, con vocine stridule, seguite da un gruppo di giovinetti, nudi anch'essi ed abbronzati dal sole, accompagnanti colle danze il canto delle fanciulle; dietro ad essi veniva la processione, formata tutta di donne che recavano agli altari cesti di spezie e di dolci, donne vestite con una semplicità che poco celava allo sguardo. Mentre egli passava, alzarono le mani ed esclamarono in coro: -- «Fermati e vieni con noi!» -- ed una Greca recitò una strofa d'Anacreonte: Poichè oggi io prendo e dono, Poichè lieto è il mio cammino, Vieni e godi o pellegrino: Chi t'accerta del diman? Ma, indifferente, egli proseguì la sua via finchè si trovò all'ingresso di un rigoglioso boschetto nel cuor della valle donde questa apparve più bella ed incantevole all'occhio dell'osservatore. Dall'ombra degli alberi emanava una molle seduzione. L'erba ai loro piedi era pochissima e soffice. Tutte le varietà orientali d'alberi e di cespugli erano rappresentate da splendidi esemplari, che s'alternavano con piante esotiche e strane; gruppi di palme dai pennacchi regali; siccomori e lauri; quercie frondose e cedri più maestosi dei loro classici prototipi del Libano; gelsi e terebinti e semprevivi; un paradiso terrestre. In mezzo ad una radura sorgeva una statua di meravigliosa bellezza, raffigurante Dafne, la Dea protettrice del luogo. Ai piedi della statua, coricati sopra una pelle di tigre, addormentati, Ben Hur vide una fanciulla ed un giovane abbracciati in un amoroso amplesso. Un falcetto ed un canestro rovesciato giacevano loro appresso, e, da quest'ultimo, usciva un mucchio di rose formando una cascata di fiori sopra il prato. Ben Hur si ritrasse con un senso di profonda vergogna. Nel boschetto degli aromi egli aveva creduto di scoprire l'incanto misterioso del luogo ove regnasse pace senza timore e quasi aveva ceduto a quel fascino dolce e sereno; ora, da quell'esotico amplesso in pieno giorno, lì, ai piedi di Dafne, ebbe una nuova rivelazione. Il principio imperante nel luogo era l'amore, ma l'amore fuori della legge. Questa era la pace dolcissima di Dafne! Questo lo scopo della vita dei suoi ministri! A questo segno un clero astuto aveva asservito la natura, gli uccelli dell'aria, i fiumi, i fiori, il lavoro dell'uomo, la santità degli altari, il fecondo bacio del sole! I seguaci della Ninfa, i devoti di quel gran tempio a cielo scoperto, anche quelli che col lavoro delle loro braccia lo mantenevano in quello stato di magnificenza e di perfezione, destarono un senso di disgusto e di sdegno nel petto di Ben Hur, ora che il movente delle loro azioni non gli era più un mistero. Certo v'eran stati alcuni che, gemendo sotto un fardello di triboli troppo gravi a sopportarsi si erano lasciati attirare dalle promesse di pace che offriva loro il soggiorno in un luogo consacrato, alla cui bellezza, in mancanza d'altri doni, essi pagavano un tributo col loro lavoro; ma, certamente, non era di questi che si componeva la grande maggioranza dei fedeli. Ampie e dorate erano le reti che Apollo tendeva in ogni parte ai suoi seguaci, e sotto le maghe; ma nessuna eguagliava lo splendore del Bosco di Dafne. A questo traevano tutti i libanti del mondo, i sensualisti d'oriente e d'occidente. I loro voti non si ispiravano a nessuna nobile esaltazione, a nessun zelo pel Dio del canto o per l'infelice sua amante, a nessun principio filosofico che prescrivesse la calma dell'eremo e il raccoglimento della natura, il conforto della religione e i riti di un amore elevato e sereno. In quell'età due soli popoli sarebbero stati capaci di assurgere a tale altezza di concezione: quello retto dalle leggi di Mosè, e quello cui Brama reggeva. Essi soli avrebbero potuto esclamare: -- «Meglio la legge senza amore che l'amore senza la legge.» -- Ben Hur continuò la sua strada, tenendo la testa alta, come chi, pure apprezzando le delizie che lo attorniano, sa contemplare con la calma derivante da una chiara percezione del suo valore. Il pensiero d'essersi quasi lasciato adescare da quelle fallaci insidie, richiamava di tanto in tanto un sorriso sulle sue labbra. CAPITOLO VII. Giunse ad una foresta di cipressi alti e diritti come colonne, da cui procedevano le note gaie d'una cornetta. Sdraiato sull'erba, all'ombra di un albero, vide quel tale a lui incognito nel quale s'era imbattuto poc'anzi. Lo sconosciuto si alzò e gli venne incontro. -- «Di nuovo la pace sia con voi.» -- disse in tono cordiale. -- «Vi ringrazio» -- rispose Ben Hur -- «facciamo forse la stessa strada?» -- -- «Io sono diretto allo stadio, e voi?» -- -- «Lo stadio?» -- -- «Sì; la cornetta che avete udito poc'anzi è un appello pei competitori.» -- -- «Amico» -- fece Ben Hur -- «Confesso la mia ignoranza, e se vorrete servirmi da guida, vi sarò grato.» -- -- «Volontieri. -- Ascoltate! -- Mi par di udire il rumore dei cocchi. Stanno per entrare nella pista.» -- Ben Hur stette in ascolto un momento; poi riprese la presentazione interrotta al crocicchio innanzi ai templi: -- «Io sono figlio del duumviro Arrio -- e tu?» -- -- «Io mi chiamo Malluch, negoziante di Antiochia.» -- -- «Ebbene, buon Malluch; il corno, lo strepito delle ruote; la prospettiva di uno spettacolo hanno destato la mia curiosità. Ho qualche cognizione di quegli esercizî e non sono sconosciuto nelle palestre di Roma. Andiamo alla gara.» -- Malluch lo guardò stupito: -- «Il duumviro era Romano; pure vedo suo figlio vestito da Ebreo.» -- -- «L'illustre Arrio era mio padre adottivo.» -- spiegò Ben Hur. -- «Ah, comprendo! Perdonate.» -- Uscendo dalla foresta la quale formava come il bordo di una vasta radura si trovarono davanti a uno stadio. La pista era di terra compressa e bagnata, ed il tracciato n'era segnato da corde appese negligentemente fra lancie confitte nel suolo. Per gli spettatori si erano eretti dei -podia- riparati da fitte tende e forniti di sedili degradanti. Sopra uno di quei podia i due nuovi arrivati si sedettero. Ben Hur contò i cocchi mentre sfilavano -- erano nove. -- «Mi piacciono!» -- esclamò, -- «Credeva che qui in Oriente non si aspirasse oltre la biga, ma vedo che si è ambiziosi e che ci si esercita anche colle quadrighe. Osserviamoli bene!» -- Otto quadrighe passarono, alcune al trotto, altre al passo e tutte guidate in modo ineccepibile; la nona venne al galoppo ed al suo apparire Ben Hur non potè trattenere la propria ammirazione. -- «Sono stato nelle stalle dell'Imperatore, Malluch, ma, pel nostro padre Abramo, di benedetta memoria, non ho mai veduto cavalli più belli.» -- I quattro cavalli si trovavano proprio di fronte al podio dei due ebrei, quando, tutto ad un tratto, si scompigliarono. Un grido acuto partì da uno degli spettatori sul podio e Ben Hur vide un vecchio alzarsi a metà dal suo sedile, stringere i pugni, mandar lampi inferociti dagli occhi, mentre il tremolìo della lunga barba bianca tradiva l'agitazione di tutta la sua persona. -- Alcuni vicini incominciarono a ridere. -- «Dovrebbero rispettare almeno le sue canizie. Chi è costui?» -- chiese Ben Hur. -- «Un potente del deserto, dimorante oltre il Moab, proprietario di mandre di cammelli e di cavalli, e discendente, si afferma, dai cavalieri del primo Faraone -- lo sceicco Ilderim.» -- rispose Malluch. L'auriga frattanto faceva vani sforzi per domare i cavalli ed ogni tentativo esacerbava sempre più lo sceicco. -- «Che Abaddon se lo pigli!» -- urlò l'infuriato patriarca. «correte! volate, figli miei!» l'ordine veniva dato ad alcuni servi, appartenenti evidentemente alla sua tribù. «Ma non avete capito? Essi son figli del deserto come voi. Animo, afferrateli subito!» -- Frattanto lo scompiglio andava aumentando. -- «Maledetto romano!» -- continuò lo sceicco protendendo il pugno verso l'auriga. -- «Non mi ha egli giurato che saprebbe guidarli -- sì, giurato per tutti gli Dei bastardi del suo paese? Eh, dico, giù le mani! -- Mi ha assicurato ch'essi correrebbero colla velocità dell'aquila e colla docilità delle pecore! Ch'egli sia maledetto e con lui quella madre di menzogne di cui è figlio! Guardateli, che splendidi animali! Ch'egli si permetta di solo toccarli colla frusta e....» e le sue parole terminarono in un digrignar di denti. «Si metta alla loro testa, uno di voi, e parli con essi: una sola parola nel linguaggio del deserto basta ad acquetarli. Pazzo, pazzo che fui nell'affidarmi ad un romano!» -- Alcuni fra i più accorti del suo seguito si cacciarono fra lui ed i suoi cavalli mentre un violento colpo di tosse troncò la voce del vecchio. Ben Hur che credette di comprendere lo sceicco, si sentì attratto verso di lui -- più che l'orgoglio della proprietà più che il timore pel risultato della gara, scorgeva nel patriarca un'infinita tenerezza pei suoi cavalli. Erano tutti bai, senza una macchia, perfettamente accoppiati e di splendide proporzioni. Delicatissime le orecchie e piccole le teste; i musi larghi; le narici, quando s'arricciavano, mostravano la membrana di un rosso vivo fiammante; arcati i colli e fregiati d'una criniera così abbondante da coprirne le spalle ed il petto. Dalle ginocchia in giù le gambe erano sottili e diritte, ma, al disopra, esse si arrotondavano per lo sviluppo di forti muscoli, quali si richiedevano per sopportare la bella e complessa corporatura superiore: gli zoccoli splendevano come coppe di lucente agata; nell'impennarsi e nel ricalcitrare i nobili corsieri sferzavano l'aria e qualche volta la terra colle lunghe code. Lo sceicco li aveva chiamati splendidi, ed aveva detto bene. Un secondo e più attento esame dei cavalli rivelò a Ben Hur qual fosse la ragione dell'affetto del loro padrone per essi: erano cresciuti sotto i suoi occhi, oggetto delle sue cure durante il giorno, sogno delle sue notti, sotto i padiglioni nel deserto, quasi fratelli coi membri della sua famiglia, e da lui amati quali figli. Perchè essi gli offrissero campo di riportare una vittoria sull'odiato romano, quel vecchio li aveva condotti in città, non dubitando del loro successo purchè guidati da mano esperta; ma qui stava la difficoltà, poichè occorreva, oltre l'ordinaria esperienza, un intuito speciale, una corrente di intima simpatia fra l'auriga e le bestie. Alla calda natura dello sceicco non era possibile l'uniformarsi al costume dei freddi abitatori d'occidente, di protestare cioè senz'altro l'auriga e tranquillamente licenziarlo; come arabo e come sceicco gli era forza dar clamoroso sfogo al suo risentimento e riempir l'aria d'improperii. Prima ancora che il patriarca avesse vuotato il sacco d'ingiurie di cui era ben fornito, una dozzina di mani aveva afferrati i cavalli pel morso, e la quiete si era ristabilita. Nello stesso istante un nuovo cocchio comparve sulla pista presentando un aspetto diverso dagli altri in quanto che, cocchio, guidatore e corsieri, erano addobbati come nel giorno della gara finale. Per una ragione, che apparirà in seguito, fa d'uopo descrivere alquanto minutamente il nuovo arrivato. Il veicolo apparteneva alla classica e ormai nota categoria di bighe romane: Basse le ruote e unite da una sala larga, su cui poggiava un cassone aperto di dietro. Tale era il modello primitivo delle bighe: il genio artistico dei Greci e di Romani riuscì col tempo a dare al rozzo veicolo quella forma elegante, che raggiunse la sua più perfetta estrinsecazione, nella raffigurazione plastica del cocchio dell'Aurora. I guidatori antichi, non meno accorti ed ambiziosi dei moderni, solevano chiamare il loro più umile attacco una -biga- ed il più signorile un -quadriga-; con quest'ultima essi concorrevano alle solennità dei giuochi olimpici e ad altre gare sorte ad imitazione di quelle. Essi poi preferivano guidare i quattro cavalli allineati di fronte, e per distinguerli solevano chiamare i due immediatamente vicini al timone -cavalli da giogo- e gli altri -cavalli da tiro-. Era pure loro avviso che col lasciare la massima libertà d'azione si ottenesse la massima velocità, per cui i finimenti in uso erano d'una notevole semplicità; essi si riducevano infatti ad un collare, ad un tirante che teneva il collare alla cavezza, ed alle redini. Volendo attaccare i cavalli si assicurava un giogo di legno all'estremità del timone mediante cinghie passate entro appositi anelli. I tiranti dei cavalli da giogo venivano assicurati alla sala, quelli degli altri alla sporgenza superiore del telaio. In quanto alle redini esse venivano raccolte da un'anello all'estremità del timone, donde si partivano in forma di ventaglio in modo da terminare al morso di ogni cavallo. Il lettore potrà facilmente rilevare ulteriori particolari in proposito seguendo gl'incidenti che siamo sul punto di narrare. I primi competitori erano stati accolti in silenzio, ma il nuovo arrivato ebbe maggior fortuna. Il suo avanzarsi verso il podio dal quale noi assistiamo alla scena, fu salutato da clamorose acclamazioni che attirarono su di lui gli sguardi di tutti. I cavalli di mezzo erano neri, quelli ai lati bianchi come la neve. In conformità alle esigenze della moda romana, le loro code erano state tosate, mentre le mozze criniere erano divise in treccie fregiate di nastri rossi e gialli. Giunto ad un punto ove il cocchio si offriva tutto intiero alla vista degli spettatori sul podio, questi dovettero convenire che le grida d'ammirazione erano pienamente giustificate. Le ruote erano di meravigliosa costruzione: robuste fascie di bronzo brunito ne rinforzavano i perni leggerissimi; i raggi erano costituiti da zanne d'avorio montate colla loro naturale curvatura all'esterno, onde ottenere la maggior perfezione di concavità, considerata sin d'allora cosa importantissima; i cerchi erano d'ebano colla lastra esterna in bronzo; la sala, in armonia colle ruote, aveva alle estremità una testa di tigre, e, tutta la parte superiore del cocchio era di vimini dorati. L'arrivo di questo splendido equipaggio indusse Ben Hur a guardare con qualche interesse l'auriga. Chi era egli? Mentre facevasi questa domanda non poteva ancora vedergli il volto, e nemmeno l'intiera figura, eppure qualche cosa nel suo aspetto generale e nelle sue movenze non gli pareva nuovo. -- Chi poteva mai essere? I cavalli si avvicinavano al trotto. Dallo splendore dell'equipaggio e dal clamore ch'esso sollevava era lecito supporre si trattasse di qualche gran dignitario o di un principe illustre. La presenza di un magnate in quel posto non sarebbe stata in contraddizione alcuna con la sua condizione sociale: è noto come più tardi Nerone e Commodo guidassero i loro cocchi nel circo. Ben Hur si alzò e si fece strada fra la folla fino ad arrivare davanti alla cancellata che divideva il podio dalla pista. Il suo volto esprimeva serietà e i suoi movimenti tradivano l'impazienza. Il cocchio passò davanti al cancello: su di esso erano due persone; l'auriga e un compagno, il Mirtilo, come classicamente solevano chiamarli i gran signori appassionati per le corse; ma Ben Hur non aveva occhi che per il primo, ritto in piedi, colle redini avvolte attorno al corpo formoso, solo in parte coperto da una tunica di panno rosso-chiaro. Nella destra stringeva una frusta, nell'altra mano, leggermente sollevata e protesa, le quattro redini. Piena di grazia è di forza era la posa. Gli applausi non avevano la virtù di scuoterne l'impassibilità. Ben Hur provò una fitta al cuore; il suo istinto e la sua memoria non l'avevano ingannato -- -l'auriga era Messala!- La rara bellezza dei cavalli, la magnificenza del cocchio, l'atteggiamento altiero della persona, ma sopratutto la fredda espressione del volto, le fattezze marcate ed aquiline, caratteristiche della razza dominatrice, proclamavano a chiare note che il tempo non aveva in nulla modificato il carattere sprezzante, audace, cinico, ed ambizioso del giovanetto Romano. CAPITOLO VIII. Allorchè Ben Hur scese dai gradini del podio, un arabo sorse in piedi e disse ad alta voce a guisa di proclama: -- «Uomini d'oriente e d'occidente, statemi ad udire! -- Il buon sceicco Ilderim vi saluta. -- Con quattro corsieri, figli dei favoriti di Salomone il Sapiente, egli è venuto qui per gareggiare coi migliori campioni. Egli ha bisogno di un auriga; grandi ricchezze aspettano chi saprà guidare degnamente i suoi cavalli. Qui ed altrove, nella città e nei circhi, ovunque sogliono adunarsi i forti, fate nota questa sua offerta. Così vuole Ilderim, il generoso sceicco, mio signore.» -- L'invito sollevò un mormorio confuso nel popolo affollato sotto la tenda. Prima di sera quell'invito sarebbe stato diffuso in tutti i ritrovi frequentati dai dilettanti di giuochi olimpici e dai professionisti. Ben Hur sostò un momento guardando indeciso ora l'araldo ora lo sceicco, e Malluch credette ch'egli fosse sul punto d'accettare l'offerta. Fu pertanto con un senso di sollievo ch'egli lo vide invece rivolgersi a lui colla domanda: -- «Buon Malluch, ove andremo ora?» -- Rispose Malluch ridendo: -- «Se volete seguire l'esempio di tutti quelli che vengono qui per la prima volta andrete subito a farvi predire la vostra fortuna.» -- -- «La mia fortuna? Per quanto il suggerimento m'abbia un certo sapore d'infedeltà, andiamo pure dalla Dea.» -- -- «Adagio, adagio figlio d'Arrio: questi sacerdoti di Apollo non fanno le cose così. Invece di mettervi a contatto con una Pizia o con una Sibilla, essi vi vendono un papiro e v'invitano ad immergerlo nell'acqua d'una certa fontana, dopo di che potrete leggere in versi il vostro avvenire.» -- L'espressione di fugace curiosità che aveva animato il volto di Ben Hur scomparve. -- «Vi sono creature» -- osservò amaramente, -- «che non hanno bisogno di preoccuparsi del loro avvenire.» -- -- «Allora preferite visitare i templi?» -- -- «I templi sono Greci, nevvero?» -- «Li chiamano Greci.» -- -- «Gli Elleni erano in arte maestri del bello, ma nell'architettura essi sacrificarono la varietà alla rigidità della linea. I loro templi si rassomigliano tutti. Come chiamate la fontana?» -- -- «Castalia.» -- -- «Ah! la sua fama è universale. Andiamo colà.» -- Malluch il quale osservava il suo compagno lungo il cammino, s'accorse ch'egli s'era fatto mesto e distratto. Non guardava le persone che gli passavano vicino e mostravasi indifferente alle meraviglie che gli sorgevano d'intorno; camminava silenzioso, rannuvolato, a passo lento. Il fatto si è che la vista di Messala lo perseguitava evocando dolorose memorie. Gli pareva che sole poche ore fossero trascorse dacchè egli era stato strappato dalle braccia della madre ed i suggelli eran stati apposti alla casa paterna. Ripensava ai sogni di vendetta maturati durante i lunghi anni passati nella galera, e che avevano per oggetto principale appunto quel Messala. Poteva esservi misericordia per Grato, ma per Messala, mai! E per raffermarsi nella sua risoluzione egli soleva ripetere a sè stesso: -- «Chi ci additò ai persecutori? e, quando implorai soccorso, e non per me, chi mi abbandonò sogghignando?» -- Sempre il sogno terminava colle stessa terribile invocazione: -- «Il giorno ch'io m'imbatterò in lui, Dio dei miei padri, aiutami a compiere adeguata vendetta!» -- E l'incontro era prossimo, imminente. Forse s'egli avesse ritrovato Messala povero ed infelice, i suoi sentimenti sarebbero stati diversi; ma così non era. Lo ritrovava più prosperoso che mai, e più che mai insolente nella sua prosperità. Così avvenne che mentre Malluch lo credeva distratto egli stava invece pensando in qual modo avrebbe avuto luogo l'agognato incontro ed a quali mezzi egli ricorrerebbe per renderlo memorabile. Si diressero poco dopo verso un viale di quercie ove il pubblico andava e veniva in gruppi di pedoni di cavalieri, e di donne in lettighe portate da schiavi, e dove, di tempo in tempo, transitavano cocchi trascinati con velocità vertiginosa da focosi cavalli. All'estremità, del viale la strada, con lieve pendenza, scendeva fiancheggiata a destra da un'irta scarpa di roccia grigia, ed, a sinistra, da un vasto prato di singolare freschezza; qui si offriva alla vista dello spettatore la famosa Fontana di Castalia. Spintosi a forza di gomiti attraverso la folla, Ben Hur si trovò dinanzi ad un getto d'acqua, che, dalla sommità di una roccia, si versava in un bacino di marmo nero dove scompariva spumeggiante come in un imbuto. Presso al bacino, sotto un piccolo porticato scavato nel sasso, stava seduto un sacerdote vecchio, barbuto, grinzoso ed incappucciato, un vero tipo d'eremita. Dal contegno del pubblico sarebbe stato difficile l'indovinare quale fosse la principale attrattiva, per esso: se la fontana o il suo custode. Egli udiva, osservava ed era osservato, ma 1 - - « ? » - - . 2 3 - - « , , . ' 4 . . . . 5 . 6 , , ' 7 . , 8 , . 9 ' , 10 . 11 , . 12 , 13 . 14 ' , ' , 15 . , 16 , . 17 18 . 19 , ' 20 . , , 21 , , 22 ! , , . 23 24 . 25 . . 26 . 27 , ; ' 28 : . , , ! » - - 29 30 ' 31 . 32 33 - - « ? » - - 34 35 - - « » - - - - « 36 ! » - - 37 38 - - « , ! - - 39 ; , , 40 . , 41 ; , 42 , ' 43 . . 44 , : 45 ? » - - 46 47 . 48 . 49 50 - - « ; » 51 - - . - - « 52 , . , 53 . , 54 , . 55 ' ' . 56 57 58 . 59 . . 60 - - ' , ' 61 , . - - 62 ' , , 63 ' 64 . . ' 65 . 66 . , ' , 67 . 68 , 69 . 70 . , 71 . » - - 72 73 . 74 75 - - « , , ; 76 - - ' 77 . : - - 78 79 ' . 80 , 81 , ' , , 82 . 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