-- «In questo egli è Romano» -- approvò Arrio. -- «Non conosci la sua
storia?» --
-- «Neppure una parola.» --
Il tribuno rimase pensieroso alcuni istanti e si volse per tornare al
suo posto.
-- «Se io fossi sul ponte quando egli ritorna al lavoro» -- disse, --
«mandalo a me. Venga solo.» --
Due ore dopo Arrio si trovava sotto l'aplustre della galera, nella
condizione d'animo di chi, sentendosi trascinato rapidamente verso un
evento importante, non può far nulla fuorchè aspettare, condizione
d'animo in cui la filosofia investe l'uomo di quella calma ed
indifferenza di cui ha tanto bisogno. Il pilota teneva in mano le corde
che governavano le due ruote del timone, una a ciascun fianco della
nave. Alcuni marinai dormivano all'ombra che proiettava la vela, e
in alto, sopra l'antenna, vigilava una sentinella. Alzando gli occhi
dall'orologio a sole fisso sotto l'apalustre, che serviva a indirizzare
il corso della nave, Arrio vide avvicinarsi il rematore.
-- «Il capo ti chiama il nobile Arrio, e mi disse che tu hai chiesto di
me. Son venuto.» --
Arrio esaminò la figura, alta muscolosa, colorita dal sole e dal
sangue che tumultuava impetuoso nelle vene, la guardò con ammirazione,
pensando all'arena; ma il portamento e la voce non rimasero senza un
certo effetto. La voce rivelava una vita trascorsa in un ambiente
elevato e fine; gli occhi erano chiari ed aperti, più curiosi che
fieri, e allo sguardo sapiente, scrutatore, imperioso, del tribuno,
non's'abbassarono nè mostrarono alcun segno di vergogna, d'ira o di
minaccia. Come tacito riconoscimento dell impressione favorevole in lui
prodotta, il Romano parlò non come padrone a schiavo, ma come uomo più
vecchio ad uno più giovane.
-- «L'hortator mi dice che tu sei il suo miglior rematore.» --
-- «L'hortator è molto buono» -- rispose il forzato.
-- «Hai servito a lungo?» --
-- «Quasi tre anni.» --
-- «Ai remi?» --
-- «Non mi rammento un giorno di interruzione.» --
-- «La fatica è grande: pochi uomini la sopportano un anno senza
ammalarne, e tu... tu sei ancora un ragazzo!» --
-- «Il nobile Arrio dimentica che lo spirito aggiunge tenacia al corpo.
Col suo aiuto talora il debole vive là dove un forte perirebbe.» --
-- «Il tuo accento ti dice Ebreo.» --
-- «I miei avi furono Ebrei prima che Roma esistesse.» --
-- «L'ostinato orgoglio del tuo popolo non ti manca» -- disse Arrio,
osservando un lampo nell'occhio del rematore.
-- «L'orgoglio è più vivo quando è cinto di catene.» --
-- «E quale ragione hai d'essere orgoglioso?» --
-- «L'essere Ebreo.» --
Arrio sorrise.
-- «Non fui mai a Gerusalemme» -- disse; -- «ma ho sentito parlare dei
suoi principi. Ho conosciuto uno di essi. Era mercante e veleggiava sui
mari. Era degno di essere un Re. Di qual condizione sei tu?» --
-- «Devo risponderti dal banco della galera. Sono uno schiavo. Mio padre
era un principe di Gerusalemme, e quale mercante, veleggiava sui mari.
Era conosciuto e stimato nel palazzo del grande Augusto.» --
-- «Il suo nome?» --
-- «Ithamar, della casa di Hur.» --
Il tribuno alzò la mano in atto di stupore.
-- «Un figlio di Hur, tu?» --
Dopo una pausa, domandò:
-- «Qual delitto ti ha condotto qui?» --
Giuda lasciò cadere il capo sul petto che ansava come per schiantarsi.
Quando ebbe ripreso padronanza di sè, guardò in faccia il tribuno, e
rispose:
-- «Fui accusato di aver voluto assassinare Valerio Grato,
Procuratore.» --
-- «Tu! -- «esclamò Arrio, ancor più stupito e facendo un passo indietro.
-- «Tu quell'assassino! Tutta Roma parlò di quel fatto. La notizia
giunse alla mia nave sul fiume di Londra.» --
I due si guardarono in silenzio.
-- «Io credevo che la famiglia Hur fosse scomparsa dalla faccia della
terra,» -- riprese Arrio.
Un fiume di meste rimembranze attraversò il cuore del giovane,
abbattendo il suo orgoglio; lacrime gli scintillarono negli occhi.
-- «Madre! Madre! O piccola Tirzah! Dove sono? O tribuno, nobile
tribuno, se tu sai qualche cosa di loro -- giunse le mani in atto di
preghiera -- dimmi tutto, tutto. Dimmi se sono in vita, e dove, e in
qual condizione? Ti supplico, parla!» --
Si avvicinò ad Arrio, sino a toccargli il mantello.
-- «Oh! il terribile giorno di tre anni fa,» -- continuò -- «tre anni, o
tribuno, e ogni giorno tutta una intera vita di miseria -- una vita di
patimenti allietata da nessun raggio di speranza, da nessuna parola.
Oh, se, dimenticati, potessimo dimenticare! Se potessi obliare quella
scena: mia sorella strappata a me, l'ultimo sguardo di mia madre!
Io ho sentito l'alito della peste, e il cozzo di navi in battaglia;
ho udito l'uragano flagellare le onde, ed ho riso, riso mentre gli
altri pregavano: la morte era un dono invocato. Chino sul remo, nello
sforzo quotidiano delle braccia, tentavo di cancellare dalla mia
mente quei ricordi... Scusa, o tribuno. Poca cosa ti domando! Dimmi
almeno che sono morti, perchè felici non possono essere finchè sanno
che io sono perduto. Io ho udito la loro voce chiamarmi di notte;
li ho visti camminare sulle acque. O inestinguibile amore materno! E
Tirzah, innocente come un giglio, come il giovine ramo della palma,
così fresca, così graziosa, così bella! Era il sole della mia giornata.
La sua voce era una musica. E mia fu la mano che le trasse in rovina!
Io....» --
-- «Ammetti la tua colpa?» -- chiese Arrio severamente.
Un cambiamento improvviso avvenne in Ben Hur. La sua voce si fece
squillante; le mani si alzarono coi pugni serrati; ogni fibra trasalì;
gli occhi scintillarono.
-- «Tu hai udito parlare del Dio dei miei padri,» -- egli disse, --
«dell'infinito Jeova. Per la sua verità e onnipotenza, per l'affetto
con cui ha protetto Israele, io giuro che sono innocente!» --
Il tribuno era commosso.
-- «O nobile Romano!» -- continuò Ben Hur -- «dammi un po' di fede,
rischiara la densa oscurità ch'è scesa su di me!» --
Arrio camminò pensieroso sul ponte.
-- «Fosti condannato in giudizio?» -- chiese improvvisamente.
-- «No.» --
Il Romano alzò la mano, stupito.
-- «Nessun giudizio, nessun testimonio! Chi ti condannò?» --
Ricordiamo che il culto della giustizia presso i Romani fu fortissimo
appunto nel periodo della loro decadenza.
-- «Mi legarono, e mi trascinarono in una prigione della Torre. Non vidi
nessuno. Nessuno mi parlò. Il giorno dopo mi portarono sulla riva del
mare. Sono stato un galeotto da allora in poi.» --
-- «Che cosa avresti potuto provare in tua discolpa?» --
-- «Ero un ragazzo troppo giovane per esser cospiratore. Grato mi era
sconosciuto. Se io voleva assassinarlo, quello non era il momento o
il luogo. Cavalcava di pieno giorno in mezzo a una legione; la fuga
sarebbe stata impossibile. Io apparteneva ad una famiglia fedele
amica di Roma. Mio padre godeva l'affetto di Augusto. Eravamo ricchi,
e la rovina certa, per me, per mia madre e mia sorella. Finalmente
la legge, che per un figlio d'Israele è come l'aria per i polmoni,
mi avrebbe arrestato la mano, se avessi avuto tale intento. Non ero
pazzo. La morte era preferibile alla vergogna, e, credimi, lo è ancora
oggi.» --
-- «Chi era teco quando avvenne il fatto?» --
-- «Io mi trovava sul tetto del palazzo, il palazzo di mio padre.
Tirzah era con me, al mio fianco, tutta candore e gentilezza. Insieme
sporgemmo il capo sopra il parapetto per vedere passare la legione. Una
tegola scivolò sotto la mia mano e cadde sopra Grato. Credetti d'averlo
ucciso. Oh quale spavento fu il mio!» --
-- «Dov'era tua madre?» --
-- «Nella sua camera.» --
-- «Che avvenne di lei?» --
Ben Hur strinse i pugni e con voce strozzata rispose:
-- «Non so. La vidi trascinata via dai soldati e nulla ne seppi
più. Dalla casa cacciarono ogni creatura vivente, fino gli animali
domestici, e sigillarono le porte, con l'intento che essa non
ritornasse. Io pure chiesi di lei. Oh una sola parola! Essa almeno era
innocente. Io posso perdonare, ma.... ti chieggo scusa, nobile tribuno!
Uno schiavo come me non dovrebbe parlare di perdono o di vendetta. Sono
condannato al remo per tutta la vita!» --
Arrio aveva ascoltato con grande attenzione. Chiamò in aiuto la
sua grande esperienza in materia di schiavi. Se i sentimenti così
dimostrati erano falsi, il forzato era un istrione perfetto; d'altra
parte, se fossero veri, l'innocenza dell'Ebreo non era dubbia, e,
se innocente, quale terribile vendetta era stata presa di un atto
fortuito! Un'intera famiglia soppressa! Questo pensiero lo fece
raccapricciare.
La vita rozza e spesso sanguinosa del tribuno non aveva soffocato
le sue buone qualità morali. Poteva essere inesorabile quando il
suo dovere lo richiedeva, ma era anche giusto. E contro qualunque
ingiustizia l'animo suo si ribellava. Gli equipaggi delle navi in
cui aveva tenuto comando lo chiamavano il -buon tribuno-, ottima
definizione del suo carattere.
In questo caso molte circostanze militavano in favore del giovane.
Forse Arrio conosceva Valerio Grato senza amarlo; forse aveva
conosciuto il padre Hur. Giuda gli aveva fatta questa domanda, e, il
lettore se lo ricorderà, egli non aveva risposto.
Il tribuno si trovava in imbarazzo ed esitava. Il suo potere era
illimitato; era padrone del bastimento. La pietà e la giustizia insieme
lo spingevano a compiere un atto di doverosa riparazione. Ma, d'altra
parte, diceva fra sè, non c'era fretta, o piuttosto c'era fretta,
per arrivare a Citera; non si poteva privare la nave del suo miglior
rematore; poteva aspettare; apprendere qualche cosa d'altro; almeno
avrebbe voluto assicurarsi che fosse il principe Ben Hur. Di solito gli
schiavi erano bugiardi.
-- «Sta bene» -- disse finalmente. -- «Ritorna al tuo posto.» --
Ben Hur s'inchinò; levò gli occhi in faccia al suo padrone, ma non vi
lesse motivo di sperare, fece per andarsene, poi si voltò e disse:
-- «Se tu ti ricorderai ancora di me, o tribuno, pensa che io ti
pregai solo di una parola che mi rivelasse ove fossero mia madre, mia
sorella.» -- Poi continuò il suo cammino.
Arrio lo seguì con l'ammirazione negli occhi.
-- «-Per pol!-» -- pensò -- «Che corpo adatto per l'arena! Che corridore!
O Dei, che braccio per la spada ed il cesto! -- «Fermati,» -- soggiunse
ad alta voce.
Ben Hur si fermò, ed il tribuno gli si avvicinò.
-- «Se fossi libero, che cosa faresti?» --
-- «L'illustre Arrio si prende giuoco di me!» -- esclamò Giuda con le
labbra tremanti.
-- «No, per gli Dei, no!» --
-- «Allora risponderò con gioia. La mia vita avrebbe un solo scopo:
Cercare mia madre e Tirzah. Ogni giorno, ogni ora destinerei a questo
intento, finchè non le restituissi alla felicità. Le servirei come
uno schiavo. Molto hanno perduto; ma, per il Dio de' miei padri,
procaccerei loro il doppio!» --
Questa risposta non era attesa dal Romano. Per un istante smarrì la sua
presenza di spirito.
-- «Io parlava alla tua ambizione» -- disse -- «se tua madre e tua sorella
fossero morte o irreperibili, che cosa faresti?» --
Un pallore cinereo apparì sul volto di Ben Hur, e i suoi occhi vagavano
sul mare. Con uno sforzo vinse la momentanea debolezza e si volse al
tribuno.
-- «Che professinone seguirei?» -- chiese.
-- «Sì.» --
-- «Tribuno, ti parlerò apertamente. La prima notte di quella terribile
giornata di cui ti parlai, ottenni il permesso di diventar soldato.
Non ho mutato pensiero; e in tutto il mondo vi è una sola scuola di
guerra...» --
-- «La palestra!» -- esclamò Arrio.
-- «No; un campo romano.» --
-- «Ma prima devi impratichirti nel maneggio delle armi.» --
Un padrone non dovrebbe consigliare il suo schiavo.
Arrio si accorse dell'errore, e continuò con voce fredda:
-- «Ora va» -- disse. -- «E non fantasticare troppo su quanto è passato
fra noi. Forse non ho fatto che scherzare con te, oppure, se ci pensi»
-- continuò dopo una pausa -- «scegli fra la fama di un gladiatore e il
servizio militare. Il favore dell'imperatore potrebbe accompagnare la
prima, ma non c'è ricompensa per te nel secondo. Tu non sei romano.
Va!» --
Poco tempo dopo Ben Hur si trovava nuovamente sul suo banco.
La fatica è lieve se il cuore è leggiero. Il remo sembrò meno pesante a
Giuda. La speranza gli ferveva nel cuore. Le ultime parole del tribuno
-- «Forse non ho fatto che scherzare con te» -- erano dimenticate. Il
fatto rimaneva che egli era stato chiamato dal grand'uomo e richiesto
della sua storia. Questo era il pane di cui Giuda cibava il suo spirito
affamato. Qualche cosa di giocondo ne doveva nascere, e le sue labbra
mormorarono la preghiera:
-- «O Dio! Io sono un figlio di quell'Israele che tu hai tanto amato.
Aiutami, ti prego!» --
CAPITOLO IV.
Nella baia di Antimona, ad Oriente dell'isola di Citera, erano raccolte
le cento galere. Dopo aver occupato il primo giorno passandole in
rivista, il tribuno fece vela per Nasso, la maggiore delle Cicladi, a
mezza strada fra le coste della Grecia e quelle dell'Asia. Da questo
punto avrebbe potuto inseguire i pirati sia che rimanessero nell'Egeo o
si volgessero al Mediterraneo.
Mentre la flotta, in ordine di battaglia, muoveva verso all'isola,
fu vista una galera solitaria avvicinarsi da settentrione. Arrio le
andò incontro e dal capitano apprese quei particolari di cui aveva
sommamente bisogno.
I pirati appartenevano alle ultime rive dell'Eusino, e della palude
Meotide. Avevano fatto i loro preparativi con la massima segretezza,
cosicchè la prima notizia che si ebbe di loro fu quando passarono il
Bosforo e distrussero la flotta che vi stazionava. Di là all'Ellesponto
tutto quanto galleggiava sul mare divenne loro preda. La flotta era
composta di circa sessanta galere, quasi tutte triremi, ottimamente
armate ed equipaggiate. L'ammiraglio era Greco e Greci erano i piloti,
che si dicevano famigliari con tutti i mari d'oriente. Il bottino
era incalcolabile. Grande la paura che destavano non solo sul mare ma
nei porti. Le città sbarravano le loro porte e di notte armavano di
sentinelle le mura. Il commercio era quasi impedito.
-- «Dove si trovavano precisamente i pirati?» --
A questa domanda, la più vitale di tutte, Arrio ebbe questa risposta:
-- «Dopo aver saccheggiato Efestia sull'isola di Lemno il nemico aveva
costeggiato la Tessaglia, e, secondo le ultime notizie, era sparito nei
golfi fra l'Eubea e l'Ellade.
Allora la popolazione dell'isola raccolta sulle sommità dei colli, per
meglio assistere al raro spettacolo di cento navi procedenti in ordine
e di perfetto accordo, vide la prima divisione improvvisamente volgersi
a nord, seguita dalle altre, come squadroni di cavalleria moventi in
colonna. La notizia delle scorrerie dei pirati era giunta all'isola,
e nell'osservare le vele bianche che sparivano lentamente fra Nene e
Siro, i più pensierosi fra gli abitanti si rallegravano dello scampato
pericolo.
Ciò che Roma afferrava con la mano poderosa sapeva anche difendere: in
compenso delle tasse, dava ai popoli sicurezza e protezione.
Il tribuno era più che felice avendo appreso le mosse del nemico, e
ringraziò riverente la Fortuna. Essa gli aveva portate notizie certe
e rapide, e aveva condotto i nemici in una posizione dove la loro
sconfitta sarebbe stata più rapida e completa. Egli sapeva quanto danno
una sola galera poteva fare in un mare aperto come il Mediterraneo,
e quali erano le difficoltà di rintracciarla e punirla. Più facile
sarebbe stata la vittoria e maggiore il merito se avesse potuto d'un
colpo distruggere tutta la flotta dei corsari.
Se il lettore esamina una carta qualunque della Grecia e dell'Egeo,
vedrà che l'isola d'Eubea o Negroponte giace quasi parallela lungo
la classica costa dell'Ellade, come un baluardo avanzato contro
l'Asia, lasciando fra sè ed il continente un canale lungo centoventi
miglia e largo in media circa otto. Dall'imboccatura settentrionale
era passata la flotta di Serse, e da quella erano passati gli audaci
corsari dell'Eusino, attratti dalla ricchezza delle città lungo i
golfi Pelasgici e Meliei. Arrio pensava di trovarli non distanti
dalle Termopili, e decise di accerchiarli da nord e da sud. Il tempo
stringeva, e, abbandonando le frutta, i vini e le donne di Nasso, fece
spiegare immantinente le vele, spingendo le navi alla loro massima
velocità, finchè, sul far della sera, il monte Ocha apparve nero
sull'orizzonte e il pilota annunziò vicina la costa dell'Eubea.
Ad un segnale della nave ammiraglia la flotta si arrestò. Quando
il cammino fu ripreso, Arrio guidava una divisione di cinquanta
galere, con le quali entrò nello stretto, mentre, un'altra divisione,
composta di egual numero di navi, rivolse le prore al lato esterno
dell'isola, con l'ordine di costeggiarla e di penetrare nello stretto
dall'imboccatura settentrionale.
È vero che nessuna delle divisioni eguagliava il numero delle navi
nemiche, ma questo svantaggio era compensato da altre considerazioni,
non ultima fra le quali la superiorità che alla flotta romana davano
la disciplina e l'esperienza militare. Inoltre l'astuto tribuno aveva
calcolato, che, se per caso una delle due divisioni fosse sconfitta,
l'altra, trovando il nemico fiaccato e malconcio dopo la vittoria, ne
avrebbe avuto facilmente ragione.
Intanto Ben Hur continuava la sua vita di rematore. Il riposo nella
baia di Antimona gli aveva giovato e lavorava di buona lena. Il capo,
sulla piattaforma, era soddisfatto.
In generale gli uomini non sanno quanto conferisca al proprio benessere
l'esatta conoscenza di dove si trovano e di dove vanno. La sensazione
d'esser perduti è dolorosa; peggio ancora è quella di sentirsi spinti
ciecamente verso un punto ignoto.
L'abitudine non aveva a tal punto offuscati i sensi di Ben Hur da non
fargli provare questa sofferenza, e, chiuso nel suo carcere angusto,
lavorando talora per giorni e notti intere, gli veniva irresistibile
il desiderio di conoscere a quale meta ignota si dirigeva la nave; su
quali mari, vicina a quali terre si trovava. Ma ora questa curiosità
era acuita dalla speranza che il colloquio col tribuno aveva destato
nel suo petto. Tendeva l'orecchio ad ogni suono, quasicchè lo
scricchiolìo di ogni legno, il sibilo del vento fossero voci che gli
potessero parlare; guardava il graticcio sopra il suo capo e quel poco
di luce che gli era concessa, come attendendo una spiegazione; e più
volte era in procinto di cedere all'impulso di parlare al capo sulla
piattaforma, cosa che avrebbe altamente meravigliato quello stolido
funzionario.
Nel corso del suo lungo servizio, osservando i pochi raggi del sole
che penetravano fin sul pavimento della cabina, aveva imparato a
conoscere con una certa approssimazione la direzione in cui moveva la
nave. Questo avveniva soltanto nei giorni sereni come quelli che la
Fortuna largiva al tribuno, e l'esperimento non aveva fallito dopo la
partenza da Citera. Sapendo che si avvicinava alla sua patria, alla
Giudea, badava ad ogni deviazione dalla rotta, ed ebbe una vera fitta
al cuore quando s'accorse dell'improvvisa piega verso nord, avvenuta,
come abbiamo osservato, dopo la partenza da Nasso. La ragione del
cambiamento gli era ignota come lo era ai suoi compagni di schiavitù.
Solo una volta in tre anni era salito sul ponte e aveva veduto il mare,
e sappiamo quando. Egli non immaginava neppure che dietro alla nave che
egli aiutava a spingere veniva una grande flotta in perfetto ordine.
Quando cadde la notte, la direzione continuava ad esser la medesima.
Un profumo d'incenso penetrò dai boccaporti.
-- «Il tribuno è davanti all'altare» pensò. -- «Siamo dunque alla vigilia
di una battaglia?» --
Egli era stato in molte battaglie senza averne veduta una sola. Dal
suo banco ne aveva udito il clamore, finchè quei suoni erano diventati
famigliari alle sue orecchie come note di musica. Così pure aveva
imparato a conoscere molti dei preliminarii della battaglia, principale
fra questi, così pei Greci come pei Romani, il sacrifizio agli Dei. I
riti erano uguali a quelli che si celebravano all'inizio di un viaggio,
e, per lui, come abbiamo visto, erano sempre un indizio e un preavviso.
Una battaglia possedeva per lui e per gli altri forzati un interesse
affatto diverso che per i marinai e i soldati. Per quelli poteva
significare vittoria o sconfitta, per gli schiavi poteva arrecare
un mutamento nella loro condizione, forse la libertà, certamente un
miglioramento.
Quando le tenebre si fecero più dense furono accese le lanterne
sulle scale, e il tribuno discese dal ponte. Al suo comando i soldati
vestirono le loro armature, le macchine furono esaminate; giavellotti,
lancie, e freccie ammucchiati sopra il pavimento, insieme a vasi d'olio
infiammabile e pece, e a balle di cotone filamentoso.
Da ultimo Ben Hur vide il tribuno salire sopra la sua piattaforma e
indossare l'elmo e la corazza, segni indubbi che il combattimento era
vicino.
Ad ogni banco era fissa una catena pesante, e con queste l'hortator
cominciò ai assicurare i piedi dei rematori, obbligandoli così
all'obbedienza, e precludendo, in caso di disastro, ogni possibilità di
salvezza.
Un profondo silenzio si fece nella cabina, rotto dapprima solo dal
rumore dei remi giranti nei loro sostegni di cuoio. Ogni forzato
sentiva l'ignominia dell'atto, e Ben Hur più acutamente degli altri. Ad
ogni costo avrebbe voluto evitarlo. Il cigolare crescente delle catene
annunziava l'avvicinarsi del capo. Arriverebbe anche a lui; ma il
tribuno non sarebbe intervenuto in suo favore?
Questo pensiero, derivante da orgoglio o da egoismo, come il lettore
vorrà, si era impadronito violentemente di Ben Hur.
Egli credeva che il Romano sarebbe intervenuto; in ogni modo questa
circostanza avrebbe rivelato i sentimenti e le intenzioni di lui.
Se, intento com'era alla battaglia imminente, avesse pensato a Giuda,
sarebbe stato un indizio dell'opinione favorevole che s'era formato,
indizio ch'egli lo innalzava tacitamente sopra i suoi compagni, e un
tale indizio avrebbe giustificato ogni speranza.
Ben Hur aspettava con angoscia. L'intervallo sembrava un'eternità.
Ad ogni colpo di remo, guardava verso il tribuno, che, terminati i
preparativi, si era disteso sopra il suo letto a riposare; vedendo
la qual cosa il numero sessanta ebbe un impeto d'ira e giurò di non
voltarsi più da quella parte.
L'hortator si avvicinava. Era giunto al numero uno, e il cigolar delle
catene aveva un suono orribile. Finalmente era la volta del numero
sessanta! Calmo nella sua disperazione, Ben Hur arrestò il suo remo e
tese il piede all'ufficiale. In quella il tribuno si mosse, si alzò a
sedere, fece un cenno al capo.
Un impeto di gioia assalì l'Ebreo. Il grande uomo girò gli occhi sopra
di lui e disse alcune parole al capo. Egli non le intese, ma quando
tuffò nuovamente il suo remo nell'acqua tutta la nave gli sembrava
illuminata da una luce vivissima e nuova. La catena pendeva inerte
al suo fianco, e il capo, ritornando alla sua piattaforma cominciò a
battere il suo tavolo sonoro. I colpi del martello gli sembravano note
di musica. Col petto appoggiato all'impugnatura di piombo, spingeva
il remo con tutte le sue forze, finchè il legno si piegava quasi a
spezzarsi.
Il capo si avvicinò al tribuno e con un sorriso indicò il numero
sessanta.
-- «Che forza!» -- egli disse.
-- «E che animo!» -- il tribuno rispose. «-Per Pol!- Egli lavora meglio
senza i ferri. Non mettiglieli più.» --
Così dicendo si adagiò nuovamente sopra il suo letto.
La nave continuava ad avanzare, spinta dai soli remi, attraverso l'onde
appena increspate dal vento. Tutto l'equipaggio, tranne le sentinelle,
dormiva: Arrio nella sua cabina, i soldati sopra il pavimento.
Una volta, due volte, s'era fatto lo scambio dei rematori, ma Ben
Hur non poteva dormire. Tre anni di tenebre ed ora un filo di luce
finalmente! Naufrago già sbattuto dalle onde ed ora in vista di
un porto! Come un morto che si sveglia improvvisamente alla vita,
sentiva in sè tutto il fremito e i brividi della resurrezione. Non era
questo il momento di dormire. La speranza del futuro fa dimenticare
le suggestioni e gli impulsi che vengono dal presente e dal passato.
Partendo dal favore del tribuno, essa lo trascinava per vie fiorite
verso orizzonti di porpora e d'oro. Le sofferenze ricompensate;
restaurata la sua casa e la fortuna della famiglia; la madre e la
sorella strette nuovamente fra le sue braccia, -- queste erano le sue
idee su cui si imperniavano le sue splendide fantasticherie. Le visioni
che la speranza gli dettava, non erano amareggiate da alcun dubbio.
Esse esistevano veramente per lui, assumevano tutta la consistenza di
cose vere, riempiendo il suo petto di una gioia così profonda, così
perfetta, da non lasciare alcun posto a pensieri di vendetta. Messala,
Grato, Roma e tutte le tristi memorie che ad essi si connettevano,
erano spariti per lui, come cose morte, -- miasmi della terra sopra i
quali egli s'innalzava leggiero e sicuro, ascoltando il canto delle
stelle.
La profonda oscurità che precede l'alba avviluppava le acque e
l'Astraea continuava la sua rotta, quando una sentinella, scendendo
rapidamente dal ponte, si avvicinò ad Arrio e lo destò. Il tribuno
balzò in piedi, indossò l'elmo, la spada e lo scudo e andò dal capo dei
soldati.
-- «I pirati sono vicini. Affrettatevi!» -- egli disse, e, con passo
fermo e confidente, salì, per le scale, sul ponte.
CAPITOLO V.
Tutto l'equipaggio era desto e si preparava al combattimento. Gli
ufficiali erano al loro posto. I soldati avevano impugnate le armi
e munivano i baluardi, in doppia fila, come i legionarî. Casse di
giavellotti e faretre piene di freccie erano ammucchiate sul ponte.
Presso al boccaporto centrale erano disposti serbatoi d'olio, e
proiettili incandescenti, pronti ad essere lanciati sopra il nemico.
Altri fanali furono accesi; apprestate secchie d'acqua per servire in
caso d'incendio. I rematori di ricambio stavano schierati davanti al
capo ed erano custoditi da alcune guardie. Ben Hur, che fortunatamente
si trovava fra essi, tendeva l'orecchio al rumore degli ultimi
preparativi e vedeva i marinai che ammainavano le vele, spiegavano
le reti, caricavano le macchine, e appendevano gli scudi di cuoio ai
parapetti della nave. Quindi un profondo silenzio si fece sulla galera,
un silenzio pieno di incerta paura e di attesa.
Un ordine fu dato sul ponte e comunicato attraverso un boccaporto al
capo degli schiavi. I remi si arrestarono di colpo.
Che cosa significava ciò?
Ciascuno dei centoventi schiavi incatenati ai banchi si fece questa
domanda. Non erano animati da alcun sentimento di amor di patria,
da alcun senso d'onore o di dovere. Provavano soltanto il fremito
di uomini che una forza cieca e inesorabile spinge incontro ad un
pericolo. Il più ottuso di essi si fece questa domanda, ma nessuno
pensava a ciò che ne poteva derivare per loro. Incatenati ai banchi,
la vittoria non avrebbe che ribadito le loro catene; mentre, in caso di
disastro, incendiata o mandata a picco la nave, ne dividevano la sorte.
Ma Ben Hur pensava ad altro. Un suono come un tuffo di molti remi
nell'acqua intorno a lui, attirò la sua attenzione. L'-Astraea-
dondolava come in mezzo ad onde che si urtavano da parti opposte. Gli
balenò l'idea che una grande flotta fosse vicina, una grande flotta che
manovrasse, che si preparasse probabilmente all'attacco. Il sangue gli
bollì nelle vene a quel pensiero.
Un altro ordine fu dato sul ponte. I remi si tuffarono nell'acqua e la
nave riprese lentamente il suo cammino. Non un rumore si udiva a bordo,
non un rumore veniva dal mare, eppure ogni uomo nella cabina si preparò
istintivamente all'urto; la nave medesima sembrava averlo intuito e
rimaneva silenziosa.
Finalmente un sonoro e prolungato squillo di tromba sul ponte ruppe il
silenzio. Il capo abbassò il martello, e i rematori, chini sui remi,
raddoppiarono i loro sforzi. La nave si slanciò innanzi, tremando
come una creatura animata. Altre trombe si unirono al clamore, quali
a destra e a sinistra, quali di dietro; nessuna suonò davanti, donde
veniva solo un confuso tumulto di voci e di rumori. Vi fu una scossa
violenta. I rematori in piedi, dinanzi al capo, vacillarono; alcuni
caddero. La nave rinculò, riprese la spinta e si avventò con novello
impeto. Grida alte ed acute di uomini atterriti sorsero d'ogni parte
più forti degli squilli delle fanfare e del fracasso dello scontro.
Poi, sotto ai piedi, sotto la chiglia, Ben Hur sentì l'urto e il rumore
sordo di legname frantumato. I forzati si guardarono in viso. Un urlo
di trionfo sorse dal ponte -- la prua della nave Romana aveva vinto! Ma
chi erano gli infelici che il mare aveva inghiottito? Di qual paese, di
qual lingua erano essi?
Nessuna pausa, nessuna fermata. L'-Astraea- continuò la sua corsa.
Alcuni marinai discesero a precipizio le scale, tuffarono le balle di
cotone nei serbatoi d'olio e li passarono gocciolanti ai compagni sul
ponte. Il fuoco doveva aggiungersi ai terrori del combattimento.
In quella la galera si piegò improvvisamente sopra un fianco cosicchè
i rematori della parte opposta a stento poterono conservare il loro
equilibrio. Un altra volta risuonò l'urrà dei Romani. Una nave nemica,
afferrata dai ganci della grande gru girante sulla prua, veniva alzata
nell'aria per esser poi ripiombata nelle onde ed affondata.
Il clamore aumentava d'ogni lato. Di tanto in tanto altri scrosci
seguiti da urli di terrore narravano di altre navi mandate a picco con
tutto il loro equipaggio.
Ma il combattimento non era tutto favorevole ai Romani. Sovente un
soldato o un marinaio erano portati nella cabina e adagiati feriti,
talvolta moribondi, sul suolo.
Spesso nuvole di fumo e di vapore, appestate dall'odore di carne
abbruciata, si versavano attraverso i boccaporti, avvolgendo la cabina
in una densa oscurità, rotta soltanto dal bagliore di qualche fiamma
gialla.
Ansando e boccheggiando, Ben Hur sapeva che passavano attraverso
le vampe di una nave incendiata, che ardeva con tutti i rematori
incatenati ai loro posti.
Improvvisamente l'-Astraea- si arrestò. I remi balzarono dalle mani
dei forzati, ed essi medesimi furono rovesciati dai sedili. Sul ponte
risuonò il calpestìo furioso di molti piedi, e ai fianchi si udì lo
stritolìo di navi e il frantumarsi di remi. Gli schiavi, si gettarono
per terra o strisciarono in cerca di nascondigli. In mezzo a questo
panico un corpo umano fu lanciato a capofitto attraverso il boccaporto,
ai piedi di Ben Hur.
Egli vide un busto seminudo, una massa di capelli neri spioventi
sul viso, e, sotto, uno scudo di vimini e di cuoio: Un barbaro del
settentrione, cui la morte aveva tolto vendetta e bottino. Come era
venuto in questo luogo? Gli uncini ferrati lo avevano strappato
dal ponte nemico? No, l'-Astraea- era stata arrembata! I Romani
combattevano sul proprio ponte. Un brivido prese l'Ebreo. Forse Arrio
era assalito, lottava per la propria vita. Se fosse ucciso! Il Dio
d'Abramo non lo voglia! Che sarebbero divenute le speranze ed i sogni
vagheggiati? Madre, sorella, casa, patria, dovrebbe perderli di bel
nuovo? Il tumulto raddoppiò sopra il suo capo; nella cabina tutto era
confusione, i rematori paralizzati sui loro banchi, uomini correnti
qua e là all'impazzata; solo il capo, seduto davanti al suo tavolo,
aspettava impassibile un ordine del tribuno, esempio di quella mirabile
disciplina che aveva soggiogato il mondo.
L'esempio fece bene a Ben Hur. Si padroneggiò abbastanza per
riflettere. Onore e dovere costringevano il Romano al suo posto, ma
per lui queste ragioni non esistevano. Egli era uno schiavo e forse
questo era il momento di riacquistare la libertà. A che pro' il
sacrificio? Per lui il vivere era un dovere, non il morire. La sua vita
apparteneva ai suoi cari. Essi gli apparirono davanti alla fantasia
accesa, palpitanti in carne ed ossa, con le mani tese verso di lui.
Egli li salverebbe. Si mosse, fece due passi, si arrestò: ahimè! Una
condanna romana lo costringeva al suo destino. Mentre essa perdurava,
la fuga era inutile. In tutto il mondo non v'era un cantuccio in cui
egli potesse dirsi sicuro, in cui non lo avrebbe raggiunto la vendetta
di Roma! Inoltre egli aveva bisogno della libertà concessa secondo
tutte le formalità della legge, per poter girare senza molestia la
Giudea e rintracciare la madre. O Dio! Quanto aveva sperato e pregato
per una tale liberazione! Finalmente era apparsa vicina stando alle
parole del buon tribuno. E se quel benefattore venisse ucciso? I morti
non ritornavano a mantenere le promesse dei vivi. No. Arrio non doveva
morire. Meglio, in ogni caso, perire con lui che continuare la vita di
forzato.
Un'altra volta Ben Hur girò gli occhi intorno a sè. Sul tetto della
cabina la mischia continuava; i fianchi della galera urtavano ancora
con quelli della nave nemica. Sui banchi gli schiavi si agitavano,
cercando di strappare le loro catene, e tornando vani i loro sforzi,
urlavano come pazzi. Le guardie erano salite sopra coperta; la
disciplina aveva ceduto il posto al panico. No, il capo sedeva ancora
al suo posto, calmo, impassibile, senz'altra arma che il suo martello,
col quale invano cercava di richiamare all'ordine gli schiavi. Ben Hur
gli rivolse un ultimo sguardo, poi si mosse, non per fuggire, ma per
cercare il tribuno.
In due salti si trovò a mezzo della scala e potè vedere alla sfuggita
un lembo di cielo infocato, alcune navi vicine, il mare coperto di
rottami, il combattimento sulla nave fervente intorno al quartiere
del pilota, dove un pugno di Romani si difendeva contro gran numero
di assalitori. Quindi, improvvisamente, il terreno gli mancò sotto i
piedi, ed egli fu balzato indietro con violenza. Il pavimento della
cabina gli sembrò alzarsi e sfasciarsi; poi in un batter d'occhio tutta
la parte posteriore dello scafo si divise in due, e sprofondò in mezzo
a un tumulto di onde e di spume, nel mare, che avidamente si rinchiuse
sopra di esso, trascinandola seco come una paglia.
Non possiamo affermare che il giovane Ebreo avesse contribuito
attivamente alla sua salvezza. La sua forza straordinaria e le
indescrivibili risorse che la natura tiene in riserbo per momenti
di estremo pericolo a nulla gli valsero in quella oscurità, in quel
vortice di acqua e di rottami. Lo stesso atto di trattenere il respiro
fu un atto meramente istintivo.
Il flusso dell'acqua lo aveva cacciato indietro nella cabina, dove
sarebbe morto annegato se non ne fosse stato rigettato per il riflusso
seguente. Nell'affondarsi, la enorme massa lo vomitò da uno dei
boccaporti e gli permise di riguadagnare la superficie.
Il tempo che aveva passato sott'acqua gli era sembrato un'eternità.
Con la bocca spalancata respirò a pieni polmoni l'aria vivificatrice,
e gocciolando acqua dai capelli e dagli occhi, si arrampicò sopra una
trave che galleggiava dappresso.
La morte lo aveva seguito con avide mani sott'acqua. La morte sotto
mille aspetti lo insidiava alla superficie.
Sul mare giaceva una gran nube di fumo, dalla quale tratto tratto
apparivano dei punti luminosi, che egli riconobbe per navi incendiate.
La battaglia continuava tuttavia, non si sapeva con quale fortuna.
Di tanto in tanto qualche nave gli passava vicino come un'ombra
gigantesca. Attraverso la nebbia si udivano scrosci e frastuoni di navi
cozzanti.
Ma un altro pericolo più immediato attrasse la sua attenzione.
Quando l'-Astraea- si era sfasciata, il combattimento fra assalitori
e assaliti ferveva sopra il suo ponte, il quale era sprofondato
insieme con le altre parti della nave. Molti di questi combattenti
erano ritornati a galla e avevan ripreso la lotta, servendosi degli
appoggi precarî di assi, travi e pezzi d'alberatura. Stretti insieme
in abbraccio mortale, si contorcevano disperatamente, si assalivano
con spade e giavellotti, sbattuti tutto il tempo dalle onde agitate,
trascinati ora in una ora in un'altra direzione da correnti opposte
e da vortici, ora all'oscuro, ora illuminati dalla luce macabra delle
navi incencendiate.
Ben Hur non aveva nulla a che vedere con quella lotta, e si sforzò di
allontanarsi al più presto possibile.
In quella udì il rumore di remi in ritmico movimento e vide una galera
avvicinarsi rapidamente. La prora maestosa sembrava doppiamente alta, e
la luce rossa che la illuminava le dava l'apparenza di un drago o di un
mostro marino. Sotto di essa il mare saliva spumeggiante.
Cacciando la trave innanzi a sè, cercò di portarsi in salvo. Il tempo
stringeva, ogni istante era prezioso. In quel momento, a portata della
sua mano vide uscire dall'acqua un elmo dorato, poi due mani con le
dita tese, mani larghe e forti che cercavano di aggrapparsi alla sua
trave. Ben Hur si ritrasse atterrito. Un'altra volta l'elmo si sollevò,
poi due braccia si agitarono violentemente. La testa si rovesciò sulle
spalle esponendo il volto alla luce. La bocca spalancata, gli occhi
aperti, esterrefatti, la pelle divenuta di un pallore cinereo, da
moribondo; una visione orribile! Ma Ben Hur diede un grido di gioia a
quella vista, e, prima che l'uomo si sprofondasse per la terza volta,
l'afferrò per la catena che assicurava l'elmo sotto il mento, e lo tirò
verso la trave.
Quell'uomo era Arrio, il tribuno.
Per un istante l'acqua si alzò spumeggiante intorno ad essi,
avvolgendoli come in un vortice, durante il qual tempo Ben Hur ebbe
molta difficoltà per aggrapparsi alla trave e allo stesso tempo
sostenere il corpo del Romano. La galera era passata, e i suoi remi
avevan quasi sfiorato i due naufraghi. Dritta in mezzo ai corpi
galleggianti dei combattenti era passata, lasciando dietro di sè una
scìa che le vampe vicine tingevano di rosso, come la coda fiammeggiante
di un serpente. Si udì un fracasso a cui tenne dietro un grido
altissimo, disperato. Ben Hur provò un sentimento di gioia selvaggia;
l'-Astraea- era vendicata.
La battaglia si andava allontanando. La resistenza s'era mutata in
fuga. Ma chi erano i vincitori? Ben Hur comprendeva che la sua libertà
e la vita del tribuno dipendevano dalla risposta. Adagiò il Romano
sulla trave e aspettò. L'alba veniva lentamente. Egli ne seguiva il
sorgere con una grande speranza, ma anche con timore. Che cosa gli
avrebbe essa portato? Se i pirati avessero vinto, la vita del Romano
era perduta.
Finalmente la luce sorse in tutta la sua potenza. A sinistra vide la
terra, ma troppo lontana per potervi arrivare a nuoto. Qua e là sul
mare altri naufraghi come lui galleggiavano aggrappati a rottami. In
alcuni punti masse nere e fumanti ingombravano il verde delle acque. A
destra, molti cubiti distanti, una galera giaceva sopra il suo fianco,
la vela a brandelli, i remi inerti. Più lontano potevasi scorgere
delle piccole macchie che si movevano, forse navi che fuggivano o che
s'inseguivano, forse uccelli marini dalle ali bianche.
Un'ora passò in questo modo e la sua angoscia crebbe. Se il soccorso
tardava, Arrio poteva morire. Qualche volta sembrava già morto
nella sua fredda immobilità. Gli tolse l'elmo dal capo, e con grande
difficoltà gli sciolse anche la corazza. Il cuore batteva leggermente.
Questo segno aumentò le speranze di Ben Hur, che, più fiducioso, si
dispose all'attesa.
CAPITOLO VI.
Il riaversi dallo stato di quasi annegamento è un processo più lungo e
più doloroso che non l'annegare medesimo, e Ben Hur provò un intensa
gioia quando Arrio fu finalmente in grado di articolare qualche
parola. Dopo le prime domande intorno al luogo dove si trovava e come
era stato salvato, il pensiero del tribuno corse subito all'esito
della battaglia. Il dubbio intorno alla battaglia stimolava la sua
intelligenza e contribuì a ristabilirlo in forze come pure l'obbligato
riposo a cui lo astringeva la breve superficie della trave. Fra poco
potè parlare continuamente.
-- «La nostra salvezza dipende dall'esito della battaglia. Io riconosco
ciò che tu hai fatto per me. Tu mi hai salvato la vita a prezzo della
tua. Io lo risconosco pienamente, e, qualunque cosa avvenga, abbi i
miei ringraziamenti. Se la fortuna mi favorisce io farò per te tutto
ciò che un Romano autorevole e potente può fare per dimostrare la sua
gratitudine. Tuttavia non è ancor detto che con tutta la tua buona
volontà tu mi abbia reso un servigio; anzi facendo appello al tuo buon
volere» -- egli esitò -- «debbo chiederti un favore. Tu devi promettermi,
nel caso che avvenga un certo evento, di compiere per me il più
grande favore che un uomo può rendere a un altr'uomo. Dammi la tua
parola.» --
-- «Se il favore che mi chiedi è cosa lecita, lo farò» -- disse Ben Hur.
Arrio riposò nuovamente.
-- «Sei tu davvero un figlio di Hur, l'Israelita?» -- chiese poi.
-- «Lo sono, come ti dissi.» --
-- «Io conobbi tuo padre.» --
Giuda s'avvicinò al tribuno la cui voce si affievoliva. Si avvicinò
ascoltando con attenzione. Forse stava per aver notizie di casa.
-- «Lo conobbi e lo amai» -- continuò Arrio.
Vi fu un'altra pausa, durante la quale i pensieri del tribuno volarono
altrove.
-- «È impossibile» -- proseguì -- «che tu, suo figlio, non abbia udito
parlare di Catone e di Bruto. Essi furono grandi uomini, massime nella
loro morte. Morendo essi lasciarono questa legge: che un Romano non
deve sopravvivere alla sua buona fortuna. Mi ascolti?» --
-- «Intendo.» --
-- «I gentiluomini Romani usano portare un anello. Ne tengo uno al mio
dito. Prendilo.» --
Tese la mano verso Giuda che eseguì il suo ordine.
-- «Ora metti l'anello al tuo dito.» --
Ben Hur obbedì.
-- «Quel gioiello ha un valore» -- disse Arrio. -- «Io posseggo terre
e denaro. Sono un uomo ricco anche secondo i concetti Romani. Non ho
famiglia. Mostra l'anello al mio liberto, che amministra i miei beni
durante la mia assenza; lo troverai in una villa a Miseno. Digli come
ti pervenne, e domandagli quello che vuoi; egli non rifiuterà. Se
io vivo farò di più. Ti renderò la libertà, ti restituerò alla tua
famiglia; oppure potrai scegliere la professione che più ti aggrada. Mi
intendi?» --
-- «Ti ascolto.» --
-- «Allora giura. Per gli Dei...» --
-- «No, tribuno, io sono Ebreo.» --
-- «Per il tuo Dio, allora, o secondo la formola più sacra della tua
fede, giura che tu farai ciò che io dico. Dammi la tua parola.» --
-- «Nobile Arrio, la tua voce mi ammonisce che tu stai per chiedermi
cosa di grave momento. Esponi dapprima il tuo desiderio.» --
-- «Prometterai?» --
-- «Non lo posso prima di sapere ciò che vuoi, e... Benedetto sia il Dio
dei miei padri! Ecco una nave!» --
-- «Da qual direzione?» --
-- «Dal Nord.» --
-- «Puoi riconoscere la sua nazionalità da qualche segno
esteriore?» --
-- «No. Ho servito ai remi.» --
-- «Porta una bandiera?» --
-- «Non ne vedo.» --
Arrio rimase silenzioso qualche tempo, pensando.
-- «Continua la sua rotta verso di noi?» -- chiese finalmente.
-- «Sì.» --
-- «Guarda se vedi la bandiera.» --
-- «Non ne ha.» --
-- «Nessun altro segno?» --
-- «Ha la vela spiegata, ha tre ordini di remi, e corre con grande
velocità. Non vedo altro.» --
-- «Una nave Romana dopo una vittoria sarebbe coronata di molte
bandiere. Deve essere una galera nemica. Ascoltami» -- disse Arrio,
abbassando ancor più la voce.
-- «Ascoltami, finchè posso ancora parlare. Se la galera appartiene
ai corsari, la tua vita è salva; forse non ti renderanno la libertà;
forse ti porranno ancora al remo, ma non ti uccideranno. D'altra parte
io....» --
Il tribuno esitò.
-- «-Per Pol!-» -- continuò risolutamente. -- «Io sono troppo vecchio per
sopportare il disonore. Devi dire a Roma che Quinto Arrio, andò a picco
colla sua nave, in mezzo ai nemici, come si conveniva a un tribuno
Romano. Questo devi dire. Se la galera si rivela una nave corsara,
spingimi giù dalla trave e lasciami annegare. Mi intendi? Giurami che
lo farai.» --
-- «Io non voglio giurare,» -- disse Giuda con fermezza -- «e non farò
una tale azione. La legge, che governa noi figli d'Israele me lo vieta.
Riprendi il tuo anello, o tribuno» -- disse togliendosi il sigillo dal
dito -- «riprendi il tuo anello e tutte le tue promesse. Il giudizio
che mi condannò al remo per tutta la vita mi fece schiavo; ma io non
sono uno schiavo, e neppure tuo liberto. Sono un figlio d'Israele,
e, in questo momento almeno, libero e padrone di me. Riprendi il tuo
anello.» --
Arrio non rispose.
-- «Non vuoi?» -- continuò Giuda. -- «Non per collera, o per stizza,
intendi, ma per liberarmi da un'obbligazione che mi pesa, io donerò il
tuo regalo al mare. Guarda, o tribuno!» --
E gettò l'anello nell'acqua. Arrio udì il tonfo, ma non alzò gli occhi.
-- «Tu hai commesso una sciocchezza» -- egli disse. -- «Pensa alla tua
condizione. Io non dipendo da te per morire. La vita è un filo tenue
che posso spezzare anche senza il tuo aiuto; e se lo faccio, che
avverrà di te? Chi vuol morire, preferisce che la morte gli venga
data da altri, perchè, come Platone ci insegna, l'anima si ribella
al pensiero del suicidio. Se quella nave appartiene ai pirati, io
abbandonerò il mondo. Ho deciso. Sono Romano, e, per me, la fortuna
e l'onore sono tutto. Ma io avrei voluto giovarti. Quell'anello era
l'unica prova della mia volontà. Tu l'hai buttato via. Ora siamo
perduti entrambi. Io morirò col rammarico della vittoria e della
gloria strappate; tu vivrai col rimorso di aver rigettato un dono
della fortuna che ti avrebbe permesso il compimento de' tuoi doveri. Ti
compatisco.» --
Ben Hur vide più chiaramente di prima le conseguenze della sua azione,
ma non esitò.
-- «In tre anni della mia servitù, o tribuno, tu fosti il primo a
rivolgermi uno sguardo gentile. No, no! Ce ne fu un altro.» -- La sua
voce si abbassò, si fece dolcissima; gli occhi gli si inumidirono, e
vide come se la avesse dinanzi, il volto del giovanetto che gli aveva
offerto da bere alla fonte di Nazareth. -- «Almeno -- egli proseguì --
tu fosti il primo che mi chiedesti il mio nome; e quando ti afferrai
svenuto e quasi annegato, quantunque pensassi ai molti modi in cui
potresti essermi utile, la mia azione non fu interamente interessata,
credimi.
Di più; i disegni che Dio manifesta devono esser attuati solo con mezzi
onesti.
Sulla mia coscienza, preferirei morire con te che ucciderti. La mia
risoluzione è ferma al pari della tua, e se tu mi offrissi tutta Roma,
o tribuno, e fosse in tuo potere il donarmela, io non ti ucciderei.
I tuoi Catoni e i tuoi Bruti sono piccoli fanciulli a petto del
Legislatore Ebreo, a cui dobbiamo obbedienza.» --
-- «Ma la mia preghiera. Hai tu...» --
-- «Il tuo comando avrebbe avuto maggior peso, e neppur quello, mi
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