adornarono le sommità delle loro case di padiglioni di marmo e di oro.
L'ultimo portato di questo lusso stravagante furono i giardini pensili
di Babilonia.
Il giovane attraversò lentamente in tutta la sua lunghezza il tetto e
si avvicinò ad una torre costruita sull'angolo nord-est del palazzo.
Se fosse stato un forestiero avrebbe gettato uno sguardo sull'edificio
e avrebbe veduto, per quanto l'ombra crepuscolare lo permetteva, un
ammasso oscuro di pietre, con finestre a pilastri e graticci, terminato
da una cupola. Egli, rapido, entrò passando invece sotto una cortina
mezzo rialzata. Nell'interno regnava l'oscurità, tranne che ai quattro
lati ove erano delle aperture arcuate attraverso le quali appariva il
cielo illuminato di stelle. In uno dei vani, appoggiata ad un cuscino
del divano, appariva la figura di una donna, confusamente, attraverso
bianchi drappeggiamenti. Al suono dei suoi passi, il ventaglio che
ella teneva in mano cessò di agitarsi, luccicando là dove i raggi delle
stelle si rifrangevano nelle gemme di cui era tempestato. La donna si
alzò a sedere e chiese:
-- «Giuda, mio figlio, sei tu?» --
-- «Sono io, madre,» -- egli rispose, accelerando il passo. Si avvicinò,
e si inginocchiò dinanzi a lei, mentr'essa lo cinse con le sue braccia
e lo strinse al petto colmandolo di baci.
CAPITOLO IV.
La madre riprese la sua comoda posizione, sopra il cuscino, mentre
il figlio prese posto sul divano, appoggiandole il capo sul grembo.
Entrambi, guardando fuori attraverso la finestra, potevano vedere
un mare di tetti più bassi: più lontano, verso occidente, le cime
nereggianti dei monti, e il cielo, brulicante di stelle. La città era
tranquilla. Non si udiva che il fruscìo del vento.
-- «Amrah mi dice che t'è successo qualche cosa di grave» -- essa
cominciò, accarezzando le sue guancie. -- «Quando il mio Giuda era
bambino, io lasciava che piccole cose lo infastidissero, ma ora egli è
un uomo. Egli non deve dimenticare» -- la sua voce si fece molto dolce --
«che un giorno egli dovrà essere il mio eroe.» --
Essa parlava un idioma quasi caduto in disuso nel paese, ma che alcuni
pochi, ricchi di cuore come di beni, conservavano nella sua purezza
per distinguersi ancora meglio dai Pagani, -- l'idioma in cui Rebecca e
Rachele cantarono a Beniamino.
Queste parole sembrarono render il giovane pensieroso, ma, dopo qualche
istante, egli prese la mano con cui essa gli faceva vento, e disse
-- «Oggi, o madre, ho dovuto riflettere su molte cose che prima non
avevano rattristata la mia mente. Dimmi, anzitutto, che cosa dovrò
diventare un giorno?» --
-- «Non te l'ho già detto? Devi diventare il mio eroe.» --
Egli non poteva scorgere il volto di lei, ma sapeva che essa scherzava.
Divenne ancora più serio.
-- «Tu sei molto buona, molto cara, o madre. Nessuno ti amerà più di
me.» --
Le baciò e ribaciò più volte la mano.
-- «Io credo di intendere perchè cerchi di evitare la mia domanda,» --
continuò. -- «Fin'ora la mia vita ti ha appartenuto. Come dolce, come
soave è stato il tuo impero su di me! Io vorrei che durasse in eterno.
Ma ciò non deve essere. È volontà del Signore che un giorno io divenga
padrone di me stesso; sarà un giorno di separazione, e quindi un giorno
crudele per te. Siamo serî e coraggiosi. Io sarò il tuo eroe, ma tu
devi indicarmi il cammino per divenirlo. Tu conosci la legge: -- «Ogni
figlio di Israele deve avere una occupazione.» -- Io non sono esente
dalla legge, e domando ora: Devo occuparmi degli armenti, o coltivare
i campi, o segar legna, o diventare dottore od avvocato? Che cosa devo
essere? Cara, buona mamma, aiutami a rispondere.» --
-- «Gamaliele ti ha forse tenuto un discorso,» -- essa osservò,
pensierosa.
-- «Se è così, io non lo intesi.» --
-- «Allora sei andato a passeggio con Simeone, il quale, mi dicono,
eredita l'ingegno della sua famiglia.» --
-- «No, io non l'ho veduto. Io sono stato sul Mercato e non nel Tempio.
Ho fatto visita al giovane Messala.» --
Un certo cambiamento nella sua voce, attirò l'attenzione della madre.
Un presentimento affrettò i battiti del suo cuore; il ventaglio si
arrestò di nuovo.
-- «Messala? E che cosa potè egli dirti per turbarti così?» --
-- «Egli è molto mutato.» --
-- «Vuoi dire che è ritornato Romano.» --
-- «Sì.» --
-- «Romano!» -- essa continuò, quasi fra sè. -- «Per tutto il mondo,
questo significa tiranno! Quanto tempo è rimasto assente?» --
-- «Cinque anni.» --
Essa alzò il capo e guardò lontano, nella notte.
-- «I costumi della Via Sacra vanno bene nella strade dell'Egiziano e
in Babilonia; ma in Gerusalemme, nella nostra Gerusalemme, impera il
Patto.» --
E assorta in questo pensiero, ricadde indietro sui cuscini. Egli fu il
primo a parlare.
-- «Ciò che disse Messala fu abbastanza mordace in sè; ma, se
aggiungi il modo in cui si espresse, alcuni dei suoi detti furono
intollerabili.» --
-- «Credo di intenderti. Roma, i suoi poeti, i suoi oratori, i suoi
senatori, i suoi cortigiani, sono pazzi per l'affettazione di ciò che
essi chiamano satira...» --
-- «Io suppongo che tutti i grandi popoli siano orgogliosi,» -- egli
proseguì, senza badare all'interruzione; -- «ma l'orgoglio di quel
popolo è diverso da ogni altro. In questi ultimi tempi è cresciuto a
tal misura che appena ne sfuggono gli Dei.» --
-- «Gli Dei ne sfuggono!» -- riprese la madre. -- «Più d'un Romano
ha accettato l'adorazione dei suoi simili come un suo diritto
divino.» --
-- «Messala ha sempre avute le sue qualità cattive. Quando era bambino
io l'ho visto schernire stranieri che persino Erode riceveva con
onori: ma almeno risparmiava la Giudea. Per la prima volta, quest'oggi,
scherzò sui nostri costumi e su Dio. Come tu mi avresti imposto, io mi
sono separato per sempre da lui. Ed ora, o mia cara madre, io vorrei
sapere con maggiore certezza se vi è qualche giusto fondamento nel
disprezzo del Romano. In che sono io il suo inferiore? Siamo forse un
popolo più vile? Perchè dovrei io, anche al cospetto di Cesare, provare
la paura dello schiavo? Dimmi specialmente perchè, se io ho un'anima, e
così credo, non posso andare alla conquista degli onori di questo mondo
ovunque essi siano? Perchè non posso brandire la spada e combattere in
guerra? Poeta, perchè non potrò cantare tutti i temi? Io potrò lavorare
il metallo, potrò essere guardiano di armenti, mercante, e perchè non
anche artista come i Greci? Dimmi, o mia madre, e questo è il riassunto
dei miei dolori, -- perchè non potrà un figlio di Israele fare tutto ciò
che può un Romano?» --
Il lettore rintraccierà l'origine di queste domande al colloquio
sulla Piazza del Mercato; la madre, ascoltandolo con l'attenzione di
tutte le sue facoltà, da indizî che sarebbero sfuggiti ad un uditore
più indifferente, dalle connessioni del soggetto, dallo scopo delle
domande, forse dall'accento stesso e dal tono della sua voce, non fu
meno rapida nel balzare alla medesima illazione. Essa si alzò diritta e
con voce rapida e penetrante come quella del figlio, rispose:
-- «Vedo, vedo! -- Per le amicizie della sua infanzia Messala era quasi
un Ebreo; se fosse rimasto fra noi si sarebbe, forse, convertito,
tanto possono, su di noi, le influenze che maturan la nostra vita.
Ma gli anni passati in Roma hanno prevalso. Io non mi meraviglio del
mutamento: pure, -- la sua voce si abbassò -- avrebbe potuto trattare
più benignamente almeno te. È un indole dura e crudele quella che può
dimenticare i primi affetti di gioventù!» --
Con la mano gli sfiorò leggermente la fronte, le dita si impigliarono
nei capelli di lui, e indugiarono amorevolmente in essi, mentre
gli occhi fissavano le stelle più alte e più splendenti. Fra il suo
orgoglio e quello del figlio passava una corrente di perfetta simpatia.
Voleva rispondergli; nello stesso tempo non avrebbe voluto per nulla al
mondo che la risposta non lo accontentasse, nè fargli una confessione
di inferiorità che avrebbe potuto fiaccare il suo spirito per tutta la
vita. Esitò, temendo di affidarsi alle proprie forze.
-- «Ciò che tu proponi, o mio Giuda, non è argomento che possa esser
trattato degnamente da una donna. Lascia che sospendiamo il discorso
sino a domani, e ci consiglieremo col saggio Simeone....» --
-- «Non mandarmi dal Rabbino,» -- egli disse seccamente.
-- «Lo farò venire da noi.» --
-- «No, io cerco qualche cosa di più di una semplice informazione. Egli
potrebbe darmela forse meglio di te, o madre, ma tu puoi darmi ciò che
egli non può -- la risolutezza che è l'anima della nostra anima.» --
Mentre i suoi occhi vagavano pel firmamento, ella cercò di comprendere
tutto il significato di quelle domande.
-- «Abbi coraggio, o mio figlio. Messala discende da una stirpe
illustre. La sua famiglia si distinse attraverso a molte generazioni.
Nei giorni della Roma repubblicana -- quanti anni fa non so -- i suoi
antenati erano famosi per virtù civili e militari.
Io mi ricordo di un solo console di quel nome; ma la sua famiglia
era fra quelle dei senatori e la protezione ne era ricercata come
quella di uomini influenti e ricchi. Ma se oggi il tuo amico si
vantò dei suoi avi, avresti potuto ridurlo al silenzio enumerando i
tuoi. Se egli parlò delle età attraverso le quali si possono seguire
il suo lignaggio, le gesta, la potenza, la ricchezza, della sua
famiglia, -- e queste allusioni, tranne nel caso che grandi ragioni lo
richieggano, sono indizî d'un'anima piccina -- avresti potuto sfidarlo
al paragone.» --
Dopo una breve pausa, in cui raccolse i pensieri, la madre proseguì:
-- «Una delle idee prevalenti in questa età è l'importanza data alla
nobiltà delle stirpi e delle famiglie. Un Romano che vanti per questo
la sua superiorità sopra un figlio di Israele sarà sempre sconfitto.
La sua origine data dalla fondazione di Roma; i più illustri fra di
essi non possono ripeterla ad un tempo più remoto; alcuni pretendono di
farlo ma non possono convalidare il loro asserto con altre prove, che
col riferirsi alla tradizione. Messala in ogni modo non lo potrebbe.
Veniamo a noi. Noi lo potremmo?» --
Se un poco più di luce vi fosse stata nella stanza si sarebbe visto
l'orgoglio imporporare le gote della donna e scintillarle negli occhi.
-- «Immaginiamo che il Romano ci sfidasse, io potrei rispondergli senza
millanteria e senza paura.» --
La sua voce esitò; una mesta ricordanza mutò la forma del suo discorso.
-- «Tuo padre, o mio Giuda, dorme in pace coi padri suoi; ma io mi
rammento, come se fosse jeri, il giorno in cui, lui ed io, accompagnati
da molti amici festanti, ci recammo al Tempio, alla presenza del
Signore. Sacrificammo le colombe, e, al sacerdote, diedi il tuo nome
che egli scrisse davanti a me: «Giuda, figlio di Iamar, della Casa dei
Hur.» Questo nome fu poi ricopiato nel registro messo a parte per gli
atti della santa famiglia.[1]
[1] In questi giorni fu scoperta presso Babilonia un'iscrizione
ebraica col nome di -Ur-, compagno di Giosuè. (-N. d. T.-)
Io non so quando ebbe principio questa costumanza della registrazione.
So che era già in uso prima della fuga dall'Egitto. Hillele afferma
che Abramo fece fare questi annali per proprio conto col suo nome e i
nomi de' suoi figli, mosso dalla promessa del Signore che separò lui
e la sua stirpe da tutte le altre razze, e la creò la prima, la più
grande, l'eletta della terra. Il patto con Giacobbe, diceva la stessa
cosa. «Nella tua semenza tutte le nazioni del mondo saranno benedette».
Così disse l'Angelo ad Abramo: «E la terra su cui giaci, io la dono
a te ed alla tua semenza.» Così parlò il Signore istesso a Giacobbe
addormentato a Bethel sulla strada di Haran. Più tardi uomini saggi
cominciarono a pensare ad una giusta partizione della terra promessa,
e, affinchè fosse conosciuto chi in quel giorno avesse diritto ad una
porzione, fu iniziato il Libro delle Generazioni. -- Il beneficato
avrebbe potuto essere il più umile della famiglia eletta, perchè
il Signore Iddio non conosce distinzioni di rango e di ricchezza.
Così, affinchè la verità apparisse chiara agli uomini che dovevano
esser testimoni al grande avvenimento, ed essi potessero attribuirne
la gloria a chi spettava, si richiese la tenuta degli annali con
scrupolosa esattezza. Furono così tenuti?» --
Il ventaglio si agitò in silenzio qualche minuto, finchè egli
impazientito, ripetè la domanda della madre: -- «Gli annali sono
perfettamente esatti?» --
-- «Hillele disse che lo sono, e di quanti si occuparono dell'argomento
egli è il meglio edotto. Il nostro popolo fu spesso negligente di
alcune parti della legge, ma mai di questa. Il buon Rabbino ha egli
stesso studiato il Libro delle Generazioni attraverso tre periodi,
dalla promessa sino all'apertura del Tempio, sino alla cattività e sino
ai giorni nostri. Solo una volta furono interrotti gli annali, e questo
avvenne verso la fine del secondo periodo. Ma quando la nazione ritornò
dal lungo esiglio, quale primo dovere verso Dio, Zerubbabele ristaurò
i Libri, permettendoci nuovamente di seguire la discendenza delle
famiglie Ebree per duemil'anni. Ed ora....» --
Si arrestò un istante, come per agevolare al suo ascoltatore la
comprensione di quanto aveva detto.
-- «Ed ora che cosa diviene il superbo vanto del Romano? per questo
paragone i figli d'Israele che vegliano sugli armenti sul monte
Rephaim, laggiù, sono più nobili del più illustre dei Marcii.» --
-- «Ed io, madre? che dicono i Libri di me?» --
-- «Ciò che io ho detto sin'ora aveva relazione colla tua domanda. Io ti
risponderò. Se Messala fosse presente, egli potrebbe dire, come altri
han detto, che la traccia del tuo lignaggio si smarrisce quando gli
Assiri presero Gerusalemme, e distrussero il Tempio, con tutti i suoi
cimelii preziosi. Ma tu potresti opporgli il pio lavoro di Zerubbabele,
e rispondere, in verità, che la genealogia Romana terminò quando i
barbari d'occidente entrarono in Roma e si accamparono, sei mesi,
nelle sue vie desolate. Il Governo teneva forse gli annali gentilizî?
Se fu così che avvenne di essi in quei giorni funesti? No, no; la
verità parla, alla fondazione del Tempio, e indietro, fino, alla marcia
dall'Egitto, onde abbiamo l'assoluta certezza che tu discendi in linea
diretta da Hur, compagno di Giosuè. In quanto agli antenati, il tuo
onore non è dunque grande? Desideri di indagare più oltre? Prendi la
-Torah- ed apri il Libro dei Numeri, e settantadue generazioni dopo
Adamo troverai il capostipite della tua casa.» --
Il silenzio regnò per qualche tempo, nella stanza sopra il tetto.
-- «Io ti ringrazio, o madre» -- disse Giuda stringendo le mani di lei
nelle sue -- «io ti ringrazio di tutto cuore. Avevo ragione di non
chiamare il buon Rabbino; egli non avrebbe potuto soddisfarmi come tu
lo hai fatto. Ma, per nobilitare veramente una famiglia, basta il solo
tempo?» --
-- «Ah, tu dimentichi, tu dimentichi! Le nostre pretese non poggiano
unicamente sul tempo; il favore del Signore è la nostra gloria
precipua.» --
-- «Tu parli della razza, ed io, madre, della famiglia, della nostra
famiglia. Negli anni dopo Abramo che cosa ha operato, che cosa ha
conseguito? Quali sono le grandi gesta che la innalzano sopra il
livello de' suoi pari?» --
Essa esitò, pensando che forse si era tutto questo tempo ingannata
sul conto suo. I ragguagli che egli cercava potevano avere uno scopo
ulteriore, che non la soddisfazione dell'orgoglio offeso. La gioventù
non è che un guscio dipinto in cui risiede quella meraviglia che è lo
spirito dell'uomo il quale non aspetta che una certa età per far pompa
di sè, più precoce negli uni che negli altri. Essa tremava pensando che
questo poteva essere il momento decisivo della vita di Giuda; che, come
i bambini appena nati tendono le loro mani inesperte ad afferrare le
ombre e piangendo, così l'anima sua, ancora cieca, brancolava in cerca
del suo ignoto avvenire. Quelli a cui un giovane viene chiedendo: «Chi
sono io e che cosa devo essere?» hanno bisogno di usare di tutta la
loro prudenza. Ogni parola della loro risposta potrà essere, nella vita
futura, ciò che l'impronta delle dita dell'artefice è per la creta che
egli sta modellando.
-- «Io provo il sentimento, o mio Giuda» -- ella disse, accarezzandogli
il capo con la mano che egli aveva stretta fra le sue -- «io provo il
sentimento di chi lotta contro un avversario ancora sconosciuto. Se
Messala è il tuo nemico, dimmi tutto quanto ti ha detto.» --
CAPITOLO V.
Il giovane Israelita raccontò il suo colloquio con Messala, fermandosi
specialmente sulle espressioni di scherno usate da costui contro gli
Ebrei, i loro costumi e la loro vita.
Temendo di parlare, la madre ascoltò in silenzio. Giuda si era recato
in Piazza del Mercato attratto dall'affetto per un suo compagno
d'infanzia che egli credeva di trovare quale era cinque anni prima,
quando egli era partito: aveva all'opposto incontrato un uomo, che
invece di ricordargli le risa ed i trastulli passati, gli aveva
parlato del futuro, gli aveva fatto balenare alla mente la gloria dei
conquistatori, le loro ricchezze, la loro potenza, e il visitatore
era tornato a casa ferito nell'orgoglio, ma animato da una naturale
ambizione; la madre, gelosa, lo intuì, e non sapendo quale piega
potessero prendere le aspirazioni del figlio, s'intimorì subito.
Se ella lo avesse distolto dalla fede dei suoi padri? Agli occhi
di lei questa conseguenza apparve più terribile di tutte le altre.
Non scorgeva che un solo mezzo per evitarla, e si accinse a questo
compito con tutte le forze della sua intelligenza, acuite a tal punto
dall'affetto, che, il suo dire, diventò quasi maschile nella foga, e, a
momenti, assunse quasi l'ispirazione di un poeta.
-- «Non v'è mai stato un popolo» -- cominciò -- «che non si sia creduto
almeno pari a qualunque altro; mai una grande nazione che non si sia
creduta massima fra tutte. Quando il Romano, guarda dall'alto in basso
Israele non fa che ripetere la follìa dell'Egizio, dell'Assiro, del
Macedone; e siccome Dio è dalla nostra parte, il risultato è sempre il
medesimo.» --
La sua voce divenne più sicura.
-- «Non vi è una legge che determini la superiorità dei popoli; quindi
vana è la pretesa e inutili sono le dispute. Un popolo sorge; percorre
il suo cammino, e muore o di morte naturale o per insidia di un altro
che gli succede nella sua potenza, occupa il suo posto, e sopra i suoi
monumenti scrive nomi nuovi; tale è la storia. Se dovessi esprimere
simbolicamente Dio e l'uomo nella forma più semplice, io traccerei una
linea retta ed un cerchio; e della linea direi: -- «Questo è Dio, perchè
egli solo procede diritto in eterno; e del cerchio: Questo è l'uomo:
tale è il suo cammino.» -- Io non intendo dire che non vi sia differenza
fra la vita delle singole nazioni; non ve ne sono due che abbian vite
compagne. Tuttavia la differenza non consiste, come alcuni sostengono,
nell'ampiezza del cerchio che descrivono o nello spazio di terra che
coprono, ma dall'altezza della sfera ove si compie il loro ambito, le
più alte sfere essendo le più vicine a Dio.
Se ci fermassimo qui, o mio figlio, abbandoneremmo il tema della nostra
conversazione senza averlo trattato. Continuiamo. Vi sono dei segni coi
quali si misura l'altezza del cerchio che compie ogni nazione del quale
dirò solo che è base a questi, paragoniamo l'Ebreo col Romano. La vita
quotidiana del popolo è il più semplice di tali segni del quale dirò
solo che Israele ha dunque talora dimenticato Dio, mentre il Romano non
lo ha mai conosciuto; il paragone dunque non regge.
Il tuo amico, -- il tuo amico d'una volta, -- ci rimproverò -- se bene
intesi, -- la mancanza di poeti, artisti e guerrieri; col che volle
significare che noi non abbiamo avuto grandi uomini, un altro dei
segni di cui parlo. Per comprendere bene questa accusa è necessario
premettere una definizione. Un grande uomo, o mio figlio, è uno che
nella sua vita dimostra di esser stato protetto, se non chiamato da
Dio. Il Signore adoperò un Persiano per punire i nostri padri apostati,
riducendoli in cattività; un altro Persiano fu eletto per ricondurre i
loro figli in Terra Santa; più grande di entrambi, però, fu il Macedone
per opera del quale fu vendicata la devastazione della Giudea e la
rovina del Tempio. Lo speciale merito di questi uomini fu che ciascuno
di loro fu scelto dal Signore per eseguire un disegno divino; nè scema
la loro gloria pel fatto che furono pagani. Tieni presente questa
definizione mentre procedo.
Vi è un'opinione, secondo la quale la guerra costituisce la più nobile
occupazione dell'uomo, e che antepone la gloria dei campi di battaglia
a tutte le altre. Non ti inganni questa comune opinione del mondo.
È una legge che finchè vi sia qualche cosa che non intendiamo, noi
dobbiamo adorarla. La preghiera del barbaro è un urlo di paura di
fronte alla forza, la sola qualità divina che egli arriva chiaramente
a concepire; d'onde la sua fede negli eroi. Che cosa è Giove se non
un eroe Romano? La grande gloria dei Greci è d'aver posto pei primi
l'Intelligenza sopra la Forza. In Atene l'oratore e il filosofo furono
più venerati del guerriero. L'auriga e il corridore veloce sono ancora
gli idoli dell'arena, ma le corone di semprevivi sono riserbate al
più dolce cantore. Sette città si contesero l'onore di aver dato i
natali ad un poeta. Ma l'Elleno non fu il primo a negare la vecchia
fede barbarica. No, mio figlio; quella gloria è nostra: Dio si rivelò
ai nostri padri; nella nostra religione l'urlo della paura ha ceduto
il posto all'Osanna e al Salmo. Così l'Ebreo ed il Greco, alla testa
dell'umanità, l'avrebbero condotta sempre più in alto ed avanti. Ma,
ahimè! L'ordinamento del mondo poggia sulla guerra come sopra una
condizione eterna. Perciò, sopra l'Intelligenza, e sopra Dio, il Romano
ha innalzato il suo Cesare, la concentrazione di tutta la potenza
conseguibile, la negazione di ogni altra grandezza.
L'impero dei Greci fu la primavera dell'ingegno. Quale schiera di
pensatori l'Intelletto produceva in cambio della libertà che godeva!
Ogni cosa ottima aveva la sua gloria, e in ogni cosa regnava una
perfezione così assoluta che in tutto, tranne in guerra, il Romano,
ha piegato la testa, e si è abbassato all'imitazione. Un Greco è ora
il modello degli oratori nel Foro; ascolta, e in ogni canzone Romana
intenderai il ritmo del Greco; se un Romano parla saggiamente di
morale, di astrazioni, o di misteri della natura, o è un plagiario, o
un discepolo di qualche scuola che ebbe un Greco a suo fondatore. In
null'altro che nella guerra, lo ripeto, Roma può accampare pretese di
originalità. I suoi giuochi e i suoi spettacoli sono invenzioni greche
rese più feroci col sangue per appagare la ferocia della plebaglia;
la sua religione, se così si può chiamare, è un centone a cui hanno
contribuito le fedi di tutti i popoli; i suoi Dei più venerati sono
quelli dell'Olimpo, -- lo stesso Marte, lo stesso Giove che vantano
tanto. Così avviene, o mio figlio, che solo in tutto il mondo il nostro
Israele può lottare con la superiorità del Greco, e contendergli la
palma dell'originalità dell'Intelletto.
L'egoismo del Romano è cieco, impenetrabile come la sua corazza,
davanti alle buone qualità degli altri popoli. Oh, predoni spietati!
Sotto l'urto dei loro talloni la terra trema come il grano battuto
dalla grandine!
Noi siamo caduti insieme agli altri, -- ahi, ch'io debba dirtelo,
figliuol mio! -- Essi si sono impadroniti delle nostre cariche più
eccelse, occupano i luoghi più sacri, e chi ne prevede la fine? Ma,
questo io so, -- potranno ridurre la Giudea come una mandorla frantumata
dai martelli, e divorare Gerusalemme, che ne è l'olio e la dolcezza;
ma la gloria degli uomini di Israele rimarrà come un faro nei cieli,
inarrivabile alle loro mani; perchè la nostra storia è la storia di
Dio, che scrisse con le nostre mani, parlò con le nostre lingue, fonte
suprema egli medesimo di tutto il bene che fu nostro; che visse con
noi, legislatore sul Sinai, guida nel deserto, in guerra duce, Re nel
governo; che nei momenti di dubbio sollevò le tende del padiglione
lucente in cui dimora, e, come uomo che parli ad uomini, ci indicò il
giusto e retto cammino della vita, e con solenni promesse ci avvinse
a Lui con patti eterni. O mio figlio, può darsi che coloro con cui
Jeova dimorò, terribile famigliare, non abbiano nulla appreso da Lui?
Che nella loro vita e nelle loro azioni le comuni qualità degli uomini
non siano state conservate in qualche modo e colorite dall'influenza
divina? che il loro genio, anche dopo tanto lasso di secoli, non
ritenga in sè qualche scintilla celeste?» --
Per qualche tempo il silenzio della stanza non fu rotto che dal fruscìo
del ventaglio.
-- «Nell'arte scultoria e della pittura,» -- proseguì -- «Israele non ha
avuto cultori.» --
La confessione era fatta con rammarico, perchè dobbiamo ricordare
che essa apparteneva alla setta dei Sadduei, la fede dei quali, a
differenza di quella dei Farisei, permetteva l'amore per il bello
in tutte le sue forme e manifestazioni, indipendentemente dalle sue
origini.
-- «Pure, chi non vuol condannarci ingiustamente,» continuò, «non
deve dimenticare che l'abilità delle nostre dita fu contenuta dal
divieto: «Tu non farai per te alcuna figura scolpita, o la immagine
di chicchessia,» il che i Sopherim malvagiamente estesero oltre lo
spirito della disposizione. E neppure dobbiamo dimenticare che molto
tempo prima che Dedalo apparisse nell'Attica e con le sue immagini di
legno trasformasse la scoltura in modo da rendere possibili le scuole
di Corinto e di Egina e i trionfi del Pecile e del Campidoglio, molto
tempo prima di Dedalo, dico, due Israeliti, Bezaleel ed Aholiab, i
mastri-artefici del primo tabernacolo, rinomati per la loro perizia
in tutti i rami dell'arte, foggiarono i cherubini che troneggiavano
sopra l'arca. D'oro battuto, non cesellato, erano fatte quelle statue,
divine insieme ed umane nell'aspetto. «Ed esse stenderanno le loro ali
dall'alto.... e i loro volti si guarderanno....» Chi nega che fossero
bellissime? o che non fossero le prime statue?» --
-- «Ora comprendo perchè i Greci ci hanno sorpassato,» -- disse Giuda,
con profondo interesse.» -- E l'Arca? Maledetti siano i Babilonesi che
l'hanno distrutta!» --
-- «Non dir così, Giuda; sii credente. Non fu distrutta, solo andò
perduta, nascosta troppo bene in qualche caverna nei monti. Un
giorno, -- Hillele e Sciammai lo assicurano entrambi, -- un giorno,
quando il Signore vorrà, sarà trovata, ed Israele danzerà davanti
ad essa, cantando come nei tempi andati. E quelli che allora
guarderanno in volto i cherubini d'oro, quantunque si siano già beati
dell'aspetto della marmorea Minerva, saranno pronti a baciare la mano
dell'Ebreo, per amore del suo genio sopito pel corso di tante migliaia
d'anni.» --
La madre, trasportata da varie passioni, aveva parlato con la foga e la
veemenza di un oratore; ed ora, per riposarsi, e ricuperare il filo dei
suoi pensieri, fece una breve pausa.
-- «Tu sei tanto buona, o mia madre,» -- egli disse con riconoscenza,
-- «che non mi stancherò mai di ripetertelo. Nè Sciammai, nè Hillele
avrebbero potuto parlar meglio. Io sono ritornato un vero figlio di
Israele.» --
-- «Adulatore!» -- esclamò. Tu non sai che io non ho fatto che ripetere
gli argomenti che intesi esporre da Hillele in una conversazione che
egli ebbe in mia presenza con un sofista di Roma.» --
-- «Ma almeno la foga della parola era tua.» --
Essa riprese:
-- «Dove eravamo? Ah sì! Rivendicavo ai nostri padri Ebrei la gloria
di aver costruito le prime statue. Ma l'abilità dello scultore, o
mio Giuda, non esaurisce l'arte, come l'arte non è che una parziale
estrinsecazione della grandezza.
Io m'immagino la processione dei grandi uomini discendere la scalea
dei secoli, divisi in gruppi a seconda delle nazionalità. Qui gli
Indiani, là gli Egizii, più in là gli Assiri. Li accompagna il suono di
fanfare; stendardi sventolano sopra i loro capi. A destra e sinistra,
spettatrici riverenti, stanno le innumere generazioni. Mentre avanzano,
mi par d'intendere il Greco esclamare: -- «Largo! Alla testa di tutti
vengono gli Elleni!» -- E il Romano protesta: -- «Silenzio! il posto
che fu tuo ora è mio; vi abbiamo lasciato indietro come la polvere che
calcammo sotto i piedi!» --
E durante tutto questo tempo, dalla coda della processione al principio
di essa, perdentesi nel lontano futuro, splende una luce sconosciuta
al cuore dei contendenti, ma che li guida e li spinge eternamente: la
luce della Rivelazione. E chi sono i lampadofori? Ah, il vecchio sangue
Giudeo! Come esso brulica e fermenta al solo pensarvi! Per questa luce
vi riconosciamo, o tre volte benedetti, padri della nostra stirpe,
servi del Signore, custodi dei patti! Voi siete i duci dell'umanità,
morta e vivente. Vostra è l'avanguardia: e quand'anche ogni Romano
fosse per Cesare, non la perderete!» --
Giuda era profondamente commosso.
-- «Non arrestarti, ti prego. Io odo la musica dei tamburelli. Attendo
Miriam e le donne che seguirono il suo canto e la sua danza!» --
Essa rientrò in perfetta padronanza di sè e con prontezza di spirito
seppe approfittare della commozione del giovine.
-- «Sta bene, mio figlio. Se tu senti il tamburello della profetessa,
puoi fare ciò che ti domando. Immagina di trovarti con me al ciglio
della strada per cui passano gli eletti di Israele alla testa della
processione. Ecco che avanzano, -- prima i patriarchi, poi i padri
della tribù. Mi par quasi d'intendere il tinnire dei sonagli dei loro
cammelli e il muggito degli armenti. Chi è quegli che cammina da solo
fra le schiere? Un vegliardo, ma dallo sguardo limpido, dall'andatura
franca. Egli vide il Signore faccia a faccia! Guerriero, poeta,
oratore, legislatore, profeta, la sua grandezza è come quella del
sole in sul mattino, che col suo splendore offusca tutte le altre
faci, anche quella del primo e più illustre dei Cesari. Dopo di lui i
giudici. Quindi i Re, -- il figlio di Jesse, l'eroe nei combattimenti,
il cantore di carmi imperituri come la -canzone del mare-; e suo
figlio, che, avanzando tutti gli altri principi in ricchezza e
sapienza, e mutando il deserto in fertili campi e floride città, non si
dimenticavano di questa Gerusalemme che il Signore elesse per sua sede
terrena. Piega il capo, mio figlio! Questi che vengono sono i primi e
gli ultimi della loro razza.
I loro visi sono rivolti in alto, quasi intendessero una voce dal Cielo
e stessero in ascolto. La loro vita fu piena di afflizioni. Le loro
vesti esalano il tanfo della tomba e della caverna.
Una donna parla fra di essi. -- «Esaltate la gloria del Signore, perchè
suo è il trionfo!» -- China la fronte nella polvere davanti a loro!
I principi impallidirono al loro appressarsi, le nazioni tremarono al
suono della loro voce e gli elementi divennero loro docili servitori e
flessibili stromenti. Nelle loro mani recavano ogni bene ed ogni male.
Vedi il Tisbita e il suo servitore Elia! Vedi il mesto figliuolo di
Hilkiah, e lui, il Reggente di Chebar! E dei tre figli di Giuda che
ripudiarono l'immagine del Babilonese, vedi Colui, che, alla cena dei
mille capitani, confuse gli astrologhi! E più in là, -- o mio figlio,
bacia nuovamente la polvere! -- Ecco il cortese figlio di Amoz, dalle
cui labbra uscì la promessa del Messia venturo!» --
Mentre parlava, il ventaglio si agitava violentemente; adesso si
arrestò, ed ella, abbassando la voce:
-- «Tu sei stanco,» -- disse.
-- «No» -- egli rispose. -- «Stavo ascoltando una nuova canzone di
Israele.» --
La madre, desiderosa di raggiungere il suo intento, lasciò cadere, come
se le tornasse inosservato, il complimento.
-- «Come meglio ho potuto, o Giuda, ho fatto passare innanzi ai tuoi
occhi i grandi uomini della nostra nazione, -- patriarchi, legislatori,
guerrieri, poeti, reggenti. Ora veniamo a Roma. A Mosè contrapponi
Cesare; a Davide, Tarquinio; Silla ai Maccabei; ai migliori fra
i consoli i giudici; ad Augusto, Salomone, e avrai finito; il
paragone cessa a questo punto. Ma pensa ai profeti -- grandi fra i
grandi!» --
Rise sdegnosamente.
-- «Scusami. Mi venne in mente quell'indovino, che ammonì Caio Giulio
contro gli Idi di Marzo, ed ebbe il presagio cercando nelle viscere
dei polli gli auspicî che il suo padrone sprezzava. Pensa invece ad
Elia seduto sulla vetta della collina che fronteggia la strada di
Samaria, in mezzo ai corpi fumanti di capitani e soldati, nell'atto
d'ammonire il figlio di Ahab, predicendogli l'ira di Dio. Finalmente,
o mio Giuda, se un tale paragone è lecito -- come giudicheremo Jeova e
Giove se non dagli atti dei loro fedeli? Quanto al tuo avvenire, mio
figlio...» --
La sua voce ebbe un tremito e le parole uscivano, a stento, dalle sue
labbra:
-- Quanto al tuo avvenire, mio figlio, servi Iddio, il Signore Iddio
d'Israele, non Roma. Per un figlio di Abramo non vi ha gloria se non
sul cammino di Dio....» --
-- «Potrò dunque andare soldato?» -- chiese Giuda.
-- «Perchè no? Mosè non chiamò il Signore: «Dio delle armi?» --
Seguì un lungo silenzio.
-- «Hai il mio permesso, -- «essa disse finalmente» -- purchè tu serva il
Signore, e non Cesare.» --
Egli fu soddisfatto della condizione impostagli, e, dopo un poco, si
addormentò. Allora essa si alzò, gli mise un cuscino sotto la testa, e,
copertolo con uno scialle, lo baciò teneramente, ed uscì.
CAPITOLO VI.
L'uomo probo, come il malvagio, deve morire; ma sicuri nei dettami
della nostra fede, noi diciamo di lui: -- «Non importa, aprirà gli occhi
in Cielo.» -- Affine a questo risveglio è in questa vita il destarsi da
un sonno salutare alla piena coscienza!
Quando Giuda si svegliò, il sole era già alto sulle montagne; i
piccioni volavano a stormi per l'aria, con le ali bianche, aperte e
tese; e, verso oriente, egli vide il Tempio, monumento d'oro in risalto
coll'azzurro del cielo. Ma questi essendo oggetti famigliari ai suoi
occhi, non ricevettero da lui che un rapido sguardo.
Sulla sponda del divano una fanciulla appena quindicenne sedeva,
accompagnando il canto al suono di un -nebel-, appoggiato sopra le
ginocchia, e che essa toccava con grazia. A lei si volse, ascoltando, e
questo è quanto udì:
Non ti svegliare, ascoltami,
E sopra i flutti azzurri
Manda il tuo spirto a me;
Con placidi sussurri
Viene il corteo dei sogni
A ragionar con te.
Tu scegli il più bel sogno
Di quanti il paradiso
Dischiude oggi per te;
Scegli, e mi dica, cara.
Mi dica il tuo sorriso
Che in sogno pensi a me.
Essa depose l'istrumento, e, piegando le sue mani sopra le ginocchia,
aspettò ch'egli parlasse. Noi approfitteremo di questo momento per
aggiungere alcuni particolari intorno alla famiglia, nella vita
domestica della quale siamo penetrati.
I favori di Erode avevano accumulato, nelle mani di alcuni, vastissimi
beni. Quando a queste sostanze si aggiungeva una nobiltà di lignaggio,
la discendenza per esempio da qualche famoso capo tribù, il felice
individuo, nelle cui mani le ricchezze si concentravano, era reputato
Principe di Gerusalemme, distinzione che gli meritava l'omaggio dei
suoi compaesani più poveri, e il rispetto, se non altro, di quei
Gentili, coi quali gli affari o le funzioni sociali lo mettevano
in contatto. In questa classe nessuno s'era, nella vita pubblica
e privata, guadagnata più alta stima del padre del giovanetto di
cui abbiam seguito i passi. Pur serbando vivo il ricordo della sua
nazionalità, egli aveva fedelmente servito il suo Re in patria e
all'estero. I suoi doveri lo condussero qualche volta a Roma, dove
la sua condotta gli attirò l'attenzione di Augusto, che gli concesse
intera la sua amicizia. La casa era piena di testimonianze di questi
favori regali; toghe di porpora, scranni d'avorio, -paterae- d'oro,
pregevoli sopra tutto perchè provenienti dall'imperatore. Un uomo
siffatto non poteva che essere ricco; ma la sua ricchezza non derivava
interamente dalla generosità dei suoi reali protettori. Egli aveva
obbedito la legge che gli prescriveva di abbracciare una professione,
ma invece di una, ne seguì parecchie. Centinaia di pastori che curavano
gli armenti sulle pianure e sui colli, fino alle lontane falde del
Libano, lo chiamavano padrone. Nelle città e nei porti di mare aveva
fondato case commerciali; le sue navi gli recavano l'argento della
Spagna, che allora possedeva le più ricche miniere conosciute; mentre,
le sue carovane, arrivavano due volte all'anno dall'oriente, cariche
di sete e di droghe. Egli era un Ebreo in tutto il significato della
parola, ossequioso della legge e dei riti; fedele al suo posto nella
Sinagoga e nel Tempio, profondamente versato nelle sacre Scritture. Si
compiaceva della compagnia dei dotti, e la sua ammirazione per Hillele
confinava con l'adorazione. Non di meno non era affatto separatista; la
sua ospitalità accoglieva stranieri di ogni terra, e i bigotti Farisei
lo accusavano di avere più volte invitato a cena dei Samaritani. Se
fosse stato un pagano, e fosse vissuto più a lungo, il mondo avrebbe
forse udito parlare di lui come del rivale di Erode Attico; invece egli
morì in mare, dieci anni prima del secondo periodo del nostro racconto,
nel fiore dell'età, con dolore di tutta la Giudea. Conosciamo già due
membri della sua famiglia, la vedova e il figlio; non rimane che a
conoscer la figlia, la giovinetta che abbiamo udito cantare al letto
del fratello.
Essa aveva nome Tirzah, e, nel vedere quei due l'uno accanto all'altro,
si comprendeva come fossero fratelli. Le sembianze della giovinetta
avevano la regolarità di quelli di Giuda e denotavano il tipo ebraico,
possedendo inoltre il medesimo fascino dell'ingenuità dell'espressione,
propria ai giovani. La vita casalinga e la semplicità dei costumi
ebraici, permettevano un'abbigliamento confidenziale come quello in cui
ora appariva. Una camicetta, che era abbottonata sulla spalla destra
e passava sotto il braccio sinistro, celava a mezzo il busto, mentre
lasciava nude le braccia. Una cintura raccoglieva le pieghe della
veste, indicando il principio della sottana. L'acconciatura del capo
era semplice e graziosa: un berretto di seta di Tiro, e, sopra ad esso
un velo, della medesima stoffa, multicolore, stupendamente ricamato
e disposto in tenui pieghe così da porre in rilievo la forma del
capo, senza renderla goffa; il tutto terminato da un fiocco pendente
dalla cima del berretto. Portava anelli alle dita e alle orecchie,
braccialetti d'oro ai polsi e alle caviglie; e, intorno al suo collo,
pendeva una collana d'oro con una rete curiosa di catenelle da cui
pendevano ciondoli di perle. Gli orli delle ciglia erano dipinte come
pure le estremità delle dita. I capelli cadevano in lunghe treccie
sopra le spalle, mentre due riccioli scendevano su ciascuna gota a
coprire le orecchie. In complesso, una creatura di sorprendente grazia,
eleganza e bellezza.
-- «Gentilissima, mia Tirzah» -- disse Giuda guardandola.
-- «Chi è gentile? La canzone?» -- chiese quella.
-- «Sì, e anche la cantatrice. Il concetto è greco. Dove l'hai
imparata?» --
-- «Ti ricordi quel Greco che cantò in teatro il mese scorso? Dicevano
che era stato cantante alla corte di Erode e di sua sorella Salomè.
Sai, venne proprio dopo i lottatori, e il teatro risuonava di clamori.
Alla prima nota si fece un così profondo silenzio, che potei udire ogni
parola. Ecco come ho potuto imparare la canzone.» --
-- «Ma egli cantava in greco.» --
-- «Ed io la canto in ebraico.» --
-- «Oh! oh! Io sono orgoglioso della mia sorellina. Ne sai delle
altre?» --
-- «Molte, ma adesso non ce ne occupiamo. Amrah mi manda a te per dirti
che ti porterà la colazione e che non è necessario che tu discenda.
Deve essere qui a momenti. Essa ti crede ammalato, dice che una
terribile disgrazia ti è capitata ieri. Che cos'è stato? Dimmelo, ed
io aiuterò Amrah a curarti. Essa conosce tutti i farmaci degli Egizî,
che furono sempre degli stupidi; ma io ho molte ricette degli Arabi, i
quali....» --
-- «Sono ancora più stupidi degli Egizi» -- osservò egli, crollando il
capo.
-- «Credi? Sta bene, allora,» -- replicò essa, avvicinando la mano
all'orecchia sinistra, -- «non ce ne occuperemo. Io ho qui qualche cosa
di meglio e di più sicuro, l'amuleto, che, molti anni fa, quanti non
ricordo, un mago persiano diede alla nostra gente. Guarda, l'iscrizione
è quasi cancellata.» --
Gli porse l'orecchino, che egli prese, e le restituì ridendo.
-- «Fossi anche moribondo, o mia Tirzah, non potrei adoperare l'amuleto.
È una reliquia pagana, vietata ad ogni figlia o figlio d'Abramo.
Prendilo, ma non portarlo più.» --
-- «Vietato? Baie! Ho veduto la madre di nostro padre portarlo tutte le
domeniche di sua vita. Ha guarite non so quante persone, ma certo più
di tre. È stato approvato, vedine il segno, dai Rabbini.» --
-- «Io non ho fede negli amuleti.» --
Essa alzò gli occhi meravigliati sul viso del fratello.
-- «Che cosa direbbe Amrah?» --
-- «Il padre e la madre di Amrah credevano nei rimedi e nei
sortilegi.» --
-- «E Gamaliele?» --
-- «Egli le chiama maledette invenzioni di miscredenti.» --
Tirzah guardò l'anello dubbiosamente.
-- «Che cosa devo farne?» --
-- «Portalo, sorellina. Accresce la tua bellezza, quantunque credo che
tu non ne abbia bisogno.» --
Soddisfatta, ritornò l'amuleto all'orecchio proprio nel momento in cui
Amrah entrò nella stanza recando il vassoio col catino, coll'acqua e
coll'asciugamano.
Non essendo Giuda un Fariseo, le abluzioni furono semplici e brevi.
La schiava uscì e Tirzah si accinse ad acconciargli i capelli, tirando
fuori di tanto in tanto un piccolo specchio metallico che portava alla
cintura, alla foggia delle donne ebraiche, e porgendoglielo affinchè
egli si accertasse della maestrìa con cui procedeva nell'artistico
lavoro. Frattanto la conversazione non languiva.
-- «Che cosa ne dici, Tirzah? Io parto.» --
Essa lasciò cadere le mani per lo stupore.
-- «Parti? Quando? Dove? Perchè?» --
Egli rise.
-- «Quante domande in una volta sola! come sei curiosa!» -- Poi
facendosi più serio: -- «Tu conosci la legge; essa prescrive a ciascuno
una professione. Nostro padre ce ne fornì l'esempio. Tu stessa mi
disprezzeresti se io consumassi nell'ozio quanto la sua industria e la
sua sapienza accumularono. Vado a Roma.» --
-- «Oh, voglio venir con te!» --
-- «Tu devi tener compagnia alla mamma. Se la lasciassimo entrambi, ne
morrebbe.» --
Il volto di Tirzah impallidì.
-- «Ah sì, ma tu? è proprio necessario che tu vada? Anche qui in
Gerusalemme puoi trovare tutto quanto è necessario per diventar
commerciante, se è questo il tuo ideale.» --
-- «Io non penso a questo. La legge non richiede che il figlio segua la
professione del padre.» --
-- «Che altro vuoi diventare?» --
-- «Soldato!» -- rispose egli con una certa fierezza.
-- «Ma ti uccideranno!» --
-- «Sia, se tale è la volontà di Dio. Ma, Tirzah, tutti i soldati non
muoiono uccisi!» --
Essa gli gettò le braccia al collo come per trattenerlo:
-- «Siamo tanto felici! Resta a casa, fratello!» --
-- «La casa non rimarrà sempre così. Tu stessa la abbandonerai fra
breve.» --
-- «Mai!» --
Egli sorrise della violenza colla quale eran state pronunciate le sue
parole.
-- «Uno di questi giorni verrà un principe di Giuda o di qualche altra
tribù a chiedere la mia Tirzah, e la porterà con sè, a illuminare col
suo sorriso un'altra casa. Che sarà allora di me?» --
Essa rispose con un sorriso.
-- «La guerra è un mestiere» -- egli continuò. -- «Per impararlo bene
bisogna andare a scuola, e la migliore delle scuole è un accampamento
romano.» --
-- «Vuoi combattere per Roma?» -- chiese Tirzah spaventata.
-- «Anche tu, così giovane, lo temi? Tutto il mondo dunque la odia! Sì,
mia Tirzah, voglio combattere per essa, purchè in compenso mi insegni
un giorno come combattere contro di lei.» --
-- «Quando partirai?» --
In quella si udirono i passi di Amrah che ritornava.
-- «Sst!» -- fece egli. -- «Non farle saper nulla.» --
La schiava fedele recava la colazione che depose sopra uno sgabello.
Poi attese coll'asciugamano sulle braccia.
Essi immersero le dita in una ciotola e le stavano sciacquando, quando
un rumore li colpì. Stettero in ascolto ed intesero i suoni d'una
musica militare proveniente dalla strada che fronteggiava il lato
settentrionale della casa.
-- «Sono soldati del Pretorio! Voglio vederli!» -- egli gridò, ballando
dal divano e correndo verso l'uscio. In un attimo si trovò chino sopra
il parapetto di tegole che fronteggiava il tetto, così intento nello
spettacolo da non accorgersi della presenza di Tirzah, che lo aveva
seguito, ed ora stava al suo fianco.
Dal punto dove si trovavano si godeva un'ampia vista di tetti e di
comignoli, spingentisi fin sotto alla mole irregolare della Torre di
Antonia, la quale, come abbiamo già osservato, serviva di cittadella
alla guarnigione ed era sede del governatore. La strada, larga non
più di dieci piedi, era attraversata da ponti, quali coperti, quali
no, e questi cominciavano ad affollarsi di uomini, donne e fanciulli,
allettati dalla -musica-. Adoperiamo questa parola, quantunque non sia
la più propria. Era piuttosto un clamore confuso di fanfare, misto alle
note più acute dei -litui-, tanto cari ai soldati.
La processione si avvicinava alla casa degli Hur. Dapprima
un'avanguardia di fanteria leggiera, in maggioranza arcieri e
frombolieri, marcianti a larghi intervalli tra le file; quindi un corpo
di legionari pesantemente armati, con larghi scudi, ed -hastae longae-,
o giavellotti identici a quelli usati nella lotta davanti a Troia.
Poi i suonatori; poi un ufficiale a cavallo, alla testa di un gruppo
di cavalieri; dopo di lui ancora fanteria pesante, marciante in fila
serrate e prolungantesi a perdita d'occhio.
Le membra abbronzate degli uomini; il movimento cadenzato degli
scudi, ondeggianti da destra a sinistra; lo scintillìo delle squame,
delle fibbie, delle corazze, degli elmi, perfettamente politi; le
piume sventolanti sopra i cimieri; la selva di insegne e di picche
serrate; il portamento, grave insieme e vigile; l'unità quasi meccanica
dell'intera massa, fecero una profonda impressione sopra Giuda. Due
oggetti attirarono specialmente la sua attenzione.
Anzitutto l'aquila della prima legione, un'immagine dorata sopra
un'asta, con le ali ripiegate sopra il capo. Egli sapeva che, tratta
dall'arsenale nella torre, era stata ricevuta con onori divini.
Poi l'ufficiale che cavalcava da solo in testa alla colonna. Aveva
un'armatura che lo rivestiva tutto ed aveva solo il capo scoperto.
Al fianco destro gli pendeva una corta spada, mentre, in mano, teneva
un bastone di comando, che sembrava un rotolo di carta bianca. Invece
di seder sulla sella sedeva su un pezzo di stoffa purpurea, la quale,
insieme ai finimenti terminanti con un morso dorato e le redini di seta
gialla con fiocchi, completava la bardatura del cavallo.
Già, da lontano, Giuda potè osservare che la presenza di quest'uomo
metteva un grande fermento negli spettatori. Si chinavano sopra i
parapetti o si rizzavano in piedi audacemente, tendendo i pugni contro
di lui; lo eseguivano con urla e strida; gli sputavano sopra dai ponti
e dalle finestre; le donne gli lanciavano addosso fino i loro sandali,
talora colpendolo. Quando si avvicinò le grida si fecero distinte: --
«Ladro, tiranno, cane di un Romano! Abbasso Ismaele! Rendici il nostro
Hannas!» --
Giuda osservò che, come era naturale, l'uomo così apostrofato, non
condivideva l'indifferenza superbamente affettata dai soldati; il
suo volto era oscuro e imbronciato, e gli sguardi che lanciava tratto
tratto ai suoi persecutori erano pieni di minaccia. I più timidi si
ritraevano spaventati.
Il giovane conosceva la costumanza iniziata dal primo Cesare, secondo
la quale i generali supremi, per indicare il loro rango, ornavano il
capo di un solo ramo d'alloro. Da ciò riconobbe l'ufficiale: -Valerio
Grato, il Nuovo Procuratore della Giudea!-
A dire il vero, il Romano, procedente sotto questo infuriare collerico
non provocato, godeva la simpatia del giovane Ebreo; così, quando egli
voltò l'angolo della casa, Giuda protese il suo corpo ancora di più
sopra il parapetto per vederlo passare, e, in quell'atto, appoggiò
una mano sopra una tegola da lungo tempo spaccata. Sotto il peso del
suo corpo, il pezzo esterno si distaccò e cadde. Un brivido di terrore
pervase il giovane. Cercò di afferrare la tegola. In apparenza l'atto
aveva l'aria di chi gettasse qualche cosa. Lo sforzo fallì, anzi servì
ad accrescere veemenza al coccio. Giuda ruppe in un grido altissimo. I
soldati della guardia alzarono il capo. Lo stesso fece l'ufficiale, e,
in quella, il coccio lo colpì, ed egli cadde, come morto, di sella.
La coorte si fermò; le guardie balzarono da cavallo, e si affrettarono
a coprire il loro duce con gli scudi. D'altra parte il popolo,
testimone dell'atto, non dubitando un istante che il colpo fosse
meditato, applaudiva calorosamente il giovane, che, chino ancora sul
parapetto, bersaglio a migliaia di occhi, rimaneva immobile, come
inebetito, mentre le conseguenze della sua azione involontaria gli
balenavano davanti al cervello con terribile evidenza.
Uno spirito di rivolta corse con incredibile rapidità di tetto in tetto
per tutta la lunghezza della strada, e invase indistintamente tutto il
popolo.
Furono smantellati i parapetti, strappate le tegole e le piastrelle
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