Re, ed io mi unirò a voi nel cercarlo; e quando l'avremo trovato, farò
ciò che vorrete; lo porterò a Gerusalemme e l'alleverò nella reggia;
adoprerò la mia grazia con Cesare per la sua promozione e la sua
gloria. La gelosia non albergherà fra noi, ve lo giuro. Ma prima ditemi
come, separati sì ampiamente da mari e deserti, sieti arrivati ad udire
parlare di lui.» --
-- «Ve lo diremo sinceramente, o Re.» --
-- «Parlate,» -- disse Erode.
Balthasar si alzò in piedi, e disse dolcemente:
-- «V'è un Dio Onnipotente.» --
Erode si scosse in modo impercettibile.
-- «Egli ci disse di venire in qua, assicurandoci che avremmo trovato il
Redentore del mondo; che l'avremmo veduto ed adorato, di prestar fede
ch'Egli era venuto; e, come segnale, ognuno di noi doveva vedere una
stella. Il suo Spirito rimase con noi, o Re, il suo Spirito è con noi
anche adesso!» --
Una commozione irresistibile, opprimente, s'impossessò dei tre.
Il Greco a stento represse un grido. L'occhio di Erode si fissò
rapidamente dall'uno all'altro; egli era più sospettoso e scontento di
prima.
-- «Credo che voi mi canzoniate» -- egli disse -- «ma, se non è,
continuate. Che cosa produrrà la venuta del nuovo Re?» --
-- «La salvezza degli uomini.» --
-- «Da che cosa?» --
-- «Dalla loro malvagità.» --
-- «Come?» --
-- «Per mezzo delle azioni divine -- l'Amore, la Fede, e le opere
Buone.» --
-- «Allora» -- Erode si fermò, e nel suo sguardo nessun uomo avrebbe
potuto leggere quale sentimento spirasse -- «voi siete gli araldi di
Cristo. È questo tutto?» --
Balthasar s'inchinò lentamente:
-- «Noi siamo i vostri servi, o Re.» --
Il monarca toccò un campanello, e l'inserviente apparve. -- «Portate i
regali» -- gli disse.
L'inserviente uscì, ma ritornò poco dopo, ed inginocchiandosi innanzi
agli ospiti, diede a ciascheduno un manto azzurro e rosso scarlatto,
e una cintura d'oro. Essi espressero la loro gratitudine con inchini
all'orientale.
-- «Ancora una parola» -- disse Erode allorchè la cerimonia finì. --
«All'ufficiale della porta, e poc'anzi innanzi a me, voi parlaste
d'aver veduto uno stella nell'Oriente.» --
-- «Sì» -- disse Balthasar -- «la sua stella, la stella del
neonato.» --
-- «Quando vi apparve?» --
-- «Quando fummo comandati di venire qua.» --
Erode si alzò, significando che l'udienza era finita. Scendendo dal
trono verso di loro, disse con grande amabilità:
-- «Se, come credo, o uomini illustri, voi siete gli araldi di Cristo
appena nato, sappiate che ho consultato coloro che sono i più sapienti
riguardo alle cose ebraiche, ed essi dissero concordi che dovrebbe
essere nato nella Betlemme di Giudea. Io vi dico: -- «Andate oltre,
andate e cercate diligentemente il giovane bimbo: e quando l'avrete
trovato, avvisatemi, affinchè io possa venire ad adorarlo. Che il
vostro tragitto non venga disturbato da alcun ostacolo. Pace sia con
voi!» -- E avvoltosi nel suo manto lasciò la stanza.
La guida li diresse verso la strada, e poscia al Khan, alla porta del
quale il Greco disse:
-- «Andiamo a Betlemme, o fratelli, come ci consigliò il Re.» --
-- «Sì» -- gridò l'Indiano -- «lo Spirito ci protegge.» --
-- «Così sia» -- disse Balthasar, con egual ardore. -- «I cammelli sono
pronti.» --
Essi diedero dei regali al castaldo, montarono in sella, richiesero le
indicazioni per andare alla Porta di Joppa, e partirono. Al loro arrivo
le grandi porte erano socchiuse ed essi entrarono in aperta campagna,
prendendo la via ultimamente fatta da Giuseppe e Maria. Mentre si
avanzavano sulla pianura di Rephaim, apparve una luce dapprima debole
e lontana. I loro cuori battevano forte. La luce si faceva rapidamente
più intensa; essi chiusero gli occhi allo splendore ardente; quando
si azzardarono a guardare nuovamente, ecco che la stella, bella come
nessun'altra nel cielo, si abbassò, e, lentamente, si avvicinò a loro.
Essi giunsero le loro mani, e gridarono, godendo di una gioia immensa:
-- «Iddio è con noi! Iddio è con noi!» -- e così ripeterono per tutta la
via, finchè la stella, innalzatasi sulla valle, al di là del Mar Elias,
ristette ancora al di sopra d'una casa, sulla cima della collina,
vicino alla città.
CAPITOLO XIV.
Cominciava la terza veglia, ed a Betlemme albeggiava sopra i monti,
ad oriente, ma così debolmente, che nella valle era ancora notte.
Il guardiano, sul tetto del vecchio Khan, tremando dal freddo, stava
ascoltando i primi suoni coi quali la vita, svegliandosi, accoglie il
giorno, allorchè una luce si mosse dalla collina verso la casa. Egli
la credette una torcia in mano a qualcheduno; dopo un momento la prese
per una meteora: lo splendore crebbe, pertanto, finchè divenne una
stella. Atterrito egli gridò e condusse tutti quelli ch'erano entro
le mura, sul tetto. Il fenomeno, con movimento curioso, continuava
ad avvicinarsi; le rupi, gli alberi, e le vie al disotto di esso,
splendevano come se rischiarate dalla luce del lampo; subito il suo
splendore divenne acciecante.
I più timidi fra gli ammiratori, caddero in ginocchio e pregarono, coi
loro visi nascosti; i più arditi, coprendosi gli occhi, s'appiattarono,
ed ogni tanto gettavano paurosamente delle occhiate furtive. Dopo
un po', il Khan, tutto all'intorno, era rischiarato da una luce
insopportabile pel suo vivo bagliore.
Quelli che si azzardarono a guardare, videro la stella ancora ferma
sopra la casa, di fronte alla caverna dove era nato il Bambino.
Nel bel mezzo di questa scena, vennero i tre Re Magi, ed alla porta
smontarono dei loro cammelli, e chiesero di entrare. Appena il
guardiano ebbe potuto frenare il suo terrore per badare a loro, levò
la stanga ed aprì la porta. I cammelli sembravano spettri, alla luce
soprannaturale, e, oltre all'aspetto fantastico, v'erano nei visi e nei
modi dei tre visitatori una veemenza ed una esaltazione che eccitarono
ancor più i timori del guardiano; egli per un po' non potè rispondere
alla domanda che gli venne fatta:
-- «Non è questa Betlemme della Giudea?» --
Ma nel frattempo altri vennero, e diedero in vece sua la risposta.
-- «No, questo non è che il Khan; la città si trova più in là.» --
-- «Non v'è qui un bambino appena nato?» --
Gli astanti si guardarono reciprocamente meravigliandosi, mentre alcuni
di essi risposero: -- «Sì, sì.» --
-- «Mostratecelo!» -- disse il Greco impazientemente.
-- «Mostratecelo!» -- gridò Balthasar, interrompendo la sua gravità;
-- «poichè noi abbiamo veduto la sua stella, quella che voi ammirate
laggiù sopra alla casa, e siamo venuti per adorarlo.» --
L'Indiano giunse le mani, esclamando: -- «Iddio realmente esiste! Fate
presto, fate presto! Il Salvatore è trovato. Benedetti, benedetti siamo
noi sopra tutti gli uomini!» --
La gente venne giù dal tetto, e seguì i forestieri, mentre essi furono
condotti, attraverso la corte, nel recinto; alla vista della stella
ancora sopra la caverna, benchè meno incandescente di prima, alcuni si
volsero spaventati; la maggior parte però li seguì. Mentre i forestieri
si avvicinavano alla casa, la stella si alzò; quando furono alla porta,
essa andava dileguandosi in alto; quando entrarono era sparita. E
nei testimoni di ciò che allora accadde, entrò la convinzione che una
divina relazione passasse fra la stella e gli stranieri.
Quando la porta si aprì tutti affollarono la caverna.
La stanza era illuminata da una lanterna, abbastanza luminosa per porre
in grado i forestieri di trovare la madre, ed il bambino, sveglio sulle
sue ginocchia.
-- «È tuo il bambino?» -- domandò Balthasar a Maria.
Essa rispose:
-- «Egli è mio figlio!» --
Ed essi caddero in ginocchio e l'adorarono.
Era un bambino come gli altri bambini: sulla sua testa non v'era
nè un'aureola nè una corona; le sue labbra si aprivano, ma non per
parlare; se udiva le loro espressioni di gioia, le loro invocazioni, le
loro preghiere, non faceva segni di sorta. Il bambino guardava più alla
fiamma della lanterna che a loro.
Dopo un po' essi si alzarono, e, ritornando ai cammelli, tolsero
dalle selle regali di oro, d'incenso e di mirra, che posero davanti al
bambino, riverenti.
Essi lo adoravano senza esitare.
Perchè?
La loro fede si basava sui segni mandati da Colui, che, d'allora in
poi, si rivelò come nostro Padre; e, per essi, la sua promessa bastava.
Pochi v'erano che videro i segni e li compresero -- a Madre e Giuseppe,
i pastori ed i Re; pure tutti credettero ugualmente, che cioè, Iddio
per ora era tutto, ed il Bambino nulla. Ma verrà un tempo che tutto
dipenderà dal Figlio.
Felici coloro che crederanno in Lui!...
FINE DEL LIBRO PRIMO.
LIBRO SECONDO
Arde una fiamma in cor, che non si appaga
Dell'angusta prigion, ma inquieta aspira
A volar oltre i consueti fini
Del desiderio, ed una volta accesa,
Eternamente, inestinguibil, brucia,
E l'uom sospinge ad avventate eccelse,
Nè mai si stanca tranne di quïete.
PELLEGRINAGGIO DI AROLDO.
CAPITOLO I.
È necessario che il lettore si porti innanzi venticinque anni, al
principio dell'amministrazione di Valerio Grato, quarto governatore
imperiale della Giudea. -- Un periodo notevole per le agitazioni
politiche che angustiarono Gerusalemme, prodromi del conflitto finale
fra i Romani e gli Ebrei.
Nell'intervallo erano avvenuti parecchi cambiamenti, specie d'ordine
politico. Erode il grande era morto un anno dopo la nascita del Bambino
e morto così miseramente da giustificare l'opinione che correva nel
mondo cristiano, che egli fosse cioè stato colpito dall'ira divina.
Come tutti i grandi reggitori di popoli che dedicano tutta la loro
vita a rafforzare la potenza che hanno creato, egli aveva sognato
di tramandare il trono e la corona, di diventare il fondatore di una
dinastia. Con questo intento, nel suo testamento, spartì le terre fra
i suoi tre figli Antipate, Filippo ed Archelao, e, a quest'ultimo,
diede la dignità regia. Il testamento fu necessariamente sottoposto ad
Augusto imperatore, il quale ne ratificò tutte le disposizioni, tranne
una sola: rifiutò ad Archelao il titolo di Re finchè non avesse dato
prova di capacità e fedeltà.
Lo creò invece Etnarca, e come tale lo lasciò governare nove anni, a
capo dei quali, essendosi egli dimostrato impari all'alto ufficio e
inabile a frenare gli elementi turbolenti che si agitavano intorno a
lui, lo mandò in esilio nelle Gallie.
Cesare non si accontentò di deporre Archelao. Colpì il popolo di
Gerusalemme in un modo che ferì nel vivo l'orgoglio dei superbi custodi
del Tempio. Ridusse la Giudea in provincia Romana e la aggiunse alla
prefettura di Siria.
Di modo che, in vece di un principe governante regalmente nel palazzo
che Erode aveva costruito sul monte Sion, la città cadde nelle mani
di un ufficiale subordinato, di un impiegato chiamato Procuratore, il
quale comunicava con la corte di Roma per via del Legato di Siria,
residente in Antiochia. -- Per rendere più dolorosa la ferita, al
Procuratore non fu permesso di stabilirsi a Gerusalemme; questo onore
fu invece concesso a Cesarea. Ma la maggior umiliazione di tutte,
la più irritante, la più voluta, fu l'annessione della Samaria, --
la disprezzata Samaria, unita alla Giudea come parte della stessa
provincia! Quale dolore per i bigotti separatisti o Farisei il vedersi
sospinti e derisi alla presenza del Procuratore in Cesarea, dai devoti
di Gerizim!
Fra tante lagrime una consolazione sola rimaneva al popolo caduto: Il
Pontefice occupava il palazzo di Erode sulla Piazza del Mercato e vi
teneva la sembianza d'una corte. Quale fosse in realtà la sua autorità
si può facilmente comprendere.
Il Procuratore si riserbava il diritto di vita e di morte. La giustizia
era amministrata in suo nome e secondo i decreti di Roma.
Sintomo ancora più significante: il palazzo reale era
contemporaneamente occupato dagli ufficiali delle imposte imperiali con
tutto il suo corpo di assistenti, registratori, collettori, informatori
e spie. Ciò non di meno agli ostinati sognatori di una libertà futura,
era di una certa soddisfazione il pensare che il principale personaggio
nel palazzo era un Ebreo. La sua sola presenza in esso, giorno per
giorno, rammentava loro i patti e le promesse dei profeti e i tempi in
cui Jeova reggeva le tribù per mano dei figli d'Aronne: era per essi un
segno visibile che Egli non li aveva abbandonati; così le loro speranze
li tenevan desti e li abituavano a sopportare pazientemente la servitù,
mentre aspettavano sempre l'avvento del figlio di Giuda che doveva
regnare in Israele.
La Giudea era stata provincia di Roma per oltre ottant'anni -- periodo
di tempo più che sufficiente per far conoscere ai Cesari il carattere
del popolo, per fargli apprendere che l'Ebreo con tutto il suo
orgoglio, poteva essere governato quietamente purchè venisse rispettata
la sua religione. -- Ispirandosi a questi concetti i predecessori di
Grato si erano costantemente guardati dall'ingerirsi nelle pratiche
religiose dei loro sudditi. Egli invece seguì un'indirizzo diverso; uno
dei suoi fatti fu quello di spogliare Hannas delle sue dignità di primo
Sacerdote, e di dare il suo posto ad Ismaele figlio di Fabo.
Sia che quest'atto fosse emanato da Augusto o procedesse da Grato
medesimo, la sua sconvenienza divenne ben presto apparente. Non
esporremo al lettore un capitolo di politica Ebrea, ma due parole
sopra questo argomento sono essenziali per la retta intelligenza del
racconto.
In questo tempo esistevano in Giudea due partiti: il partito dei
nobili, e il partito separatista o popolare. Alla morte di Erode,
i due partiti si collegarono contro Archelao: combattendolo nei
templi e nel palazzo, a Gerusalemme e a Roma, qualche volta con gli
intrighi, qualche volta con le armi, in aperta guerra. Più d'una
volta i tranquilli colonnati del Moriah risuonarono delle grida dei
combattenti. Finalmente riuscirono a cacciarlo in esilio.
Durante tutta questa lotta gli alleati miravano ai vari loro scopi: i
nobili odiavano Jvazar, il primo Sacerdote; mentre i Separatisti erano
suoi gelosi seguaci. Quando crollò l'edificio di Erode con Archelao,
Jvazar condivise la sua sorte. Hannas, figlio di Set, fu scelto dai
nobili a coprire l'alto ufficio. Questo produsse la scissura violenta
dei due partiti, che si fronteggiarono in fiera inimicizia.
Nel corso della loro lotta contro lo sfortunato Etnarca i nobili
avevano creduto opportuno di piegarsi dalla parte di Roma.
Prevedendo che, quando si fosse abbandonato l'attuale ordinamento,
sarebbe stato necessario un nuovo assetto politico, suggerirono
la conversione della Giudea in provincia. Questo fatto fornì ai
separatisti un nuovo pretesto ed una nuova arma; e quando la Samaria
fu incorporata nella provincia, i nobili decaddero ad una esigua
minoranza, con nessuno che li sorreggesse all'infuori della corte
imperiale, del prestigio della loro casta e della loro ricchezza. Ad
onta di tutto ciò per quindici anni, sino all'avvento di Valerio Grato,
riuscirono a mantenersi tanto nel palazzo quanto nel Tempio.
Hannas, l'idolo del suo partito, aveva usato fedelmente del suo potere
nell'interesse del suo imperiale patrono. Una guarnigione romana
occupava la torre di Antonia; una guardia romana presidiava le porte
del palazzo; un giudice romano amministrava la giustizia in materia
civile e penale; il sistema fiscale romano, applicato senza pietà,
gravava sulla città e sulla campagna.
Ogni giorno, ogni ora, in mille modi, il popolo era angariato ed
offeso, imparando a sue spese la differenza fra una vita indipendente
e una vita di servitù. Pure Hannas lo conteneva in una tranquillità
relativa. Roma non aveva amico più fedele, e la sua mancanza si fece
subito sentire. Dopo aver consegnato i suoi indumenti ad Ismaele, il
nuovo Sacerdote, egli passò difilato dai cortili del Tempio ai concilî
dei Separatisti, mettendosi alla testa di una nuova coalizione.
Grato, il Procuratore, privato così di ogni sostegno, vide i fuochi,
che in quindici anni si erano andati gradatamente spegnendo, divampare
improvvisamente. Dopo un mese da che Ismaele aveva assunta la nuova
carica, il Romano trovò necessario visitarlo in Gerusalemme. Quando,
dall'alto delle mura, accolta da un coro di fischi e di urli, gli Ebrei
videro la sua guardia entrare per la porta settentrionale della città
e marciare verso la torre di Antonia, compresero il vero scopo della
visita. -- Una intiera coorte di legionari fu aggiunta alla guarnigione,
e il giogo poteva ora essere aggravato impunemente.
Se il Procuratore avesse stimato opportuno di dare un esempio, Dio solo
avrebbe potuto salvare la prima vittima!
CAPITOLO II.
Tenendo presenti queste spiegazioni, il lettore è invitato a recarsi in
uno dei giardini del palazzo sul monte Sion. L'ora è la meridiana di un
giorno di luglio, quando il calore dell'estate è più intenso.
Il giardino è limitato da ogni banda da fabbricati, alcuni dei quali a
due piani, il primo con le porte e le finestre ombreggiate da verande,
il superiore terminante con terrazzi adornati insieme e protetti da
forti balaustre. Qua e là la continuità degli edifici è interrotta da
bassi colonnati che permettono la circolazione dei venti, e lasciano
intravvedere altri lati del palazzo, ponendone in rilievo tutta la
maestà e la ricchezza.
Il giardino non è meno bello. Viottoli ombrosi serpeggiano attraverso
prati e cespugli, sopra i quali si elevano alcuni alberi altissimi,
rari esemplari di palme e gruppi di carrubi, noci e albicocchi. Il
terreno va lentamente degradando dal centro, dove è scavato un profondo
bacino di marmo, interrotto tratto tratto da piccole bocche, che,
aperte, versano l'acqua nei rigagnoli scorrenti paralleli al sentiero,
sapiente artificio per sottrarre il luogo all'aridità troppo prevalente
in tutta quella regione.
Non lontano dalla fontana scintilla la superficie di un piccolo stagno
che alimenta un gruppo di canne e di leandri, sul genere di quelli che
crescono sulle rive del Giordano e del mar Morto. Fra le piante e lo
stagno, indifferenti ai raggi che il sole piove loro addosso attraverso
l'aria afosa, due giovani, uno di diciannove, l'altro di diciasette
anni, ragionano fra loro in serio colloquio.
A prima vista si direbbero fratelli: belli l'uno e l'altro, entrambi
neri di chiome e di occhi, dai volti abbronzati, di statura
proporzionata alla differenza della loro età. Il maggiore ha la
testa scoperta. Una tunica sciolta, cadente fino ai ginocchi, e un
mantello azzurro, gettato negligentemente per terra, formavano il
suo abbigliamento. Il costume lascia esposte le braccia e le gambe,
brune come il volto: ciò nonostante una certa grazia di modi, il
taglio aristocratico del viso, l'inflessione della voce, dimostrano
chiaramente la sua condizione. La tunica, di soffice lana, grigia al
bavaro e alle maniche, con gli orli listati di rosso, stretta intorno
alla vita da una corda di seta, lo dice Romano. E se nel discorrere,
lancia tratto tratto uno sguardo pieno di alterigia sopra il compagno,
e gli parla come ad un inferiore, lo si può quasi scusare, perchè
appartiene ad una stirpe nobile persino in Roma, una circostanza che in
quei tempi giustificava ogni arroganza.
Nelle terribili guerre fra il primo Cesare e i suoi grandi nemici, un
Messala era stato amico di Bruto. Dopo Filippi, senza disdoro al suo
nome, egli si riconciliò col vincitore, e più tardi, quando Ottavio
lottò per l'impero, Messala gli diede il suo appoggio. Ottavio,
diventato imperatore Augusto, si ricordò dei servigi resi da lui,
e colmò la sua famiglia di onori. Fra le altre cose, essendo stata
la Giudea ridotta in provincia, mandò il figlio del suo vecchio
cliente a Gerusalemme, coll'incarico di riscuotere le imposte della
regione e in questo ufficio egli era rimasto, dividendo il palazzo
col Primo Sacerdote. Il giovane di cui parliamo era figlio all'uomo
testè descritto, e nel volto e negli atti, mostrava troppo spesso di
ricordarsi dei rapporti corsi fra l'avo e i più illustri romani del suo
tempo.
Il compagno di Messala era di corporatura più esile, e le sue vesti,
di finissima e candida tela di lino, erano tagliate secondo la foggia
allora prevalente in Gerusalemme. Un panno gli copriva la testa,
stretto con un nastro giallo, e disposto in modo da partirsi sulla
fronte, e cadere indietro sulla nuca.
Un osservatore, esperto nelle distinzioni delle razze, e studioso più
dei tratti che degli abbigliamenti, avrebbe tosto notata la sua origine
Ebrea. La fronte del Romano era alta e stretta, il naso acuto ed
aquilino, le labbra erano fine e diritte, gli occhi freddi e prossimi
alle sopracciglia. La fronte dell'Israelita invece era bassa ed ampia,
il naso era lungo e con le narici tumide; il labbro superiore sporgente
leggermente sopra l'inferiore, curvandosi agli angoli come l'arco di
Cupido: fattezze che aggiunte, alla rotondità del mento, agli occhi
grandi, al puro ovale delle guancie soffuse di rosso, davano al suo
volto tutta la dolcezza, la forza e la venustà proprie alla sua razza.
La bellezza del Romano era castigata e severa, quella dell'Ebreo ricca
e voluttuosa.
-- «Non dicevi che il nuovo Procuratore doveva arrivare domani?» --
La domanda proveniva dal minore degli amici ed era formulata in greco,
a quel tempo linguaggio dominante nella buona società della Giudea. Era
passato dal palazzo all'accampamento e nella scuola, e di là, nessuno
seppe bene, come e quando, nel Tempio medesimo, nei sacri corridoi e
nei chiostri del Tempio.
-- «Sì, domani» -- rispose Messala.
-- «Chi te lo ha detto?» --
-- «Ho inteso Ismaele, il nuovo governatore del Palazzo -- voi lo
chiamate Primo Sacerdote -- che ne parlava a mio padre jeri sera.
Certo la notizia sarebbe stata più attendibile se fosse venuta da un
Egiziano, la cui razza ha dimenticato ciò che sia la verità, o anche da
un Idumeo, il cui popolo non ha mai saputo ciò che la verità fosse; ma
per essere proprio certo, ho veduto un centurione della Torre stamane,
e mi disse che stavano facendo preparativi per il suo ricevimento;
che gli armajuoli stavano forbendo gli elmi, gli scudi, e indorando
le aquile e le sfere; che gli appartamenti, da lungo tempo disabitati,
venivano spolverati ed arieggiati come per un aumento della guarnigione
-- la guardia del corpo, probabilmente, del grande uomo.» --
È impossibile di rendere perfettamente il modo con cui questa risposta
fu data, perchè i punti più notevoli e più caratteristici sfuggono
costantemente al potere della penna. La fantasia del lettore dovrà
venire in suo aiuto; e a questo fine dobbiamo ricordare che la
riverenza era una qualità che tramontava rapidamente nel mondo romano,
o meglio che andava giù di moda. La vecchia religione aveva quasi
cessato di essere una fede; tutt'al più era una semplice veste, o
un'espressione del pensiero, protetta principalmente dai sacerdoti che
trovavano il loro tornaconto nei servizi del Tempio, e dai poeti, che,
nei loro versi, non potevano far senza le loro divinità famigliari: vi
sono cantori in questa età che loro assomigliano. Come la filosofia
prendeva il posto della religione, la ironia sostituiva rapidamente
la riverenza, tantochè, nell'opinione dei Latini, essa era, in ogni
discorso, anche nelle piccole diatribe famigliari, ciò che è il sale
per le vivande, l'aroma pel vino.
Il giovane Messala, educato in Roma, e tornato da poco, aveva
acquistato queste abitudini e questi modi: il movimento quasi
impercettibile della palpebra inferiore, lo sdegnoso arricciar delle
labbra, la languida pronuncia affettata come il miglior modo per
esprimere l'idea di una generale indifferenza, ma più ancora per le
occasioni che porgeva per certe pause rettoriche, si stimavano di
prima importanza, affinchè l'ascoltatore afferrasse bene il concetto
e gustasse appieno il frizzo di un epigramma. Una tale pausa avvenne
nella risposta testè riferita alla fine dell'allusione all'Egiziano e
all'Idumeo.
Il rosso sulle guancie del giovanetto Ebreo si fece più scuro, ed egli
non rispose, guardando distrattamente nella profondità dello stagno.
-- «Noi ci dicemmo addio in questo giardino». -- «La pace del Signore sia
con te!» -- furono le ultime tue parole. -- «Gli Dei ti salvino!» -- dissi
io. -- «Ti ricordi? quanti anni sono trascorsi da quel tempo?» --
-- «Cinque» -- rispose l'altro, fissando l'acqua.
-- «Ebbene, tu hai ragione di essere riconoscente verso -- chi dovrei
dire? -- gli Dei? Non importa chi. -- Tu sei cresciuto assai bene; i
Greci ti chiamerebbero bellissimo -- felice creazione degli anni! Se
Giove si accontentasse di un solo Ganimede, quale coppiere saresti per
l'imperatore!» --
-- «Dimmi o mio Giuda, perchè ti interessa tanto la venuta del
Procuratore?» --
Giuda fissò gli occhi sopra il suo interlocutore collo sguardo grave,
pensieroso, penetrante in quello del Romano, mentre rispose: -- «Sì,
cinque anni. Io ricordo la tua partenza; tu andavi a Roma; io ti vidi
partire e piansi, perchè ti amavo. Gli anni sono passati, e tu ritorni
a me come un principe -- non lo dico per celia; e pure -- pure -- io
desidererei che tu fossi il Messala di quando partisti!» --
Le narici del Romano si contrassero in un movimento ironico, e più
affettata del solito suonò la sua voce, quando rispose:
-- «Non un Ganimede, ma un oracolo o mio Giuda. Qualche lezione dal mio
maestro di rettorica presso il Foro -- io ti darò una lettera per lui,
quando nella tua saggezza ti piegherai a seguire i miei consigli -- un
po' di pratica nell'arte del mistero, e Delfo ti accoglierà come Apollo
medesimo. Al suono della tua voce solenne, la Pizia scenderà dal suo
tripode. Seriamente, o mio amico, in che cosa differisco dal Messala
che partì? Io intesi discutere una volta il più grande logico della
terra. Il tema della sua dissertazione era la disputa. Ricordo un suo
detto: «Comprendi bene il tuo avversario prima di rispondergli.» -- E,
francamente, non ti comprendo.» --
Il giovane arrossì sotto lo sguardo cinico dell'altro; ma rispose con
fermezza: «Tu hai approfittato delle occasioni che ti furono offerte,
vedo; dalle tue scuole hai riportato molta sapienza e molte grazie. Tu
parli con la scioltezza di un maestro, ma il tuo dire punge. Il mio
Messala, quando mi abbandonò, non aveva veleno nella sua natura; per
tutto l'oro del mondo non avrebbe voluto offendere la sensibilità di un
amico.» --
Il Romano sorrise, come se avesse inteso un complimento, e rialzò
ancora più fieramente la bella testa patrizia.
-- «O mio austero Giuda, non siamo a Dodona o a Pito. Abbandona quel
tuo fare da oracolo e discendi a spiegazioni terrene. In che ti ho
offeso?» --
L'altro respirò a lungo, e giuocherellando con la corda che gli
stringeva la vita: -- «In questi anni anch'io appresi qualche cosa.
Hillele non sarà pari al filosofo che tu ascoltasti, e Simeone e
Sciamma sono, senza dubbio, inferiori al tuo maestro presso il Foro.
La loro sapienza non batte strade vietate; quelli che seggono ai loro
piedi si alzano ricchi soltanto della scienza di Dio, della Legge e di
Israele, imbevuti di amore e di rispetto per tutto ciò che a quelli si
riferisce.
Frequentando il Grande Collegio e meditando su quanto vi ascoltai, ho
appreso che la Giudea d'oggi non è più quella d'una volta. Io apprezzo
la differenza che corre fra un regno indipendente e una piccola
provincia soggetta. Sarei più vile, più abbietto di un Samaritano, se
non risentissi umiliazione pel mio paese. Ismaele non è il legittimo
Sacerdote, e non lo potrà mai essere, vivo l'illustre Hannas. Eppure
egli è un Levita, uno di quei devoti che per migliaia d'anni hanno
servito il Signore Iddio e la nostra religione. La sua....» --
Messala lo interruppe con un riso mordace.
-- «Ora ti comprendo! Ismaele, tu dici, è un usurpatore. Ciò non di
meno ti fa male che si possa prestar fede ad un Idumeo piuttosto che a
lui. È questo che ti ha punto! Per l'ebbro figlio di Semele, che cosa
significa esser Ebreo! Cambiano gli uomini e le cose, il cielo stesso e
la terra; ma un Ebreo mai. Per lui non vi ha passato o futuro; egli è
oggi ciò che i suoi avi furono prima di lui. Guarda! su questa sabbia
io descrivo un cerchio. Ora dimmi che altro è la vita di un Ebreo?
Gira e rigira, qui Abramo, là Isacco, Giacobbe; Dio nel mezzo. Per il
Tonante, il cerchio è troppo grande. Lo rifaccio....» --
Si arrestò, puntò il pollice per terra e descrisse con le dita un
cerchio intorno ad esso.
-- «Vedi, questa impronta del pollice è il Tempio, la linea formata
dalle dita la Giudea. All'infuori di questo spazio non esiste nulla di
buono! Le arti? Erode fu costruttore di palazzi, quindi è maledetto.
La pittura, la scoltura Guardarle è un peccato. La poesia l'avete
inchiodata sugli altari. In guerra tutto ciò che conquistate in sei
giorni lo perdete nel settimo. Questa è la vostra vita e la vostra
mèta. E non vuoi che rida? contento dell'adorazione di un tal popolo,
che cosa è mai il vostro Dio a petto del nostro Giove romano, che ci
presta le sue aquile perchè le nostre armi conquistino l'universo?
Hillele, Simeone, Sciammai, Abtalione, che valgono essi di fronte a
quei maestri che insegnano che tutto ciò che si può apprendere è degno
di essere appreso?» --
L'Ebreo balzò in piedi, con le guancie rosse al pari del fuoco.
-- «No, no; siediti, mio Giuda, siediti.» -- esclamò Messala,
stendendogli la mano.
-- «Tu mi schernisci.» --
-- «Ascoltami ancora un poco. Presto, -- il Romano sorrise con disprezzo
-- mi verranno in mente Giove e tutta la sua famiglia greca e romana,
come al solito, e allora addio serietà! Io ti sono riconoscente d'esser
venuto dalla vecchia casa de' tuoi padri per darmi il benvenuto e
rinnovare l'affetto della nostra infanzia, se possiamo.» -- «Andate,» --
disse il mio maestro, nell'ultima sua lezione. -- «Andate, e se volete
raggiunger la mèta, ricordatevi che Marte regna ed Eros ha ricuperata
la vista.» -- Egli voleva dire che l'amore è nulla, la guerra tutto.
Così è in Roma. Il matrimonio è il primo passo verso il divorzio. La
virtù è una qualità da bottegaio. Cleopatra, morendo, ci legò le sue
arti, ed è vendicata. Essa ha un successore sotto il tetto di ogni
Romano. Il mondo corre per la stessa strada. Abbasso Eros, evviva
Marte! Io sarò soldato, ma tu, o mio Giuda, -- io ti compiango, -- che
cosa sarai tu?» --
L'Ebreo si avvicinò allo stagno. Messala continuò.
-- «Sì, ti compiango, mio bellissimo Giuda. Dal collegio alla
Sinagoga; poi al Tempio, quindi -- oh, gloria suprema! -- ad un seggio
nel Sinedrio. Una bella vita, davvero! Gli dei ti aiutino! Mentre
io....» --
Giuda lo guardò e vide l'orgoglio imporporargli le gote e sfavillare
negli occhi, mentre ei proseguiva;
-- «Ah, la terra non è tutta quanta conquistata! Il mare chiude isole
ignote. Nel settentrione vi sono popoli ancora sconosciuti. La gloria
di continuare la marcia d'Alessandro nell'ultimo Oriente offre nuovi
allori. Vedi quante vie si aprono ad un Romano?» --
Tacque un istante, e poi riprese col solito tono di persona annoiata:
-- «Una campagna nell'Africa, un'altra contro gli Sciti, poi il comando
di una legione! Qui terminano i sogni di molti. Non il mio. Per Giove,
che idea! Rinuncierò alla legione per una prefettura. Pensa alla vita
di un Romano danaroso -- oro, vino, donne, giuochi, poeti a banchetto,
intrighi di corte, dadi tutto l'anno. -- Questa sarebbe una degna mèta
alla mia esistenza. Una grassa prefettura? O mio Giuda, ecco la Siria!
La Giudea è ricca e Antiochia è una capitale degna degli Dei. Io sarò
il successore di Cirenio, e tu, -- tu dividerai la mia fortuna.» --
I sofisti e i retori che affollavano i pubblici ritrovi di Roma, e che
avevano quasi il monopolio dell'istruzione della gioventù patrizia,
avrebbero approvato questi detti di Messala nei quali avrebbero
riconosciuto gran parte dei loro insegnamenti; ma nel giovane Ebreo
facevano l'impressione di una sgradevole novità, ben diversa dalla
solennità dei discorsi e delle conversazioni a cui era abituato.
Di più, egli apparteneva ad una razza le cui leggi, costumanze
ed abitudini di pensiero, vietavano la ironia e lo scherno. Molto
naturalmente quindi egli ascoltò l'amico con varî sentimenti; sdegno
dapprima, poi incertezza nel come dovesse prenderlo. Quelle arie di
superiorità assunte da Messala lo avevano offeso sin da principio.
Presto divennero insopportabili. Anche quella pioggia frizzante di
detti satirici destò la sua ira. Per l'Ebreo dell'età di Erode il
patriotismo era una passione selvaggia appena celata sotto il manto
di una velata pacatezza di modi, e così connessa con la sua storia,
con la religione e con Dio, da balzare fuori immediatamente al menomo
dileggio di essi. Non è quindi esagerazione l'affermare che il discorso
di Messala, progredendo lentamente fino all'ultima sua pausa, cagionò
la più acuta tortura al suo uditore, il quale a questo punto, lo
interruppe con un sorriso studiato.
-- «Sono pochi coloro che permettono che il proprio avvenire sia fatto
oggetto di scherno. Io non sono di quelli o Messala.» --
Il Romano lo osservò un istante, poi rispose: -- «Perchè non si dovrebbe
dire il vero scherzando, anche sotto forma di parabola? La grande
Fulvia andò a pescare l'altro giorno, pigliò più pesci di tutte le
sue compagne. Si disse che essa avesse fatta indorare la punta del suo
amo.» --
-- «Allora tu non scherzavi soltanto?» --
-- «Mio Giuda, m'accorgo che non ti ho offerto abbastanza,» -- rispose il
Romano rapidamente, con gli occhi scintillanti. -- «Quando sarò Prefetto
e dominerò sulla Giudea, ti farò primo Sacerdote.» --
L'Ebreo si voltò adirato.
-- «Non andare in collera» -- disse Messala.
L'altro si fermò irresoluto.
-- «Per gli Dei, mio Giuda, come scotta il sole!» -- esclamò
il patrizio, osservando la perplessità dell'altro. -- «Andiamo
all'ombra». --
Giuda rispose freddamente:
-- «È meglio che ci lasciamo, sarebbe stato anche meglio che io non
fossi venuto. Cercavo un amico, e trovo....» --
-- «Un Romano» -- disse Messala.
L'Ebreo strinse i pugni, ma, padroneggiandosi con uno sforzo, si
allontanò.
Messala si alzò, prese il mantello dal sedile, e gettatoselo sopra
le spalle, seguì Giuda. Raggiuntolo, gli pose una mano sulla spalla e
continuò il cammino.
-- «Con la mia mano sulla tua spalla, eravamo avvezzi a camminare da
fanciulli. Procediamo così fino al cancello.» --
Messala cercava d'esser serio e gentile, ma non poteva cancellare dal
suo volto la solita espressione satirica. Giuda lo lasciò fare.
-- «Tu sei un ragazzo, io sono un uomo; lasciami parlare come
tale.» --
La compiacenza del Romano rasentava la superbia. Mentore consigliando
il giovane Telemaco non avrebbe potuto parlare con più disinvoltura.
-- «Credi tu nelle Parche? Ah, dimenticavo! tu sei un Sadduceo: gli
Esseni sono i soli che abbiano giudizio fra voi: essi credono nelle
tre sorelle. Così faccio io. Costantemente esse ci attraversano il
sentiero. Se covo un grande disegno, se lavoro per attuarlo, proprio
quando sto per stringere il mondo nel pugno, intendo dietro di me
lo stridere delle forbici. Mi volto, e la scorgo, Atropo maledetta!
Ma, mio Giuda, perchè andasti in collera quando parlai di succedere
al vecchio Cirenio? Tu pensavi che io volessi arricchirmi depredando
questa tua Giudea? Supponiamolo; ciò è quanto farà forse un'altro
Romano. Perchè non lo dovrei fare io?» --
Giuda rallentò il passo.
-- «Altri stranieri, prima dei Romani, dominarono sulla Giudea,» -- disse
alzando la mano. -- «Dove sono ora, o Messala? Essa ha sopravvissuto a
tutti. Ciò che è stato avverrà ancora.» --
Messala disse ancora con pacatezza:
-- «Le Parche hanno seguaci anche all'infuori degli Esseni. Ben tornato,
o Giuda, nel grembo della fede!» --
-- «No, Messala, non contarmi fra quelli. La mia fede poggia sulla rocca
che fu il fondamento della fede de' miei padri prima di Abramo; sopra
la parola del Signore Iddio di Israele.» --
-- «Troppa foga, mio Giuda. Come un simile scoppio di passione da parte
mia, avrebbe incollerito il mio maestro! Io vorrei giovarti, o bello al
pari di Ganimede; seriamente vorrei giovarti. Io ti voglio bene, tutto
il bene di cui sono capace. Ti dissi che ho intenzione di diventar
soldato. Perchè non vuoi fare altrettanto? Perchè non uscire dal
cerchio angusto, che, come ti ho dimostrato, è tutta quanta la vita che
permettono le tue leggi e i tuoi costumi?» --
L'Ebreo non gli diede alcuna risposta.
-- «Chi sono i saggi ai giorni nostri?» -- continuò Messala. -- «Non
quelli che esauriscono le loro forze in vane dispute intorno a
cose morte; intorno a Baal, Giove e Jeova, o intorno a filosofie e
religioni. Citami un grande nome, o Giuda; non mi importa dove tu possa
cercarlo; in Roma, nell'Egitto, in Oriente, o qui in Gerusalemme, --
e Plutone mi prenda, se non appartenne ad un uomo che foggiò la sua
fama con gli strumenti che gli fornì il presente; che nulla tenne per
sacro che non contribuisca a questo fine; che nulla sprezzò di quanto a
questo fine condusse.
Non fu così di Erode, non fu così dei Maccabei? E il primo, e il
secondo Cesare? Segui il loro esempio. Comincia subito. Ecco Roma,
pronta ad aiutarti, come aiutò l'Idumeo Antipatro.» --
Il giovanetto Ebreo tremò di collera, e, trovandosi già vicino al
cancello del giardino, affrettò i suoi passi, desideroso di fuggire.
-- «O Roma, Roma!» -- mormorò.
-- «Sii saggio» -- continuò Messala. -- «Abbandona le fole di Mosè e le
tradizioni; guarda in faccia alle cose. Guarda in faccia alle Parche, e
ti diranno che Roma è il mondo. Chiedi loro che cosa è la Giudea, e ti
risponderanno che è ciò che Roma vuole.» --
Erano giunti all'uscita. Giuda si fermò e tolse dolcemente la mano
dell'amico dalla sua spalla, poi si voltò verso Messala, con le lacrime
agli occhi.
-- «Io ti comprendo, perchè sei Romano; tu non puoi comprender me.
Io sono un Israelita. Tu mi hai cagionato un grande dolore, oggi,
convincendomi che non potremo mai essere gli amici di una volta, mai!
Dividiamoci. La pace del Dio dei miei padri sia con te!» --
Messala gli tese la mano: l'Ebreo passò sotto il portone. Quando
egli si fu allontanato il Romano, rimase muto un istante; poi varcò
anch'egli la porta, crollando la testa.
-- «Sia,» -- mormorò. -- «Eros è morto, Marte regni!» --
CAPITOLO III.
Dall'ingresso della città Sacra, corrispondente all'attuale porta di
Santo Stefano, volgeva verso occidente una via parallela alla facciata
settentrionale della Torre di Antonia e non molto distante da questo
celebre castello. Continuando nella medesima direzione fino alla valle
Tiropea, che seguiva per un breve tratto verso sud, essa piegava di
nuovo ad occidente fino ad arrivare a quella che la tradizione chiama
porta del Giudizio, per quindi volgersi decisamente verso Sud.
Il viaggiatore, o lo studioso famigliare con la sacra località,
riconoscerà in questa strada una parte della via Dolorosa, di tanto
e così melanconico interessamento per tutti i Cristiani. Siccome per
lo scopo nostro non necessita la descrizione di tutta la via, sarà
sufficiente di indicare una casa, la quale merita un esame più attento,
sorgente all'ultimo angolo di essa.
L'edificio guardava verso occidente e verso settentrione, forse
quattrocento piedi di lunghezza per ciascun lato, e, come la maggior
parte delle case di una certa pretesa in Oriente, aveva due piani, ed
era perfettamente quadrangolare. La via dal lato occidentale misurava
circa dodici piedi di larghezza, quella a nord non più di dieci; e chi
fosse passato rasente a quelle mura e avesse guardato in alto, sarebbe
stato colpito dalla rude, incompleta, ma forte ed imponente apparenza
che presentavano, perchè erano formate da larghi blocchi di pietra non
tagliati, ma posti l'uno sull'altro come uscivano dalla cava. Un perito
dell'epoca lo avrebbe chiamato stile fortilizio, se le finestre, adorne
fuor dell'usato, e la finitezza e l'eleganza delle porte non avessero
mitigata questa impressione.
Le finestre verso occidente erano in numero di quattro, quelle a
settentrione soltanto due, tutte all'altezza del secondo piano. Le
porte erano semplici interruzioni delle mura del piano inferiore, ed
oltre ad essere tempestate di chiodi e difese da catenacci quasi a
resistere ai colpi d'un ariete, erano protette da cornici di marmo
artisticamente lavorate e di così ardita proiezione da rivelare
apertamente al visitatore non ignaro degli usi del popolo, che il ricco
proprietario del palazzo era un Sadduceo in politica ed in religione.
Dopo essersi separato dal Romano sulla Piazza del Mercato, il giovane
Ebreo aveva risalita questa strada e s'era fermato davanti alla porta
occidentale del palazzo da noi descritto. Gli fu aperta la porta ed
egli entrò frettolosamente senza rispondere all'inchino rispettoso del
guardiano. Per renderci conto della struttura interna della casa e per
apprendere le ulteriori vicende del giovane, seguiamolo.
Il passaggio in cui era stato accolto rassomigliava ad una stretta
galleria, con tavolati di legno alle pareti e volta adorna di trafori.
Panche di pietra, lucide per lungo uso, la fiancheggiavano. Una
quindicina di passi lo portava ad un cortile limitato ad ogni lato
da edifici a due piani; il pian terreno era circondato da colonnati,
mentre il superiore terminava in una terrazza difesa da una robusta
balaustrata.
I servitori che andavano e venivano sui terrazzi, il rumore dei
macinatoi in lavoro, la biancheria svolazzante su corde tese da parte
a parte; le galline e i piccioni liberi e vaganti per il cortile;
le capre, le mucche, gli asini e i cavalli posti sotto i colonnati;
un grande serbatoio d'acqua evidentemente destinato all'uso comune,
rivelavano gli scopi domestici del cortile.
Nel lato orientale il muro era interrotto da un altro passaggio simile
al primo, e, attraverso a questo, il giovane pervenne in una seconda
corte, spaziosa e quadrata, allietata da cespugli fioriti e da viti,
cui, un bacino di marmo, aggiungeva bellezza e frescura.
I colonnati, qui, erano più alti, ombreggiati da cortine a strisce
gialle e rosse, e le colonne avevano sembianza di steli intrecciati.
Una gradinata verso sud immetteva ai terrazzi del piano superiore,
sopra i quali erano tese grandi tende a proteggerli contro i raggi del
sole. Un'altra gradinata conduceva dai terrazzi sul tetto, l'orlo del
quale, per tutta la periferia, era adorno di una cornice scolpita e
di un parapetto di terracotta rosso vivo. Dappertutto si scorgeva una
scrupolosa pulizia che non permetteva alla polvere di adunarsi negli
angoli, e non lasciava una foglia secca sopra i cespugli, contribuendo
così ad accentuare l'impressione complessivamente deliziosa; tantochè,
un visitatore, respirando quell'aria tranquilla e dolce, riceveva
un'idea della raffinatezza e della coltura della famiglia che andava a
trovare.
Fatti alcuni passi nel secondo cortile, il giovine piegò a destra,
e scegliendo un sentiero attraverso i cespugli, giunse alla scala ed
ascese al terrazzo, il pavimento del quale era coperto di piastrelle
bianche e nere, rese lucide dallo stropiccìo continuo dei piedi.
Alzando le tende di una portiera situata a settentrione, entrò in un
appartamento che il cadere della tenda ripiombò nell'oscurità. Ciò non
di meno procedette con passo sicuro verso un divano sopra il quale
si gettò bocconi, riposando con la fronte appoggiata alle braccia
incrociate.
Verso il crepuscolo una donna venne alla porta e chiamò; non avendo
ottenuta risposta, sospinse la portiera ed entrò.
-- «La cena è pronta e cade la notte. Non hai fame?» -- gli chiese.
-- «No» -- rispose egli.
-- «Sei ammalato?» --
-- «Ho sonno.» --
-- «Tua madre ha chiesto di te.» --
-- «Dov'è?» --
-- «Nel padiglione sopra il tetto.» --
Egli si scosse e si alzò.
-- «Bene, portami qualche cosa da mangiare.» --
-- «Che cosa desideri?» --
-- «Quel che ti piace, Amrah. Non sono ammalato, ma sono indifferente
alla vita. Essa non mi sembra così piacevole come mi apparve stamane.
Un nuovo male, o mia Amrah; e tu che mi conosci così bene, tu che non
mi sei mai venuta meno, pensa a ciò che può sostituire i cibi e le
medicine. Portami ciò che vuoi!» --
Le domande di Amrah, e la voce con cui erano state fatte, bassa,
dolce e premurosa, rivelavano rapporti di famigliarità fra quei due.
Essa pose la mano sulla fronte di lui, e poi, quasi fosse soddisfatta
dell'esame, uscì dicendo: -- «Vedrò.» -- In breve ritornò recando su
di un vassoio di legno una scodella di latte, alcune focaccie di pane
bianco, un delicato pasticcio di grano macinato, un uccello lessato,
miele e sale. Ad una estremità del vassoio stava una coppa d'argento
piena di vino, all'altra una lucerna di bronzo accesa.
Così illuminata, la stanza era visibile: le pareti di stucco levigato,
la volta interrotta da grandi travi di quercia, annerite e macchiate
dalla pioggia e dal tempo; il pavimento coperto di piccole piastrelle
azzurre e bianche, resistenti e ben conservate. Alcune sedie con le
gambe intagliate a somiglianza di gambe di leoni; un divano di poco
rialzato sopra il suolo, guarnito di stoffa azzurra e in parte coperto
da un immenso scialle di lana -- in una parola, una camera da letto
ebrea.
La luce lasciò vedere anche la donna. Avvicinando una sedia al
divano, essa vi pose il vassoio e poi si inginocchiò vicino al suo
signore, pronta a servirlo. Il suo volto era quello di una persona
di cinquant'anni, scura di carnagione, nera d'occhi, i quali, in quel
momento, erano raddolciti da un'espressione di tenerezza quasi materna.
Un turbante bianco copriva la sua testa, lasciando esposta parte delle
orecchie e in quelle i segni che rivelavano la sua condizione, -- dei
fori praticati con una grossa lesina. Era una schiava, di origine
Egiziana, alla quale neppure il sacro cinquantesimo anno avrebbe potuto
portare la libertà; nè essa l'avrebbe accettata, perchè il ragazzo,
cui stava attendendo, formava la gioia della sua vita. Essa lo aveva
allattato infante, lo aveva curato bambino, e non poteva tralasciare di
servirlo. Per il suo affetto egli non sarebbe mai stato un uomo.
Egli parlò una sola volta durante il pasto.
-- «Ti ricordi, o mia Amrah» -- disse -- «di quel Messala che soleva
venire a trovarmi per giorni intieri?» --
-- «Lo rammento.» --
-- «Egli andò a Roma alcuni anni fa, ed è ritornato oggi. Sono stato a
fargli visita.» --
Un brivido scosse il giovane.
-- «Io avevo indovinato che ti era accaduto qualche cosa di grave.»
-- disse Amrah, con profonda sollecitudine. -- «Io non ho mai amato
Messala. Dimmi tutto.» --
Ma egli era tornato sopra pensieri, e alle sue ripetute domande rispose
soltanto:
-- «Egli è molto mutato, ed io non voglio aver nulla più a che fare con
lui.» --
Quando Amrah portò via il vassoio, egli uscì insieme a lei, e salì dal
terrazzo sopra il tetto.
Il lettore saprà qualche cosa degli usi a cui si adibiscono i tetti
delle case, in Oriente. In quanto ai costumi, il clima è dappertutto il
miglior legislatore. L'estate Siriaca, di giorno, costringe le persone
a cercare riparo sotto i colonnati ombrosi; ma di notte ne li chiama
fuori non appena l'ombre cominciano ad avvolgere lentamente i fianchi
delle montagne, come i veli che coprono i cantori Circei. Ma quelle
sono lontane, mentre il tetto è vicino, abbastanza rialzato sopra il
livello della pianura scintillante, per essere visitato dai freschi
venticelli notturni, e per lasciar mirare in tutto il suo splendore la
volta stellata del cielo. Così tutta la famiglia si raduna sul tetto,
che diviene luogo di giuochi, camera da letto, alcova, sala da musica,
da danza, da conversazione, da meditazione e da preghiera.
Le ragioni che, in climi più freddi, suggeriscono la decorazione
dell'interno delle case, in Oriente consigliano l'abbellimento del
tetto. Il parapetto ordinato da Mosè divenne un trionfo dell'arte
vasellaria e statuaria. Più tardi, sopra di esso, si elevarono
torri, semplici e fantastiche; più tardi ancora principi e imperatori
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