dalla miseria!» -- Se la rapidità delle sue parole erano un semplice artificio allo scopo di non lasciargli il tempo di pensare, fa duopo ritenere ch'ella ignorasse o avesse dimenticato, esservi certe commozioni affatto indipendenti dal pensiero, che penetrano senza preavviso alcuno e sono irremovibili. Mentr'essa parlava, parve a Ben Hur di vedere il volto di Messala dietro le spalle dell'Egiziana e l'espressione del Romano non era certamente quella di un mendicante o d'un amico; le labbra del patrizio erano sempre atteggiate al solito sorriso sardonico, e lo sguardo nulla aveva perduto della sua irritante alterigia. -- «L'appello è già stato deciso allora, e per una volta almeno Messala è stato sconfitto. -- Andrò a scrivere nel mio diario il grande avvenimento, che un Romano ha pronunciato giudizio contro un Romano! Ma dimmi, fu Messala a mandarti a me con questo messaggio, o Egitto?» -- -- «La sua è una nobile indole, e alla stregua di essa giudicò la tua.» -- Ben Hur prese la mano poggiata leggermente sopra il suo braccio. -- «Dal momento che tu sembri avere rapporti di così intima amicizia con lui, bella Egiziana, dimmi, credi che egli farebbe per me ciò che egli mi chiede, in caso che le sorti fossero invertite? Rispondimi, per Iside! Rispondimi, se ami la verità!» -- La mano e lo sguardo insistevano del pari che la voce. -- «Oh! -- essa cominciò -- egli è...» -- -- «Un Romano, stavi per dire; significando con ciò, che io, un Ebreo, non posso paragonarmi a lui; che, essendo Ebreo, io devo restituirgli i miei guadagni, perchè egli è Romano. Se tu hai altro da dire, o figlia di Balthasar, spicciati, spicciati; perchè, per il Signore Dio d'Israele, questo mio sangue comincia a bollire, e potrò forse dimenticare che tu sei una donna, e bella! Io non vedo che la spia di un padrone doppiamente odioso perchè mio nemico e perchè Romano. Spicciati, ti dico.» -- Essa si liberò della sua mano, facendo un passo indietro nel cerchio di luce, e con tutta la malignità della sua natura raccolta negli occhi e nella voce, disse: -- «Vile bevitor di feccie, cane Israelita! Nella tua smisurata presunzione tu hai creduto che io potessi amarti dopo aver veduto Messala? I pari tuoi sono nati per strisciare a suoi piedi. Ed ora ascolta: Egli sarebbe stato contento che tu restituissi i sei talenti; ma io ti dico che ai sei devi aggiungerne venti -- venti, mi intendi tu? Uno per ogni bacio che tu gli hai rubato, quantunque col mio permesso. Io t'ho seguita con protestazioni d'affetto ho simulato un'amore che non sentivo, ho sopportato la tua compagnia così a lungo, per servire Messala. Il negoziante è l'amministratore della tua fortuna. Se per domani, a mezzodì, egli non ha la tua cambiale in favore del mio Messala per ventisei talenti -- nota la somma! -- avrai da fare con Sejano. Sii saggio. Addio.» -- Mentre essa si avviava all'uscio, egli le si piantò innanzi, sbarrandole il cammino. -- «Il vecchio Egitto vive in te!» -- egli disse. -- «Sia che tu veda Messala domani o dopodomani, qui o in Roma, fagli questa ambasciata: Digli che ho ricuperato tutto il denaro, compresi i sei talenti, di cui egli mi spogliò, confiscando i miei beni paterni; digli che, superstite alle galere a cui mi condannò, nel pieno vigore delle mie forze, io rido della sua miseria e del suo disonore; digli che io credo che quella infermità di corpo che lo astringe, eterno invalido, alla sua poltrona, e che il mio braccio cagionò, è la maledizione del nostro Signore Iddio d'Israele, giusta ricompensa pei suoi delitti contro i deboli e gl'infelici; digli che mia madre e mia sorella, ch'egli fece rinchiudere in una cella nella Torre d'Antonia affinchè vi morissero della lebbra, sono vive e guarite, grazie alla potenza del Nazareno che tu disprezzi; digli che per colmare la coppa della mia felicità, esse sono state restituite alle mie braccia, e che nel loro affetto io troverò largo compenso alle impure passioni che tu rechi a Messala; digli -- e questo anche per tuo conforto -- o tigre in forma d'angelo, digli, che quando Sejano verrà a spogliarmi, egli non troverà nulla, perchè l'eredità ch'io ebbi dal duumviro, compreso la villa di Miseno, è stata venduta, e il ricavo della vendita è fuori della sua portata, in giro pei mercati del mondo, sotto forma di tratte; e che questa casa, e i beni, e le merci, e le navi, e le carovane, che ogni giorno portano a Simonide così principeschi guadagni, sono protetti da una salvaguardia imperiale, perchè una testa più saggia della tua ha trovato il prezzo dei favori di Sejano, e il ministro preferisce un guadagno onestamente procurato, a tesori macchiati di sangue; digli, che se anche non fosse così, se il denaro ed i beni fossero tutti miei, egli non ne avrebbe la benchè minima parte, perchè, quando, trovasse le nostre tratte Ebraiche, e obbligasse i detentori a consegnare le somme equivalenti, un altro mezzo mi rimane -- un atto di donazione a Cesare; -- questo almeno appresi negli atti della grande metropoli; digli infine che, insieme alla mia sfida, io non gli mando la mia maledizione a parole, ma quale migliore espressione del mio odio eterno, io gli invio qualche cosa che sarà per lui la somma di tutte le maledizioni; e quand'egli ti vedrà ripetere questo messaggio, figlia di Balthasar, la sua astuzia Romana gli indicherà ciò ch'io intendo di dire. Ora va, come io vado.» -- Egli la condusse verso l'uscio, e sollevando la cortina con cerimoniosa cortesia, la lasciò passare per la prima. -- «La pace sia con te» -- egli disse, mentre essa spariva. CAPITOLO VII. Quando Ben Hur abbandonò la stanza degli ospiti, il suo passo era meno fermo di quando vi era entrato, e la testa gli era caduta sul petto. Aveva fatto la scoperta che un uomo, inchiodato sul letto, con la schiena rotta, poteva dalle nere profondità della sua anima, trarre forze sufficienti per nuocere ai suoi nemici, e stava riflettendo su questa scoperta. È facile, dopo che una calamità ci ha colpiti, rivolgere lo sguardo indietro, e scorgere tutte le fila della trama prima nascoste. Il pensiero che egli non aveva neppure sospettato la complicità dell'Egiziana nei disegni di Messala, e che per anni egli aveva ciecamente fidato in lei, mettendo a repentaglio la propria vita e quella degli amici, ferì profondamente il suo orgoglio. -- «Ora mi ricordo» -- egli diceva fra sè -- «che essa non ebbe una parola di sdegno quando il perfido Romano minacciò la sua vita alla fonte di Castalia! Io ricordo come essa lo esaltava quella notte di luna nell'Orto delle Palme! Ed, ah...» -- egli si fermò battendosi violentemente il pugno sulla fronte -- «ah! il mistero dell'appuntamento al palazzo di Idernee, non è più un mistero per me!» -- La ferita, dobbiamo osservare, toccava il suo orgoglio e la sua vanità, e per fortuna gli uomini non muoiono spesso di simili mali, e neppure ne soffrono molto a lungo. Nel caso di Ben Hur, poi, v'era compenso nella riflessione a cui egli diede voce improvvisamente esclamando, -- «Lodato sia il Cielo che quella donna non s'è impadronita maggiormente del mio cuore! Ora m'accorgo che non l'ho mai veramente amata!» -- E come se si fosse liberato da un grave peso, arrivato con passo leggero all'estremità del terrazzo, dove terminava la scala che metteva sul tetto, la prese, e cominciò a salire rapidamente. Ma all'ultimo gradino s'arrestò di nuovo: Poteva Balthasar esser complice di questa fitta rete di frodi e menzogne da lei tessute? No, no. L'ipocrisia accompagna raramente l'età venerabile come la sua. Balthasar era un uomo onesto. Con questa ferma convinzione raggiunse il tetto. V'era luna piena, ma la volta del cielo era luminosa pei riflessi delle migliaia di fuochi ardenti nelle strade e nei piazzali della città, intorno ai quali salivano i cantici e i cori dei vecchi salmi d'Israele. Quelle meste armonie che molcevano il suo orecchio, prendevano parole e significato nell'animo suo, e gli sembravano dire: -- «Così, o figlio di Giuda, noi facciamo omaggio al Signore Iddio, e dimostriamo la nostra lealtà alla patria ch'egli ci ha dato. Venga Gedeone, o Davide, o un Macabeo, e ci troverà pronti.» -- E subito, come in un sogno, quasi a scherno, gli apparve l'uomo di Nazareth. La dolorosa, quasi femminile immagine di Cristo, lo accompagnò, mentre attraversò la terrazza fin sopra alla via a settentrione della casa. In quel volto non appariva segno di guerra; ma piuttosto la calma e la rassegnazione di un tranquillo cielo lunare, provocando di nuovo la vecchia angosciosa domanda: -- «Che sorta di uomo è egli mai?» -- Ben Hur diede uno sguardo sopra il parapetto, e poi si volse meccanicamente verso il Padiglione. -- «Facciano il loro peggio;» -- egli disse, camminando a passi lenti -- «io non perdonerò al Romano. Io non dividerò la sua sorte, e neppure fuggirò da questa città de' miei padri. Farò appello alla Galilea e di là comincierò la battaglia. Con la fama di gesta eroiche chiamerò tutte le tribù dalla mia parte. Quegli che diede Davide e Mosè, ci troverà un condottiero, e se non sarà il Nazareno, sarà un altro dei molti che anelano di morire per la libertà.» -- L'interno del padiglione, verso il quale moveva Ben Hur era scarsamente illuminato, e le colonne del lato occidentale gettavano lunghe ombre sul pavimento. La poltrona solitamente occupata da Simonide era vicino alla finestra dalla quale si godeva la più ampia vista della città in direzione del Mercato. La poltrona era occupata. -- «Il buon uomo è ritornato» -- pensò, -- «Gli parlerò, se non dorme.» -- Entrò, e con passo leggiero si avvicinò alla poltrona. Chinandosi sopra la spalliera, vide Ester, addormentata e ravvolta nello scialle del padre. I capelli sciolti e disordinati piovevano sopra il suo volto. Il suo respiro era irregolare e affannoso: Un lungo sospiro terminante in un singhiozzo rompeva tratto tratto dal suo petto. Qualchecosa -- la solitudine forse, o quei sospiri -- diedero a Ben Hur l'idea che quel sonno fosse piuttosto il riposo del dolore più che il ristoro dopo la fatica. La natura manda questo sollievo ai fanciulli, ed egli era solito considerare Ester come quasi una bambina. Appoggiò le braccia alla spalliera e pensò: -- «Io non voglio svegliarla. Non ho nulla da dirle -- nulla -- se non ch'io la amo. Essa è figlia di Giuda, bella, e come diversa dall'Egiziana! Quella è tutta vanità, ambizione, egoismo; questa è tutta verità, dovere, abnegazione. No, il problema non è se io l'ami -- ma se essa ama me. Sul principio mi era amica. Quella notte sul terrazzo ad Antiochia, con quale infantile ardore mi pregò di non inimicarmi Roma, e di parlarle della villa di Miseno, e della mia vita tranquilla colà! Io la baciai allora. Può essa aver scordato quel bacio? Io non l'ho dimenticato. Io l'amo. -- Nessuno sa in città che ho ritrovato la mia famiglia. Non l'ho detto all'Egiziana; ma questa piccina si rallegrerà della mia gioia e darà loro il benvenuto con la mano e col cuore. Essa sarà un'altra figlia per mia madre, e una sorella per Tirzah. Io vorrei svegliarla e dirle tutte queste cose, ma -- o maledetta maga d'Egitto! -- come potrei avere il coraggio di parlare a lei? Io andrò via, aspetterò un'occasione migliore. Dormi in pace Ester, figlia amorosa, fiore di Giuda!» -- E, in silenzio, camminando in punta di piedi, si ritirò. CAPITOLO VIII. Le vie e i ritrovi pubblici della città rigurgitavano di gente, che andava e veniva, attorniava cantando e felice i grandi fuochi, e mirava i pezzi di carne che giravano allo spiedo. L'aria era impregnata dell'odor di carne abbruciata e del fumo del legno di cedro. Era questa l'occasione in cui ogni figlio d'Israele era fratello ad ogni figlio d'Israele, e l'ospitalità non conosceva limiti; da ogni parte sorgevano grida verso Ben Hur. -- «Fermati e godi con noi. Siamo tutti fratelli nell'affetto del Signore!» -- Ringraziando con la voce e col gesto, egli continuava frettolosamente la sua strada verso il Khan, con l'intenzione di montar subito a cavallo e raggiungere le tende del Cedron. Il suo cammino lo condusse ad attraversare la via che doveva diventare così mestamente celebre nel mondo cristiano. Anche qui fervevano le liete cerimonie. Guardando su per la strada, vide le fiamme di alcune torcie in movimento, svolazzanti al vento come pennoni; ed osservò che dove passavano le torcie, i canti e le risa tacevano. La sua meraviglia raggiunse il colmo però, quando, attraverso il fumo e le scintille turbinanti, scorse il luccichio di lancie e di corazze, rivelanti la presenza di soldati Romani. Che cosa facevano essi, i beffardi legionari, in mezzo ad una processione Ebrea? Era una cosa inaudita, ed egli si arrestò, fremendo. La luna brillava; ma, come se la sua luce e quella delle torcie, e il bagliore dei fuochi nella strada non bastassero, alcuni della processione recavano lanterne. Pensando che in questo fatto avrebbe potuto trovare una spiegazione dell'enigma, Ben Hur si avanzò nella via in modo da poter osservare da vicino i componenti la processione. Le torcie e le lanterne erano portate da schiavi ciascuno armato con mazze ferrate e giavellotti. Il compito di questi mazzieri sembrava esser quello di rischiarare la strada e di indicare gli ostacoli ad alcuni dignitari che li seguivano -- sacerdoti e dottori, rabbini dalle lunghe barbe, fitte sopraciglie e nasi a becco, personaggi influenti nei consigli di Hannas e Caifa. Dove potevano andare? Non al Tempio certamente, perchè la via da Sion, donde questi sembravano venire, alla sacra casa, conduceva lungo lo Xisto. E il loro scopo? Non pacifico -- altrimenti, perchè la presenza dei soldati? Mentre la processione passava, l'attenzione di Ben Hur era specialmente attratta da tre uomini, camminanti l'uno vicino all'altro, alla testa del corteo, immediatamente preceduti dai lampadofori, i quali sembravano usar loro speciale deferenza. Nel personaggio a sinistra del gruppo egli riconobbe il capo dei custodi del Tempio: quello a destra era un sacerdote; l'uomo nel mezzo non era così facilmente classificabile, poichè camminava pesantemente, appoggiandosi alle spalle degli altri due, con la testa piegata innanzi sul petto. La sua apparenza era quella di un prigioniero non ancora rinvenuto dallo spavento dell'arresto, o che veniva condotto a qualche cosa di terribile -- la tortura, o la morte. I due dignitari a destra e a sinistra lo aiutavano premurosamente, rivelando che, s'egli non era il personaggio principale della processione, aveva certamente rapporti importanti con essa -- forse era un testimonio o una guida -- forse un delatore. Con perfetta disinvoltura Ben Hur si insinuò nel corteo, camminando a fianco del sacerdote. Se soltanto l'uomo avesse sollevato la testa? E dopo qualche passo il suo desiderio fu esaudito. La testa si alzò, rivelando, alla luce delle lanterne, un volto pallido, magro, contratto dal terrore; la barba arruffata; gli occhi velati, infossati, portanti l'espressione della disperazione. Seguendo davvicino il Nazareno, Ben Hur aveva imparato a conoscere i discepoli, come il Maestro; ed ora, vedendo quel triste volto, esclamò: -- «L'Iscariota!» -- Lentamente l'uomo girò il capo verso di lui, fissandolo con i grandi occhi sbarrati, e le labbra si mossero, come per pronunciare qualche parola; ma il sacerdote si interpose. -- «Chi sei tu? Va per i fatti tuoi!» -- disse a Ben Hur, sospingendolo con violenza. Il giovine prese lo spintone di buon umore, e aspettando l'occasione, si frammischiò nuovamente al corteo. In questo modo percorse tutta la lunghezza della via, l'affollata pianura fra la collina di Bezetha e il Castello di Antonia, fino alla Porta delle Pecore. Dappertutto s'incontravano gruppi di persone, intente a celebrare riti religiosi. Essendo la notte di Pasqua, i battenti della Porta erano spalancati. I custodi se n'erano andati e la processione passò liberamente. Davanti ad essa si stendeva il profondo burrone del Cedron, ombreggiato dal Monte Oliveto, coi suoi boschi di cedro e di ulivi, neri, e spiccanti sinistramente contro il cielo illuminato dalla luna. Due strade s'incrociavano davanti alla Porta, una a nord ovest, e l'altra verso Bethania. Prima che Ben Hur avesse tempo di capire se la processione si fermerebbe, o, proseguendo, quale delle due strade avrebbe preso, fu spinto da essa giù verso la vallata. Nessun indizio rivelava lo scopo della marcia misteriosa. Giù nel burrone e sopra il ponte, passò la comitiva, con le torce fiammeggianti e le mazze ferrate calpestando rumorosamente il terreno; poi piegò a sinistra, nella direzione di un orto d'ulivi, chiuso da un muro bianco. Ben Hur sapeva che quel luogo era deserto, tranne per alcuni tronchi nodosi e un grande triangolo di pietra, usato dai contadini per schiacciare l'olio dalle bacche. Mentre stava pensando, pieno di meraviglia, che cosa potesse cercare la comitiva in un tal luogo, tutti si fermarono. Si udirono voci concitate partire dalla testa della processione; un fremito corse di uomo in uomo; vi fu una confusione e un rinculare generale; solo i soldati rimasero fermi al loro posto. In un attimo Ben Hur si liberò dalla folla, e corse innanzi. Si trovò davanti a una porta di cui il cancello era stato abbattuto, e con uno sguardo dominò tutta la scena. In mezzo all'orto stava un uomo, in bianche vesti, il capo scoperto, le mani incrociate sul petto -- una figura esile e curva, coi lunghi capelli e il volto scarno -- in atto di rassegnazione e di attesa. Era il Nazareno! Dietro di lui, in gruppo, stavano i discepoli. Essi sembravano in preda ad una grande agitazione. Egli invece appariva assai calmo. La luce delle torcie illuminava il suo volto e dava ai suoi capelli una tinta più rossa del naturale; ma l'espressione del volto, era come sempre, piena di bontà e di compassione. Davanti a questa mite apparizione stava la plebaglia, muta, umiliata, atterrita -- pronta al primo segno d'ira a voltare le spalle e fuggire. Da quella a lui, da lui a Giuda Iscariota, Ben Hur guardò con rapido sguardo. E comprese. Là era il traditore, qua il tradito; e questi schiavi, con torcie e mazze, e questi legionarî, dovevano eseguire l'arresto. Un uomo non può sempre dire in precedenza ciò che farà in una data circostanza. Questa era l'occasione che Ben Hur aveva atteso, per cui s'era da tanti anni preparato. L'uomo, la cui causa egli aveva sposata, e sulla cui vita aveva costruito un tanto edificio, era in pericolo: pure egli stette dubbioso. Tali contraddizioni esistono nella natura umana! Inoltre quella stessa calma con la quale l'essere misterioso fronteggiava la turba e la teneva in soggezione, persuadeva Ben Hur della presenza di una forza superiore e secreta, sulla quale il tradito poteva fare affidamento. Pace ed amore e abnegazione avevano formato il substrato delle dottrine del Nazareno; avrebbe messo in pratica i suoi insegnamenti? Egli era padrone della vita, poteva toglierla e ridarla a piacimento: quale uso avrebbe fatto di questa forza? Difendersi? E come? Una parola, un respiro, un pensiero bastavano. Nella sicura fiducia che egli stava per assistere ad una manifestazione stupefacente di questa forza, Ben Hur attese immobile. E in tutto questo, egli non pensava al Maestro che come a un uomo, e lo misurava alla stregua dei propri sentimenti. Chiara e distinta si levò la voce di Cristo. -- «Chi cercate?» -- -- «Cristo di Nazareth» -- rispose il sacerdote. -- «Io sono quegli.» -- A queste semplici parole, pronunciate senza passione o paura, la turba si ritrasse di parecchi passi, e i più timidi fra essa si gettarono a terra tremando. Forse lo avrebbero lasciato stare e sarebbero partiti, se Giuda non si fosse avvicinato a lui. -- «Salve, Maestro!» -- E con questo saluto amichevole, lo baciò. -- «Giuda!» -- disse il Nazareno con mitezza, -- «tradisci tu il Figlio dell'uomo con un bacio? Perchè sei tu, venuto?» -- Non ricevendo risposta, il Maestro si volse nuovamente verso la folla: -- «Chi cercate?» -- -- «Cristo di Nazareth.» -- -- «Vi ho detto ch'io sono colui. Se mi cercate, lasciate dunque che questi partano in pace.» -- A quelle parole i Rabbini si avanzarono, e indovinando il loro scopo, alcuni dei discepoli, pei quali Egli aveva supplicato, balzarono innanzi a lui: uno di essi troncò l'orecchio ad un assalitore, senza per questo salvare il Maestro. E Ben Hur non si mosse! No. Neppure quando gli ufficiali apprestarono le corde per legare il Nazareno, e questi compì l'atto sublime di carità, ahimè! uno degli ultimi della sua vita. -- «Non soffrire più oltre» -- egli disse all'uomo ferito, e lo guarì col contatto della sua mano. Amici e nemici si guardarono stupefatti -- gli uni che egli potesse fare un tale atto, gli altri ch'egli lo facesse in tali circostanze. -- «Certamente egli non si lascierà legare!» -- Così pensò Ben Hur. -- «Deponi la tua spada; la coppa che mio Padre mi tende, non dovrò io vuotarla?» -- Dal suo seguace il Nazareno si volse agli assalitori. -- «Perchè siete venuti incontro a me come contro un ladro, con spade e bastoni? Io fui con voi tutti i giorni nel Tempio, e non m'avete arrestato; ma questa forse è l'ora vostra e della potenza delle tenebre.» -- La pattuglia riprese coraggio e lo circondò; e quando Ben Hur girò gli occhi in cerca dei fedeli -- essi erano spariti, -- non uno rimaneva. Intorno all'uomo abbandonato si agitava la folla, rumorosa, affaccendata. Di tanto, in tanto fra le torcie, e il fumo, e il mare di teste ondeggianti, egli intravvedeva il prigioniero, e una grande pietà gli stringeva il cuore per quell'uomo senza amici e derelitto. Ma pure egli pensava -- quell'uomo avrebbe potuto difendersi, avrebbe potuto uccidere con uno sguardo i suoi avversari, e non aveva voluto. Qual'era questa coppa che suo padre gli aveva dato da vuotare? E qual'era il padre al quale si doveva una tale obbedienza? Mistero sopra mistero. Appena la plebaglia si volse per tornare in città, i soldati si misero alla testa della comitiva. Ben Hur era irrequieto, malcontento di sè stesso. Egli sapeva che dove le torcie erano più fitte, là si trovava il Nazareno. Lo avrebbe ricercato, gli avrebbe fatto una domanda. Spogliandosi della lunga sopraveste e del fazzoletto da capo, che gettò sopra il muro dell'orto, egli rincorse la processione e si mescolò con essa. Facendosi strada faticosamente fra la calca, pervenne alla fine presso all'uomo che teneva i capi della corda con cui il prigioniero era legato. Il Nazareno camminava lentamente, con la testa piegata, le mani annodate dietro la schiena; i capelli piovevano con disordine sopra il suo viso, e la curva delle spalle era più accentuata del solito. Apparentemente era inconscio di quanto avveniva intorno a lui. Lo precedevano, di pochi passi, sacerdoti e patriarchi, che discorrevano animatamente fra loro e di tanto in tanto si voltavano indietro. Quando arrivarono sul ponte sopra la gora, Ben Hur prese la corda di mano allo schiavo, e si avvicinò al Nazareno. -- «Maestro, maestro!» -- egli sussurrò frettolosamente. -- «M'odi, Maestro? Una parola -- una parola. -- Parla!» -- L'uomo della corda la pretendeva violentemente. -- «Dimmi,» -- continuò Ben Hur -- «vai tu con questi uomini di tua libera volontà?» -- Il popolo lo attorniava iracondo e gli urlava nelle orecchie: -- «Chi sei tu? Che cosa vuoi?» -- -- «O Maestro» -- proseguì Ben Hur, con voce piena di angoscia. -- «Io sono un tuo amico e seguace. Dimmi, ti supplico: se io ti porto aiuto, lo accetterai?» -- Il Nazareno non alzò il capo, nè diede alcun segno di avere inteso. Ma una voce sussurrava a Ben Hur giustificando questo silenzio: -- «Lascialo stare» -- essa sembrava dirgli. -- «I suoi amici lo hanno abbandonato; il mondo lo ha rinnegato; nell'amarezza del suo cuore egli ha detto addio agli uomini; egli va verso un destino ignoto, e non gli importa di conoscerlo. Lascialo stare.» -- Ben Hur dovette desistere. Una ventina di pugni erano tesi contro di lui da ogni parte. La plebaglia urlava: -- «Egli è uno dei suoi amici! Ammazzatelo! -- a morte, a morte!» -- L'ira accrebbe forza a Ben Hur, il quale liberandosi con violenza dalle mani che lo afferravano, giuocò vigorosamente di mulinello col pugno e riuscì a farsi strada attraverso la turba che lo stringeva da ogni banda. Con la tunica a brandelli, quasi nudo, e grondante di sudore dalla fatica riuscì finalmente a fuggire nel burrone, che nascondendolo con le sue ombre amiche gli offrì temporaneo asilo e salvezza. Quando il pericolo fu sparito, Ben Hur riprese la veste che aveva lasciata sul muro dell'orto e rientrò in città, al suo Khan, donde, fattosi sellare il cavallo, partì alla volta delle tende presso la tomba dei Re. Cavalcando, egli si promise di rivedere il Nazareno all'indomani. Lo promise, non sapendo che il povero derelitto era stato condotto immediatamente in casa di Hannas, per essere giudicato quella stessa notte. Il cuore del giovane era pesante, e quando egli si distese sopra il suo giaciglio, non potè per lungo tempo prender sonno; perchè ora veramente questo rinnovellato regno Giudeo si risolveva nella sua vera essenza, ed appariva un sogno. È terribile vedere gli edifici che la nostra speranza innalza, precipitare l'uno dopo l'altro, senza dar tempo all'anima di riaversi, all'orecchio di dimenticare il frastuono della prima ruina; ma quando tutti quanti precipitano insieme -- come navi che affondano, -- come case che crollano in un terremoto -- lo spirito che sa sopportare il disastro con calma, è dotato di una tempra superiore alla comune -- e Ben Hur non era di quelli. Fissando gli sguardi nell'avvenire egli cominciò a intravvedere i brani di una vita serenamente bella, con un tranquillo focolare invece di un palazzo reale, e con Ester sua sposa. Più volte nel lento volgere delle ore notturne, egli pensò alla villa di Miseno, immaginando la figura della sua bella compagna aggirantesi in quei superbi atri Romani, per quei sentieri fioriti, per la spiaggia di quel mare così azzurro, sotto alla volta del bel cielo Napoletano. In altre parole una nuova crisi sconvolgeva Ben Hur, crisi che solo l'incontro col Nazareno all'indomani, poteva risolvere. CAPITOLO IX. La mattina appresso, circa all'ora seconda, due uomini giunsero di galoppo alla tenda di Ben Hur, e, smontando, chiesero di parlargli. Egli non era ancora alzato, ma ordinò che fossero subito ammessi. -- «Pace a voi, fratelli» -- egli disse, poichè erano dei suoi Galilei, ufficiali fidati. -- «Sedete.» -- -- «No» -- disse il più anziano bruscamente, -- «sedersi e fare il proprio comodo significa lasciar morire il Nazareno. Alzati, figlio di Giuda, e vieni con noi. Il giudizio è stato pronunciato. L'albero della croce è già pronto sul Golgota.» -- Ben Hur sbarrò gli occhi. -- «La croce!» -- era tutto quanto potè dire al momento. -- «Lo presero ieri notte e lo processarono» -- continuò l'uomo. -- «All'alba lo condussero davanti a Pilato. Due volte il Romano negò la sua colpa; due volte si rifiutò di condannarlo. Finalmente se ne lavò le mani, e disse: -- «La responsabilità sia vostra.» -- Ed essi risposero...» -- «Chi rispose?» -- -- «Essi -- i sacerdoti ed il popolo -- «Il suo sangue cada su di noi e sopra i nostri figli.» -- -- «Santo padre Abramo!» -- esclamò Ben Hur. -- «Un Romano più benigno con un Israelita che i suoi compaesani? E se -- ah, se egli fosse veramente il figlio di Dio, chi laverà mai da quel sangue i loro figliuoli? Non deve essere -- è tempo di combattere!» -- Il suo volto assunse un'espressione di risolutezza, ed egli battè le mani. -- «I cavalli -- presto!» -- gridò all'Arabo che si presentò a quel segnale. -- «E di' ad Amrah di mandarmi abiti nuovi, e di portarmi la mia spada! È tempo di morire per Israele, amici. Aspettatemi di fuori.» -- Mangiò un tozzo di pane, trangugiò una ciotola di latte, ed uscì. -- «Dove vuoi andare?» -- chiese il Galileo. -- «A raccogliere le legioni!» -- -- «Ahimè!» -- rispose l'uomo, giungendo le mani. -- «Che cosa è successo?» -- -- «Maestro» -- l'uomo disse vergognosamente -- «io ed il mio amico siamo i soli rimasti fedeli. Gli altri hanno seguito i sacerdoti.» -- -- «Perchè?» -- chiese Ben Hur, arrestando il cavallo. -- «Per ucciderlo.» -- -- «Il Nazareno?» -- -- «Hai detto.» -- Ben Hur guardò lentamente dall'uno all'altro. Gli sembrava di udire le parole della notte scorsa: -- «La coppa che mio Padre mi ha dato, non dovrò io vuotarla?» -- Ed egli ripeteva di nuovo nell'orecchio al Nazareno: -- «Dimmi, se io ti porto aiuto, lo accetterai?» -- Allora vide chiaro dinanzi agli occhi. La sua morte era decisa. Quell'uomo l'aveva preveduta e le era andato incontro con piena coscienza, dal primo giorno della sua missione. Essa gli era imposta da Dio, ed egli l'aveva spontaneamente accettata: che cosa potevano fare gli uomini per impedirla? Con infinita amarezza pensò alla rovina del suo disegno, al tradimento dei Galilei. Strano che dovesse capitare proprio quella mattina! Un senso di paura lo colse. Era possibile che tutto il suo lavoro, i tesori profusi, le sofferenze patite, non fossero stati che un empio contendere con la volontà divina? Quando raccolse le redini, e disse -- «Andiamo avanti, fratelli» -- egli non scorgeva innanzi a sè che dubbio ed incertezza. Le sue facoltà s'erano ottuse, e non sapeva prendere una risoluzione. -- «Andiamo fratelli; andiamo sul Golgota.» -- Passarono attraverso gruppi di persone eccitate che traevano come essi verso sud. In tutta la parte occidentale della città regnavano insolito subbuglio e agitazione. Avendo udito che la processione con il condannato sarebbe passata in prossimità alle grandi torri bianche costruite da Erode, i tre amici volsero i cavalli in quella direzione, passando a sud ovest di Akra. Nella valle sotto lo stagno di Ezechia, la moltitudine era così densa, che essi, non potendo farsi strada, dovettero smontare e rifugiarsi dietro all'angolo di una casa. Sembrava loro di trovarsi sulle sponde d'un fiume, ad osservare la corrente che passava; tale era il flusso continuo del popolo. Vi sono alcuni capitoli nel Primo Libro di questo racconto, che furono scritti con l'intenzione di dare al lettore un'idea degli elementi che componevano la nazione Ebraica ai tempi di Cristo. Furono anche scritti in previsione di questa scena, e chi li ha letti attentamente, può immaginarsi lo spettacolo che si offriva a Ben Hur -- lo spettacolo di tutto un popolo che accompagnava un uomo alla morte. Per mezz'ora, la corrente passò davanti a Ben Hur ed ai suoi compagni, incessante, varia, agitata. Alla fine di quel tempo egli avrebbe potuto dire: -- «Io ho veduto tutte le caste di Gerusalemme, tutte le sette della Giudea, tutte le tribù d'Israele, tutte le nazionalità della terra! Ebrei della Libia, Ebrei d'Egitto, Ebrei d'Antiochia e del Reno, di tutti i paesi dell'Oriente e dell'Occidente, sfilavano, senza posa; a piedi, a cavallo, sopra cammelli, in lettighe, su cocchi, con tutta la infinita varietà di costumi, e, allo stesso tempo, con quella meravigliosa rassomiglianza di fisionomia che ancor oggi è caratteristica ai figli d'Israele, sparsi come sono in tutte le regioni del mondo, sotto climi, e in ambienti diversi; sfilavano, parlando ogni lingua conosciuta, in fretta, ansiosi, pigiandosi -- e tutti per veder morire il povero Nazareno, crocefisso come un malfattore. Ma non tutti erano Ebrei. Ad ingrossare la folla venivano migliaia di Greci, Romani, Arabi, Siri, Africani, Egiziani, Persiani. Cosicchè, studiando quella massa, sembrava che tutto il mondo vi fosse rappresentato, e volesse assistere alla crocifissione. La turba era stranamente tranquilla. Il calpestìo di qualche cavallo, il rumore delle ruote e qualche grido, erano i soli suoni che si distinguevano sopra il sordo fruscio di quella immensa massa in moto. I volti di tutti portavano l'impressione di uomini che si affrettavano a vedere un terribile spettacolo, qualche improvvisa rovina, una ignota calamità. E da questi segni Ben Hur giudicò che si trattasse di forestieri venuti per Pasqua in città, estranei alla condanna del Nazareno, possibilmente suoi amici. Finalmente, nella direzione delle grandi torri, Ben Hur udì, dapprima fievole per la distanza, poi più distinto, il clamore di molti uomini. -- «Attenti! Essi vengono!» -- disse uno dei Galilei. Il popolo nella via si fermò ad ascoltare, ma, quando quelle grida furono vicine, ognuno si guardò in volto atterrito, e tremando proseguì la sua strada. Il vociare cresceva di minuto in minuto, e tutta l'aria ne risuonava, quando Ben Hur vide i servitori di Simonide avanzare col loro padrone in portantina, ed Ester che gli camminava al fianco. Li seguiva una lettiga coperta. -- «Pace a te, o Simonide -- e a te, Ester» -- disse Ben Hur, andando loro incontro. -- «Se siete diretti al Golgota, fermatevi finchè passa la processione, ed io vi accompagnerò. Qui all'ombra della casa potete riposare.» -- Il capo del negoziante era chino sul petto. -- «Parla a Balthasar» -- rispose, -- «la sua volontà sarà la mia. Egli è nella lettiga.» -- Ben Hur si affrettò ad alzare le cortine. L'Egiziano vi giaceva dentro, col volto così sparuto e pallido come quello di un cadavere. La proposta gli fu comunicata. -- «Possiamo vederlo?» -- chiese con un fil di voce. -- «Il Nazareno? sì; egli deve passare a pochi passi da noi.» -- -- «O Signore» -- esclamò il vecchio con ardore. -- «Mi sia dato di vederlo una sol volta, una sol volta ancora! Oh qual giorno terribile per il mondo!» -- Poco dopo, tutta la comitiva aspettava dietro all'angolo della casa. Poche parole furono scambiate. Balthasar uscì a stento dalla lettiga, e rimase in piedi, sorretto da un servitore. Ester e Ben Hur si strinsero intorno a Simonide. Intanto la sfilata continuava, se possibile, più fitta di prima. Le grida risuonavano vicine, alte, crudeli, beffarde. Finalmente giunse la processione. -- «Guarda!» -- disse Ben Hur con amarezza. -- «Questa gente che viene adesso rappresenta Gerusalemme!» -- Alla testa della processione veniva un esercito di ragazzi urlando e schiamazzando: -- «Il Re degli Ebrei! Largo, largo per il Re degli Ebrei!» -- Simonide li osservò, e con voce grave, disse: -- «Quando questi saranno uomini, figlio di Hur, che sventura per la città di Salomone!» -- Una schiera di legionari, in armature scintillanti, seguì in file serrate, stolidi e indifferenti. Poi venne il NAZARENO! Era quasi morto. Ad ogni passo barcollava come se volesse cadere. Una veste macchiata e a brandelli pendeva dalle sue spalle, sopra la semplice tunica grigia. I piedi nudi lasciavano chiazze di sangue sul lastricato. Un'iscrizione sopra un asse era appesa al suo collo, e una corona di spine era stata calcata sulle sue tempie, producendo crudeli ferite, dalle quali il sangue era uscito a rigagnoli, ed ora coagulato e secco gli imbrattava il viso e il collo. La pelle, dove appariva, aveva un pallore spettrale. Le sue mani erano legate. Un contadino portava la sbarra trasversale della croce, sotto il peso della quale egli era caduto poco prima. Quattro soldati lo accompagnavano quale guardia contro la plebaglia, che, ciò non ostante, di tanto in tanto si rompeva un passaggio fino a lui e lo percuoteva con bastoni e gli sputava addosso. Non un suono sfuggiva dalle sue labbra, nè d'ira, nè di lamento. Quando passò davanti a Ben Hur e la sua compagnia egli alzò gli occhi. Ester si aggrappò al padre; ed egli stesso tremò. Balthasar cadde a terra senza una parola. Anche Ben Hur gridò: -- «O mio Dio, mio Dio!» -- Allora, come se intuisse i loro sentimenti o avesse udito l'esclamazione, il Nazareno voltò la sua faccia sparuta verso di essi, e girò gli occhi lentamente dall'uno all'altro. Quello sguardo rimase scolpito nel loro cuore per tutta la vita. Essi vedevano ch'egli pensava a loro, non a sè, ed i suoi occhi moribondi esprimevano la benedizione che le sue labbra non potevano profferire. Simonide si scosse: -- «Dove sono le tue legioni, figlio di Hur?» -- -- «Chiedilo ad Hannas; egli potrà risponderti meglio di me.» -- -- «Chè? Infedeli?» -- -- «Tutti, tranne questi due.» -- -- «Allora tutto è perduto e il buon uomo deve morire!» -- Il volto del negoziante si contrasse nervosamente, e il capo gli ricadde sul petto. Egli aveva compiuto la sua parte nell'opera di Ben Hur, e, come quegli, provava tutta l'angoscia davanti alla ruina del comune edificio. Due altri uomini seguivano il Nazareno, ciascuno con le sbarre della loro croce. -- «Chi sono questi?» -- chiese Ben Hur ai Galilei. -- «Ladri, condannati a morire col Nazareno» -- risposero essi. Poi veniva un personaggio, nei ricchi abbigliamenti di Primo Sacerdote, con la mitra sul capo, circondato dai custodi del Tempio; e dopo di lui, in gruppi, venivano i membri del Sinedrio, e un lungo corteo di sacerdoti, in semplici vestaglie bianche, e mantelli variopinti. -- «Il genero di Hannas,» -- mormorò Ben Hur. -- «Caifa? L'ho veduto» -- rispose Simonide, aggiungendo, dopo una pausa, in cui aveva esaminato l'orgoglioso pontefice. -- «Ed ora sono convinto. Con la sicurezza che scaturisce dalla coscienza illuminata, con assoluta certezza -- ora so, che Colui che precede gli altri, è ciò che l'iscrizione intorno al suo collo lo proclama -- RE DEGLI EBREI. -- Un uomo volgare, un impostore, un malfattore non fu mai scortato alla morte da un tale corteo. Perchè guarda! Qui sono le nazioni -- Gerusalemme, Israele. Qui è l'efodo, qui l'azzurro mantello con l'orlo d'oro, e gli ornamenti non mai visti in istrada dal giorno che Jaddua andò incontro al Macedone -- tutte prove che il Nazareno è Re. O se potessi alzarmi e seguirlo!» -- Ben Hur lo ascoltò meravigliato; e subito Simonide continuò impazientito: -- «Parla a Balthasar, ti prego, e andiamo. Ora viene la feccia di Gerusalemme.» -- Allora Ester parlò: -- «Io vedo alcune donne che si avanzano piangendo. Chi sono esse?» -- Seguendo la direzione della sua mano, essi videro quattro donne in lacrime; una di esse si appoggiava al braccio di un uomo, d'apparenza non dissimile al Nazareno. Ben Hur diede risposta: -- «Quell'uomo è il discepolo favorito del Nazareno. Colei che si appoggia al suo braccio è Maria, madre del Maestro, e le altre sono donne amiche, della Galilea.» -- Ester seguì il triste gruppo con gli occhi pieni di lacrime, finchè la folla glielo nascose. Il lettore non deve immaginare che questi discorsi venissero profferiti in mezzo alla quiete; al contrario, le parole venivano gridate ad alta voce, come da gente che parla in alto mare, quando i marosi si scagliano spumeggiando contro gli scogli. Solo a questo frastuono si può paragonare il clamore della folla. La dimostrazione era il prodromo di quei tumulti, che trent'anni più tardi, sotto il dominio delle fazioni, dovevano dilaniare la Città Sacra; era numerosa al pari di quelli, e i suoi elementi più clamorosi erano i medesimi -- schiavi, guidatori di cammelli, custodi, carrettieri, venditori ambulanti, vinajoli, proseliti, e forastieri non proseliti, guardiani, e operai del Tempio, ladri, predoni, e quelle centinaia di persone non appartenenti a nessuna professione stabile, lecita od illecita, che ingrossano sempre una folla come questa, gente uscita non si sa da dove, affamata, spirante il tanfo di tombe e di caverne; miserabili seminudi, dai capelli arruffati, dai volti sinistri, con bocche spalancate da cui uscivano urli selvaggi come ruggiti di belve. Alcuni erano armati di spade; la maggior parte brandiva lancie e giavellotti, mentre non mancavano armi d'altro genere, mazze, bastoni, pugnali, frombe. Fra questa massa abbietta, apparivano di tanto in tanto personaggi di alto bordo, -- scribi, dottori, rabbini, Farisei austeri, Sadducei in ricchi vestiti, che pel momento sembravano essere i capi e i direttori della plebaglia. -- Se una gola si stancava d'un grido, essi ne inventavano uno nuovo; se qualche polmone di bronzo cessava di urlare, erano essi che lo stimolavano a nuovi sforzi; eppure, quel clamore, così terribile e assordante era prodotto dalla ripetizione di poche sillabe: -- «Re degli Ebrei! -- Largo al Re degli Ebrei! Abbasso il contaminatore del Tempio! Alla Croce, alla Croce!» -- Quest'ultimo era il grido più alto e più comune come quello che meglio esprimeva l'odio del popolo contro il Nazareno. -- «Vieni,» -- disse Simonide, quando Balthasar fu pronto -- «Vieni, continuiamo.» -- Ben Hur non udì l'appello. L'aspetto di quella parte di processione che allora passava, la sua brutalità, la sua sete di sangue, gli ricordavano il Nazareno -- la sua mitezza, i molti atti di carità ch'egli aveva veduto compiere da lui per gli infelici e per i sofferenti. Di pensiero in pensiero, egli si ricordò il proprio debito di riconoscenza verso quell'uomo; la volta ch'egli medesimo, giovinetto, scortato da soldati Romani, era condotto ad un supplizio ch'egli supponeva non meno certo e terribile di questo della croce; il sorso d'acqua alla fonte di Nazareth, e la divina espressione del volto di colui che gliela offrì; più tardi, il miracolo della domenica delle Palme. Di fronte a questi ricordi, la propria impotenza di rendere aiuto al suo benefattore lo punse amaramente, ed egli si fece mille accuse. Egli non aveva fatto tutto quanto gli era stato possibile; avrebbe potuto vigilare i suoi Galilei, mantenerli fedeli e pronti; e questo -- ah! questo era il momento di colpire! Una carica bene eseguita in questo momento, non avrebbe soltanto disperso la plebaglia e liberato il Nazareno: sarebbe stata la fanfara che chiamava a raccolta Israele, e avrebbe precipitato quella sognata guerra d'indipendenza, da troppo tempo differita. L'occasione stava svanendo; i minuti volavano, e una volta perduta.... -- Dio d'Abramo! Non c'era nulla da fare -- nulla? In quella il suo occhio scorse un gruppo dei suoi Galilei. Egli si gettò attraverso la folla, e li raggiunse. -- «Seguitemi,» -- egli disse -- «ho bisogno di parlarvi.» -- Gli uomini obbedirono, e quando furono sotto l'asilo della casa, egli disse. -- «Voi siete di quelli che presero le mie spade, e giuraste con me di combattere per la libertà e per il Re che doveva venire. Ora avete le spade, e il tempo di usarle è giunto. Andate, cercate dappertutto, chiamate a raccolta i vostri fratelli, e dite loro di trovarsi all'albero della croce, che stanno apprestando pel Nazareno. Presto, andate! Il Nazareno è il Re, e la libertà muore con lui.» -- Essi lo guardarono rispettosamente, ma non si mossero. -- «Avete inteso?» -- egli gridò. Uno di essi rispose: -- «Figlio di Giuda» -- sotto questo nome essi lo conoscevano -- «Figlio di Giuda, tu sei stato ingannato, con noi e i nostri fratelli, che abbiamo le tue spade. Il Nazareno non è il Re, e non ha l'animo di un Re. Noi eravamo con lui il giorno che entrò in Gerusalemme; lo vedemmo nel Tempio, ed egli ha mancato a sè, a noi, ad Israele; alla Porta Magnifica egli voltò le spalle a Dio, e rifiutò il trono di Davide. Egli non è Re, e la Galilea non è con lui. Ch'egli muoia. Ma odimi, figlio di Giuda. Noi abbiamo le tue spade, e siamo pronti a sfoderarle per la causa della libertà! Noi ti aspetteremo sotto l'albero della croce.» -- Ben Hur sentiva che questo era il momento supremo della sua vita. Se egli avesse accettato quest'offerta, e detto una parola, la storia della Giudea e forse quella del mondo sarebbero state diverse; ma sarebbe stata storia fatta dagli uomini, e non ordinata da Dio, una cosa che non poteva essere, nè sarà mai. Un insolito turbamento lo assalì, di cui egli non seppe allora spiegare la ragione, ma che più tardi attribuì al Nazareno; perchè, quando il Nazareno era risorto, egli comprese come la sua morte fosse stata necessaria per la fede della risurrezione, senza la quale la religione Cristiana sarebbe ancor oggi una vuota parola. Questo turbamento lo privò della facoltà di raccogliere i suoi pensieri, di prendere una decisione; -- egli si sentì inetto e debole, quasi senza parola. Coprendosi il volto con le mani, egli tremò, mentre l'animo suo era dilaniato, combattuto fra il desiderio di accettare la proposta del Galileo, e la forza occulta che ne lo distoglieva. -- «Vieni; noi ti aspettiamo» -- disse Simonide per la quarta volta. Meccanicamente egli si mosse e seguì la portantina e la lettiga. Ester camminava presso di lui. Come Balthasar e i suoi amici, il giorno in cui i tre saggi movevano all'appuntamento nel deserto, una mano ignota lo guidava. CAPITOLO X. Quando la comitiva -- Balthasar, Simonide, Ben Hur, Ester e i due fedeli Galilei -- giunse sul luogo della crocifissione, Ben Hur ne era alla testa e la guidava. Come aveva potuto farsi strada attraverso la densa calca del popolo agitato, egli non seppe mai; e neppure seppe quale strada avesse seguito. Camminava in uno stato di completa incoscienza, senza vedere, senza udire, senza un pensiero per ciò che avveniva intorno a lui, senza la minima traccia di un proposito nella sua mente. Un fanciullo non avrebbe potuto fare di meno per impedire il terribile delitto a cui egli doveva assistere. Le intenzioni di Dio ci sono sempre oscure e spesso incomprensibili, e tali sono i mezzi con cui sono messi in attuazione. Ben Hur si arrestò; coloro che lo seguivano fecero lo stesso. Come si alza il sipario davanti agli spettatori, così la malìa di quel dormiveglia lo abbandonò, ed egli riebbe la chiara percezione delle cose. Sulla sommità della collina, arrotondata come un teschio, era uno spazio aperto, arido, polveroso, senza traccia di vegetazione. Limitava questa radura una fitta siepe umana, urtata di dietro da una folla tumultuante e curiosa. Una schiera di soldati Romani, disposti in quadrato, teneva a distanza questo muro esterno. Un centurione vegliava sui soldati. Contro a questo muro rigido Ben Hur era stato sospinto, ed ora sostava, col viso rivolto ad occidente. Quella collina era il Golgota degli antichi Caldei, Calvario in latino e in italiano. Il suo pendìo, con tutti gli avallamenti e tutte le sporgenze del suolo presentavano uno strano spettacolo. Dovunque Ben Hur girava gli occhi, non un palmo di terra, non una roccia, non un filo d'erba, ma solo un mare sterminato di visi umani. Erano i volti di tre milioni d'uomini, e tre milioni di cuori battevano nei loro petti. Ogni occhio era rivolto con appassionato interessamento verso la scena che si svolgeva sulla collina. Indifferenti, quanto ai ladri, tutti erano intenti alla figura del Nazareno, oggetto di odio, di paura e di curiosità. -- Egli che tutti li abbracciava col suo affetto e che stava per morire per essi. -- Lo spettacolo di una grande assemblea di persone ha lo stesso fascino straordinario che esercita su di noi il mare agitato; ma Ben Hur degnò la folla di un solo sguardo passeggiero, tutta la sua attenzione essendo attratta a ciò che avveniva nello spazio vuoto prima descritto. Sulla collina, più alto del muro vivente che lo circondava, attorniato da un gruppo di dignitari, stava il primo sacerdote, distinto dagli altri per la sua mitra, le sue ricche vestimenta e il portamento orgoglioso. Più alto ancora, si scorgeva il Nazareno, curvo e sofferente, ma silenzioso. Una guardia beffarda aggiungendo l'ironia alla corona di spine, gli aveva messo in mano una verga, a guisa di scettro. Il clamore di quelle miriadi di persone giungeva a lui come fiotti di mare che si abbattono ad uno scoglio. Risa, urla, maledizioni, piovevano da ogni parte, e tutti gli occhi erano rivolti a lui. Fosse la pietà che lo commoveva, o un altro sentimento, Ben Hur si avvide che un mutamento avveniva nel suo interno. Più chiara e più nitida di mano in mano che vi pensava, cominciava ad albeggiare nella sua mente la percezione di qualche cosa di più grande e migliore di questa vita, di qualche cosa di tanto elevato, che poteva dare ad un corpo debole la forza di sopportare le maggiori agonie sì morali che fisiche, e tali da rendere fine la morte accetta -- forse un'altra ! » - - 1 2 3 , ' 4 , 5 , 6 . 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