Balthasar riprese: «Io pensai a lungo intorno alla ragione dell'insuccesso dell'impresa. Rimontando il fiume, ad una giornata di viaggio dalla città, si trova un villaggio di pastori e di orticultori; presi un battello e mi vi ci recai. Sul far della sera chiamai a raccolta la popolazione, uomini e donne, i poveri tra i poveri; tenni loro il medesimo discorso che avevo tenuto nel Bruccheio: essi non risero. Alla terza riunione, venne formata una società religiosa. Allora tornai in città. Andando alla riva del fiume, sotto le stelle che mi sembravano così brillanti e vicine, mi venne quest'idea: D'incominciare una riforma, di non andare nei palazzi dei grandi e dei ricchi, bensì nei tuguri dei poveri e degli umili. Mi proposi di sacrificare la mia vita. Come primo passo affittai le mie vaste proprietà affinchè il reddito fosse certo aiuto ai sofferenti. Da quel dì, o fratelli, peregrinai lungo il Nilo, nei villaggi, e presso tutte le tribù, predicando un Dio, una vita retta, e la ricompensa in Cielo. Feci del gran bene; non sta a me il dirlo. Io pure so che una parte del mondo è pronta per ricevere Colui che noi andiamo a cercare.» -- Un rossore si diffuse sulle guancie abbronzate dell'oratore, ma passato che fu, egli riprese: -- «Gli anni trascorsi così, o fratelli miei, furon tormentati da un solo pensiero. Qualora morissi che diverrebbe, della causa da me iniziata? Finirebbe con me? Avevo sognato tante volte di un'organizzazione come della meta conveniente a coronare il mio lavoro. Per non nascondervi nulla vi dirò che avevo provato a metterla ad effetto, ma fallii. Fratelli, il mondo è ora in tali condizioni che per ristorare la fede Mizraimica il riformatore deve avere di più dell'umana sanzione; non deve venire solamente in nome di Dio, egli deve avere le prove soggette alla sua parola; egli deve dimostrare tutto ciò che dice, perfino Iddio. Così preoccupata è la mente di miti e di sistemi, è tale l'affluire ovunque di false divinità in terra, nell'aria, nel cielo, che il ritorno alla prima religione non può compiersi che attraverso vie sanguinose, attraverso campi di persecuzione; cioè come dire che i convertiti devono essere disposti a morire piuttosto che disdirsi. E chi, in quest'epoca, può portare la fede degli uomini a tal punto se non Dio medesimo? Per redimere la razza, non intendo dire di distruggerla; per redimerla, Egli deve manifestarsi ancora una volta: Egli deve venire in persona.» -- Un'emozione intensa s'impadronì di tutti e tre. -- «Non andiamo noi forse a cercarlo?» -- esclamò il Greco. -- «Voi comprenderete perchè fallii nell'impresa d'organizzare -- disse l'Egiziano allorchè l'emozione fu passata. -- Io non avevo l'approvazione divina. Il sapere che il mio lavoro si sarebbe perduto mi rendeva estremamente infelice. Io credevo nella preghiera, e, per rendere le mie orazioni pure e forti, come voi, fratelli miei, mi ritirai dal mondo abitato e cercai conforto nella solitudine. Andai al di là della quinta cataratta, al di là dell'incontro dei fiumi in Sennar, al di là di Bahr el Abiad, nella parte più sconosciuta dell'Africa. In quei luoghi, una montagna celeste come il cielo, getta una fresc'ombra su tutta la parte occidentale del deserto, e, con le sue cascate di neve disciolta alimenta un vasto lago formatosi all'est della sua base. Il lago è la sorgente del gran fiume. Per più di un anno la montagna mi diede ricetto. I datteri mi nutrirono: le preghiere sollevarono il mio spirito. Una sera andai nell'orto vicino al lago e pregai così: -- «Il mondo sta per morire. Quando verrai? Perchè non potrò io vedere la Redenzione, o mio Dio?» -- L'acqua cristallina brillava al riflesso delle stelle. Una di esse parve abbandonare il suo posto e innalzarsi alla superficie dove diventò di uno splendore tale da abbagliare gli occhi. Poi si mosse verso di me e si fermò sopra il mio capo, apparentemente a portata di mano. Caddi a terra e mi coprii il viso. Una voce che non era terrena mi disse: -- «Le tue fatiche hanno vinto. Che tu sia benedetto, o figlio di Mizraim! La Redenzione verrà. Con due altri, venuti dalle estreme parti del mondo, tu vedrai il Salvatore. Di buon mattino alzati e va ad incontrarli e quando sarete giunti tutti alla città santa di Gerusalemme, chiedete al popolo: «Dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei? Poichè noi abbiamo veduto la sua stella sorgere dall'Est e siamo inviati qui per adorarlo.» -- Poni tutta la tua fiducia nello Spirito che ti guiderà.» -- E la luce divenne per me una Rivelazione indubitabile e rimase mia unica inspiratrice ed unica guida. Essa mi condusse per la via del fiume a Memfi dove mi preparai ad attraversare il deserto. Comperai il mio cammello e venni qua senza riposarmi dalla via di Suez e Kufileh attraverso le pianure di Moab ed Ammon. Iddio è con noi, o fratelli.» -- Egli fece una pausa; poi con prontezza insolita si alzarono tutti e si guardarono. -- «Dissi che v'era un motivo che c'inspirava a dire in un certo modo dei nostri popoli e delle loro tradizioni -- proseguì. -- Colui che noi andiamo a cercare era chiamato Re degli Ebrei; con quel nome noi dobbiamo chiedere di lui. Ma ora che ci siamo incontrati, che ci siamo uditi, possiamo conoscerlo come Redentore, non solo degli Ebrei, ma di tutte le nazioni della terra. Il Patriarca, che sopravvisse al Diluvio, aveva seco tre figli, e le loro famiglie, dalle quali il mondo fu ripopolato. Nella vecchia Ariana Vaêjo, la conosciutissima regione di Siria nel cuor dell'Asia, essi si divisero. L'India e il lontano Oriente ricevettero i figli del primo figlio; i discendenti del minore, dal Nord, sbarcarono in Europa; quelli del secondo (attraverso i deserti vicino al mar Rosso), passarono in Africa: e, sebbene per la massima parte abitino ancora in tende nomadi, alcuni di essi divennero edificatori di case lungo il Nilo.» -- I tre unirono le palme mossi da un medesimo impulso. -- «Potrebbe esservi alcunchè di meglio ordinato? di più chiaramente divino?» -- esclamarono ad una voce. Balthasar continuò: -- «Quando avremo trovato il Signore, o fratelli, tutte le generazioni venture s'inginocchieranno a lui in segno di omaggio, imitandoci. E quando ci divideremo, per andar ognuno per la nostra via, il mondo avrà imparato una nuova dottrina -- e cioè che il Paradiso può esser meritato non solo colla spada, non solo colla saggezza umana, ma bensì colla Fede, coll'Amore, colle Opere Buone.» -- Vi fu un silenzio interrotto da sospiri e santificato con lagrime poichè la gioia che li riempiva tutti era ineffabile. Le loro mani si disgiunsero ed insieme si protesero fuor della tenda. Il deserto era calmo come il cielo. Il sole tramontava rapidamente. I cammelli dormivano. Poco dopo la tenda fu levata, e gli avanzi dei viveri rimessi nelle casse; gli amici montarono in sella e s'avviarono in fila diretti dall'Egiziano. Il loro cammino nella rigida notte era rivolto all'occidente. I cammelli camminavano a trotto sicuro mantenendo le distanze e la linea retta così esattamente che quelli che seguivano parevano camminare sulle orme del capo. I cavalieri non parlarono una sol volta durante il tragitto. A poco a poco spuntò la luna. E mentre le tre bianche ed alte figure avanzavano a passo silenzioso, sembravano, alla luce d'opale, spettri in fuga dinanzi ad ombre odiose. Tutto ad un tratto, nell'aria, avanti a loro, sulla cima di una bianca collina, scintillò una fiamma sottile; mentre la guardavano l'apparizione si mutò in un fuoco di un immenso splendore. I loro cuori batterono forte; le loro anime fremettero; essi gridarono ad una voce sola: -- «La stella! La stella! Iddio è con noi!» -- CAPITOLO VI. Ad oriente, nelle mura di Gerusalemme, si trovano le porte di Betlemme e di Joppa. Il recinto che le circonda è uno dei posti più importanti della città. Molto prima che Davide aspirasse a Sion, si trovava in quel posto una cittadella. Quando il figlio di Jesse scacciò Jebusite, e cominciò a fabbricare, la cittadella divenne l'estremità nord-ovest della nuova mura, difese da una torre più imponente di quella antica. Tanto il campo come la porta, non di meno, non furon toccati, per la ragione che le strade le quali s'incontravano e si dividevano davanti ad essi non potevan essere trasportate a nessun altro punto, mentre il recinto che le circondava era diventato un vero centro di mercato. Ai tempi di Salomone v'era in quella località gran traffico dovuto in parte ai commercianti Egiziani e ai ricchi negozianti di Tiro e di Sidone. Sono passati quasi tremila anni; eppure ancor oggi v'esistono traccie di commercio. Un pellegrino in cerca di merce non ha che a rivolgersi alla porta di Joppa. Qualche volta la scena riesce assai animata e fa pensare che cosa dev'esser stato questo sito ai giorni di Erode il Costruttore. Il lettore deve trasportarsi col pensiero a quei tempi, e a quel mercato. Secondo il Calendario degli Ebrei l'incontro degli uomini saggi, descritto nei capitoli precedenti, ebbe luogo nel pomeriggio del 25º giorno del terzo mese dell'anno, cioè il 25 di dicembre; l'anno era il secondo della 193.ma Olimpiade o il 747 di Roma, il 67º di Erode il Grande, ed il 35º anno del suo regno; il quarto prima dell'Era Cristiana. L'ora del giorno, secondo il costume giudaico cominciava col sole, la prima ora essendo la prima dopo il levar del sole; così, per esser precisi, il mercato di Joppa, durante la prima ora del giorno, era molto animato. Le porte massiccie eran state aperte fino dall'alba. Il commercio sempre crescente aveva invaso anche un vicolo stretto ed una corte sotto le mura della grande torre. Siccome Gerusalemme è situata sulla parte montuosa del paese, l'aria del mattino era piuttosto fredda. I raggi del sole, che promettevano di riscaldare l'aria, si fermavano provocanti sui merli delle torri, dalle quali s'udiva il tubare dei piccioni e lo stormire delle loro ali. Per far conoscenza col popolo della città santa, e per comprendere le pagine seguenti, sarà necessario di fermarsi alla porta e di passare in rivista la scena. Migliore opportunità di questa non può esser offerta per conoscere il popolino. La scena appare, a tutta prima, una gran confusione, di rumori, di colori e di cose. Questo avviene specialmente nel vicolo e nella corte. Il terreno è selciato da larghe ed irregolari piastre che ripercuotono il calpestìo ed il vocìo. Unendoci alla folla e prendendo un po' di famigliarità cogli affari del mercato, ci sarà possibile di fare l'analisi di questo popolo. In un angolo, un asino, sonnecchiava sotto il peso dei panieri ricolmi di lenticchie, di fagiuoli, di cipolle e di citrioli, provenienti freschi dalle terrazze e dai giardini di Galilea. Quando non era occupato a servire ai clienti, il padrone gridava, vantando ai passanti la sua merce. Nulla di più semplice del suo costume: portava dei sandali; aveva una greggia coperta incrociata su di una spalla e fermata alla vita da una cintura di cuoio. Là vicino, assai più imponente e grottesco, sebbene non così paziente come l'asino, stava inginocchiato un cammello, ossuto, grigio, con dei lunghi, irti peli rossicci sotto alla gola, il collo ed il corpo; e carico di ceste e di scatole curiosamente accomodate su di un'enorme sella. Il proprietario era un Egiziano piccolo e snello. La sua carnagione aveva preso il colore delle strade polverose e delle sabbie del deserto. Portava uno smunto -tarbooshe-, una blusa sciolta, senza maniche, senza cintura, e cadente, larga, dal collo alle ginocchia. I suoi piedi erano nudi. Il cammello, irrequieto pel carico, si lagnava, di quando in quando, mostrando i denti, e l'uomo passeggiava, indifferentemente, in su ed in giù, tenendo le briglie e vantando i suoi frutti freschi provenienti dagli orti di Kedron: uva, datteri, fichi, mele e melagrane. Ad un lato, ove la strada sboccava nella corte, eran sedute delle donne colle spalle rivolte al muro. Il loro abito era quello comune alla classe più modesta del paese; una veste di tela che s'estendeva per tutta la lunghezza della persona, leggermente attillata alla vita, ed un velo abbastanza ricco perchè, dopo aver coperto la testa, potesse avvolgere le spalle. La loro merce era contenuta in una quantità di vasi di terra come quelli tuttora adoperati in Oriente per trasportare l'acqua dei pozzi, ed in bottiglie di pelle. In mezzo ai vasi e alle bottiglie, rotolando sul terreno sabbioso, noncurante della folla e del freddo, giuocava, spesso in pericolo, ma incolume, una mezza dozzina di bambini, seminudi, coi corpi abbronzati, e che cogli occhi neri lucenti come perle nere, e i folti capelli neri attestavano il sangue d'Israele. Qualche volta le madri mostravano i visi liberi dai loro veli e con ostentazione gridavano la propria merce: nelle bottiglie vino, nei vasi bevande spiritose. Le loro preghiere si perdevano di solito tra il frastuono generale esse ricavavano un ben meschino guadagno a cagione dei molti concorrenti: uomini tarchiati, dalle gambe nude, dalle tuniche sudicie, dalla barba lunga, erranti di qua e di là colle bottiglie legate dietro le spalle, gridando: «vino dolce! uva di Engaddi!» I venditori di uccelli non fanno meno chiasso -- colombe, anitre, spesso usignuoli, ma più di frequente piccioni, sono venduti ai compratori che, ricevendoli, non pensano alla vita pericolosa di coloro che li prendono, arrampicandosi sulle più alte rupi, sospesi ora all'orlo dei precipizi colle mani e coi piedi, e ora dondolanti in una cesta fra i crepacci delle montagne. Confusi con essi, dei merciaiuoli ambulanti di gioielli, uomini furbi, vestiti di scarlatto e di bleu, con dei turbanti bianchi, e coscienti dell'abbaglio che produce un nastro colla lucentezza dell'oro, o un braccialetto, o una collana, o un anello per le dita o pel naso; girovaghi venditori d'utensili domestici, venditori di vesti, venditori al minuto d'unguenti per ungere i corpi delle persone, venditori insomma di qualsiasi articolo sì di lusso che d'uso, i quali tirando, qua e là con forza delle corde, ora con grida, ora con lusinghe, s'affaticavano; venditori d'animali, asini, cavalli, vitelli, pecore, capre belanti, e goffi cammelli; animali di tutte le specie eccettuato il maiale, che era proibito dalle leggi ebraiche. Tutte queste scene potevano vedersi, a ogni piè sospinto per l'antico mercato. CAPITOLO VII. Fermiamoci alla porta, appena fuori di essa, dove la gente affluiva e donde partiva; guardiamo ed ascoltiamo aprendo bene occhi ed orecchie. Giungiamo proprio in tempo opportuno! Ecco due uomini ragguardevoli che si avanzano in modo da esserci bene in vista. -- «Dio, come fa freddo!» -- diceva uno di essi ch'era ricoperto d'una gagliarda armatura e portava sul capo un elmo di rame e sul petto una corazza lucente. -- «Come fa freddo! ti ricordi, mio caro, quel sotterraneo nel Comitium, che la storia dice servire d'entrata al mondo intero? Per Plutone! Io potrei fermarmi lì questa mane, finchè mi sono scaldato!» -- L'individuo interrogato lasciò cadere il cappuccio del suo mantello militare, e, scoprendo il viso, rispose con un sorriso ironico: -- «Gli elmi delle legioni che vinsero Marco Antonio eran ricoperti di neve Gallica; ma tu -- mio povero amico -- sei appena giunto dall'Egitto ed hai ancor vivo il ricordo dell'estate.» -- Dette queste parole sparvero entrando in città. Quando anche non avessero parlato, dall'armatura e dal passo pesante, si sarebbero giudicati soldati romani. Dietro ad essi veniva un Ebreo, magro di statura, dalle spalle ricurve, vestito d'una tonaca rossa; gli occhi e il viso erano ombreggiati dalla lunga capigliatura scomposta. Egli era solo. Quelli che l'incontravano ridevano, se non facevano di peggio, perchè egli era un Nazzareno appartenente alla setta spregevole che rifiutava i Libri di Mosè e si dedicava ai riti e non si tagliava i capelli mentre duravano i voti. Mentre questa abbominevole figura si allontanava, avveniva un improvviso tumulto nella folla che si divideva prontamente a destra e a sinistra con pungenti esclamazioni. Cagione di ciò era un individuo che lineamenti e costume rivelavano Ebreo. Il suo mantello di tela bianca, era allacciato al collo con dei cordoni di seta gialla svolazzanti liberamente sulle spalle; il suo abito riccamente ricamato, una fusciacca rossa con frangie d'oro gli girava parecchie volte intorno alla vita; la sua fisonomia era calma, egli sorrideva anche a coloro che in modo rozzamente frettoloso, gli facevano largo. Un lebbroso? No; egli era solo un Samaritano. La folla che si allontanava, se interrogata, avrebbe risposto che egli era un mulatto, un assiro; il solo contatto del suo abito era così ripugnante che un Israelita, nemmeno se in agonia, avrebbe a prezzo di tale contatto accettata la vita. Quando Davide pose sul monte Sion il suo trono col solo aiuto di Giuda, le dieci tribù si stabilirono a Sheckem, una città molto più vecchia e a quel tempo infinitamente più ricca di sacre memorie. L'unione finale delle tribù non acquetò la disputa cominciata. I Samaritani difendevano i loro tabernacoli per Gerizim e mentre sostenevano superiore la loro santità, ridevano degli irati dottori di Gerusalemme. Il tempo non mitigò il loro odio. Sotto Erode la conversione alla fede era aperta a tutto il mondo eccetto che ai Samaritani. A loro soli era proibita assolutamente, e per sempre, la comunanza cogli Ebrei. Mentre il Samaritano si incamminava sotto l'arco della porta di là uscirono tre uomini così diversi da tutti quelli da noi finora veduti. Essi erano di una statura straordinaria, e di una straordinaria complessione; i loro occhi erano azzurri e la loro carnagione tanto delicata che il loro sangue traspariva attraverso la pelle come azzurre pennellate; i loro capelli pure chiari e corti, le teste piccole e rotonde, riposavano ferme sui colli come tronchi d'albero, tuniche di lana aperte sul petto, senza maniche, fermate con una larga cintura, avvolgevano il loro corpo lasciando scoperte le braccia e le gambe talmente forti che si sarebbero dette di gladiatori; e quando vi aggiungessimo i loro modi trascurati, confidenziali ed insolenti, non ci meraviglieremo che il popolo lasciasse loro il passo, si fermasse e si voltasse addietro dopo che erano passati per dar loro un'ultima occhiata. Erano giuocatori nell'arena, lottatori, corridori, pugillatori, schermidori, professionisti sconosciuti nella Giudea prima della venuta dei Romani, i quali, eccettuato il tempo che dedicavano all'addestrarsi e al gironzolare pei giardini reali, si facevano vedere seduti in compagnia delle guardie alla porta del palazzo, o forse erano ospiti provenienti dalla Cesarea, Sebaste o Gerico, dove Erode, più Greco che Ebreo, e con tutto l'amore di un Romano amante di giuochi e di spettacoli sanguinosi, aveva fabbricato vasti teatri e vi teneva ora delle scuole di scherma come quelle d'uso nelle provincie galliche, o nelle tribù slave del Danubio. -- «Per Bacco! -- esclamò uno di essi, portando il pugno all'altezza della spalla -- i cranî degli avversarî non hanno lo spessore di un guscio d'ovo!» -- Lo sguardo brutale che accompagna quel gesto ci disgusta e noi siamo lieti di rivolgerci a qualche cosa di più piacevole. Di rimpetto a noi sta un banco di frutta. Il proprietario è calvo, ha il viso lungo e un naso fatto a guisa del becco di un falco. È seduto sopra un tappeto disteso sulla sabbia e volge le spalle al muro; sopra la sua testa pende una misera tenda; intorno a lui, alla mano, disposti sopra piccoli sgabelli, stanno scatole piene di mandorle, uva, fichi e melegrane. Gli si avvicina un uomo che non possiamo a meno di guardare, ma per ben altra ragione di quella che ci fece alzare gli occhi sui gladiatori: egli è veramente bello, un bellissimo Greco. Una corona di mirto alla quale sono ancora attaccati pallidi fiori e bacche mature, gli tiene fermi i capelli e circonda le sue tempia. La sua tunica scarlatta è fatta di una morbida stoffa di lana; sotto alla cintura di cuoio di bufalo, allacciata davanti da una fibbia d'oro lucente, gli cade la sottana fino alle ginocchia con profonde pieghe e guarnizioni dello stesso metallo; una sciarpa, pure di lana, mista di bianco e di giallo, gli circonda il collo. Le braccia e le gambe sono scoperte, sono bianche come l'avorio, d'un candore che rivela l'uso continuo di bagni, d'olio, di spazzole e di forbici. Il venditore, fermo al suo posto, si piega in avanti, e alzando le mani, colle palme all'ingiù e le dita distese. -- «Che hai questa mattina, o figlio di Pafo?» -- gli domandò il giovane Greco guardando più alle scatole che al Cipriotto. -- «Io ho fame; che hai da colazione?» -- -- «Frutta genuine del Pedio, come ne fanno uso solo i cantanti di Antiochia ogni mattina per rinforzare la loro voce» -- rispose il venditore in tono lento e nasale. -- «Non me ne importa un fico dei cantanti di Antiochia» -- esclamò il Greco. -- «Tu sei, come sono io, un adoratore di Afrodite, quindi ti assicuro che le loro voci sono fredde come il vento del Caspian. Vedi tu questa cintura? è un regalo della grande Salomè.» -- -- «La sorella del Re!» -- esclamò il Cipriotto con un altro inchino. -- «È di un gusto regale e ammirevole. E perchè no? Essa è più greca del Re. Ma... la mia colazione? Ecco il tuo danaro. Rame rosso di Cipro. Dammi dell'uva e...» -- -- «Non vuoi anche dei datteri?» -- -- «Non sono arabo.» -- -- «Neppure dei fichi?» -- -- «Questo sarebbe come prendermi per un Ebreo. No, solo dell'uva desidero. Per i Greci nulla vi è di migliore del vino.» -- Questo cantore azzimato, in mezzo alla confusione del mercato è una figura che difficilmente si dimentica, ma, come per sfidarci al paragone, un'altra persona lo segue destando tutta la nostra meraviglia. Egli s'avanza piano piano, colla testa bassa; si ferma ad intervalli, rivolgendo gli occhi al cielo, come per pregare. Un simile tipo non può trovarsi che in Gerusalemme. Appesa ad un nastro che gli tiene fermo il mantello sporge sulla fronte una busta di pelle, di forma quadrata; un'altra uguale è legata da una fettuccia al braccio sinistro, gli orli del suo abito sono ornati di una frangia alta: e da questi indizi, dal suo costume e dall'odore di santità intensa che si diffonde intorno a lui, lo riconosciamo per un Fariseo di una società religiosa, una setta politica, il cui bigottismo e il cui potere porteranno in breve tempo molti dispiaceri al mondo. La folla è assai densa al di là delle porte sulla strada di Joppa. Lasciando il Fariseo siamo attratti da alcuni gruppi di persone, le quali, ad agevolare il nostro studio, se ne stanno opportunamente in disparte. Vediamo, primo fra essi, un uomo di nobile aspetto, dalla carnagione chiara e fine, dagli occhi neri e lucenti, dalla barba lunga ed abbondante, ricco d'unguenti, vestito riccamente in modo adatto alla stagione. Teneva in mano un bastone e portava sospeso al collo, per mezzo di un cordone un grande sigillo d'oro. Era scortato da parecchi servi; alcuni di essi portavano delle piccole spade alle cinture, e, quando gli rivolgevano la parola, lo facevano col massimo rispetto. Il resto della carovana consisteva in due Arabi genuini, magri come un filo, col viso abbronzato, colle guancie infossate, e cogli occhi d'una lucidezza quasi malvagia; sopra alla loro testa portavano dei rossi -tarbooshes-; sopra i loro -abas-, avviluppanti la spalla sinistra ed il braccio destro, delle coperte di lana. C'era un gran contrattare perchè gli Arabi stavano vendendo i cavalli offrendoli con tutto il loro ardore e con voci squillanti. Il personaggio elegante lasciava parlare i suoi servi, di quando in quando rispondeva con gran dignità; ad un tratto, scorgendo il Cipriotto, si fermò e comprò dei fichi. Se dopo che l'intera compagnia ha passata la porta vicino al Fariseo noi ci portiamo dal venditore di frutta, egli ci racconterà con grandi reverenze come lo straniero fosse un Ebreo, uno dei principi della città che ha viaggiato ed imparato a distinguere la differenza che passa tra l'uva comune di Siria e quella di Cipro. E così, fin verso mezzodì, e qualche volta più tardi, vi è costante corrente d'affari alla porta di Joppa, affari d'ogni sorta, che fanno intervenire al mercato rappresentanti di ogni tribù di Israele, di tutte quelle sette fra cui l'antica fede è stata suddivisa e frazionata, di tutte le religioni e le divisioni sociali, di tutta la plebe avventurosa, che, gaudente e tumultuante, gozzoviglia alle spalle d'Erode e dei Cesari suoi successori. In altre parole, Gerusalemme, ricca nella storia sacra, più ricca nelle sacre profezie, -- la Gerusalemme di Salomone, nella quale l'argento era abbondante come le pietre, e i cedri numerosi come i siccomori della valle -- non era che una copia di Roma, un centro di pratiche profane, una sede di potere pagano. Un re Ebreo indossò un giorno vestiti sacerdotali ed andò nel Tempio a offrire incenso. Ne venne fuori un lebbroso; ma, nell'epoca della quale parliamo, Pompeo entrò nel tempio di Erode ed anche nell'ehal, e sortì senza timore, non trovando che una stanza vuota, e di Dio non una vestigia. CAPITOLO VIII. Torniamo alla corte descritta come parte del mercato della porta di Joppa. Erano le tre di giorno e parecchia gente era andata via; nondimeno la folla continuava ad accorrere senz'alcun'apparente diminuzione. Dei nuovi venuti, v'era un gruppo laggiù vicino alla parete, composto di un uomo, una donna e un asino, gruppo che meritava di essere notato. L'uomo era vicino alla testa dell'animale e teneva in mano una redine di cuoio appoggiandosi sopra un bastone che sembrava fosse stato scelto per il doppio uso di pungolo e di sostegno; il suo abito era come quello degli Ebrei che gli erano attorno, eccetto che aveva l'apparenza d'essere nuovo. Il mantello lo ravvolgeva fino alla testa, e la veste, che copriva la sua persona dal collo alle calcagna, era, probabilmente, quella ch'ei soleva indossare alla Sinagoga nei giorni festivi. Il viso però era scoperto e dimostrava una cinquantina d'anni, ciò che confermava il grigio screziante la sua barba nera. Guardava intorno a sè, per metà curioso e per metà smarrito, come un forestiere od un provinciale. L'asino mangiava tranquillamente una bracciata d'erba della quale vi era abbondanza al mercato. Il suo naturale restìo non ammetteva che lo si disturbasse e non si rammentava già più della donna seduta sul suo dorso e accoccolata sulla sella imbottita. Una veste di stoffa di lana scura copriva completamente la persona di lei, mentre un bianco velo le adornava il capo ed il collo. Ogni tanto, spinta dalla curiosità di vedere e di sentire qualche cosa, ella si tirava da parte il velo, ma così poco che il volto non restava del tutto visibile. Finalmente vi fu chi si accostò all'uomo e gli chiese: -- «Non siete voi Giuseppe da Nazareth?» -- Chi lo interrogava gli stava proprio vicino. -- «Così mi chiamo -- rispose Giuseppe voltandosi con gravità. -- E voi? Ah! pace sia con voi, amico mio, Rabbi Samuele!» -- -- «Lo stesso v'auguro anch'io». -- Il Rabbi si fermò guardando la donna, poi aggiunse: -- «Pace a voi, alla vostra casa, e ai vostri servi». -- Ciò detto egli si mise una mano sul petto, e abbassò il capo in segno di saluto verso la donna, che, vedendolo, aveva già sollevato il velo abbastanza per lasciar scorgere un viso d'adolescente. Giuseppe e il Rabbi si porsero le destre come per avvicinarle vicendevolmente alle labbra; però, all'ultimo momento, le mani si lasciarono e ognuno baciò la propria, portando poi le palme alla fronte. -- «V'è così poca polvere sopra i vostri abiti -- disse il Rabbi, famigliarmente, che arguisco voi abbiate passata la notte in questa città dei nostri padri. -- «No, -- rispose Giuseppe, -- poichè non potendo arrivare che a Betania prima che sopraggiungesse la notte rimanemmo laggiù nel Khan e ripigliammo il cammino allo spuntar del giorno». -- -- «Il viaggio che dovrete fare sarà lungo allora; non sarà terminato a Joppa spero». -- -- «No, terminerà a Betlemme». -- Il contegno del Rabbi, prima aperto ed amichevole, divenne chiuso e minaccioso, ed egli emise una specie di grugnito anzichè tossire come di consueto. -- Sì, sì, capisco -- diss'egli. Voi siete nato a Betlemme e vi ci recate con vostra figlia per esser computati fra i pagatori di tasse come ordinò Cesare. I figli di Giacobbe sono come erano le tribù in Egitto: solo essi non hanno nè un Mosè nè un Giosuè. Come son decaduti i possenti!» -- Giuseppe rispose senza scomporsi: -- «La donna non è mia figlia». -- Ma il Rabbi s'era infatuato in politica e proseguì senza notare la spiegazione: -- «Cosa stanno facendo i fanatici laggiù nella Galilea?» -- -- «Io sono un falegname, e Nazareth è un villaggio -- disse Giuseppe prudentemente. -- La strada sulla quale si trova il mio banco di operaio non è una via che conduce ad alcuna città. Spaccando e segando assi non trovo tempo per prender parte alle discussioni dei partiti». -- «Ma voi siete un Ebreo» -- disse con serietà il Rabbi -- e siete un'Ebreo discendente di Davide. Possibile che voi possiate trovar piacere nel pagar qualsiasi tassa all'infuori del siclo dato per antico costume a Jeova?» -- Giuseppe si mantenne calmo. -- «Io non mi lamento» -- continuò l'altro -- dell'aumento della tassa. Un denario è una bagatella. È l'imposizione che io ritengo un'offesa. Che cos'è il pagarla se non una sottoscrizione alla tirannia? Ditemi: è vero che Giuda pretende esser il Messia? Voi vivete fra i suoi seguaci.» -- -- «Io intesi dire dai suoi seguaci ch'egli era il Messia.» -- Il velo della donna si alzò con rapidità e per un secondo tutto il suo volto fu visibile. Gli occhi del Rabbi si volsero verso di lei e fecero in tempo a vedere un sembiante di rara bellezza, reso più attraente da uno sguardo di intenso interesse; ma un lieve rossore si sparse per le sue gote e sulla sua fronte ed il velo tornò a coprirla agli occhi dei curiosi. Colui che discorreva di politica dimenticò il suo tema favorito. -- «Vostra figlia è avvenente» -- disse parlando quasi fra sè. -- «Non è mia figlia» -- replicò Giuseppe. La curiosità del Rabbi era aumentata; accortosene il Nazareno si affrettò a soggiungere. -- «Essa è figlia di Ioachim e d'Anna di Betlemme dei quali avrete almeno udito parlare, poichè erano gente di gran fama.» -- «Sì, -- rimarcò il Rabbi rispettoso -- ne ho udito parlare. Erano discendenti in linea retta da Davide e li conobbi, assai bene.» -- -- «Ebbene ora sono morti» -- procedette il Nazareno. «Morirono a Nazareth. Ioachim non era ricco, pure lasciò una casa e un giardino da dividersi tra le sue figlie, Marianna e Maria. Queste è una delle due figlie, e per salvare la sua parte di proprietà, la legge l'obbligò a sposare un prossimo parente. Adesso essa è mia moglie.» -- -- «E voi eravate suo parente?» -- -- «Ero suo zio.» -- -- «Comprendo. E siccome siete nati a Betlemme così Cesare vi obbliga a condurre colà vostra moglie per computarla tra le persone tassabili.» -- Il Rabbi giunse le mani e guardò sdegnosamente il cielo esclamando: -- «Il Dio d'Israele vive ancora! La vendetta è sua!» -- Detto ciò si voltò e bruscamente partì. Un forestiero lì vicino, osservando lo sbigottimento di Giuseppe, disse tranquillamente: -- «Il Rabbi Samuele è un fanatico. Giuda stesso non è più feroce.» -- Giuseppe non volendo parlare con quell'uomo, finse di non sentire e si affacendò a raccogliere il fascio d'erba che l'asino aveva sparpagliato; poi s'appoggiò al suo bastone, aspettando. Dopo un'oretta la comitiva oltrepassò il cancello, e, voltandosi a sinistra, prese la via che conduce a Betlemme. La discesa della valle di Hinnom era abbastanza scoscesa, ed era adorna qua e là, di olivi selvatici. Con molta sollecitudine e tenerezza il Nazareno camminava a fianco della donna tenendo nelle mani la cinghia di cuoio del somarello. Alla loro sinistra, a sud est, attorno al Monte Sion, sorgevano le mura della città, e alla loro destra si vedevano delle ripide colline che formavano i confini della valle. Lentamente passarono il basso stagno del Gihon nel quale il sole rifletteva l'ombre rimpicciolite dei colli, e procedettero adagio adagio tenendosi paralleli all'acqua dallo stagno di Salomone sino al luogo ove era un casino rustico, luogo detto oggi Colle del Cattivo Consiglio. Giunti colà principiarono a discendere verso il piano di Refraim. Il sole riverbava i suoi raggi fortissimi sulla facciata della famosa località e al bacio dei suoi raggi Maria lasciò cader addietro il velo e scoprì il capo. Giuseppe le raccontò la storia dei Filistei qui sorpresi nel campo da Davide. Ma nel suo racconto era minuzioso e parlava dandosi un'aria solenne e modi che parevano quelli di uno sciocco. Ella non lo ascoltava sempre. Tanto per mare che per terra gli Ebrei, ove s'incontrino, sono riconoscibili. Il tipo fisico della razza è stato sempre il medesimo; però, fra individuo e individuo, vi sono delle dissomiglianze. Il figlio di Jesse ci fu descritto rubicondo e bellissimo di aspetto. Gli uomini, d'allora in poi, si regolarono su quel tipo per giudicare gli Ebrei e dalla fisonomia dell'antenato, pretesero di conoscere quella dei discendenti. Così tutti i nostri Salomoni hanno bei visi e capelli e barba castagna, quando sono all'ombra, e color d'oro quando sono al sole. Così ci fanno credere che fossero le ciocche di Assalonne, il prediletto di Davide. E, non essendovi una storia autentica, la tradizione ci ha detto non meno bene di lei della quale discorriamo ora e che seguiremo nella città del biondo re che fu così bello. Ella non aveva più di quindici anni. Le sue fattezze, la sua voce e i suoi modi eran quelli tra la fanciullezza e l'età dello sviluppo. Il suo viso era di un'ovale perfetto; la sua carnagione più chiara che bella; il naso regolare; le labbra, leggermente dischiuse, erano rosse come fragole mature, dando alla bocca ardore e tenerezza; gli occhi erano celesti e grandi, dalle lunghe palpebre, e dalle lunghe ciglia, ed in armonia con tutto ciò un volume immenso di capelli d'oro, tenuti nel modo concesso alle giovani spose Ebree, spioventi cioè per la vita sino a toccar la sella sulla quale essa sedeva. La gola ed il collo erano morbide, lanuginose, come talvolta si può osservare in alcune donne, e che mettono in un'artista il dubbio se si tratti di un effetto di linee o di colori. Aveva anche altre indefinibili bellezze, ad esempio un'aria di purezza che solo un'anima angelica può dimostrare, e un certo che di etereo che sembrava non poter essere toccato da mani mortali. Spesso, aveva le labbra tremule, e sollevava i begli occhi al cielo, divenuto anch'esso più chiaro; o incrociava, le mani sul petto come in atto di adorazione o di preghiera o alzava il capo come chi ascolta attento una voce che chiami dall'alto. Ogni tanto, interrompendo le sue noiose narrazioni, Giuseppe si voltava a guardarla, e, ammirando l'espressione del suo viso irraggiato di luce, dimenticava i suoi ragionamenti, e, chinando il capo, fantasticando, continuava a camminare. Così essi terminarono di percorrere la gran pianura e infine raggiunsero il colle Mar Elias, dal quale, attraverso la valle, ammirarono Betlemme. Là si fermarono e riposarono, mentre Giuseppe indicava a Maria i luoghi sacri. Poi scesero nella valle e andarono ad un pozzo che recava istoriato uno dei meravigliosi fatti d'armi di Davide. Lo spazio angusto era pieno di gente e di animali. Giuseppe ebbe il dubbio, se la città fosse così affollata, che la gentile sua compagna, avesse potuto trovarvi ricovero. Senza por tempo in mezzo egli corse avanti, passò la colonna marmorea che indicava la tomba di Rachele, e, pel versante fiorito, non salutando alcuna delle persone che incontrò per via, continuò a correre finchè si fermò davanti alla porta del Khan che allora era fuori dalle mura del villaggio vicino a un crocicchio di strade. CAPITOLO IX. Per capire a fondo ciò che accade al Nazareno il lettore deve ricordarsi che le taverne dell'Oriente eran ben diverse da quelle dell'occidente. Esse erano dai Persiani chiamate Khan e fatte nel modo più semplice; erano recinti chiusi, senza casa o tetto, spesso privi di un cancello o d'una porta. Le loro abitazioni erano scelte a seconda dell'ombra, della sicurezza, o della possibilità di attinger acqua. Tali erano le taverne che ripararono Giacobbe allorchè andò in Paden Aran per cercarvi moglie. Simili a quella possono oggi vedersene delle altre nelle oasi del deserto. Però alcune di esse, in ispecie quelle sulla strada che divideva due grandi città, come Gerusalemme ed Alessandria, erano edifici principeschi che constatavan la pietà dei Re che li avevano fabbricati. Solitamente però non erano che la casa od il podere di uno sceicco nei quali, come in quartieri generali, egli conduceva la sua tribù. L'ospitare i viaggiatori era l'ultimo dei loro usi; erano mercati, fattorie, e fortezze; luoghi d'assemblea, ed abitazioni per i mercanti ed artigiani, come luoghi di ricovero per i viandanti vagabondi e sorpresi dalla notte. La conduzione di questi alberghi colpiva singolarmente i forestieri. Non v'era nè oste nè ostessa, nè cameriere, nè cuoco, nè cucina; nè guardiano alla porta. Gli ospiti che arrivavano, vi dimoravano quanto volevano. Ma bisognava che si portassero con sè i cibi e gli utensili da cucina oppure che li comperassero dai venditori del Khan. La stessa regola valeva pel letto e per il foraggio per le bestie. Acqua, ricovero, riposo e protezione eran tutto ciò che si poteva richiedere dal proprietario, ed era gratuito. La pace della Sinagoga era talvolta disturbata da disputanti schiamazzatori, ma quella dei Khan mai. Le case e tutte le loro attinenze erano sacre: un pozzo non lo era di più. Il Khan, a Betlemme, davanti al quale Giuseppe e sua moglie si fermarono, era un buon esemplare della sua specie, non essendo nè molto primitivo nè molto principesco. L'edifizio era puramente orientale; cioè era un blocco quadrangolare di pietre greggie ad un solo piano, col tetto piatto, esternamente non interrotto da alcuna finestra, con una sola entrata principale, un portone fatto a volta, dal lato est o facciata. La strada era così vicina alla porta che la polvere copriva per metà l'architrave. Un riparo fatto di roccie cominciava all'angolo sud-est del fabbricato, si estendeva per molti metri giù pel pendìo, ad un punto del quale si divideva all'ovest verso un promontorio di pietra calcarea, formando ciò ch'è più essenziale ad un Khan ragguardevole, cioè una sicura staccionata per gli animali. In un villaggio come Betlemme, siccome non v'era che uno sceicco, non ci poteva essere più di un Khan; e sebbene nato in quel luogo, il Nazareno, dopo aver a lungo vissuto altrove, non aveva alcun diritto ad ospitalità nella città. Inoltre, l'enumerazione per la quale egli veniva poteva essere lavoro di settimane o di mesi. I legati Romani, nelle provincie, erano conosciuti per pigri, e, mettere sè stesso e la moglie per un periodo così incerto a carico di conoscenti o di parenti, non era possibile. Così, prima di avvicinarsi alla gran casa, mentre saliva il versante, cercando nei posti più scoscesi di sollecitare l'asino, il timore di non poter trovare da accomodarsi nel Khan divenne una dolorosa ansietà, perchè egli trovò la via affollata di uomini e di ragazzi, che, con gran chiasso, spingevano il loro bestiame, cavalli e cammelli, su e giù per la valle, alcuni per abbeverarli, altri alle vicine caverne. Ed allorchè si avvicinò, il timore non si mitigò scoprendo una folla che stipava la porta dello stabile, mentre l'attiguo recinto, largo com'era, sembrava già pieno. -- «Noi non possiamo arrivare alla porta. -- disse Giuseppe col suo parlare lento -- fermiamoci qui e cerchiamo di sapere, se possiamo, ciò che è accaduto.» -- La moglie, senza rispondere, tranquillamente si tirò indietro il velo. L'aspetto affaticato che prima mostrava il suo viso mutò, assumendo un che di interessante. Ella si trovò vicino ad un gruppo di persone che non potean esser altro che un oggetto di curiosità per lei, benchè fosse abbastanza frequente il ritrovarne nei Khan comuni agli stradoni che le gran carovane solevano attraversare. V'erano uomini a piedi che correvano di qua e di là parlando con voce stridula e in tutte le lingue di Siria; uomini a cavallo che urlavano; uomini sui cammelli; uomini che si affaticavano dietro ai buoi infuriati e alle pecore impaurite; uomini che vendevano pane e vino; e, fra la moltitudine, una turba di ragazzi apparentemente a caccia di una muta di cani. Tutti e tutto sembravano muoversi nel medesimo tempo. Forse la bella spettatrice era troppo stanca per esser a lungo attratta da quella scena; dopo un po' ella sospirò e si accomodò sul suo cuscino, e, come se fosse un ora di pace e di riposo, o in aspettativa di qualcuno, guardò lontano al sud e alle alte rupi del monte del Paradiso, che eran leggermente arrossate dal sole che tramontava. Mentre ella stava guardando un uomo si spinse fuori della folla e fermandosi vicino all'asino osservò, incuriosita, il gruppo. Il Nazareno gli chiese: -- «Poichè io sono ciò che credo voi siate, buon amico, -- un figlio di Giuda -- posso domandarvi la causa di questo assembramento?» -- Lo straniero si voltò bruscamente, ma, visto l'aspetto solenne di Giuseppe, fu così compreso della sua profonda, lenta voce e dal suo discorso che alzò la mano in cenno di saluto e rispose: -- «Pace sia con voi, o Rabbi! Io sono un figlio di Giuda e vi risponderò. Abito in Beth-Dagon che, voi sapete, è ciò che una volta era la terra della tribù di Dan.» -- -- «Sulla via fra Joppa e Modin -- interruppe Giuseppe.» -- -- «Oh voi siete stato in Beth-Dagon -- disse l'uomo raddolcendo sempre più il suo viso. -- Che persone girovaghe siamo sempre noi, figli di Giuda! Son parecchi anni che manco dal luogo -- il vecchio Ephrath come lo chiamava nostro padre Iacob. Ci ritorno ora che si è diffuso l'editto che richiede agli Ebrei d'esser computati per le tasse nella città della loro nascita. Questo è ciò che vengo a far qui, Rabbi.» -- Il viso di Giuseppe rimase impassibile mentre osservò: -- «Io pure venni per questo con mia moglie.» -- Lo straniero lanciò uno sguardo a Maria e tacque. Ella guardava in alto, verso la nuda cima del Gedor. Il sole accarezzò il suo viso rivolto all'insù e le illuminò gli occhi; sulle sue labbra dischiuse corse un fremito. In quel momento tutta l'umanità della sua bellezza sembrava purificata: ell'era come sono immaginati da noi coloro che siedono vicino alle porte del Cielo. I Beth-Dagon videro l'originale di ciò che secoli dopo divenne una visione pel genio di Sanzio il divino e lo rese immortale.» -- -- «Di che cosa stavo parlando? Ah! ora mi ricordo. Stavo per dire che allorquando udii dell'ordine di venir qui andai in collera. Ma pensai poi alla vecchia collina, alla città e alla valle sovrastante alla profondità del Kedron; ai vigneti e agli orti e ai campi di grano, fruttiferi fin dai giorni di Booz e di Ruth; alle montagne conosciute -- Gedor qua -- Gibeah un po' più lontano e Mar Elias là -- che, quando ero ragazzo, erano per me i confini del mondo; perdonai i tiranni e venni -- io con Rachele, mia moglie -- e Deborah e Micol le nostre rose di Sharon.» -- L'uomo si fermò di nuovo guardando bruscamente Maria, che ora lo guardava e lo ascoltava. Poi disse: -- «Rabbi, non vorrebbe vostra moglie andar dalla mia? La potete veder laggiù coi bambini, sotto all'olivo, allo svolto della strada. Vi accerto -- egli si voltò verso Giuseppe e parlò in tono sicuro -- che il Khan è pieno. È inutile chiederlo alla porta.» -- La volontà di Giuseppe era malferma e la sua mente vagolava nel vuoto; egli esitò ma rispose: «L'offerta è gentile. Che vi sia o no posto per noi nella casa verremo a trovar la vostra famiglia. Lasciatemi discorrere col portinaio. Torno subito.» -- E mettendo le redini nelle mani dello straniero si spinse fra la folla rumorosa. Il portinaio sedeva sopra un ceppo di cedro fuor della porta. Al muro, dietro di lui, stava appesa una freccia. Un cane gli era accovacciato vicino, sul ceppo. -- «La pace di Jeova sia con voi» -- disse Giuseppe, finalmente, affrontando il portinaio. -- «Ciò che dite vi sia ricambiato e qualora lo sia si moltiplichi molte volte per voi e per i vostri figli -- replicò il guardiano gravemente, però senza muoversi. -- «Io son di Betlemme -- disse Giuseppe nel modo più calmo -- non vi sarebbe posto per me?» -- -- «Non ce n'è più.» -- -- «Voi avrete udito parlare di me, Giuseppe di Nazareth. Questa è la casa dei miei padri. Io son discendente di Davide.» -- Queste parole davano speranza al Nazareno. Se gli fallivano, sforzi ulteriori sarebbero stati vani, anche quelli dell'offerta di molti sicli. L'essere un figlio di Giuda era una cosa grande nell'opinione della stessa tribù ma l'esser della casa di Davide era anche cosa maggiore; su lingua di Ebreo non vi poteva esser vanto più fiero. Mille anni e più erano trascorsi da che il pastore fanciullo era divenuto successore di Saul e aveva fondato una famiglia. -- Guerre, calamità, altri re ed innumerevoli fatti, causa della mutevole fortuna, ritornarono i suoi dipendenti al medesimo livello degli Ebrei comuni; il pane ch'essi mangiarono venne dal lavoro penoso se non dal più umile; non di meno essi ebbero sempre il prestigio della gloriosa tradizione, prestigio mantenuto religiosamente, e vantarono la genealogia; non avrebbero potuto rimaner oscuri perchè dovunque si recavano pel regno d'Israele godevano di un riverente rispetto. Così avveniva a Gerusalemme e altrove; certo uno della sacra discendenza poteva con ragione fare assegnamento su ciò per entrare alla porta del Khan di Betlemme. Dicendo come disse Giuseppe: -- «Questa era la casa dei miei padri» -- era dir la verità, semplice e pura, poichè quella era la stessa casa ove aveva signoreggiato Ruth come moglie di Booz; la stessa nella quale eran nati Jesse ed i suoi dieci figli, Davide il minore; la stessa casa in cui Samuele era venuto a cercare il re e lo aveva trovato; la stessa che Davide aveva dato al figlio di Barzillai; la stessa casa dove Geremia, con la preghiera, aveva salvato i fuggiaschi della sua razza che rinculavano innanzi ai Babilonesi. Il tentativo non rimase senz'effetto. Il portinaio scese dal ceppo e appoggiandosi la mano sulla barba disse con rispetto: -- «Rabbi, io non vi posso dire quando si sia aperta questa porta per dar il benvenuto al viaggiatore, ma fu più di mill'anni fa, e in tutto questo tempo non vi è alcun uomo che l'abbia trovata chiusa, salvo quando non vi era posto per dargli da riposare. Perciò una giusta ragione deve avere il guardiano che dica di no ad uno della discendenza di Davide. Se vorrete venire con me vi farò vedere che non v'è un posto per dormire libero in tutta la casa; nè nelle camere, nè nelle stalle, nè nella corte e neppure sul tetto. Posso chiedervi quando siete arrivato?» -- -- «Proprio ora.» -- Il guardiano sorrise. -- «Lo straniero che abita con te sarà come uno nato insieme a te e tu l'amerai come te stesso. Non è questa la legge?» -- Giuseppe era silenzioso. -- «Se questa è la legge posso io dire ad uno arrivato da tempo: va per la tua via perchè v'è qui un altro a prendere il tuo posto?» -- Giuseppe si mantenne sempre calmo. -- E se così dicessi, a chi pretendesse il posto? guardate quanti stanno aspettando; alcuni attendono da mezzogiorno.» -- -- «Chi è tutta questa gente? -- domandò Giuseppe additando la folla. -- E perchè è qui a quest'ora?» -- -- «Verrà per quello che indubbiamente avrà condotto qui voi, Rabbi; pel decreto di Cesare -- e il guardiano gettò uno sguardo interrogativo al Nazareno poi continuò: -- tale motivo portò la maggior parte di coloro che alloggiano qui. E ieri arrivò la carovana diretta da Damasco all'Arabia e al Basso Egitto. Questi che voi vedete appartengono a quella carovana, uomini e cammelli.» -- Giuseppe persisteva. -- «La corte è grande» -- disse. -- «Sì, ma è ingombra di merci e di balle di seta, di caffè, di aromi e di ogni qualità d'oggetti.» -- Allora, per un momento, il viso del richiedente perdette la sua passività; gli occhi immobili e alteri s'abbassarono. Con calore egli disse: «Non importa per me, ma io ho mia moglie con me e la notte è fredda, più fredda su quest'altura che non la notte di Nazareth. Mia moglie non può già rimanersene all'aria aperta. Che vi sia posto in città?» -- -- «Questa gente -- il guardiano fece un cenno colla mano additando la folla davanti alla porta -- ha investigato la città in tutti i sensi e trovò ogni casa piena.» -- Giuseppe guardò ancora una volta a terra dicendo mezzo fra sè: -- «Ella è così giovane! se le facessi un letto sulla collina il gelo l'ucciderebbe!» Poi parlò di nuovo al guardiano: -- «Può essere che abbiate conosciuti i di lei genitori, Joachim e Anna, una volta stabiliti a Betlemme, e, come me, discendenti da Davide.» -- -- «Sì, li conobbi. Erano buona gente. Li conobbi quand'ero giovane.» -- Questa volta gli occhi del guardiano si chinarono a terra come per riflettere. Ad un tratto alzò il capo: -- «Se non posso trovarvi un posto non posso mandarvi via. Rabbi, farò tutto ciò che potrò per voi. Di quanti è composta la vostra carovana?» -- Giuseppe esitò un po' e poi rispose: -- «Mia moglie ed un amico con la sua famiglia proveniente da Beth-Dagon, una piccola città vicino a Joppa; in tutto siamo in sei.» -- -- «Va bene, non rimarrete fuori; conducete qui gli altri, ma fate presto perchè quando il sole scende, dalla montagna vien subito la notte e la notte dev'esser vicina: il sole è quasi sceso.» -- -- «Vi do la benedizione del forestiere, quella dell'ospite seguirà.» -- Così dicendo il Nazareno ritornò felice a Maria e all'uomo di Beth Dagon. Quest'ultimo condusse con sè la sua famiglia; le donne cavalcavano degli asini. La moglie aveva l'aspetto di una matrona; le figlie eran imagine di ciò che essa doveva esser stata in gioventù. Mentre si avvicinavano alla porta il guardiano li giudicò a prima vista per gente di condizione mediocre. -- «Questa è colei della quale vi parlai -- disse il Nazareno -- e questi sono i nostri amici.» -- Il velo di Maria, si rialzò. -- «Occhi celesti e capelli d'oro» -- mormorò il guardiano tra sè non osservando che lei. «Così era il giovine Re allorchè andò a cantare davanti a Saulle.» -- : 1 2 « ' ' . 3 4 , , 5 ; 6 . , 7 , ; 8 : . 9 10 , . 11 . 12 13 , 14 , ' : 15 16 ' , 17 , . 18 . 19 . 20 , , , , 21 , , , . 22 ; . 23 . » - - 24 25 ' , 26 , : 27 28 - - « , , 29 . , 30 ? ? 31 ' . 32 33 , . , 34 35 ' ; , 36 ; 37 , . 38 , ' 39 , ' , , 40 , 41 ; 42 . 43 44 , ' , 45 ? 46 47 , ; 48 , : 49 . » - - 50 51 ' ' . 52 53 - - « ? » - - . 54 55 - - « ' ' - - 56 ' ' . - - 57 ' . 58 . , , 59 , , , 60 . 61 62 , ' 63 , , 64 ' . , , 65 ' , , 66 ' 67 . . 68 69 . 70 : . 71 ' : - - « . 72 ? , ? » 73 - - ' . 74 75 . 76 , 77 . . 78 : - - « . , 79 ! . , 80 , . 81 82 , : « ' ' 83 ? 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