Attraversando lentamente l'Arena, la processione comincia a
fare il giro del circuito. Lo spettacolo è magnifico, imponente.
Come un'onda che s'ingrossa a mano a mano, la precede un coro di
esclamazioni, esprimenti curiosità e ammirazione. Se i fantocci di
carta rappresentanti gli Dei se ne stanno impassibili e silenziosi,
il direttore dei giuochi e le autorità non si mostrano insensibili
alla voce del plauso popolare. Sorridono e si inchinano a destra e a
sinistra.
Gli atleti sono ricevuti con favore ancora più rumoroso, perchè non
v'è uno fra i centosettantamila spettatori che non abbia scommesso
un siclo od un denario sopra uno dei campioni. I nomi dei favoriti
corrono di labbro in labbro, e ghirlande e fiori sciolti piovono dalla
tribuna e dalle gradinate. Ma se gli atleti sono ricevuti con tali
testimonianze d'ammirazione, che dire dell'ovazione fatta all'apparire
delle quadriglie? allo splendore dei cocchi, alla grazia e alla
bellezza dei cavalli, i guidatori aggiungono il fascino personale della
loro apparenza. Le loro tuniche, corte, senza maniche, sono dei colori
prescritti. Un cavaliere accompagna ogni cocchio, tranne quello di
Ben Hur, che ha rifiutato questo onore -- forse per diffidenza. Così
pure gli altri hanno elmi sul capo; egli ha la testa scoperta. Al
loro appressarsi gli spettatori si alzano in piedi sopra i banchi, e
il clamore si fa altissimo, assordante; allo stesso tempo la pioggia
dei fiori dalla balaustrata diventa un diluvio, e copre gli uomini, i
cocchi, i cavalli. Ben presto appare evidente che alcuni dei guidatori
sono più favoriti di altri, e a questa rivelazione tiene dietro
l'altra, che ogni individuo del pubblico, uomini, donne, e fanciulli
è fregiato dei colori di uno dei contendenti, più spesso in forma di
nastro sul petto o nei capelli; ora il nastro è verde, ora giallo,
ora azzurro, ma esaminando attentamente la moltitudine, si vede che i
colori dominanti sono due: il bianco, e il misto porpora ed oro.
In una gara moderna, e in una assemblea come questa, che ha giuocato
somme enormi sui singoli concorrenti, la preferenza sarebbe determinata
dalla qualità dei cavalli e dalla abilità conosciuta dei guidatori; qui
invece la nazionalità dettava le norme.
Se il Bizantino ed il Sidonio non avevano che un esiguo numero di
aderenti, la ragione era da ricercarsi nel fatto che le loro città
erano scarsamente rappresentate sui banchi. D'altra parte i Greci,
quantunque assai numerosi, erano divisi fra il Corinzio e l'Ateniese,
facendo uno sfoggio relativamente povero di colori verdi e gialli.
Lo scarlatto ed oro di Messala non avrebbe avuto sorte migliore, se i
cittadini di Antiochia, proverbialmente una razza di cortigiani e di
parassiti, non avessero concesso il favore del loro appoggio ai Romani,
adottando il colore da quelli preferito. Rimanevano la popolazione del
contado, gli Ebrei, i Siri, gli Arabi, e questi, per solidarietà con
Ben Hur ed Ilderim, per la fiducia che nutrivano nei cavalli dello
sceicco, ma massimamente in odio al Romano, che essi speravano di
vedere battuto ed umiliato, portavano il color bianco, e formavano il
partito più rumoroso se non il più numeroso di tutti.
A mano a mano che i cocchi procedono sopra il percorso, l'eccitamento
si accresce; alla seconda mèta, specialmente nelle gallerie, dove
il bianco è il colore dominante, le grida del pubblico scrosciano
altissime e i fiori piovono più fitti.
-- «Messala! Messala!» --
-- «Ben Hur! Ben Hur!» --
Tali sono le grida.
Passata la processione, le persone riprendono i loro posti e continuano
i discorsi.
-- «Ah, per Bacco! com'era bello!» -- esclama una donna che il nastro nei
capelli proclama del partito Romano.
-- «E come è magnifico il suo cocchio!» -- risponde un vicino del
medesimo partito.
-- «È tutto oro ed avorio. Giove gli conceda la vittoria!» --
Sul banco di dietro le opinioni erano diverse.
-- «Cento sicli sopra l'Ebreo!» -- gridò una voce stridula.
-- «Non esser troppo temerario» -- gli sussurra un amico. -- «Questi
giuochi sono vietati dalla legge e la maledizione del Signore potrebbe
cadere sul figlio d'Israele.» --
-- «È vero; ma hai tu veduto mai un portamento più sicuro o più
disinvolto? E che braccio è il suo!» --
-- «E che cavalli!» -- dice un terzo.
-- «E dicono ch'egli conosca tutti gli accorgimenti dei Romani» --
aggiunge un quarto.
Una donna completa l'elogio:
-- «Sì, ed egli è ancora più bello del Romano!» --
Incoraggiato da queste testimonianze l'uomo grida nuovamente: -- «Cento
sicli sopra l'Ebreo!» --
-- «Cretino!» -- gli grida un cittadino di Antiochia, dalla sicura
distanza di parecchi banchi. -- «Non sai che cinquanta talenti sono
giuocati contro di lui, uno contro sei, su Messala. Nascondi i tuoi
sicli se non vuoi che Abramo ti fulmini.» --
-- «O asino di Antiochia! cessa di ragliare. Non sai tu che Messala ha
scommesso contro se stesso?» --
Tale la risposta, astutamente bugiarda.
E così di banco in banco si moltiplicavano il vociare e le contese, non
tutte pacifiche.
Quando finalmente la marcia fu terminata, e la Porta Pompae si chiuse
sull'ultimo vessillifero, Ben Hur sapeva che il suo desiderio era
esaudito.
Gli sguardi dell'Oriente erano fissati sopra la sua gara con Messala.
CAPITOLO XIII.
Circa alle ore quindici, per parlare in stile moderno, la prima parte
del programma era esaurita, non rimanendo che la gara dei cocchi. Il
direttore scelse questo momento per fare una breve sosta. I -vomitoria-
furono spalancati, e, tutti coloro che poterono, uscirono sotto il
porticato esterno dove era disposto un servizio di rinfreschi. Quelli
che rimanevano sbadigliavano, chiacchieravano, consultavano le loro
tavolette, e liquidavano le scommesse; ogni distinzione di classe era
dimenticata; la moltitudine era divisa in due grandi categorie; dei
vincitori, allegri e rumorosi, e dei perdenti, accigliati e taciturni.
In questo mentre però una terza classe di spettatori, formata da
cittadini desiderosi soltanto di vedere la corsa dei cocchi, approfittò
dell'intervallo per entrare nel Circo ed occupare i suoi posti
riservati, credendo in questo modo di sfuggire all'attenzione del
pubblico. Fra questi erano Simonide e la sua compagnia, che cercavano
i loro posti nella tribuna sul lato settentrionale, di faccia a quella
consolare.
Quattro servitori portavano il negoziante nella sua sedia su per le
scale, destando la viva curiosità degli spettatori. Qualcuno disse
il suo nome. I vicini lo intesero e lo ripeterono di bocca in bocca.
I più lontani si arrampicarono sui banchi per dare un occhiata
all'uomo intorno al quale la diceria popolare aveva tessuto un romanzo
miracoloso.
Ilderim pure fu accolto calorosamente; ma nessuno conosceva Balthasar e
le due donne che lo seguivano, gelosamente velate.
La gente fece largo rispettosamente alla comitiva, e gli uscieri del
Circo le assegnarono alcuni posti vicino alla balaustra, sui quali
avevano fatto collocare scialli e cuscini.
Le donne erano Iras ed Ester.
Quest'ultima, appena seduta, diede uno sguardo spaventato intorno
al Circo e si ravvolse ancor più dentro al velo; mentre l'Egiziana,
lasciando scivolare il velo sopra le spalle, si offrì liberamente agli
sguardi del pubblico, con la disinvoltura che solitamente è frutto di
lunghe abitudini sociali.
I nuovi venuti erano ancora occupati nell'esame generale del magnifico
spettacolo che si offriva dinanzi a loro, a principiare dal console
e dai suoi vicini, quando alcuni uomini nella livrea del Circo,
cominciarono a stendere una corda ingessata da balcone a balcone in
faccia ai pilastri della prima mèta.
Allo stesso tempo sei uomini uscirono dalla Porta Pompae, e si
fermarono davanti ai -carceres-, uno per ciascun stallo; al che un
lungo mormorìo corse per la folla.
-- «Guarda, guarda! Il verde ha il numero quattro a destra; quello è
l'Ateniese.» --
-- «E Messala... -- sì, egli ha il numero due.» --
-- «Il Corinzio.» --
-- «Guarda il bianco! Egli si ferma, al numero uno, a sinistra.» --
-- «No, è il nero che si è fermato; il bianco è il numero due.» --
-- «È vero.» --
Dobbiamo avvertire che ciascuno dei sei uomini indossava una tunica di
color eguale a quello dei guidatori; cosicchè, quando essi si fermavano
davanti ai cancelli, il popolo sapeva subito qual'era lo stallo del suo
favorito.
-- «Hai tu mai veduto Messala?» -- chiese l'Egiziana, ad Ester.
L'Ebrea ebbe un tremito, e rispose di no. Egli era il nemico di suo
padre, e di Ben Hur.
-- «Egli è bello come Apollo.» --
Mentre Iras parlava i suoi grandi occhi scintillavano e il ventaglio si
agitava violentemente. Ester la guardò, pensando:
-- «Sarà egli più bello di Ben Hur?» --
Poi udì Ilderim dire a suo padre;
-- «Si, il suo stallo è il numero due, a sinistra della Porta Pompae;»
-- e credendo che egli parlasse di Ben Hur, essa guardò da quella parte.
Una preghiera le sfiorò le labbra.
Di lì a poco sopraggiunse Samballat.
-- «Vengo or ora dagli stalli, o sceicco,» -- egli disse facendo un
inchino grave ad Ilderim, il quale si lisciava la barba nervosamente,
e lo osservava con sguardo interrogativo. -- «I cavalli sono in perfetto
stato.» --
Ilderim rispose semplicemente: -- «Se sono battuti, prego Iddio che lo
siano da qualchedun'altro e non da Messala.» --
Volgendosi a Simonide, ed estraendo una tavoletta, Samballat proseguì:
-- «Ti porto qualche cosa che ti interesserà. Ti ricorderai che, quando
ieri sera ti recai la scrittura della prima scommessa, ti dissi che
ne avevo lasciata un'altra sul tavolo del Palazzo, la quale, se,
accettata, doveva venirmi consegnata prima della corsa. Eccola.» --
Simonide prese la tavoletta e lesse attentamente l'annotazione.
-- «Lo so» -- egli disse. -- «Un loro emissario venne oggi da me chiedendo
se tu fossi accreditato per una tal somma presso di me. Conserva bene
la tavoletta. Se perdi, sai dove prendere il denaro; se vinci...» -- le
sue ciglia si corrugarono con una espressione di grande risolutezza
-- «se vinci, amico, bada, che nessuno ti sfugga, che paghino
fino all'ultimo siclo. Questo si è quanto farebbero gli altri con
noi.» --
-- «Fidati in me.» -- disse il fornitore.
-- «Non vuoi sederti presso di noi?» -- chiese Simonide.
-- «Ti ringrazio» -- rispose l'altro, -- «ma se lascio il Console, chi
frenerà i bollori della giovine Roma, là in fondo? La pace sia con te,
e con voi tutti.» --
Alcuni squilli di tromba risuonarono nel circo, annunciando la ripresa
dello spettacolo, e chiamando gli assenti ai loro posti. Allo stesso
tempo alcuni inservienti apparvero nell'arena, e arrampicandosi
sopra il muro di divisione, infissero sopra i pali vicino alla meta
occidentale sette sfere di legno indorato; poi, ritornando alla
prima meta, vi misero altrettanti pezzi di legno scolpiti in forma di
delfino.
-- «Che cosa fanno con le sfere ed i pesci, o sceicco?» -- chiese
Balthasar.
-- «Non hai mai assistito ad una corsa?» --
-- «Mai.» --
-- «Ebbene, essi servono per contare il numero dei giri; alla fine di
ogni giro, una palla ed un pesce verranno tolti.» --
I preparativi erano terminati, e di lì a poco un trombettiere in
uniforme vistosa si collocò presso il direttore, pronto ad un cenno
di questi a dare il segnale. Subito l'agitarsi della moltitudine
si acquetò, ed il vocìo ristette come per incanto. Ogni viso era
rivolto ad oriente, ed ogni occhio si fissò sopra i sei stalli che
racchiudevano i competitori.
Il rossore insolito che coprì le pallide guancie di Simonide rivelava
che anch'egli condivideva l'eccitazione generale.
-- «Attenti al Romano;» -- disse la bella Egiziana ad Ester, che non la
udì, perchè col cuore palpitante e gli occhi fissi aspettava Ben Hur.
Dobbiamo ricordare che l'edificio contenente gli stalli aveva la forma
di un segmento di cerchio, e si protendeva innanzi a destra della prima
mèta, segnato dalla corda gessata, di cui parlammo.
La tromba diede uno squillo acuto e prolungato. Gli -starters-, come li
potremmo chiamare in linguaggio sportivo moderno, si schierarono sotto
i pilastri della mèta, pronti ad aiutare i cocchieri nel caso che uno
dei cavalli si spaventasse.
Un secondo squillo risuonò, e i custodi spalancarono i cancelli.
Dapprima uscirono a cavallo i servitori, addetti ai cocchi, cinque
in tutto, perchè Ben Hur aveva rifiutato il suo. La corda gessata
fu lasciata cadere per dar loro il passo, poi rialzata. Quantunque
splendidamente vestiti, nessuno badò a loro, perchè, dietro ad essi,
negli stalli, il calpestìo dei cavalli e le voci dei cocchieri,
attiravan tutti gli sguardi verso i cancelli spalancati.
Un terzo squillo risuonò nel circo.
Gli uscieri sulle gradinate agitarono le mani, e gridarono: -- «Seduti!
seduti!» --
Parlavano al vento.
Come proiettili, uscenti dalla bocca di giganteschi cannoni, si
scagliarono le sei quadrighe, e tutta l'immensa moltitudine balzò in
piedi come un sol uomo, riempiendo il Circo di un unico urlo. Per
questo aveva atteso pazientemente tante ore! Questo era il momento
supremo, sogno delle sue notti e argomento dei suoi discorsi dal giorno
della proclamazione dei giuochi!
-- «Eccolo, eccolo! guarda!» -- esclamò Iras, indicando Messala.
-- «Lo vedo.» -- rispose Ester guardando Ben Hur.
Il velo era caduto; per un istante la piccola Ebrea si sentì
coraggiosa. Essa comprese la voluttà di compiere un'azione eroica sotto
agli occhi della moltitudine, e come in tali casi sia possibile che gli
uomini ridano in faccia alla morte.
I competitori erano ora visibili da tutte le parti del Circo, ma la
corsa non era ancora cominciata; dovevano prima passare la corda.
Questa aveva lo scopo di pareggiare le condizioni della partenza.
Se i corridori vi si fossero scagliati addosso impetuosamente,
cocchiere e cavalli, impigliati in essa, potevano uscirne malconci; se
d'altra parte si fossero avvicinati timidamente, correvano il rischio
di rimaner distanziati già sull'inizio della corsa, e, in ogni modo,
perdevano la possibilità di conquistare il lato interno della pista,
oggetto dell'ambizione comune.
La difficoltà di quest'impresa, i suoi pericoli e le sue conseguenze,
erano ben note agli spettatori. La vittoria doveva sorridere al più
abile.
Dunque, o mio caro,
Tutti richiama al cor gli accorgimenti,
Se vuoi che il premio di tue man non sfugga:
L'arte, più che la forza, al fabbro, è buona.
Tale il consiglio di Nestore al figlio Archiloco, consegnandogli
le redini, prima della corsa, consiglio che poteva utilmente essere
richiamato da ciascuno degli auriga.
Ogni guidatore guardava per prima cosa la corda, poi il muro interno.
Dimodochè, mirando al medesimo punto, e correndo a gran carriera, uno
scontro sembrava inevitabile. Non solo. Se il direttore, all'ultimo
momento, malcontento della partenza, non desse il segnale di lasciar
cader la corda? O se non lo desse in tempo?
Lo spazio intermedio era di circa duecentocinquanta piedi in lunghezza.
Guai se, suggestionato dagli sguardi delle migliaia di spettatori o
attratto dall'esclamazione insidiosa di un avversario, o dal grido
animatore, ma non meno pericoloso, di qualche amico, l'auriga avesse
alzati gli occhi un istante! Fermo il polso, le pupille fisse, i
guidatori avanzavano.
Il tocco divino che dà l'ultima perfezione alla bellezza, è
l'animazione.
Che il lettore tenti di immaginarsi quello spettacolo, al quale i
nostri tempi moderni non saprebbero contrapporre nulla di eguale:
guardi dapprima l'arena, immensa distesa luccicante di sabbia bianca,
chiusa nella sua cornice di mura grigie; veda su questo campo perfetto
i sei cocchi leggeri, graziosi, rilucenti, -- quello di Messala
splendido di oro e d'avorio; guardi i guidatori, il loro corpo
eretto, rigido, le membra nude e abbronzate; nella destra i lunghi
flagelli, nella sinistra, accuratamente separate, le redini, tese fino
all'estremità dei timoni; osservi i cavalli scelti per bellezza come
per velocità, le criniere al vento, i corpi distesi, le narici tumide,
le gambe fine ma robuste come verghe di ferro, ogni muscolo dei loro
splendidi corpi, pieno di vita, ora teso, ora contratto, giustificando
il mondo che ha preso da essi la sua unità di forza; veda le ombre,
che accompagnando cocchi, auriga e cavalli, radono la terra; veda, con
l'occhio della mente, tutto questo, e potrà comprendere il piacere e
il delirio che invadeva la folla per la quale questo spettacolo non era
vana creazione di fantasia, ma vera, palpitante realtà.
Tutte e sei le quadrighe correvano per la strada più breve verso il
medesimo punto; il muro; cedere sarebbe stato come rinunciare alla
vittoria. E chi avrebbe deviato in mezzo a quella pazza carriera, con
le grida della moltitudine che gli tuonavano nell'orecchio come il
rombo del mare in burrasca?
Il trombettiere presso il direttore diede uno squillo poderoso. -- A
venti passi di distanza nessuno lo udì. Ma vedendo l'atto, i giudici di
campo lasciarono cadere la corda a pena in tempo per evitare il cocchio
di Messala, nell'abbassarla, e toccarono lo zoccolo del suo primo
cavallo. L'impavido Romano, agitò il flagello, che si snodò sibilando
nell'aria, allentò le redini, tese il corpo in avanti, e con un grido
di trionfo conquistò il muro.
-- «Giove è con noi! Giove è con noi!» -- urlò tutta la fazione Romana,
in un delirio di entusiasmo.
Alla voltata, la testa di leone, con cui terminava il mozzo della
sua ruota, urtò la gamba anteriore del cavallo dell'Ateniese,
gettando l'animale spaventato addosso al suo vicino di giogo.
Entrambi vacillarono, s'impennarono. I custodi balzarono innanzi e li
afferrarono per le briglie. Le migliaia di persone sulle gradinate
trattennero il respiro, attente; solo dalla tribuna consolare
continuavano le grida e il clamore.
-- «Giove è con noi!» -- urlò Druso.
-- «Egli vince! Giove è con noi!» -- echeggiarono i suoi compagni,
vedendo Messala alla testa del gruppo.
Samballat, con le sue tavolette in mano, si rivolse a loro. Un
frastuono, seguito da grida strazianti lo obbligò a guardare nuovamente
nell'arena. Messala essendo passato, il Corinzio era il solo che
rimanesse alla destra dell'Ateniese, e in quella direzione quest'ultimo
cercò di piegare la sua quadriglia spaventata; proprio in quel momento
sventura volle che la ruota del Bizantino, suo vicino di destra,
incontrasse di fianco il suo cocchio sbalzando l'auriga per terra. Con
un urlo di rabbia e di terrore il misero Cleante cadde sotto le zampe
dei propri cavalli; orribile spettacolo davanti al quale Ester si coprì
gli occhi.
Il Corinzio, il Bizantino, il Sidonio passarono avanti.
Samballat diede uno sguardo a Ben Hur, e si volse nuovamente a Druso e
ai suoi compagni.
-- «Cento sesterzi sopra l'Ebreo!» -- esclamò.
-- «Accettato!» -- rispose Druso.
-- «Altri cento sull'Ebreo!» -- gridò Samballat.
Nessuno gli badava. Gridò nuovamente; lo spettacolo dell'Arena
assorbiva tutta la loro attenzione, ed essi erano troppo occupati ad
urlare: -- «Messala! Messala! Giove è con noi!» --
Quando Ester osò guardare nuovamente, alcuni servitori stavano
rimovendo i cavalli e il carro frantumato, mentre altri portavano via
l'auriga; da ogni banco su cui sedeva un Greco partivano urli di rabbia
e preghiere di vendetta.
Essa giunse le mani per la felicità: Ben Hur, incolume volava al pari
col Romano! Dietro a loro, in gruppo, venivano il Sidonio, il Corinzio
e il Bizantino.
La corsa era incominciata. La moltitudine tratteneva il respiro.
CAPITOLO XIV.
Ben Hur, come abbiamo veduto, si trovava all'estrema sinistra dei sei.
Per un momento, come gli altri, fu quasi abbagliato dalla viva luce
dell'arena. Pure riuscì a distinguere i suoi avversari e ne indovinò
l'intento. Diede uno sguardo scrutatore a Messala. Il freddo orgoglio
del patrizio Romano riposava, come d'usato, sul bellissimo volto, alle
cui fattezze l'elmo accresceva maestà; ma, fosse giuoco di fantasia o
effetto dell'ombra bronzea che copriva il suo viso, in quell'istante
l'Ebreo credette di vedere tutta l'anima dell'uomo trasparire
attraverso la venustà di quel corpo, un'anima crudele, scaltra, vigile
e risoluta.
In pari tempo lo spirito di Ben Hur s'irrigidì in un poderoso sforzo di
volontà.
A qualunque costo, a qualunque rischio, egli avrebbe umiliato il suo
nemico!
Premio, amici, scommesse, onori, tutto spariva davanti a quell'unico
deliberato proposito! Neppure la morte lo avrebbe trattenuto!
Con tutto ciò, nessuna passione gli ardeva nel petto; il sangue non
affrettò la sua corsa dal cuore al cervello, dal cervello al cuore; non
provava nessun impulso di gettarsi alla cieca in braccio alla Fortuna,
poichè egli non credeva alla Fortuna. Fidava in sè, nel disegno da
lunga mano preparato, e chiamò a raccolta tutte le forze del suo corpo,
tutte le energie della sua intelligenza, per poter attuare il suo
piano.
A metà percorso egli si avvide che l'impeto di Messala, lo avrebbe,
nel caso che non fosse successo alcuno scontro e la corda fosse caduta,
infallibilmente condotto a rasentare il muro interno; e come un lampo
gli venne il pensiero che Messala -sapesse- che la corda doveva cadere
all'ultimo momento. Un accordo col direttore avrebbe potuto facilmente
stabilire questo; e l'accordo era abbastanza probabile, quando si
pensi che il prefetto era Romano, e all'interesse che poteva avere
nella vittoria del suo concittadino, il quale, oltre al godere tanta
popolarità, aveva una somma così ingente a repentaglio.
Nessun'altra ragione poteva spiegare la fiducia con cui Messala
spingeva innanzi la sua quadriglia, proprio nell'istante che gli altri
competitori cercavano di frenare le proprie, nessun'altra ragione,
tranne la pazzìa.
Ma vedere una cosa e approfittarne sono due cose diverse.
Pel momento Ben Hur rinunciò al muro.
La corda cadde, e tutte le quadriglie, meno la sua, balzarono sulla
pista, sotto il doppio impulso dei flagelli e delle voci.
Egli piegò a destra, e con tutta la velocità de' suoi Arabi, tagliò
obliquamente la strada ai suoi avversari; dimodochè, mentre la
moltitudine fremeva davanti all'infortunio dell'Ateniese, e il Sidonio,
il Bizantino, e il Corinzio, cercavano con tutta destrezza di sfuggire
alla rovina del compagno, Ben Hur passò loro davanti come una freccia,
e procedette ruota a ruota col cocchio di Messala, ma dalla parte
esterna.
La meravigliosa abilità dimostrata nel portarsi, in questa guisa,
dall'estrema sinistra a destra, non sfuggì ai vigili sguardi delle
gradinate; il Circo minacciò di crollare sotto lo scroscio degli
applausi.
Allora Ester battè le mani; allora Samballat, sorridendo, offrì di
nuovo i suoi cento sesterzi, senza ottenere risposta; e allora, per la
prima volta, i Romani ebbero il dubbio che forse Messala avesse trovato
il suo pari, forse anche il suo superiore, e questi in un Israelita!
L'uno di fianco all'altro, separati da un intervallo quasi
impercettibile, i due cocchi si avvicinavano alla prima mèta.
Il plinto su cui s'ergevano i tre pilastri, veduto da ovest, presentava
l'aspetto di un muro, in forma di semi cerchio, offrendo la convessità
della curva agli spettatori, parallela all'opposta concavità del
balcone di faccia. Questa voltata costituiva la prova di fuoco dei
guidatori; Oreste medesimo vi aveva fallito. Un generale silenzio
regnante nell'assemblea testimoniava l'interessamento con cui il
pubblico seguiva questa fase.
Il calpestìo dei cavalli ed il rumor delle ruote erano distintamente
avvertibili.
Allora, per la prima volta, sembrò che Messala si avvedesse della
presenza di Ben Hur; e subito tutta l'audacia dell'uomo si manifestò in
un modo sorprendente.
-- «-Abbasso Eros, evviva Marte!-» -- egli gridò, brandendo il flagello.
-- «-Abbasso Eros, evviva Marte!-» -- egli ripetè, assestando sulla
schiena degli Arabi di Ben Hur, una sferzata, quale essi non avevano
mai ricevuto.
Il colpo era stato veduto da ogni settore, e lo stupore fu generale.
Il silenzio divenne terribile nella sua intensità; sugli scranni
intorno al Console i più coraggiosi trattennero il respiro, aspettando
con gli occhi sbarrati. Solo un istante durò la tensione, poi, come
rombo di tuono, scoppiò l'indignazione del pubblico.
I quattro cavalli trasalirono dallo spavento e balzarono innanzi.
Nessuno li aveva mai toccati, se non in segno di affetto; erano
cresciuti accarezzati come bambini, e la loro fiducia negli uomini era
commovente.
Che cosa dovevano fare quelle delicate creature se non slanciarsi
avanti come pazze?
Il carro traballò.
Non v'ha dubbio che ogni esperienza ci è utile nella vita. Donde
trasse Ben Hur, in questo momento, il suo braccio vigoroso e il suo
pugno di ferro? Donde, se non dai lunghi anni passati al remo? E che
cos'era il sobbalzare del carro in confronto al rullìo improvviso
della nave battuta dall'ebbro furore dei flutti? Egli mantenne il
suo posto, allentò le redini sul capo ai cavalli, parlando loro con
voce carezzevole, cercando unicamente di guidarli incolumi intorno
all'angolo pericoloso; e prima ancora che l'agitazione del pubblico si
fosse sedata, aveva riconquistata la padronanza su di essi.
Non solo: nell'avvicinarsi alla seconda mèta egli si trovò nuovamente
al fianco di Messala, seguìto dalla simpatia e dai voti di tutti gli
spettatori non Romani. Questo sentimento appariva così evidente, che
Messala, con tutta la sua audacia, non stimò opportuno scherzare più
oltre.
Mentre i carri passavano la mèta, Ester vide il volto di Ben Hur -- un
po' pallido, un po' rialzato -- ma calmo, risoluto.
Subito un uomo si arrampicò sull'estremità occidentale del muro di
divisione, e levò una delle sfere. In pari tempo fu tolto un delfino
dall'altra parte.
Nello stesso modo, scomparvero la seconda sfera e il secondo delfino.
Poi la terza sfera e il terzo delfino.
Tre giri erano stati compiuti; Messala occupava ancora l'interno della
pista; Ben Hur galoppava all'esterno. La corsa assumeva l'aspetto di
una di quelle gare doppie così popolari nel secondo periodo dell'età
imperiale. -- Nella prima Messala e Ben Hur; il Sidonio, il Corinzio, il
Bizantino, seconda.
Intanto gli uscieri avevano ottenuto di far sedere la moltitudine,
quantunque il clamore continuasse, precedendo i corridori.
Al quinto giro il Sidonio riuscì a portarsi all'altezza di Ben Hur, ma
perdette subito il vantaggio.
Il sesto giro cominciò senza recare un spostamento nelle posizioni
relative.
Gradatamente la velocità era aumentata; a poco a poco il sangue dei
guidatori si riscaldava. Uomini e cavalli sembravano sapere che la
crisi finale si avvicinava.
L'interessamento che, sul principio della gara, s'era concentrato nella
lotta fra Messala e Ben Hur, accompagnato dall'universale simpatia per
quest'ultimo, si mutò in ansietà e paura per lui. Su tutti i banchi
gli spettatori tendevano gli occhi, seguendo silenziosi e immobili i
cavalli dei due competitori.
Ilderim cessò di lisciarsi la barba, ed Ester dimenticò la sua
timidezza.
-- «Cento sesterzii sull'Ebreo!» -- gridò Samballat ai Romani sotto alla
tenda consolare.
Nessuno rispose.
-- «Un talento -- cinque talenti, -- dieci, se volete!» --
Agitò le tavolette in atto di sfida.
-- «Io vincerò i tuoi sesterzii» -- disse un giovine Romano, preparandosi
a scrivere.
-- «Non farlo» -- lo ammonì un amico.
-- «Perchè?» --
-- «Messala ha raggiunta la sua massima velocità. Guarda come si
piega sopra l'orlo del cocchio, e libera le redini, ed ora osserva
l'Ebreo.» --
L'altro guardò.
-- «Per Ercole!» -- egli esclamò impallidendo. -- «Il cane fa ogni sforzo
per trattenerli. Lo vedo, lo vedo! Se gli Dei non aiutano il nostro
amico, egli sarà battuto dall'Israelita. -- Ma no, non ancora. Guarda!
Giove è con noi, Giove è con noi!» --
Questo grido, che uscì simultaneamente da ogni gola Romana, fece
tremare il velario sopra la testa del Console. Se era vero che Messala
aveva raggiunta la sua massima velocità, il risultato corrispondeva
allo sforzo. Lentamente, ma distintamente, egli guadagnava terreno.
I suoi cavalli correvano con le teste chinate e i colli tesi; dal
balcone sembrava che radessero il suolo: le loro narici parevano
schizzar sangue; gli occhi uscire dalle orbite. Certamente i buoni
cavalli facevano tutto il possibile! Ma per quanto tempo avrebbero
potuto mantenere quel passo? Era il principio del sesto giro soltanto.
Volavano. Nel voltare la seconda mèta i cavalli di Ben Hur piegarono
dietro il cocchio del Romano.
La gioia dei partigiani di Messala non ebbe limiti: gridavano,
urlavano, gettavano per aria i cappelli; e Samballat riempì le
tavolette con le scommesse che essi offrivano. Malluch nella tribuna
sopra la Porta del Trionfo potè a stento frenare le sue lacrime.
Egli aveva fatto tesoro della allusione di Ben Hur, secondo la quale
«qualche cosa» doveva avvenire allo svolto delle colonne occidentali.
Era il quinto giro, il qualche cosa non era ancora avvenuto; ed egli
s'era detto fra sè: -- «Aspettiamo il sesto.» -- Il sesto era venuto e
Ben Hur galoppava in coda al cocchio nemico.
Nella tribuna orientale, la compagnia di Simonide taceva. La testa
del negoziante era chinata sul petto. Ilderim si tirava la barba, e
corrugava le ciglia quasi a coprirne gli occhi. Ester respirava appena.
Solo Iras sembrava contenta.
Per la penultima volta i cocchi facevano il giro dell'arena. -- Messala
alla testa, dietro di lui Ben Hur. Era la vecchia corsa di Omero:
Innanzi a tutti
Le puledre volavano veloci
Del Fereziade Eumelo; e dopo queste,
Ma di poco intervallo, i corridori
Di Troe, guidati dal Titide, e tanto
Imminenti che ognor parean sul carro
Montar d'Eumelo, a cui coi flati ardenti
Già scaldano le spalle, e già le toccano
Colle fervide teste.
Così arrivarono alla prima mèta e la girarono. Messala, temendo di
perdere il vantaggio conseguito, andò rasente al muro, sino quasi a
toccarlo; un palmo più a sinistra e cocchio ed auriga sarebbero stati
travolti; pure, quando la voltata fu fatta, nessuno, osservando le
carreggiate dei due cocchi, avrebbe potuto dire: -- «qui passò Messala,
qui l'Ebreo.» -- Uno solo era il solco lasciato dai due.
Ester vide di nuovo il volto di Ben Hur, e le parve più pallido di
prima.
Simonide, più acuto osservatore di Ester, sussurrò nell'orecchio di
Ilderim:
-- «Sceicco, io non sono buon giudice, ma credo che Ben Hur covi un
progetto nella sua mente. Il suo viso me lo dice.» --
Al che Ilderim rispose: -- «Hai veduto come i cavalli erano freschi e
lucidi? Per lo splendore di Dio, amico, non sembra che abbiano corso!
Ma ora, attento!» --
Una sola sfera e un solo delfino rimanevano; e tutto il popolo respirò,
sapendo che il principio della fine era giunto.
Il Sidonio lasciò cadere le correggie del suo flagello sulla schiena
dei suoi cavalli, e, quasi pazzi dal dolore e dalla paura, i nobili
animali si slanciarono innanzi disperatamente, minacciando di prendere
il primo posto. Ma lo sforzo si esaurì nella promessa. Il Bizantino
ed il Corinzio fecero il medesimo tentativo, con lo stesso risultato,
e d'allora in poi essi si poterono considerare fuori giuoco. Con
una prontezza facilmente spiegabile; tutte le fazioni meno la Romana
accentrarono i loro voti su Ben Hur, animandolo con grida selvagge.
-- «Ben Hur! Ben Hur!» -- urlarono, e il rombo di migliaia di voci arrivò
come un'onda sino alla tribuna consolare.
-- «Avanti, Ebreo!» --
-- «Al muro, al muro!» --
-- «Forza, Arabi! Frusta e redini!» --
-- «Ora o mai!» --
Sull'orlo della balconata si piegavano mille corpi, tendendo le mani
verso di lui.
Forse non udì, forse non potè far di più; in ogni modo l'ultimo giro
era mezzo percorso senza che fosse avvenuto alcun mutamento!
Ed ora per fare l'ultima voltata, Messala cominciò a raccogliere
le redini dei cavalli di sinistra, movimento che necessariamente
rallentò la sua velocità. Il suo cuore batteva in anticipazione della
vicina vittoria. Più d'un altare avevano arricchito i suoi doni. Il
genio Romano doveva prevalere. Sui tre pilastri, a seicento piedi di
distanza, erano fama, fortuna, onori, e un trionfo che l'odio rendeva
ineffabilmente dolce. Tutto ciò l'attendeva! In quell'istante Malluch,
dalla gradinata, vide Ben Hur piegarsi innanzi sull'orlo del cocchio,
e rallentare le redini sulla schiena dei suoi Arabi. Le cinghie del
flagello si snodarono nell'aria, con un lungo sibilo di serpenti. Non
caddero, ma la minaccia di quel suono, sortì il medesimo effetto.
Nel passare dalla sua posizione, rigida e calma, a questa rapidità
di azione, il volto dell'uomo si imporporò, gli occhi scintillarono;
sembrava che la sua volontà, correndo lungo le redini, si comunicasse
ai cavalli, i quali, come animati dal medesimo impulso, risposero con
uno scatto che li portò al fianco del carro Romano. Messala, presso
alla perigliosa voltata della mèta, udì, ma non osò volgere la testa.
Dal pubblico non ricevette alcun avvertimento. Nel profondo silenzio
dell'arena non si udivano che il rumore dei cocchi e la voce di Ben
Hur, che, in pura lingua Amarica, come lo sceicco medesimo, parlava ai
cavalli.
-- «Su, Atair! Su, Rigel! Avanti, Antares! Vorresti forse indugiare,
Aldebran, nobile cuore? Io li sento cantare nel deserto; io sento le
donne e i fanciulli cantare la canzone delle stelle: Atair, Antares,
Rigel, Aldebran, vittoria! -- e quel canto durerà eterno. Avanti,
cavalli! Domani vi accoglieranno le tende paterne! Avanti, Antares! La
tribù ci aspetta, e il padrone ci guarda! Vittoria, vittoria! E, fatto,
è fatto! Ah, ah! L'orgoglioso è umiliato! La mano che ci colpì è nella
polvere! Nostra la gloria! Ah, ah! -- fermi! La fatica è compiuta! --
Adagio -- alt!» --
Nulla di più semplice, nulla di più istantaneo.
Nel momento scelto per lo scatto finale, Messala stava girando intorno
alla mèta. Per sorpassarlo, Ben Hur doveva tagliargli la strada,
e, precisamente percorrendo il medesimo cerchio, con un raggio di
poco maggiore. Le migliaia di persone assiepate sopra le gradinate
compresero tutto: videro il segnale dato da Ben Hur; la magnifica
risposta; i quattro cavalli di fianco al cocchio di Messala, la ruota
interna del cocchio di Ben Hur, dietro il carro del Romano, tutto ciò
videro e compresero. Poi udirono un colpo secco che fece fremere tutto
il Circo, e videro una pioggia di scheggie bianche cadere sulla pista.
Il carro del Romano traballò e si piegò sopra il lato destro, urtando
con l'estremità della sala la terra. Due volte rimbalzò, poi tutto
il cocchio andò in frantumi, e Messala, avviluppato nelle redini, fu
precipitato a capo fitto fra i propri cavalli.
Per accrescere l'orrore dello spettacolo, il Sidonio, che rasentava il
muro dietro Messala, non potè arrestarsi o deviare. Con tutta velocità
piombò addosso ai resti del cocchio Romano, in mezzo ai cavalli di
questo, quasi pazzi di terrore. Poco dopo, attraverso la nube di
polvere, che velò per un istante la scena, egli fu visto trascinarsi
carponi, mentre il Corinzio ed il Bizantino seguivano come freccie il
cocchio di Ben Hur. Gli spettatori balzarono in piedi sui banchi con
un lungo grido. Alcuni videro Messala sotto gli zoccoli dei cavalli
tumultuanti e i rottami dei due carri. Non si muoveva; sembrava morto.
Ma la maggior parte non aveva occhio che per Ben Hur. Era loro sfuggita
l'abile mossa, per cui, piegando un poco verso sinistra, egli aveva
urtata la delicata ruota di Messala con la ferrea punta del proprio
mozzo, frantumandola; ma avevano veduto il mutamento avvenuto in lui.
Essi medesimi si sentivano compenetrati dalla subita fiamma del suo
spirito, dall'eroica risoluzione, dalla furiosa energìa, con cui, nel
gesto, nello sguardo, nella voce, aveva improvvisamente inspirato i
suoi Arabi. Correvano essi? O non erano piuttosto i lunghi salti di
leoni aggiogati? Se non fosse stato pel carro pesante, si sarebbe detto
che volassero. Quando il Bizantino ed il Corinzio erano ancora a metà
percorso, Ben Hur voltava l'ultima mèta.
-E la corsa era vinta!-
Il console si alzò, il pubblico gridò con quanta voce aveva in gola; il
direttore discese dal suo scranno incontro ai vincitori.
Il fortunato vincitore del pugilato era un gigantesco Sassone dai
capelli flavi, e con un volto così brutale, da attirare l'attenzione
di Ben Hur, che riconobbe in lui il suo antico maestro in Roma, di
cui era stato l'alunno favorito. Poi alzò gli occhi verso il balcone
di Simonide. La compagnia gli tese le mani. Ester rimase seduta; ma
Iras si alzò e con un grazioso gesto del ventaglio gli mandò un bacio
-- favore non meno inebbriante, perchè noi sappiamo, o lettore, che
sarebbe toccato a Messala, se a questi avesse arriso la vittoria.
La processione, salutata da un nuovo scoppio di applausi, attraversò
lentamente la Porta Trionfale.
CAPITOLO XV.
Ben Hur ed Ilderim dovevano, come d'accordo, partire a mezzanotte dello
stesso giorno, e seguire la strada battuta dalla carovana, che li aveva
preceduti di trenta ore.
Lo sceicco era felice; aveva offerto doni principeschi, ma Ben Hur
rifiutò ogni cosa, insistendo che gli bastava l'umiliazione inflitta al
nemico.
La disputa generosa continuò a lungo.
-- «Pensa» -- diceva lo sceicco -- «a quanto tu hai fatto per me.
In ogni tenda nera, dall'Akaba all'Oceano, e attraverso le terre
dell'Eufrate fino al mare degli Sciti, volerà la fama della mia Mira
e dei suoi figli; e quelli che canteranno di loro, mi esalteranno,
e dimenticheranno ch'io sono sul declinar dell'età. Tutte le nomadi
lancie del deserto verranno a me, e mi riconosceranno sceicco. Tu non
sai che cosa significhi il dominio che ora terrò sul deserto. Principi
e commercianti mi pagheranno innumerevoli tributi. Sì, per la spada
di Salomone, Cesare stesso dovrà piegarsi innanzi a me! E tu non vuoi
nulla -- nulla?» --
E Ben Hur rispondeva:
-- «No, sceicco; non sono io forse amato da te e non ho il tuo aiuto?
L'incremento della tua potenza potrà servire al Re che verrà. Chi
può dire che non ti fu concessa a questo scopo? Nell'opera ch'io
intraprendo avrò bisogno di te. Rifiutando oggi, potrò chiedere più
apertamente in seguito.» --
Mentre essi disputavano con tanta vivacità arrivarono due messaggeri --
Malluch ed uno sconosciuto. Il primo ebbe naturalmente la precedenza.
Dopo aver nuovamente espresso la sua gioia per gli eventi della
giornata, venne allo scopo della sua visita.
-- «Simonide mi manda a dirvi, che, terminati i giuochi, alcuni Romani
si affrettarono a reclamare contro il pagamento del premio.» --
Ilderim balzò in piedi, gridando colla sua voce più acuta.
-- «Per la potenza di Dio, l'Oriente deciderà se la corsa fu lealmente
guadagnata!» --
-- «No, buon sceicco,» -- disse Malluch -- «Il direttore ha pagato.» --
-- «Sta bene.» --
-- «Quando dissero che Ben Hur urtò la ruota di Messala, il direttore
rise e rammentò loro la sferzata ricevuta dagli Arabi in principio
della corsa.» --
-- «E l'Ateniese?» --
-- «È morto.» --
-- «Morto!» -- esclamò Ben Hur.
-- «Morto!» -- ripetè Ilderim. -- «Solo quei mostri Romani hanno tutte le
fortune. Messala scampò.» --
-- «Scampò, -- sì, o sceicco, con la vita; ma essa gli sarà di peso. I
medici dicono che vivrà, ma che non potrà mai più camminare.» --
Ben Hur alzò gli occhi al cielo, in silenzio. Ebbe la visione di
Messala, inchiodato alla sua sedia come Simonide, e come lui portato
in giro sopra le spalle degli schiavi. L'infermità dei buoni è facile
a sopportarsi; ma che sarebbe di costui col suo orgoglio e la sua
ambizione?
-- «Simonide vi fa sapere inoltre» -- continuò Malluch -- «che Samballat
ha dei fastidii. Druso e quelli che hanno firmato con lui, hanno
appellato al console Massenzio circa il pagamento dei cinque talenti
perduti, e il Console ha rimandata la decisione a Cesare. Anche Messala
si rifiuta di pagare, e Samballat, seguendo l'esempio di Druso, ha
portato l'affare davanti al console. I migliori Romani dicono che
coloro che protestano dovranno pagare, e tutti i partiti avversarii si
schierano con loro. In città non si parla che dello scandalo.» --
-- «E che dice Simonide?» -- chiese Ben Hur.
-- «Il padrone ride, ed è contento. Se il Romano paga, è rovinato;
se si rifiuta, è disonorato. La politica imperiale deciderà.
Offendere l'Oriente sarebbe un brutto principio nella campagna coi
Parti; offendere lo sceicco Ilderim, significherebbe inimicarsi il
Deserto, attraverso il quale corrono tutte le linee di operazione di
Massenzio. Quindi Simonide vi esorta a star di buon animo: Messala
pagherà.» --
Il volto di Ilderim si rasserenò subito.
-- «Ed ora andiamo» -- egli esclamò, stropicciandosi le mani. Simonide
ha in mano la cosa, ed essa non può andar male. Intanto la gloria è
nostra. Ordinerò che siano approntati i cavalli.» --
-- «Fermati,» -- disse Malluch. -- «Ho lasciato là fuori un messaggero.
Vuoi vederlo?» --
-- «Per lo splendore di Dio! l'avevo dimenticato!» --
Malluch si ritirò, lasciando il passo ad un giovinetto di delicata
apparenza, e modi cortesi, il quale, piegatosi sopra un ginocchio fece
la sua ambasciata.
-- «Iras, figlia di Balthasar, manda allo sceicco Ilderim saluti e
felicitazioni per la vittoria ottenuta.» --
-- «La figlia del mio amico è assai gentile,» -- disse Ilderim con gli
occhi scintillanti. -- «Portale questo gioiello in segno della mia
riconoscenza.» --
Così dicendo si tolse un anello dal dito.
-- «Farò come tu dici, o sceicco» -- continuò il paggio -- «La figlia
dell'Egiziano mi ha dato anche un'altra commissione. Essa prega il buon
sceicco Ilderim, di far noto al giovine Ben Hur, che suo padre dimora
attualmente nel palazzo di Idernee, dove essa riceverà il giovine,
domani, dopo l'ora quarta. E se, con le sue congratulazioni, lo sceicco
Ilderim vorrà accettare anche la sua gratitudine per questo secondo
favore, essa sarà felicissima.» --
Lo sceicco guardò Ben Hur, che arrossì di gioia.
-- «Che devo rispondere?» -- chiese.
-- «Se permetti, o sceicco, andrò a trovare la bella Egiziana.» --
Ilderim rise e disse: -- «La gioventù non viene che una volta sola; non
deve l'uomo approffittarne?» --
Ben Hur si volse al messaggero.
-- «Dirai a colei che ti inviò, che io, Ben Hur, sarò felice di
vederla domani al pomeriggio, nel palazzo di Idernee, dovunque esso si
trovi.» --
Il giovinetto si alzò e, con un profondo inchino, partì.
A mezzanotte Ilderim si mise in cammino, lasciando indietro un cavallo
e una guida per Ben Hur che doveva seguirlo.
E Ben Hur rimase solo in Antiochia.
CAPITOLO XVI.
Il giorno appresso, una buona mezz'ora prima del tempo fissato per
l'appuntamento, Ben Hur, lasciato l'Omfalo, che era nel cuore della
città, ed attraversati i Colonnati di Erode, arrivò al palazzo di
Idernee.
Dalla strada penetrò dapprima in un vestibolo, dai lati del quale si
partivano due scalinate conducenti a una galleria superiore. Leoni
alati fiancheggiavano la scala; nel centro una gigantesca gru in mezzo
a un bacino di marmo lasciava zampillar l'acqua dal becco. I leoni, la
gru, le scale ricordavano l'Egitto. Le pareti e pavimenti, la volta,
la rampa della scala erano di pietra grigia. Sopra il vestibolo,
sul pianerottolo della scala, sorgeva un porticato, così leggero, di
tale grazia, e di così squisite proporzioni, quali solo uno scalpello
Greco avrebbe potuto eseguire. Colonne ed archi di marmo bianchissimo,
spiccavano come gigli sopra il grigio della pietra.
Ben Hur si fermò all'ombra del porticato, per ammirarne la finitezza
del disegno e la purezza del marmo; quindi entrò nel palazzo. L'ampio
portone era spalancato per riceverlo. Il corridoio in cui penetrò, era
alto, ma stretto, pavimentato di mattoni rossi, con le pareti di egual
colore; ma questa stessa semplicità avvertiva e preparava l'animo alle
bellezze che dovevano venire di poi.
Egli camminava lentamente assaporando la quiete signorile del luogo e
pensando al vicino colloquio con Iras. Essa lo aspettava, lo aspettava
col suo canto e i suoi racconti, con la vivacità del suo spirito, con
la sua voce voluttuosamente sommessa e suggestiva. Lo aveva mandato a
chiamare la sera, sul lago, all'Orto delle Palme; ora lo aveva invitato
di nuovo, -- nel suo magnifico palazzo di Idernee. Egli procedeva come
in un sogno felice.
Il corridoio lo condusse ad una porta chiusa davanti alla quale egli
si fermò; in quella gli ampî battenti si spalancarono da soli, senza
stridore, silenziosamente. Nessuna chiave era girata nella toppa;
nessuna mano aveva sospinto l'uscio. La singolarità del caso gli passò
inavvertita davanti allo spettacolo che gli si offrì.
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