Attraversando lentamente l'Arena, la processione comincia a fare il giro del circuito. Lo spettacolo è magnifico, imponente. Come un'onda che s'ingrossa a mano a mano, la precede un coro di esclamazioni, esprimenti curiosità e ammirazione. Se i fantocci di carta rappresentanti gli Dei se ne stanno impassibili e silenziosi, il direttore dei giuochi e le autorità non si mostrano insensibili alla voce del plauso popolare. Sorridono e si inchinano a destra e a sinistra. Gli atleti sono ricevuti con favore ancora più rumoroso, perchè non v'è uno fra i centosettantamila spettatori che non abbia scommesso un siclo od un denario sopra uno dei campioni. I nomi dei favoriti corrono di labbro in labbro, e ghirlande e fiori sciolti piovono dalla tribuna e dalle gradinate. Ma se gli atleti sono ricevuti con tali testimonianze d'ammirazione, che dire dell'ovazione fatta all'apparire delle quadriglie? allo splendore dei cocchi, alla grazia e alla bellezza dei cavalli, i guidatori aggiungono il fascino personale della loro apparenza. Le loro tuniche, corte, senza maniche, sono dei colori prescritti. Un cavaliere accompagna ogni cocchio, tranne quello di Ben Hur, che ha rifiutato questo onore -- forse per diffidenza. Così pure gli altri hanno elmi sul capo; egli ha la testa scoperta. Al loro appressarsi gli spettatori si alzano in piedi sopra i banchi, e il clamore si fa altissimo, assordante; allo stesso tempo la pioggia dei fiori dalla balaustrata diventa un diluvio, e copre gli uomini, i cocchi, i cavalli. Ben presto appare evidente che alcuni dei guidatori sono più favoriti di altri, e a questa rivelazione tiene dietro l'altra, che ogni individuo del pubblico, uomini, donne, e fanciulli è fregiato dei colori di uno dei contendenti, più spesso in forma di nastro sul petto o nei capelli; ora il nastro è verde, ora giallo, ora azzurro, ma esaminando attentamente la moltitudine, si vede che i colori dominanti sono due: il bianco, e il misto porpora ed oro. In una gara moderna, e in una assemblea come questa, che ha giuocato somme enormi sui singoli concorrenti, la preferenza sarebbe determinata dalla qualità dei cavalli e dalla abilità conosciuta dei guidatori; qui invece la nazionalità dettava le norme. Se il Bizantino ed il Sidonio non avevano che un esiguo numero di aderenti, la ragione era da ricercarsi nel fatto che le loro città erano scarsamente rappresentate sui banchi. D'altra parte i Greci, quantunque assai numerosi, erano divisi fra il Corinzio e l'Ateniese, facendo uno sfoggio relativamente povero di colori verdi e gialli. Lo scarlatto ed oro di Messala non avrebbe avuto sorte migliore, se i cittadini di Antiochia, proverbialmente una razza di cortigiani e di parassiti, non avessero concesso il favore del loro appoggio ai Romani, adottando il colore da quelli preferito. Rimanevano la popolazione del contado, gli Ebrei, i Siri, gli Arabi, e questi, per solidarietà con Ben Hur ed Ilderim, per la fiducia che nutrivano nei cavalli dello sceicco, ma massimamente in odio al Romano, che essi speravano di vedere battuto ed umiliato, portavano il color bianco, e formavano il partito più rumoroso se non il più numeroso di tutti. A mano a mano che i cocchi procedono sopra il percorso, l'eccitamento si accresce; alla seconda mèta, specialmente nelle gallerie, dove il bianco è il colore dominante, le grida del pubblico scrosciano altissime e i fiori piovono più fitti. -- «Messala! Messala!» -- -- «Ben Hur! Ben Hur!» -- Tali sono le grida. Passata la processione, le persone riprendono i loro posti e continuano i discorsi. -- «Ah, per Bacco! com'era bello!» -- esclama una donna che il nastro nei capelli proclama del partito Romano. -- «E come è magnifico il suo cocchio!» -- risponde un vicino del medesimo partito. -- «È tutto oro ed avorio. Giove gli conceda la vittoria!» -- Sul banco di dietro le opinioni erano diverse. -- «Cento sicli sopra l'Ebreo!» -- gridò una voce stridula. -- «Non esser troppo temerario» -- gli sussurra un amico. -- «Questi giuochi sono vietati dalla legge e la maledizione del Signore potrebbe cadere sul figlio d'Israele.» -- -- «È vero; ma hai tu veduto mai un portamento più sicuro o più disinvolto? E che braccio è il suo!» -- -- «E che cavalli!» -- dice un terzo. -- «E dicono ch'egli conosca tutti gli accorgimenti dei Romani» -- aggiunge un quarto. Una donna completa l'elogio: -- «Sì, ed egli è ancora più bello del Romano!» -- Incoraggiato da queste testimonianze l'uomo grida nuovamente: -- «Cento sicli sopra l'Ebreo!» -- -- «Cretino!» -- gli grida un cittadino di Antiochia, dalla sicura distanza di parecchi banchi. -- «Non sai che cinquanta talenti sono giuocati contro di lui, uno contro sei, su Messala. Nascondi i tuoi sicli se non vuoi che Abramo ti fulmini.» -- -- «O asino di Antiochia! cessa di ragliare. Non sai tu che Messala ha scommesso contro se stesso?» -- Tale la risposta, astutamente bugiarda. E così di banco in banco si moltiplicavano il vociare e le contese, non tutte pacifiche. Quando finalmente la marcia fu terminata, e la Porta Pompae si chiuse sull'ultimo vessillifero, Ben Hur sapeva che il suo desiderio era esaudito. Gli sguardi dell'Oriente erano fissati sopra la sua gara con Messala. CAPITOLO XIII. Circa alle ore quindici, per parlare in stile moderno, la prima parte del programma era esaurita, non rimanendo che la gara dei cocchi. Il direttore scelse questo momento per fare una breve sosta. I -vomitoria- furono spalancati, e, tutti coloro che poterono, uscirono sotto il porticato esterno dove era disposto un servizio di rinfreschi. Quelli che rimanevano sbadigliavano, chiacchieravano, consultavano le loro tavolette, e liquidavano le scommesse; ogni distinzione di classe era dimenticata; la moltitudine era divisa in due grandi categorie; dei vincitori, allegri e rumorosi, e dei perdenti, accigliati e taciturni. In questo mentre però una terza classe di spettatori, formata da cittadini desiderosi soltanto di vedere la corsa dei cocchi, approfittò dell'intervallo per entrare nel Circo ed occupare i suoi posti riservati, credendo in questo modo di sfuggire all'attenzione del pubblico. Fra questi erano Simonide e la sua compagnia, che cercavano i loro posti nella tribuna sul lato settentrionale, di faccia a quella consolare. Quattro servitori portavano il negoziante nella sua sedia su per le scale, destando la viva curiosità degli spettatori. Qualcuno disse il suo nome. I vicini lo intesero e lo ripeterono di bocca in bocca. I più lontani si arrampicarono sui banchi per dare un occhiata all'uomo intorno al quale la diceria popolare aveva tessuto un romanzo miracoloso. Ilderim pure fu accolto calorosamente; ma nessuno conosceva Balthasar e le due donne che lo seguivano, gelosamente velate. La gente fece largo rispettosamente alla comitiva, e gli uscieri del Circo le assegnarono alcuni posti vicino alla balaustra, sui quali avevano fatto collocare scialli e cuscini. Le donne erano Iras ed Ester. Quest'ultima, appena seduta, diede uno sguardo spaventato intorno al Circo e si ravvolse ancor più dentro al velo; mentre l'Egiziana, lasciando scivolare il velo sopra le spalle, si offrì liberamente agli sguardi del pubblico, con la disinvoltura che solitamente è frutto di lunghe abitudini sociali. I nuovi venuti erano ancora occupati nell'esame generale del magnifico spettacolo che si offriva dinanzi a loro, a principiare dal console e dai suoi vicini, quando alcuni uomini nella livrea del Circo, cominciarono a stendere una corda ingessata da balcone a balcone in faccia ai pilastri della prima mèta. Allo stesso tempo sei uomini uscirono dalla Porta Pompae, e si fermarono davanti ai -carceres-, uno per ciascun stallo; al che un lungo mormorìo corse per la folla. -- «Guarda, guarda! Il verde ha il numero quattro a destra; quello è l'Ateniese.» -- -- «E Messala... -- sì, egli ha il numero due.» -- -- «Il Corinzio.» -- -- «Guarda il bianco! Egli si ferma, al numero uno, a sinistra.» -- -- «No, è il nero che si è fermato; il bianco è il numero due.» -- -- «È vero.» -- Dobbiamo avvertire che ciascuno dei sei uomini indossava una tunica di color eguale a quello dei guidatori; cosicchè, quando essi si fermavano davanti ai cancelli, il popolo sapeva subito qual'era lo stallo del suo favorito. -- «Hai tu mai veduto Messala?» -- chiese l'Egiziana, ad Ester. L'Ebrea ebbe un tremito, e rispose di no. Egli era il nemico di suo padre, e di Ben Hur. -- «Egli è bello come Apollo.» -- Mentre Iras parlava i suoi grandi occhi scintillavano e il ventaglio si agitava violentemente. Ester la guardò, pensando: -- «Sarà egli più bello di Ben Hur?» -- Poi udì Ilderim dire a suo padre; -- «Si, il suo stallo è il numero due, a sinistra della Porta Pompae;» -- e credendo che egli parlasse di Ben Hur, essa guardò da quella parte. Una preghiera le sfiorò le labbra. Di lì a poco sopraggiunse Samballat. -- «Vengo or ora dagli stalli, o sceicco,» -- egli disse facendo un inchino grave ad Ilderim, il quale si lisciava la barba nervosamente, e lo osservava con sguardo interrogativo. -- «I cavalli sono in perfetto stato.» -- Ilderim rispose semplicemente: -- «Se sono battuti, prego Iddio che lo siano da qualchedun'altro e non da Messala.» -- Volgendosi a Simonide, ed estraendo una tavoletta, Samballat proseguì: -- «Ti porto qualche cosa che ti interesserà. Ti ricorderai che, quando ieri sera ti recai la scrittura della prima scommessa, ti dissi che ne avevo lasciata un'altra sul tavolo del Palazzo, la quale, se, accettata, doveva venirmi consegnata prima della corsa. Eccola.» -- Simonide prese la tavoletta e lesse attentamente l'annotazione. -- «Lo so» -- egli disse. -- «Un loro emissario venne oggi da me chiedendo se tu fossi accreditato per una tal somma presso di me. Conserva bene la tavoletta. Se perdi, sai dove prendere il denaro; se vinci...» -- le sue ciglia si corrugarono con una espressione di grande risolutezza -- «se vinci, amico, bada, che nessuno ti sfugga, che paghino fino all'ultimo siclo. Questo si è quanto farebbero gli altri con noi.» -- -- «Fidati in me.» -- disse il fornitore. -- «Non vuoi sederti presso di noi?» -- chiese Simonide. -- «Ti ringrazio» -- rispose l'altro, -- «ma se lascio il Console, chi frenerà i bollori della giovine Roma, là in fondo? La pace sia con te, e con voi tutti.» -- Alcuni squilli di tromba risuonarono nel circo, annunciando la ripresa dello spettacolo, e chiamando gli assenti ai loro posti. Allo stesso tempo alcuni inservienti apparvero nell'arena, e arrampicandosi sopra il muro di divisione, infissero sopra i pali vicino alla meta occidentale sette sfere di legno indorato; poi, ritornando alla prima meta, vi misero altrettanti pezzi di legno scolpiti in forma di delfino. -- «Che cosa fanno con le sfere ed i pesci, o sceicco?» -- chiese Balthasar. -- «Non hai mai assistito ad una corsa?» -- -- «Mai.» -- -- «Ebbene, essi servono per contare il numero dei giri; alla fine di ogni giro, una palla ed un pesce verranno tolti.» -- I preparativi erano terminati, e di lì a poco un trombettiere in uniforme vistosa si collocò presso il direttore, pronto ad un cenno di questi a dare il segnale. Subito l'agitarsi della moltitudine si acquetò, ed il vocìo ristette come per incanto. Ogni viso era rivolto ad oriente, ed ogni occhio si fissò sopra i sei stalli che racchiudevano i competitori. Il rossore insolito che coprì le pallide guancie di Simonide rivelava che anch'egli condivideva l'eccitazione generale. -- «Attenti al Romano;» -- disse la bella Egiziana ad Ester, che non la udì, perchè col cuore palpitante e gli occhi fissi aspettava Ben Hur. Dobbiamo ricordare che l'edificio contenente gli stalli aveva la forma di un segmento di cerchio, e si protendeva innanzi a destra della prima mèta, segnato dalla corda gessata, di cui parlammo. La tromba diede uno squillo acuto e prolungato. Gli -starters-, come li potremmo chiamare in linguaggio sportivo moderno, si schierarono sotto i pilastri della mèta, pronti ad aiutare i cocchieri nel caso che uno dei cavalli si spaventasse. Un secondo squillo risuonò, e i custodi spalancarono i cancelli. Dapprima uscirono a cavallo i servitori, addetti ai cocchi, cinque in tutto, perchè Ben Hur aveva rifiutato il suo. La corda gessata fu lasciata cadere per dar loro il passo, poi rialzata. Quantunque splendidamente vestiti, nessuno badò a loro, perchè, dietro ad essi, negli stalli, il calpestìo dei cavalli e le voci dei cocchieri, attiravan tutti gli sguardi verso i cancelli spalancati. Un terzo squillo risuonò nel circo. Gli uscieri sulle gradinate agitarono le mani, e gridarono: -- «Seduti! seduti!» -- Parlavano al vento. Come proiettili, uscenti dalla bocca di giganteschi cannoni, si scagliarono le sei quadrighe, e tutta l'immensa moltitudine balzò in piedi come un sol uomo, riempiendo il Circo di un unico urlo. Per questo aveva atteso pazientemente tante ore! Questo era il momento supremo, sogno delle sue notti e argomento dei suoi discorsi dal giorno della proclamazione dei giuochi! -- «Eccolo, eccolo! guarda!» -- esclamò Iras, indicando Messala. -- «Lo vedo.» -- rispose Ester guardando Ben Hur. Il velo era caduto; per un istante la piccola Ebrea si sentì coraggiosa. Essa comprese la voluttà di compiere un'azione eroica sotto agli occhi della moltitudine, e come in tali casi sia possibile che gli uomini ridano in faccia alla morte. I competitori erano ora visibili da tutte le parti del Circo, ma la corsa non era ancora cominciata; dovevano prima passare la corda. Questa aveva lo scopo di pareggiare le condizioni della partenza. Se i corridori vi si fossero scagliati addosso impetuosamente, cocchiere e cavalli, impigliati in essa, potevano uscirne malconci; se d'altra parte si fossero avvicinati timidamente, correvano il rischio di rimaner distanziati già sull'inizio della corsa, e, in ogni modo, perdevano la possibilità di conquistare il lato interno della pista, oggetto dell'ambizione comune. La difficoltà di quest'impresa, i suoi pericoli e le sue conseguenze, erano ben note agli spettatori. La vittoria doveva sorridere al più abile. Dunque, o mio caro, Tutti richiama al cor gli accorgimenti, Se vuoi che il premio di tue man non sfugga: L'arte, più che la forza, al fabbro, è buona. Tale il consiglio di Nestore al figlio Archiloco, consegnandogli le redini, prima della corsa, consiglio che poteva utilmente essere richiamato da ciascuno degli auriga. Ogni guidatore guardava per prima cosa la corda, poi il muro interno. Dimodochè, mirando al medesimo punto, e correndo a gran carriera, uno scontro sembrava inevitabile. Non solo. Se il direttore, all'ultimo momento, malcontento della partenza, non desse il segnale di lasciar cader la corda? O se non lo desse in tempo? Lo spazio intermedio era di circa duecentocinquanta piedi in lunghezza. Guai se, suggestionato dagli sguardi delle migliaia di spettatori o attratto dall'esclamazione insidiosa di un avversario, o dal grido animatore, ma non meno pericoloso, di qualche amico, l'auriga avesse alzati gli occhi un istante! Fermo il polso, le pupille fisse, i guidatori avanzavano. Il tocco divino che dà l'ultima perfezione alla bellezza, è l'animazione. Che il lettore tenti di immaginarsi quello spettacolo, al quale i nostri tempi moderni non saprebbero contrapporre nulla di eguale: guardi dapprima l'arena, immensa distesa luccicante di sabbia bianca, chiusa nella sua cornice di mura grigie; veda su questo campo perfetto i sei cocchi leggeri, graziosi, rilucenti, -- quello di Messala splendido di oro e d'avorio; guardi i guidatori, il loro corpo eretto, rigido, le membra nude e abbronzate; nella destra i lunghi flagelli, nella sinistra, accuratamente separate, le redini, tese fino all'estremità dei timoni; osservi i cavalli scelti per bellezza come per velocità, le criniere al vento, i corpi distesi, le narici tumide, le gambe fine ma robuste come verghe di ferro, ogni muscolo dei loro splendidi corpi, pieno di vita, ora teso, ora contratto, giustificando il mondo che ha preso da essi la sua unità di forza; veda le ombre, che accompagnando cocchi, auriga e cavalli, radono la terra; veda, con l'occhio della mente, tutto questo, e potrà comprendere il piacere e il delirio che invadeva la folla per la quale questo spettacolo non era vana creazione di fantasia, ma vera, palpitante realtà. Tutte e sei le quadrighe correvano per la strada più breve verso il medesimo punto; il muro; cedere sarebbe stato come rinunciare alla vittoria. E chi avrebbe deviato in mezzo a quella pazza carriera, con le grida della moltitudine che gli tuonavano nell'orecchio come il rombo del mare in burrasca? Il trombettiere presso il direttore diede uno squillo poderoso. -- A venti passi di distanza nessuno lo udì. Ma vedendo l'atto, i giudici di campo lasciarono cadere la corda a pena in tempo per evitare il cocchio di Messala, nell'abbassarla, e toccarono lo zoccolo del suo primo cavallo. L'impavido Romano, agitò il flagello, che si snodò sibilando nell'aria, allentò le redini, tese il corpo in avanti, e con un grido di trionfo conquistò il muro. -- «Giove è con noi! Giove è con noi!» -- urlò tutta la fazione Romana, in un delirio di entusiasmo. Alla voltata, la testa di leone, con cui terminava il mozzo della sua ruota, urtò la gamba anteriore del cavallo dell'Ateniese, gettando l'animale spaventato addosso al suo vicino di giogo. Entrambi vacillarono, s'impennarono. I custodi balzarono innanzi e li afferrarono per le briglie. Le migliaia di persone sulle gradinate trattennero il respiro, attente; solo dalla tribuna consolare continuavano le grida e il clamore. -- «Giove è con noi!» -- urlò Druso. -- «Egli vince! Giove è con noi!» -- echeggiarono i suoi compagni, vedendo Messala alla testa del gruppo. Samballat, con le sue tavolette in mano, si rivolse a loro. Un frastuono, seguito da grida strazianti lo obbligò a guardare nuovamente nell'arena. Messala essendo passato, il Corinzio era il solo che rimanesse alla destra dell'Ateniese, e in quella direzione quest'ultimo cercò di piegare la sua quadriglia spaventata; proprio in quel momento sventura volle che la ruota del Bizantino, suo vicino di destra, incontrasse di fianco il suo cocchio sbalzando l'auriga per terra. Con un urlo di rabbia e di terrore il misero Cleante cadde sotto le zampe dei propri cavalli; orribile spettacolo davanti al quale Ester si coprì gli occhi. Il Corinzio, il Bizantino, il Sidonio passarono avanti. Samballat diede uno sguardo a Ben Hur, e si volse nuovamente a Druso e ai suoi compagni. -- «Cento sesterzi sopra l'Ebreo!» -- esclamò. -- «Accettato!» -- rispose Druso. -- «Altri cento sull'Ebreo!» -- gridò Samballat. Nessuno gli badava. Gridò nuovamente; lo spettacolo dell'Arena assorbiva tutta la loro attenzione, ed essi erano troppo occupati ad urlare: -- «Messala! Messala! Giove è con noi!» -- Quando Ester osò guardare nuovamente, alcuni servitori stavano rimovendo i cavalli e il carro frantumato, mentre altri portavano via l'auriga; da ogni banco su cui sedeva un Greco partivano urli di rabbia e preghiere di vendetta. Essa giunse le mani per la felicità: Ben Hur, incolume volava al pari col Romano! Dietro a loro, in gruppo, venivano il Sidonio, il Corinzio e il Bizantino. La corsa era incominciata. La moltitudine tratteneva il respiro. CAPITOLO XIV. Ben Hur, come abbiamo veduto, si trovava all'estrema sinistra dei sei. Per un momento, come gli altri, fu quasi abbagliato dalla viva luce dell'arena. Pure riuscì a distinguere i suoi avversari e ne indovinò l'intento. Diede uno sguardo scrutatore a Messala. Il freddo orgoglio del patrizio Romano riposava, come d'usato, sul bellissimo volto, alle cui fattezze l'elmo accresceva maestà; ma, fosse giuoco di fantasia o effetto dell'ombra bronzea che copriva il suo viso, in quell'istante l'Ebreo credette di vedere tutta l'anima dell'uomo trasparire attraverso la venustà di quel corpo, un'anima crudele, scaltra, vigile e risoluta. In pari tempo lo spirito di Ben Hur s'irrigidì in un poderoso sforzo di volontà. A qualunque costo, a qualunque rischio, egli avrebbe umiliato il suo nemico! Premio, amici, scommesse, onori, tutto spariva davanti a quell'unico deliberato proposito! Neppure la morte lo avrebbe trattenuto! Con tutto ciò, nessuna passione gli ardeva nel petto; il sangue non affrettò la sua corsa dal cuore al cervello, dal cervello al cuore; non provava nessun impulso di gettarsi alla cieca in braccio alla Fortuna, poichè egli non credeva alla Fortuna. Fidava in sè, nel disegno da lunga mano preparato, e chiamò a raccolta tutte le forze del suo corpo, tutte le energie della sua intelligenza, per poter attuare il suo piano. A metà percorso egli si avvide che l'impeto di Messala, lo avrebbe, nel caso che non fosse successo alcuno scontro e la corda fosse caduta, infallibilmente condotto a rasentare il muro interno; e come un lampo gli venne il pensiero che Messala -sapesse- che la corda doveva cadere all'ultimo momento. Un accordo col direttore avrebbe potuto facilmente stabilire questo; e l'accordo era abbastanza probabile, quando si pensi che il prefetto era Romano, e all'interesse che poteva avere nella vittoria del suo concittadino, il quale, oltre al godere tanta popolarità, aveva una somma così ingente a repentaglio. Nessun'altra ragione poteva spiegare la fiducia con cui Messala spingeva innanzi la sua quadriglia, proprio nell'istante che gli altri competitori cercavano di frenare le proprie, nessun'altra ragione, tranne la pazzìa. Ma vedere una cosa e approfittarne sono due cose diverse. Pel momento Ben Hur rinunciò al muro. La corda cadde, e tutte le quadriglie, meno la sua, balzarono sulla pista, sotto il doppio impulso dei flagelli e delle voci. Egli piegò a destra, e con tutta la velocità de' suoi Arabi, tagliò obliquamente la strada ai suoi avversari; dimodochè, mentre la moltitudine fremeva davanti all'infortunio dell'Ateniese, e il Sidonio, il Bizantino, e il Corinzio, cercavano con tutta destrezza di sfuggire alla rovina del compagno, Ben Hur passò loro davanti come una freccia, e procedette ruota a ruota col cocchio di Messala, ma dalla parte esterna. La meravigliosa abilità dimostrata nel portarsi, in questa guisa, dall'estrema sinistra a destra, non sfuggì ai vigili sguardi delle gradinate; il Circo minacciò di crollare sotto lo scroscio degli applausi. Allora Ester battè le mani; allora Samballat, sorridendo, offrì di nuovo i suoi cento sesterzi, senza ottenere risposta; e allora, per la prima volta, i Romani ebbero il dubbio che forse Messala avesse trovato il suo pari, forse anche il suo superiore, e questi in un Israelita! L'uno di fianco all'altro, separati da un intervallo quasi impercettibile, i due cocchi si avvicinavano alla prima mèta. Il plinto su cui s'ergevano i tre pilastri, veduto da ovest, presentava l'aspetto di un muro, in forma di semi cerchio, offrendo la convessità della curva agli spettatori, parallela all'opposta concavità del balcone di faccia. Questa voltata costituiva la prova di fuoco dei guidatori; Oreste medesimo vi aveva fallito. Un generale silenzio regnante nell'assemblea testimoniava l'interessamento con cui il pubblico seguiva questa fase. Il calpestìo dei cavalli ed il rumor delle ruote erano distintamente avvertibili. Allora, per la prima volta, sembrò che Messala si avvedesse della presenza di Ben Hur; e subito tutta l'audacia dell'uomo si manifestò in un modo sorprendente. -- «-Abbasso Eros, evviva Marte!-» -- egli gridò, brandendo il flagello. -- «-Abbasso Eros, evviva Marte!-» -- egli ripetè, assestando sulla schiena degli Arabi di Ben Hur, una sferzata, quale essi non avevano mai ricevuto. Il colpo era stato veduto da ogni settore, e lo stupore fu generale. Il silenzio divenne terribile nella sua intensità; sugli scranni intorno al Console i più coraggiosi trattennero il respiro, aspettando con gli occhi sbarrati. Solo un istante durò la tensione, poi, come rombo di tuono, scoppiò l'indignazione del pubblico. I quattro cavalli trasalirono dallo spavento e balzarono innanzi. Nessuno li aveva mai toccati, se non in segno di affetto; erano cresciuti accarezzati come bambini, e la loro fiducia negli uomini era commovente. Che cosa dovevano fare quelle delicate creature se non slanciarsi avanti come pazze? Il carro traballò. Non v'ha dubbio che ogni esperienza ci è utile nella vita. Donde trasse Ben Hur, in questo momento, il suo braccio vigoroso e il suo pugno di ferro? Donde, se non dai lunghi anni passati al remo? E che cos'era il sobbalzare del carro in confronto al rullìo improvviso della nave battuta dall'ebbro furore dei flutti? Egli mantenne il suo posto, allentò le redini sul capo ai cavalli, parlando loro con voce carezzevole, cercando unicamente di guidarli incolumi intorno all'angolo pericoloso; e prima ancora che l'agitazione del pubblico si fosse sedata, aveva riconquistata la padronanza su di essi. Non solo: nell'avvicinarsi alla seconda mèta egli si trovò nuovamente al fianco di Messala, seguìto dalla simpatia e dai voti di tutti gli spettatori non Romani. Questo sentimento appariva così evidente, che Messala, con tutta la sua audacia, non stimò opportuno scherzare più oltre. Mentre i carri passavano la mèta, Ester vide il volto di Ben Hur -- un po' pallido, un po' rialzato -- ma calmo, risoluto. Subito un uomo si arrampicò sull'estremità occidentale del muro di divisione, e levò una delle sfere. In pari tempo fu tolto un delfino dall'altra parte. Nello stesso modo, scomparvero la seconda sfera e il secondo delfino. Poi la terza sfera e il terzo delfino. Tre giri erano stati compiuti; Messala occupava ancora l'interno della pista; Ben Hur galoppava all'esterno. La corsa assumeva l'aspetto di una di quelle gare doppie così popolari nel secondo periodo dell'età imperiale. -- Nella prima Messala e Ben Hur; il Sidonio, il Corinzio, il Bizantino, seconda. Intanto gli uscieri avevano ottenuto di far sedere la moltitudine, quantunque il clamore continuasse, precedendo i corridori. Al quinto giro il Sidonio riuscì a portarsi all'altezza di Ben Hur, ma perdette subito il vantaggio. Il sesto giro cominciò senza recare un spostamento nelle posizioni relative. Gradatamente la velocità era aumentata; a poco a poco il sangue dei guidatori si riscaldava. Uomini e cavalli sembravano sapere che la crisi finale si avvicinava. L'interessamento che, sul principio della gara, s'era concentrato nella lotta fra Messala e Ben Hur, accompagnato dall'universale simpatia per quest'ultimo, si mutò in ansietà e paura per lui. Su tutti i banchi gli spettatori tendevano gli occhi, seguendo silenziosi e immobili i cavalli dei due competitori. Ilderim cessò di lisciarsi la barba, ed Ester dimenticò la sua timidezza. -- «Cento sesterzii sull'Ebreo!» -- gridò Samballat ai Romani sotto alla tenda consolare. Nessuno rispose. -- «Un talento -- cinque talenti, -- dieci, se volete!» -- Agitò le tavolette in atto di sfida. -- «Io vincerò i tuoi sesterzii» -- disse un giovine Romano, preparandosi a scrivere. -- «Non farlo» -- lo ammonì un amico. -- «Perchè?» -- -- «Messala ha raggiunta la sua massima velocità. Guarda come si piega sopra l'orlo del cocchio, e libera le redini, ed ora osserva l'Ebreo.» -- L'altro guardò. -- «Per Ercole!» -- egli esclamò impallidendo. -- «Il cane fa ogni sforzo per trattenerli. Lo vedo, lo vedo! Se gli Dei non aiutano il nostro amico, egli sarà battuto dall'Israelita. -- Ma no, non ancora. Guarda! Giove è con noi, Giove è con noi!» -- Questo grido, che uscì simultaneamente da ogni gola Romana, fece tremare il velario sopra la testa del Console. Se era vero che Messala aveva raggiunta la sua massima velocità, il risultato corrispondeva allo sforzo. Lentamente, ma distintamente, egli guadagnava terreno. I suoi cavalli correvano con le teste chinate e i colli tesi; dal balcone sembrava che radessero il suolo: le loro narici parevano schizzar sangue; gli occhi uscire dalle orbite. Certamente i buoni cavalli facevano tutto il possibile! Ma per quanto tempo avrebbero potuto mantenere quel passo? Era il principio del sesto giro soltanto. Volavano. Nel voltare la seconda mèta i cavalli di Ben Hur piegarono dietro il cocchio del Romano. La gioia dei partigiani di Messala non ebbe limiti: gridavano, urlavano, gettavano per aria i cappelli; e Samballat riempì le tavolette con le scommesse che essi offrivano. Malluch nella tribuna sopra la Porta del Trionfo potè a stento frenare le sue lacrime. Egli aveva fatto tesoro della allusione di Ben Hur, secondo la quale «qualche cosa» doveva avvenire allo svolto delle colonne occidentali. Era il quinto giro, il qualche cosa non era ancora avvenuto; ed egli s'era detto fra sè: -- «Aspettiamo il sesto.» -- Il sesto era venuto e Ben Hur galoppava in coda al cocchio nemico. Nella tribuna orientale, la compagnia di Simonide taceva. La testa del negoziante era chinata sul petto. Ilderim si tirava la barba, e corrugava le ciglia quasi a coprirne gli occhi. Ester respirava appena. Solo Iras sembrava contenta. Per la penultima volta i cocchi facevano il giro dell'arena. -- Messala alla testa, dietro di lui Ben Hur. Era la vecchia corsa di Omero: Innanzi a tutti Le puledre volavano veloci Del Fereziade Eumelo; e dopo queste, Ma di poco intervallo, i corridori Di Troe, guidati dal Titide, e tanto Imminenti che ognor parean sul carro Montar d'Eumelo, a cui coi flati ardenti Già scaldano le spalle, e già le toccano Colle fervide teste. Così arrivarono alla prima mèta e la girarono. Messala, temendo di perdere il vantaggio conseguito, andò rasente al muro, sino quasi a toccarlo; un palmo più a sinistra e cocchio ed auriga sarebbero stati travolti; pure, quando la voltata fu fatta, nessuno, osservando le carreggiate dei due cocchi, avrebbe potuto dire: -- «qui passò Messala, qui l'Ebreo.» -- Uno solo era il solco lasciato dai due. Ester vide di nuovo il volto di Ben Hur, e le parve più pallido di prima. Simonide, più acuto osservatore di Ester, sussurrò nell'orecchio di Ilderim: -- «Sceicco, io non sono buon giudice, ma credo che Ben Hur covi un progetto nella sua mente. Il suo viso me lo dice.» -- Al che Ilderim rispose: -- «Hai veduto come i cavalli erano freschi e lucidi? Per lo splendore di Dio, amico, non sembra che abbiano corso! Ma ora, attento!» -- Una sola sfera e un solo delfino rimanevano; e tutto il popolo respirò, sapendo che il principio della fine era giunto. Il Sidonio lasciò cadere le correggie del suo flagello sulla schiena dei suoi cavalli, e, quasi pazzi dal dolore e dalla paura, i nobili animali si slanciarono innanzi disperatamente, minacciando di prendere il primo posto. Ma lo sforzo si esaurì nella promessa. Il Bizantino ed il Corinzio fecero il medesimo tentativo, con lo stesso risultato, e d'allora in poi essi si poterono considerare fuori giuoco. Con una prontezza facilmente spiegabile; tutte le fazioni meno la Romana accentrarono i loro voti su Ben Hur, animandolo con grida selvagge. -- «Ben Hur! Ben Hur!» -- urlarono, e il rombo di migliaia di voci arrivò come un'onda sino alla tribuna consolare. -- «Avanti, Ebreo!» -- -- «Al muro, al muro!» -- -- «Forza, Arabi! Frusta e redini!» -- -- «Ora o mai!» -- Sull'orlo della balconata si piegavano mille corpi, tendendo le mani verso di lui. Forse non udì, forse non potè far di più; in ogni modo l'ultimo giro era mezzo percorso senza che fosse avvenuto alcun mutamento! Ed ora per fare l'ultima voltata, Messala cominciò a raccogliere le redini dei cavalli di sinistra, movimento che necessariamente rallentò la sua velocità. Il suo cuore batteva in anticipazione della vicina vittoria. Più d'un altare avevano arricchito i suoi doni. Il genio Romano doveva prevalere. Sui tre pilastri, a seicento piedi di distanza, erano fama, fortuna, onori, e un trionfo che l'odio rendeva ineffabilmente dolce. Tutto ciò l'attendeva! In quell'istante Malluch, dalla gradinata, vide Ben Hur piegarsi innanzi sull'orlo del cocchio, e rallentare le redini sulla schiena dei suoi Arabi. Le cinghie del flagello si snodarono nell'aria, con un lungo sibilo di serpenti. Non caddero, ma la minaccia di quel suono, sortì il medesimo effetto. Nel passare dalla sua posizione, rigida e calma, a questa rapidità di azione, il volto dell'uomo si imporporò, gli occhi scintillarono; sembrava che la sua volontà, correndo lungo le redini, si comunicasse ai cavalli, i quali, come animati dal medesimo impulso, risposero con uno scatto che li portò al fianco del carro Romano. Messala, presso alla perigliosa voltata della mèta, udì, ma non osò volgere la testa. Dal pubblico non ricevette alcun avvertimento. Nel profondo silenzio dell'arena non si udivano che il rumore dei cocchi e la voce di Ben Hur, che, in pura lingua Amarica, come lo sceicco medesimo, parlava ai cavalli. -- «Su, Atair! Su, Rigel! Avanti, Antares! Vorresti forse indugiare, Aldebran, nobile cuore? Io li sento cantare nel deserto; io sento le donne e i fanciulli cantare la canzone delle stelle: Atair, Antares, Rigel, Aldebran, vittoria! -- e quel canto durerà eterno. Avanti, cavalli! Domani vi accoglieranno le tende paterne! Avanti, Antares! La tribù ci aspetta, e il padrone ci guarda! Vittoria, vittoria! E, fatto, è fatto! Ah, ah! L'orgoglioso è umiliato! La mano che ci colpì è nella polvere! Nostra la gloria! Ah, ah! -- fermi! La fatica è compiuta! -- Adagio -- alt!» -- Nulla di più semplice, nulla di più istantaneo. Nel momento scelto per lo scatto finale, Messala stava girando intorno alla mèta. Per sorpassarlo, Ben Hur doveva tagliargli la strada, e, precisamente percorrendo il medesimo cerchio, con un raggio di poco maggiore. Le migliaia di persone assiepate sopra le gradinate compresero tutto: videro il segnale dato da Ben Hur; la magnifica risposta; i quattro cavalli di fianco al cocchio di Messala, la ruota interna del cocchio di Ben Hur, dietro il carro del Romano, tutto ciò videro e compresero. Poi udirono un colpo secco che fece fremere tutto il Circo, e videro una pioggia di scheggie bianche cadere sulla pista. Il carro del Romano traballò e si piegò sopra il lato destro, urtando con l'estremità della sala la terra. Due volte rimbalzò, poi tutto il cocchio andò in frantumi, e Messala, avviluppato nelle redini, fu precipitato a capo fitto fra i propri cavalli. Per accrescere l'orrore dello spettacolo, il Sidonio, che rasentava il muro dietro Messala, non potè arrestarsi o deviare. Con tutta velocità piombò addosso ai resti del cocchio Romano, in mezzo ai cavalli di questo, quasi pazzi di terrore. Poco dopo, attraverso la nube di polvere, che velò per un istante la scena, egli fu visto trascinarsi carponi, mentre il Corinzio ed il Bizantino seguivano come freccie il cocchio di Ben Hur. Gli spettatori balzarono in piedi sui banchi con un lungo grido. Alcuni videro Messala sotto gli zoccoli dei cavalli tumultuanti e i rottami dei due carri. Non si muoveva; sembrava morto. Ma la maggior parte non aveva occhio che per Ben Hur. Era loro sfuggita l'abile mossa, per cui, piegando un poco verso sinistra, egli aveva urtata la delicata ruota di Messala con la ferrea punta del proprio mozzo, frantumandola; ma avevano veduto il mutamento avvenuto in lui. Essi medesimi si sentivano compenetrati dalla subita fiamma del suo spirito, dall'eroica risoluzione, dalla furiosa energìa, con cui, nel gesto, nello sguardo, nella voce, aveva improvvisamente inspirato i suoi Arabi. Correvano essi? O non erano piuttosto i lunghi salti di leoni aggiogati? Se non fosse stato pel carro pesante, si sarebbe detto che volassero. Quando il Bizantino ed il Corinzio erano ancora a metà percorso, Ben Hur voltava l'ultima mèta. -E la corsa era vinta!- Il console si alzò, il pubblico gridò con quanta voce aveva in gola; il direttore discese dal suo scranno incontro ai vincitori. Il fortunato vincitore del pugilato era un gigantesco Sassone dai capelli flavi, e con un volto così brutale, da attirare l'attenzione di Ben Hur, che riconobbe in lui il suo antico maestro in Roma, di cui era stato l'alunno favorito. Poi alzò gli occhi verso il balcone di Simonide. La compagnia gli tese le mani. Ester rimase seduta; ma Iras si alzò e con un grazioso gesto del ventaglio gli mandò un bacio -- favore non meno inebbriante, perchè noi sappiamo, o lettore, che sarebbe toccato a Messala, se a questi avesse arriso la vittoria. La processione, salutata da un nuovo scoppio di applausi, attraversò lentamente la Porta Trionfale. CAPITOLO XV. Ben Hur ed Ilderim dovevano, come d'accordo, partire a mezzanotte dello stesso giorno, e seguire la strada battuta dalla carovana, che li aveva preceduti di trenta ore. Lo sceicco era felice; aveva offerto doni principeschi, ma Ben Hur rifiutò ogni cosa, insistendo che gli bastava l'umiliazione inflitta al nemico. La disputa generosa continuò a lungo. -- «Pensa» -- diceva lo sceicco -- «a quanto tu hai fatto per me. In ogni tenda nera, dall'Akaba all'Oceano, e attraverso le terre dell'Eufrate fino al mare degli Sciti, volerà la fama della mia Mira e dei suoi figli; e quelli che canteranno di loro, mi esalteranno, e dimenticheranno ch'io sono sul declinar dell'età. Tutte le nomadi lancie del deserto verranno a me, e mi riconosceranno sceicco. Tu non sai che cosa significhi il dominio che ora terrò sul deserto. Principi e commercianti mi pagheranno innumerevoli tributi. Sì, per la spada di Salomone, Cesare stesso dovrà piegarsi innanzi a me! E tu non vuoi nulla -- nulla?» -- E Ben Hur rispondeva: -- «No, sceicco; non sono io forse amato da te e non ho il tuo aiuto? L'incremento della tua potenza potrà servire al Re che verrà. Chi può dire che non ti fu concessa a questo scopo? Nell'opera ch'io intraprendo avrò bisogno di te. Rifiutando oggi, potrò chiedere più apertamente in seguito.» -- Mentre essi disputavano con tanta vivacità arrivarono due messaggeri -- Malluch ed uno sconosciuto. Il primo ebbe naturalmente la precedenza. Dopo aver nuovamente espresso la sua gioia per gli eventi della giornata, venne allo scopo della sua visita. -- «Simonide mi manda a dirvi, che, terminati i giuochi, alcuni Romani si affrettarono a reclamare contro il pagamento del premio.» -- Ilderim balzò in piedi, gridando colla sua voce più acuta. -- «Per la potenza di Dio, l'Oriente deciderà se la corsa fu lealmente guadagnata!» -- -- «No, buon sceicco,» -- disse Malluch -- «Il direttore ha pagato.» -- -- «Sta bene.» -- -- «Quando dissero che Ben Hur urtò la ruota di Messala, il direttore rise e rammentò loro la sferzata ricevuta dagli Arabi in principio della corsa.» -- -- «E l'Ateniese?» -- -- «È morto.» -- -- «Morto!» -- esclamò Ben Hur. -- «Morto!» -- ripetè Ilderim. -- «Solo quei mostri Romani hanno tutte le fortune. Messala scampò.» -- -- «Scampò, -- sì, o sceicco, con la vita; ma essa gli sarà di peso. I medici dicono che vivrà, ma che non potrà mai più camminare.» -- Ben Hur alzò gli occhi al cielo, in silenzio. Ebbe la visione di Messala, inchiodato alla sua sedia come Simonide, e come lui portato in giro sopra le spalle degli schiavi. L'infermità dei buoni è facile a sopportarsi; ma che sarebbe di costui col suo orgoglio e la sua ambizione? -- «Simonide vi fa sapere inoltre» -- continuò Malluch -- «che Samballat ha dei fastidii. Druso e quelli che hanno firmato con lui, hanno appellato al console Massenzio circa il pagamento dei cinque talenti perduti, e il Console ha rimandata la decisione a Cesare. Anche Messala si rifiuta di pagare, e Samballat, seguendo l'esempio di Druso, ha portato l'affare davanti al console. I migliori Romani dicono che coloro che protestano dovranno pagare, e tutti i partiti avversarii si schierano con loro. In città non si parla che dello scandalo.» -- -- «E che dice Simonide?» -- chiese Ben Hur. -- «Il padrone ride, ed è contento. Se il Romano paga, è rovinato; se si rifiuta, è disonorato. La politica imperiale deciderà. Offendere l'Oriente sarebbe un brutto principio nella campagna coi Parti; offendere lo sceicco Ilderim, significherebbe inimicarsi il Deserto, attraverso il quale corrono tutte le linee di operazione di Massenzio. Quindi Simonide vi esorta a star di buon animo: Messala pagherà.» -- Il volto di Ilderim si rasserenò subito. -- «Ed ora andiamo» -- egli esclamò, stropicciandosi le mani. Simonide ha in mano la cosa, ed essa non può andar male. Intanto la gloria è nostra. Ordinerò che siano approntati i cavalli.» -- -- «Fermati,» -- disse Malluch. -- «Ho lasciato là fuori un messaggero. Vuoi vederlo?» -- -- «Per lo splendore di Dio! l'avevo dimenticato!» -- Malluch si ritirò, lasciando il passo ad un giovinetto di delicata apparenza, e modi cortesi, il quale, piegatosi sopra un ginocchio fece la sua ambasciata. -- «Iras, figlia di Balthasar, manda allo sceicco Ilderim saluti e felicitazioni per la vittoria ottenuta.» -- -- «La figlia del mio amico è assai gentile,» -- disse Ilderim con gli occhi scintillanti. -- «Portale questo gioiello in segno della mia riconoscenza.» -- Così dicendo si tolse un anello dal dito. -- «Farò come tu dici, o sceicco» -- continuò il paggio -- «La figlia dell'Egiziano mi ha dato anche un'altra commissione. Essa prega il buon sceicco Ilderim, di far noto al giovine Ben Hur, che suo padre dimora attualmente nel palazzo di Idernee, dove essa riceverà il giovine, domani, dopo l'ora quarta. E se, con le sue congratulazioni, lo sceicco Ilderim vorrà accettare anche la sua gratitudine per questo secondo favore, essa sarà felicissima.» -- Lo sceicco guardò Ben Hur, che arrossì di gioia. -- «Che devo rispondere?» -- chiese. -- «Se permetti, o sceicco, andrò a trovare la bella Egiziana.» -- Ilderim rise e disse: -- «La gioventù non viene che una volta sola; non deve l'uomo approffittarne?» -- Ben Hur si volse al messaggero. -- «Dirai a colei che ti inviò, che io, Ben Hur, sarò felice di vederla domani al pomeriggio, nel palazzo di Idernee, dovunque esso si trovi.» -- Il giovinetto si alzò e, con un profondo inchino, partì. A mezzanotte Ilderim si mise in cammino, lasciando indietro un cavallo e una guida per Ben Hur che doveva seguirlo. E Ben Hur rimase solo in Antiochia. CAPITOLO XVI. Il giorno appresso, una buona mezz'ora prima del tempo fissato per l'appuntamento, Ben Hur, lasciato l'Omfalo, che era nel cuore della città, ed attraversati i Colonnati di Erode, arrivò al palazzo di Idernee. Dalla strada penetrò dapprima in un vestibolo, dai lati del quale si partivano due scalinate conducenti a una galleria superiore. Leoni alati fiancheggiavano la scala; nel centro una gigantesca gru in mezzo a un bacino di marmo lasciava zampillar l'acqua dal becco. I leoni, la gru, le scale ricordavano l'Egitto. Le pareti e pavimenti, la volta, la rampa della scala erano di pietra grigia. Sopra il vestibolo, sul pianerottolo della scala, sorgeva un porticato, così leggero, di tale grazia, e di così squisite proporzioni, quali solo uno scalpello Greco avrebbe potuto eseguire. Colonne ed archi di marmo bianchissimo, spiccavano come gigli sopra il grigio della pietra. Ben Hur si fermò all'ombra del porticato, per ammirarne la finitezza del disegno e la purezza del marmo; quindi entrò nel palazzo. L'ampio portone era spalancato per riceverlo. Il corridoio in cui penetrò, era alto, ma stretto, pavimentato di mattoni rossi, con le pareti di egual colore; ma questa stessa semplicità avvertiva e preparava l'animo alle bellezze che dovevano venire di poi. Egli camminava lentamente assaporando la quiete signorile del luogo e pensando al vicino colloquio con Iras. Essa lo aspettava, lo aspettava col suo canto e i suoi racconti, con la vivacità del suo spirito, con la sua voce voluttuosamente sommessa e suggestiva. Lo aveva mandato a chiamare la sera, sul lago, all'Orto delle Palme; ora lo aveva invitato di nuovo, -- nel suo magnifico palazzo di Idernee. Egli procedeva come in un sogno felice. Il corridoio lo condusse ad una porta chiusa davanti alla quale egli si fermò; in quella gli ampî battenti si spalancarono da soli, senza stridore, silenziosamente. Nessuna chiave era girata nella toppa; nessuna mano aveva sospinto l'uscio. La singolarità del caso gli passò inavvertita davanti allo spettacolo che gli si offrì. 1 ' , 2 . , . 3 ' ' , 4 , . 5 , 6 7 . 8 . 9 10 , 11 ' 12 . 13 , 14 . 15 ' , ' ' 16 ? , 17 , 18 . , , , 19 . , 20 , - - . 21 ; . 22 , 23 , ; 24 , , 25 , . 26 , 27 ' , , , , 28 , 29 ; , , 30 , , 31 : , . 32 33 , , 34 , 35 ; 36 . 37 38 39 , 40 . ' , 41 , ' , 42 . 43 , 44 , 45 , , 46 . 47 , , , , , 48 , 49 , , 50 , , 51 . 52 53 , ' 54 ; , , 55 , 56 . 57 58 - - « ! ! » - - 59 60 - - « ! ! » - - 61 62 . 63 64 , 65 . 66 67 - - « , ! ' ! » - - 68 . 69 70 - - « ! » - - 71 . 72 73 - - « . ! » - - 74 75 . 76 77 - - « ' ! » - - . 78 79 - - « » - - . - - « 80 81 ' . » - - 82 83 - - « ; 84 ? ! » - - 85 86 - - « ! » - - . 87 88 - - « ' » - - 89 . 90 91 ' : 92 93 - - « , ! » - - 94 95 ' : - - « 96 ' ! » - - 97 98 - - « ! » - - , 99 . - - « 100 , , . 101 . » - - 102 103 - - « ! . 104 ? » - - 105 106 , . 107 108 , 109 . 110 111 , 112 ' , 113 . 114 115 ' . 116 117 118 119 120 . 121 122 123 , , 124 , . 125 . - - 126 , , , 127 . 128 , , 129 , ; 130 ; ; 131 , , , . 132 133 , 134 , 135 ' 136 , ' 137 . , 138 , 139 . 140 141 142 , . 143 . . 144 145 ' 146 . 147 148 ; 149 , . 150 151 , 152 , 153 . 154 155 . 156 157 ' , , 158 ; ' , 159 , 160 , 161 . 162 163 ' 164 , 165 , , 166 167 . 168 169 , 170 - - , ; 171 . 172 173 - - « , ! ; 174 ' . » - - 175 176 - - « . . . - - , . » - - 177 178 - - « . » - - 179 180 - - « ! , , . » - - 181 182 - - « , ; . » - - 183 184 - - « . » - - 185 186 187 ; , 188 , ' 189 . 190 191 - - « ? » - - ' , . 192 193 ' , . 194 , . 195 196 - - « . » - - 197 198 199 . , : 200 201 - - « ? » - - 202 203 ; 204 205 - - « , , ; » 206 - - , . 207 . 208 209 . 210 211 - - « , , » - - 212 , , 213 . - - « 214 . » - - 215 216 : - - « , 217 ' . » - - 218 219 , , : 220 - - « . , 221 , 222 ' , , , 223 , . . » - - 224 225 ' . 226 227 - - « » - - . - - « 228 . 229 . , ; . . . » - - 230 231 - - « , , , , 232 ' . 233 . » - - 234 235 - - « . » - - . 236 237 - - « ? » - - . 238 239 - - « » - - ' , - - « , 240 , ? , 241 . » - - 242 243 , 244 , . 245 ' , 246 , 247 ; , 248 , 249 . 250 251 - - « , ? » - - 252 . 253 254 - - « ? » - - 255 256 - - « . » - - 257 258 - - « , ; 259 , . » - - 260 261 , 262 , 263 . ' 264 , . 265 , 266 . 267 268 269 ' ' . 270 271 - - « ; » - - , 272 , . 273 274 ' 275 , 276 , , . 277 278 . - - , 279 , 280 , 281 . 282 283 , . 284 , , 285 , . 286 , . 287 , , , , 288 , , 289 . 290 291 . 292 293 , : - - « ! 294 ! » - - 295 296 . 297 298 , , 299 , ' 300 , . 301 ! 302 , 303 ! 304 305 - - « , ! ! » - - , . 306 307 - - « . » - - . 308 309 ; 310 . ' 311 , 312 . 313 314 , 315 ; . 316 317 . 318 319 , 320 , , ; 321 ' , 322 ' , , , 323 , 324 ' . 325 326 ' , , 327 . 328 . 329 330 , , 331 , 332 : 333 ' , , , . 334 335 , 336 , , 337 . 338 339 , . 340 , , , 341 . . , ' 342 , , 343 ? ? 344 345 . 346 , 347 ' , 348 , , , ' 349 ! , , 350 . 351 352 ' , 353 ' . 354 355 , 356 : 357 ' , , 358 ; 359 , , , - - 360 ' ; , 361 , , ; 362 , , , , 363 ' ; 364 , , , , 365 , 366 , , , , 367 ; , 368 , , ; , 369 ' , , 370 371 , , . 372 373 374 ; ; 375 . , 376 ' 377 ? 378 379 . - - 380 . ' , 381 382 , ' , 383 . ' , , 384 ' , , , 385 . 386 387 - - « ! ! » - - , 388 . 389 390 , , 391 , ' , 392 ' . 393 , ' . 394 . 395 , ; 396 . 397 398 - - « ! » - - . 399 400 - - « ! ! » - - , 401 . 402 403 , , . 404 , 405 ' . , 406 ' , ' 407 ; 408 , , 409 ' . 410 411 ; 412 . 413 414 , , . 415 416 , 417 . 418 419 - - « ' ! » - - . 420 421 - - « ! » - - . 422 423 - - « ' ! » - - . 424 425 . ; ' 426 , 427 : - - « ! ! ! » - - 428 429 , 430 , 431 ' ; 432 . 433 434 : , 435 ! , , , 436 . 437 438 . . 439 440 441 442 443 . 444 445 446 , , ' . 447 , , 448 ' . 449 ' . . 450 , ' , , 451 ' ; , 452 ' , ' 453 ' ' ' 454 , ' , , 455 . 456 457 ' 458 . 459 460 , , 461 ! 462 463 , , , , ' 464 ! ! 465 466 , ; 467 , ; 468 , 469 . , 470 , , 471 , 472 . 473 474 ' , , 475 , 476 ; 477 - - 478 ' . 479 ; ' , 480 , ' 481 , , 482 , . 483 484 ' 485 , ' 486 , ' , 487 . 488 489 . 490 491 . 492 493 , , , 494 , . 495 496 , ' , 497 ; , 498 ' ' , , 499 , , 500 , , 501 , 502 . 503 504 , , 505 ' , 506 ; 507 . 508 509 ; , , 510 , ; , 511 , 512 , , ! 513 514 ' ' , 515 , . 516 517 ' , , 518 ' , , 519 , ' 520 . 521 ; . 522 ' ' 523 . 524 525 526 . 527 528 , , 529 ; ' ' 530 . 531 532 - - « - , ! - » - - , . 533 - - « - , ! - » - - , 534 , , 535 . 536 537 , . 538 539 ; 540 , 541 . , , 542 , ' . 543 544 . 545 , ; 546 , 547 . 548 549 550 ? 551 552 . 553 554 ' . 555 , , 556 ? , ? 557 ' 558 ' ? 559 , , 560 , 561 ' ; ' 562 , . 563 564 : ' 565 , 566 . , 567 , , 568 . 569 570 , - - 571 ' , ' - - , . 572 573 ' 574 , . 575 ' . 576 577 , . 578 579 . 580 581 ; ' 582 ; ' . ' 583 ' 584 . - - ; , , 585 , . 586 587 , 588 , . 589 590 ' , 591 . 592 593 594 . 595 596 ; 597 . 598 . 599 600 ' , , ' 601 , ' 602 ' , . 603 , 604 . 605 606 , 607 . 608 609 - - « ' ! » - - 610 . 611 612 . 613 614 - - « - - , - - , ! » - - 615 616 . 617 618 - - « » - - , 619 . 620 621 - - « » - - . 622 623 - - « ? » - - 624 625 - - « . 626 ' , , 627 ' . » - - 628 629 ' . 630 631 - - « ! » - - . - - « 632 . , ! 633 , ' . - - , . ! 634 , ! » - - 635 636 , , 637 . 638 , 639 . , , . 640 ; 641 : 642 ; . 643 ! 644 ? . 645 . 646 . 647 648 : , 649 , ; 650 . 651 . 652 , 653 « » . 654 , ; 655 ' : - - « . » - - 656 . 657 658 , . 659 . , 660 . . 661 . 662 663 ' . - - 664 , . : 665 666 667 668 ; , 669 , 670 , , 671 672 ' , 673 , 674 . 675 676 . , 677 , , 678 ; 679 ; , , , 680 , : - - « , 681 ' . » - - . 682 683 , 684 . 685 686 , , ' 687 : 688 689 - - « , , 690 . . » - - 691 692 : - - « 693 ? , , ! 694 , ! » - - 695 696 ; , 697 . 698 699 700 , , , 701 , 702 . . 703 , , 704 ' . 705 ; 706 , . 707 708 - - « ! ! » - - , 709 ' . 710 711 - - « , ! » - - 712 713 - - « , ! » - - 714 715 - - « , ! ! » - - 716 717 - - « ! » - - 718 719 ' , 720 . 721 722 , ; ' 723 ! 724 725 ' , 726 , 727 . 728 . ' . 729 . , 730 , , , , ' 731 . ' ! ' , 732 , ' , 733 . 734 ' , . 735 , , . 736 , , 737 , ' , ; 738 , , 739 , , , 740 . , 741 , , . 742 . 743 ' 744 , , , , 745 . 746 747 - - « , ! , ! , ! , 748 , ? ; 749 : , , 750 , , ! - - . , 751 ! ! , ! 752 , ! , ! , , 753 ! , ! ' ! 754 ! ! , ! - - ! ! - - 755 - - ! » - - 756 757 , . 758 759 , 760 . , , 761 , , 762 . 763 : ; 764 ; , 765 , , 766 . 767 , . 768 , 769 ' . , 770 , , , 771 . 772 773 ' , , 774 , . 775 , 776 , . , 777 , , 778 , 779 . 780 . 781 . ; . 782 . 783 ' , , , 784 785 , ; . 786 787 , ' , , , 788 , , , 789 . ? 790 ? , 791 . 792 , ' . 793 794 - ! - 795 796 , ; 797 . 798 799 800 , , ' 801 , , 802 ' . 803 . . ; 804 805 - - , , , 806 , . 807 808 , , 809 . 810 811 812 813 814 . 815 816 817 , ' , 818 , , 819 . 820 821 ; , 822 , ' 823 . 824 825 . 826 827 - - « » - - - - « . 828 , ' ' , 829 ' , 830 ; , , 831 ' ' . 832 , . 833 . 834 . , 835 , ! 836 - - ? » - - 837 838 : 839 840 - - « , ; ? 841 ' . 842 ? ' ' 843 . , 844 . » - - 845 846 - - 847 . . 848 849 , . 850 851 - - « , , , 852 . » - - 853 854 , . 855 856 - - « , ' 857 ! » - - 858 859 - - « , , » - - - - « . » - - 860 861 - - « . » - - 862 863 - - « , 864 865 . » - - 866 867 - - « ' ? » - - 868 869 - - « . » - - 870 871 - - « ! » - - . 872 873 - - « ! » - - . - - « 874 . . » - - 875 876 - - « , - - , , ; . 877 , . » - - 878 879 , . 880 , , 881 . ' 882 ; 883 ? 884 885 - - « » - - - - « 886 . , 887 888 , . 889 , , ' , 890 ' . 891 , 892 . . » - - 893 894 - - « ? » - - . 895 896 - - « , . , ; 897 , . . 898 ' 899 ; , 900 , 901 . : 902 . » - - 903 904 . 905 906 - - « » - - , . 907 , . 908 . . » - - 909 910 - - « , » - - . - - « . 911 ? » - - 912 913 - - « ! ' ! » - - 914 915 , 916 , , , 917 . 918 919 - - « , , 920 . » - - 921 922 - - « , » - - 923 . - - « 924 . » - - 925 926 . 927 928 - - « , » - - - - « 929 ' ' . 930 , , 931 , , 932 , ' . , , 933 934 , . » - - 935 936 , . 937 938 - - « ? » - - . 939 940 - - « , , . » - - 941 942 : - - « ; 943 ' ? » - - 944 945 . 946 947 - - « , , , 948 , , 949 . » - - 950 951 , , . 952 953 , 954 . 955 956 . 957 958 959 960 961 . 962 963 964 , ' 965 ' , , ' , 966 , , 967 . 968 969 , 970 . 971 ; 972 ' . , 973 , ' . , , 974 . , 975 , , , 976 , , 977 . , 978 . 979 980 ' , 981 ; . ' 982 . , 983 , , , 984 ; ' 985 . 986 987 988 . , 989 , , 990 . 991 , , ' ; 992 , - - . 993 . 994 995 996 ; , 997 , . ; 998 ' . 999 . 1000