mi fu consegnato questo plico con l'ordine di recarlo a te, affinchè tu
lo legga immediatamente. Se c'è risposta, devo attendere la tua buona
grazia.» --
Ilderim aprì subito il pacco, il sigillo del quale era già stato rotto.
L'indirizzo diceva: -A Valerio Grato, Cesarea.-
-- «Abaddon lo pigli!» -- mormorò lo sceicco, scorgendo che la lettera
era in latino.
Se l'Epistola fosse stata in Greco o in Arabo, egli non avrebbe avuto
difficoltà nel leggerla. Così potè tutto al più decifrare la firma,
scritta in grandi caratteri Romani -- MESSALA, -- che lesse strizzando
l'occhio.
-- «Dov'è il giovine Ebreo?» -- egli chiese.
-- «Al campo coi cavalli» -- rispose un domestico.
Lo sceicco ripose i papiri nella loro busta, e nascondendo il pacco
nella cintura, rimontò a cavallo. In quel momento un forestiero,
proveniente, all'apparenza, dalla città si presentò davanti a lui.
-- «Cerco lo sceicco Ilderim, chiamato il Generoso» -- disse il
forestiero.
La sua lingua e le sue vesti lo rivelavano Romano.
Se Ilderim non sapeva leggere il latino, lo sapeva però parlare.
Il vecchio Arabo rispose con dignità: -- «Io sono lo sceicco
Ilderim.» --
Gli occhi dell'uomo si abbassarono; li rialzò e con compostezza forzata
disse:
-- «Ho inteso che siete in cerca di un auriga per i giuochi.» --
Il labbro di Ilderim si contrasse sdegnosamente sotto i bianchi baffi.
-- «Va per la tua strada» -- egli disse. -- «Ho già trovato un
auriga.» --
Si voltò, in atto di partire, ma l'uomo indugiando riprese a parlare:
-- «Sceicco, io amo i cavalli, e dicono che i vostri siano i più belli
del mondo.» --
Il vecchio era tocco; arrestò il cavallo, e stava quasi per cedere
davanti all'adulazione, poi rispose: -- «No, non oggi, non oggi. Te li
mostrerò un'altra volta. Ora sono troppo occupato.» --
Mise il cavallo al trotto, mentre lo straniero riprese lentamente il
cammino della città, sorridendo come un uomo contento di sè. Aveva
eseguito la sua commissione.
Ed ogni giorno, fino alla grande giornata dei giuochi, un uomo, qualche
volta due o tre -- venivano dallo sceicco nell'Orto delle Palme, sotto
il pretesto di cercare un'impiego come auriga.
In questo modo Messala vigilava sopra Ben Hur.
CAPITOLO V.
Lo sceicco aspettò, ben soddisfatto, finchè Ben Hur, ebbe terminate le
esercitazioni del mattino.
-- «Questo pomeriggio, o sceicco, potrai riprenderti Sirio» -- disse Ben
Hur, accarezzando il collo del vecchio cavallo. -- «Lo puoi riprendere,
e darmi il cocchio.» --
-- «Così presto?» -- chiese Ilderim.
-- «Con cavalli come i tuoi basta una giornata. Non hanno paura; hanno
l'intelligenza di un uomo, ed amano l'esercizio. Questo, egli scosse
le redini sul dorso al più giovine dei quattro, -- tu lo chiamasti
Aldebran, credo, -- è il più veloce. In un giro di stadio avanzerebbe
gli altri di tre lunghezze.» --
Ilderim si lisciò la barba, con gli occhi scintillanti.
-- «Aldebran è il più veloce» -- disse. -- «E il più tardo?» --
-- «Eccolo.» -- Ben Hur scosse le redini sopra Antares. -- «Ma egli
vincerà, perchè, vedi, sceicco, egli correrà tutto il giorno, e in sul
calar del sole potrà raggiungere la sua massima velocità.» --
-- «Hai nuovamente ragione» -- disse Ilderim.
-- «Io ho un solo dubbio, o sceicco.» --
Lo sceicco si fece serio.
-- «Nella sua avidità di trionfare, un Romano transige anche con
l'onore. Nei loro giuochi, -- in tutti i loro giuochi, praticano
una infinità di tranelli e di frodi; nelle gare dei cocchi, la loro
furfanteria non risparmia nè i cavalli, nè l'auriga, nè il padrone.
Quindi, buon sceicco, bada bene a quanto tu fai. Finchè la gara non sia
terminata, non lasciare che nessun estraneo si avvicini ai cavalli. Per
esser più sicuri, fa di più: -- metti una guardia armata che li invigili
notte e giorno. Allora non avrò paura per l'esito.» --
Alla porta della tenda smontarono.
-- «Ciò che tu dici sarà fatto. Per lo splendore di Dio, nessuna mano
dovrà avvicinarsi a loro tranne quella dei fedeli. Stanotte medesima
porrò le sentinelle. Ma guarda, figlio di Arrio,» -- Ilderim estrasse il
plico dalla cintura e lo svolse lentamente, sedendo sopra il divano, --
guarda, figlio di Arrio, e aiutami col tuo latino.» --
Egli consegnò il dispaccio a Ben Hur.
-- «Ecco; leggi, leggi ad alta voce, traducendo le parole nella lingua
de' tuoi padri. Il latino è un abbominio.» --
Ben Hur era di buon umore e intraprese la lettura con leggerezza.
-Messala a Grato!- Si arrestò. Ebbe come un presentimento e il cuore
gli cominciò a palpitare fortemente. Ilderim osservò la sua agitazione.
-- «Dunque? Aspetto.» --
Ben Hur domandò scusa e ricominciò la lettura del papiro, che il
lettore avrà già indovinato essere una copia della lettera con tanta
cura spedita da Messala a Grato, la mattina dopo l'orgia nel palazzo.
I primi paragrafi erano solo notevoli in quanto che rivelavano che lo
scrittore non aveva perduto quelle qualità di scherno e d'ironia che
adornavano il suo dire giovanile. Ma quando il lettore arrivò ai passi
intesi a rammentare a Grato la famiglia dei Hur, la sua voce tremò,
e due volte dovette arrestarsi, per riprendere padronanza di sè. Con
uno sforzo continuò. -- «Richiamerò anche le disposizioni che prendesti
riguardo ai membri della famiglia Hur» -- qui la voce del lettore
fu rotta come da un singhiozzo -- «affinchè il silenzio della tomba
ci assicurasse il tranquillo godimento dei nostri guadagni, e allo
stesso tempo il rimorso di aver versato sangue non ci macchiasse la
coscienza.» --
Ben Hur non potè continuare. Il papiro scivolò dalle sue mani ed egli
si coprì il volto.
-- «Sono morte -- morte. Io sono solo!» --
Lo sceicco era stato muto ma commosso spettatore del dolore del giovine.
Egli si alzò e disse: -- «Figlio di Arrio, io devo chiederti perdono.
Leggi la lettera da solo. Quando ti sarai riavuto abbastanza per
comunicarmi il resto del contenuto, mandami a chiamare.» --
Egli uscì dalla tenda. Il pensiero delicato era degno di lui.
Ben Hur si gettò sul divano e si abbandonò alla foga della sua passione.
Quando si fu rimesso alquanto, si ricordò che parte della lettera non
gli era ancora conosciuta, e ne riprese la lettura. -- «Ti ricorderai di
ciò che hai fatto della madre e della figlia del malfattore, e se ora
cedo alla curiosità di sapere se vivano o siano morte....» -- Ben Hur
trasalì, rilesse il passo: -- «Egli non sa se siano morte; egli non sa!»
-- esclamò. -- «Benedetto sia il nome del Signore! C'è ancora un po' di
speranza.» -- Sorretto da questo pensiero continuò la lettura fino al
fondo.
-- «Non sono morte» -- egli disse, dopo breve riflessione: -- «Non sono
morte; altrimenti egli lo saprebbe.» --
Una seconda lettura, più attenta della prima, lo confermò in questa
opinione. Allora mandò a chiamare lo sceicco.
-- «Quando venni la prima volta alla tua tenda ospitale, o sceicco» --
egli incominciò con calma, quando l'arabo ebbe preso posto sul divano,
e furono soli, -- «io non aveva l'intenzione di parlarti della mia vita,
tranne che di quella parte necessaria per provarti la mia destrezza ed
esperienza nel guidare i cavalli. Non volli comunicarti la mia storia.
Ma il caso che ha fatto pervenire questa lettera nelle mie mani, è così
strano, che io sento il dovere di rivelarti ogni cosa. Mi conforta in
questo proposito il fatto che siamo entrambi minacciati dal medesimo
nemico, contro il quale è necessario che procediamo d'accordo. Io ti
leggerò la lettera e ti darò la spiegazione, dopo la quale comprenderai
facilmente il motivo della mia emozione. Se la considerasti debolezza o
sentimentalità infantile, saprai ricrederti o scusarmi.» --
Lo sceicco ascoltò in assoluto silenzio finchè Ben Hur arrivò al
paragrafo in cui si faceva speciale menzione della sua persona. -- «Io
incontrai ieri l'Ebreo nel boschetto di Dafne» -- diceva la lettera -- «e
se egli non vi è, tuttavia dimora certamente nelle vicinanze, cosicchè
ti sarà facile tenerlo d'occhio. Anzi, se tu mi chiedessi dove sia
in questo momento, io giuocherei che egli si trova nell'Orto delle
Palme.» --
-- «Ah!» -- esclamò Ilderim, afferrandosi la barba.
-- «Nell'Orto delle Palme,» -- ripetè Ben Hur, -- «sotto la tenda di quel
canuto traditore, lo sceicco Ilderim....» --
-- «Traditore! Io?» -- gridò il vecchio con voce fattasi acuta, mentre il
labbro e la barba tremavano d'ira, e le vene della fronte e del collo
si gonfiavano come per scoppiare.
-- «Un momento, sceicco» -- fece Ben Hur. -- «Tale è l'opinione di
Messala, ascolta la sua minaccia»:.... sotto la tenda di quel canuto
traditore, lo sceicco Ilderim, il quale non sfuggirà a lungo alle
nostre mani. Non ti sorprenda se Massenzio, come passo preliminare
faccia imbarcare l'Arabo sulla prima galera di ritorno, e lo mandi a
Roma.» --
-- «A Roma! Me -- Ilderim, -- sceicco di diecimila cavalieri con lancie --
me a Roma!» -- Balzò in piedi, le mani tese, le dita che si aprivano e
si stringevano con moto convulso, gli occhi scintillanti come quelli di
un serpente.
-- «O Dio! -- no, per tutti gli Dei, tranne per quelli di Roma! -- quando
finirà questa insolenza? Un uomo libero son io; libero è il mio popolo.
Dobbiamo morire schiavi, o, peggio, dovrò io condurre la vita di un
cane che striscia ai piedi del suo padrone? Devo leccare la sua mano
perchè non mi batta? Ciò che è mio non è più mio, per l'aria che
respiro devo dipendere da Roma. Oh, se fossi giovine un'altra volta!
Oh se potessi scrollare dalle mie spalle venti anni, -- o dieci, -- o
cinque!» --
Strinse i denti, ed agitò le braccia sopra il capo; poi, sotto
l'impulso di una nuova idea, fece due passi verso Ben Hur e gli afferrò
con veemenza il braccio.
-- «Se io fossi come te, figlio di Arrio -- giovine, forte, destro nelle
armi; se avessi un torto come il tuo che mi spronasse alla vendetta,
un torto tale da santificare l'odio -- giù le maschere! Figlio di Hur,
figlio di Hur, io dico!» --
A quel nome il sangue di Ben Hur quasi si arrestò nelle vene; stupito,
confuso, egli fissò gli occhi in quelli dell'Arabo, ora vicini ai suoi,
e animati da una fiamma selvaggia.
-- «Figlio di Hur, io dico, se io fossi, come te, coi tuoi torti, coi
tuoi ricordi, io non avrei, non potrei aver pace. Alle mie sofferenze
aggiungerei quelle del mondo, e mi dedicherei alla vendetta. Per mare
e per terra, in ogni paese, predicherei la rivolta contro il Romano.
Ogni guerra di indipendenza mi troverebbe fra i combattenti, in ogni
battaglia contro Roma brillerebbe la mia spada. Diventerei Parto, in
mancanza di meglio. Che se anche gli uomini mi venissero meno, non
interromperei i miei sforzi, no. Per lo splendore di Dio! Andrei fra
i lupi, le tigri e i leoni nella speranza di aizzarli contro il comune
nemico. Ogni arma sarebbe lecita, ogni eccidio giustificato, purchè le
vittime fossero Romane. Alle fiamme tutto ciò che è Romano! Di notte
pregherei gli Dei, i buoni e i cattivi egualmente, che mi prestassero
i loro terrori, le loro tempeste, le carestie, il freddo, il caldo,
e tutti gli innominabili veleni che essi lasciano liberi nell'aria,
e tutto, tutto scaraventerei sul capo ai Romani. Oh, io non potrei
dormire! Io, io....» --
Lo sceicco si fermò per mancanza di respiro, e rimase muto, ansando,
pallido, coi pugni serrati.
Di tutto questo appassionato scoppio d'ira Ben Hur non ritenne che
una vaga impressione di occhi fiammeggianti, di una voce stridula, di
una collera troppo intensa per essere espressa con coerenza, a parole.
Per la prima volta in otto anni il misero giovane era stato chiamato
col suo vero nome. Un uomo almeno lo conosceva e lo riconosceva senza
chiedere prove, e questi era un Arabo del deserto!
Come era egli venuto a questa cognizione? La lettera? No. Essa
parlava delle crudeltà inflitte alla sua famiglia, narrava la storia
delle proprie sofferenze, ma non diceva che egli era la vittima
provvidenzialmente sfuggita all'ira Romana. Questo anzi egli avrebbe
voluto spiegare allo sceicco dopo terminata la lettura. La gioia e la
speranza gli fiorirono in cuore, e con calma forzata domandò:
-- «Buon sceicco, dimmi, come venisti in possesso di questa
lettera?» --
-- «La mia gente custodisce le strade fra le città» -- rispose Ilderim
bruscamente. -- «La tolsero ad un corriere.» --
-- «Sanno che quella gente è tua?» --
-- «No. Davanti al mondo figurano come predoni, che è mio dovere di
prendere ed impiccare.» --
-- «Un'altra domanda, sceicco. Tu mi chiamasti figlio di Hur -- il nome
di mio padre. Io mi credeva sconosciuto da tutti. Come apprendesti il
mio nome?» --
Ilderim esitò; poi, rinfrancandosi rispose. -- «Io ti conosco, ma non
sono libero di dirti altro.» --
-- «Qualcheduno ti tiene sotto padronanza?» --
Lo sceicco tacque e fece per andarsene; ma osservando la disillusione
di Ben Hur, ritornò indietro, e disse: -- «Non parliamone più per ora.
Io vado in città; quando ritorno ti parlerò liberamente. Dammi la
lettera.» -- Ilderim ripiegò con cura i papiri e li rimise subito nella
loro busta.
-- «Che cosa dici» -- egli chiese con energìa -- «della mia proposta?
Io ti esposi ciò che farei ne' tuoi panni, e tu non mi hai ancora
risposto.» --
-- «Io voleva risponderti, sceicco, e ti risponderò.» -- Il volto di
Ben Hur si contrasse come sotto lo sforzo di un imperiosa volontà. --
«Tutto ciò che tu hai detto, io farò, -- almeno tutto quanto umanamente
è possibile. Io ho dedicata la mia vita alla vendetta. Per cinque anni
questa fu il mio unico pensiero. Senza tregua, senza riposo, sprezzando
gli allettamenti di Roma e le tentazioni della gioventù, ho impiegato
tutte le forze dell'animo mio a questo unico scopo. La mia educazione
ebbe per meta ultima la vendetta. Praticai i più famosi maestri -- non
quelli di rettorica e di filosofia -- ahimè! Non aveva tempo per questi.
Le arti essenziali all'uomo d'armi erano la mia occupazione; vissi con
gladiatori e con vincitori dell'arena; con centurioni nei campi Romani.
E tutti furono orgogliosi di avermi a scolaro. O sceicco, io sono un
soldato; ma per attuare i sogni ch'io nutrivo, avevo bisogno di essere
un generale. Con questo intento mi sono arruolato nella guerra contro
i Parti; quando essa sarà terminata, allora, se il Signore mi darà vita
e forza, -- allora» -- egli alzò i pugni stretti, e parlò con veemenza --
«allora, quando sarò un nemico perfezionato alla scuola di Roma, Roma
dovrà pagarmi tutti i miei torti col sangue de' suoi figli. Questa è la
mia risposta, sceicco.» --
Ilderim gli gettò le braccia al collo e lo baciò, dicendo con voce
bassa, quasi strozzata dall'emozione: -- «Se il tuo Dio non ti aiuterà
in questo, figlio di Hur, egli sarà morto. Senti ciò che ti prometto,
che ti giuro, se vuoi: Tu avrai me stesso, e tutto ciò che io posseggo
-- uomini, cavalli, cammelli, -- e il deserto per preparare i tuoi
piani. Io lo giuro! E per ora basta. Mi vedrai, o udrai di me, prima di
sera.» --
Voltandosi bruscamente, lo sceicco uscì dalla tenda, e di lì a poco si
trovò sulla via verso la città.
CAPITOLO VI.
La lettera intercettata era per più ragioni importante per Ben Hur.
Era una confessione che l'autore di essa era stato complice nella
soppressione della famiglia; che egli aveva sanzionato il piano
proposto da Valerio Grato a questo scopo; che egli aveva ricevuto
parte dei beni confiscati e che godeva ancora in quel momento; che egli
temeva la improvvisa comparsa di quegli ch'egli chiamava il principale
malfattore; nella quale vedeva una minaccia per la sicurezza propria
e quella di Grato; infine che egli era pronto ad eseguire qualunque
disegno che il fertile cervello del procuratore di Giudea avrebbe
saputo escogitare, per togliere di mezzo il comune nemico.
Specialmente quest'ultima considerazione, l'avviso di un pericolo
vicino, diede molto a pensare a Ben Hur, rimasto solo nella tenda dopo
la partenza di Ilderim. I suoi avversari erano personaggi potenti ed
astuti. Se essi lo temevano, egli aveva maggior ragione di temerli.
Cercò di chiarirsi bene la situazione e di riflettere sul modo in cui
l'odio di essi avrebbe potuto esplicarsi, ma i suoi pensieri venivano
costantemente turbati dalla visione della madre e della sorella. Poco
importava se il fondamento di questa sua persuasione era debole,
riposando essa interamente sul fatto che Messala non aveva appreso
la loro morte; la gioia che egli provava, soffocava ogni dubbio.
Finalmente aveva trovato una persona la quale sapeva dove esse erano
celate, e, nella esaltazione del momento, la loro scoperta gli sembrava
già vicina, un evento di prossima attuazione. Con tutti questi pensieri
e sentimenti pensava con una specie di mistica certezza che Iddio stava
per presceglierlo al compimento di una grande missione.
Di tanto in tanto, richiamando le parole di Ilderim, egli si
meravigliava donde l'arabo avesse tratte le informazioni sul suo conto;
non da Malluch certamente; non da Simonide, l'interesse del quale
stava al contrario nel celare ogni cosa. Messala? L'idea era ridicola.
Ogni congettura approdava al medesimo risultato negativo. -- «Meno
male» -- egli pensava consolandosi che da qualunque fonte lo sceicco
avesse appreso il suo nome e i particolari della sua vita, non poteva
essere che da un amico, il quale, come tale, si sarebbe a suo tempo
dichiarato. -- «Un po' di pazienza, un po' di attesa» -- forse la gita
dello sceicco in città aveva relazione con l'affare; possibilmente la
lettera favorirebbe una completa rivelazione.
E paziente egli sarebbe stato se solamente egli avesse potuto
accertarsi che Tirzah e sua madre lo attendevano in circostanze tali da
permettere anche ad esse le medesime speranze che egli nutriva; se, in
altre parole, la coscienza non lo pungesse con mille accuse per la sua
inazione.
Per isfuggire a questi rimorsi, egli si diede a passeggiare sotto gli
alberi dell'Orto, ora fermandosi a osservare i raccoglitori di datteri,
ora a seguire i voli degli uccelli che andavano a nascondersi nel
fogliame delle palme, ora le corse dello sciame delle api, che ronzando
circondavano i cespugli fioriti e carichi di bacche.
Più a lungo indugiò lungo le sponde del lago. Quelle limpide acque,
appena increspate dal vento, che venivano con mormorìo sommesso
a lambire voluttuosamente le rive, gli richiamavano l'immagine
dell'Egiziana e la sua meravigliosa bellezza, e il ricordo di quella
sera allietata dalle parole e dal canto di lei, gli riempiva il cuore
di una grande dolcezza. Ripensava al fascino dei suoi modi, all'armonìa
del suo riso, alle sue lusinghe e alle sue blandizie, al tepore molle
di quella manina che stringeva la sua sopra il pomo del timone. Da lei
il suo pensiero correva a Balthasar, e alla sua miracolosa narrazione;
e da lui al Re dei Giudei, che il santo uomo con tanta profondità
di convinzione diceva vivo e annunziava vicino. E qui la sua mente
si arrestò, indagando il mistero di quello strano personaggio, e
traendo da quelle riflessioni la soddisfazione di cui andava in cerca.
Nulla è più facile della confutazione di un pensiero contrario ai
nostri desideri, e Ben Hur rifiutò energicamente la definizione data
da Balthasar del regno che doveva venire. Il concetto di un regno
spirituale, se non era intollerabile alle dottrine Sadducee di cui
era imbevuto, gli sembrava una deduzione tratta dalle profondità di
una fede troppo astratta e sognatrice. Un regno della Giudea, ah sì,
quello era più comprensibile; un tale regno era già esistito e per la
stessa ragione potrebbe ritornare! E accarezzava il suo orgoglio il
pensare un regno nuovo, più vasto nei suoi dominii, più ricco e più
splendido dell'antico; un Re sotto il quale egli troverebbe e servizio
e vendetta. In questa condizione d'animo egli ritornò al -dovar-.
Terminata la colazione, per occupare il pomeriggio, Ben Hur fece
condurre davanti alla tenda il cocchio che egli sottopose ad un attento
esame. Questa parola non rende che poveramente lo studio e la cura
ch'egli pose nell'osservare ogni minimo particolare del veicolo. Con
una soddisfazione che apparirà più comprensibile in seguito, vide che
il modello era Greco, a suo avviso preferibile a quello Romano. Era più
ampio nello spazio fra ruota e ruota, più basso di sala e più pesante;
ma lo svantaggio del peso maggiore sarebbe più che compensato dalla
resistenza dei suoi Arabi. In generale i costruttori di cocchi in Roma
fabbricavano solamente veicoli da corsa, sacrificando la sicurezza alla
leggerezza, e la resistenza alla grazia; mentre i carri di Achille e
del -Re degli uomini designati per la guerra e i suoi pericoli- erano
ancora i tipi preferiti nelle gare Istmiche e d'Olimpia.
Poi attaccò i cavalli e li guidò sul campo delle esercitazioni, dove
per parecchie ore li tenne sotto il giogo, obbligandoli ad ogni genere
di evoluzioni. Quando ritornò al padiglione sul far della sera, il suo
animo si era calmato e aveva deciso di sospendere ogni passo riguardo
a Messala fin dopo la giornata delle corse. Il piacere di misurarsi
col suo nemico al cospetto di tutto l'Oriente era una voluttà di cui
egli non sapeva privarsi. La sua fiducia nella propria abilità e nel
risultato finale era assoluta. Quanto ai cavalli, essi sarebbero stati
i suoi compagni nella gloriosa impresa.
-- «Ch'egli stìa all'erta! Ch'egli badi! Nevvero, Antares, Aldebran?
Nevvero Rigel, buon cavallo? E tu Altair, Re dei corsieri, non dovrà
egli temerci? Buoni, buoni!» --
Così parlava ai cavalli negli intervalli di riposo, andando dall'uno
all'altro, e accarezzando loro le guancie e i colli.
Sul far della notte Ben Hur sedeva davanti alla porta della tenda,
aspettando Ilderim, non ancora ritornato dalla città. Non provava
impazienza, nè dubbio, nè timore. Lo sceicco almeno avrebbe parlato.
Anzi, fosse la soddisfazione dell'ottimo lavoro prestato dai cavalli,
o la dolce stanchezza che succede a una giornata di tanta fatica, o
la cena a cui aveva fatto largo onore, o la reazione, che, per una
provvida legge di natura tien sempre dietro al momento di depressione
e di tristezza, il giovane si trovava di ottimo umore, e quasi felice.
Gli sembrava che la Provvidenza lo avesse preso sotto la sua speciale
protezione.
Finalmente si udì lo scalpitare di un cavallo, e Malluch smontò davanti
alla tenda.
Ben Hur non fece domande, ma entrò nel recinto dove pascolavano i
cavalli. Aldebran gli si avvicinò, come profferendo i suoi servigi.
Egli lo accarezzò affettuosamente, ma passò a scegliere un altro
cavallo, non uno dei quattro: questi erano sacri alla gara. In breve
tempo i due cavalieri percorrevano rapidamente e in silenzio la via
della città.
Prima d'arrivare al Ponte Seleucio, essi attraversarono il fiume su di
una barca, e penetrarono nella città dal lato occidentale. Il cammino
era più lungo, ma Ben Hur lo accettò senza far parola, pensando che
fosse una precauzione necessaria.
Passarono il molo di Simonide, e, davanti alla porta del grande
magazzeno, Malluch fermò il suo cavallo.
-- «Siamo giunti» -- egli disse -- «smonta.» --
Ben Hur riconobbe la località.
-- «Dov'è lo sceicco?» --
-- «Vieni con me. Te lo mostrerò.» --
Un custode prese i cavalli, e quasi prima che Ben Hur si rendesse
chiaramente conto di quanto avveniva, egli si trovò di nuovo davanti
alla porta della casa sopra il terrazzo, e intese una voce: -- «In nome
di Dio, entrate.» --
CAPITOLO VII.
Malluch si fermò alla porta; Ben Hur entrò da solo.
La stanza era quella medesima in cui aveva per la prima volta veduto
Simonide, e nulla era mutato della sua apparenza, tranne che, presso
alla poltrona del vecchio, era stato posto un grande candelabro di
bronzo con molte braccia da cui pendevano numerose lampade d'argento,
tutte accese. La luce era chiara e illuminava i tavolati delle pareti,
la cornice dorata, e la volta di mica viola.
Fatti due passi Ben Hur si arrestò.
Tre persone erano presenti e lo guardavano. -- Simonide, Ilderim ed
Ester. Egli girò gli occhi dall'uno all'altro come per trovar risposta
alla domanda mezzo formulata dal suo cervello: -- «Che cosa vogliono da
me questi tre?» -- A questa tenne subito dietro un'altra: -- «Sono amici
o nemici?» --
Finalmente i suoi sguardi si fermarono su Ester. I due uomini gli
avevano risposto con espressione bonaria, ma ciò ch'egli lesse nel
volto della fanciulla era qualche cosa di più spirituale, che,
quantunque sfuggisse ad ogni definizione, penetrò profondamente
nell'animo suo. Ebbe per un istante la visione di un altro viso, quella
dell'Egiziana, ma si dileguò subito.
-- «Figlio di Hur.» --
Egli si voltò verso Simonide.
-- «Figlio di Hur» -- ripetè il negoziante, sillabando con enfasi solenne
le parole, come per imprimergli bene in mente tutto il significato
dell'apostrofe -- «La pace del Signore Iddio, dei nostri padri sia con
te. Prendila da parte mia e dei miei.» --
Il vecchio sedeva nella sua poltrona. Era la stessa testa regale,
il volto pallido, l'aria imperiosa, sotto l'influenza della quale i
visitatori dimenticavano le sue membra deformi. I bianchi occhi neri
brillavano sopra le bianche sopracciglia. Un momento rimase così, poi
incrociò le braccia sul petto.
L'atto, messo in rapporto col saluto, non poteva essere frainteso, e
non lo fu.
-- «Simonide» -- rispose Ben Hur, commosso -- «la pace che tu offri, io
l'accetto. Come figlio a padre te la ritorno: soltanto intendiamoci
chiaramente fra di noi.» --
Così, delicatamente, egli cercò di eludere la sottomissione del
negoziante, ed invece della relazione fra padrone e schiavo, volle
sostituire un vincolo più elevato e più santo.
Simonide lasciò cadere le mani, e volgendosi ad Ester disse:
-- «Una sedia per il padrone, o figlia.» --
Essa si affrettò a portargli una sedia, e rimase in piedi, con le gote
coperte di rossore, guardando ora all'uno, ora all'altro, da Ben Hur a
Simonide, da Simonide a Ben Hur. Dopo una breve pausa Ben Hur prese la
sedia dalle sue mani e l'avvicinò alla poltrona del negoziante.
-- «Io siederò qui,» -- egli disse.
I suoi occhi incontrarono quelli di lei, per un istante solo, ma egli
ed Ester si sentirono migliori per quello sguardo.
Simonide si inchinò e disse con un sospiro di sollievo:
-- «Ester, mia figlia, portami le carte.» --
Essa andò ad un tavolato nella parete, lo aperse e ne estrasse un
rotolo di papiri che porse al padre.
-- «Tu dicesti bene, figlio di Hur» -- cominciò Simonide, spiegando i
fogli -- «intendiamoci chiaramente. In anticipazione della richiesta
-- che io avrei offerto spontaneamente se tu l'avessi rifiutata io ho
preparato alcune note che lumeggiano la situazione. Due sono i punti
che hanno bisogno di essere spiegati -- la proprietà dapprima, e poi
i nostri rapporti. L'esposizione è chiara riguardo ad entrambi. Vuoi
leggerla?» --
Ben Hur prese le carte, ma diede uno sguardo ad Ilderim.
-- «No» -- disse Simonide -- «la presenza dello sceicco non ti impedisca
di leggere; il conto che troverai ha bisogno di un testimonio. In
calce di esso tu troverai il nome di Ilderim. Egli è al corrente di
tutto ed è tuo amico. Tutto quanto egli è stato per me, sarà anche per
te.» --
Simonide guardò l'arabo con un sorriso che questi gli rese con un grave
cenno del capo, dicendo: -- «Tu l'hai detto.» --
Ben Hur rispose: -- «Io ho avuto già altre prove della sua amicizia e
toccherebbe a me di mostrarmene degno.» -- poi soggiunse: -- «Più tardi,
o Simonide, leggerò con attenzione le carte; per ora, riprendile, e, se
ciò non ti stanca, esponi brevemente il loro contenuto.» --
Simonide riprese il rotolo.
-- «Qui, Ester, vicino a me, e prendi le pagine man mano che te le
porgo.» --
Essa si pose presso alla sua poltrona, appoggiando la mano destra
leggermente sulla spalla del vecchio. Formavano così un gruppo solo, e,
quando egli parlava, sembrava che il rendiconto procedesse da entrambi.
-- «Questo» -- disse Simonide, spiegando la prima pagina -- «contiene
l'esposizione delle somme che io ebbi da tuo padre, e che salvai dalla
confisca Romana. Non v'erano beni, soltanto danaro, e anche questo i
predoni avrebbero preso, se non fosse stato che, secondo consuetudini
Ebraiche, esso si trovava sotto la forma di cambiali tratte sui
mercati di Roma, Alessandria, Damasco, Cartagine e Valenza ed altre
città minori. La somma così salvata ammontava a centoventi talenti
Ebraici.» --
Egli diede il foglio ad Ester e prese il secondo.
-- «Di questo importo io m'incaricai. Ora ascolta i miei crediti. Vedrai
che in questa parola io intendo significar i guadagni ricavati da
quella somma.» --
Da vari fogli lesse le seguenti cifre, che rendiamo, omettendo le
frazioni:
-Crediti:-
Navi 60 talenti
Merci nei magazzeni110»
Carichi di transito 35»
Cammelli, cavalli, ecc.20»
Magazzini 10»
Cambiali54»
Contanti 254»
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Totale 553 talenti
-- «Aggiungi a questi, e ai cinquecento cinquantatre talenti guadagnati,
il capitale originale ricevuto da tuo padre, tu hai SEICENTO
SETTANTATRE TALENTI! -- tutti tuoi, che ti fanno, o figlio di Hur, il
suddito più ricco della terra.» --
Egli prese i papiri dalle mani di Ester, tranne uno, e li porse a Ben
Hur.
L'orgoglio che traspariva da quel gesto, non offendeva; poteva derivare
dal sentimento del proprio dovere ben compiuto, o riguardare unicamente
Ben Hur.
-- «Ed ora non v'è nulla» -- egli aggiunse, abbassando la voce, ma non
gli occhi -- «ora non v'è nulla che tu non possa fare.» --
Il momento era solenne. Simonide tornò ad incrociare le braccia sul
petto. Ester era ansiosa. Ilderim si lisciava la barba nervosamente.
Una fortuna che giunga improvvisa è la prova di fuoco del carattere
umano.
Prendendo il rotolo, Ben Hur si alzò, lottando con la sua emozione.
-- «Tutto ciò è come una luce del cielo, mandata a dissipare le tenebre
di una notte che io credeva dovesse durare eterna, tanto era lunga e
priva d'ogni speranza» -- egli disse con voce rauca. -- «Io ringrazio il
Signore, che non mi ha abbandonato, e poi te o Simonide; la tua fedeltà
compensa la crudeltà di altri, e rivendica la natura umana. -- «Non v'è
nulla ch'io non possa fare:» -- Sia così. Tu mi sei testimonio, sceicco
Ilderim. Ascolta bene le mie parole, e ricordale; e tu pure, Ester,
ottimo angelo di questo buon uomo, ascoltami.» --
Egli tese la mano col rotolo a Simonide.
-- «Tutto ciò che queste carte contengono, navi, case, mercanzie,
cammelli, cavalli, denaro, tutto io ti restituisco, o Simonide,
confermandolo a te ed ai tuoi per sempre.» --
Ester sorrise fra le sue lagrime; Ilderim afferrò con ambe le mani
la sua barba, mentre gli occhi gli luccicavano come carboni. Simonide
soltanto rimase calmo.
-- «Confermandole a te ed ai tuoi per sempre» -- continuò Ben Hur -- «con
una eccezione e ad un patto.» --
I suoi ascoltatori trattennero il respiro per ascoltarlo meglio.
-- «Tu dovrai restituirmi i centoventi talenti che appartenevano a mio
padre.» --
Il volto di Ilderim si rasserenò.
-- «E tu dovrai aiutarmi con tutte le tue forze e con tutti i tuoi beni
nella ricerca di mia madre e di mia sorella.» --
Simonide era commosso. Porgendogli la mano, egli disse: -- «Riconosco
l'animo tuo, o figlio di Hur, e sono riconoscente al Signore d'avermi
mandato un uomo come te. Come io ho servito tuo padre, così continuerò
a servirti; ma non posso accettar le tue proposte generose.» --
Spiegando l'ultimo foglio continuò:
-- «Tu non hai veduto tutto. Prendi questo e leggi -- leggi ad alta
voce.» --
Ben Hur prese il foglio e lesse.
Nota degli schiavi di Hur, tenuta da Simonide suo amministratore.
1. Amrah, Egiziana, custode del palazzo in Gerusalemme.
2. Simonide, Agente in Antiochia.
3. Ester figlia di Simonide.
Ora, in tutte le sue riflessioni intorno a Simonide, Ben Hur non
aveva mai lontanamente pensato che, per legge, i figli seguono la
condizione dei genitori. In tutte le sue visioni la soave persona di
Ester figurava come una rivale dell'Egiziana, oggetto del suo affetto e
forse del suo amore. Egli rabbrividì alla rivelazione così bruscamente
presentatagli, e vedendo la fanciulla arrossire e chinare gli occhi
mentre egli avvoltolava di nuovo il papiro nelle sue mani, egli disse:
-- «Un uomo con seicento talenti è ricco in verità, e può fare ciò che
gli piace; ma più preziosi del denaro, più preziosi dei beni, sono
l'intelligenza che ha saputo ammassare quella ricchezza, e il cuore
che, in mezzo a quella ricchezza, non s'è lasciato corrompere.
O Simonide, e tu Ester, non temete. Lo sceicco Ilderim attesterà che da
questo momento io vi dichiaro liberi e affrancati, e questo confermerò
con una scrittura. Vi basta?» --
-- «Figlio di Hur» -- disse Simonide -- «tu rendi dolce anche la servitù.
Ma sappi che io ebbi torto: vi sono cose che tu non puoi fare, nemmeno
con le tue ricchezze. Tu non puoi liberarci. Io sono tuo schiavo,
perchè spontaneamente mi lasciai forare l'orecchio con la lesina per
mano di tuo padre, e i segni rimangono ancora.» --
-- «E mio padre fece questo?» --
-- «Non biasimarlo,» -- si affrettò a dire Simonide. -- «Egli mi accettò
quale schiavo di questa categoria, perchè io lo supplicai di fatto.
Non mi sono mai pentito. Fu questo il prezzo che pagai per Rachele, la
madre di mia figlia; perchè Rachele non volle diventare mia moglie, se
io non fossi diventato ciò che essa era.» --
-- «Essa era schiava in perpetuo?» --
-- «Sì.» --
Ben Hur misurò la stanza con passi concitati.
-- «Io era già ricco» -- disse, arrestandosi di un colpo -- «ricco pei
doni del generoso duumviro; ora mi capita questa fortuna colossale e la
mente che l'ha saputa ammassare. Non v'è il dito di Dio in tutto ciò?
Consigliami, o Simonide! Aiutami a scoprire il vero. Fa che io diventi
degno del mio nome, e se tu sei schiavo nella legge, io sarò tuo servo
di fatto. Tu comanda.» --
Il viso di Simonide era raggiante.
-- «O figlio del mio morto padrone! Io farò più che aiutarti; io metterò
al tuo servizio tutta la forza della mia mente e del mio cuore. Il mio
corpo però non giova alla tua causa, ma col cuore e con la mente ti
servirò. Lo giuro, per l'altare del nostro Dio! Soltanto creami con
nomina formale ciò che fin'ora ho finto di essere.» --
-- «Che cosa?» -- chiese Ben Hur con sollecitudine.
-- «Amministratore dei tuoi beni.» --
-- «Lo sei da questo istante, o vuoi lo faccia in iscritto?» --
-- «La tua parola basta. Così fece tuo padre. Ed ora siamo intesi.» --
Simonide tacque.
-- «Lo siamo» -- disse Ben Hur.
-- «E tu, figlia di Rachele, parla!» -- continuò Simonide, sollevando il
braccio di lei dalla sua spalla.
Ester, lasciata così sola, rimase confusa un istante; poi andò da Ben
Hur, e con tutta la grazia della sua femminilità, disse:
-- «Io non sono diversa da mia madre; e poichè essa è morta, lascia,
padrone, che io prenda cura di mio padre.» --
Ben Hur prese la sua mano e la condusse presso la poltrona. -- «Sei una
buona figliuola» -- disse. -- «Sia fatta la tua volontà.» --
Essa cinse di nuovo il collo di suo padre e per qualche tempo regnò il
silenzio nella stanza.
CAPITOLO VIII.
Simonide alzò il capo.
-- «Ester, egli disse dolcemente, la notte è inoltrata; portaci da bere,
affinchè ciò che ancora dobbiamo dire non ci affatichi.» --
Essa suonò il campanello. Un domestico entrò con vino e pane.
-- «Qualche cosa rimane ancora da chiarirsi, mio buon padrone» -- disse
Simonide. -- «D'ora innanzi le nostre vite dovranno correre insieme come
due fiumi che hanno unite le loro acque e scorrono verso la medesima
foce. È meglio che ogni nube sia dissipata. Quando tu partisti l'altro
giorno dalla mia porta tu credesti che io ti avessi negato quei tuoi
diritti che ora conosco in tutta la loro ampiezza. Ma non fu così,
no, non fu così. Ester può attestare che io ti riconobbi, e che non ti
perdei di vista lo può dire Malluch, il quale...» --
-- «Malluch!» -- esclamò Ben Hur.
-- «Chi è inchiodato come me alla sua poltrona, deve servirsi di molte
mani se vuol muovere il mondo dal quale lo divide una così crudele
barriera.
Io ho molte di queste mani, e Malluch è una delle migliori. E
qualche volta,» -- e rivolse uno sguardo riconoscente allo sceicco
-- «qualche volta mi rivolgo ad altri cuori generosi, come Ilderim,
buono e coraggioso. Che egli ti dica se ti avevo ripudiato o
dimenticato.» --
Ben Hur guardò l'Arabo.
-- «Questi è colui che ti parlò di me, buon Ilderim.» --
Ilderim accennò di sì col capo, e i suoi occhietti scintillarono.
-- «Come si può conoscere senza una prova, o mio padrone» -- continuò
Simonide, -- «ciò che sia un uomo? Io ti ravvisai, per la somiglianza
con tuo padre; ma non conosceva la tua indole e i tuoi costumi. V'è
della gente per la quale le ricchezze sono una maledizione. Eri tu uno
di questi esseri?
Io mandai Malluch per accertarmene, e vidi coi suoi occhi, e ascoltai
con le sue orecchie. Non biasimarlo. Ciò che egli mi riferì era tutto
in tuo favore.» --
-- «Io non lo biasimo» -- disse Ben Hur, cordialmente. -- «Io approvo la
tua saggezza.» --
-- «Le tue parole mi sono gradite» -- continuò il negoziante, -- «gradite
assai. La mia paura di un malinteso è cessata. Ed ora i fiumi scorrano
per la loro via nella direzione che Dio indicherà!» --
Dopo una pausa egli riprese.
-- «Come il tessitore seduto al telaio vede scorrere veloci le spole, e
la tela crescere sotto i suoi occhi e coprirsi di figure ed arabeschi,
mentre egli sogna fulgidi sogni nel frattempo; così, nelle mie mani,
si accumulava il denaro, ed io mi meravigliavo di questa prosperità e
spesso me ne chiedevo il perchè. Io vedeva una mano che non era la mia
guidare ogni impresa. Il Simun, che seppelliva le carovane degli altri
nel deserto, risparmiava le mie; le tempeste che riempivano i mari di
naufragi e gettavano i rottami sulle spiaggie, acceleravano il corso
delle mie navi. Più strano di tutto, io, così dipendente dagli altri,
immobile nella mia sedia come una cosa morta, non ho mai patito una
perdita da parte di un agente -- mai. Gli elementi sono aggiogati al mio
servizio, e tutti i miei servitori mi sono stati fedeli.» --
-- «È strano veramente» -- disse Ben Hur.
-- «Così io mi diceva. Finalmente, o padrone, venni alla tua
conclusione: Iddio c'entrava -- e come te mi chiesi: -- «Quale sarà il
suo scopo?» -- La mente di Dio non si muove se non con un intento. E
per tutti questi anni mi sono ripetuto questa domanda, aspettando una
risposta, che sapevo Dio avrebbe fatta a suo tempo. E io credo che il
momento sia venuto.» --
Ben Hur ascoltò con attenzione crescente.
-- «Molti anni or sono, io sedeva con tua madre, o Ester, sulla strada
ad oriente di Gerusalemme, presso le tombe dei Re, quando tre uomini mi
passarono davanti sopra grandi cammelli bianchi, non mai veduti nella
Città Santa. Questi uomini erano stranieri, e venivano da lontano. Il
primo di essi si fermò e chiese: -- «Dov'è colui che è nato Re degli
Ebrei?» --
E come per calmare la mia curiosità continuò: -- «Noi abbiamo veduto
la sua stella in Oriente, e siamo venuti per adorarlo.» -- Io non
sapeva che cosa rispondere, ma tenni loro dietro fino alla porta
di Gerusalemme, dove ripeterono la loro domanda alla guardia. Tutti
quelli che la intesero, rimasero stupiti e credettero che si trattasse
dell'atteso
Col tempo dimenticai queste circostanze, che ora mi sono state
nuovamente richiamate alla mente. Hai veduto Balthasar?
-- «Sì, ed ho udito il suo racconto» -- disse Ben Hur.
-- «Un miracolo! Un vero miracolo!» -- esclamò Simonide. -- «Quando
egli me lo narrò, mi parve di ascoltare la risposta che da tanti anni
attendevo. Il pensiero di Dio mi balenò chiaro davanti agli occhi. Il
Re che verrà sarà povero, povero e senza amici; senza seguito, senza
esercito, senza flotte, senza città e piazze forti; c'era un regno
da formare e una Roma da essere abbattuta. Vedi, o padrone, vedi! Tu
pieno di forza, tu addestrato nelle armi, tu ricco; quale opportunità
ti offre il Signore! Non abbraccerai l'occasione e non farai tuo questo
compito? Quale gloria più perfetta potrebbe desiderare un uomo?» --
Simonide aveva pronunciato questo appello con tutta l'anima sua.
-- «Ma il regno, il regno!» -- Ben Hur rispose. -- «Balthasar dice che
sarà delle anime soltanto.» --
L'orgoglio ebraico era forte in Simonide e con un leggiero tono di
disprezzo egli replicò:
-- «Balthasar è stato testimonio di cose meravigliose, o padrone; di
miracoli; e, quando egli ne parla, la mia fede si china dinanzi a lui,
perchè egli le ha vedute ed udite. Ma d'altra parte egli è un figlio
di Mizraim, pur non essendone un proselite. Non è dunque credibile
ch'egli possegga cognizioni tali da costringerci a credere ciecamente
tutto ciò che riguarda le intenzioni di Dio con Israele. I profeti
ricevevano la loro luce direttamente dal cielo, come la ebbe lui. Essi
sono molti, egli è solo. Io devo credere ai profeti: Ester, portami la
Torah.» --
Poi continuò senza attenderla:
-- «Si può rigettare la testimonianza di tutto un popolo, o padrone? Da
Tiro al Nord, fino alla capitale di Edom all'estremo Sud, non trovai un
pastore o un mendicante che non ti dica che il regno del Re che verrà,
sarà come quello di Davide e di Salomone. Donde trassero la loro fede,
è ciò che vedremo.» --
In quella rientrò Ester, recando una quantità di rotoli entro astucci
ornati di arabeschi e con strane lettere d'oro.
Egli li prese e li ordinò sopra il tavolo. Spiegando ora l'uno ora
l'altro dei vecchi papiri, egli confortò le sue argomentazioni con
copiose citazioni, che noi, per brevità, risparmieremo al lettore.
Dal Libro di Enoch, ai salmi di Davide, dalle profezie di Ezra, di
Geremia e di Daniele, chiare come squilli di tromba uscivano le parole
annunziatrici del Regno del Re che doveva venire, la sua gloria, i suoi
trionfi.
Ben Hur piegò la fronte sopraffatto, convinto, ed esclamò:
-- «Io credo, io credo!» --
-- «E allora?» -- chiese Simonide. -- «Se il Re sarà povero, non
lo aiuterà il mio padrone con la ricchezza che possiede in
abbondanza?» --
-- «Aiutarlo? Fino all'ultimo siclo e all'ultimo respiro! Ma perchè
credi che verrà povero?» --
-- «Ascolta la parola del Signore, quale Zaccaria l'intese. Ecco come
il Re entrerà in Gerusalemme.» -- E lesse: -- «Rallegrati, o figliuolo
di Sion. Vedi il tuo Re che viene con la giustizia e con la salvezza;
umilmente a cavallo di un asino.» --
Ben Hur torse il capo e guardò altrove.
-- «Che cosa vedi, o padrone!» --
-- «Roma!» -- rispose mestamente. -- «Roma e le sue legioni. Io ho vissuto
con esse nei loro accampamenti, e le conosco.» --
-- «Ah!» -- disse Simonide. -- «Tu guiderai le legioni del Re, sarai alla
testa di milioni di uomini.» --
-- «Milioni di uomini!» -- esclamò Ben Hur.
Simonide stette alquanto sopra pensiero.
-- «La questione del numero non ti inquieti» -- disse Simonide.
Ben Hur lo guardò.
-- «Tu vedi da una parte il Re umile e dimesso, e dall'altra parte le
serrate legioni di Roma, e ti domandi: Che cosa può egli fare?» --
-- «Questo era il mio pensiero.» --
-- «O mio padrone!» -- continuò Simonide -- «Tu non conosci la forza
d'Israele. Tu te lo figuri come un vecchio cadente che piange amare
lacrime presso i fiumi di Babilonia. Ma va a Gerusalemme il giorno
di Pasqua, e fermati sullo Xisto o nella Via dei Barattieri, e
conta la gente che passa. La promessa che il Signore fece a nostro
padre Giacobbe si è avverata davvero; noi ci siamo moltiplicati
infinitamente, ad onta della schiavitù in Egitto, della cattività
Babilonese, della dominazione Romana. Ma non solo ai limiti della razza
devi badare; ma pensa allo sviluppo della nostra fede che abbraccia
tanti popoli nell'Asia, conta gli eserciti dei fedeli che aspettano
il vecchio grido d'allarme: Alle tue tende, Israele! A centinaia
e migliaia sono sparsi nella Persia, nell'Egitto, nell'Africa, nei
mercati d'occidente, nella Spagna ed a Londra, nella Grecia e nelle
isole, sul Ponto e qui in Antiochia, e nella stessa maledetta città dei
sette colli. È un corteo di nazioni, è una selva di spade che attende
l'avvento del Re.» --
Le parole furono profferite con fervore ed ispirazione. Sopra Ilderim
fecero l'effetto d'uno squillo di tromba. -- «Oh se mi ritornasse la mia
gioventù!» -- egli gridò balzando in piedi.
Ben Hur non si mosse. Egli comprendeva che questo discorso mirava ad
invitarlo a sacrificare tutta la sua vita e la sua fortuna al servizio
dell'Essere misterioso nel quale si concentravano le speranze di
Simonide come quelle dell'Egiziano. L'idea, come abbiamo veduto, non
era nuova, ma gli era venuta ripetutamente, dopo le parole di Malluch,
dopo la cena con Balthasar; ma aveva urtato contro ostacoli, e non
si era ancora mutata in una risoluzione certa. Ora non più. Una mano
maestra era venuta a raccogliere la vasta trama, ad ordinarne le fila.
Quelle parole alate ebbero sopra di lui l'effetto come se una porta
invisibile si fosse improvvisamente spalancata, inondandolo di un
fascio di luce, schiudendogli tutto un nuovo splendente avvenire, in
cui il sogno della sua vita, quel sogno careggiato fra le catene e sul
remo, e nelle palestre di Roma, trovava il suo posto e prometteva di
avverarsi. Un ultimo dubbio rimaneva.
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