la sconfitta dei quali gli procurò le ultime onorificenze, non
possedeva famiglia: quando tornò dalla spedizione condusse seco
un erede.
Prepara l'animo tuo ad udire grandi cose.
L'erede di cui parlo è colui che tu mandasti in galera, e che
avrebbe dovuto, secondo i nostri calcoli, esser morto cinque anni
fa, e che invece ritorna ricco, potente, e probabilmente con la
cittadinanza Romana, per.... Ecco, tu sei abbastanza altamente
locato per non temere, ma io, o Mida, io sono in pericolo, non è
bisogno ch'io dica il perchè: Chi dovrebbe saperlo se non tu? Che
cosa dici di tutto ciò?
Quando Arrio, il padre adottivo di questa apparizione Oceanica,
attaccò battaglia coi Pirati, la sua nave andò a picco, e tutto
l'equipaggio perì, tranne due persone -- Arrio medesimo, e questo
suo erede.
Gli ufficiali, i quali li raccolsero dalla trave su cui
galeggiavano, dicono che il compagno del fortunato tribuno era un
giovane, e vestisse abiti da forzato. Questo dovrebbe bastare per
convincerti; ma, nel caso che tu, ottimo Mida non fossi ancora
interamente persuaso, aggiungerò che ieri la Fortuna mi fece
incontrare faccia a faccia questo figlio di Arrio, e io ti giuro
che quantunque non lo riconoscessi sull'istante, egli è quel
Ben Hur che fu per anni mio compagno d'infanzia; quel Ben Hur,
fatto uomo, il quale, fosse anche l'ultimo degli schiavi, deve
in questo momento rivolgere disegni di vendetta -- così farei io
al suo posto -- vendetta che non si arresterebbe neppure davanti
alla morte; vendetta per la patria, per la madre, per la sorella,
perdute, per gli anni passati al remo, per la fortuna infine di
cui noi lo spogliammo.
A quest'ora, o mio benefattore ed amico, il pericolo che corrono
i tuoi sesterzi, se non la tua pelle, avrà scosso il tuo abituale
scetticismo, e la tua potente intelligenza si sarà messa a
riflettere.
Sarebbe banale di chiederti che cosa dovremmo fare. Piuttosto
lasciami dire che io sono il tuo cliente; o meglio, sii tu il mio
Ulisse, dalla cui bocca attendo sapienti consigli.
Mi rimetto completamente a te. Sii celere come Mercurio, pronto
come Cesare.
Il sole è già alto. Fra un ora due messaggeri partiranno dalla
mia stanza, ciascuno con una copia suggellata, di questa lettera;
uno viaggerà per terra, l'altro per mare; di tanta importanza
stimo l'apparire del nostro nemico in questa parte del mondo
Romano.
Io attenderò la tua risposta in questa città.
Le mosse di Ben Hur saranno naturalmente regolate dal Console, il
quale, quand'anche lavori giorno e notte, non sarà pronto alla
partenza prima di un mese. Tu conosci la fatica di riunire un
esercito e di provvederlo di tutto il necessario per una campagna
in un paese lontano e deserto.
Io incontrai ieri l'Ebreo nel Boschetto di Dafne, e se egli non
vi è tuttora, dimora certamente nelle vicinanze, cosicchè sarà
facile tenerlo d'occhio. Anzi, se tu chiedessi dove sia in questo
momento, io giuocherei che egli si trova all'Orto delle Palme;
sotto la tenda di quel canuto traditore, lo sceicco Ilderim, il
quale non sfuggirà a lungo alle nostre mani. Non ti sorprenda se
Massenzio, come passo preliminare, farà imbarcare l'Arabo sulla
prima galera di ritorno e lo manderà a Roma.
Io sono così sollecito di tenerti a giorno sul nostro amico,
perchè è di alta importanza per te, o illustre, dove egli si
trovi; poichè già sotto la tua abile guida ho appreso tanto di
saggezza umana quanto basta per conoscere che in ogni impresa,
tre elementi si devono massimamente considerare -- tempo -- luogo --
mezzo.
Se tu credi che questo sia il luogo opportuno, non esitare ad
affidare l'attuazione dei tuoi piani al tuo amico e discepolo:
«MESSALA»
CAPITOLO II.
Presso a poco alla medesima ora che i corrieri partivano dalla stanza
di Messala, essendo ancora di buon mattino, Ben Hur entrò nella tenda
di Ilderim. Aveva fatto un bagno nel lago, aveva mangiato, ed ora
appariva vestito di una semplice tunica, senza maniche, che appena gli
copriva le ginocchia.
Lo sceicco lo salutò dal divano.
-- «La pace sia con te, figlio di Arrio» -- diss'egli con ammirazione; e
in verità egli non aveva mai veduto un così splendido rappresentante di
virile bellezza e di gioventù. Poi continuò: -- «I cavalli sono pronti,
ed io pure. Lo sei tu?» --
-- «La pace che tu mi auguri, buon sceicco, te la contraccambio. Sono
pronto.» --
Ilderim battè le mani.
-- «Farò condurre i cavalli. Siediti.» --
-- «Sono aggiogati?» --
-- «No.» --
-- «Allora permetti ch'io mi serva da me stesso» -- disse Ben Hur. -- «È
necessario che io faccia la conoscenza de' tuoi Arabi, che io sappia i
loro nomi, o sceicco, affinchè possa parlare a ciascuno di essi. Così
pure devo conoscere bene i loro caratteri, perchè essi sono come tutti
gli uomini; se audaci, vanno frenati, se timidi, la lode li anima e li
sprona.» --
-- «E il cocchio?» -- chiese lo sceicco.
-- «Per oggi lascerò stare il cocchio. Invece mi apprestino un quinto
cavallo, se ne hai senza sella, e rapido come il lampo.» --
La curiosità di Ilderim era stata stimolata, e perciò egli chiamò
subito un domestico.
-- «I finimenti per quattro cavalli» -- ordinò -- «e la briglia di
Sirio.» --
Ilderim si alzò.
-- «Sirio è il mio cavallo favorito, o figlio di Arrio. Siamo stati
compagni per venti anni nella tenda, in battaglia, nella carovana. Te
lo farò vedere.» --
Si avvicinò alla cortina di divisione, e la sollevò. Ben Hur vi passò
sotto.
I cavalli vennero verso Ilderim in gruppo. Uno, dalla testa piccola,
dagli occhi luminosi, del collo arcuato, dalla criniera morbida e
ondeggiante, come la chioma d'una fanciulla, diede un nitrito di gioia
nel vederlo.
-- «Buon cavallo» -- disse lo sceicco, accarezzandogli il muso. -- «Buon
cavallo, ti saluto.» -- e voltandosi a Ben Hur aggiunse: -- «Questi è
Sirio, padre degli altri quattro. Mira, la madre, troppo preziosa
perchè la si esponga ai pericoli di un viaggio in terre che non
sono le nostre, è rimasta a casa. E io dubito, o figlio di Arrio,» --
continuò, ridendo -- «io dubito, che la tribù avrebbe potuto sopportare
la sua assenza. Essa è la nostra gloria e il nostro vanto. Diecimila
cavalieri, figli del deserto, si chiederanno oggi: -- «Come sta Mira?»
-- E alla risposta: -- «Sta bene.» -- essi diranno: «Dio è grande! Sia
lodato il nome di Dio!» --
-- «Mira -- Sirio -- non sono nomi di stelle, o sceicco?» -- domandò Ben
Hur, offrendo il palmo della mano ai cavalli.
-- «E perchè no?» -- replicò Ilderim. -- «Non fosti tu mai nel deserto di
notte?» --
-- «No.» --
-- «Allora tu non puoi sapere di quanto noi Arabi siamo debitori alle
stelle. Noi prendiamo i loro nomi per riconoscenza, e li diamo ai
nostri cari in segno di affetto. I miei padri chiamavano tutti i loro
cavalli, col nome di stelle. Anche questi quattro che tu vedi portano
nomi d'astri, Rigel, Antares, Atair ed Aldebran, il minore, ma non il
meno rapido dei fratelli. Egli ti porterà a gara col vento, l'aria ti
fischierà nelle orecchie. Egli andrà dove tu vuoi, o figlio di Arrio, --
sì, per la gloria di Salomone, sfiderà la morte con te!» --
I finimenti furono portati. Con le proprie mani Ben Hur apparecchiò i
cavalli, li condusse fuori dalla tenda, e pose loro le redini.
-- «Portatemi Sirio» -- disse.
Un Arabo non avrebbe saputo meglio saltare sulla schiena del cavallo.
-- «Ed ora le redini.» --
Gli furono date, ed egli le separò accuratamente.
-- «Buon sceicco» -- egli disse -- «sono pronto. Lascia che una guida mi
preceda sul campo, e mandami alcuni uomini con l'acqua.» --
La partenza avvenne senza difficoltà. I cavalli non avevan paura. Già
sembrava che una corrente di mutua simpatia si fosse stabilita fra essi
e il nuovo auriga, il quale aveva compiuto la sua parte con la calma e
la confidenza che generano il rispetto. Ben Hur, a cavallo di Sirio, li
guidava come se fosse in piedi sul cocchio. Ilderim esultò. Si lisciò
la barba e sorrise di soddisfazione nel mentre mormorava: -- «Egli non
è un Romano, no, per lo splendore di Dio!» -- Egli seguiva a piedi, e
l'intera popolazione del dovar, uomini, donne e fanciulli, si precipitò
fuori dalle tende per assistere allo spettacolo.
Il campo era ampio e piano, ottimamente adatto per le esercitazioni che
Ben Hur intraprese senza indugio, dapprima guidando i quattro cavalli
lentamente, su linee perpendicolari, poi in larghi cerchi. Quindi li
spinse al trotto poi al galoppo, sempre restringendo i cerchi, infine
facendoli piegare irregolarmente ora a destra, a sinistra, in tutte le
direzioni. In questo modo passò un'ora. Mettendo i cavalli al passo,
egli si avvicinò ad Ilderim.
-- «Il lavoro è compiuto, ora non ci vuole che l'esercizio» -- egli
disse -- «Io mi rallegro con te, sceicco Ilderim, che possiedi tali
servitori. Guarda» -- continuò, smontando e accarezzando i cavalli, --
«guarda, non una macchia di sudore sui loro mantelli; respirano come se
cominciassero or ora a correre. Mi rallegro con te, sceicco, e se Dio
ci protegge» -- e fissò gli occhi scintillanti in faccia al vecchio --
«avremo la vittoria e....» --
Si arrestò, arrossì, fece un inchino. Al fianco di Ilderim osservò ora
per la prima volta Balthasar, appoggiato al suo bastone, e due donne
velate. Una di queste egli guardò più attentamente, con un palpitare
veloce del cuore, e disse fra sè: -- «È dessa -- l'Egiziana!» --
Ilderim continuò il periodo lasciato in sospeso. -- «Avremo lo vittoria
e la vendetta.» --
Poi soggiunse ad alta voce:
-- «Io non ho paura. Sono felice, figlio di Arrio; tu sei l'uomo per
me. Se il risultato corrisponde al principio tu non avrai ragione di
lamentarti della generosità degli Arabi.» --
-- «Io ti ringrazio, buon sceicco,» -- rispose Ben Hur, con modestia, --
«Lascia che i tuoi servi portino da bere ai cavalli.» --
Con le proprie mani diede loro dell'acqua.
Poi rimontando Sirio, ripigliò il suo corso d'istruzione, passando,
come prima, dal passo al trotto, e dal trotto al galoppo. Finalmente,
fece entrare i cavalli sulla pista, spingendoli a tutta carriera. Gli
spettatori si animarono e proruppero in frequenti applausi per la rara
abilità del guidatore e per l'elegante andatura dei cavalli, che non
mostravano alcun segno di stanchezza.
Durante questa esercitazione, Malluch apparve sul campo, passando
inosservato attraverso la folla, e si avvicinò allo sceicco:
-- «Ho un messaggio per te, o sceicco,» -- egli disse quando credette
giunto il momento opportuno di parlare -- «Un messaggio da parte di
Simonide mercante.» --
-- «Simonide!» -- esclamò l'Arabo. -- «Ah! sta bene. Che Abaddon uccida
tutti i suoi nemici!» --
-- «Egli mi commise di augurarti in primo luogo la pace del Signore,» --
continuò Malluch; -- «e poi di darti questo dispaccio, con preghiera che
tu lo legga immediatamente.» --
Ilderim, senza muoversi dal posto, ruppe il suggello del plico
consegnatogli, e da un involto tolse due lettere che cominciò a
leggere.
SIMONIDE ALLO SCEICCO ILDERIM.
«-O amico!-
In primo luogo sta certo che occupi sempre un posto nel mio
cuore. Poi prestami attenzione.
Vi è attualmente nel tuo -dovar- un giovine di nobile aspetto,
che dicono sia figlio di Arrio; e tale egli è in verità per via
di adozione.
Egli è assai caro a me.
La storia della sua vita è meravigliosa, ed io te la racconterò,
se verrai da me oggi o domani. Ho pure bisogno dei tuoi consigli.
Frattanto asseconda tutti i suoi desiderii purchè non vadano
contro la legge e l'onore. Se avesse bisogno di danari, rispondo
io.
Tieni celato che io mi prendo cura di lui.
Ricordami all'altro tuo ospite. Egli, sua figlia, tu stesso e
tutti coloro che vorrai invitare, saranno miei ospiti al Circo il
giorno della gara. Ho già fissato i posti.
A te ed ai tuoi pace.
Tuo amico in eterno,
SIMONIDE»
SIMONIDE ALLO SCEICCO ILDERIM.
«-O amico!-
Devo metterti in guardia -- Sta all'erta!
Quando un alto personaggio Romano, investito di regale autorità
si avvicina, tutti coloro che non sono Romani e posseggono beni
e denaro, è bene abbiano cura delle cose loro. Oggi arriva il
Console Massenzio.
All'erta!
Un'altra parola di avvertimento. Se una congiura è ordita
contro di te, deve avvenire di concerto con gli Erodi, poichè tu
possiedi grandi beni nei loro dominii.
Manda stamane alcuni tuoi messi fidati sulle strade a sud della
città, i quali fermino e frughino tutti i corrieri che incontrano
per o da Antiochia, e, se trovano qualche dispaccio che si
riferisca a te, te lo portino.
Avresti dovuto ricevere la presente ieri sera, ma ancora, non è
troppo tardi se ti affretti.
Se i corrieri hanno lasciato Antiochia stamattina, i tuoi Arabi
conoscono le scorciatoie e li potranno raggiungere.
Non esitare.
Abbrucia questa mia appena letta.
O mio amico, il tuo amico,
SIMONIDE».
Ilderim rilesse le lettere una seconda volta, le piegò, e le celò sotto
la sua cintura. Le esercitazioni sul campo terminarono di li a poco,
essendo durate in tutto quasi due ore. Ben Hur, rallentando il passo
dei cavalli, li diresse verso Ilderim.
-- «Con tua buona grazia, o sceicco,» -- egli disse -- «ricondurrò i tuoi
Arabi nella tenda, e questa sera ripeteremo gli esercizi.» --
Ilderim lo accompagnò al passo. -- «Fanne ciò che vorrai, figliuol mio.
Tu hai ottenuto da loro in due ore ciò che il Romano -- gli sciacalli
divorino le sue ossa! -- non potè trarne in altrettante settimane.
Vinceremo, per lo splendore di Dio, vinceremo!» --
Giunti alla tenda, Ben Hur sorvegliò i cavalli mentre venivano
strigliati e puliti; poi dopo un bagno nel lago e un sorso di arrak
bevuto con lo sceicco, egli indossò nuovamente le sue vesti Ebraiche e
passeggiò con Malluch nell'orto.
Dopo alcuni particolari di poco rilievo, Ben Hur disse al compagno:
-- «Io ti darò un ordine per procurarti le mie valigie giacenti in un
Khan presso il ponte Seleucio. Portamele oggi stesso, se puoi. Spero,
buon Malluch, che ciò non ti sia di peso.» --
Malluch si dichiarò pronto a qualunque servigio.
-- «Grazie, Malluch, grazie» -- disse Ben Hur. -- «Ti prenderò in parola,
ricordando che apparteniamo alla medesima tribù, e che il nostro nemico
è Romano. In primo luogo, tu sei un uomo d'affari, mentre temo che il
nostro sceicco non lo sia.» --
-- «Gli Arabi lo sono raramente» -- osservò Malluch.
-- «No, io non parlo della loro avvedutezza, Malluch. Ma è bene
vegliare su di essi. Per impedire che un ostacolo o un fastidio sorga
all'ultim'ora riguardo alla corsa, tu dovresti recarti agli ufficii
del Circo, e vedere s'egli ha compiuto tutte le formalità richieste; e
se puoi ottenere una copia del regolamento mi farai un grande favore.
Vorrei sapere quali colori dovrò portare, e specialmente il numero
della partenza, se sarò vicino a Messala, a destra o a sinistra, e
se non lo sono, cerca di ottenere che mi cambino di posto così da
collocarmi presso a lui. Hai buona memoria, Malluch?» --
-- «Mi è venuta meno qualche volta, o figlio di Arrio, ma mai quando,
come in questo caso, il cuore l'ha aiutata.» --
-- «Allora oserò gravarti di un altra commissione. Io vidi ieri che
Messala era assai orgoglioso del suo cocchio, ed a ragione, perchè
neppure quelli di Cesare lo avanzano di bellezza ed eleganza. Non
potresti approfittare di questa sua debolezza in modo da apprendere
se è leggero o pesante? Desidererei di avere la certezza del suo peso
e delle sue misure -- e, Malluch, tralascia, se vuoi, ogni altra cosa,
ma portami l'altezza dell'asse dal suolo. Comprendi, Malluch? Io non
voglio ch'egli abbia alcun vantaggio su di me. Io voglio vincerlo non
solo, ma umiliarlo. Solo così il mio trionfo sarà completo.» --
-- «Vedo, vedo!» -- disse Malluch. -- «Tu vuoi un filo tirato
perpendicolarmente sopra il suolo dal mozzo della ruota.» --
-- «Sì, mio Malluch, e rallegrati; è l'ultima delle mie commissioni. Ora
facciamo ritorno al dovar.» --
Poco dopo Malluch tornò in città.
Nel frattempo un messaggero montato su un rapido cavallo, era stato
mandato, secondo le istruzioni di Simonide, sulla strada che da
Antiochia conduce a Gerusalemme. Era un Arabo, e non portava ordini
scritti.
CAPITOLO III.
-- «Iras, figlia di Balthasar, t'invia saluti e un messaggio» -- disse un
servitore a Ben Hur, che stava riposando nella sua tenda.
-- «Dimmi il messaggio.» --
-- «Ella chiede se tu vuoi accompagnarla in barca sul lago.» --
-- «Le porterò io stesso la risposta. Grazie.» --
Gli furono recati i sandali, e, dopo qualche istante, Ben Hur uscì in
cerca della bella Egiziana. L'ombra delle montagne andava strisciando
sull'Orto delle Palme, precorrendo la notte. Da lontano, attraverso
gli alberi, veniva il tintinnio di campane, il muggito degli animali,
e le grida dei pastori che riconducevano a casa gli armenti. La
vita all'Orto delle Palme era sotto ogni riguardo la vita semplice e
pastorale degli Arabi nelle oasi del deserto.
Lo sceicco Ilderim, dopo avere assistito alle esercitazioni del
pomeriggio, che furono una ripetizione di quelle del mattino, s'era
recato in città a trovare Simonide, e, probabilmente, non sarebbe
ritornato quella notte. Ben Hur, lasciato solo, aveva dato un'ultima
occhiata ai cavalli, s'era lavato e vestito a nuovo, e, dopo aver
cenato, stava riavendosi delle fatiche della giornata.
Non è saggio nè onesto cercare di scemare importanza alla bellezza come
qualità. Nessun'anima elevata può sottrarsi al suo fascino. La storia
di Pigmalione e della sua statua è poetica nella forma, ma ha la sua
base nella natura umana. La bellezza è una potenza; e la sua forza
trascinava Ben Hur.
L'Egiziana era per lui una donna meravigliosamente bella di forme. Egli
la rivedeva come essa gli apparì la prima volta presso la fontana; e
sentiva l'influenza della sua voce, dolce nelle sue espressioni di
riconoscenza, subiva tutto l'incanto di quegli occhi grandi, neri,
umidi, tagliati a mandorla, occhi eloquenti più della parola; vedeva
la sua figura alta, snella, piena di grazia e di eleganza, avviluppata
nelle ricche pieghe della sua veste, e pensava che se la mente fosse
pari al corpo che l'albergava, ella sarebbe, veramente, come la
Sulamita, e, nel medesimo senso, terribile come un'oste schierata in
campo. E ogni qual volta la sua immagine gli si presentava davanti
alla fantasia, tutta l'appassionata canzone di Salomone, veniva con
lei, come ispirata dalla sua presenza. Con tali sentimenti egli voleva
vedere se essa avrebbe giustificata l'impressione destata. Non era
amore quello che egli provava, ma ammirazione e curiosità, che spesso
sono gli araldi preannunciatori dell'amore.
L'approdo consisteva in una breve scala scendente al lago, e di una
piattaforma illuminata da alcuni lampioni; giunto alla sommità dei
gradini egli si arrestò, colpito da ciò che vide.
Una scialuppa riposava leggermente sulle onde come un guscio d'uovo che
galleggi. Un Etiope, il guidatore del cammello alla fontana Castalia,
sedeva al posto del rematore, vestito in bianchissimi lini che facevano
risaltare ancor più l'ebano del suo viso. La poppa dell'inbarcazione
era imbottita di cuscini e tappeti tinti col color rosso di Tiro.
Al timone sedeva l'Egiziana medesima, sprofondata in una massa di
scialli Indiani, cinta come da una nube di veli e di nastri delicati.
Le sue braccia, nude fino alle spalle, di impeccabile purezza di
linea, avevano un non so che di provocante nella posa, nei movimenti,
nell'espressione; le mani tese e le dita erano dotate di una grazia
eloquente e suggestiva. Le spalle e il collo erano difese contro
l'aria serale da un ampio velo, che non riusciva però a celare le forme
opulenti.
Nello sguardo che le rivolse, Ben Hur non afferrò tutti questi
dettagli. Ebbe l'impressione confusa e deliziosa che l'insieme di essi
produceva, e il suo cuore battè più veloce.
-- «Vieni» -- essa disse, vedendolo arrestarsi. -- «Vieni, o dovrò credere
che tu sia un povero marinaio.» --
Il rossore delle sue guancie si approfondì. Conosceva essa qualche cosa
della sua vita di mare? Discese tosto sulla piattaforma.
-- «Io temeva» -- egli disse, sedendo al fianco di lei.
-- «Di che?» --
-- «Di affondare la barca» -- egli rispose sorridendo.
-- «Aspetta quando saremo in mezzo al lago» -- diss'ella, facendo un
segno all'Etiope, che tosto immerse i remi nell'acqua.
Se l'Amore e Ben Hur erano nemici, quest'ultimo non corse mai maggior
pericolo di sconfitta. L'Egiziana sedeva presso a lui, ed egli non
poteva fare a meno di guardarla, essa che già aveva richiamato alla sua
mente l'ideale della Sulamita. Con quegli occhi fissi nei suoi, egli
non avrebbe scorto le stelle che a poco a poco apparivano in cielo;
la notte avrebbe potuto avvolgere ogni cosa; quegli sguardi avrebbero
gettata una luce attraverso le tenebre più dense. E poi, chi non sa
come conferiscano ai pensieri d'amore la tranquillità delle acque d'un
lago, sotto la volta ingemmata del firmamento, in una tiepida notte
d'estate, quando i cuori che battono l'uno appresso all'altro, sono
giovani, e i cervelli pieni di sogni?
-- «Dammi il timone» -- egli disse.
-- «No» -- essa rispose -- «questo sarebbe un mutar le parti. Io ti ho
invitato, e tu sei mio ospite. Voglio cominciare a liquidare il debito
che io ti devo. Tu puoi parlare e io ascolterò, oppure parlerò io e tu
ascolta. Questa scelta spetta a te.
Io invece deciderò dove anderemo e che via dobbiamo tenere.» --
-- «E dove andiamo?» --
-- «Ecco che sei di nuovo spaventato.» --
-- «O bella Egiziana, ho fatto la prima domanda naturale ad un
prigioniero.» --
-- «Chiamami Egitto.» --
-- «Preferirei chiamarti Iras.» --
-- «Puoi pensarmi con quel nome, ma chiamami Egitto.» --
-- «L'Egitto è un paese e comprende molti popoli.» --
-- «Sì! Sì! e qual paese!» --
-- «Ho capito; noi andiamo in Egitto.» --
-- «Almeno vi andassimo davvero! Sarei felice.» -- Sospirò, così dicendo.
-- «Non pensi affatto a me allora» -- egli disse.
-- «Ah, da ciò comprendo che tu non ci sei mai stato!» --
-- «Non ci fui mai.» --
-- «Oh, è una terra dove l'infelicità è ignota, meta e desiderio
degli altri popoli, madre di tutti gli Dei, e quindi in sommo
grado benedetta. Là, o figlio di Arrio chi è felice trova la sua
felicità raddoppiata; la sventurato che attinge una volta all'acqua
del sacro fiume, dimentica il suo dolore, e canta e ride come i
fanciulli.» --
-- «Non vivono poveri colà come altrove?» --
-- «I poveri nell'Egitto hanno desiderii modesti e pochi
bisogni,» -- essa rispose. -- «Un Greco o un Romano non potrebbe
comprenderli.» --
-- «Ma io non sono nè Greco, nè Romano.» -- Egli protestò.
Essa rise.
-- «Io ho un giardino di rose, e in mezzo ad esso sorge una pianta,
e, suoi fiori vincono tutti gli altri. Da dove credi provenga quella
pianta?» --
-- «Dalla Persia patria delle rose?» --
-- «No.» --
-- «Dall'India allora.» --
-- «No.» --
-- «Ah! da un'isola dell'Ellade.» --
-- «Te lo dirò. Un viaggiatore la trovò languente e mezza morta lungo la
via sulla pianura di Rephaim.» --
-- «Oh, nella Giudea!» --
-- «Io la piantai nella terra che il Nilo ritirandosi aveva lasciata
scoperta, e dove il tiepido vento del sud poteva cullarla, e il sole
baciarla; ed essa crebbe piena di gratitudine e di affetto. Ora mi
seggo alla sua ombra, ed essa mi ringrazia col suo profumo. Come
avviene delle rose, così è con gli uomini d'Israele. Dove potranno
toccare la perfezione se non in Egitto?» --
-- «Mosè fu uno fra mille.» --
-- «No, ti dimentichi del grande interprete di sogni.» --
-- «I Faraoni sono morti.» --
-- «Ah sì! Il fiume, sulle sponde del quale abitavano, ora mormora le
sue nenie presso le loro tombe. Ma il medesimo sole riscalda la stessa
aria al medesimo popolo.» --
-- «Alessandria altro non è che una città Romana.» --
-- «Essa ha solo mutato scettro. Cesare le divelse la spada, e in suo
luogo le lasciò il calice della sapienza. Vieni con me nel Bruccheio
ed io ti mostrerò le scuole delle nazioni; al Serapeo, a vedere le
meraviglie dell'architettura; alla Biblioteca per leggere i libri
immortali; al Teatro per udire, i versi dei Greci e degli Indiani;
al porto per ammirare i trionfi del commercio; discendi con me nelle
strade, o figlio di Arrio, e quando i filosofi si saranno dispersi, e
i maestri dell'arte saranno partiti, e gli Dei tornati ai loro altari,
e del giorno che si spegne non rimarranno che i ricordi, tu udirai le
storie che hanno dilettato l'umanità dalla sua culla, e i canti, che
non morranno mai.» --
Mentre la ascoltava, Ben Hur corse col pensiero a quell'altra notte
stellata; sulla terrazza della casa in Gerusalemme, quando sua madre,
con lo stesso fervore poetico che il patriottismo dettava, predicava le
tramontate glorie d'Israele.
-- «Ora comprendo perchè vuoi essere chiamato Egitto. Vuoi cantarmi
una canzone, se io ti chiamerò con quel nome? Io ti intesi cantare ier
notte.» --
-- «Era una canzone del Nilo,» -- essa rispose, -- «un lamento che io
canto quando mi sembra di respirare il profumo del deserto, e il
mormorìo del vecchio fiume; piuttosto lascia che io ti canti qualche
cosa di Indiano.
Quando verrai ad Alessandria ti condurrò sull'angolo di quella strada
donde potrai udire cantare la figliuola del Gange che me l'apprese.
Kapila, tu sai, fu uno dei più grandi sapienti dell'India.» --
Poi, come se il canto fosse la sua forma abituale di esprimersi,
cominciò:
KAPILA.
Kapila, illustre eroe,
Fiore di gioventù,
Come potrò uguagliare,
Dimmi, la tua virtù?
Sorridendo rispose,
Frenando il corridor:
-- Chi ama tutte cose
Non conosce timor.
Kapila, vecchio e bianco,
Pontificava all'altar:
-- Dimmi, la tua sapienza
Come potrò emular?
Kapila, vecchio e bianco,
Disse con gravità:
-- Chi ama Iddio soltanto
Tutte le cose sa. --
Ben Hur non ebbe il tempo di esprimere la sua riconoscenza per la
canzone, quando la chiglia della barca rasentò la sabbia, e la prua
toccò terra.
-- «Un viaggio corto, o Egitto!» -- egli esclamò.
-- «E un soggiorno ancora più breve!» -- essa rispose, mentre un forte
colpo di remi li rimandò di nuovo nell'acqua libera.
-- «Ora mi darai il timone» -- egli disse.
-- «Oh no! A te il cocchio, a me la barca. Non siamo che a metà del
lago. Hai rotto il patto e io non canterò più. Poichè siamo stati in
Egitto, andiamo ora al boschetto di Dafne.» --
-- «Senza un canto che ci allieti la via?» -- egli supplicò.
-- «Dimmi qualche cosa intorno al Romano dal quale oggi ci salvasti la
vita,» -- essa chiese.
La domanda sembrò spiacevole a Ben Hur.
-- «Vorrei che questo fosse il Nilo» -- egli disse, eludendo la domanda.
-- «I Re e le Regine, dopo aver dormito tanti anni, potrebbero uscire
dalle loro tombe e viaggiare con noi.» --
-- «Appartenevano alla razza dei colossi e avrebbero affondata la barca.
Preferirei dei pigmei. Ma parlami del Romano. Egli è molto cattivo,
nevvero?» --
-- «Non lo so.» --
-- «È di nobile famiglia? È ricco?» --
-- «Non posso parlare delle sue ricchezze.» --
-- «Come erano belli i suoi cavalli! E il suo cocchio era d'oro, e
le ruote d'avorio. E quale audacia! Gli spettatori risero quand'egli
partì, -- essi che per poco non sarebbero stati travolti sotto le zampe
dei suoi cavalli!» --
Essa rise al ricordo.
-- «Era plebaglia» -- disse Ben Hur con amarezza.
-- «Egli deve essere uno di quei mostri che si dice crescano oggi in
Roma, Apolli voraci come Cerberi. Vive in Antiochia?» --
-- «Nell'Oriente.» --
-- «L'Egitto gli converrebbe di più.» --
-- «Ne dubito. Cleopatra è morta.» --
In quell'istante apparvero le lampade che ardevano davanti ai
padiglioni di Ilderim.
-- «Il dovar» -- essa mormorò.
-- «Ah, dunque noi siamo andati in Egitto. Non ho veduto Karnac, Pile od
Abido. Questo non è il Nilo. Ho udito un canto dell'India, e il viaggio
è stato un sogno.» --
-- «Pile -- Karnac! Piuttosto ti dolga di non aver veduto i Ramessidi di
Simbele, che ti fanno pensare a Dio creatore del cielo e della terra. O
piuttosto perchè dolertene affatto? Andiamo sul fiume, e se non potrò
cantare» -- essa rise -- «perchè ho detto che non vorrei cantare, ti
posso però raccontare storie dell'Egitto.» --
-- «Continua! Sì, fino che spunta il mattino, e ritornerà la sera e
sorga il sole di un altro giorno,» -- egli soggiunse con calore.
-- «Di che cosa devo parlare? Dei matematici?» --
-- «Oh, no.» --
-- «Dei filosofi?» --
-- «No, no.» --
-- «Dei maghi e dei genii?» --
-- «Se vuoi.» --
-- «Di guerra?» --
-- «Sì.» --
-- «D'amore?»
-- «Sì.»
-- «Ti racconterò di un rimedio contro l'amore. È la storia di una
regina. Ascolta con attenzione e rispetto. Il papiro, ora proprietà dei
sacerdoti di Pile, fu tolto dalle mani stesse della regina.» --
NE-NE HOFRA
I.
-Le vite umane non corrono parallele.-
-Nessuna vita percorre una linea retta.-
-La più perfetta esistenza si sviluppa come un cerchio, e termina
dove comincia.-
-Le vite perfette sono i tesori di Dio; nei giorni di festa egli le
porta nell'anulare della mano sinistra, quella vicina al suo cuore.-
II.
-Ne-Ne-Hofra dimorava in una casa presso Essuan, vicino alla prima
cataratta, e il frastuono dell'eterna battaglia fra il fiume e le
roccie risuonava come una musica alle sue orecchie.-
-Essa cresceva in bellezza ogni giorno; cosicchè si diceva di lei
come dei papaveri nel giardino di suo padre: Che cosa sarà mai
al tempo della fioritura? Ogni anno della sua vita era come il
principio di una canzone più deliziosa della precedente.-
-Essa era figlia del nord e del sud; l'uno le aveva dato il suo
ingegno, l'altro le sue passioni, e quando Borea e lo Scirocco la
vedevano ridevano, dicendo: «È nostra.»-
-Tutte le cose più belle della natura contribuivano alla sua
bellezza, e si rallegravano della sua presenza. Quando passava,
gli uccelli scendevan a posarsi sulle sue spalle, gli zefiri la
baciavano in volto; il candido loto si tendeva sui lunghi steli per
guardarla; il fiume solenne indugiava nel suo cammino; le palme
accennavano da lontano sventolando le cime frondose; e gli uni
sembravano dire: Io le diedi la mia grazia; gli altri: Io le diedi
la mia purezza; l'altro ancora: Io le diedi la mia bellezza.-
-A dodici anni Ne-Ne-Hofra era la delizia di Essuan; a sedici anni
la fama della sua bellezza s'era sparsa per l'Universo; a venti non
passava giorno che alla sua porta non venissero principi del deserto
sopra rapidi cammelli, e signori d'Egitto su galere dorate, e tutti
partivano desolati, dicendo: -- «Io l'ho veduta; e non è una donna,
ma Ator in persona.» -- -
III.
-Dei trecentotrenta successori del buon re Menes, diciotto furono
Etiopi, di cui Orete era l'ultimo. Egli aveva cento dieci anni, e
ne aveva regnato settantasei. Sotto di lui il popolo fu prosperoso
e la terra piena di abbondanza. Egli praticava la saggezza, perchè,
avendo vedute tante cose, la conosceva bene. Viveva a Menfi, dove
aveva i suoi palazzi, i suoi arsenali, e i suoi tesori.-
-La moglie del buon Re venne a morire. Egli l'amava e la pianse
amaramente, finchè un sacerdote si fece coraggio e gli disse:-
- -- «Orete, io mi meraviglio che un Re così saggio e potente, non
sappia trovare rimedio a un male come questo.» -- -
- -- «Dimmi un rimedio,» -- disse il Re.-
-Tre volte baciò la terra, e disse: -- «Ad Essuan vive Ne-Ne Hofra,
bella come Ator. Mandala a chiamare. Essa ha rifiutato la mano di
principi e Re; ma chi può rifiutare Orete?» -- -
IV.
-Ne-Ne-Hofra discese il Nilo in una galera tutta oro e gemme,
scortata da una flotta di barche variopinte. Tutta la Nubia e
l'Egitto, miriadi di persone dalle terre dei Monti della Luna, erano
accorse alle sponde del fiume per veder passare il corteo.-
-Attraverso un'allea di sfingi e una doppia fila di leoni alati,
essa fu portata dinanzi al trono d'Orete. Egli la rialzò, la fece
sedere al suo fianco, le cinse il braccio con l'ureo, la baciò e la
fece sua regina.-
-Ciò non bastava al saggio Orete; egli voleva l'amore, e che la
regina fosse felice nell'amor suo. Quindi la trattò con grande
dolcezza, le mostrò tutti i suoi beni, città, popoli, palazzi, i
suoi eserciti e le sue flotte; la condusse attraverso i sotterranei
dove erano ammucchiati i suoi gioielli, dicendo: -- «O Ne-Ne-Hofra!
Dammi un bacio d'amore, e tutto questo è tuo.» -- -
-Ed essa, pensando che se non lo amava allora, avrebbe potuto
amarlo in seguito, lo baciò non una, ma tre volte, nonostante i suoi
centodieci anni.-
-Il primo anno fu felice, e sembrò assai breve; il terzo anno fu
molto infelice, e le sembrò assai lungo. Allora comprese che ciò
che essa credeva fosse amore per Orete, non era che ammirazione
per la sua potenza. La gioia si partì dal suo cuore, lacrime
sgorgavano continuamente dai suoi occhi e le rose delle sue guance
s'incenerirono; essa languiva ed appassiva lentamente. Alcuni
dissero che le Erinni la perseguitavano per la sua crudeltà contro
qualche amante; altri, che era colpita dall'invidia di un dio,
geloso di Orete. Qualunque fosse la ragione, tutti i rimedi degli
astrologhi e dei maghi, riuscirono vani; Ne-Ne-Hofra era condannata
a morire.-
-Orete scelse una cripta nella montagna, dove erano le tombe delle
regine, e avendo chiamato i primi artefici di Menfi, ordinò loro di
costruire un sepolcro più magnifico dei Mausolei dei Re.-
- -- «O mia regina, bellissima come ator!» -- diceva il re, a cui i
centotredici anni non avevano spento le fiamme d'amore. -- «Dimmi, ti
prego, il male di cui soffri. Tu muori davanti ai miei occhi!» -- «Tu
non mi amerai di più se io te lo dicessi» -- essa rispose tremando di
paura.-
- -- «Non amarti? Io ti amerò ancor di più! Io lo giuro per i genii
di Amente e per l'occhio di Osiride! Parla!» -- egli disse con la
passione di un amante, con l'autorità di un re.-
- -- «Ascolta allora,» -- essa rispose. -- «In una caverna presso
Essuan vive un anacoreta, il più vecchio e il più santo della sua
classe. Egli si chiama Menofa, e fu mio maestro ed amico. Chiamalo,
Orete, ed egli ti dirà ciò che tu desideri sapere; egli ti aiuterà
parimenti a trovare un rimedio al mio male.» -- -
-Orete si dipartì giubilante: Gli pareva di aver cento anni di
meno.-
V.
- -- «Parla!» -- disse Orete a Menofa, nel palazzo di Menfi.-
-E Menofa rispose: -- «Potentissimo sovrano, se tu fossi giovine io
non ti risponderei, perchè mi preme ancora la vita; così invece ti
risponderò che la regina, come ogni altro mortale, paga il fio di un
delitto.» -- -
- -- «Di un delitto!» -- urlò il re.-
-Menofa si inchinò profondamente.-
- -- «Si, un delitto contro se stessa.» -- -
- -- «Non sono d'umore di sciogliere enigmi.» -- -
- -- «Ciò che dico non è un enigma. Ne-Ne Hofra crebbe sotto i miei
occhi, e confidava ogni particolare della sua vita a me, fra gli
altri che essa amava un tale Barbec, figlio del giardiniere di suo
padre.» -- -
-La fronte di Orete si rasserenò.-
- -- «Con quell'amore in petto, o re, essa venne alle tue braccia. Di
quell'amore sta per morire.» -- -
- -- «Dove è il figlio del giardiniere?» -- chiese Orete.-
- -- «Ad Essuan.» -- -
-Il re uscì ed impartì due ordini. A un ufficiale disse: -- «Va ad
Essuan e conducimi qui un giovine di nome Barbec. Lo troverai nel
giardino del padre di Ne-Ne Hofra.» -- -
-e costruisci per me nel lago Chemmis un'isola con un tempio,
un palazzo, e un giardino pieno di fiori e alberi, che galleggi
liberamente dove il vento la sospinge. Costruisci l'isola, e che
essa sia finita al tempo della luna piena.»-
-Poi disse alla regina:-
-«Rallegrati. Io so tutto, e ho mandato a chiamare Barbec.»-
-Ne-Ne Hofra gli baciò le mani.-
- -- «Tu lo avrai tutto per te sola un anno intiero, e nessuno
disturberà i vostri amori.» -- -
-Essa gli baciò i piedi; egli la rialzò, le diede un bacio. Le rose
tornarono sulle guancie, lo scarlatto alle labbra, il riso al suo
cuore.-
VI.
-Per un anno Ne-Ne-Hofra e Barbec il giardiniere, galleggiarono in
balìa degli zefiri sull'azzurro lago di Chemmis. L'isola era una
meraviglia, e per un anno, un anno intero, vi dimorarono come in
paradiso, non vedendo nessuno. Poi la regina ritornò al palazzo di
Menfi.-
- -- «Chi ami tu di più, ora?» -- chiese il re.-
-Essa gli baciò la guancia e disse: -- «Riprendimi, buon re, io sono
risanata.» -- -
-Orete rise, malgrado i suoi centoquattordici anni.-
- -- «Dunque Menofa aveva ragione» -- egli disse. -- «Ah, ah! Il
rimedio per l'amore è l'amore.» -- -
- -- «Così è» -- essa rispose.-
-Tutto ad un tratto la sua fronte si corrugò e la sua voce divenne
terribile:-
- -- «Io non lo trovai così» -- disse.-
-Essa lo guardò atterrita.-
- -- «Donna rea!» -- egli continuò -- «La tua offesa ad Orete l'uomo,
io perdono; ma la tua offesa ad Orete il re, deve esser punita.» -- -
-Essa gli si prostrò ai piedi.-
- -- «Silenzio,» -- egli disse: -- «Tu sei morta!» -- -
-Egli battè le mani, e una terribile processione sfilò nella stanza,
una processione di parachisti, o imbalsamatori, ciascuno con qualche
strumento della sua arte disgustosa.-
-Il re indicò Ne-Ne Hofra.-
- -- «Essa è morta. Fate il vostro dovere.» -- -
-Dopo settantadue giorni, Ne-Ne-Hofra, bella come Ator, fu condotta
nella cripta per lei scelta l'anno prima, e messa a dormire insieme
alle sue regali campagne. Ma nessun funebre corteo in suo onore
attraversò il sacro lago.-
Alla conclusione del racconto, Ben Hur era seduto ai piedi
dell'Egiziana, e la mano con cui essa guidava il timone era stretta
nella sua.
-- «Menofa aveva torto,» -- egli disse.
-- «Perchè?» --
-- «L'amore vive amando.» --
-- «Dunque non vi è rimedio contro di esso?» --
-- «Sì, Orete lo trovò.» --
-- «Quale?» --
-- «La morte.» --
-- «Tu sei un buon ascoltatore, o figlio di Arrio.» --
E così conversando e raccontando favole e novelle ingannarono le ore.
Quando scesero a terra, essa disse:
-- «Domani andiamo in città.» --
-- «Ma ti troverai ai giuochi?» -- egli chiese.
-- «Oh, sì.» --
-- «Ti manderò i miei colori.» --
E così si divisero.
CAPITOLO IV.
Ilderim ritornò al dovar il giorno appresso circa all'ora terza. Quando
smontò, un uomo della sua tribù lo accostò e gli disse: -- «O sceicco,
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